domenica 5 aprile 2026

MIB - MEN IN BLACK

(di Barry Sonnenfeld, 1997)

Here comes the Men in Black
Men in Black
Galaxy defenders
Ooh
Here comes the Men in Black
Men in Black
They won’t let you remember

Era il 10 settembre del 1993 quando negli Stati Uniti l’emittente Fox mandava in onda la prima puntata della prima stagione di X-Files, una di quelle serie che, insieme a Twin Peaks e a poche altre, aprirono davvero la possibilità per la serialità televisiva di esplorare nuove strade, nuove lande e soprattutto nuove forme della narrazione a episodi. Lo show creato da Chris Carter, futuro successo planetario destinato a diventare un cult e generatore di immagini/idee iconiche (I want to believe), aprì un vaso di Pandora pieno di teorie del complotto, di cospirazioni oscurantiste, di interesse per l’alieno, l’altro da noi, di intrighi, tradimenti, insabbiamenti e fascinazione per ciò che di misterioso avrebbe potuto manifestarsi dal nostro cielo. Poi c’era molto altro, ma per ora soffermiamoci sul contatto con gli U.F.O., con le creature provenienti da altri pianeti che gli “uomini in nero” e il Governo degli Stati Uniti cercavano in tutti i modi di tenere ben lontani e nascosti all’opinione pubblica composta da cittadini tra i quali, almeno in parte, c’era qualcuno che “avrebbe voluto credere”. Come credeva Fox Mulder, agente dell’F.B.I. convinto che la sorellina fosse stata rapita in tenera età da alieni intenzionati a compiere esperimenti sulla razza umana. Da qui poi la coppia con la più scettica, almeno inizialmente, Scully e tutto quello che ne è poi derivato (non poco se contiamo che di X-Files se ne parla spesso ancora oggi). Parte da qui Barry Sonnenfeld per il suo Men in Black, solo quattro anni dopo l’esordio di X-Files, il regista newyorkese ne riprende temi e ossessioni girandole in chiave comica all’interno di un film per tutti che richiama alla mente molti successi del cinema fantastico del decennio precedente, su tutti l’indimenticato Ghostbusters di Ivan Reitman.

Sulla frontiera tra Stati Uniti e Messico le forze dell’ordine bloccano un furgone intento a trasportare clandestini desiderosi di entrare in territorio statunitense. Al momento del controllo irrompono sulla scena due agenti in completo nero appartenenti a un non ben identificato nucleo di forze speciali: sono K (Tommy Lee Jones) e D (Richard Hamilton), ambigui individui che ben presto smascherano la presenza di un alieno tra le fila dei clandestini. In seguito all’operazione, non conclusasi nel migliore dei modi, D decide di dimettersi, in fondo è troppo vecchio per questo tipo di lavoro, così viene “sparaflashato” da K con un aggeggio che gli farà perdere la memoria su alieni e quant’altro in favore di una vita ricostruita più canonica e ordinaria. Urge quindi trovare un sostituto al dimissionario per far coppia con K, questo viene individuato nell’agente del New York Police Department James Edwards (Will Smith), aitante e dotato di pensiero laterale (come dimostrerà più avanti) il quale, superato l’inserimento nei Men in Black, assumerà l’identità di J. Ben presto K e J si trovano invischiati in una rogna dai toni planetari che vede protagonista un alieno di una certa rilevanza impossessatosi del corpo del rozzo contadino Edgar (Vincent d’Onofrio) e addirittura l’imminente distruzione della Terra. Poco a poco J si troverà a dover affrontare le verità nascoste a tutti gli altri terrestri e un’avventura dai sapori comici e tesi allo stesso tempo.

In realtà quanto detto nel primo paragrafo non è completamente vero. Sì, Sonnenfeld trasforma i temi di X-Files in commedia e li ripropone in chiave ironica e adatta a un pubblico universale, in questo il regista si dimostra impeccabile. L’idea originaria arriva però da un misconosciuto fumetto della Aircel Comics (proprietà della Malibu, poi Marvel Comics) ideato da Lowell Cunningham e Sandy Carruthers, una serie che vide l’uscita di una manciata di numeri e che presentava toni decisamente più duri e violenti rispetto a quelli adottati poi al cinema da Sonnenfeld e soci. Il film che ne esce, oltre a esser diventato uno degli incassi maggiori nel suo segmento di riferimento (commedia fantascientifica), presenta un equilibrio perfetto tra i toni scanzonati e quel minimo di struttura necessaria per far funzionare al meglio un film di questo genere. L’alchimia tra Will Smith, più fracassone e ilare (vedere la scena del colloquio o quella del parto in auto), e Tommy Lee Jones, esperto, più “spietato” e faccia di pietra, è perfetta tanto da poter inserire Men in Black anche nel filone del buddy movie o della “strana coppia” dall’affiatamento in costruzione, e permette al film di girare sempre a ritmo sostenuto. Sotto il punto di vista meramente visivo la Industrial Light & Magic e collaboratori fanno un lavoro prezioso con gli effetti speciali che si affidano solo in parte alla CGI, adottando in buona misura un superbo metodo artigianale che dona un’impronta “materica” al film che si lascia ampiamente apprezzare. Le trovate divertenti non mancano e il mondo nascosto sotto la superficie visibile, tra razze aliene e agenti in incognito, affascina fin da subito. Men in Black si conferma quindi come un film leggero ma dall’impianto molto riuscito che non avrebbe sfigurato nel decennio precedente insieme a una serie di titoli pensati sia per ragazzi che per adulti che hanno fatto la storia del cinema degli eighties.

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