mercoledì 15 aprile 2026

RENTAL FAMILY – NELLE VITE DEGLI ALTRI

(Rental family di Hikari, 2025)

Il protagonista di Rental family, secondo lungometraggio della regista giapponese Hikari (a.k.a. Mitsuyo Miyazaki) è Philip, un attore fallito interpretato da Brendan Fraser. In una sequenza che ben riassume il concetto che sta dietro un servizio quasi incomprensibile per noi occidentali ma ben radicato nella cultura nipponica, Philip interpreta uno degli invitati a una cerimonia funebre. L’uomo però non sta girando un film. Non sta facendo le prove per una rappresentazione teatrale, né partecipando alla realizzazione di uno spot, come quello per il dentifricio che gli ha donato il suo momento di notorietà in Giappone, Paese nel quale l’attore risiede ormai da sette anni. Philip è stato ingaggiato per interpretare un ospite straniero, contrito per la morte di un conoscente. Una persona che, ovviamente, non ha mai conosciuto e che la regista Hikari, con un riuscito coup de théâtre, in realtà ci mostra non essere nemmeno morta. Lo scopo del servizio per il quale sono stati ingaggiati l’attore statunitense e altri figuranti, è quello di far ritrovare al finto morto la giusta motivazione per continuare a vivere, per poter percorrere con maggior felicità quel tratto di esistenza che lo separa dalla sua futura dipartita. Questa motivazione l’uomo la troverà proprio grazie alle parole recitate dall’attrice che si occupa dell’elogio funebre, alla presenza di persone sconosciute come Philip e ai testi scritti dalle persone a lui care. A questo servono i servizi come il Rental family del titolo, a donare nuove emozioni, nuove possibilità, consolazioni e compagnia a clienti spesso ignari della finzione perpetrata ai loro danni, una messa in scena a fin di bene. Un succedaneo emotivo che interviene quando la vita che ci si è costruiti, per mille motivi, non è più in grado di prendersi cura di noi, di emozionarci, di farci sentire vivi, amati, ascoltati, visti. Perché spesso vivere diventa solo sopravvivere, e tutto ciò che per noi diventa mancanza in qualche modo va colmato.


La carriera di Philip non decolla, la sua agente cerca di trovargli degli ingaggi ma al momento nulla di davvero interessante sembra profilarsi all’orizzonte. Così Philip accetta l’incarico di cui sopra, durante il quale incontra Shinji (Takehiro Hira), titolare della Rental Family, agenzia presso la quale lavora anche la giovane Aiko (Mari Yamamoto). L’attore americano inizierà così a collaborare con l’agenzia, non senza un iniziale timore per un tipo di servizio totalmente estraneo alla sua cultura. Così Philip si troverà a impersonare lo sposo fittizio della giapponese Yoshie, in realtà innamorata di un’altra donna ma priva del coraggio di confessare la cosa ai genitori, da qui il finto matrimonio e il successivo trasferimento all’estero. Ci sarà poi da far compagnia a un ragazzo solitario che cerca un compagno per passare le serate con sessioni di videogiochi, e poi i due incarichi più delicati: il ruolo di padre che torna dopo un lungo periodo di lontananza per la piccola Mia (Shannon Mahina Gorman), una bambina che non ha mai conosciuto il padre e alla quale viene fatto credere che Philip sia davvero suo padre naturale; e ancora il ruolo di un giornalista occidentale interessato a intervistare l’attore ormai anziano e dimenticato Kikuo Hasegawa (Hal Yamanouchi). Queste due ultime esperienze in particolare segneranno molto Philip e lo porteranno a riflettere su quale possa essere davvero il suo ruolo nella vita di queste persone fragili e sole.

Rental family si inserisce all’interno di quella cerchia di film che vengono definiti feel good movies. Nonostante non manchino nell’opera di Hikari momenti toccanti che possono facilmente veicolare il versamento di qualche lacrima, l’empatia del protagonista per le persone che gli stanno vicino e la gestione dei buoni sentimenti nell’economia del racconto, portano lo spettatore a una soddisfazione consolatoria che a fine film si dimostra pienamente appagante. Fraser regala al personaggio di Philip Vandarploeug un pezzo della sua storia privata: è noto infatti il periodo di crisi attraversato dall’attore rimessosi in piedi solo grazie al recente successo di The Whale, un cortocircuito tra verità e finzione che assomiglia molto a quello davanti al quale si trova Philip, coinvolto in un lavoro per il quale si trova a interpretare più ruoli, più di quanti gliene sarebbero stati proposti in una mediocre carriera in ambito cinematografico. Dopo un’iniziale reticenza, Philip, forse proprio grazie al suo sentirsi solo in un Paese straniero (emblematiche le scene in casa con le vite degli altri che scorrono oltre la sua finestra sul cortile), sviluppa una vicinanza e una comprensione profonda per le vicende dei suoi clienti, storie alle quali diventa difficile guardare con freddezza e distacco, come professionalità richiederebbe. Il donarsi all’altro diviene così un grandissimo atto d’amore, un gesto che richiede rinunce personali (la serie poliziesca rifiutata) e una buona dose di dolore, in parte acuita dalla difficoltà di capire, pur provandoci, una cultura così lontana dalla propria. Pur non abbandonandosi a istanze di critica sociale, Hikari tratteggia personaggi e caratteristiche non rare all’interno della società giapponese: la madre di Mia, preoccupata dell’inserimento della figlia in una scuola prestigiosa (e quindi competitiva, già dal momento della difficoltà di ingresso), ricorda il padre severo e pretenzioso del Father and Son di Hirokazu Kore’eda, i temi dell’incomunicabilità e della solitudine non sono certo nuovi per il cinema del Sol Levante. Quello che rimane è la forte speranza di non dover mai ricorrere a servizi come il Rental family, che seppur visto in un’ottica positiva per i servizi offerti, sottende la presenza di persone che non trovano nelle loro frequentazioni, familiari, amicali, sentimentali, qualcuno in grado di sentire davvero la loro presenza, di capire i loro malesseri, qualcuno in grado, anche solo con un piccolo gesto, di rimettere la loro giornata sul giusto binario. E in fondo la vita si costruisce un giorno dopo l’altro, ognuno di questi può fare tutta la differenza del mondo.

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