(Der letzte Mann di Friedrich Wilhelm Murnau, 1924)
Friedrich Wilhelm Murnau, di cui abbiamo già parlato in occasione del pezzo sul suo Nosferatu il vampiro (1922), è uno dei registi tedeschi più noti della Germania all’epoca della Repubblica di Weimar, un periodo che va dalla fine della Prima Guerra Mondiale all’avvento del nazismo e alla nomina di Adolf Hitler a Cancelliere. Un periodo particolarmente fertile per la produzione cinematografica tedesca che vide svilupparsi al suo interno film d’avanguardia, l’espressionismo più spinto, nuovi generi come il kammerspiel e innovazioni tecniche che trovano un buon campo di prova proprio in questo L’ultima risata, film che arriva nella filmografia di Murnau un paio d’anni dopo il celebre Nosferatu. La storia del cinema colloca L’ultima risata proprio all’interno del filone del kammerspiel, forma cinematografica che mutua il suo nome dal “teatro da camera”, intimo, con storie reali e pubblico messo in condizione di “vedere da vicino” le vicissitudini dei protagonisti, i quali, solitamente, sono chiamati ad affrontare avversità legate alla vita quotidiana, stralci di esistenze difficili in un periodo durissimo in cui la Germania usciva sconfitta dalla Prima Guerra Mondiale. Come scrive Fernaldo Di Giammatteo in Storia del Cinema, l’orrore esposto da Murnau in Nosferatu diventa con L’ultima risata una disamina della crudeltà dei rapporti umani, in una vicenda siglata dallo sceneggiatore Carl Mayer, già collaboratore del regista e autore anche de Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene.
Il portiere (Emil Jannings) dell’elegante Atlantic Hotel sta iniziando a invecchiare. L’uomo, sempre ordinato nella sua bella uniforme alla quale tiene moltissimo, è costretto a pause durante il lavoro sempre più frequenti, notate dalla dirigenza, e fa sempre più fatica a scaricare bagagli pesanti e ad assolvere a tutti i compiti che un portiere più giovane svolgerebbe senza nessun problema. Nel suo quartiere abitato da gente povera, il portiere, nella sua divisa lustra, gode di un certo rispetto e con orgoglio si prepara alle nozze imminenti della nipote (Maly Delschaft). Purtroppo, un mattino tornando al lavoro, l’uomo trova davanti alla porta dell’Atlantic un nuovo portiere, più giovane di lui, aitante, ben piazzato. È un colpo al cuore per il vecchio che inizialmente tenterà di nascondere la sventura e la sua nuova mansione (quella di badare ai gabinetti dell’hotel), poi vivrà la sua retrocessione come una vera e propria malattia capace di abbruttirgli l’esistenza. Il destino però…
Sono diversi i punti d’interesse messi in campo per L’ultima risata da Murnau, Mayer e dal direttore della fotografia Karl Freund. Oltre all’ottimo lavoro sulle scenografie della città e sulle luci, sono la leggerezza e la mobilità delle immagini a colpire, sembra che ormai la macchina da presa non abbia più vincoli e gabbie e che possa correre libera per trovare quelli che sono, di volta in volta, gli angoli e le inquadrature migliori che permettano a Murnau di raccontare al meglio la sua storia. Questa caratteristica è stata voluta dal regista e realizzata grazie a una camera più leggera di quelle in uso all’epoca e che poteva essere montata su diversi supporti (piccole gru ad esempio) o portata a spalla (tramite un’imbragatura) dall’operatore, anticipando soluzioni come il dolly e la mdp a mano di origine più recente. Inoltre non si risparmiano allo spettatore sequenze più sperimentali e magnificamente realizzate, come quelle dell’obnubilamento da alcol del protagonista, momenti che richiamano più l’impressionismo francese che non l’espressionismo tedesco di cui Murnau era stato maestro. Considerevole anche la scelta di limitare le didascalie al minimo, una all’inizio e un’altra, quasi imposta, nel pre-finale, come a dimostrare un’ormai raggiunta indipendenza delle immagini sul testo scritto, sulla parola, un obiettivo che il cinema di quegli anni perseguiva per confermarsi arte indipendente e affrancarsi dal retaggio della letteratura. E se il kammerspiel voleva crisi nelle vite dei personaggi (e ci sono), attenzione alle loro psicologie e recitazione evocative (anche queste sono presenti), prevedeva usualmente anche un finale tragico o irrisolto, mentre per L’ultima risata il produttore, Erich Pommer, impose un lieto fine, per blandire il pubblico: infatti il film fu un grandissimo successo; Murnau però, in disaccordo con questa scelta, inserisce la didascalia nel pre-finale e aggiusta il tiro in maniera talmente grottesca ed esagerata che il lieto fine imposto perde ogni credibilità, ennesimo tocco personale e zampata di genio che valorizza un’imposizione effettivamente quantomeno fuori luogo.




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