giovedì 5 marzo 2015

BRADI PIT 123

Perché lasciare questi poveri bradipi abbandonati a sè stessi...


Clicca sull'immagine per ingrandire.

Aiutaci a diffondere il verbo del Bradipo linkandolo. Fallo tu perché il Bradipo fa n'caz.

mercoledì 4 marzo 2015

LASCIAMI ENTRARE

(Lat den ratte komma in di Tomas Alfredson, 2008)

Dalla periferia di Stoccolma (anche se il film è stato girato più a nord) arriva un horror atipico e bellissimo, un film a cui sta stretta la reclusione nel genere e che sconfina con grande naturalezza in situazioni ordinarie e universali. Il regista Tomas Alfredson ha la grande abilità di riuscire a portare l'orrore nel quotidiano in maniera molto più naturale della maggior parte dei registi che hanno tentato l'esperimento. Come Van Sant ha mostrato (documentato?) l'esistenza della follia omicida apparentemente banale e inspiegabile con il suo Elephant, allo stesso modo, anche se in maniera diversa, il lavoro di Alfredson riuscirebbe a farci credere all'impossibile se solo alcuni elementi della vicenda non fossero così irrazionali.

Cercherò di argomentare meglio perché non credo che il mio pensiero riportato sopra, colmo di ammirazione, riesca a rendere al meglio l'idea del lavoro compiuto da regista, cast e staff per la realizzazione di questo film. Intanto parlare di horror è davvero riduttivo, il film può considerarsi una storia d'amicizia e amore tra due pre adolescenti (i protagonisti hanno 12 anni) venata da virate orrorifiche rese stranianti proprio dal fatto che protagonisti sono due bambini, almeno uno dei quali conduce una vita pressoché ordinaria. La scelta del regista di non eccedere con il sangue e con le scene truci ma di mantenere un profilo basso sotto questo aspetto è forse la caratteristica che maggiormente rende speciale e riuscito Lasciami entrare poiché tutto sembra riconducibile alla sfera del possibile, tutto sembra assecondare solo una strana devianza della natura, insomma... cose che capitano.

D'altronde il giovane Oskar (Kare Hedebrandt), come tanti altri bambini della sua età, va tutti i giorni a scuola, sopporta stoicamente le prepotenze dei compagni bulli fantasticando in privato di fargliela pagare in maniera violenta, vive con la mamma e porta avanti anche il rapporto con il papà ormai fuoriuscito dal nucleo familiare, frequenta le attività extrascolastiche, partecipa alle gite, etc...

Oskar vive a Blackeberg dove fa freddo, c'è sempre tanta neve, fa buio presto e ogni tanto capita che succeda qualcosa di brutto, ragion per cui anche a scuola si discute con i bambini sui pericoli del mondo esterno. Oskar non ha molti amici, gioca spesso da solo nel cortile davanti al suo palazzo dove sfoga le sue frustrazioni dovute alle prepotenze degli altri bambini, ed è proprio lì, verso sera, che incontra per la prima volta la sua coetanea Eli (Lina Leandersson).


Ad Eli piace uscire la sera, non patisce minimamente il freddo e conduce un'esistenza da reclusa protetta dal suo papà Hakan (Per Ragnar). Lentamente il rapporto tra i due amici si consolida nonostante Eli dimostri di avere qualcosa di particolare e di essere molto diversa dalle altre bambine. Non svelo troppo giusto per i pochi lettori che amano la sorpresa totale e che non sono a conoscenza dell'argomento trattato nel film.

La fotografia dei luoghi, la neve, il senso di paesaggio ovattato contribuiscono a tenere la vicenda straordinaria e a tratti molto, molto dolente sui binari di umanità e comprensione che non fanno mai aprire totalmente la porta verso il fantastico. E questo aspetto è un grande valore aggiunto per questo film.

Non è facile spiegare le sensazioni che si provano guardando Lasciami entrare, se non l'avete ancora fatto guardatelo e poi riuscirete a capire quello che ho qui inutilmente tentato di descrivere.


martedì 3 marzo 2015

BELLE E SEBASTIEN

(Belle et Sébastien di Nicolas Vanier, 2013)

Il regista Nicolas Vanier è un documentarista amante della natura e dei vasti spazi con una predilezione per il freddo nord, passioni queste che traspaiono e caratterizzano in maniera prepotente tutto il film dedicato al cane Belle e al piccolo Sébastien. L'aspetto paesaggistico e lo sguardo sulla bellezza mozzafiato della natura incidono sul film per l'80%, un 15% lo fa il cane e il restante 5% possiamo pure concederlo alla storia che, diciamocelo pure, sembra un mero pretesto per sfoggiare la splendida fotografia e lo splendore delle location.

L'Haute Maurienne e le zone limitrofe site nelle Alpi francesi al confine con le nostrane valli di Lanzo sono le vere protagoniste del lungometraggio. La montagna e di conseguenza la fauna e la flora che la popolano, graziate da riprese sapienti del documentarista, ora a terra, ora aeree, offrono uno spettacolo impagabile di una bellezza unica. In mezzo a tanta meraviglia la storia di un pastore dei Pirenei additato dalla popolazione locale come una sorta di bestia pericolosa sventrapecore e quella del bambino Sébastien (Félix Bossuet), orfano cresciuto dal vecchio César (Tchéky Karyo) in una Francia montana occupata dai nazisti.

La trama più che al cartone animato che si guardava da piccini e del quale non ricordo con precisione nessuna puntata, guarda ai racconti di Cécile Aubry e vede ovviamente in primo piano il rapporto tra il bambino e il cane che lui stesso battezzerà Belle, la piccolissima diffidenza iniziale e la confidenza e la complicità successive. Il tutto si svolge all'epoca della seconda guerra mondiale in una zona frontaliera nella quale alcuni abitanti come il medico Guillaume (Dimitri Storage) si adoperano per far espatriare verso la Svizzera, attraverso insidiosi percorsi montani, persone in pericolo ricercate dai nazisti del Tenente Peter (Andreas Pietschmann), uomo ambiguo con un debole per la bella francese Angelina (Margaux Chatelier).


Come è ovvio il cane Belle si dimostrerà molto diverso dalla bestia temuta dai paesani e si rivelerà un aiuto prezioso un po' per tutti ma soprattutto per il bambino in costante attesa di un improbabile ritorno della figura materna.

In fin dei conti Belle e Sébastien è un buon film per bambini o una valida alternativa a programmi come Alle falde del Kilimangiaro o simili. La visione però non annoia troppo neanche gli adulti proprio per la grande capacità di riempire gli occhi con paesaggi splendidi. Visto il soggetto non troppo originale che punta molto sull'empatia tra bimbo e animale sarebbe potuta andare anche peggio.


lunedì 2 marzo 2015

KOR ONE

Leggere ora questo Kor-One mi mette inevitabilmente un po' di tristezza, la scomparsa recente e prematura di Ade Capone è arrivata come un bruttissimo e violento fulmine a ciel sereno. D'altro canto, pur non avendo mai letto prima d'oggi questa specifica miniserie, viaggiando tra le sue pagine è inevitabile un ritorno ad anni passati, a un tempo più semplice e scandito anche dalle tante piacevoli letture offerte proprio dalle storie scritte da Ade, un tempo legato a un certo stile, alle matite di gente come Giancarlo Olivares, Stefano Raffaele, Alessandro Bocci, Emanuele Barison e altri protagonisti del fumetto italiano di quegli anni. Una scena di cui anche i disegnatori di quest'albo fecero parte: Alessio Fortunato e Roberto De Angelis.

Nonostante la storia sia ambientata in un ipotetico futuro e il suo protagonista sia un androide combattente, la trama rientra in un canovaccio classico della narrativa, in special modo di quella sportiva, una storia di caduta e rinascita molto battuta anche in tanto cinema americano e che allo stesso tempo presenta molti elementi cari al suo scrittore, elementi che si ritrovano in altre sue opere del periodo, Lazarus Ledd in primis ma anche altro.

Intanto l'Australia. La fascinazione verso il nuovissimo continente dove questo Kor-One è ambientato ritorna più volte nell'opera di Capone che già in Lazarus Ledd vedeva il luogo e la cultura degli aborigeni come il centro della realtà stessa modellata dalle vie dei canti degli indigeni che avevano come luogo sacro Uluru, l'Ayers Rock dell'outback australiano. Temi che tornano e si incrociano con un'altra miniserie dello scrittore: Morgan - La sacra ruota.

In questo caso l'Australia è mero scenario dove ambientare la storia di due esistenze sorpassate dal tempo e dal progresso. L'esperto di elettronica giapponese Shinji Ajro è stato reso obsoleto dall'arrivo delle biotecnologie proprio come il droide da combattimento Kor One, una volta grandissimo campione di kick-boxing, è stato rimpiazzato dai bio-androidi più potenti e funzionali sotto ogni punto di vista. Se nel prologo splendidamente realizzato da Alessio Fortunato assistiamo alla caduta del protagonista, nei due capitoli successivi a opera di De Angelis viene messo in scena il tentativo di rivalsa del droide e del suo nuovo padrone che svolge le veci anche di allenatore e programmatore. Due protagonisti che lottano per arrivare in alto avendo contro tutte le probabilità, come si diceva classico plot di riscatto.

Non mancano neanche altri aspetti cari a Ade Capone e alle sue sceneggiature come la tecnologia e il rapporto dell'uomo con essa, l'intelligenza artificiale e la possibilità di una nuova vita grazie a una nuova identità. Tutti questi elementi combinati insieme e l'esperienza di Ade rendono questa storia una lettura molto piacevole nonostante questa viaggi su binari già percorsi e risaputi.

Fortunato, che è sempre stato uno dei miei disegnatori preferiti dello staff Leddiano come di quello di John Doe, si rivela ancora una volta un'ottima matita pur andando a disegnare soltanto una quindicina di pagine del volumetto (prologo). De Angelis svolge un lavoro impeccabile, dettagliatissimo quando serve, ottimo nei notturni e nelle panoramiche, convincente nelle scene dinamiche e in molte espressioni. Indubbiamente la lettura di questo volumetto è stato un gradito tuffo nel passato e un piacevole intrattenimento. La mia speranza è che fosse già tutto pronto per quell'ultima storia di Lazarus Ledd annunciata per il 2015, in modo che tutti noi si possa godere per un'ultima volta del lavoro di Ade alla memoria del quale dedico con profondo affetto e grandissima umiltà questo post e tutti quelli che eventualmente lo riguarderanno in futuro.

sabato 28 febbraio 2015

VISIONI 59 - JILL THOMPSON

Quello di Jill Thompson è un nome parecchio conosciuto nel mercato dei comic book statunitensi, oltre ad aver lavorato su serie storiche della DC Comics come Sandman, Wonder Woman o Invisibles, crea gli albi dedicati alla Strega Madrina, personaggio che nelle fattezze di una giovane donna filiforme e dalla chioma rossa richiama molto il tipo fisico della Thompson stessa.

Le storie della giovane strega, storie rivolte principalmente ai bambini, sono un misto di fumetto e narrazione testuale e raccontano, almeno nel volume edito da Bao Strega Madrina, le avventure della piccola Hanna Marie alle prese con le sue prime feste di Halloween. La bimba, spaventata da mostri e simili ma soprattutto dai ragazzini più grandi di lei, scoprirà un mondo parallelo dove vive una Strega Madrina molto dolce e dove i mostri si rivelano essere molto meno terribili di quel che possano sembrare a una prima occhiata.

Storie per bimbi si diceva ma illustrazioni capaci di incantare chiunque, la nostra fortuna è stata quella di trovare questo bel volume al mercatino dell'usato e portarcelo via come nuovo a pochi centesimi più di un euro (per chi fosse interessato il prezzo di copertina è di 17 euro).

Comunque durante la sua carriera la Thompson è stata vincitrice di ben sei Eisner Awards, due vinti proprio per il suo lavoro su Strega Madrina. Ecco a voi qualche sua illustrazione.





















venerdì 27 febbraio 2015

L'ULTIMA FRONTIERA

(di Claudio Nizzi e Goran Parlov, 1997)

Mentre un po' tutti parlano del nuovo volume dedicato a Tex firmato Serpieri qui si continua a guardare al passato, nello specifico al 1997 anno in cui usciva l'undicesimo Texone, quello con le matite dell'artista croato Goran Parlov. E' un artista giovane quello al quale vengono affidate le matite de L'ultima frontiera, un disegnatore trentenne che in Bonelli si era già fatto notare grazie ai suoi lavori su Nick Raider e che aveva frequentato le lande assolate del west dalle parti del Ken Parker Magazine.

Il sempre fedele Claudio Nizzi decide però di spedire il croato a disegnare tra le terre innevate del Canada tanto care a Jim Brandon e Gros-Jean, coprotagonisti dell'albo, e di far trovare sulla strada di Tex Willer e Kit Carson il peggior demonio uscito dall'inferno, tanto per dirla con le parole di Brandon. Jesus Zane è probabilmente l'antagonista più riuscito fino a questo momento tra quelli presentati sui vari Texoni, un meticcio indiano che potrebbe essere considerato l'incarnazione pura e insensata dell'odio, uno di quei fetenti che non vedresti l'ora di strozzare con le tue mani.

Fisicamente Zane assomiglia molto al Daniel Day Lewis de L'ultimo dei Mohicani, proprio come il Ned Ellis di Magico Vento che casualmente arriva in edicola nello stesso momento in cui vi fa capolino L'ultima frontiera e sul quale più avanti lascerà il suo segno proprio Goran Parlov.


E' in contrasto stridente il candore del paesaggio innevato così  ben descritto da Parlov nella prima parte dell'albo con l'odio abissale del vero protagonista della storia, un uomo che cova profondo rancore verso i bianchi e in particolare verso il suo vecchio amico d'infanzia Nat, colpevole ai suoi occhi di avergli portato via l'amore della bella indiana Sheewa. Quando neanche le giubbe rosse canadesi riescono a mettere il sale sulla coda all'indomito Jesus Zane, a Jim Brandon non resta che chiedere l'aiuto dei suoi due vecchi amici Kit e Tex.

E' un Tex duro e deciso quello che serve per affrontare un avversario come Zane, ed è così che Parlov lo dipinge sulla pagina, un ranger dallo sguardo fiero, dalla mascella forte e marcata, un pezzo d'uomo senza paura e privo d'esitazioni sempre ben piantato in terra, uno che non lo smuovi neanche con un caterpillar. Il tratto di Parlov è bello, netto, pulito e preciso, capace di imprimere sentimenti forti nei personaggi, che siano questi odio e fermezza o sorpresa e paura.

Ancora una volta il lavoro svolto sul Texone si dimostra degno della carica di aspettative che l'appuntamento con questa particolare uscita suscita di volta in volta.


giovedì 26 febbraio 2015

BRADI PIT SPECIAL 5

Tempus fugit.


Clicca sull'immagine per ingrandire.

Aiutaci a diffondere il verbo del Bradipo linkandolo. Fallo tu perché il Bradipo fa n'caz.

mercoledì 25 febbraio 2015

BLOOD SIMPLE - SANGUE FACILE

(Blood simple di Joel Coen, 1984)

Come recita il detto, il buongiorno si vede dal mattino e l'esordio alla regia dei fratelli Coen (Ethan non accreditato) è di quelli fulminanti che non possono lasciare dubbi sul talento dei due fratelli del Minnesota, registi, sceneggiatori, montatori e produttori.

Attorniati da ottimi collaboratori come Barry Sonnenfeld alla fotografia e Carter Burwell alle musiche i due sparano un primo colpo realmente notevole iniziando con l'indagare il lato criminal dilettantesco della provincia americana, scenario ripreso con ancora maggior successo poi con Fargo.

Il mondo è pieno di persone scontente, perché purtroppo nessuno è soddisfatto di quello che ha, può essere infelice anche il Papa, o il Presidente degli Stati Uniti o l'uomo dell'anno, non sempre il potere appaga l'animo umano, perciò io vi dico lamentatevi con i vostri amici, chiedete loro aiuto e vedrete che intorno a voi si farà il vuoto. Dicono che in Russia invece ognuno cerchi di aiutare il prossimo, ma forse è solo una teoria. Comunque qui è molto diverso, qui siamo in Texas dove ogni uomo pensa soltanto a se stesso.

E così, proprio per insoddisfazione, Amy (Frances McDormand) si trova lungo una strada texana, notturna e solitaria, a bordo dell'auto di Ray (John Getz), giovane dipendente di suo marito Marty (Dan Hedaya). L'adulterio e la passione sono inevitabili, e se dal discorso iniziale tra i due si potrebbe fantasticare di un marito direttore d'azienda e un amante dipendente modello, la realtà è un po' più squallida. Marty è proprietario di un locale notturno dove Ray lavora come barista ed è inoltre un uomo sospettoso che non ha totale fiducia nella moglie. Infatti, proprio quella notte, alle costole della coppia improvvisata d'amanti si trova il detective dallo scatto fotografico facile Loren Visser (M. Emmet Walsh). La tresca verrà a galla e per gelosia, avidità, paura e tutta una serie sfortunata di equivoci e incomprensioni tutto andrà a puttane e finirà in tragedia.


La costruzione della vicenda da parte dei Coen è magistrale e calibrata al millimetro, pur mantenendo una narrazione lineare sembra che le azioni di ogni singolo personaggio, finanche quando queste si rivelano disattente e scalcagnate, si incastrino alla perfezione con quelle di tutti gli altri così come ogni stacco e ogni movimento di camera effettuato dai registi sembra andare a impreziosire la narrazione. Tagli di luce, ombre ben segnate in un film con diverse scene buie, accompagnamento sonoro, tutto contribuisce alla perfetta economia di un film che gode di un'ottima tensione emotiva lungo il quale ci si ritrova a chiedersi spesso: "e ora questo qui che farà? E quell'altro?".

Composto da ottimi caratteristi, facce note di cui magari non si conosce il nome (McDormand a parte, almeno al giorno d'oggi, all'epoca chissà...), il cast funziona alla perfezione mettendo in scena il giusto mix di animi umani che serve a chiudere il cerchio di una narrazione encomiabile. L'esordio dei Coen ancora mi mancava, chapeaux.


10 VOLTI (25) - BLACK EDITION

Pronti per la nuova manche di 10 volti? Bene, tornata tematica, in fondo anche Topolino ha avuto la sua Black Edition, potevo non concedermela anche io? Ed eccola qui, siete in grado di indovinare i volti dei personaggi sottostanti, le regole sono le solite, la manche è aperta.

La situazione di classifica è al momento la seguente:

01 La Citata 32 pt.
02 Bradipo 29 pt.
03 Luca Lorenzon 24 pt.
04 Poison 21 pt.
05 Luigi 20 pt.
06 Vincent 17 pt.
07 Babol 13 pt.
08 Urz 13 pt.
09 L'Adri 12 pt.
10 Cannibal Kid 10 pt.
11 Morgana 9 pt.
12 Eddy M. 8 pt.
13 Elle 8 pt.
14 Viktor 6 pt.
15 Frank Manila 5 pt.
16 Michele Borgogni 5 pt.
17 Umberto 4 pt.
18 M4ry 3 pt.
19 Zio Robbo 3 pt.
20 Evil Monkeys 2 pt.
21 Alligatore 2 pt.
22 Miu Mia 2 pt.
23 Beatrix Kiddo 1 pt.
24 Ismaele 1 pt.
25 Brusapa Jon 1 pt.
26 Blackswan 0 pt.
27 El Gae 0 pt.
28 Acalia Fenders 0 pt.

A voi.


1)



2)



3)



4)



5)



6)



7)



8)



9)



10)

lunedì 23 febbraio 2015

L'ORRIBILE VERITA'

(The awful truth di Leo McCarey, 1937)

L'orribile verità, film del 1937 con Cary Grant e Irene Dunne, presenta tutte le principali caratteristiche della screwball comedy tanto in voga all'epoca. C'è la contrapposizione uomo/donna, una storia d'amore che va all'aria per poi, dopo tutti gli equivoci del caso, rientrare nei ranghi, c'è l'umorismo elegante ma anche la gag più fisica e c'è il confronto tra tipologie di persone diverse, in questo caso l'allevatore dell'Oklahoma più rustico e il newyorkese elegante.

Tutti questi elementi sono ben calibrati dall'ottima regia di Leo McCarey e rendono la commedia frizzante, divertente e capace di reggere un gran bel ritmo dall'inizio alla fine. Inoltre l'eleganza di Cary Grant e la sua verve d'attore trovano un'ottima controparte in Irene Dunne che con l'attore inglese va a formare un'accoppiata perfetta.

Il nodo centrale della vicenda è il divorzio tra Jerry Warriner (Cary Grant) e sua moglie Lucy (Irene Dunne) entrambi convinti dell'infedeltà coniugale dell'altro. In particolare Jerry patisce la presenza del maestro di canto di lei, tal Armande Duvall (Alexander D'Arcy) al quale non manca di far arrivare espliciti messaggi d'insofferenza.

Nel tempo che intercorre tra la separazione e il momento in cui il divorzio diverrà effettivo i due hanno tempo per allacciare nuove relazioni e far ingelosire il partner. Lucy inizia a frequentare Dan Leeson (Ralph Bellamy), allevatore dell'Oklahoma dai modi da sempliciotto con tanto di mamma al seguito (Esther Dale), Jerry intreccia una relazione con la ricca Barbara Vance (Molly Lamont), donna di buona famiglia. I due non perderanno occasione per far fallire le nuove liasons dell'altro.

Si ironizza sull'istituzione del matrimonio in maniera garbata, i fili verranno inevitabilmente riallacciati ma non ci si risparmia qualche arguta frecciatina, basti assistere alla telefonata tra Lucy e il suo avvocato che tenta di convincerla che il matrimonio è una cosa buona e giusta.

Divertente, simpatica e di classe, nonostante sia una commedia degli anni '30 con ben ottant'anni sul groppone L'orribile verità si mantiene giovane in maniera invidiabile, Nel nostro excursus nella filmografia di Cary Grant questo è sicuramente uno di quei film davvero ben riusciti.


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...