lunedì 18 giugno 2018

NERO WOLFE APRE LA PORTA AL DELITTO

(A family affair di Rex Stout, 1975)

Ogni tot di tempo, soprattutto con l'avvicinarsi dell'estate, torna a farsi sentire il richiamo del giallo classico, della lettura da ombrellone (nonostante siano secoli che io non veda nemmeno l'ombra di un ombrellone) al quale si cede sempre con una certa facilità. A causa (o per merito) della foga compulsiva che avevo fino a qualche anno fa per quel che riguardava l'acquisto di libri, la nostra libreria è ancora ben fornita di questo tipo di letteratura che in verità ho un po' accantonato nel corso degli anni ma alla quale torno sempre volentieri per qualche excursus più leggero e defatigante. Questa volta la scelta è caduta su uno dei romanzi brevi di Rex Stout, il papà del celebre investigatore Nero Wolfe.

Per chi no lo conoscesse. Nero Wolfe è il più celebre investigatore d'America (almeno nei libri a lui dedicati), uomo dal carattere non facile e dalla stazza spropositata che lo porta ad uscire molto poco dalla sua elegante casa newyorkese, si affida al suo cervello oltremodo fino per risolvere i casi senza muoversi dalla sua poltrona. Amante ed esperto della buona cucina, passione seconda (forse) solo alla sua fissazione per le orchidee di ogni genere, Nero Wolfe si avvale dell'aiuto del segretario/investigatore Archie Goodwin che si occupa di tutto il lavoro di gambe senza mai dimenticare di metterci anche la testa. Il duo forma una coppia ben amalgamata e funzionale che si avvale di quando in quando di altri collaboratori come i fidi Saul Panzer, Fred Durkin e Orrie Cather, una sorta di famiglia allargata di occhi privati. Proprio il titolo originale del romanzo, Un affare di famiglia, tradotto qui da noi come Nero Wolfe apre la porta al delitto, identifica al meglio il tono della vicenda donandole un doppio significato che in traduzione purtroppo si perde.

Una sera alla porta di casa di Nero Wolfe si presenta Pierre Ducos, il miglior cameriere del Rusterman's Restaurant, ristorante amato da Wolfe e del quale in passato lo stesso investigatore fu uno degli amministratori. Vista l'ora tarda il signor Ducos viene accolto da Archie Goodwin al quale il cameriere racconterà alcuni suoi timori, l'uomo teme infatti di essere sotto minaccia e in pericolo di morte per questioni che solo a Wolfe vorrebbe raccontare. Goodwin offre così a Pierre riparo per la notte con la promessa di fissargli un appuntamento per il mattino seguente con Nero Wolfe. Dopo avere accomodato l'ospite per la notte, Goodwin lo lascia solo e, sorpresa sorpresa, l'uomo viene ucciso tramite una piccola bomba proprio in casa del celebre investigatore (che smacco!). Wolfe ovviamente prenderà la cosa molto sul personale, in un colpo solo perde un conoscente e il suo cameriere preferito e, essendo il delitto avvenuto in casa sua, colleziona anche una bella figura da niente. Il vero protagonista della storia è poi Archie Goodwin che si incaricherà del grosso delle indagini, i meccanismi sono conosciuti e ben oliati, Stout scrive di mestiere una vicenda che si lascia apprezzare senza grossi scossoni, una buona lettura di puro intrattenimento per il piacere dell'intrattenimento; in fondo di chi ha ucciso Pierre Ducos non frega nulla a nessuno (almeno non fregava nulla a me), però per passare un po' di tempo senza pensieri libri come questo vanno bene e sono una buona alternativa a Tex Willer. Anche se io continuo a preferire Tex Willer.

Rex Stout

lunedì 11 giugno 2018

TUTTO PER UNA RAGAZZA

(Slam di Nick Hornby, 2007)

Probabilmente Nick Hornby si è sparato tutte le cartucce migliori all'inizio della sua carriera infilando un paio di grandi libri, Febbre a 90 ma soprattutto il bellissimo Alta fedeltà, e almeno un altro molto divertente (Un ragazzo), poi un lento declino con esiti comunque per lo meno dignitosi. In questa seconda fase meno illuminata della carriera dello scrittore inglese si colloca anche questo Tutto per una ragazza, una lettura leggera e veloce che senza troppe pretese offre anche qualche spunto di riflessione su temi e situazioni delicati e importanti.

Sam è un quindicenne londinese, figlio di genitori separati che vive con la madre trentunenne, una giovane donna che ancora ricorda come l'arrivo di un figlio a sedici anni le abbia completamente sconvolto la vita. Ciò nonostante la donna ha un bel rapporto con il figlio, un bravo ragazzo che va bene a scuola e ama in maniera particolare lo skateboard. L'idolo di Sam è Tony Hawk, uno dei più grandi skater del mondo; l'attaccamento del ragazzo al campione è così profondo che Sam chiacchiera regolarmente con il poster di Tony che è appeso in camera sua. La cosa fantastica è che il poster di Tony risponde, dispensando consigli di vita presi di peso dalle pagine della sua autobiografia. In occasione di una festa alla quale Sam viene trascinato proprio da sua madre, il ragazzo incontra Alicia, una ragazza fantastica con la quale da subito instaura una relazione che porterà a conseguenze non proprio facili da gestire.

Certo, i migliori esiti di Nick Hornby sono molto lontani, tutto sommato Tutto per una ragazza si lascia leggere con piacere, lo scrittore sfrutta molto la sua abilità di raccontare storie universali con uno stile fresco e leggero, il tono divertente adottato da Hornby sdrammatizza qualsiasi evento che si voglia considerare pesante o negativo (in realtà grandi drammi nel libro non ci sono), sfrutta un paio di espedienti meno vicini al registro del reale come l'ipotetico viaggio nel tempo o il fatto che il protagonista parli e si confidi con il poster di un campione di skate, andando così a movimentare una vicenda altrimenti molto lineare. Tratteggia le dinamiche dell'adolescenza, dai primi amori, il sesso e soprattutto la gravidanza inaspettata, il problema di diventare madri, padri in un'età in cui ancora non si è donne, non si è uomini. Le responsabilità, i rapporti con le rispettive famiglie ma più di ogni altra cosa la difficoltà nel mantenere vivo un rapporto di coppia che si è creato quasi incidentalmente, sicuramente in anticipo sui tempi e destinato con ogni probabilità a chiudersi, consumarsi e bruciarsi nel giro di breve tempo.

Diverse riflessioni su alcuni aspetti della vita che sono reali e potrebbero capitare a chiunque sono anche interessanti, validi per tutti se messi in prospettiva, il libro comunque rimane parecchio leggerino e fa un poco rimpiangere il Nick Hornby degli esordi di cui quello di Tutto per una ragazza sembra esserne a tutti gli effetti una versione più stanca e sbiadita.

sabato 9 giugno 2018

DARK - STAGIONE 1

La via tedesca alla serialità moderna in fin dei conti non si è rivelata affatto male. Memori degli illustri predecessori che al loro tempo erano quasi appuntamenti immancabili come L'Ispettore Derrick o, per i cinofili, Il commissario Rex e, in giorni più moderni, il ben più tamarro Squadra Speciale Cobra 11, un pochino c'era da aver paura. Non parliamo poi di cose come Il mio amico Charlie o La nostra amica Robbie che nel panorama nostrano (senza scomodare quello internazionale o le eccellenze anglosassoni) potrebbero stare al pari giusto di un Don Matteo. Scopro inoltre anche l'esistenza di una serie con un titolo da applausi, Kebab a colazione, complimenti agli ideatori, che dovrebbe essere una sorta di Cesaroni in salsa kraut. Insomma un panorama non proprio incoraggiante. Ora, scherzi a parte, probabilmente la Germania avrà prodotto anche delle ottime serie, il Berlin Alexanderplatz di Rainer Werner Fassbinder potrebbe esserne un esempio così come l'Heimat di Edgar Reitz (che è più una serie di film), ciò non toglie che i prodotti televisivi tedeschi nell'immaginario italiano non destino proprio gli stessi entusiasmi di un Black Mirror, di un The Walking Dead o di uno Stranger Things qualsiasi. Si sa, i tempi cambiano.

Il Dark di Baran bo Odar e Jantje Friese tiene invece il passo della nuova serialità senza alcun timore riverenziale, rivelandosi assolutamente all'altezza di produzioni ben più blasonate e probabilmente anche molto più ricche. L'idea di base non è nuova e più d'una volta lungo il corso della visione di questi dieci episodi che compongono la prima stagione della serie (e ce ne sarà sicuramente una seconda, probabilmente 8 episodi), si avverte quel senso di déjà vu che può riportare alla mente decine di altri titoli, da Stranger Things a Twin Peaks e non solo, questi paragoni non sono del tutto centrati ma sicuramente comprensibili, per alcuni elementi gli accostamenti si possono accettare. A differenziare Dark dalle serie cugine, definiamole così, c'è sicuramente la provenienza europea, tedesca, che dona alla vicenda narrata e alle immagini una connotazione del tutto peculiare. I toni sono molto cupi, la narrazione è priva di ironia o di qualsivoglia accenno di spettacolarizzazione, anche le immagine restituiscono molto spesso un senso di inquietudine profonda capace di far scattare le molle giuste ed emozionare in maniera significativa. Plauso particolare alla scelta delle musiche, anche queste fondamentali per la buona riuscita della serie, un comparto sonoro che varia dal triste/malinconico al marziale tanto caro ai tedeschi; anche solo l'ascolto dei pezzi in colonna sonora, slegato dalle immagini, crea qualche moto d'apprensione.


L'impianto narrativo è un mix di thriller e fantascienza, una fantascienza molto adesa alla realtà, che non lascia grosse concessioni al fantastico se non per l'assunto che in qualche modo misterioso, nella Terra di Dark, i viaggi nel tempo sono possibili e per effettuarli, purtroppo, non serve nulla di così rassicurante come una vecchia De Lorean. La vicenda si sviluppa su più piani temporali e i personaggi coinvolti non sono pochi. L'unico difetto che si può riscontrare nella serie, a parte il non essere così originale, è la difficoltà che si incontra nel collocare i vari personaggi sia temporalmente (il problema minore) che all'interno delle relazioni tra di loro (già più complesso). Chi è chi? Chi è parente di chi? Quale personaggio è la versione passata/presente/futura di sé stesso? Insomma, raccapezzarsi non sempre è così semplice. Invece la serie funziona molto bene sul piano emotivo, che poi per me è quello che conta, inoltre il cast, nonostante non presenti volti noti, è ben assemblato e anche le scelte degli attori che interpretano uno stesso personaggio nelle varie epoche è curata in maniera lodevole.

Sicuramente derivativa, Dark magari non cambierà il rapporto che avete con le serie tv ma a conti fatta la serie è riuscita davvero bene, nuovi scenari sono pronti per la seconda stagione, molti i nodi da sciogliere sui vari personaggi, ben tratteggiati ma ancora da approfondire. Se i creatori riusciranno a superare l'ostacolo della potenziale ripetizione, Dark potrebbe riservare ancora dei bei momenti. E questo, solo il futuro ce lo potrà confermare.


Noi siamo convinti che il tempo sia qualcosa di lineare, qualcosa che procede in eterno e in maniera del tutto uniforme, qualcosa di infinito. In realtà, la distinzione tra passato, presente e futuro non è niente altro che un’illusione. Ieri oggi e domani non sono momenti che si susseguono e sono uniti in un circolo senza fine. Ogni cosa è collegata.

martedì 29 maggio 2018

SOLO: A STAR WARS STORY

(di Ron Howard, 2018)

L'origin story dedicata al contrabbandiere Han Solo (Alden Ehrenreich) è un classicissimo film studiato per accontentare i fan più tradizionalisti dell'universo di Star Wars e allo stesso tempo per poter intrattenere un po' tutti i tipi di pubblico. In fondo non poteva essere altrimenti data la scelta di Ron Howard dietro la macchina da presa, un regista dallo stampo classico, capace di portare a termine ottimi film in maniera impeccabile ma non proprio uno sperimentatore. Alla fine anche questa volta il caro Richie Cunningham ha fatto un buon lavoro, è anche vero che la prima scelta era caduta sull'accoppiata ben più anarchica formata da Lord & Miller, provenienti dall'animazione e autori dello splendido The Lego Movie, probabilmente avremmo visto una versione del Solo giovane ben più cazzara e imprevedibile, ma sai com'è?, ormai anche Star Wars è un brand di proprietà Disney e quindi la scelta finale non stupisce più di tanto. Ad ogni modo i motivi d'interesse nel film sono più d'uno, alcuni scontati ma ugualmente attesi dal pubblico, come ad esempio il primo incontro tra il protagonista e l'inseparabile Chewbecca (Joonas Suotamo). E poi volevamo perderci il piacere di assistere finalmente, dopo decenni d'attesa, al primo volo di Han sul Millennium Falcon? A quella famosissima partita a carte durante la quale Han vinse il Millennium dal precedente proprietario Lando Calrissian (Donald Glover) e soprattutto all'ormai storico viaggio in cui Han, alla guida del Falcon, percorse la rotta di Kessel in meno di dodici parsec? Si, lo so, è un po' una cosa da nerd, ma siamo a tutti gli effetti nel mito.

Per il resto il film ha una struttura molto lineare, assistiamo alla vita difficile che Han e la sua ragazza Qi'ra (Emilia Clarke, la Daenerys Targaryen del Trono di spade) conducono sul pianeta di Corellia, schiavi della viscida Lady Proxima. Durante un tentativo di fuga i due verranno separati, solo Han riuscirà a fuggire finendo negli anni seguenti a servire nella fanteria dell'Impero ma col fermo proposito di diventare quel pilota di prim'ordine che tutti conosciamo. Durante una delle battaglie della fanteria imperiale Han si imbatterà nel gruppo di contrabbandieri capitanati da Tobias Beckett (Woody Harrelson), l'incontro sarà l'occasione per affrancarsi dal fango della fanteria e volare finalmente verso lo spazio aperto.


Non aspettatevi quindi particolari sorprese, il giovane Han è già il prototipo del suo io adulto: sbruffone, sempre pronto a ficcarsi in qualche casino, attratto dall'illegalità ma col cuore inequivocabilmente al posto giusto. Un eroe romantico disposto a rischiare tutto per salvare la sua bella (e in futuro la sua principessa, come nelle favole), un amico fedele, una figura al 100% positiva, anche quando tenta di mascherarlo. Il suo amore sarà tutto per Qi'ra, il rispetto e l'amicizia per il delinquente Beckett, il lato da buddy movie sottolineato nel rapporto con Chewbe, il suo destino probabilmente già in odore di ribellione. Gli sceneggiatori e Howard inseriscono nel film tutti gli elementi per renderlo cool, uno su tutti lo stilosissimo Lando, interpretato ottimamente da Donald Glover, vedrei bene un film dedicato interamente a questa coppia di nemici/amici. L'aspetto più ironico è ancora una volta affidato a un droide, la socia e copilota di Lando, L3-37, un robot femminista e parecchio deciso. Anche la parte action più spettacolare è ben sviluppata soprattutto grazie alla sequenza della rapina al treno (sembra un western ma non è) che vista in sala ha il suo perché, anche l'aspetto sentimentale è ben presente, peccato l'Emilia Clarke che come attrice non riesce a far gridare al miracolo, manca forse ancora una volta un vero avversario di peso, l'apparizione sul finale di Darth Maul (Ray Park) crea più che altro aspettative per un possibile sequel più che avere rilevanza, mentre il Dryden Vos di Paul Bettany, ottimo attore, non impressiona più di tanto.

Tirando le somme Solo: a Star Wars story è un buon film d'intrattenimento, piacerà ai fan che troveranno diverse cose con cui sollazzarsi, diverte ma sarà ricordato principalmente per tutte quegli episodi che ci si aspettava di vedere, insomma, se il film racconta la storia di uno dei piloti migliori del cosmo, per la sua realizzazione ci si è affidati al pilota automatico, sicuramente meno talentuoso ma comunque in grado di riportarti a casa.

venerdì 25 maggio 2018

ASSASSINIO SULL'ORIENT EXPRESS

(Murder on the Orient Express di Kenneth Branagh, 2017)

Diciamo pure che se dovessi scegliere in fretta e furia cosa guardare in una serata colma d'indecisione, da far passare magari lontano dall'ultima puntata della serie televisiva in heavy rotation negli ultimi giorni, così, solo per staccare un po' e diversificare, difficilmente la mia scelta ricadrebbe su un film diretto da Kenneth Branagh, ma mica per un'avversione particolare nei suoi confronti, più che altro per una sua concezione di Cinema e di temi un poco divergente da quella a me congeniale. È anche vero che ultimamente il regista di Belfast ha un po' abbandonato le sue origini shakespeariane per finire addirittura in casa Marvel (Branagh ha diretto Thor), mettici anche l'affinità che provo per i libri della Christie, un credito gratuito che avevo sulla piattaforma Chili, e alla fine la scelta, perché no?, è caduta proprio su questo Assassinio sull'Orient Express.

Alla fine mi sono pentito? Beh, un pochino sì, perché questa versione del bestseller della Christie è noiosa e i difetti che si percepiscono nel film sono diversi, alcuni dei quali anche discretamente fastidiosi. Intanto l'interpretazione di Hercule Poirot data dallo stesso Branagh risulta esageratamente sopra le righe, l'investigatore belga è sicuramente un personaggio poco simpatico ma qui le sue fissazioni e il suo protagonismo sfiorano la demenza, sottolineata in un prologo del tutto superfluo dai toni della farsa. Detto che proprio il protagonista principale risulta sbagliato e poco convincente, potremmo anche chiuderla qui. Andiamo invece oltre. Cast di lusso completamente sprecato (o quasi): a parte Branagh abbiamo Johnny Depp (che ormai è da anni che detesto con garbo per le sue scelte dei copioni e delle parti da interpretare), il grande Willem Dafoe enormemente sottoutilizzato (l'avranno pagato molto), Penelope Cruz, la colonna Judi Dench, l'ottima Michelle Pfeiffer (e complimenti perché sembra una che ha deciso di non abusare di chili e chili di plastica sul viso), Daisy Ridley da Star Wars e altri volti ancora. Tanti grandi nomi ma nessuna parte tagliata a misura sull'attore, nulla che faccia emergere le qualità recitative di cui quasi tutti loro sono dotati; per rimanere in un campo che Branagh ama molto mi verrebbe da dire: "molto rumore per nulla".


Patinate e molto posticce diverse inquadratura e sequenze, Branagh è anche abile con la macchina da presa, sa come posizionarla, ma l'effetto che viene fuori dall'insieme di scenografie, regia e fotografia risulta troppo artefatto e finto; si perde inoltre molto del fascino dell'ambientazione originaria, quella del delitto nello spazio chiuso del treno, qui invece l'attenzione si sposta spesso sull'esterno, sui bei paesaggi innevati andando a svilire quell'idea di prigione forzata data dal vagone sul quale viene commesso il delitto, elemento di un Orient Express bloccato nella neve a causa di un incidente.

L'incedere preciso degli eventi, la scoperta degli indizi, i sospetti, sono tutti topoi che hanno fatto grande il genere ma che qui non avvincono, questo sì un vero delitto per un film dal classico impianto giallo, tenendo conto poi che la storia narrata è già nota a gran parte del pubblico il problema si ingigantisce ancora. La chiusa del film lascia presagire un sequel ispirato al romanzo Assassinio sul Nilo, inutile dire che al momento non sto trattenendo il fiato nell'attesa.

domenica 20 maggio 2018

IL GATTOPARDO

(di Luchino Visconti, 1963)

Il film di Luchino Visconti tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è un prezioso documento storico, testimonianza di uno dei periodi di passaggio che hanno segnato la Storia del nostro Paese, nella fattispecie quello che vede il declino dell'aristocrazia a favore di una più aggressiva borghesia arricchita in seguito ai moti Garibaldini e all'annessione della Sicilia al Regno Sabaudo: siamo a un passo dall'unità d'Italia. Il Gattopardo è stato unanimemente riconosciuto dalla critica come uno dei film più importanti del Cinema italiano, opera da conservare e film apprezzato anche nel panorama internazionale, fatto sottolineato dalla vittoria della Palma d'oro al Festival di Cannes edizione 1963. D'altronde le firme dietro all'opera sono prestigiose: Visconti aveva all'attivo già film importanti come Bellissima, Senso e soprattutto il capolavoro sulla questione meridionale Rocco e i suoi fratelli (a mio modesto parere anche superiore a Il gattopardo), alla sceneggiatura hanno lavorato nomi come Suso Cecchi d'Amico e Pasquale Festa Campanile e le musiche sono firmate da Nino Rota. Ma forse a colpire più di ogni altra cosa sono le scenografie curate dal meno noto Mario Garbuglia, di uno sfarzo e di una ricercatezza davvero pregevoli, ma su questo ci torniamo più avanti, quando sarà il momento di partecipare al ballo.


Siamo nel 1860. I mille sbarcano in Sicilia, la situazione politica è in rapido mutamento, crolla il mondo dell'aristocrazia a discapito della nuova borghesia, dei proprietari terrieri, spesso ricchi e incolti, il Principe Fabrizio di Salina (Burt Lancaster) assiste con rassegnazione alla fine di un'epoca, il suo amato nipote Tancredi (Alain Delon) si unirà ai nuovi movimenti rivoluzionari, è per lui necessario "cambiare tutto perché niente cambi", necessario per mantenere i privilegi ai quali la famiglia è abituata da sempre, è necessario unirsi al nuovo che avanza per rimanere sulla cresta dell'onda e avere parte al nuovo assetto che deciderà il futuro del Paese. Ma è evidente fin da subito come la futura classe dirigente, qui rappresentata dal Sindaco Don Calogero (Paolo Stoppa), futuro suocero di Tancredi, sia corrotta e materiale, l'onore, la nobiltà anche dei gesti, la forma, vengono messe da parte, screditate in nome dell'interesse. In tutto questo, nel passaggio da una vita da nobili alla rivoluzione garibaldina, e poi da questa alle fila dell'esercito dei Savoia e al futuro Regno italiano, è inevitabile che il sentimento principe sia per chi si vede ormai sul viale del tramonto, la nostalgia. È con grande malinconia che Fabrizio di Salina vede il dissolversi di un'era, uomo che si vede ormai sorpassato, dalla società ma anche dalla vita, diventa così emblematico lo scambio di battute con la bellissima e giovane futura sposa del nipote Tancredi, interpretata da una sensualissima Claudia Cardinale. Anche dal punto di vista dei sentimenti, delle emozioni, nonostante le attenzioni della giovane, il Principe acquista consapevolezza, sa di dover cedere le armi, il suo tempo è giunto, la fine è vicina, nonostante la maestria di Visconti permetta al regista di non mostrarci la morte del protagonista, tutto è chiaro, la morte che nel libro viene descritta e che nel film ci viene mostrata a livello metaforico, è indubbiamente ineluttabile.


Come spesso usava nel Cinema di una volta, una vicenda tutta siciliana viene messa in scena da un cast di stelle internazionali. Il protagonista è interpretato dall'americano Burt Lancaster doppiato dalla bella voce di Corrado Gaipa, il nipote prediletto è il francese Alain Delon, grandissima stella già con Visconti (vero nobile ma d'origine lombarda) nel capolavoro Rocco e i suoi fratelli, la stessa Cardinale, emblema della Sicilia, è tunisina di seconda generazione e solo d'origine italiana, il Conte Cavriaghi, amico di Tancredi, è interpretato da Mario Girotti (in arte poi Terence Hill), veneziano e unico interprete al quale è stato affibbiato un doppiaggio un poco discutibile, nel cast compaiono anche dei giovani Giuliano Gemma e Ottavia Piccolo. Una ciurma eterogenea che però agli ordini del capitano Visconti risulta affiatata e in grado di dare corpo coeso a una narrazione per molti oltremodo lunga e sfilacciata. Pensiamo che la sola scena del ballo finale occupa circa un terzo della durata dell'intero film che lambisce le tre ore, eppure, ciò nonostante, si rivela essere anche la più riuscita e coinvolgente dell'intera pellicola. È qui che viene fuori la sontuosità delle scenografie, quell'attenzione al dettaglio, alla messa in scena e al decorativismo che era stata imputata al regista in riferimento ad altre sue opere precedenti, è un'attenzione che riempie gli occhi: gli arredi di palazzo, i costumi, i vestiti delle dame, le alte uniformi, i drappeggi, l'illuminazione dei luoghi, gli ambienti, finanche i movimenti dettati dai vari balli restituiscono l'impianto di un altro mondo, un mondo che oggi visitiamo per lo più al Cinema o in qualche vecchio palazzo reale adibito a museo. All'interno della lunga sequenza del ballo si sviluppa la scena che personalmente ho più apprezzato: Fabrizio di Salina contempla un quadro a tema e riflette sulla morte che quasi sente inevitabile, spiazza un poco il nipote Tancredi e la bella Angelica; la giovane adula il Principe, gli chiede di ballare, la situazione ha un pizzico di sensualità in più di quel che ci si potrebbe aspettare dal contesto, il Principe rifiuta la mazurka ma accetta un valzer, il nipote mostra del disagio, la fronte imperlata di sudore. Dopo uno splendido giro di valzer, l'occhio del Principe si attarda qualche secondo di troppo sulla fanciulla che si allontana in compagnia di Tancredi. La gioventù è andata da tempo, un'epoca è finita, anche lo stomaco non è più quello di una volta, cosa resta al Principe per potersi ancora beare della vita?

Se Il gattopardo è riconosciuto unanimemente come capolavoro per la preziosa documentazione storica di un mondo ormai scomparso, ancora una volta è il lato più umano e intimo ad assurgere ai più alti livelli d'interesse, sul finale più che a una classe in via d'estinzione, in fondo, è solo al Principe che si guarda.

mercoledì 16 maggio 2018

AVENGERS: INFINITY WAR

(di Anthony e Joe Russo, 2018)

"Tutto è collegato", recitava qualche anno fa lo slogan di una delle tante iniziative Marvel legate alle sue pubblicazioni a fumetti. Ora sembra che quel "tutto è collegato", che all'epoca aveva un che di misterioso e minaccioso, si possa ben adattare anche all'universo cinematografico della casa editrice, facendo però riferimento non a qualche evento tutto da svelare ma più semplicemente alla tanto amata/odiata continuity1croce e delizia di innumerevoli appassionati di comics americani. Ciò può essere spiazzante, e chiarisco subito. I primi due film dedicati a Thor mi hanno annoiato parecchio, di conseguenza non sono andato a vedere Thor: Ragnarok al cinema. Nella prima sequenza di Infinity War trovo un Thor con un solo occhio, Hulk e Thanos che se le danno di santa ragione e non colgo l'antefatto, probabilmente qualcosa che mi sono perso su Thor: Ragnarok ha dato il via al tutto, ho anche pensato per un millisecondo che il film fosse partito a cazzo per un problema tecnico, insomma, non mi aspettavo un collegamento di questo tipo e trovo che per il mezzo Cinema una scelta del genere sia un poco penalizzante.

Dopo un inizio vagamente spiazzante, si entra pian piano nella vicenda narrata in Infinity War, film che presenta un'idea di base ben scelta tra l'infinito materiale a disposizione negli archivi Marvel e che permette di dare ad alcune sequenze un tono molto epico, sottolineato poi dalla presenza di un villain di grande caratura, cosa che a molti altri film manca (vedi in casa DC ad esempio), parte qui affidata al Thanos di Josh Brolin. Di contro c'è da dire che una sceneggiatura del genere probabilmente anche mia figlia sarebbe riuscita quantomeno a imbastirla in un paio di orette, questo se solo non avesse avuto da studiare Storia dell'arte, materia che non le va giù tanto. Se in Marvel aveste bisogno per la seconda parte, chiamate quando mia figlia ha da fare inglese, di solito fa in fretta e un paio d'ore ve le può dedicare.


Detto ciò, il film è comunque ben realizzato e si rivela divertente, grazie soprattutto all'enorme quantità di personaggi coinvolti, alla regia ci sono i fratelli Russo che hanno già dimostrato di saper rendere al meglio le sequenze più dinamiche e tutte le scene action e di scontri tra supereroi, tutte cose delle quali lo spettatore di Infinity War può farsi una scorpacciata fino ad arrivare quasi all'indigestione. Lo spazio dedicato alle botte però inizia forse ad essere veramente troppo, non ci si aspetta che i cinecomics della Marvel siano Heimat, per carità, ma l'idea di porre un po' di attenzione in più a trama e sviluppo dei personaggi non sarebbe proprio da buttare nel cesso. Se poi le botte piacciono molto, allora tutto è magnifico, tutto è ben girato, effetti speciali all'altezza, non si esce certo dalla sala delusi. Infinity War è l'equivalente di uno degli ormai periodici mega eventi pubblicati dalla Marvel, se piacciono piacerà anche Infinity War, per chi preferisce invece leggere una serie scritta per benino l'equivalente potrebbe essere più il Daredevil di Netflix. Ora con tutti questi appunti potrebbe sembrare che il film non mi sia piaciuto, invece non è vero, il film è divertente e presenta anche alcuni passaggi un po' più seri e tristerelli, e non mi riferisco alla cenere svolazzante ovunque sul finale che tanto quella la rimetteranno a posto nel prossimo film, non l'avete mai letta una serie Marvel?


Gli aspetti più positivi sono legati proprio a Thanos, personaggio realmente impressionante, una sorta di Titano convinto che la prosperità dell'universo si possa garantire soltanto decimandone la popolazione e accrescendo quindi le risorse pro capite, un fottuto economista con un grugno da paura che però ha dei momenti davvero interessanti legati soprattutto al suo rapporto con la figlia adottiva Gamora (Zoe Saldana), membro dei Guardiani della Galassia. L'altro aspetto positivo, oltre al giusto mix tra azione e ironia ormai consolidato in casa Marvel, è il totale sdoganamento di personaggi nati sulle pagine a fumetti poco dopo la metà del secolo scorso nei confronti del grande pubblico; fino a qualche anno fa sembrava impensabile che si potessero portare all'attenzione delle masse un Pantera Nera, un Ant-Man e forse anche solo un Thor. Ora questi eroi in pigiama li conoscono tutti e noi fan di vecchia data possiamo fare un po' meno la figura dei coglioni.



1: La continuity è quell'elemento importantissimo nei fumetti Marvel, o più genericamente in quelli ambientati in un universo condiviso, per cui ogni evento che accade in una serie può essere collegato e influenzare quelli narrati in altre serie della stessa casa editrice. Tipo: se Spider-Man schiatta in un suo albo, sarà morto anche tra le pagine dei fumetti dedicati ai Vendicatori.

venerdì 11 maggio 2018

PERFIDIA

(di James Ellroy, 2014)

Si può parlare di perdita dell'innocenza per un Paese che l'innocenza l'ha persa già molto tempo addietro e che forse non l'ha mai avuta fin dai tempi della sua fondazione? Forse no; si può però sottolineare come quell'innocenza venga ancora e ancora stuprata, calpestata, affogata nel sangue e nella violenza da tutta una serie di interessi, pulsioni, ossessioni capaci di cambiare finanche il corso alla Storia. E a rovistare nel marciume della Storia non c'è nessuno più bravo di James Ellroy che con Perfidia (per la gioia di tutti i fan) inaugura una nuova tetralogia dedicata a Los Angeles spostando il focus sul dicembre del 1941, nei giorni che vedono l'attacco dell'aviazione giapponese alla base navale di Pearl Harbor.

La Storia, quella americana principalmente, è stata già indagata a fondo dall'autore losangelino; nella prima tetralogia di Los Angeles Ellroy ci presenta una visione nerissima della città in una serie di eventi che coprono gli anni dal '46 al '58, lo fa tra le pagine di quattro dei suoi romanzi più celebri: Dalia Nera, Il grande nulla, L. A. Confidential e White Jazz. Negli anni successivi, con la U.S.A. Underworld Trilogy, Ellroy allarga lo sguardo alle vicende dell'America intera grazie a tre romanzi monumentali uno più bello dell'altro (American Tabloid, Sei pezzi da mille e Il sangue è randagio) andando a esplorare gli anni che vanno dal 1958 al 1972.

Con Perfidia si torna tra le strade di L.A. e a quello che ormai si può definire l'Universo condiviso dei libri di Ellroy. È un salto nel passato che riporta moltissimi dei personaggi che i fan dello scrittore hanno imparato ad amare/odiare nelle pagine dei suoi molti romanzi precedenti, a una relativa gioventù, a un'epoca in cui i vari Scotty Bennett, Lee Blanchard, Bucky Bleichert, Mike Breuning, Fred Hiltz, Ward J. Little, Buzz Meeks, William H. Parker e soprattutto Dudley Smith (più tantissimi altri) sgomitavano per diventare quello che saranno (sono stati) negli anni a venire. Per apprezzare al meglio il mosaico infinito che lo scrittore continua a cesellare libro dopo libro, anno dopo anno, bisognerebbe rileggere di continuo i vari capitoli di questa immensa storia, impresa proibitiva vista la mole di pagine spropositata prodotta da Ellroy nel corso dei decenni.

Come già accade in altri scritti dell'autore, anche in Perfidia si muove tutto in un gioco di convergenze, confluenze e commistioni. I progetti, gli affari, spesso sporchissimi, di una moltitudine di personaggi vanno a creare l'impalcatura di una vicenda corale che muove i suoi passi sullo sfondo degli eventi storici e che vede incrociare le strade dei soliti noti inventati di sana pianta da Ellroy con le vicende di personaggi realmente esistiti, dalla star Bette Davis, al futuro capo della polizia William Parker, dal compositore Leonard Bernstein al gangster Mickey Cohen e via di questo passo. Le quasi 900 pagine di Perfidia sono condensate in un arco temporale ridottissimo, la vicenda narrata si dipana tra il 5 di dicembre del 1941 e il 29 di dicembre dello stesso anno, una manciata di giorni durante i quali cambieranno i destini di molti uomini e di molte donne e che vedranno il quasi totale rovescio di una delle comunità più integrate della regione Californiana: quella degli immigrati giapponesi in America.

La guerra cambia i destini, rovescia le percezioni, scardina la morale, estremizza gli idealismi, normalizza la menzogna. La guerra mette in moto una serie di eventi e di turpitudini nei quali verranno coinvolti tutti i numerosi protagonisti del romanzo. Hideo Ashida lavora nella sezione scientifica del Dipartimento di Polizia di Los Angeles (L.A.P.D.), è un dottore brillante, curioso, che si troverà ad avere il colore e i tratti somatici sbagliati in una nazione che è appena stata bombardata dai caccia Zero giapponesi. Kay Lake è una bella rossa che vivrà i giorni più intensi della sua esistenza grazie alla guerra, tenterà di infiltrarsi in una cellula della Quinta Colonna per minarne le attività, più per curiosità e voglia di vita che non per ideologia, le pagine del suo diario ci accompagneranno tra i giorni di quel dicembre e tra i corpi dei suoi tanti uomini. William H. Parker è uno dei potenziali candidati al posto di futuro capo dell' L.A.P.D., ambiguo cattolico, fervente praticante dotato di una morale rigida ma incline allo stesso tempo al compromesso, capitola davanti all'alcool e alle rosse. Dudley Smith è il prototipo dello sbirro opportunista, violento, con un codice morale tutto suo ma ben presente, irlandese dai mezzi spicci e dalla testa fina. In questi quattro personaggi si può individuare il motore di tutte le vicende che attrarranno a loro tutta una serie di altri protagonisti, più o meno noti ai fan di Ellroy e alla Storia.

Ellroy ci mostra con estrema lucidità come per chi sa approfittarne, anche con mezzi poco leciti, la guerra non sia altro che un'opportunità, un'onda da cavalcare solo per venirne fuori rinforzati, arricchiti, magari sentimentalmente e moralmente feriti, con la consapevolezza che a tutto, proprio a tutto, si fa il callo. È un lunghissimo viaggio Perfidia, da percorrere sulle note dell'omonima canzone di Glenn Miller, un viaggio tra le strade oscurate di una Los Angeles dalla quale tutti quanti usciranno cambiati, tutti i protagonisti del romanzo, ognuno a suo modo, concorreranno alla scrittura di una delle pagine più nere della Storia interna agli Stati Uniti d'America.

domenica 6 maggio 2018

MINUTI CONTATI

(Nick of time di John Badham, 1995)

Questo action thriller, se così vogliamo definirlo, di metà anni 90 con protagonista un Johnny Depp poco più che trentenne, sembra catapultarci indietro di almeno dieci anni, il film di Badham sfoggia infatti più un'estetica anni 80, ripulita e precisa, senza però essere muscolare come i più celebri action del decennio precedente. Il protagonista è un innocuo commercialista, fisicamente normodotato e dal faccino pulitino, un padre affettuoso che si trova in viaggio con la figlioletta verso Los Angeles. Gene Watson (Johnny Depp), questo il nome del commercialista, giunto alla Union Station di Los Angeles viene avvicinato da una coppia di quelli che sembrano agenti federali, un lui (Christopher Walken) e una lei (Roma Maffia) che presto si riveleranno essere ben altro. Con l'inganno i due riescono a far salire padre e figlia sulla loro auto, da quel momento per il mite signor Watson inizierà un vero e proprio incubo, i due gli daranno circa un'ora e mezza di tempo per uccidere una donna a lui sconosciuta, minacciandolo di ammazzargli la figlia in caso di fallimento: una pistola, una busta con la foto della donna, un nome. Ad aumentare il senso di irrealtà di tutta la maledetta situazione arriva la scoperta che il bersaglio di Watson è niente meno che il Governatore dello Stato Eleanor Grant (Marsha Mason), ovviamente sorvegliatissima.

Minuti contati è un miscuglio di elementi ben riusciti con altri indovinati decisamente meno. Apprezzabile la sequenza dei titoli di testa che accarezza il profilo e la meccanica di una pistola, oggetto fondamentale nel film, e che si muove fino a sfumare sull'orologio della Union Station dove prende il via la vicenda. Altro aspetto che personalmente mi ha colpito piacevolmente è proprio la regia di Badham, sempre parecchio dinamica, diretta, vivace anche nelle sequenze più ordinarie, il regista comunica l'impressione continua del movimento, dell'azione, scelta che in un film di genere non può che essere positiva; ci sono il movimento dei corpi, quello delle comparse, quello della camera a rendere tutto il contesto molto vivo. Anche i piani ravvicinati sui volti, molto stretti, con passaggi veloci tra i vari protagonisti, contribuiscono a tenere alto il ritmo di una vicenda che viene ricordata più che altro per il suo svolgersi in tempo reale. Minuti contati sviluppa infatti la sua storia nell'arco di un'ora e mezza, il tempo di durata del film, durante la quale seguiamo costantemente il protagonista nei suoi spostamenti, tutti questi elementi donano alla costruzione del film un certo fascino.


Di contro il difetto più grosso della pellicola è la scarsa credibilità dello sviluppo, le azioni che compie/non compie il protagonista hanno tutto il sapore e l'odore dell'implausibilità. Ogni qual volta Watson tenti di cercare aiuto, di svicolare, di contattare qualcuno, si trova un bastardissimo Christopher Walken alle calcagna che non si capisce per quale ragione non abbia trovato il modo di risolversi la questione da solo, il versante complottistico poi è a livelli davvero esagerati, senza parlare del finale in cui la situazione si risolve in maniera comico rocambolesca.

Tutto sommato Minuti contati poi lo si guarda anche con piacere, non dura molto, ti dà l'occasione di ammirare Christopher Walken più che lo spaesato Johnny Depp, ha anche un buon ritmo ma alla fine non ti lascia granché. Sembra proprio il classico prodotto al quale puoi buttare un occhio mentre stai mangiando la pizza a casa, il sabato sera, sintonizzato sulla prima serata di Italia 1. Poi, come dicevo sopra, dentro qualche bella trovata c'è, sinceramente mi aspettavo qualcosa di meglio.

lunedì 30 aprile 2018

TEMPESTA SU WASHINGTON

(Advice & consent di Otto Preminger, 1962)

La prima metà degli anni 50 fu caratterizzata negli Stati Uniti da quella che viene abitualmente definita la "caccia alle streghe" del Senatore McCarthy, personalità molto in vista in quel periodo che riuscì a incrementare ed esasperare il clima di sospetto che serpeggiava in diversi ambiti della vita pubblica in America, a partire da quello politico e quello del mondo dello spettacolo. Chiunque fosse in odore di comunismo o anche solo sospettato di simpatizzare per i rossi veniva perseguito e spesso messo da parte, cosa che provocò la castrazione di molte promettenti carriere soprattutto artistiche. A corollario fenomeni deprecabili come quello legato ai delatori e agli espatrii forzati che alcune personalità di spicco si auto inflissero per poter continuare a portare avanti le loro attività.

È proprio in quel clima da caccia al rosso che si muove Tempesta su Washington, film girato da Otto Preminger circa un decennio dopo le scorrerie del Sen. McCarthy e basato sul libro Advice & Consent di Allen Drury. Siamo nell'ambito della politica, alla morte del Segretario di Stato il Presidente degli Stati Uniti (Franchot Tone) propone come successore Robert Leffingwell (Henry Fonda), uomo colto e di vedute moderne malvisto però da una parte del Senato statunitense proprio perché sospettato di avere simpatie e aperture verso quello che viene considerato il nemico numero uno di quegli anni: la Grande Madre Russia. Alcuni sostenitori del Presidente, con a capo il Senatore Munson (Walter Pidgeon) cercano di capire su quanti voti al Senato Leffingwell possa contare, temendo soprattutto lo spauracchio dell'influente Senatore anziano Colby (Charles Laughton) che nei confronti del candidato cova anche qualche vecchia ruggine personale. Per sondare il terreno viene costituita una sottocommissione d'inchiesta presieduta dal Senatore Anderson (Don Murray), in principio favorevole alla candidatura, tramite la quale si cercherà di accertare le voci che legano Leffingwell a simpatizzanti comunisti. Con il trascorrere dei giorni il dibattimento si caricherà di tensione, ci saranno alcune sorprese e si ricorrerà alla tanto usata in politica macchina del fango per fare leva sulle posizioni di alcuni senatori che potrebbero far cambiare verso all'ago della bilancia.


Tempesta su Washington ci mostra con grande dovizia di particolari come funziona la macchina della politica americana, tra alleanze, mosse, contromosse, rivalità e influenze, e scende nel dettaglio sulle procedure che il sistema politico segue nello specifico nel caso presentato dal film, la conferma della nomina a Segretario di Stato. L'impressione è quella di entrare nei palazzi della politica, la vicenda assume poi toni quasi da procedurale legale con i vari dibattimenti in aula, le testimonianze e in questo aiuta la presenza del veterano Charles Laughton, già protagonista dello splendido Testimone d'accusa di Billy Wilder. Interessante e ben calibrato il succedersi di rivelazioni e nuovi scenari che metteranno in discussione la probità di Leffingwell, così come spunti di riflessione nascono dalle accuse mosse al Presidente della sottocommissione Anderson per intorbidire le acque e spostare  voti, passa in scena la sporcizia di una politica senza scrupoli che non guarda in faccia a nessuno, pronta a calpestare figure politiche e uomini incurante del prezzo che alcuni di questi dovranno pagare.

Nel complesso il film risulta però più interessante che realmente appassionante, se si può contare su ottime prove d'attori e un bel contesto storico/politico, non si può negare come Tempesta su Washington risulti oggi troppo verboso, un po' troppo datato e penalizzato anche dalla durata non brevissima (140 minuti circa). Per chi ama il Cinema di qualche decennio fa non mancherà la possibilità di appassionarsi all'argomento e alla costruzione molto addentro alle dinamiche della politica U.S.A., i cali di ritmo rischiano però di inficiare non poco il giudizio complessivo che si può avere su un film del genere che comunque i suoi meriti li ha tutti, purtroppo quando si fatica un po' ad arrivare alla fine di un film questi meriti passano in secondo piano schiacciati da una tenitura mal bilanciata. Peccato.

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