giovedì 5 maggio 2016

IL PROFETA HUALPAI

(di Claudio Nizzi e Corrado Mastantuono, 2007)

Ormai rassegnati a vedere sul Texone per lo più artisti italiani, spesso scelti direttamente in casa Bonelli, evitiamo di pensare ai grossi nomi internazionali e godiamoci i nostri talenti sempre in grado di confezionare questi balenotteri in salsa western con il massimo dell'impegno e con una bella dose di talento.

Nel 2007 la scelta cade sul romano Corrado Mastantuono, già messosi in luce sulle pagine di Nick Rider e Magico Vento. La vera novità è che l'artista di turno è più noto per aver prestato le sue matite alla causa di Topolino & Company in casa Disney Italia che non per i suoi lavori per Bonelli. Il passaggio di Mastantuono dal fumetto umoristico a quello d'avventura è indolore e perfettamente riuscito, le tavole de Il profeta Hualpai riconoscono al disegnatore una versatilità invidiabile. Ancora una volta la sceneggiatura di Nizzi regala al pubblico del ranger una bella storia, solida, coinvolgente e scorrevole, insomma Nizzi è uno di quegli sceneggiatori di grandissima professionalità che se non ci fosse bisognerebbe un po' inventarselo.

La questione indiana è giunta al dunque. Le giacche blu e gli ultimi Apaches Chiricauhas sono ai ferri corti, il morale dei pellerossa ormai quasi totalmente sconfitti è tenuto alto dal profeta Manitary convinto di poter riunire tutte le tribù del popolo rosso per contrastare e sconfiggere l'esercito Nordamericano. Forte della voce del grande spirito, il profeta riesce a costruirsi un seguito nutrito e fedele. Sarà compito di Tex Willer e dei suoi tre pards arginare l'offensiva indiana anche nell'interesse degli stessi nativi americani, altrimenti destinati a una cocente sconfitta.

Già dalle prime tavole l'abilità di Mastantuono si fa notare in una bella sequenza che unisce il piano reale (Manitary) a quello onirico (lo spirito Orso) e si conferma di alto livello nelle tavole successive che introducono i nostri protagonisti e gli splendidi panorami delle Hualapai Mountains. Il Tex di Mastantuono è massiccio e vigoroso ma scattante come un fulmine allo stesso tempo, le vignette godono di una carica dinamica di prim'ordine che non mi dispiacerebbe veder riportata tra le pagine di qualche comics americano.

Che poi, alla fine, se le prove dei nostri disegnatori sono queste, non c'è neanche motivo di andare a scomodare troppe celebrità internazionali, forse questo Bonelli l'aveva capito, se la star per il Texone non si trovava fuori, in fondo bastava dare un'occhiata in casa nostra.


mercoledì 4 maggio 2016

A-Z: ANTHRAX - AMONG THE LIVING

Probabilmente è proprio così, citando il buon vecchio Danny Glover posso ormai affermare che "sono troppo vecchio per queste stronzate!". Per quanto album come questo Among the living, reputato tra l'altro da molti il miglior lavoro degli Anthrax, possano aver avuto un valore assoluto in un dato periodo e per un dato movimento o genere musicale, io adesso come adesso non riesco più ad ascoltarli con una briciola di interesse, eccezion fatta per quelli che sono stati i miei ascolti più assidui dell'epoca, fenomeno ovviamente dettato da nostalgia e vissuto personale. L'album preso così e riascoltato ora come ora... mah! Cose che in qualche modo non mi appartengono più. Bisogna prenderne atto, nessuno ringiovanisce, né io, né gli Anthrax, né il loro sound datato 1987.

Ammetto che per me il gruppo newyorkese è sempre stato un ascolto saltuario e secondario anche per quel poco di passione metal che mi colse in più giovane età, nonostante venissero indicati come i mammasantissima dello speed/trash insieme a Metallica, Slayer e Megadeth a me non hanno mai convinto più di tanto, gli preferivo anche i Testament per dirne una (sempre inquadrando il tutto nell'ottica di ascolti comunque sporadici e poco assidui).

L'album contiene tutti gli elementi per fare la gioia di orecchie alla ricerca di furia trash, dagli intro inquietanti alle ritmiche più pese, dalle galoppate buone per l'headbanging spezzacollo alla doppia cassa sbatacchiata con precisione da piedi instancabili. Qua e là spiccano delle buone armonizzazioni tra gli strumenti e diversi passaggi dotati di energia coinvolgente. Eppure, ora come ora, mi sembra che nessun brano catturi in particolare l'attenzione e si elevi sopra la media (dell'album e del genere) tranne forse per Indians che magari a fine post ci ascoltiamo.

Spesso anche le liriche, pur nascendo da spunti interessanti o quantomeno sfiziosi, si perdono nella banalità e in costruzioni di testo incerte, in più il cantato dell'osannato (dai fan più che altro) Belladonna non mi sembra niente di eccezionale. Ma ripeto, sono io che sono troppo vecchio per queste stronzate. Se cercate il trash qui ne troverete a pacchi.

La cosa più interessante dell'album è la continua ricerca di spunti e la stesura di omaggi a vari personaggi, reali e non, provenienti dalla cultura pop, probabilmente amata da diversi dei componenti della band. Il pezzo d'apertura e che dà il titolo all'album è ispirato al personaggio di Randall Flagg, protagonista negativo de L'ombra dello scorpione di Stephen King (in rete si asserisce anche come il personaggio venga citato nel brano, cosa che a me invece non risulta) mentre sulla copertina del disco compare il reverendo Kane dal film Poltergeist II. Omaggio al celebre (almeno in Inghilterra più che da noi) Giudice Dredd è il brano I am the law che racconta le peripezie del personaggio tratto dai fumetti presentati sulla rivista 2000 AD mentre Efilnikufesin (leggetelo al contrario) è stata scritta con cordoglio per ricordare il bassista dei Metallica, Cliff Burton, perito in un incidente mortale. Ancora Stephen King come fonte di ispirazione per il pezzo Skeleton in the closet (dal racconto Un ragazzo sveglio dalla raccolta Stagioni diverse).

Deve piacere, però se avete bisogno di darvi una svegliata...



Among the living, 1987 - Island Records

Joey Belladonna: voce
Dan Spitz: chitarra solista
Scott Ian: chitarra ritmica
Frank Bello: basso
Charlie Benante: batteria, percussioni

Tracklist:
01  Among the living
02  Caught in a mosh
03  I am the law
04  Efilnikufesin (N.F.L.)
05  A skeleton in the closet
06  Indians
07  One world
08  A.D.I./Horror of it all
09  Imitation of life

domenica 1 maggio 2016

25 INDISCRETE DOMANDE CINEMATOGRAFICHE


Qualche giorno fa mi son divertito parecchio a leggere l'intervista tripla di Glò, Michele e PiGreco a tema cinematografico sul blog La nostra libreria. L'idea, che mi è sembrata da subito molto carina, parte da Sofàsophia su ispirazione fornita da Ivano Landi.

Così ho deciso di diffondere anche io questa simpatica iniziativa rispondendo alle 25 domande in questione e invito a fare altrettanto tutti coloro che trovino il giochino divertente.

Iniziamo pure, ecco..., mi metto comodo... ok, sono pronto, fatemi le vostre domande.


1. Il personaggio cinematografico che vorrei essere

Beh, così su due piedi mi cogliete impreparato, non è così facile. Diciamo un qualsiasi personaggio di quelli da film, non necessariamente un eroe, no, solo uno di quelli che hanno una vita piena, di eventi, di sentimenti, anche di qualche dolore al cui confronto le nostre vite spesso ordinarie sembrano così banali. Poi, se proprio devo scegliere un personaggio, discostandomi anche un attimo da quanto appena detto, ho sempre subito la fascinazione di Sherlock Holmes, sia letterario che cinematografico (questo non sempre). Avere la sua intelligenza, vivere nella Londra vittoriana...



2. Genere che amo e genere che odio

Non fruisco del Cinema per assoluti, mi piacciono i bei film e cerco di non guardare quelli che a mio avviso possono sembrarmi brutti o poco interessanti (con le dovute eccezioni impostemi dai miei doveri di papà), quindi sono aperto un po' a tutto. Diciamo che preferisco il dramma alla commedia, genere che non vado a cercarmi troppo ma che non disdegno, guardo pochi horror mentre mi piacciono molto i gangster movie e le storie criminali e amo guardarmi ogni tanto qualche bel western.


3. Film in lingua originale o doppiati?

Solitamente guardo i film in italiano e le serie tv in originale, soprattutto quelle britanniche. Poi in entrambi i casi scappa l'eccezione.


4. L'ultimo film che ho comprato

Il viaggio di Arlo della Pixar.



5. Sono mai andato al cinema da solo?

No, mai, che io ricordi almeno. Non è un'esperienza che scarterei a priori però, chissà...


6. Cosa ne penso dei Blu-Ray?

Niente. Non ho il lettore Blu-Ray, sono fermo al Dvd e il televisore che uso più spesso è un Sony 28 pollici ancora col tubo catodico.


7. Che rapporto ho con il 3D?

Non mi piace. Mi sembra che l'abuso di questa tecnologia possa portare l'attenzione lontana dalle storie che per me sono quelle che in fin dei conti hanno importanza. Non ho visto molto in 3D ma, Avatar a parte, non ne è mai valsa la pena. Soldi buttati.


8. Cosa rende un film uno dei miei preferiti?

La carica emotiva che regista, attori e narrazione riescono a scatenare. Poi ci sono i film con personaggi azzeccati dei quali non puoi non innamorarti, magari sono film più tamarri ma coinvolgenti. Comunque sopra a tutto l'emozione (o l'epicità in alternativa).


9. Preferisco vedere i film da solo o in compagnia?

Preferisco vederli in silenzio, poi da soli o in compagnia poco importa. Solitamente li guardo da solo, in compagnia cartoni animati e film per famiglie.


10. Ultimo film che ho visto?

Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola (vedi sotto).



11. Un film che mi ha fatto riflettere?

Sono tanti i film che in qualche modo possono farti riflettere, dal cartone animato al film impegnato, su un problema sociale, sulle ingiustizie, sulla tua situazione personale e così via... ogni film riuscito ti fa riflettere su qualcosa. Si potrebbe rispondere a questa domanda con un banale Schindler's List ma anche con Il viaggio di Arlo.


12. Un film che mi ha fatto ridere?

Burn after reading dei fratelli Coen.


13. Un film che mi ha fatto piangere?

Ultimamente Inside Out della Pixar e anche Anna dei miracoli di Arthur Penn.


14. Un film orribile?

Boh, ne è pieno il mondo. Il Daredevil con Ben Affleck.


15. Un film che non ho visto perché mi sono addormentato?

Mi capita raramente di addormentarmi guardando un film, se capita è a causa dell'eccessiva stanchezza o per lo scarsissimo interesse in partenza per il film in visione (magari cose che vuol vedere mia figlia e che io proprio no). L'unico caso in cui ricordo di essermi addormentato al cinema è stato durante la visione di American Beauty di Sam Mendes.



16. Un film che non ho visto perché stavo facendo le cosacce?

Definisci cosacce.


17. Il film più lungo che ho visto?

Heimat di Edgar Reitz, in tedesco con i sottotitoli. 924 minuti divisi in undici episodi (ma è un film non una serie). Visione che consiglio a tutti.


18. Il film che mi ha deluso?

Solitamente diversi vincitori del premio oscar, da Il gladiatore a Shakespeare in love, il secondo Avengers e chissà quanti altri.


19. Un film che so a memoria?

Non sono uno che guarda e riguarda gli stessi film, tra quelli che ho visto più volte forse ci sono Ritorno al futuro e Lo chiamavano Trinità, ma almeno per il secondo è passato del tempo.



20. Un film che ho visto al cinema perché mi ci hanno trascinato?

Non ho nessuno che mi trascini al cinema, forse in passato qualche commedia italiana che mi ispirava poco, ma ora non ricordo.


21. Il film più bello tratto da un libro?

Probabilmente Il Padrino o Shining, ma penso ce ne siano davvero tanti.


22. Il film più datato che ho visto?

Forse Il monello del 1921, ma non ci metterei la mano sul fuoco.


23. Miglior colonna sonora?

Domanda troppo difficile, ci sono film con temi portanti indimenticabili, altri con sottofondi azzeccatissimi, altri ancora con mix di canzoni perfette per le scene, in generale mi piacciono le scelte e i recuperi musicali effettuati da Tarantino, come colonna sonora azzarderei Giù la testa o Il buono, il brutto e il cattivo.


24. Migliore saga cinematografica?

Prendo in prestito la risposta di Glò e dico anche io Il Padrino, almeno i primi due episodi, ma ce ne sono altre sicuramente degne (i primi Rocky ad esempio). Dimenticavo, nel genere più disimpegnato sicuramente i primi tre Die Hard, un vero mito!



25. Miglior Remake?

Anche qui quasi impossibile dare una risposta secca, mi aveva divertito molto Ocean's eleven mentre l'originale Colpo grosso l'avevo trovato noioso.

sabato 30 aprile 2016

IL GIARDINO DELLE VERGINI SUICIDE

(The virgin suicides di Sofia Coppola, 1999)

E così abbiamo cominciato a capire un po' delle loro vite, scoprivamo memorie ed esperienze a noi sconosciute, sentivamo come sia imprigionante la condizione di ragazza, come rendeva la mente più attiva e sognatrice e come alla fine si faceva a capire quali colori andassero bene insieme. Scoprimmo che in realtà le ragazze erano donne travestite, che capivano l'amore e la morte, e il nostro compito altro non era che fare quel chiasso che sembrava affascinarle tanto, capimmo che sapevano tutto di noi e che noi non potevamo comprenderle affatto.

È incredibile come un film che fin dal suo titolo dichiari di trattare l'argomento morte sia così vitale, vivo, pieno di vita e di voglia di vivere. Certo, la frase risulta eccessivamente ridondante ma rende bene l'idea di un sentimento che non è mai straripante, debordante e neanche esteriorizzato dalle protagoniste, se non dalla Lux di Kristen Dunst, ma che sempre è ben presente fino al tragico epilogo del film. Perché in fondo questo film che parla di morte racconta la vita di cinque sorelle che vogliono solo vivere e quella vita assaporarla almeno un po'.

Siamo nel 1974, sobborghi di Detroit. In una di quelle villette a due piani con il pezzetto di prato sul davanti tipiche della provincia americana, abita la famiglia Lisbon. I genitori sono due tipi all'apparenza insignificanti, un professore un po' noioso (James Woods) e una casalinga bigotta con la fissa della religione (Kathleen Turner). Le loro figlie però sono tutte belle ragazze baciate da quella bellezza garantita dalla giovinezza, in bilico tra pura innocenza e spavalda provocazione. Cecilia (Hanna Rose Hall) ha tredici anni, Lux quattordici, Bonnie (Chelse Swain) quindici, Mary (A. J. Cook) sedici e Therese (Leslie Hayman) diciassette. Il film si apre con il tentativo di suicidio della minore delle cinque sorelle.

- Non hai ancora l'età per capire quanto diventi complicata la vita.
- Evidentemente lei dottore non è mai stato una ragazzina di tredici anni.



Grande esordio nel lungo per Sofia Coppola che dimostra di non essere solo figlia di cotanto padre (impressione poi confermata anche in seguito), la regista di concerto con tutto il cast riesce a trasmettere un'atmosfera di ovattato straniamento attorno a cinque esistenze adolescenti ingabbiate da una routine familiare opprimente, molto attenta alla forma e alla mania religiosa e poco a esigenze e sentimenti di quelle che sono età delicate. Interessante vedere per ogni sorella la reazione differente all'isolamento dettato dai genitori e il loro modo di rapportarsi con gli altri (i maschi in particolare) nelle occasioni scolastiche. Centrale sarà la parte giocata dal fighetto di turno, Trip Fontaine (Josh Hartnett/Michael Paré), invaghitosi della più provocante delle sorelle, Lux Lisbon.

Spesso molto toccante il ruolo giocato dal gruppetto di ragazzi della zona affascinati dalle cinque bionde ai quali tocca il compito di voce narrante della vicenda, mai pesante o fastidiosa, anzi capace di regalare stralci di pensieri profondi e commoventi (vedi intro del post). E se gli adulti sembrano non avere strumenti per capire i disagi di queste ragazze, sono proprio i loro coetanei maschi, seppur indietro in maturità come sempre accade tra maschi e femmine, ad arrivare più vicini al sentire delle sorelle Lisbon. Il giardino delle vergini suicide è uno di quei film nati per diventare piccoli cult, un film graziato anche dalla delicata e azzeccatissima colonna sonora degli Air che sottolinea gli intensi passaggi di una vicenda difficile da dimenticare.

mercoledì 27 aprile 2016

SUMMER WARS

(Sama Wozu di Mamoru Hosoda, 2009)

Dopo aver visto tempo fa Wolf Children siamo tornati sulle opere di Mamoru Hosoda ancora una volta con parecchia soddisfazione. Se in Wolf Children, posteriore a questo Summer Wars, si giocava molto con il contrasto tra mondo reale e quello del fantastico, questa volta lo scarto si presenta tra la vita reale e quella virtuale, argomento quanto più attuale possibile.

Kenji è uno studente molto timido e impacciato con una dote particolare per la matematica e le materie scientifiche, insieme a un suo compagno di scuola ottiene un piccolo lavoretto in Oz, una grande comunità virtuale all'interno della quale le persone sbrigano diversi compiti legati alla vita reale di tutti i giorni. Chi entra in Oz controlla un suo avatar tramite il quale potrà avere una vita virtuale oppure pagare le bollette, gestire vari aspetti della propria quotidianità o lavorare usando tutti i sistemi connessi a questa grande rete. Il lavoro di Kenji è ai margini della rete, un compito insignificante, così quando la compagna di scuola Natsuke gli propone un lavoretto estivo fuori città Kenji accetta di buon grado, attratto anche dalla bellezza della ragazza. Il lavoro consiste nell'organizzare la festa del novantesimo compleanno della nonna di Natsuke in occasione del quale Kenji avrà modo di conoscere l'allargatissima famiglia della ragazza.

Presto però Kenji verrà invischiato in un attacco sistematico alla realtà di Oz architettato dall'intelligenza artificiale conosciuta come Love Machine. L'attacco provocherà grandi danni anche al mondo reale, a contrastare Love Machine, oltre a Kenji, ci sarà l'avatar di un cugino di Natsuke, il celebre King Kazma.


Molto ben realizzata la vicenda sui due piani dell'esistenza reale/virtuale resa al meglio anche dal contrasto grafico tra la campagna giapponese in animazione classica e la realizzazione del mondo di Oz che richiama le forme del digitale facendo sfoggio di pixel e creature fantastiche (gli avatar). Volendo nel film ci si può leggere il bisogno di staccare da questa realtà digitale sempre più invadente e potenzialmente alienante e dannosa per riscoprire i legami familiari e l'affetto per le altre persone, unico punto fermo per trovare solidarietà e risolvere i problemi.

I temi messi in scena da Hosoda sono ancora una volta stimolanti, non resta che continuare ad approfondire il percorso del regista con La ragazza che saltava nel tempo e The boy and the beast.


domenica 24 aprile 2016

LA MALA EDUCACIÓN

(di Pedro Almodovar, 2004)

Tanti i temi e gli spunti potenzialmente interessanti messi in scena da Almodovar ne La mala educación, alcuni ricorrenti e finanche abusati nella cinematografia del regista, altri ancora tutti da esplorare. Temi che sono tutt'oggi elementi di estrema attualità, capaci ancora di dividere opinione pubblica e coscienze, taluni sono brutture che costellano regolarmente le colonne più odiose dei fatti di cronaca di ogni latitudine. Si parla di pedofilia ecclesiastica, infanzie rubate, turbate e, come spesso accade nel cinema del regista spagnolo, di relazioni omosessuali. Tra tutti questi elementi di potenziale interesse, ciò che nel film cattura davvero l'attenzione, a mio avviso non è nulla di tutto ciò bensì banalmente la costruzione dell'intreccio tra le vicende dei vari personaggi, indipendentemente da pedofilia, omosessualità e via discorrendo, quasi come si si stesse assistendo a un comune thriller o a un qualsiasi film dove aspetti solo di vedere cosa stia lì lì per accadere.

Il lato positivo della questione è che tutto ciò rende il film abbastanza avvincente e ben riuscito, piacevole da guardare indipendentemente dalle tematiche proposte. Il rovescio della medaglia può essere il sentore di un'opera vagamente e inutilmente  pretenziosa che tira in ballo realtà scomode e odiose (pedofilia), altre ampiamente dibattute, accettate e che producono scandalo solo nella mente di retrogradi bacchettoni (omosessualità), senza realmente approfondire o creare una storia potente intorno ad esse. Per spiegare meglio cosa più ho trovato riuscito nel film dovrei spoilerare un po' troppa trama, cosa che qui non ho intenzione di fare, diciamo solo che il meglio l'ho trovato nella costruzione del personaggio interpretato da Gael Garcia Bernal.


È come se Almodovar si aggirasse imprigionato in una struttura ormai difficile da abbandonare oltre i muri della quale si intravedono nuove vie luminose da percorrere, vicine ma allo stesso tempo un po' difficili da raggiungere. Questa è l'impressione. Come dicevo La mala educación mi sembra un bel film che magari può non avere la potenza di un Tutto su mia madre (che mi colpì molto tanti e tanti anni fa) ma che rimane sicuramente un film da guardare.

Ignacio (Gael Garcia Bernal), dopo molti anni di lontananza, torna a trovare il suo vecchio amico Enrique (Fele Martinez) con il quale aveva condiviso gli anni dell'infanzia passati al collegio cattolico. Oggi Enrique è un regista in ascesa, Ignacio un giovane attore in cerca della sua prima occasione e autore del racconto La visita nel quale descrive parte della sua vita al collegio, l'attrazione omosessuale provata in tenera età per lo stesso Enrique e le attenzioni ricevute dal sacerdote Padre Manolo (Daniel Giménez Cacho). Il materiale è buono per un film che andrebbe a scoperchiare vicende vecchie e dolorose riesumando le conseguenze di infanzie spezzate, dolori e amori sopiti e indicibili reati.

Nonostante la banalità dell'attacco all'istituzione cattolica la trama riserva diverse sorprese aiutate dall'alchimia tra interpreti indubbiamente bravi. Buona la fotografia e la scelta dei colori che richiamano ottimamente il periodo dei '70, devo ammettere che pur non nutrendo particolare interesse per il cinema di Almodovar alla fine La mala educación non mi è dispiaciuto per niente.


mercoledì 20 aprile 2016

CENERENTOLA

(Cinderella di Kenneth Branagh, 2015)

Kenneth Branagh, regista e attore ormai più che navigato, nel dirigere questo Cenerentola non si concede grosse divagazioni dalla versione della fiaba che tutti ormai conosciamo grazie al celebre film d'animazione targato Disney. Regista che si porta appresso il suo marchio di fabbrica di autore classico o shakespeariano, sotto questo punto di vista non delude e confeziona un film tanto impeccabile quanto poco originale. Questa è la versione live action che probabilmente tutte le bambine e tutti i bambini vorrebbero vedere dopo essersi gustati, magari anche più volte, il dvd del dodicesimo Classico Disney datato 1950.

Per gli adulti il discorso potrebbe essere diverso: certo, questa è proprio Cenerentola, quella classica, con pochissimi scarti. Missione compiuta quindi. Il dilemma per gli adulti potrebbe solo essere se si senta o meno l'esigenza di guardare una trasposizione live action fedele alla fiaba. Una volta trovata la risposta al quesito, se la risposta è si, allora il film non è affatto da buttar via, sapete cosa state andando a guardare.

Nel cast anche un paio di nomi interessanti: l'affascinante Cate Blanchett nei panni dell'odiosa matrigna, che a dirla tutta offre qui un'interpretazione troppo di maniera e affettata, nonostante ci si muova all'interno di un film di stampo classico tratto da una fiaba, ed Helena Bonham Carter, più convincente nei panni della fata madrina, per una volta non coperta da ettolitri di trucco e mascherame vario.


Alla vicenda viene aggiunto un breve prologo che illustra la vita idilliaca di Cenerentola (Lily James) quando ancora viveva felice con mamma (Hayley Atwell) e papà (Ben Chaplin), poi il tram scorre sui binari già posati in precedenza.

Ben costruito visivamente, il lavoro fatto su costumi e inserti digitali è sfarzoso, adatto nei momenti di punta al racconto principesco. Non c'è nulla e nessuno che stoni nella vicenda, tutto fila liscio a parte la troppa arrendevolezza di Cenerentola nei confronti di una matrigna che la tiranneggia in una casa che fino a poco tempo prima era stata sua e dei suoi genitori. Ma il motto della protagonista in fondo è quello di essere sempre gentile con tutti, anche con quella merda della sua matrigna, perché alla fine la gentilezza non costa nulla e sempre, sempre, verrà ripagata. Siate gentili in fondo non è un cattivo insegnamento, tra l'altro nemmeno troppo abusato nel cinema rivolto ai più piccoli. Se l'idea vi garba il film alla fin fine si lascia anche guardare bene.


lunedì 18 aprile 2016

MARVEL VINTAGE 26 - BREEZE BARTON e PHANTOM REPORTER


Sul numero di Aprile di Daring Mystery Comics (siamo nel 1940) fa il suo esordio il soldato proveniente da una realtà alternativa Kurt Breeze Burton. Siamo all'epoca della Seconda Guerra Mondiale in una realtà in cui gli scontri tra esercito americano ed esercito giapponese si estendono fin nei territori dell'Africa nera.

Proprio in uno di questi scontri l'aereo di Breeze Burton precipita nel deserto africano. Sopravvissuto all'impatto il soldato riesce a trascinarsi fino alla città di Miracle City, spesso scambiata dai viaggiatori del deserto per un mero miraggio. Qui a Burton viene spiegato come nel raggiungere la città lui abbia attraversato le dimensioni finendo ignaro in una realtà alternativa e in una città dove il tempo non scorre. A Burton non resta che trovare un modo per invertire l'effetto del portale (finora a senso unico) al fine di tornare alla sua Terra. Ma il popolo demone è in agguato.

Creato da Jack Binder il personaggio colleziona solamente tre apparizioni nel 1940 per essere poi proiettato in epoca moderna, per la precisione nel primo numero di Marvel Zombies Destroy! del 2012. Reclutato da Howard il Papero per arginare la piaga zombi finirà letteralmente per essere aperto in due dalla versione zombizzata del principe Namor. Poca gloria per il nostro Breeze.


Nello stesso numero della testata nasce un eroe classicissimo nella costruzione ma che ebbe vita breve nell'epoca Timely, questa rimane infatti la sua unica apparizione nei comics di quegli anni. Eppure il soggetto doveva avere del fascino dalla sua perché venne poi ripreso sia da Straczynski per il suo The Twelve sia da Brubaker su The Marvels Project.

Dick Jones, questa la vera identità di Phantom Reporter, è un giornalista come il più noto Clark Kent ma sfoggia una terza identità da filantropo milionario alla Bruce Wayne sotto il nome di Van Engen. Sportivo che eccelle in diverse discipline, conosce i retroscena delle attività criminali grazie al suo lavoro di giornalista. Schifato da come la legge non punisca malfattori e corrotti si inventa questa identità segreta per portare un po' di ordine e di giustizia. Più classico di così!

Dopo diverse azioni in tempo di guerra, Phantom Reporter, insieme ad altri eroi mascherati, fu messo in animazione sospesa dai nazisti che avevano l'intenzione di usare gli eroi come cavie per i loro esperimenti scientifici. Con la sconfitta dei nazi gli eroi furono dimenticati e riportati in vita solo nel lontano 2008 proprio nella miniserie The Twelve nella quale, oltre agli avversari di turno, gli eroi dovranno affrontare l'epoca moderna.

The Twelve

giovedì 14 aprile 2016

SI, IO VOTO


Chi conosce questo blog e lo segue da tempo sa che non sono solito occuparmi di politica, non perché non me ne interessi ma semplicemente perché spesso mi sento poco preparato e anche molto incline all'arrabbiatura facile che poi è praticamente sempre fine a se stessa. Quindi evito. Quando però mi sembra che ci siano argomenti che valgano la pena essere toccati mi affido volentieri all'amico Nick di Come un killer sotto il sole con il quale spessissimo condivido i punti di vista.

Domenica si vota. Facciamo una scelta. Vi lascio alle parole di Nick.


Anche se hanno fatto di tutto per tenercelo nascosto, domenica si vota. E nonostante quello che ci hanno lasciato intendere, il referendum sulle trivelle è una tornata elettorale di importanza cruciale. Lo è per svariati motivi, a partire da quel semplice principio di educazione civica, ribadito giorni fa dal Presidente della Consulta, per cui il diritto-dovere di voto è il più rilevante segno distintivo del nostro essere cittadini. Votare domenica, dunque, rappresenta, in primo luogo, una significativa risposta a questa politica che ci vuole distanti dalle decisioni e rassegnati a un paese senza più alternative e speranze. Non solo. Recarci alle urne sarebbe anche il modo migliore per mettere Renzi di fronte alle sue pesanti responsabilità politiche: quella di aver invitato all'astensionismo, commettendo un grave reato, peraltro perseguito per legge, e quella, ancora più grave, di aver impedito l'election day, e cioè l'accorpamento del referendum alle elezioni amministrative, cosa, questa, che avrebbe consentito all'erario un risparmio di circa trecento milioni (il rischio, per Renzi, era quello che il referendum raggiungesse il quorum).
Resta poi la sostanza di un quesito referendario, volutamente occultato dai media per confondere ulteriormente le idee all'elettorato italiano, solitamente poco informato.
Ecco, dunque, la vexata questio, brevemente e in soldoni: il governo Renzi vuole estendere illimitatamente (fino ad esaurimento del giacimento) le concessioni a quelle lobbies petrolifere, che trivellano il nostro fondo marino per l'estrazione di gas (3% del fabbisogno nazionale) e di petrolio (1% del fabbisogno nazionale). Se voti SI, sei contro; diversamente, col NO, asseveri la scelta del governo. Sul piatto della bilancia, dunque, ci sono da un lato, la salvaguardia dell'ambiente marino e delle nostre coste, dall'altro, invece, tanti piccoli e grandi vantaggi per i petrolieri.
Già sappiamo da tempo che in caso di crollo anche di una sola piattaforma (Terremoto? Cedimento strutturale? Incendio?), l'impatto ambientale sarebbe disastroso e metterebbe in ginocchio l'Italia, con ripercussioni sull'ecosistema e sull'economia che si potrebbero riverberare anche per 80 anni (qualora l'evento, ad esempio, si verificasse nel Mar Adriatico). Ora, con l'estensione ad libitum della concessione, si invitano implicitamente le compagnie petrolifere ad attenuare il rispetto di quei vincoli ambientali, che fino ad adesso sono stati il presupposto per il rinnovo della concessione stessa. Il rischio, dunque, diviene altissimo, a fronte, peraltro, di un vantaggio energetico per il paese praticamente impalpabile. L'altro aspetto saliente è quello relativo alla dismissione delle piattaforme, operazione i cui costi spettano tutti al concessionario. Oggi, le piattaforme che hanno esaurito o quasi esaurito il loro ciclo industriale sono circa il 73% delle 88 presenti nel nostro mare. I concessionari, che sono obbligati per legge, dovrebbero rimuoverle tutte, con un costo a carico delle compagnie petrolifere di circa 30 milioni di euro a piattaforma. Se, invece, le concessioni fossero illimitate...beh, continuate voi il ragionamento.
Fatto questo lungo preambolo, volto chiaramente a sostenere le ragioni della partecipazione e del SI, chiudo invitando tutti, domenica, a recarsi alle urne, qualunque sia la vostra intenzione di voto. Come successe coi boicottati referendum dell'acqua del 2011 (allora, era in carica il morente governo Berlusconi), se saremo in tanti, potremmo riprenderci ciò che stanno cercando di portarci via, giorno dopo giorno: la possibilità, cioè, di decidere delle nostre vite e delle sorti del nostro paese. Di essere cittadini a tutto tondo. Questo, in attesa dei referendum di ottobre, quando potremo salvare la nostra Costituzione e mandare a casa Renzi e tutto il cocuzzaro. Andate a votare.

martedì 12 aprile 2016

THE BURNING PLAIN

(di Guillermo Arriaga, 2008)

Il gioco di storie a incastro messo in scena da Guillermo Arriaga, già sfruttato dallo sceneggiatore (qui anche regista) in film come 21 grammi ad esempio, è già noto e deve piacere. La verità è che da queste parti il gioco piace, e anche parecchio. La meccanica del raccontare vite apparentemente estranee le une alle altre e il successivo confluire delle stesse in un'unica trama, mantiene inalterato ai miei occhi tutto il suo fascino, e Arriaga si dimostra capace di gestire al meglio questo strumento.

Ad accomunare le vite in questione, principalmente femminili, sono le cicatrici del corpo e dell'anima. Gina (Kim Basinger) è una donna di una certa età, ancora piacente, che vive ai confini con il Messico con la sua numerosa famiglia. La sua cicatrice la porta sul petto e nella testa, sopravvissuta a un cancro al seno non riesce ad accettarne l'assenza in seguito all'asportazione. Ad aiutarla ci sarà un amore clandestino, l'amore di Nick (Joaquim de Almeida), padre di Santiago (J. D. Pardo). Sylvia (Charlize Theron) è una donna molto bella e altrettanto triste, una donna di successo che gestisce un ristorante di lusso. Si intuisce che le sue cicatrici provengono dal passato, dolorose come quelle che di tanto in tanto si autoinfligge sulle carni. Nella sua vita c'è qualche rimorso, qualche mancanza che tenta di compensare (ma potrebbe essere l'ennesima autopunizione) con un inutile carosello di uomini nel suo letto. Maria (Tessa Ia) ha undici anni, la sua cicatrice ce l'ha in bella vista in mezzo alla fronte, ricordo di una banale caduta, ma di certo nella sua pur breve vita non è quella la ferita che ha fatto più male. Mariana (Jennifer Lawrence) frequenta Santiago e ha una cicatrice da bruciatura al polso, nello stesso punto dove ce l'ha lui. A lui ha fatto molto male, a lei apparentemente no. Gli eventi importanti della vita, i traumi più che le gioie, sono cicatrici che ci accompagneranno per sempre, questo sembra dirci Arriaga, e tutte hanno il loro peso, alcune possono schiacciarti, con altre si può imparare a convivere.


Una storia dolorosa, indubbiamente, ma di quelle che val la pena guardare con trasporto e interesse. Arriaga mette in scena un cast femminile sublime che tocca le punte più alte in alcuni passaggi interpretativi della Lawrence ma tutte le protagoniste, ognuna con un dolore diverso, rendono giustizia alla loro (parte di) storia. Storie calate in una fotografia per lo più desertica e straniante, in un terreno duro e difficile come le esistenze raccontate nel film.


Il modo in cui i nodi si sciolgono e il filo si dipana in un'unica linea retta non presenta sbavature di sorta, il lavoro di Arriaga funziona e lascia anche il segno. Ultima segnalazione per la bella colonna sonora che in più di un passaggio ha catturato la mia attenzione solo per scoprire in seguito che ne è principale artefice Omar Rodriguez-Lopez, fondatore degli apprezzabili At The Drive-In prima e dei The Mars Volta poi, praticamente una sicurezza.


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