sabato 20 settembre 2014

MARVEL VINTAGE 21 - KA-ZAR

Chiudiamo il discorso con quel Marvel Comics 1 dell'ottobre del 1939, albo che diede ufficialmente il via alle pubblicazioni delle Timely Publications. Abbiamo già parlato dei grossi calibri e, nello scorso appuntamento, anche del meno conosciuto The Angel. Ma l'albo in questione aveva ancora qualche cartuccia da sparare ed è proprio il caso di dirlo, compare infatti tra le sue pagine la prima storia western della futura Marvel Comics, il protagonista è Jim Gardley meglio noto come Masked Rider. Nella cittadina di Cactusville il solito grosso proprietario terriero tiranneggia i piccoli ranch con la sua squadra di farabutti allo scopo di accaparrarsi tutte le terre possibili. Sulla sua strada troverà Jim Gardley, tipo poco disposto a subire le angherie dei prepotenti. Dopo un severo addestramento con la colt e indossata una maschera nera, Gardley inizierà a raddrizzare torti in sella al suo Lightning nei panni di Masked Rider. Il creatore del personaggio era un non molto prolifico Al Anders.

L'albo presentava anche due storie autoconclusive nelle quali non comparivano eroi destinati a divenire protagonisti ricorrenti degli albi Timely. La prima, Jungle terror, narra una vicenda avventurosa a base di giungla, indigeni, diamanti e persone rapite, avventura classica firmata Thom Dixon. La seconda Burning rubber, di Ray Gill e Sam Gilman, è una breve storia ambientata nel mondo delle corse automobilistiche.



In chiusura compare un altro personaggio destinato a futura fama e proveniente dai pulp magazines che negli anni antecedenti a questa prima apparizione a fumetti pubblicava la Manvis di Charles Goodman. In realtà la questione è un po' più complicata di cosi. Stiamo parlando di Ka-Zar, il Tarzan di casa Marvel, che diverrà celebre (lo è ancora oggi) col nome di Kevin Plunder. Ma qui non parliamo dello stesso uomo, il Ka-Zar Timely è David Rand, cresciuto nella giungla fin da bambino insieme al padre in seguito a un disastro aereo. A differenza del più celebre Ka-Zar questa prima incarnazione vive nella giungla del Congo Belga e come partner ha il leone Zar (Ka-Zar significa fratello di Zar), niente Terra Selvaggia quindi e niente Zabù, la famosa tigre dai denti a sciabola compagna di Plunder.

Ka-Zar di Bob Byrd e Ben Thompson



Marvel Mystery Comics 2, Dic '39, Al Anders



Marvel Mystery Comics 2, Dic '39, Al Anders



Marvel Mystery Comics 2, Dic '39, Ben Thompson

venerdì 19 settembre 2014

BLACK MIRROR - STAGIONE 2

Ancora tre puntate di disamina di una potenziale società a venire, brutale, pessimistica, cinica se volete, ma quantomai vicina a trasformarsi nel prossimo oggi. Qualcuno mi accennava a una seconda stagione forse migliore della già ottima prima annata. Chi lo sa? Il livello dell'opera pensata da Charlie Brooker rimane sempre altissimo, difficile dire tra i sei episodi finora prodotti quale sia il migliore, esprimendo un simile giudizio il rischio è quello di fare un grosso torto a tutti gli altri.

Black Mirror è uno show in grado letteralmente di lasciarti intontito, capace di indurti a riflettere su alcune questioni sgradite e di scatenare riflessioni che dovrebbero poi motivarci a diventare persone migliori, comunità migliori, società migliori. Perché stiamo diventando sempre peggio, è innegabile, chi dice il contrario o è un cieco o è un inguaribile ottimista, e tutto il nostro peggio Black Mirror ce lo offre con grande intelligenza su un piatto d'argento.

Eccoci qui, ecco dove stiamo andando. Magari non tutti, non generalizziamo, magari non proprio in questi termini, ma questo è il succo. Questa è una possibilità, parecchio realistica, indotta se vogliamo, ma molto molto triste e pericolosa. E allora cosa vogliamo fare?

Non ci sono risposte, a ognuno di noi trarre le dovute conclusioni. Come nella precedente stagione le tre storie potrebbero essere ambientate tra il presente e un futuro molto prossimo, un futuro in cui la tecnologia ha fatto ancora un passo avanti tenendo però i piedi ben saldi su basi che già oggi sono realtà. Le tematiche trattate sono a noi vicinissime: appunto tecnologia, nuove dipendenze, media, politica, giustizia, nuove concezioni della vita, dolore, etc... temi forti e per tutti di grande interesse. Tre episodi slegati uno dell'altro, nessun personaggio comune.


Nel primo episodio, Be right back (Torna da me), assistiamo a una splendida messa in scena di una perdita resa dolorosa anche per lo spettatore in poche splendide sequenze, ci viene mostrata una possibile reazione e un'inquietante sviluppo dell'uso odierno che tutti facciamo della condivisione più sfrenata, di pensieri, di immagini, di vita privata, di dati personali, di vizi e virtù. Più che lo sviluppo in se della questione è la riflessione sull'oggi a essere molto forte.

White Bear (Orso bianco) è un pugno allo stomaco continuo, angosciante, terrificante, spiazzante, graziato da una recitazione splendida da parte della protagonista, psicologicamente tesissimo, una vera perla. Non anticipo nulla per non rovinare nessuna sorpresa ma la critica feroce, almeno doppia se non tripla, è di nuovo lì, a portata di mano. Tutto questo senza mai risultare visivamente violento.

Nel terzo episodio, Vota Waldo, entra in scena la politica con tutto ciò che questo comporta, per molti versi, nonostante la produzione sia squisitamente inglese, la situazione proposta presenta diversi paralleli (volendo vederli) con quella nostrana, è qui presente in una certa misura una sorta di giudizio con il quale si può essere o meno d'accordo ma che comunque lascia tutti lì a pensare.

Black Mirror è la serie perfetta per chi vuole un prodotto di qualità ma non ha tempo o pazienza di stare al passo della serialità televisiva. E' imperdibile, dovete guardarlo.


giovedì 18 settembre 2014

DETERMINISMO BIOLOGICO... O NO?



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mercoledì 17 settembre 2014

FABIAN GRAY

(Five Ghosts di Frank J. Barbiere e Chris Mooneyham, 2013)

Nell'introduzione a questo volume dedicato alle imprese di Fabian Gray la redazione dell'Editoriale Cosmo, lanciandosi in accostamenti parzialmente azzardati, si spende i nomi di Alan Moore e della sua Lega degli straordinari gentlemen e quello di Mike Mignola e della sua più celebre creatura: il demone Hellboy.

Diciamo pure che se per alcuni aspetti della trama questo volume può essere accostato alla più blasonata Lega di Moore e per alcune atmosfere ed elementi accessori all'Hellboy di Mignola (accostamenti comunque un po' forzati), la caratura del lavoro di Barbiere e Mooneyham non raggiunge gli stessi livelli qualitativi toccati dalle due potenziali muse ispiratrici.

Questa premessa non è qui per smontare il volume in questione che in realtà si rivela invece una lettura piacevole, semplicemente sposa la tesi che aspettative troppo alte possono rovinare il gusto di un buon racconto. Ma andiamo pure al sodo.

Fabian Gray è uno strano avventuriero, ladro e cacciatore di tesori, un uomo con un evento tragico nel suo passato al quale sta cercando con tutte le sue forze di porre rimedio. Nelle sue imprese è aiutato da un dono particolare, quello di poter attingere alle abilità di cinque personaggi storico/letterari che nella realtà di Fabian non sappiamo se siano realmente esistiti o meno. Da qui il titolo originale della (mini?)serie, Five ghosts, e l'accostamento alla Lega di Moore. Ma chi sono questi cinque bellimbusti? I loro nomi non vengono mai palesati ma sono, facilmente o meno, riconducibili a: Sherlock Holmes, Robin Hood, uno stregone che azzarderei a dire sia Merlino (chi altri?), un demone vampirico in odore di Dracula e un samurai che si rivela essere il meno riconoscibile di tutti. Tenendo conto che uno degli episodi della run successiva per ora inedita in Italia si intitola Legend of the Masamune, possiamo azzardare che questi sia il forgiatore di spade Masamune collocato dalla leggenda a cavallo tra il 1200 e il 1300.


La narrazione di Barbiere parte un po' in sordina per accelerare poi dal secondo episodio entrando a pieno titolo nell'ambito delle pulp novels d'avventura, un racconto dove si incrociano azione e magia, strani culti adoratori di bestie, nobili guerrieri, pietre portentose, scenari esotici, mezzi volanti e città perdute. E' proprio questa la caratteristica principale che rende questo primo arco narrativo di Fabian Gray piacevole da leggere (e la Cosmo non mancherà di presentarci il successivo, o almeno credo).

Ma anche l'occhio vuole la sua parte ed eccoci a parlare del lavoro di Chris Mooneyham. Questa volta un paragone lo azzardo io, il tratto corposo, il taglio di alcuni volti, le chine e in alcune tavole anche l'uso dei colori mi hanno ricordato molto lo stile di Klaus Janson. I disegni sposano alla perfezione le atmosfere evocate dal racconto, alcune splash page sono di grande effetto e moltissime sequenze davvero ben riuscite. Ho apprezzato molto l'apertura del terzo episodio con un'impostazione grafica molto pulp e una doppia tavola tutta da ammirare così come le sequenze in flashback con stili diversi da quello della narrazione portante.

La scelta della Cosmo di guardare anche al fumetto americano non potrà che aumentare il numero di buone pietanze sulla nostra tavola, ormai siamo a rischio indigestione.


lunedì 15 settembre 2014

JUAN SOLO

(di Alejandro Jodorowsky e Georges Bess, '95/'99)

Non si può dire che la collana Cosmo Color USA dell'Editoriale Cosmo non sia partita con il piede giusto presentando quella che è considerata una delle opere minori dell'autore cileno Alejandro Jodorowsky. Opera minore ma comunque di grande interesse. Juan Solo è una serie di facile fruizione, almeno relativamente, l'aura di ermetismo che aleggia intorno ad alcuni lavori di Jodorowsky qui non è presente, simbologia e surrealismo sono ridotti al minimo, ciò nonostante la storia di Juan Solo non è affatto definibile come ordinaria o convenzionale.

La triste vicenda di Juan Solo si apre con un finale cristologico del quale scopriremo tutte le sfumature soltanto in conclusione del quarto e ultimo albo della serie. E' una sequenza forte quella di un uomo, che evidentemente non è il Cristo, portato alla croce in un deserto di chiara impronta Sudamericana, un uomo che pronuncia quelle che forse saranno le sue ultime parole: "Ecco... lasciatemi solo... come sono sempre stato... fin dalla nascita...".

Juanito nasce in una discarica, abbandonato perché deforme, nato con una coda di cane viene trovato e accudito dal nano travestito Mezzolitro, prostituta ributtante che sfama il piccolo attaccandolo alle mammelle d'una cagna e dandogli un revolver come ciuccio. Due storie tristi che legano e crescono senza colpa tra miseria e violenza. Nel momento della loro separazione a Juanito resterà solo il revolver.

Il Juan adulto sarà un uomo diretto discendente della sua infanzia, un uomo violento e spietato in cerca del suo posto al sole, insensibile ai valori dell'amicizia e della vita come può esserlo solo chi è cresciuto privo di speranza e prospettive. L'idea di Juan Solo è quella di mettere le sue losche capacità al servizio di qualche potente ritagliandosi così un piccolo posto in questo grande mondo.


Nel raccontarci questa vicenda Jodorowsky, oltre a quelli già citati, esplora gli argomenti della fede e della mancanza della stessa, soprattutto al principio e alla fine di questa narrazione circolare, e pone molta attenzione sul potere, sulla corruzione che questo comporta, sull'oppressione che produce, sulla violenza che scatena. E' un racconto duro dove ossessione, violenza, cattiveria, lussuria e tradimento la fanno da padrone rendendo Juan Solo una lettura non per tutti i palati. Dietro a tutto questo c'è però una bella storia, un'ottima narrazione e ci sono le bellissime tavole del francese Georges Bess, collaboratore abituale dello scrittore cileno, che confeziona anche quattro splendide copertine che aprono degnamente i rispettivi albi.

Mi sembra che il tema della nuova collana, quella del grande fumetto d'autore, almeno in queste prime quattro uscite sia stato ampiamente rispettato.


sabato 13 settembre 2014

LA BUONANOTTE - ANGELO BADALAMENTI - COOL CAT WALK

Nell'augurarvi una buonanotte...



Angelo Badalamenti - Cool cat walk

dall'album David Lynch's Wild at heart del 1990

venerdì 12 settembre 2014

MISSIONE LONDRA

(Misija London di Alek Popov, 2004)

Non sono poi molte le informazioni su Alek Popov che circolano in rete, soprattutto quelle tradotte nella nostra lingua. Eppure il suo Missione Londra non ha nulla da invidiare ad altre opere di autori ben più blasonati, sembra quasi che il destino di provincialismo europeo che affligge i protagonisti di questo romanzo si riversi inspiegabilmente sulle sorti dello scrittore bulgaro. In realtà Popov è uno degli autori più in voga nel suo paese, scrittore capace di costruire un romanzo spassoso, divertente e allo stesso tempo garbato, mai eccessivo e per alcuni versi sorprendente.

Per cominciare non è che capiti poi così spesso di leggere il libro di un autore bulgaro. Magari siete di quelli che si definiscono lettori forti ma la questione rimane la stessa, non è che vi capiti poi così spesso di leggere il libro di un autore bulgaro. Per di più di un autore bulgaro che narra di bulgari. La vicenda si svolge a Londra, città simbolo del progresso cosmopolita europeo, moderna, vivace, entusiasmante. Le vite, un piccolo pezzetto di queste, di diversi personaggi che gravitano intorno all'ambasciata bulgara a Londra, sono mezzo e pretesto per costruire un divertente contrasto tra una sorta di diffuso grigiore proveniente da Sofia e dintorni e la pienezza scintillante della potenziale vita mondana londinese.

Per l'ambasciatore Varadin Dimitrov così come per il cuoco Kosta Banicarov e via via per tutti gli abitanti dell'ambasciata, dal primo dei diplomatici all'ultimo degli stagisti, la permanenza a Londra è un sogno che si realizza, uno sprazzo di piacevole sereno minacciato costantemente dalle nubi nere, nerissime, del possibile rimpatrio nella triste Bulgaria. La prima preoccupazione di tutti è quella di mantenere il posto il più a lungo possibile anche se questo dovesse imporre manovre scorrette e piccoli dispetti ai danni di altri. La massima preoccupazione per tutti gli impiegati in ambasciata è proprio il nuovo ambasciatore, un uomo dai propositi rigorosi ma nevrotico e leggermente sadico che non ha intenzione di rendere la vita facile a nessuno.

Queste premesse unite alla giusta dose di equivoci, gaffes, fraintendimenti e personaggi sopra le righe potrebbero da soli garantire la buona riuscita di un racconto effettivamente appagante. A rendere il tutto ancor più godibile ci sono diverse sottotrame, a tratti smaccatamente divertenti in altri momenti un filo più inquietanti, cose come la doppia vita della donna delle pulizie, la scomparsa delle anatre di Richmond Park, il trattato sul diametro dei panini, il concerto di Devorina Seljanova e via dicendo.

Che venga dalla periferia europea o dal cuore di Londra poco importa, il miscuglio di elementi, talvolta anche linguistico, messo in scena da Popov funziona davvero bene, ancora una bella scoperta che devo alla purtroppo ormai defunta rivista Pulp. Preghiamo per una futura resurrezione.

Alek Popov

giovedì 11 settembre 2014

BRADI PIT 109

Dopo un'estate quantomeno mite è già tempo di neve.


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martedì 9 settembre 2014

LA GRANDE RAPINA

(Di Claudio Nizzi e José Ortiz, 1993)

Mette un po' di malinconia leggere ora il sesto Texone, quello disegnato da José Ortiz, fumettista spagnolo scomparso qualche giorno prima dello scorso Natale. Con Ortiz l'epopea del west ha perso uno dei suoi grandi narratori per immagini, uno di quei disegnatori capaci di instillare tempra ai suoi personaggi tramite la punta della matita, di piazzare il giusto volto sull'animo di certe carogne che nessuno si augurerebbe di dover mai incontrare, uno capace di alzare tonnellate di polvere stando comodamente seduto al suo tavolo da lavoro. Il suo contributo al Texone, complice probabilmente la solita tavola ariosa, rimane la sua interpretazione di Tex che ho apprezzato in misura maggiore, nonché il suo esordio sul personaggio che continuerà a frequentare in seguito con una certa regolarità.

Il titolo di questo sesto appuntamento speciale con Tex è La grande rapina, titolo che suona quasi monco. Al treno, verrebbe quasi spontaneo aggiungere. Proprio questa è la classica situazione western che Claudio Nizzi decide di imbastire a servizio delle matite di Ortiz e del lettore. Proseguendo con la lettura dei vari Texoni mi sembra sempre più un delitto che il nome di Nizzi non compaia sulle copertine degli albi, è vero che l'iniziativa è nata proprio per dare importanza alle diverse interpretazioni del ranger da parte delle Nizzi si sobbarca una grande mole di lavoro eseguita sempre con professionalità e con esiti, come in questo caso particolare, davvero ottimi. In questo La grande rapina, oltre ai disegni di un bravissimo Ortiz è proprio la storia a risultare molto godibile presentando insieme agli stilemi del genere numerose svolte narrative dettate da doppi e tripli giochi e una bella concatenazione di eventi, il tutto insaporito da una soffusa vena ironica (vedi la disavventura del postiglione) e da antagonisti parecchio indovinati.
grandi matite del fumetto però è pur vero che

Un treno corre nella notte tra il New Mexico e l'Arizona, a bordo le paghe in oro destinate ai soldati di Fort Defiance accompagnate da una discreta scorta militare. Con un abile piano la banda capeggiata da Lynch Weiss riesce ad appropriarsi del bottino ignara del fatto che sullo stesso treno viaggiano i pards Tex Willer e Kit Carson che ovviamente non se ne staranno con le mani in mano. Seguiranno diverse sorprese la prima delle quali si presenterà alla banda di malfattori al momento della spartizione del bottino.

Oltre a un Tex oltremodo granitico e a un Carson quasi luciferino, Ortiz mette in campo un parterre di figuri davvero niente male, primi su tutti i tre fratelli Clayton, tipi davvero poco raccomandabili. L'interpretazione data dal disegnatore spagnolo di questi loschi arnesi è magistrale così come la realizzazione delle diverse sequenze in notturna e quella dell'uso espressivo dei primi piani. Un segno pieno, intenso o dinamico a seconda dell'occorrenza, che rende sempre giustizia alla bella sceneggiatura di Nizzi che insieme ad Ortiz realizza ancora una volta un Texone di grande livello.

José Ortiz

lunedì 8 settembre 2014

DRAGON TRAINER 2

(How to train your dragon 2 di Dean DeBlois, 2014)

Quello di Dragon Trainer si conferma il brand migliore e meglio sfruttato di casa Dreamworks. Questo secondo episodio delle avventure di Hiccup e del drago Sdentato è una pregevole espansione dell'universo narrativo dedicato agli abitanti del villaggio vichingo di Berk e dei suoi draghi, una classica narrazione di stampo avventuroso fruibile e godibile da grandi e piccini che non manca di riservare sorprese ed emozioni condite con una certa dose di coraggio, insolita per film con un target tanto ampio.

La mia impressione è stata quella di trovarsi finalmente davanti a un film d'animazione dove tutto funziona a meraviglia. Dal punto di vista visivo sia le scelte di regia che le innovazioni tecniche garantiscono un'esperienza di altissimo livello che si concretizza in scelte cromatiche vivaci, sequenze dinamiche adrenaliniche (fin troppo movimentate), animazione e personaggi talmente convincenti da riuscire a emozionare e commuovere lo spettatore. Il cast cresce notevolmente sia sul versante umano con l'introduzione di un nuovo cattivissimo villain (Drago Bludvist), della carismatica e allo stesso tempo umanissima Valka e di un nuovo avversario/compagno (Ereth), sia sul versante animale che ci offre una figura chiave del racconto, il drago alfa, quello dominante, al quale sono collegati interessanti sviluppi e spunti per diverse riflessioni.

La vita del giovane Hiccup sembra svilupparsi in tutte le direzioni: cresce quella sorta di simbiosi venutasi a creare con la sua Furia Buia così come, pur tra mille difficoltà, evolve il rapporto con la figura paterna in maniera diversa rispetto a come si presentava nel primo film. Grazie all'introduzione di Valka, madre di Hiccup da tempo creduta ormai defunta, ci si commuove con le vicissitudini familiari del giovane protagonista e del padre Stoik e, nonostante si parli di un film rivolto soprattutto ai più piccoli, si affrontano temi come l'abbandono e il lutto ed è proprio su questo versante, come accadeva già nell'episodio precedente per altre tematiche, si conferma la gestione coraggiosa della materia da parte dello sceneggiatore e regista Dean DeBlois.



L'intreccio puramente avventuroso è ottimamente sviluppato, si ride spesso e volentieri grazie a un nutrito e ben amalgamato cast di comprimari davvero divertenti, si assiste a momenti toccanti durante i quali non mancherete di versare qualche lacrimuccia e il duro vichingo Stoik ci sorprende cantando addirittura una canzone d'amore in uno dei passaggi più intensi del film.

I sottotesti da cogliere per bambini e adulti sono molti e molto importanti: pensare a cose come le influenze degli altri su noi stessi, a sentimenti come il perdono e l'amicizia è un valore aggiunto decisamente maggiore rispetto all'accumulo di sterili citazioni alle quali si riducono a volte prodotti simili a questo come target ma distanti come impegno e qualità. Vedremo se Disney e altri per quest'anno riusciranno a fare di meglio.


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