mercoledì 17 ottobre 2018

MANIAC

Inizi a guardare Maniac e da subito hai l'impressione di non capirci molto; così ti fai l'idea che la nuova miniserie Netflix sia uno di quei prodotti cervellotici che pian piano andranno a disvelare le fitte trame nascoste dietro il complicato intreccio. Guardi puntata dopo puntata cercando di capire, ma in realtà non capisci e solo sul finale arrivi a capire che in fondo non c'era proprio nulla da capire. Capito? Sembra tutto molto complicato nella nuova fatica di Cary Fukanaga, regista della prima stagione di True Detective, ma in realtà non lo è. Maniac di per sé è un prodotto dallo sviluppo singolare ma abbastanza lineare, la grande capacità di scrittura da parte degli sceneggiatori, lo stesso Fukanaga e Patrick Somerville, sta nell'essere riusciti a dare l'idea di una storia fatta di ramificazioni e scatole cinesi ma che in fin dei conti si rivela essere di una semplicità disarmante, e alla fine ti ritrovi a pensare che sì, a conti fatti, quei due ti hanno proprio fregato per benino. Tutto ciò nulla toglie al fatto che Maniac sia una serie capace di regalare diverse ore di piacevole intrattenimento (nel complesso la miniserie non è così lunga), ottime interpretazioni, alcune puntate deliziose nonché momenti sparsi di ottimo Cinema (sì, anche se è una serie Netflix). Si va a crescere, le prime puntate gettano le basi di quello che si vorrebbe far credere essere l'intricato intreccio di cui sopra: intrigano ma non colpiscono in pieno. Il divertimento vero inizia tra la terza e la quarta (meravigliosa) puntata e poi sarà un saliscendi incostante, ma qualitativamente proiettato verso l'alto, di emozioni, sorprese e soddisfazioni, fino ad arrivare alla scena finale che andrà a chiudere in modo coerente tutta la narrazione. Il grosso del corpo dell'opera, tutto quello che sta nel mezzo, è un divertissement di classe che omaggia i generi, il mezzo televisivo e cinematografico, l'amore per le storie.


Un quasi irriconoscibile e dimagritissimo Jonah Hill interpreta Owen Milgrim, un uomo timido proveniente da una famiglia facoltosa che nel suo passato annovera episodi di schizofrenia e che di tanto in tanto fatica a capire se determinati episodi o persone siano frutto di fantasie della sua mente o tasselli concreti appartenenti alla realtà. La sua famiglia, in primis il padre Porter (Gabriel Byrne), esercita su Owen pesanti pressioni affinché testimoni in tribunale a favore di suo fratello Jed (Billy Magnussen), colpevole di un qualche tipo di violenza sessuale. Annie Landsberg (Emma Stone) è invece una giovane donna in crisi, ossessionata dalla perdita della sorella con la quale non aveva il rapporto che avrebbe voluto avere, sola, dipendente dai farmaci, vive un'esistenza spezzata. Entrambi i personaggi decidono di partecipare a un trial medico sperimentale tenuto dai dottori Muramoto (Rome Kanda) e Mantleray (Justin Theroux) e coordinato dalla dottoressa Fujita (Sonoya Mizuno). Lo scopo della sperimentazione, suddivisa in tre fasi (pillole A, B e C), è quello di rimuovere i traumi del passato attraverso una sorta di catarsi virtuale, per affrontare e vivere al meglio la realtà presente. I due protagonisti, insieme ad altri soggetti, verranno calati nel corso della sperimentazione in diverse realtà fittizie create dalla loro stessa mente all'interno delle quali avranno modo di fare i conti con i disturbi che gli avvenimenti della vita reale hanno provocato alle loro menti.


Sono diversi gli elementi interessanti in Maniac che spingono alla visione rapida del progetto di Fukanaga e Somerville (binge watching, avete presente?). Intanto c'è un'ambientazione affascinante che potrebbe essere un passato riconducibile per diversi aspetti agli anni 80 del secolo scorso ma che presenta qualche elemento futuristico per l'epoca, una sorta di retrofuturismo aggiornato agli eighties se vogliamo, con trovate visive che richiamano molto l'estetica di quel decennio. L'effetto è un poco spiazzante ma in maniera decisamente riuscita. Da non trascurare l'affiatamento tra due attori capaci di offrire ottime prove di recitazione ma anche di trasformismo, sia Hill che la Stone ce li possiamo godere in diverse versioni di loro stessi, tutte riuscitissime e con look agli antipodi l'una dall'altra. Questo grazie un gioco basato sulla rielaborazione dei generi che è il vero punto forte di Maniac, il quarto episodio (il mio preferito) ci offre schegge di Cinema postmoderno dove i due protagonisti, inspiegabilmente connessi nella stessa visione, sono una coppia di "grezzi" invischiata in una faccenda che vede al centro un lemure di una razza rara, i dialoghi sono grotteschi e tutta la vicenda divertentissima, in un episodio che nulla ha da invidiare a film giunti nelle sale che cavalcano lo stesso filone. Con uno scarto decisamente ampio da quella che è la cifra stilistica principale della miniserie, la Stone viene immersa anche in una realtà fantasy derivata dall'immaginario tolkeniano de Il signore degli anelli dove avrà modo di ripercorrere il suo rapporto con la sorella; efficacissimo il truce risvolto crime con un Gabriel Byrne violento fino al parossismo e un Hill semplicemente magnifico. Altra nota di merito per la versione finnica di Jonah Hill, scombinata e di rara imbecillità: meraviglioso. Dopo Suxbad - Tre menti sopra il pelo si ricompone una coppia dalla chimica irresistibile.


Intorno ai due protagonisti la vicenda si muove, anche qui portata avanti con merito da grandi interpreti, con il rapporto di amore/odio tra il Dottor Manterlay e sua madre (un'ottima Sally Field) e in generale tra i membri del progetto e il computer di kubrickiana memoria GRTA che nella sua A.I. contiene caratteristiche proprie della madre di Manterlay. Si esplorano allo stesso tempo i recessi del Cinema toccandone i vari generi e quelli della mente andando ad affrontare traumi e malattie con classe ed intelligenza. Alla fine può sembrare che Maniac non mantenga le promesse, che non ci dia quello che all'inizio ci eravamo prefigurati, ma non perché l'esperienza sia deludente, al contrario proprio perché la serie è capace di sorprendere e di lasciarsi passare agli occhi dello spettatore per quello che non è, risultato poi non proprio così banale da raggiungere. Forse a rientrare su binari più consueti e prevedibili è proprio il finale, e va bene così, in fondo cosa avremmo potuto sognare e sperare di meglio per i due protagonisti ai quali ormai ci siamo tanto affezionati?

giovedì 11 ottobre 2018

PIANETA STREGATO

(The flying sorcerers di David Gerrold e Larry Niven, 1971)

Ohibò. Qualche anno fa in uno slancio di entusiasmo, in un periodo in cui ero un po' più preso del solito per la fantascienza, decisi di iniziare ad acquistare qualche numero di Urania; spesa modica, in più la decisione arrivava con l'inizio di una serie di ristampe che avrebbero dovuto essere una sorta di "classici moderni" della fantascienza, cadenza bimestrale, sottoetichetta marchiata I capolavori. Presi una dozzina di numeri in tutto con la consapevolezza che, alternandoli con altre letture di diverso genere, me li sarei portati avanti per anni. Ad oggi ne ho letti più o meno la metà e voglio sperare vivamente che i veri capolavori della fantascienza non siano tutti di questo livello, oppure, più semplicemente, posso prendere atto che tranne per alcune eccezioni (vedi Philip Dick ad esempio) questo genere trasposto su carta non sia esattamente la mia tazza di tè. Intendiamoci, nessuna di queste letture si è rivelata spiacevole, semplicemente questo lotto di romanzi per ora non ha soddisfatto le mie aspettative.

Pianeta stregato non fa eccezione. Partiamo però dal pregio principale del libro introducendo allo stesso tempo la trama. Siamo su un pianeta alieno dominato da due soli (uno blu, Virn, e l'altro rosso, Ouells) e diverse lune. È un pianeta ancora primitivo per i nostri standard, tutti gli aspetti della vita comunitaria sono regolati dalla magia di cui lo stregone Shoogar è l'unico portavoce nel villaggio qui preso in esame. Gli uomini sono ancora dotati di folto pelo, credono in moltissime divinità da rabbonire con riti propiziatori, le donne sono sottomesse e considerate alla stregua di una mera proprietà da parte degli uomini, organismi da fatica e riproduzione. La storia è narrata dal punto di vista di Lant, un intagliatore di ossa e poi portavoce del villaggio. Un giorno sul pianeta giunge una nave spaziale a forma di uovo, a bordo un pacifico studioso proveniente dallo spazio che a causa della tecnologia in suo possesso e delle sue conoscenze avanzate verrà scambiato per un potentissimo stregone a cui verrà dato il nome di Porpora. Nonostante l'indole pacifica del nuovo arrivato, a causa dell'insicurezza di Shoogar, tra i due "maghi" ci sarà uno scontro che porterà a conseguenze devastanti e all'impossibilità per Porpora di poter tornare sul suo pianeta.

David Gerrold

Da quel momento tutti si adopereranno per trovare un modo per far tornare Porpora sul suo pianeta, gli indigeni per toglierselo dai piedi, Shoogar col fermo intento di farlo fuori, Porpora stesso per il desiderio legittimo di tornare alle sue terre.

Torniamo al pregio. È interessante vedere come i due autori, dietro la storia semplice di un ritorno a casa, mettono in scena l'evoluzione di una società che viene a conoscenza di nuove tecniche e come questa evoluzione si porti dietro quasi inevitabilmente quelli che spesso, tranne alcune eccezioni, sono diventati poi aspetti negativi delle nostre società moderne. Si potrebbe pensare ad esempio all'arrivo dello straniero, alla mancata accettazione dello stesso e al conflitto che ne consegue (armi e disastri compresi); possiamo pensare alle piccole e progressive conquiste da parte delle donne anche se dietro ad alcune di queste non mancano interessi opportunistici da parte degli uomini. Con l'avvento tecnologico si assiste a un passaggio da una vita più improntata "alla vita" verso una più dedita al lavoro, alla produzione con conseguente passaggio da un'impostazione più tesa alla spiritualità e all'inspiegabile a una molto più terrena e materiale (o materialista). Quindi lotte per il prestigio e per il potere, introduzione del denaro che da subito diventa oggetto vuoto, privo di sostanza, dietro al quale Gerrold e Niven descrivono già i primi movimenti dei mercati e della finanza. Con il denaro arriva il crimine, l'atto per il quale si dovranno trovare provvedimenti, cosa che fino a quel momento mai si era resa necessaria, così come sconosciuto era il concetto di punizione (se non per le donne che venivano battute, ma mai per dei crimini). Con la tecnologia arriva la distruzione dell'ambiente.

I sottotesti sono indubbiamente interessanti e anche molto, purtroppo nel racconto non ci sono sviluppi che facciano gridare al miracolo, manca un po' il ritmo, mancano coinvolgimento ed empatia, anche la curiosità non viene solleticata più di tanto, si finisce per apprezzare più che il libro in sé giusto le riflessioni antropologiche sulla società che, per carità, non sono poco, ma che non bastano a dare il giusto gusto alla lettura. Comunque io non demordo, ho ancora diversi Urania lì da parte, con tutta calma vi farò sapere.

Larry Niven

venerdì 5 ottobre 2018

CARGO 200

(Gruz 200 di Aleksej Oktjabrinovič Balabanov, 2007)

U.R.S.S., 1984. L'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche vive i suoi ultimi anni di esistenza prima dell'epoca Gorbačëv, della Perestrojka e della sua definitiva dissoluzione. In questo contesto incerto, di transizione, il regista Balabanov decide di ambientare il suo film, Cargo 200, ispirato da un fatto di cronaca avvenuto proprio verso la metà degli anni 80. Erano gli anni in cui era ancora in corso la guerra russo-afghana, all'epoca venivano denominati cargo 200 gli aerei con cui le salme dei militari sovietici morti in Afghanistan tornavano su suolo patrio. In realtà il titolo del film e il suo significato hanno un'importanza solamente a latere nell'economia del racconto messo in scena da Balabanov. Quello che preme al regista è con tutta probabilità ritrarre lo stato di abbandono e incertezza in cui versava il paese attraverso le vicende di pochi protagonisti, uomini e donne nei quali sembra non trasparire più speranza, colmati di durezza, pessimismo e crudeltà instupidita. Proprio a fronte di queste sensazioni, più che in virtù di scene o sequenze particolari, Cargo 200 risulta un pugno nello stomaco reso ancor più vivido e feroce da alcune scelte del regista, principalmente musicali, che cozzano con l'asprezza del quadro d'insieme in maniera volutamente ridicola.

Il professor Artem (Leonid Gromov) sta andando a trovare la madre che abita nei pressi di Leninsk; sul tragitto si ferma in città a salutare il fratello Mikhail (Yuri Stepanov), colonnello dell'esercito, a casa del quale ha modo di incontrare sua nipote e conoscere Valera (Leonid Bichevin), un amico della ragazza. Sulla strada verso la casa della madre l'auto del professore rimane in panne, il luogo è isolato, Artem cerca aiuto in un casolare di campagna. Qui abitano Aleksey (Aleksey Serebryakov), quello che in America probabilmente definirebbero un redneck ubriaco con pretese da filosofo e pensatore, politico e teologo, e Antonina (Natalya Akimova), una coppia di produttori di vodka di contrabbando. Nei pressi del casolare gravita anche un altro personaggio ambiguo, il taciturno Capitano Zhurov (Aleksey Poluyan) che contribuisce a rendere l'atmosfera del luogo inquietante e malsana. In tempi diversi e per ragioni diverse, nello stesso luogo si troverà anche Valera, arrivato in compagnia dell'amica Angelika (Agniya Kuznetsova). Purtroppo per quest'ultima comincerà un calvario di violenze, umiliazioni e sopraffazioni che troveranno seguito nell'abitazione di Zhurov. Le crudeltà alle quali la ragazza verrà sottoposta saranno indicibili.


Guardando Cargo 200, ricevendo questi colpi bassi insieme ai protagonisti del film, viene quasi da chiedersi quale sia il punto, cosa voglia dirci con un film del genere Aleksej Balabanov. Poi ricordi che tutto è la narrazione di un fatto di cronaca e allora diventa superfluo cercare ogni significato, non c'è un punto. E se c'è è la stortura, sono le crepe nell'animo umano che una società degradata, squallida, allo sbando contribuisce a portare alla luce, a esasperare. Non c'è giusto, non c'è sbagliato, c'è la distruzione prossima di un paese che va a braccetto con la distruzione morale dell'uomo in uno scenario apocalittico che poi apocalittico non è e proprio per questo risulta ancor più irricevibile.

Balabanov propone un film duro, breve, che non strizza l'occhio a niente e nessuno, sicuramente un film non per tutti, in questo caso nemmeno per molti, difficile da capire non per la trama che è lineare e facilmente leggibile quanto per i contenuti, per i messaggi, per la visione che veicola, non tanto difficile da cogliere quanto da accettare. Duro anche nella messa in scena, secca, essenziale e squarciata da sprazzi di ridicolo affidati alle musiche che stonano con il contesto brutale, scelta palesemente voluta del regista. Balabanov è scomparso qualche anno fa lasciando circa una quindicina di film dei quali temo non tutti e non molti siano reperibili nella nostra lingua. Varrebbe la pena approfondire.

mercoledì 3 ottobre 2018

READY PLAYER ONE

(di Steven Spielberg, 2018)

A intervalli più o meno regolari Steven Spielberg torna a tirare fuori il fanciullino che da sempre alberga nella sua anima, confezionando quei prodotti spettacolari, spesso rivolti all'attenzione di un pubblico giovane, capaci di veicolare un messaggio positivo avendo per protagonisti eroi adolescenti, giusti, per i quali non è possibile non parteggiare o non provare affetto. A tutto questo con Ready player one Spielberg unisce l'immaginario fantascientifico al quale è legato da sempre, andando ad adattare il romanzo di Ernest Cline che ha come tema portante gli avatar e i mondi costruiti all'interno di realtà completamente virtuali.

In un futuro non troppo remoto la realtà virtuale è alla portata di tutti, la vita nelle baraccopoli, agglomerati di povertà e miseria, è davvero dura; la possibilità di evadere e poter essere qualcun'altro, qualcuno di migliore, anche se in un mondo finzionale, inizia a essere allettante per tutti. Il mondo virtuale frequentato da milioni di persone è OASIS, un software nato con scopi ludici e divenuto un fenomeno culturale ed economico di livello mondiale. Alla morte del suo creatore James Halliday (Mark Rylance) viene alla luce una sorta di testamento per mezzo dell'avatar dello stesso Halliday, un mago di nome Anorak L'Onniscente: il giocatore che per primo troverà un easter egg nascosto dal suo creatore all'interno di OASIS, diventerà proprietario e gestore di OASIS stesso, un lascito multimiliardario dalle possibilità infinite. Alla ricerca partecipa tra i tanti anche il giovane Wade Watts (Tye Sheridan), orfano cresciuto in una baraccopoli insieme alla zia, aiutato dal suo amico virtuale Aech (Lena Waithe) e in seguito dalla ribelle Art3mis (Olivia Cooke). A metter loro i bastoni tra le ruote la corporation informatica IOI guidata dallo spietato Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn) al quale ovviamente fa gola la possibilità di mettere le mani su quella montagna di denaro sonante che è OASIS. Per arrivare per primo all'easter egg Parzival (l'avatar di Wade) dovrà superare diverse prove cercando di non farsi "azzerare" durante il gioco e tentando di sfruttare gli indizi che Halliday ha disseminato in giro nel corso della sua terrena esistenza.


Nonostante Ready player one sia per lo più un giocattolone votato all'intrattenimento ci sono diverse riflessioni che si possono sviluppare sull'ultimo film di Spielberg. Partiamo dalla dualità. Sono diversi i contrasti netti che si possono rilevare guardando il (e al) film: intanto quello più evidente tra la realtà e il mondo virtuale. La realtà ci prospetta un futuro impoverito, dove le classi medie sono ridotte a vivere in baraccopoli verticali che in qualche modo richiamano uno stile abitativo della popolazione povera già visto nel cinema fantastico degli anni 80 (penso al paesino fatto di roulotte nel film Giochi stellari ad esempio), richiamo quello agli eighties presente in maniera totalizzante per tutto il film. È un realtà ben misera quella che ci presenta Spielberg e che non lascia intravedere possibilità di bellezza pur non essendo marcatamente cupa o futuristica. La realtà virtuale è quella dove invece ci si può sentire appagati, si fanno amicizie, si compiono imprese, si ha la possibilità di vivere in maniera immersiva delle esperienze altrimenti impossibili. È affascinante il concetto dell'evasione totale, che per noi ancora può essere identificata con un libro, con il Cinema, con le serie tv, con i videogiochi o in senso più lato con la cultura pop; un'evasione portata agli estremi che identifica non solo la fuga dalla realtà quotidiana, ma guardando oltre anche la fuga dalla possibile infelicità, dalla mancanza di stimoli, gratificazioni, emozioni, amore. In ultimo esame è possibile fare un parallelo tra le esistenze virtuali che gli avatar in Ready player one portano avanti e quelle che alcuni di noi "vivono" sui social, dove a volte si arriva a costruire dei veri e propri "personaggi" scollati dalla realtà dei fatti. Spunto molto valido sul quale riflettere e che in maniera educativa viene affrontato nel film che sostiene la tesi di come in fin dei conti, accantonate le apparenze, i rapporti, quelli veri, quelli capaci di regalarti ciò di cui si ha realmente bisogno, si trovino solo con il contatto umano con le altre persone e non tramite qualcosa di artefatto (ma in ogni caso la pop culture rimane una gran figata e questo Spielberg è il primo a saperlo e condividerlo).


Altro contrasto è quello tra la parte live action del film e quella in CGI, entrambe immerse nel citazionismo più sfrenato, tanto che il gioco della ricerca del personaggio, del logo, della musica, del veicolo, dell'arma o di chissà cos'altro, risulta divertente quanto la visione del film stesso. Due tecniche molto diverse ma realizzate entrambe con grande maestria e che rendono il dualismo del film sempre ben marcato. Infine non è difficile notare come in Spielberg convivano due anime, personalmente ho apprezzato molto alcuni dei suoi film più impegnati, cose come Munich o Schindler's List ad esempio (ma i film "seri" del regista sono parecchi) che contrastano piacevolmente con il fantastico di questo film, di E.T., dei Jurassic Park, di Hook, del GGG o di Tintin. L'uomo e il ragazzino in un corpo solo.

Citazionismo: qui arriva a livelli forse mai visti prima, c'è qualcosa di noto in quasi ogni inquadratura, tutto richiama gli anni 80 ma non solo, è un bombardamento continuo di cose celebri che oscilla tra distrazione e subdolo piacere. Poi, per concludere, al netto delle riflessioni, Ready player one è principalmente un blockbuster d'intrattenimento rivolto a ragazzi e nostalgici, ai bambini come Spielberg, che assolve per benino alla sua funzione primaria. Alla fine, vuoi per un motivo, vuoi per un altro, ci si diverte. Insert coin. Ready player one.

sabato 29 settembre 2018

LA RAGAZZA DEL TRENO

(The girl on the train di Paula Hawkins, 2015)

Non avevo in previsione la lettura di questo libro; per le vacanze mi ero attrezzato con altro, poi un ritardo del nostro volo per rientrare in Italia ha prolungato la nostra attesa in aereo di ben tre ore. Ne ho così approfittato per rubare il libro che si era portata in vacanza mia moglie e devo dire di averlo apprezzato oltre le aspettative, almeno per quel che riguarda tutta la prima parte di questo romanzo scritto dalla Hawkins e divenuto anche un buon successo al cinema con l'adattamento di Tate Taylor che vede Emily Blunt nel ruolo della protagonista (film che tra l'altro non ho avuto ancora modo di guardare).

Durante tutta la prima parte del romanzo viene esplorata la figura di Rachel, il racconto procede sotto forma di diario, Rachel narra in prima persona le sue esperienze mentre come pendolare in un treno locale che attraversa i sobborghi di Londra affronta un viaggio al mattino andando a lavoro e uno la sera tornando a casa. Tutti i giorni tranne i weekend. Viaggio dopo viaggio si delinea la situazione della protagonista, la sua personalità e ciò che è successo nel suo recente passato e che le ha sconvolto la vita fino a renderla un'alcolista. Ogni giorno andando verso Londra Rachel dal finestrino del treno osserva una casa in particolare, ci vive una coppia giovane, una di quelle coppie dove i due elementi sembrano adorarsi e vivere uno per l'altro; poco a poco Rachel si affeziona a quelle due figure fino ad arrivare a dar loro dei nomi immaginari e a fantasticare su quelle che potrebbero essere le loro vite. Perché proprio quella casa? Fino a poco tempo prima Rachel viveva giusto un paio di case più in là, insieme a Tom il suo ex marito, un matrimonio felice... poi la vita... poi Anna. Un giorno Megan, la ragazza che vive nella casa osservata da Rachel, scompare. Il racconto prenderà la piega del giallo, Rachel pensa di poter aiutare in qualche modo a ricostruire la vicenda, ha degli elementi in mano, tutti i personaggi verranno coinvolti in questo mistero/dramma della porta accanto.

Nel momento in cui La ragazza del treno si tinge marcatamente di giallo perde anche di attrattiva e di qualità, in realtà il dipanarsi della matassa è intuibile e, se proprio si è appassionati di trame gialle, sicuramente c'è di meglio da leggere in giro, non sarà certo questo libro a far strappare i capelli agli amanti del thrilling. Sulla descrizione dei personaggi invece, quello di Rachel indubbiamente sopra tutti, la Hawkins realizza un lavoro ottimo e l'impostazione della struttura del racconto ha un sapore fresco, accattivante, appassionante e spinge a divorarne una pagina dopo l'altra; si vuole sapere qualcosa in più su questa donna che sembra così vera, sul suo passato, sulle sue debolezze, qualcosa in più sulla coppia che abita in quella casa, sul loro rapporto, così come su Tom e Anna, insomma ci sono vite interessanti nel descrivere le quali la Hawkins, poco alla volta, sfoggia un dono affabulatorio lieve e allo stesso tempo ficcante. Si aspetta con attesa vivace il prossimo viaggio, il prossimo giro in treno, il prossimo bicchiere, la prossima sbirciata a quella veranda, il dosaggio nel'appagare la curiosità del lettore da parte della Hawkins è perfetto. Il pregio maggiore del libro è proprio la costruzione del personaggio di Rachel e del suo privato, le interazioni con gli altri personaggi sono un buon corollario, arricchiscono la vicenda che purtroppo rivela aspetti più banali proprio sul versante thriller.

Non il giallo del secolo, nemmeno quello del decennio e probabilmente neanche quello del giorno, però La ragazza del treno si rivela davvero un buon libro se inquadrato nel segmento a cui appartiene: quello del puro entertainment.

Paula Hawkins

venerdì 28 settembre 2018

DISTRICT 9

(di Neill Blomkamp, 2009)

Dietro District 9, ampliamento di un cortometraggio dello stesso Blomkamp, c'è stato un piano di marketing multimediale che ha trainato l'uscita del film nelle sale in maniera significativa e, col senno di poi, anche parecchio remunerativa. Il film è stato girato con la tecnica del mockumentary, Blomkamp costruisce una vicenda che pretende di testimoniare l'arrivo sulla Terra, più precisamente a Johannesburg in Sudafrica, di un'enorme nave aliena dalle non ben precisate intenzioni. Ovviamente la campagna stampa precedente al film mantiene lo stesso tono, simulando l'autenticità della visita alla Terra da parte di questi strani alieni dall'aspetto simile a crostacei antropomorfi. La nave rimane in orbita stazionaria nei cieli della città sudafricana, dopo i primi anni di contatto con la razza umana gli alieni presenti sulla nave, verosimilmente in panne, vengono condotti a terra e rinchiusi in una sorta di ghetto chiamato District 9. Come era facile desumere, con il passare degli anni quella che è una vera e propria apartheid ai danni dei visitatori alieni sfugge di mano e inizia a provocare moti di ribellione che creano preoccupazione tra la popolazione di Johannesburg, preoccupazione aumentata dal fatto che gli alieni padroneggiano una tecnologia spaventosa per quel che concerne le armi, costrutti potentissimi attivati tramite DNA e quindi inutilizzabili dagli umani che per mezzo della corporation MNU stanno cercando di capire come sfruttare i manufatti alieni. Viene presa quindi la decisione di spostare gli alieni, chiamati in maniera sprezzante dagli umani "gamberoni", in un'area lontana dalla città. Per dirigere l'operazione viene scelto l'inetto Wikus Van De Merwe (Sharlto Copley), imparentato con il capo dell'MNU. Nel protrarsi delle operazioni Wikus si troverà invischiato in una situazione molto complicata che metterà sotto un'ottica nuova tutta la faccenda della segregazione aliena.


La cifra stilistica del mockumentary è ormai nota, in questi ultimi anni forse anche sorpassata e in parte (vivaddio) accantonata: ne hanno fatto uso grandi autori di Cinema, Brian De Palma con Redacted per i war movie, Romero per l'horror con Diary of the dead, e tanti altri ancora. Quindi riprese da videocamere di sorveglianza, interviste in camera, eventi narrati dai notiziari, etc... All'idea di verosimiglianza che la scelta del tipo di narrazione dovrebbe conferire, si contrappone una realizzazione dell'aspetto degli alieni e del loro comportamento spesso ridicolo e divertente, ben realizzato ma capace di richiamare l'artigianato più onesto e povero. Molto chiara la metafora che Blomkamp vuole mettere in scena: il regista sudafricano conosce bene il fenomeno dell'apartheid a scapito della popolazione nera della nazione, un "District 9" esisteva davvero, semplicemente il suo nome era "District 6" e ospitava i negri vessati dalla cittadinanza bianca del Sudafrica. Oltre al tema della discriminazione Blomkamp sottolinea un altro aspetto che in Africa come altrove è portatore di violenza e danni irreparabili: il commercio d'armi, qui evidenziato dalla fame di conoscenza a scopi bellici da parte dell'MNU e dalle bande di trafficanti nigeriani anch'essi interessati a impadronirsi dell'armamentario alieno.

In mezzo a tutto questo una storia di presa di coscienza da parte di Wikus, una situazione universale che sposa la tesi, a mio avviso condivisibile, che la solidarietà vera inizia solo quando chi dovrebbe essere solidale tocca con mano, sulla propria pelle, le difficoltà con le quali si trovano a combattere gli altri. Non importa quanto "illuminati" si possa essere, se non si ha fame la fame non la si capisce. Se non si ha fame a chi verrebbe in mente di mangiare cibo per gatti? District 9 è un film forse meno riuscito di quel che il battage pubblicitario di lancio lasciava presagire, considerato però che è anche il primo lungometraggio del regista gli esiti sono sicuramente più che dignitosi e affrontano dandogli la giusta importanza e senza calcare troppo la mano tematiche, anche storiche, sicuramente degne di nota. In fin dei conti un giro nell'area riservata ai non umani vale la pena farlo.

lunedì 24 settembre 2018

MANCHESTER BY THE SEA

(di Kenneth Lonergan, 2016)

Nella famiglia Affleck sembra che i ruoli siano ormai ben definiti: entrambi i fratelli hanno la testa che gira bene, lo dimostrano i buoni esiti degli script ai quali hanno contribuito e ovviamente i successi ottenuti; il maggiore, Ben, ha dimostrato negli ultimi anni una buona predisposizione per il ruolo dietro la macchina da presa; il minore, Casey, si dimostra più talentuoso del fratello quando si piazza davanti alla stessa (per carità, forse non è proprio uno sforzo titanico risultare attori migliori di Ben, Casey però sfoggia del talento vero). In Manchester by the sea Casey Affleck, protagonista quasi assoluto del film, offre una prova di alto livello affidandosi a sfumature espressive infinitesimali, quasi impercettibili, trasmettendo tutto il suo dramma (ed è un dramma immenso) avvolgendolo in una sorta di apatia lacerata da squarci di rabbia veicolati dall'uso dell'alcool. È un uomo intontito Lee Chandler (Casey Affleck), un tuttofare che conduce un'esistenza solitaria e per lo più squallida alle dipendenze di un proprietario di immobili di Boston. È un uomo intontito dal dolore e dalla tragedia, elementi centrali in questo film che allo spettatore si riveleranno poco a poco in un dosaggio perfetto che rende merito al Lonergan sceneggiatore più che al regista. Oltre alla recitazione degli attori è proprio la gestione dei tempi il miglior pregio di questo film, i pezzi del passato del protagonista, indispensabili per dare il giusto significato al suo presente, si manifestano un passo alla volta, sempre al momento giusto, senza fretta, arrivando a colpire in maniera durissima al loro completo rivelarsi in una sequenza dai toni laceranti. Ad aggiungere dolore al dolore sepolto nel passato, arriva la morte del fratello Joe (Kyle Chandler) che lascia al mondo un figlio adolescente, Patrick (Lucas Hedges), ormai orfano di padre e con una madre (Gretchen Mol) dispersa per il mondo e che è stata una donna inaffidabile e assente durante gli anni dell'infanzia del ragazzo. Quando i tempi erano più lieti Patrick aveva un bel rapporto con lo zio Lee, poi la vita arriva a scombinare le carte, ora lo zio Lee torna ad essere l'unica opzione percorribile, tutto ciò che resta della famiglia di Patrick. La responsabilità verso il ragazzo, nei confronti di un'altra persona, riporta a galla un pezzo alla volta tutto il dolore sepolto dentro Lee, un dolore difficilissimo da affrontare, impossibile da superare. La sofferenza, il senso di colpa sono ferite che scavano dentro e rimangono per sempre, affrontarle diventa problematico, semplicemente non se ne hanno i mezzi, come dimostra la bellissima scena del confronto tra Lee e la sua ex-moglie Randi (Michelle Williams) dove non ci sono soluzioni, rimane solo la fuga.


Manchester by the sea è un film sulla perdita, sulla sofferenza, sull'incapacità di perdonarsi che diventa una forza paralizzante e imbattibile. Lonergan è abile nella costruzione di un film che fa del dolore il suo nodo centrale senza mai cadere nel pietismo, i toni mai accesi della fotografia e della messa in scena accompagnano in maniera coerente l'incedere della recitazione e in generale l'andamento che si è deciso di tenere per tutto il film. La prova di Casey Affleck, anche se può sembrare manieristica, sottolinea bene lo scollamento dalla realtà che alcuni traumi possono provocare, ed è ben sostenuta dall'apporto del resto del cast, Michelle Williams e Lucas Hedges su tutti. L'apertura alla vita che l'uomo disfatto si troverà ad affrontare per forza di cose a causa delle nuove responsabilità verso il nipote, non sarà così facile da gestire: nuovi rapporti, un ragazzo giovane che nonostante il dolore ha giustamente tutta l'energia dell'adolescenza da sfogare, il nuovo contatto con situazioni ormai accantonate da tempo, tutte cose capaci di mettere in crisi un protagonista ormai leso irrimediabilmente.

Nel complesso ne esce un gran bel film grazie al quale Casey Affleck si porta a casa un premio Oscar, un Golden Globe, un BAFTA e che raccoglie diversi premi anche per la sceneggiatura di Lonergan. Augurandoci che la serie di sfortunati eventi subiti dal protagonista non trovino mai riscontro nella realtà (purtroppo shit happens, lo sappiamo) Manchester by the sea è un film di cui mi sento di consigliare la visione.

venerdì 21 settembre 2018

MICHAEL CLAYTON

(di Tony Gilroy, 2007)

Esordio alla regia per lo sceneggiatore Tony Gilroy, già noto nell'ambiente di Hollywood per aver firmato gli script della saga di Jason Bourne e di altri film celebri come Armageddon e L'avvocato del diavolo; Gilroy sceglie per la sua opera prima dietro la macchina da presa uno stile classicissimo per un film dallo sviluppo altrettanto classico. Siamo dalle parti del Cinema di denuncia, un filone molto preciso e tanto caro ai filmmakers provenienti dagli U.S.A.

Michael Clayton (George Clooney) è un ex procuratore distrettuale affiliato allo studio di avvocati che ha tra i soci di maggioranza alcuni uomini che Michael conosce ormai da anni, tra di loro spiccano il socio Marty Bach (Sydney Pollack) e l'avvocato Arthur Edens (Tom Wilkinson). Clayton non esercita la professione di avvocato né quella di procuratore, è una figura ambigua, una specie di risolutore che interviene per togliere le castagne dal fuoco ai migliori clienti dello studio quando se ne presenta la necessità. Michael è un uomo intelligente, uno che si sa muovere, che pensa in fretta e che ha gli agganci giusti e le soluzioni per risolvere situazioni intricate, col tempo è diventato una figura poco istituzionale ma inequivocabilmente preziosa per il suo studio. Quando Arthur Edens inizia a muoversi per portare alla luce le malefatte della U-North, azienda in procinto di immettere sul mercato prodotti nocivi per gli uomini e importantissimo cliente dello studio, viene chiesto proprio a Michael Clayton di riportare alla ragione il suo amico Arthur che negli ultimi giorni ha iniziato a mostrare anche alcuni segni di squilibrio. Durante le ricerche condotte da Clayton si delinea uno scenario per il quale i comportamenti di Edens non sembrano più così stralunati e le colpe della U-North sempre più chiare, Clayton si troverà a dover prendere decisioni difficili e importanti e a dover affrontare l'avvocato Karen Crowder (Tilda Swinton), una donna arrivista fermamente intenzionata a coprire le malefatte della U-North e a mettere i bastoni tra le ruote a Clayton.


Di film dove grosse aziende mettono il loro profitto davanti alla salute dei cittadini ne abbiamo visti già molti, titoli come Erin Brockovich o Insider - Dietro la verità giusto per citarne un paio, Michael Clayton ne segue la scia sorretto da una sceneggiatura e da una narrazione molto solide, forse non si rivela uno dei migliori esiti del filone ma sottolinea in maniera convincente il dilemma morale, la scelta difficile, davanti alla quale il protagonista si viene a trovare. È un film etico più che realmente appassionante Michael Clayton, soddisfa ma non entusiasma fino in fondo pur essendo costruito in maniera diligente e senza sbavature, assesta i suoi colpi e concede interpretazioni di rilievo da parte di un cast di attori di livello molto alto. Clooney offre una prova impeccabile, a dimostrarlo rimane il pianosequenza finale con il protagonista seduto per minuti sul sedile posteriore di un taxi, non parla mai ma la sua mimica facciale dice molto dei dilemmi, del dramma che il protagonista ha dovuto affrontare nei giorni precedenti. Wilkinson è un caratterista d'eccezione, non si ricordano moltissime parti da protagonista ma nei film in cui è presente il suo apporto è sempre prezioso. La Swinton, opportunista ma non esente da paure e tensioni (come testimoniano le sue ascelle) è un ottimo villain; compare anche il compianto Sydney Pollack, grandissimo regista prima che attore. Gilroy dirige senza eccedere, con la giusta classe, compito, tutto è funzionale alla narrazione, come dicevamo tutto molto, molto classico. Forse un pizzico di pancia in più non avrebbe guastato.

giovedì 20 settembre 2018

GOODBYE, COLUMBUS

(Goodbye, Columbus. And five short stories di Philip Roth, 1959)

Sulla quarta di copertina dell'edizione Einaudi di Goodbye, Columbus sono stampate poche parole dello scrittore statunitense Saul Bellow che sintetizzano in maniera egregia la forza del talento dirompente di Philip Roth. Sono queste: "A differenza di quelli fra noi che vengono al mondo ululando, ciechi e nudi, Philip Roth è comparso con unghie, denti e capelli, sapendo già parlare". Se Goodbye, Columbus è l'esordio, l'opera prima dello scrittore di Newark, e lo è, allora è impossibile trovare parole migliori di quelle usate da Bellow per tracciare un contorno alla vena creativa di Roth, indubbiamente un uomo che è nato per scrivere. Se da un romanzo d'esordio ci si aspetta uno stile ancora in via di definizione, immaturo, tutto da affinare, qui invece c'è già di che rimanere a bocca aperta per la padronanza della prosa da parte di uno scrittore che all'epoca contava ventisei primavere. Goodbye, Columbus in realtà è una raccolta di racconti più che un vero romanzo, come precisa il titolo originale dell'opera: l'episodio che dà il titolo al libro è una novella che supera di poco il centinaio di pagine, la raccolta è poi completata da altri cinque racconti tutti abbastanza brevi: La conversione degli ebrei, Difensore della fede, Epstein, Non si può giudicare un uomo dalla canzone che canta e infine Eli, il fanatico. In tutti gli scritti si avverte la presenza di quello che è uno dei temi portanti dell'opera di Roth: il retaggio ebraico, le tradizioni, le abitudini che da questo derivano e il rapporto che c'è tra tutti questi elementi e la necessità d'integrazione di un ebreo di seconda (o terza) generazione nella società statunitense, in questo caso quella florida degli anni 50/60. Il maggior pregio attribuibile a Roth, lasciando per un attimo da parte lo stile di scrittura e i meriti innegabili del traduttore, è la lucida distanza, l'ironia con la quale lo scrittore dipinge gli ebrei americani mettendone sotto i riflettori sia gli aspetti più inclini all'essere divertenti, sia alcune delle ipocrisie e delle idiosincrasie verso il proprio stesso retaggio. Proprio per questi motivi alcuni degli scritti contenuti in questa raccolta provocarono presso la comunità ebraica scontento e disappunto, non furono poche le critiche che arrivarono all'opera di Roth dagli stessi ebrei che tacciarono lo scrittore addirittura di antisemitismo.

Goodbye, Columbus narra un breve arco di tempo nella vita di Neil Klugman, ebreo americano di Newark che lavora nella biblioteca comunale, appartenente a una classe sociale popolare, vive con la zia Gladys, donna all'antica legata alle tradizioni ebraiche. Il giovane si innamora di Brenda Patimkin, d'origine ebree anche lei ma appartenente a una famiglia più facoltosa, arricchitasi grazie all'azienda di famiglia (la Acquai e lavandini Patimkin) e residente nel sobborgo ricco borghese di Short Hills. Sotto i riflettori il desiderio delle famiglie ebree di trovare una loro collocazione e un loro riconoscimento, passando anche per la via economica, all'interno della società statunitense, con conseguente omologazione e perdita d'identità; il conflitto di classe, se non aperto almeno sotteso, e ovviamente la breve storia d'amore tra i due giovani, gli egoismi, le dispute, la passione. Non poco per una novella breve.

La conversione degli ebrei, meno di una ventina di pagine, parte in maniera molto dissacrante e vede come protagonista Ozzie Freedman, un ragazzo che partecipa alle lezioni del Rabbino Binder alla scuola ebraica ponendosi delle domande, dando voce ai suoi dubbi e facendo questo crea tutta una serie di problemi e grattacapi che si risolveranno con esiti non prevedibili sul tetto della sinagoga. In Difensore della fede Roth mette in luce l'opportunismo di un ebreo sotto servizio di leva, il soldato Grossbart, che proprio sulla fede ebraica fa leva nei confronti del suo superiore, anche lui di origine ebrea, per avere dei favori e scansare le fatiche e i pericoli della vita nell'esercito. Il personaggio viene dipinto come un bieco manipolatore, egoista e profittatore, uno degli aspetti che forse non piacquero alla comunità ebraica all'epoca dell'uscita del libro. Epstein è invece una breve ma centratissima riflessione sul passare del tempo, sulla vecchiaia, su ciò che si è perduto ma che ancora si vorrebbe avere, sulla vitalità, sul desiderio ma anche sui sentimenti, sull'amore, sulla rabbia, sul tradimento, sulle occasioni mancate, sulla futilità di ciò che si è ottenuto. Un piccolo gioiello. Non si può giudicare un uomo dalla canzone che canta è probabilmente l'episodio più trascurabile del libro, il ricordo di una vecchia amicizia del protagonista con un compagno turbolento negli anni della scuola, come al solito ben scritto ma meno interessante nei contenuti. Decisamente critico e pungente è Eli, il fanatico che denuncia la totale assimilazione degli ebrei alla cultura moderna americana a discapito della fede e delle tradizioni dell'ebraismo, altro racconto riuscito che coglie nel segno con spietata efficacia.

Che altro aggiungere? Un'opera prima davanti alla quale non si può far altro che togliersi il cappello, non per nulla Philip Roth è considerato pressoché all'unanimità uno degli scrittori fondamentali a cavallo degli ultimi due secoli. Per quel che vale non posso che avallare questa tesi.

giovedì 13 settembre 2018

STRAIGHT OUTTA COMPTON

(di F. Gary Gray, 2015)

Negri con attitudine. Non male come presentazione per il gruppo di ragazzi di Compton, contea di L.A., che di lì a poco grazie alla militanza nel combo musicale N.W.A. (Niggaz with attitudes) contribuì in maniera decisa alla nascita e alla diffusione del gangsta rap nella seconda metà degli anni 80. Straight outta Compton, oltre a essere il titolo del loro primo album e di uno dei singoli più celebri del gruppo, nel 2015 è divenuto anche il titolo di un riuscito biopic musicale a opera del regista F. Gary Gray, artista già legato all'ambiente della musica rap e hip hop, direttore di diversi video per artisti come Ice Cube e Dr. Dre (entrambi fondatori degli N.W.A.), e poi Outkast, Cypress Hill e Jay-ZStraight outta Compton è stato realizzato a stretto contatto con i veri protagonisti della vicenda, oltre al regista decisamente addentro all'ambiente, tra i produttori compaiono proprio Ice Cube e Dr. Dre, Tomica Wright che è stata la moglie di Eazy-E, altro membro fondatore degli N.W.A., e ad interpretare Ice Cube troviamo proprio suo figlio O'Shea Jackson Jr. Alla luce di questi fortissimi legami della produzione con i componenti degli N.W.A. tutto lascia presupporre che i fatti narrati nel film siano adesi alla realtà, le informazioni sono di primissima mano, viene però anche il sospetto che alcuni di quelli che a tutti gli effetti sono anche i protagonisti della storia possano aver voluto addolcire alcuni degli aspetti negativi legati all'ambiente del gangsta rap. Non sono poche infatti le grane e le accuse che nel corso degli anni i membri degli N.W.A. hanno dovuto affrontare: ad esempio la nascita dell'etichetta discografica Ruthless, fondata da Eazy-E (Jason Mitchell) e portata avanti insieme al manager Jerry Heller (Paul Giamatti) sembra sia stata foraggiata da soldi sporchi derivanti dallo spaccio di droga; nel corso delle vicende legate ai membri della band alcuni di loro, Dr. Dre (Corey Hawkins) in particolare, si legheranno ad esponenti della criminalità come Suge Knight (R. Marcus Taylor), cofondatore della Death Row Records; tutti i membri del gruppo arrivano da Compton, luogo che ha dato i natali alle più celebri gang di strada (Crips e Bloods) e dove gli spunti per comporre liriche al vetriolo non mancavano di certo: violenza, soprusi da parte della polizia, ingiustizia sociale, tutte cose che finirono poi nei testi dei brani del gruppo, alcuni dei quali crearono ulteriori problemi, uno su tutti il pezzo Fuck tha Police che mise il gruppo in cattiva luce agli occhi delle forze dell'ordine. Forse alcuni di questi aspetti, che comunque in Straight outta Compton sono tutti presenti, potrebbero essere stati alleggeriti per fare uscire meglio alcuni dei protagonisti agli occhi del pubblico. Ad ogni modo questo è un aspetto di poca importanza nell'economia di un film che appassiona dalla prima all'ultima sequenza, e ve lo dice uno a cui del gangsta rap non è mai importato nulla e che ha sempre frequentato ascolti decisamente di tutt'altro genere.


La storia un poco l'abbiamo già riassunta: alcuni ragazzi provenienti da Compton, quartiere a prevalenza nera, fondano la Ruthless Records insieme al manager Jerry Heller. Ai due principali fondatori, Eazy-E in primis supportato da Dr. Dre, si uniscono Ice Cube, MC Ren (Aldis Hodge) e DJ Yella (Neil Brown Jr) dando vita a un fenomeno che diverrà di grandissima importanza per la storia della musica moderna. Dal ghetto all'enorme successo di pubblico toccando la pancia e gli istinti della gente, le rime di Ice Cube, di Mc Ren, le basi di Dr Dre e Yella, la voce di Eazy porteranno in giro per l'America la violenza, i soprusi e la rabbia che arrivano dritti da Compton, L.A. Straight outta compton è una classica storia di ascesa e caduta, il regista e gli sceneggiatori mixano al meglio gli aspetti sociali marcando l'importanza della provenienza da Compton dei vari protagonisti a tutto il comparto musicale, il progressivo avvicinarsi al successo, l'arrivo dei soldi, gli eccessi, le liti, i tradimenti, possono sembrare tappe forzate di un percorso risaputo ma non per questo queste risultano meno appassionanti e coinvolgenti. Il cast riesce a far entrare lo spettatore all'interno della storia senza più mollarlo nemmeno per un attimo, personalmente ho concluso la visione del film pienamente appagato e con la voglia feroce di andarmi ad ascoltare l'intero album Straight outta Compton, cosa che poi ho realmente fatto e che non avrei mai pensato di fare prima di guardare questo film. Le vicende umane mescolate alle leggi spietate dello show business, il tutto amalgamato da un discreto numero di teste calde, creano un mix al quale è impossibile rimanere indifferenti; per il suo incedere Straight outta Compton mi ha ricordato molto Lords of Dogtown, film che narra la nascita del fenomeno dello skate, altra pellicola che mi aveva entusiasmato non poco.

Come ciliegina sulla torta, anche se non si può certo definirlo un fatto positivo, il film mostra risvolti sociali purtroppo attualissimi, con la popolazione nera che ancora oggi, a trent'anni di distanza, continua a subire in America angherie da parte delle forze dell'ordine con il pericolo continuo che si debba assistere da un momento all'altro a nuovi episodi come quello che coinvolse Rodney King, tassista brutalmente pestato dalla polizia, episodio che viene riportato anche all'interno del film. Ad ogni modo, Straight outta Compton, che siate o meno appassionati di musica rap, si rivela un biopic di grande fattura che riuscirà a catturare l'attenzione di tutti i tipi di pubblico.

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