domenica 7 febbraio 2016

IL MONELLO

(The kid di Charlie Chaplin, 1921)

Il primo lungometraggio di Charlie Chaplin qui regista, attore, scrittore, sceneggiatore, produttore, montatore e compositore (un pigro), è più un film tenero e sentimentale che non la commedia piena di gag che ci si potrebbe aspettare da Charlot. Certo, in un bellissimo bianco e nero d'epoca, le gag e le scenette slapstick non mancano, ma non è certo la sola risata a crepapelle che un regista intelligente come Chaplin cerca per la sua opera. Durante i cinquanta minuti, tutti muti, di durata del film si pone l'attenzione sulla vita di stenti che le classi sociali più sfortunate sono costrette ad affrontare, sui luoghi della miseria, sui pochi oggetti della fame e sugli espedienti per contrastarla. Si racconta come una madre (Edna Purviance) sia costretta ad abbandonare suo figlio (Jackie Coogan) nella speranza di poter sognare per lui una vita migliore.

Con pochi intermezzi di dialogo Chaplin costruisce un film che non ha bisogno di parole poggiando su sentimenti universali e contando su una messa in scena ineccepibile, che mostra storture e slanci d'animo sempre con un occhio di riguardo per gli ultimi. Interessanti anche le sequenze acrobatiche che, viste nel 1921, sicuramente non avranno mancato di suscitare un certo stupore. Bellissima inoltre la sintonia venutasi a creare tra l'attore adulto e il bambino, quel Jackie Coogan che da grande diverrà lo Zio Fester della celebre famiglia Addams.

Come dicevamo una donna abbandona suo figlio appena nato, lo lascia in un'auto di lusso nella speranza che i proprietari si prendano cura del piccolo trovatello. Ma l'auto viene rubata e il fanciullo scaricato in un quartiere miserrimo su di un marciapiede sporco. Lo troverà Charlot (Charlie Chaplin), un pover'uomo che lo crescerà con l'amore di un vero padre. Nel frattempo la madre del bimbo diventa una donna ricca e famosa e vorrebbe ritrovare suo figlio.


Il monello è stata una bella variazione sul tema serata in famiglia, apprezzato anche da Laura nonostante l'assenza del sonoro e i cartelli dei dialoghi in inglese (che noi ovviamente le traducevamo). I temi sono alla portata anche dei più piccoli, il film potrebbe sembrare tanto semplice ma non dimentichiamo che si tratta di un'opera datata 1921 e in fondo amore, sofferenza e miseria non dovrebbero essere concetti così difficili da afferrare. Stupisce quanto ancor oggi il film sia bello da vedere, nelle immagini e nei sentimenti, accompagnato dall'inizio alla fine da un sottofondo musicale mai troppo invadente. Attratta inizialmente dal protagonista che già conosceva grazie al cartone animato Chaplin, per la nostra bimba potrebbe essersi aperta un'altra strada cinematografica da battere, in alternativa a animazione e film per ragazzi.


BEN COTTO E TAGLIATO A STRISCE

Il titolo del post è di quelli stupidi, ne sono consapevole. Il tema nascosto (ma neanche troppo) è l'hard boiled a fumetti, genere al quale appartengono, o al quale si possono ricondurre, due delle più recenti letture affrontate da queste parti. Prodotti diversi tra loro, per epoca di provenienza, per nazionalità degli autori coinvolti e per spirito. Sto parlando della recentissima e finora ultima in ordine di pubblicazione delle Miniserie Bonelli, Hellnoir, e della raccolta di racconti dedicata al detective privato Alack Sinner proposta anni or sono nella collana antologica della Mondadori dal titolo I maestri del fumetto (numero 12).

l'Alack Sinner di Carlos Sampayo e José Munoz è un personaggio che non sfigurerebbe di certo al cospetto delle ben più note creature di maestri del genere quali Hammett, Spillane o Chandler. Il personaggio, ma anche tutto il suo contorno, è talmente ben riuscito che la lettura del volume in esame non può non far nascere il desiderio di andare a recuperare anche le altre storie prodotte del detective privato (e a volte tassista). Queste non sono poi neanche molte, dovrebbero essere diciassette avventure delle quali purtroppo solo sei presentate nel volume, storie comunque per lo più slegate una dall'altra e indipendenti.

Nonostante le matite di Munoz siano spesso votate a ritrarre la figura umana accentuandone il lato più grottesco e deforme, nelle splendide tavole di Alack Sinner si respira un forte odore di realtà, di quella parte di realtà meno profumata, un odore acre che raramente concede un pizzico di retrogusto dolce e amabile. Come fa notare anche Barbieri nell'introduzione al volume la realtà qui sta nelle piccole cose, come nella bellissima apertura de Il caso Fillmore. La sveglia, puntata alle 09.00, suona. Sul comodino di Alack un posacenere colmo di mozziconi di sigaretta, un pacchetto aperto, un boccettino di Valium, una tazza di caffè vecchio, delle chiavi e una copia de The long sleep. Tagli di luce sul muro, Alack si mette a sedere, si accende la prima sigaretta della giornata. Infila le pantofole, in terra un quotidiano e una copia del Time. Si alza, apre la porta del bagno, allo specchio controlla la barba, piscia nella tazza continuando a fumare, tira l'acqua. Entra in cucina grattandosi la testa, il tavolo è ancora imbandito, il lavello tracima di piatti sozzi, prepara il caffè, mentre questo sale controlla la posta. Bevendo il caffè legge il giornale. Dopo essersi rasato si sciacqua la faccia e via in strada. Le tavole di Munoz sono in un bellissimo bianco e nero, carico, rude ed espressivo, i volti raramente sono belli, compreso quello di Alack, non troppo lontano dall'assomigliare spesso a una patata maltrattata. Eppure non si può fare a meno di ammirarle vignetta dopo vignetta.


Sampayo può permettersi tranquillamente di imbastire una storia intorno a una chiacchierata con Joe il barista, creare quelle trame all'apparenza ingarbugliate care al genere, rendersi protagonista in prima persona insieme a Munoz delle avventure vissute dalla loro creatura e tutto sembra funzionare con la giusta naturalezza. Un recupero integrale sarebbe cosa buona e giusta.


Più fantasioso invece l'hard boiled presentato da Pasquale Ruju e Giovanni Freghieri nella miniserie in quattro numeri Hellnoir. Ruju mi piace. Mi è capitato diverse volte in rete di leggere critiche a questo autore per i più disparati motivi. Però, con il passare del tempo, mi sono convinto che in fin dei conti a Ruju piacciano più o meno le stesse cose che piacciono a me e che quindi, anche quando l'autore non scrive racconti memorabili, io non possa fare a meno di divertirmi con le sue opere. Così è stato anche per la mini Hellnoir che presenta anch'essa un detective della scuola dei duri, in questo caso molto più stereotipato che vero, ma che in ogni caso funziona bene nonostante sia morto. E già, proprio morto. La città di Hellnoir è un'inferno dei tanti possibili, una città in cui molti degli abitanti (tutti morti di morte violenta) sono dei gran figli di buona donna, va da sé che il lavoro del detective sia qui particolarmente duro. I morti continuano all'inferno a fare il mestiere che facevano in vita (metafora?) con l'eccezione della figura del tutore dell'ordine qui appannaggio dei demoni Daem. Come in ogni noir che si rispetti non mancano donne fatali e bellissime e casi da risolvere.

Freghieri, nonostante il facile accostamento allo stile del Frank Miller di Sin City, realizza a mio avviso un lavoro ottimo, alternando vari stili e trovando nel corso dei quattro numeri diverse soluzioni grafiche originali e ben riuscite. Intriganti anche le copertine di Davide Furnò. Probabilmente in casa Bonelli quella delle miniserie è una delle iniziative editoriali più interessanti, sale già l'attesa per l'Ut di Paola Barbato e Corrado Roi.

Errata corrige: come fa notare Luca nei commenti, le storie di Alack Sinner sono più di diciassette, al momento non saprei quantificarne l'esatto numero.


sabato 6 febbraio 2016

VISIONI 61

Pierre Adrien Sollier, artista francese attivo in quel di Parigi, ama reinterpretare alcune famose tele in chiave molto pop andando a sostituire i personaggi ritratti negli originali con i divertenti ominzoli della Playmobil. Tra capacità, fantasia e un pizzico di nostalgia... sul suo sito si possono ammirare i lavori della sezione Museum e quelli inseriti nella rassegna Portraits. Qui sotto una selezione dei suoi lavori, tutti acrilico su tela. Clicca sulle immagini per ingrandirle.


La joconde



La latière



La liberté guidant le peuple



La redeau de la meduse



La tentation de Saint Antoine



La grande jatte



Le bal du moulin de la galette



Un bar aux folies bergères



Nighthawks



La persistance de la mémoire

venerdì 5 febbraio 2016

SUPER - ATTENTO CRIMINE!!!

(Super di James Gunn, 2010)

Il 2010 al cinema è stato l'anno degli eroi sfigati senza arte ne parte che finiscono nel ficcarsi in faccende decisamente più grandi di loro. Mentre Matthew Vaughn girava il suo Kick-Ass, James Gunn si dedicava a questo Super, entrambi i registi si voteranno in seguito al lato meno demenziale del filone (ma neanche poi tanto, almeno in un caso) realizzando rispettivamente il valido X-Men: L'inizio e il divertentissimo Guardiani della galassia.

L'idea alla base dei due film è simile e nasce più o meno dalla seguente domanda: "come mai nel mondo reale nessuno ha mai davvero deciso di diventare un eroe in costume? E cosa accadrebbe se qualcuno lo facesse?". La risposta ovviamente è: "le prenderebbe di santa ragione". E in parte in Super è così che accade.

Frank Darbo (Rainn Wilson) è uno sfigato, una di quelle persone per le quali usare il termine sfigato è un'ingiusta e totale mancanza di rispetto, una persona buona ma incapace di avere una soddisfacente vita sociale, vuoi per il suo aspetto, vuoi per il suo essere introverso. Miracolosamente Frank trova l'amore della bellissima Sarah (Liv Tyler), ex tossicodipendente in fase di recupero. Purtroppo il vizio e le cattive frequentazioni, nella fattispecie quella con lo spacciatore d'alto bordo Jacques (Kevin Bacon), non lasciano scampo e Frank perderà così la sua Sarah. Portato dal dolore al delirio mistico, Frank si convince di dover fare qualcosa di proattivo per gli altri, credendosi una sorta di unto dal Signore (nella persona del Santo Vendicatore interpretato da Nathan Fillion) invitato a diventare un supereroe senza poteri.


Ma come si comporta un eroe? Non resta che informarsi alla fumetteria più vicina gestita dalla giovane Libby (Ellen Page), una fuori di zucca decisamente messa peggio di Frank.

Il film alterna alla figura ridicola in costume che va sotto il nome di Saetta Purpurea e ad alcune gag effettivamente molto divertenti, diverse scene truci e inquadrature d'impatto. Con un po' di volgarità assortite e un paio di personaggi sopra le righe il mix che ne viene fuori alla fine funziona. Se lo spunto non è particolarmente originale ne tanto meno nuovo, la coppia d'azione Wilson/Page funziona molto bene, soprattutto quest'ultima calata in un personaggio spesso oltre il limite del ridicolo. La regia di Gunn, povera di mezzi per questo film, si avvale di ausilii volutamente rabberciati che non fanno altro che sottolineare il tono divertente dell'operazione (vedi le onomatopee in stile Batman camp anni '60).

E alla fine, tra dolori e sofferenze, i buoni vincono e per tutti quanti (o quasi) si delinea il proprio posto nel mondo. Sarà poco? Sarà molto? Ne varrà la pena? Chissà...


domenica 31 gennaio 2016

L'AVVENTURA DEGLI EWOKS

(Caravan of courage: an Ewok adventure di John Korty, 1984)

Universo espanso. Al termine della prima trilogia di Star Wars (in realtà anche da prima) in Lucasfilm si iniziò probabilmente a valutare la portata economica che iniziative collaterali e collegate al brand di Guerre Stellari avrebbero potuto assumere. Lo stesso Lucas accettò il fatto che l'universo narrativo da lui creato avrebbe potuto espandersi verso numerose direzioni assumendo forma di libri, fumetti e più avanti videogiochi, giocattoli e altro ancora, tutto questo fermo restando una coerenza narrativa di base che non avrebbe mai potuto contraddire quanto narrato nei film portanti della saga. Universo espanso appunto.

Proprio in quest'ottica lo stesso Lucas si occupò del soggetto di questo primo film dedicato agli Ewoks, gli orsetti originari della Luna di Endor visti per la prima volta ne Il ritorno dello jedi. Il film, rivolto per lo più a un pubblico di bambini, è un prodotto creato con mezzi più modesti rispetto ai tre capitoli della saga madre e pensato direttamente per il circuito televisivo. Con l'eccezione di alcune scenette che possono strappare un sorriso a chiunque, la vicenda è null'altro che un raccontino fantasy per bambini, una scusa per riportare in scena personaggi (gli Ewoks stessi) che avrebbero potuto facilmente far presa sul pubblico dei più piccoli, tra l'altro i collegamenti con Guerre Stellari, Ewoks a parte, sono pressoché assenti.

In seguito a un incidente con la loro astronave, la famiglia Towani precipita sulla Luna di Endor e i genitori Catarine (Fionnula Flanagan) e Jeremitt (Guy Boyd) si trovano separati dai loro figli, l'adolescente Mace (Eric Walker) e la piccola Cindel (Aubree Miller). Nella ricerca dei loro genitori i due bambini si imbatteranno nel popolo degli Ewoks che, archiviate le naturali diffidenze iniziali, li accompagnerà nell'avventuroso viaggio alla ricerca di mamma e papà.


La storia è molto semplice, vietata ai maggiori di dodici anni diciamo, senza grandi spunti di interesse. A mia figlia Laura è piaciuta parecchio invece, probabilmente l'approccio tra bambina e orsetto che tentano di comunicare pur non conoscendo le rispettive lingue e i rapporti di amicizia che pian piano vanno a instaurarsi tra questi due mondi alieni, toccano le corde giuste (nei bambini ovviamente). Alcuni degli effetti speciali utilizzati per il film (al risparmio immagino) mi hanno ricordato gli esperimenti a passo uno di Ray Harryhausen che però li mise in atto decenni prima e forse anche meglio. Alcune trovate visive invece non sono neanche malaccio.

La mossa probabilmente è stata anche azzeccata, si sono presi i personaggi della saga che meno sono piaciuti al pubblico e li si è riconvertiti a prodotto per bambini, gli unici che forse li avevano amati guardando Il ritorno dello jedi. Ne esce un film a mio avviso scontato e noiosetto ma che nelle intenzioni degli autori ho quasi la certezza non fosse rivolto a me. O magari sì, ma negli anni '80 quando il film uscì e io avevo praticamente una decina d'anni.


venerdì 29 gennaio 2016

BETA

(di Luca Vanzella e Luca Genovese)

Probabilmente è stato l'effetto nostalgia a far decidere diversi lettori all'acquisto dei due volumi del Beta di Vanzella e Genovese recentemente riproposto dai ragazzi dell'Editoriale Cosmo. In fondo è lo stesso motivo per cui anche io ho acquistato i due corposi albetti. Fortunatamente, oltre a trovare alcune situazioni provenienti dritte dritte dai ricordi della nostra infanzia, è stato quasi sorprendente scoprire come il genere robottoni potesse offrire ancora una storia ben scritta, appassionante e divertente, gestita dai due autori non solo come occasione per scatenare appunto l'effetto nostalgico nei lettori (e lucrarci sopra di conseguenza) ma con il semplice intento, sempre nobile, di realizzare una buona storia, scritta e disegnata con passione.

Senza voler scatenare l'ira funesta di nessuno, posso affermare di aver apprezzato in misura maggiore le vicissitudini dell'italianissimo Beta piuttosto che i due albetti dedicati qualche tempo fa alle avventure del Jeeg Robot d'acciaio di Nagai e Yasuda semplicemente per il taglio più moderno della narrazione. Come non apprezzare poi le due bellissime copertine sulle quali si stagliano imponenti rispettivamente i robot Spartacus e Marianne e i loro piloti Dennis Beta e Maxine Saint-Just con alle loro spalle la classica città devastata dallo scontro con tanto di macerie fumanti.

Vanzella sviluppa bene l'idea di una guerra fredda tra superpotenze (siamo negli anni '70) tenute a bada vicendevolmente non dalla paura dell'atomica bensì dal terrore di un devastante scontro tra micidiali robot. Gli autori vanno a pescare tutti quelli che sono i capisaldi del genere cercando di inserirli in una narrazione che ha un respiro globale ben amalgamato e che non risente troppo della ripetitività degli scontri come accadeva, puntata dopo puntata, nei vecchi anime dedicati al genere. Si parte con cinque piloti (uno serio e coscienzioso, uno ribelle, la donna dolce ma decisa, il ragazzino e quello grasso) e un robot a incastro a cinque navicelle, il Gunshin, con tanto di agganciamento e utilizzo delle armi a chiamata. Poi la base fortezza, il professore mezzo uomo mezzo robot, quello che ha la coscienza inserita in un televisore (tipo il papà di Hiroshi in Jeeg) e, inevitabilmente, l'arrivo dei mostri distruttori che devastano le città (la prima sarà Tokyo). Dopo la grave tragedia che vedrà coinvolto proprio il Gunshin e i suoi piloti le cose non saranno più le stesse, la minaccia dei mostri si farà sempre più pressante e ogni nazione metterà in campo i suoi robot. Intanto sulla base Adriatica...


Rimanendo perfettamente nei dettami del genere Vanzella e Genovese riescono a curarne al meglio tutti gli aspetti, lavorano sui protagonisti e sui loro sentimenti, curano la parte mistery della storia, cercano di rendere più credibili i dettagli tecnici di vicende altamente improbabili, creano un bel contesto politico nel quale inserire la storyline principale. E divertono, creando ottimo intrattenimento. Ottimi i disegni di Genovese ai quali mi sento di fare solo un paio di appunti: un po' confuse alcune sequenze d'azione nel primo albo dove non sempre risulta chiaro cosa stia accadendo, inoltre mi sarebbe piaciuto vedere la stessa cura nel tratteggiare i due robottoni principali riversata anche sui rappresentanti delle altre nazioni, sarebbe stato un bel vedere.

A conti fatti quella che poteva sembrare la classica operazione nostalgia si è invece rivelata essere un buon lavoro ragionato e strutturato ma soprattutto realizzato con passione.


giovedì 28 gennaio 2016

RISPETTO

Bisogna aver rispetto delle sensibilità altrui, celare le nostre brutture.


Aiutaci anche tu a celare le nostre brutture. Ricordalo, vedi mai un giorno ci facessero tornare a votare (ma non credo...)

martedì 26 gennaio 2016

IL PREZZO DELLA VENDETTA

(di Claudio Nizzi e Carlo Ambrosini, 2005)

Nella prima metà degli anni duemila probabilmente si è fatta un po' di fatica ad accalappiarsi i grandi nomi internazionali da mettere al lavoro sul Texone, tre degli ultimi quattro albi giganti che abbiamo ricordato da queste parti furono infatti affidati alle matite di autori italiani già in forza alla casa editrice milanese. Nulla di male, per carità, tanto più che le prove dei suddetti autori si sono comunque sempre rivelate di livello, cosa che accade anche con questo Il prezzo della vendetta, in più si parla di disegnatori visti finora all'opera su altri personaggi di casa Bonelli e non sul Texas Ranger. Nel caso di Carlo Ambrosini le sue frequentazioni andavano dalle pagine del western di Ken Parker a quelle orrorifiche di Dylan Dog o a quelle più oniriche della sua creatura Napoleone, senza dimenticare la maxiserie dedita al mondo dell'arte con protagonista Jan Dix.

In contrapposizione a quanto fatto nel Texone precedente condito da un tocco di fantastico, Claudio Nizzi qui ricava un'ottima sceneggiatura poggiandosi su uno dei temi più classici della narrativa della frontiera: il proprietario terriero che protegge la sua terra dalle mire del signorotto di turno, il tutto innaffiato da una bella spruzzata di vendetta indiana. La trama di Nizzi è riuscita a indurmi a leggere il Texone tutto d'un fiato, impresa che non sempre mi riesce vista la mole di pagine offerte dall'albo e la stanchezza che solitamente, leggendo di sera, a una cert'ora immancabilmente mi coglie. Ambrosini porta in dote il suo stile particolare e riconoscibile e tutta l'esperienza maturata nel western sulle pagine dedicate a Lungo fucile. Se i volti tratteggiati da Ambrosini non si possono dire di una bellezza proprio disarmante non mi sarebbe spiaciuto invece vedere alcuni campi lunghi in più disegnati dall'autore bresciano, inquadrature che a mio avviso riescono molto bene allo stesso.

In Colorado il ranch dei Mallory è minacciato dalle numerose incursioni dei Cheyenne, tribù indiana solitamente in buoni rapporti con gli allevatori del ranch. Dietro a questi inaspettati attacchi c'è lo zampino di Juke Tompkins, furfante che mira ai filoni auriferi nascosti nelle terre dei Mallory e che allo scopo di cacciarli dalle loro terre ha aizzato contro di loro Lupo Rosso, un capo Cheyenne, aggiustando alla bisogna la cronaca di una vecchia storiaccia nella quale indiani e membri della famiglia Mallory furono coinvolti anni prima. A fare chiarezza sulla vicenda, rischiandoci come al solito le penne, ci saranno Tex Willer e il gruppo dei suoi pards al completo.

Il prezzo della vendetta, seppur molto classico, si rivela uno dei Texoni di migliore fattura tra quelli da me letti in questi ultimi mesi, ottimo connubio tra i testi di Nizzi e le matite di Ambrosini.


domenica 24 gennaio 2016

LA MUSICA DI LAURA - 008


Domenica pomeriggio di compiti e musica per la mia bimba, un nuovo terzetto di brani da ascoltare e tra cui scegliere il preferito, vi invito tutti a unirvi alle votazioni. Tre generi molto diversi tra loro questa volta, preferenza molto netta di Lauretta che è impazzita da subito per il brano da lei poi scelto come vincitore. Ricordo a chi non sapesse di cosa si sta parlando che il progettino La musica di Laura nasce per far ascoltare canzoni adulte (se mi passate il termine forzato) alla mia bimba di nove anni, per tastare l'effetto che fa la musica che molti di noi ascoltano sui bimbi in tenera età. I brani come al solito sono scelti a casaccio da Laura stessa che solo dopo aver selezionato i tre titoli li ascolta e li vota.

Ed ecco le proposte odierne.


1)  The Allman Brothers Band - Pony Boy




2)  Ennio Morricone - L'arena




3)  Sammy Hagar - Give to live



Ma proprio senza storia alcuna il voto di Laura è andato agli Allman Brothers con Pony boy, e voi con quale brano vi trovate più a vostro agio?

giovedì 21 gennaio 2016

L'APPARTAMENTO SPAGNOLO

(L'auberge espagnol di Cédric Klapisch, 2002)

Cosa ci rimane dalla visione di questa simpatica commedia di Cédric Klapisch? A me che ho apprezzato con misura il film del regista francese, quel che più è piaciuto (elemento che tra l'altro nel mio caso va sempre a segno) è il sentore di quella nota nostalgica, malinconica che ogni spettatore potrebbe riversare sul proprio vissuto, nostalgia di quel che è stato e non è più o, in caso di esperienze particolari come può essere quella di un progetto di condivisione in terra straniera, di quel che non è mai stato. Forse un senso di malinconia che non farà presa sui giovanissimi, forse nemmeno per chi è troppo in là con l'età, più facilmente funzionerà su chi ha abbandonato l'età della spensieratezza e guarda indietro con un po' di rimpianto. Il film, in virtù del suo finale, può esser visto anche in chiave del tutto consolatoria o liberatoria se vogliamo, aderendo a un modello spesso lontano dalla vita reale (e tanto di cappello a chi è riuscito a farlo suo).

L'appartamento spagnolo del titolo, gioco di parole con un'espressione linguistica francese, è quello sito in Barcellona dove alcuni ragazzi provenienti da paesi diversi convivono per la durata del loro progetto Erasmus condividendo, più che giornate di studio, sentimenti, confidenze, crescita, culture e frigorifero. Protagonista è il francese Xavier (un giovane Romain Duris) che lascia a Parigi una scontenta Martine (Audrey Tatou) per imbarcarsi in quest'avventura in prospettiva di un lavoro al ministero. In terra spagnola (olè) troverà un italiano, un tedesco, un danese, un inglese e un'autoctona. (e non è una barzelletta) per lui futuri compagni di viaggio. Ah, c'è pure una belga. Con il dipanarsi della vicenda si instaureranno simpatie e amori, ci saranno tradimenti e dolori, quello che sembrava essere un forte senso di appartenenza sposta il suo baricentro e si trasferisce altrove.


Lontano dall'essere un gran film, nonostante le varie soluzioni trendy usate dal regista, L'appartamento spagnolo si lascia guardare volentieri soprattutto in virtù del cast giovane e ben assemblato che compone la combriccola affiatata, si gioca con i luoghi comuni sulla Spagna (come ho fatto io più sopra, olè) e si affrontano con tocco leggero temi legati alle differenze culturali o alle differenze tout-court. Tra gli interpreti diversi volti ora noti del cinema francese (e non), oltre a Roman Duris (Tutti i battiti del mio cuore, splendido) e Audrey Tatou (Il favoloso mondo di Amélie) anche Judith Godrèche (chapeaux), Cécile de France, Kelly Reilly (Sherlock Holmes).

Sapendo che il regista Cédric Klapisch ha girato due ideali seguiti del film, Bambole russe e Rompicapo a New York, tutto sommato l'idea di dargli un'occhiata non è poi da escludere, magari tra un po'.


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