giovedì 16 agosto 2018

MR. NOBODY

(di Jaco Van Dormael, 2009)

La visione di Mr. Nobody di Jaco Van Dormael potrebbe non rivelarsi troppo semplice. Almeno i primi trenta/quarantacinque minuti, nei quali si ha la netta impressione di non riuscire a cogliere i fili narrativi della storia e durante i quali si può pensare di non aver capito nulla di ciò che sta accadendo in video, potrebbero indurre diversi spettatori a mollare la presa e abbandonare anzitempo un film comunque complicato piuttosto che no. Non fatelo. Alla fine tutto sarà (un pochino) più chiaro, molti fili si riallacceranno e a qualcuno magari verrà la voglia di riguardare il film una seconda volta per capirne meglio alcune dinamiche, alcuni simbolismi e diversi dei suoi intrecci. Quando al termine delle due ore e mezza di durata di Mr. Nobody tutto si riavvolgerà sulle note di Mr. Sandman e sull'ennesimo concetto scientifico, allora capirete che sarà valsa la pena di guardare questo film fino alla fine e che, fermandosi un attimo a ripensare alla storia messa in piedi da Van Dormael, qui anche sceneggiatore e soggettista, ci si può portare a casa qualcosa di buono per la mente e qualcosa di buono per il cuore.

Dopo aver guardato un paio di film del regista belga sembra chiaro come Van Dormael rifugga la banalità e come su due concetti solo all'apparenza semplici si possa dispiegare un film che in fondo ci dimostra semplicemente come le cose della vita siano dannatamente complicate. I concetti (non gli unici ma i più importanti): ogni cosa è possibile finché non si effettua una scelta, come conseguenza della scelta compiuta si srotola una vita diversa che in ogni caso sarà interessante da vivere o seguire. Le cose sono più complesse di quello che all'apparenza possono sembrare, la semplificazione non sempre risulta essere efficace. E intorno a questi concetti il regista costruisce Mr. Nobody, affidandosi a teorie scientifiche, a scelte estetiche simboliche indirizzate anche dall'uso sapiente di colori e fotografia, alle possibilità multiple, alle storie d'amore, al passato, al presente, al futuro e all'intreccio di questi tempi uno sull'altro. Nel corso della storia di cui Nemo Nobody (Jared Leto) è protagonista, ci troveremo davanti a teorie legate alle realtà alternative (o in maniera più complicata a quella che viene definita interpretazione a molti mondi della realtà), al celebre effetto farfalla (la farfalla sbatte le ali di qua, una tempesta creerà scompiglio di là, insomma, la conoscete), le dinamiche legate alla linearità o meno del tempo, quelle legate agli eventi casuali fino ad arrivare all'espansione e alla contrazione dell'Universo. E poi ci sono quei concetti banalissimi, che potrebbero migliorare sensibilmente le nostre vite e che noi, esseri umani fallibili, spesso vigliacchi, non riusciamo ad applicare: "ho capito una cosa... è che dobbiamo sempre dire ti amo alle persone che amiamo... ti amo", certo le conseguenze non sempre si riveleranno piacevoli ma potrebbero dar vita a un'esistenza che in ogni caso sarà interessante da vivere. O forse no. E forse stiamo complicando un po' le cose, ma così è la vita. Ti amo, dicevamo. I risvolti sentimentali della storia (delle storie) di Nemo (Jared Leto appunto ma anche Toby Regbo e Thomas Byrne) sono forse le più interessanti del film, soprattutto quella sincera e appassionata vissuta con Anna (Juno Temple e Diane Kruger), coinvolgente e capace di sopravvivere anche al caos. Forse. Una storia d'amore complicata e quasi impossibile che ricorda molto quella splendida, romantica e meravigliosa tra Cate Blanchett e Brad Pitt ne Il curioso caso di Benjamin Button (altro film che vi consiglio di guardare al quale Van Doermel qui strizza l'occhio); la Kruger (bellissima come lo era la Blanchett) e Leto non fanno rimpiangere i due colleghi più celebri.


Proviamoci. Siamo in un remoto futuro asettico, dove la morte è stata sconfitta da qualche tempo, Nemo Nobody (un Jared Leto invecchiato) è l'ultimo mortale, l'unico essere umano destinato alla morte, ha 117 anni e il suo destino tiene con il fiato sospeso l'intera popolazione mondiale. Nemo cerca di ricostruire la sua storia narrandola a un giornalista, i suoi racconti però sono confusi, saltano da un tempo all'altro, si contraddicono, confondono reale e fantasia o forse solo il reale con un'altro reale. L'episodio chiave della vita, o delle vite, di Nemo sembra essere la separazione dei suoi genitori avvenuta quando il giovane Nemo (Thomas Byrne) aveva nove anni e si trovò a dover decidere se andare a vivere con la madre (Natasha Little) o rimanere con il padre (Rhys Ifans). Ma come può un bambino prendere un decisione del genere, una decisione che avrebbe completamente cambiato le sue vite? In più, lo sapevate che prima di nascere noi umani sappiamo tutto del nostro futuro? Nel momento in cui veniamo al mondo gli angeli resettano tutto, in modo da farci avere una vita piena tutta da costruire. Purtroppo, quando arrivò il turno di Nemo gli angeli si dimenticarono di resettare, il giovane quindi si trova ad avere a disposizione sprazzi di cose a venire, con la possibilità di ponderare... sembra complicato vero? Beh, lo è.

Non è facile dare un giudizio secco a Mr. Nobody, però nello scrivere questo breve commento al film (che a tratti mi sembra delirante, il commento intendo, non il film. Beh, forse anche il film) mi sono riguardato alcuni passaggi e li ho trovati ben più interessanti rispetto alla prima visione, ovviamente alla luce della conoscenza completa dell'opera. Non so se consigliarvi di di dare un'occasione a questo film, posso però consigliarvi di dargliene due. Ecco, questa mi sembra la giusta chiusura per il commento a Mr. Nobody, una storia non proprio immediata.

mercoledì 15 agosto 2018

THE NICE GUYS

(di Shane Black, 2016)

La coppia da buddy movie sui generis è un classico della commedia d'azione americana, una tradizione qui rinverdita in maniera splendida da Shane Black che dirige un duo mal assortito (ma forse neanche più di tanto) di investigatori privati, o almeno una coppia di un qualcosa che all'investigatore privato più o meno gli assomiglia. Jackson Healy (Russel Crowe) e Holland March (Ryan Gosling) più che due occhi privati sono una sorta di picchiatore prezzolato e un pasticcione combina guai con qualche sprazzo d'intuito che a volte si rivela utile ma più spesso no. Fortunatamente ad assisterli c'è anche la figlia di March, Holly (Angourie Rice), tredicenne sboccata ma col cervello che gira meglio di quello del padre, anche perché quello del padre è spesso imbevuto d'alcool. La trama di The nice guys è un semplice pretesto attorno alla quale il regista e sceneggiatore Shane Black costruisce una commedia action con al centro due attori di grande talento ispiratissimi nel prendere in giro il ruolo del duro da loro stessi ricoperto altrove e, soprattutto per quel che riguarda Gosling, mettere in scena doti da cazzaro forse mai mostrate a questi livelli nei film precedenti. E tutto questo alla coppia Crowe/Gosling riesce davvero molto, molto bene.

Siamo in California, anni 70, patria del noir, di Hollywood e dell'industria del porno. Holland March è un investigatore privato scapestrato, non sempre competente e dedito all'alcool, che viene assunto dalla vecchia zia di Misty Mountains (Murielle Teilo), reginetta del porno deceduta in uno strano incidente d'auto qualche giorno prima. La vecchia è convinta di aver visto la nipote viva e vegeta ben dopo l'incidente d'auto, difende con forza la sua convinzione indossando due bei fondi di bottiglia calati sugli occhi. In qualche modo pasticciato, indagando, Holland arriva sulle tracce della giovane Amelia (Margaret Qualley) che potrebbe essere coinvolta nel caso; la ragazza, spaventata, assume il picchiatore Jackson Healy per farsi togliere di torno March. Il primo incontro tra i due non sarà proprio all'insegna dell'amore fraterno, però, dopo aver capito che la giovane Amelia potrebbe trovarsi in qualche sorta di pericolo, Jackson si prenderà a cuore la faccenda e assumerà March per farsi aiutare nella ricerca della ragazza (nel frattempo scomparsa) nonostante March come investigatore non sia proprio questo granché. Sua figlia Holly però non se la cava male. I due si imbatteranno in diverse morti, in personaggi potenti e nell'industria dell'auto, in qualche modo tutto sembra essere collegato al film porno La mia auto ti piace, bambolone?


Come dicevamo la trama è pretestuosa, non è nemmeno necessario comprenderne tutti i risvolti per godersi questo film sinceramente divertente, Shane Black offre una regia movimentata, gioiosa e giocosa, infarcita di scene al limite e mirata a valorizzare l'estro di una coppia dai tempi comici ad orologeria, plauso speciale a Ryan Gosling per le attitudini slapstick (guardare la scena del cesso per capire) e a Crowe per la presenza ingombrante (imbolsito il ragazzo) capace sempre di riempire la scena. Sgargianti i costumi e le scenografie che riportano al decennio e agli anni della disco music, grandi pezzi in colonna sonora e un'atmosfera svagata e ruffiana che ci fa apprezzare ogni singolo passaggio di questo film che sarà pure senza pretese ma al quale non si può rimproverare davvero nulla.

Non sarebbe male vedere Shane Black dietro la macchina da presa un poco più spesso, solo quattro film in tredici anni e un genere, quello del buddy movie, a lui molto congeniale. Sue infatti le sceneggiature dei primi due Arma letale e de L'ultimo boyscout, tutti film con irresistibili coppie di tutori dell'ordine più o meno fuori dalle righe. Senza prendersi sul serio, qualche sortita in più nel genere, senza inflazionarlo, si potrebbe tentare. Anche rivedere all'opera Jackson Healy e Holland March non sarebbe poi così male.

domenica 12 agosto 2018

99 HOMES

(di Ramin Bahrani, 2014)

99 homes è un opera a tema nel quale l'argomento trattato è ciò che tiene in piedi il film, le riflessioni e le situazioni che il regista sottopone alla nostra attenzione, ancora molto attuali, sono l'unico vero motivo d'interesse di un film altrimenti anonimo sotto tutti gli altri punti di vista. Questo non necessariamente è un male, a volte è bene fruire di un'opera per approfondire un argomento, per conoscere meglio situazioni a noi magari lontane (ma non così tanto) e via discorrendo; certo è che il film d'impegno e di denuncia d'alta qualità qui è un po' lontano, ad ogni modo il film di Bahrani non è da disprezzare, anzi, solletica la curiosità e se solo fosse stato un po' più breve sarebbe stato anche un buon modo per passare la serata (che in ogni caso potete impegnare meglio facendo altro). L'impatto che ha avuto 99 homes anche sui distributori italiani non deve essere stato così rilevante, il film infatti ha saltato il passaggio in sala per finire direttamente nel catalogo della piattaforma streaming di Netflix.

"Non sono... un aristocratico, io non sono nato così, mio padre faceva tetti, capisci? Sono cresciuto nei cantieri guardandolo farsi il culo finché un giorno non è caduto da una casa a schiera. Una vita di premi pagati all'assicurazione e l'hanno mollato prima che potesse comprarsi una sedia a rotelle, ma dopo averlo solo imbottito di antidolorifici. E dovrebbe capitare anche a me questo? Credi che all'America di oggi gliene possa fregare un cazzo di Carver o di Nash? L'America non salva mai i perdenti, l'America è stata costruita tirando sempre in salvo i vincenti, forgiando una nazione di vincenti... per i vincenti, fatta dai vincenti. Ci vai in chiesa Nash? Tu ci vai in chiesa?"
"Certo"
"Solo uno su cento sale sull'Arca Nash... e tutte le altre povere anime affogano... io non voglio affogare".

L'America. Il paese delle libertà e delle opportunità. Per qualcuno magari. Dennis Nash (Andrew Garfield) è un padre single che vive con sua madre (Laura Dern) e il figlioletto Connor (Noah Lomax). Manovale tuttofare perde diversi lavori a causa della crisi del settore edile; in seguito al mancato pagamento di tre rate del mutuo riceve lo sfratto dalla banca che gli ha concesso lo stesso mutuo. A questo punto entra in scena Rick Carver (Michael Shannon), agente immobiliare che affretta i tempi e sfratta la famiglia Nash che dall'oggi al domani si trova a dover vivere in un motel. Per venir fuori da questa situazione Nash accetta il proverbiale patto con il diavolo, iniziando a lavorare proprio per Carver, l'uomo che ha sfrattato la sua famiglia e che sulle disgrazie della povera gente ha creato un business poco pulito ma molto redditizio. Nash, tenendo la sua famiglia all'oscuro di tutto, finirà in un giro illegale dove truffe allo Stato, furti, raggiri alla legge e soprattutto accanimento su poveri cristi come lui, sono all'ordine del giorno.


La crisi dei mutui americani è vicenda che tanto ha fatto discutere, in 99 homes il regista Bahrani non mette sotto i riflettori l'aspetto della finanza legata al crollo dei mercati, ci mostra invece le conseguenze che ha sulla gente un sistema malato incapace (e poco interessato) a tutelare i propri cittadini più deboli, in fondo come lo stesso Carver afferma l'America è un paese costruito per pochissimi vincenti. L'aspetto più interessante del film è probabilmente il dilemma morale che deve affrontare un loser qualsiasi quando si trova davanti l'occasione per salire sull'Arca, per passare finalmente dalla parte dei vincenti, quasi inevitabilmente dovendo calpestare le proprie convinzioni, i propri principi, i propri valori, etica e morale e finanche amici e conoscenti. Lo sviluppo del film per il resto è abbastanza prevedibile, il cast (Dern esclusa) non è nulla di eccezionale ma assolve al suo compito, anche la regia non offre spunti di interesse e il coinvolgimento del Cinema d'inchiesta o di denuncia, quello vero, qui purtroppo non si avverte. 99 homes ha il passo del film tv, va bene per un catalogo online come quello di Netflix, tratta però un argomento interessante e dai risvolti morali assolutamente universali.

Ad ogni modo la mia simpatia va sempre a quei bellissimi perdenti che sanno quando dire un bel no, anche a discapito di qualche vantaggio personale. Infatti a dire sempre di sì magari si possono ottenere dei risultati, però questo mondo continuerà a fare sempre schifo. E bene, vorrà dire che l'interno di quell'Arca non lo vedremo mai. Sticazzi.

sabato 11 agosto 2018

SOPRAVVISSUTO - THE MARTIAN

(The martian di Ridley Scott, 2015)

Ridley Scott e l'amore per l'immagine. Ridley Scott e l'amore per la fantascienza (qui forse più vicina alla scienza, anche se un poco tirata per i capelli). La somma delle due infatuazioni del regista in The martian potrebbe concretizzarsi nella via al blockbuster di classe, quello costruito a dovere, blindato da una sceneggiatura solida e privo di (troppe) concessioni allo sbraco e all'americanata facile. Il film che vede in Matt Damon il suo protagonista quasi assoluto, anche se contornato da fior d'attori, sembra essere davvero un ottimo compromesso tra il film spettacolare e la storia che potrebbe piacere a tutti, anche allo spettatore che non ama le pellicole (mi ostino a chiamarle così) infarcite di vistosi effetti speciali. La vicenda è costruita sul più classico dei "riportiamo a casa i nostri ragazzi" che nel Cinema U.S.A. abbiamo visto migliaia di volte, da Salvate il soldato Ryan ad Apollo 13, giusto per rimanere in tema spaziale (e sono solo i primi due film che mi sono venuti in mente in una frazione di secondo). Quello che qui si apprezza maggiormente è però il one man show portato avanti da Matt Damon che, filmato in tutte le salse, dalle camere piazzate ad arte da Scott, alle telecamere a circuito chiuso della navicella su Marte, dai megaschermi NASA alle piccole webcam, ci racconta in prima persona la tenacia di un uomo, un botanico, che semplicemente decide di sopravvivere dopo la catastrofe, con le sue conoscenze e con la forza di volontà, in un ambiente che potremmo definire un tantino ostile. Un passo alla volta, un problema alla volta. Credibile? Non saprei, probabilmente la disperazione avrebbe sopraffatto chiunque in una situazione del genere, ma poco importa: credibile forse, divertente sicuramente. Perché il protagonista affronta la sua situazione disperata con una certa nonchalance di fondo che strappa ben più di un sorriso nonostante il piglio del film non sia proprio quello della commedia.


La spedizione Ares 3 è di stanza su Marte. L'equipaggio è composto da cinque astronauti sotto il comando di Melissa Lewis (Jessica Chastain). A causa di una fortissima tempesta di sabbia la navicella Ares 3 è costretta a lasciare Marte in fretta e furia; durante le operazioni di rientro il membro dell'equipaggio Mark Watney (Matt Damon) viene colpito e creduto morto dai suoi compagni che abbandoneranno il pianeta e il loro amico, ignari che lo stesso è sopravvissuto all'incidente. Watney, ripresosi dal trauma iniziale, si troverà a dover combattere con la probabilità sempre dietro l'angolo che si verifichino guasti di vario tipo alla sua attrezzatura, con la scarsità di cibo, con il problema di vivere su un pianeta dove l'aria non è respirabile e con la prospettiva di dover sopravvivere almeno altri quattro anni su Marte prima che una nuova spedizione ne raggiunga il suolo. Inizierà ad adoperarsi per capire in che modo poter resistere così a lungo sul pianeta rosso. Per sua fortuna l'analista della NASA Mindy Park (Mackenzie Davis), utilizzando i satelliti puntati su Marte, nota che alcune delle attrezzature abbandonate sul pianeta dalla spedizione Ares 3 sono in movimento: l'unica spiegazione possibile è che Watney sia ancora vivo. Urgerà capire come andarlo a recuperare, operazione rischiosa e difficile da realizzare. Il film alternerà la caparbia e ottimista quotidianità di Watney, intento a sopravvivere su Marte, all'angoscia dei restanti membri dell'equipaggio, convinti in prima battuta di aver perso un amico, consapevoli poi di averlo abbandonato, situazione ancor più difficile da digerire per il comandante Lewis che sente sulle proprie spalle la responsabilità per la sorte del collega. In più si assiste al febbrile lavoro a terra, dove nella sede della NASA il comandante Sanders (Jeff Daniels) e i colleghi Henderson (Sean Bean) e Kapoor (Chiwetel Ejiofor) vaglieranno tutte le possibilità per recuperare l'astronauta prima che muoia di fame (o di qualsiasi altra cosa, le opzioni sono tutte probabili).

Scott ci presenta un ottimo compromesso tra il film spettacolare, graziato da bellissime immagini e un bel lavoro sui costumi (vorrei anche io quella bella tuta da astronauta), e una narrazione pensata, studiata e per quanto possibile vicina ad essere credibile. La soluzione del videodiario tramite il quale Watney annota successi e insuccessi in chiave spesso ironica dona un bel ritmo alla narrazione, buttando lì qualche concetto anche molto divertente: Watney si autoproclama colonizzatore di Marte, in quanto essendo riuscito a far crescere patate concimandole con i propri escrementi, assolve alla definizione tecnica di colonizzazione avendo coltivato per primo un terreno finora incolto; diventa inoltre anche pirata dello spazio in quanto per cavilli tecnici e semantici per la legge internazionale Marte ricadrebbe proprio nella giurisdizione delle acque internazionali... insomma tutte trovate surreali che alleggeriscono l'atmosfera per la sopravvivenza. Tenendo conto che il pericolo di morte per il protagonista è sempre in agguato il film risulta sorprendentemente leggero e divertente.

mercoledì 8 agosto 2018

THE NEW WORLD

(di Terrence Malick, 2005)

Forse due ore e mezza per narrare la storia di Pocahontas (Q'orianka Kilcher) sono un po' troppe anche per un autore particolare come Terrence Malick, qui al suo quarto lungometraggio realizzato a distanza di ben sette anni dal precedente (e ben più interessante) La sottile linea rossa e a quasi trent'anni dai primi due (La rabbia giovane del '73 e I giorni del cielo datato 1978). Gli aspetti migliori del film si possono ricondurre proprio a quegli elementi che spesso si sottolineano come pregi nel Cinema di Malick: la maniacalità per il dettaglio, l'importanza preponderante della fotografia, la maestria nella costruzione delle inquadrature e l'attenzione alla scelta di location magnifiche che palesano l'amore del regista per tutto ciò che appartiene all'ambito naturalistico, sempre senza tralasciare le riflessioni che le immagini di Malick spesso suscitano, riflessioni forse qui meno spirituali e filosofiche che altrove e più legate proprio a quel rispetto per una vita scandita su ritmi naturali e avulsi dalle imposizioni della società moderna.

In diverse occasioni al regista statunitense è stata imputata la tendenza a dare troppa importanza alle immagini e alla filosofia celata dietro ad esse, ad ammantare il proprio Cinema di significato e significante a discapito della pura narrazione, con il rischio palpabile di andare a creare "polpettoni" poco digeribili, apprezzati solo da un pubblico "colto" o finto tale. Nel caso di The new world il problema non si pone, la storia c'è, è anche semplice e tutto sommato parecchio risaputa, ora non vorrei fare paragoni con il Pocahontas di casa Disney in quanto è proprio uno dei cartoni animati della Disney di cui non ho memoria, però per sommi capi la storia d'amore tra l'indigena e l'inglese John Smith (Colin Farrell) la conoscono più o meno tutti.

Virginia, 1607. Un gruppo di colonizzatori inglesi sbarca sulle coste del continente americano e getta le basi per la fondazione del villaggio di Jamestown; il capitano John Smith, graziato dei suoi peccati di insubordinazione, viene incaricato di allacciare rapporti commerciali con le tribù indigene dei Powhatan. Inizialmente fatto prigioniero dagli indigeni, John Smith si inserisce all'interno del gruppo di nativi iniziando ad apprezzarne lo stile di vita libero, rispettoso della Natura, privo delle brutture che inevitabilmente nascono in una società strutturata e volta al profitto.


"Sono gentili, amorevoli, leali, privi di qualsiasi astuzia e inganno. Le parole che indicano menzogna, falsità, avidità, invidia, maldicenza e perdono non sono mai state udite; non conoscono la gelosia, il senso del possesso: reale ciò che ritenevo un sogno".

Ma il conflitto purtroppo è dietro l'angolo, inglesi e powhatan saranno destinati a scontrarsi, John Smith e Pocahontas verranno separati.

Uno dei pensieri che più mi ha colpito guardando The new world è la domanda sul perché una storia di questo genere abbia colpito l'immaginario di un regista come Malick che in fondo, pur condendola con alcune riflessioni a lui care e con diversi momenti innegabilmente molto ben riusciti, altro non ha fatto che narrarci una già nota storia d'amore. Il film, proprio in virtù della classicità della storia, si guarda senza problemi, certo non entusiasma e non è neanche graziato da grandi prove di recitazione, risulta forse un po' troppo lungo ma si apprezza comunque per un comparto tecnico e visivo di alta qualità.

Forse ciò che di più bello rimane è proprio il personaggio di Pocahontas, di un candore innocente come sempre più raramente accade di poter ammirare al Cinema. Per apprezzare a pieno il talento di Malick probabilmente invece bisognerà dirottare su altro.

domenica 5 agosto 2018

WESTWORLD - STAGIONE 1

Una delle cose più divertenti nell'entrare in un parco a tema, che so, Disneyland ad esempio, è la possibilità di lasciare all'esterno le preoccupazioni e anche un buon numero di inibizioni. Rimanendo sull'esempio del finto mondo creato dal grande Walt, è possibile all'interno dei parchi a tema Disney tenere alcuni comportamenti che in una situazione più "normale" verrebbero considerati atti da "perfetto imbecille", non è raro infatti vedere vagare tra le varie attrazioni del parco adulti in altri momenti con la testa perfettamente ancorata sulle spalle, girare tranquillamente con le orecchie di Pippo calate in testa, mangiare mele stregate cariche di zuccheri, cantare senza nessun imbarazzo i temi portanti dei cartoni animati a voce alta in mezzo a perfetti estranei; tutte cose più che innocenti che però la maggior parte di noi mai si sognerebbe di fare liberamente in mezzo alla strada.

Ora pensate se ci fosse un parco a tema dove oltre alle stupidate di cui sopra, fosse possibile sfogare tutti i propri istinti, dai più alti ai più bassi, certi di rimanere impuniti, al sicuro da ogni rischio, con la possibilità di sfogare il proprio Io senza limitazioni, sia che quell'Io porti verso azioni più o meno eroiche sia che punti verso la realizzazione di istinti più carnali o ancor peggio brutali. Impuniti, ma anche certi di non aver arrecato vero danno a nessuno, perché nel parco tutto ciò con cui si può interagire è finto, persone comprese, così se hai ferito qualcuno non ci saranno problemi, avrai ferito una macchina, se avrai ucciso qualcuno avrai ucciso una macchina che verrà poi riparata, se ti sarai scopato qualcuno ti sarai scopato una macchina, certo avvenente e perfetta, ma pur sempre una macchina. Questo è più o meno Westworld, un parco a tema western dove tutto sembra vero ma non lo è, un parco da 40.000 dollari al giorno, un parco dove tutto quello che succede rimane all'interno del parco.


Westworld (la serie) nasce dal film del 1973 Il mondo dei robot (Westworld in originale), pellicola che ancora non ho avuto modo di vedere, ne rende le idee più moderne e al passo con i tempi ma ne mantiene il concetto di fondo. Il tema centrale e più interessante è sicuramente quello della presa di coscienza da parte dell'essere sintetico, tema usatissimo da Philip Dick in avanti e sempre portatore di situazioni e conflitti di grandissimo interesse. Nel corso delle dieci (lunghissime) puntate della prima stagione possiamo vedere come alcuni dei "residenti" del parco, automi creati per dar vita a delle narrazioni ben precise che si ripetono giorno dopo giorno magari con delle piccole variazioni, inizino a mostrare dei piccoli scarti, dei comportamenti anomali, dovuti anche all'inserimento da parte del creatore del parco Robert Ford (Anthony Hopkins) e del suo primo assistente Bernard Lowe (Jeffrey Wright) delle ricordanze, sorta di ricordi delle azioni precedenti dei residenti che hanno lo scopo di rendere gli automi più vivi e credibili, forse anche troppo. Così l'innocente Dolores (Evan Rachel Wood) intraprenderà un percorso volto alla conoscenza di sé stessa, la prostituta Maeve (Thandie Newton) subirà lo shock più forte e cercherà nuove strade in maniera anche decisa, così come le cercheranno anche alcuni umani, tra gli altri proprio il creatore del parco, Ford, e un uomo misterioso, il pistolero in nero, interpretato da Ed Harris.


Le tematiche presentate in Westworld sono senza dubbio avvincenti, tirano in ballo un sacco di dilemmi morali sui quali è necessario soffermarsi, gli spunti sono innumerevoli e le possibilità infinite, anche il connubio western/fantascienza è interessante e ben gestito, l'equilibrio è bilanciato e nessuno dei due aspetti prende troppo il sopravvento sull'altro. Purtroppo si presentano spesso problemi di ritmo e momenti di stanca, ammetto su un paio di puntate di aver proprio sonnecchiato, la durata delle stesse supera o si avvicina all'ora piena e capita che la percezione della durata sia ancora amplificata dai cali di ritmo. Questo è il grande difetto di una serie che avrebbe tutte le carte in regola per sfondare, purtroppo da quel che ho letto in rete sembra che il problema si amplifichi ancora nel corso della seconda stagione. Un vero peccato perché posso dire di essermi goduto molto le ultime tre puntate di stagione, capaci di assestare diversi colpi di scena ben orchestrati e sequenze dal ritmo sostenuto, con aperture su scenari che solleticano la curiosità (anche se il più intrigante vede un dietro front già in chiusura di stagione, peccato, forse si sarebbero aperte troppe possibilità difficili da gestire, allora meglio una situazione più chiusa e controllabile dagli sceneggiatori). Prima di questi tre episodi conclusivi ero deciso ad accantonare Westworld per sempre, ora chissà...

Comunque il mio consiglio per chi ama i temi sopra descritti è quello di provare la serie e dargli una possibilità, elementi positivi ce ne sono molti, tutto è soggettivo e a tanti spettatori Westworld potrebbe piacere anche molto. Ogni tanto affiora un po' di noia, o ancor meglio di pesantezza, una sensazione che probabilmente sarebbe stata scongiurata con un minutaggio più contenuto delle puntate. In ogni caso guardate e giudicate.


PS: Westworld ha un gran cast, ma i due vecchi Hopkins e Harris si mangiano ancora tutti. Che classe!

venerdì 3 agosto 2018

I RANGERS DI FINNEGAN

(di Mauro Boselli e Majo, 2018)

Texone importante questo I rangers di Finnegan se non altro almeno in virtù del fatto che vede la luce nell'anno del trentesimo anniversario della collana, inaugurata nell'ormai lontano 1988. Come sempre più spesso accade anche quest'anno a illustrare l'albo più speciale e atteso del personaggio di punta della scuderia Bonelli è stato chiamato un artista italiano, l'ormai veterano Mario Rossi (quasi non ci si crede) a.k.a. Majo. Nonostante porti uno dei nomi più comuni in Italia, l'artista bresciano ribattezzatosi appunto Majo, emerge dall'anonimato già nei primi anni 90 partecipando al progetto Full Moon Project e, a seguire, unendosi a un gruppo di altri artisti nella realizzazione grafica delle avventure del Lazarus Ledd del mai troppo compianto Ade Capone, contribuendo poi a creare l'interessante serie fantascientifica Hammer. Da lì in avanti per il disegnatore si apriranno diverse strade che porteranno Majo a lavorare sia in Italia (Dampyr per Bonelli ad esempio) sia all'estero.

In questo trentatreesimo Texone il focus della vicenda è incentrato sul corpo dei Texas Rangers, quello di cui sono illustri esponenti proprio il duo di pards composto da Tex Willer e Kit Carson. In origine i Texas Rangers non erano un vero e proprio gruppo organizzato; la necessità di avere un manipolo di pistoleri capaci di difendere le terre del Texas nasceva nei primi decenni del 1800 quando le famiglie di coloni stanziatesi nella zona in numero sempre maggiore, iniziavano ad avere sempre più pressante la necessità di difendersi dalle varie tribù di pellerossa e dalle incursioni dei bandidos messicani. Da qui la designazione di un gruppo di uomini a guardia dei confini e delle proprietà dei coloni, gruppi all'inizio sparuti composti da uomini disordinati, spesso poco più che veri e propri farabutti senza onore, indisciplinati, violenti e inclini alla rissa, non proprio un corpo di polizia da guardare con rispetto e riverenza. Dalla loro prima apparizione e per almeno una quindicina d'anni i rangers del Texas furono un gruppo poco più che anarchico, sregolato, comunque utile alla bisogna per arginare le minacce incombenti dall'esterno dei territori di proprietà dei coloni. Solo nel 1838 la legge riconobbe l'ufficialità del corpo dei Texas Rangers che di lì in avanti prese via via un aspetto più istituzionale, organizzato in reggimenti e un pelo più incline a rispettare la legge e (forse e magari non sempre) anche la buona creanza.

Tre indiani di una tribù forestiera si avvicinano ai territori Navajo protetti da Aquila della Notte, nome indiano del Nostro Tex Willer. Sono il capo Pecos, il saggio Kwinhai e il giovane Tuwik, arrivati dai lontani territori dei Comanche per chiedere proprio l'aiuto di Aquila della Notte. Il piccolo manipolo di pellerossa racconta a Tex, Carson, Kit e Tiger Jack una storia dura da digerire per il gruppo di pards: un massacro di indiani innocenti, compresi donne e bambini, perpetrato proprio dal nobile corpo dei Texas Rangers. I quattro compagni sono propensi a pensare più a un'azione organizzata da qualche gruppo di comancheros, commercianti e contrabbandieri spesso in affari con gli stessi Comanche, ma i tre indiani ospiti dei Navajos si sentono di escludere questa ipotesi, convinti della colpevolezza dei rangers: chiedono così ad Aquila della Notte di portare a galla la verità sull'incresciosa faccenda, cosa che un uomo d'onore come Tex non può rifiutarsi di fare. Così Tex e Tiger si metteranno sulle tracce dei comancheros capitanati da Robledo indagando in quella direzione; Carson e Kit si recheranno ad Austin cercando di infiltrare il figlio di Tex tra le fila dei Rangers di Finnegan, un capo carismatico che si è guadagnato la fedeltà dei suoi uomini, qui cercheranno di capire se il manipolo locale dei Texas Rangers ha qualcosa da nascondere.

Mauro Boselli imbastisce una trama funzionale, molto classica e forse un pizzico troppo prevedibile, andando a confezionare l'ennesimo Texone riuscito che però farà fatica a farsi ricordare, perso tra altre prove, molte delle quali dello stesso Boselli, riuscite meglio di questa. Si segnala un'attenzione particolare per Kit Willer, messo sotto i riflettori più di altre volte, un buon incip d'azione in quel di Austin e la solita maestria nel confezionare una buona storia affidandosi al mestiere. L'apporto di Majo all'epopea texiana si rivela sicuramente apprezzabile anche se, pur offrendo una visione inedita del ranger, non lascia il lettore a bocca aperta per lo stupore. Nonostante il disegnatore non sia uso ai territori del western, Majo dimostra di trovarsi completamente a proprio agio tra i territori polverosi dell'Ovest americano, il suo west è impeccabile e si nota soprattutto il suo bel lavoro sugli scuri, sui notturni, meno interessante invece la caratterizzazione dei personaggi comunque in ogni caso resa in maniera sempre più che professionale. Insomma, anche I rangers di Finnegan si rivela un buon Texone, non proprio quell'uscita memorabile che ogni anno dal Texone ci piacerebbe aspettarci.

martedì 31 luglio 2018

KEN PARKER

1977, anno di fermenti, novità, movimenti, eventi; non tutti pacifici, non tutti piacevoli. Un’aria nuova si respirava un po’ in tutti gli aspetti del mondo culturale, così come rivendicazioni, agitazioni e ribellioni segnavano in maniera forte la scena politica e sociale italiana e mondiale. Nel bel mezzo di questo fervore spesso esasperato all'eccesso, anche la scena del fumetto internazionale si muoveva, proponeva vie nuove da testare e all'occorrenza seguire, non sempre vincenti, non tutte elettrizzanti, spesso originali e coraggiose. 

In America, ad esempio, le due più grandi case editrici di comics lanciavano due serie che vedevano protagonisti supereroi di colore: la Marvel Comics dedicava un albo personale al suo primo supereroe nero, Black Panther, nato sulle pagine della serie Fantastic Four già nel 1966 grazie alle menti inesauribili di Stan Lee e Jack Kirby, mentre la concorrente DC Comics dava il via libera al suo Fulmine Nero, creato da Tony Isabella, autore che già aveva lavorato sul Luke Cage di casa Marvel, altro eroe di colore proveniente dal quartiere di Harlem. Entrambe le serie non ebbero grande fortuna e chiusero i battenti abbastanza in fretta. Maggior successo arrise invece al western di Jonah Hex (DC Comics) che collezionò ben novantadue uscite… ma furono soprattutto diverse iniziative targate Marvel Comics a lasciare il segno, serie che gli appassionati del fumetto ricordano ancora oggi a distanza di quarant'anni. La prima è stata il fortunato adattamento del caso cinematografico dell’anno, la serie a fumetti dedicata a Star Wars: proseguì la sua corsa fino al settembre 1986 con centosette uscite all'attivo. Gli amanti del fantasy ricordano invece con indelebile affetto The Savage Sword of Conan e la versione del cimmero creato da Robert E. Howard disegnata dal grande John Buscema, una delle interpretazioni del personaggio più apprezzate di sempre insieme a quella del Conan di Barry Windsor Smith. In ambito supereroico fu ideata la serie What if?, una formula di successo che proponeva versioni alternative dell’universo e dei supereroi Marvel, andando a rispondere a quesiti ipotetici quali: Che cosa sarebbe successo se l’Uomo Ragno si fosse unito ai Fantastici Quattro? oppure, Che cosa sarebbe successo se Hulk avesse avuto il cervello di Bruce Banner?, o ancora, Cosa sarebbe successo se i Vendicatori non si fossero mai formati? e via di questo passo. 


In Inghilterra, figlio dei tempi, debuttava il violento e giustizialista Giudice Dredd insieme alla collana 2000AD, testata storica per il fumetto anglosassone che vide nascere sulle sue pagine alcuni dei maggiori talenti britannici poi emigrati nel mercato Statunitense. Nel dicembre del 1977 prendeva il via anche una delle più celebri e longeve produzioni indipendenti, quel Cerebus che il suo autore, Dave Sim, porterà avanti con successo e tutto da solo per ben trecento numeri, andando a creare un’opera intelligente, sferzante e critica verso diversi aspetti della società, mettendo al centro delle sue storie uno strambo oritteropo parlante che nasceva come caricatura di personaggi fantasy simili a Conan il barbaro per divenire nel corso degli anni qualcosa di unico e irripetibile. 

Sbarca in America la rivista francese Métal Hurlant, qui ribattezzata Heavy Metal, portando oltreoceano l’arte di geni creativi rivoluzionari come Moebius, Enki Bilal, Milo Manara e Tanino Liberatore solo per citarne alcuni. Impossibile qui menzionare cosa accadeva nel 1977 in tutti i mercati internazionali. Ricordiamo ancora che nemmeno il Giappone stava a guardare, proprio quell'anno esordivano due delle opere intramontabili del maestro nipponico Leiji Matsumoto, il celeberrimo Capitan Harlock e la sua serie gemella Galaxy Express 999. Insomma, nonostante la crisi e le chiusure di diverse testate, soprattutto per quel che riguarda il mercato americano, parecchio si muoveva e carne al fuoco ve n’era in abbondanza. 

Ma cosa succedeva in Italia in quel fatidico 1977? Impossibile non citare l’arrivo della Compagnia della Forca, serie ideata da Roberto Raviola in arte Magnus, ma soprattutto quello di uno dei personaggi più importanti e maturi del western nostrano: il Ken Parker di Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo. Montana, 29 dicembre 1868… è qui che inizia l’epopea di Lungo Fucile, al secolo Kenneth “Ken” Parker, una vicenda che se spesso risulterà moderna nella visione e nei contenuti, principia invece come una classicissima storia western. Ken Parker è un trapper che si guadagna da vivere cacciando sulle montagne del Montana, in seguito a una vendita portata a termine insieme al giovane fratello Bill, Ken viene attaccato e derubato da tre ignoti assalitori i quali, oltre a portarsi via il compenso del suo lavoro, uccidono e scalpano il giovane ragazzo. Se la vendetta è il più abusato dei motori per dare il via a una storia western, i due autori, Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, che per la loro creazione si sono ispirati al Robert Redford di Corvo rosso non avrai il mio scalpo, ci fanno da subito sapere che il loro non sarà un personaggio giustizialista, accecato dalla sete di sangue, e che il loro west sarà molto più strutturato e stratificato sia rispetto a quello del cinema classico americano, che vedeva il cowboy o il militare buono da una parte e l’indiano crudele dall'altra, sia rispetto a quello violento, cinico e bastardo dello spaghetti western. Se vogliamo questo è il western dell’integrazione, che vede il diverso attraverso gli occhi del protagonista esattamente come in uno specchio; un uomo che guarda un altro uomo, a volte può vederci del buono, a volte ci vede il peggiore dei mali. Fin da subito infatti Ken Parker apprende, leggendo le tracce nella neve, come il lavoretto compiuto sul giovane fratello sia opera di tre uomini bianchi che cercano di spacciarsi per indiani. Inizia così una caccia che porterà il trapper nei territori dei Cheyenne, in un avamposto dell’esercito dove anche i tre assassini si sono rifugiati. Per scovarli, a Ken non resterà che arruolarsi e trasformarsi da trapper a scout dell’esercito degli Stati Uniti, mostrando da subito empatia e rispetto per il dignitoso popolo Cheyenne, odio per le prepotenze perpetrate dai suoi stessi commilitoni, e la predisposizione universale a incarnare un ideale di giustizia a spese di uomini bianchi, rossi, neri o gialli indistintamente, sempre con una malcelata avversione per gli inutili spargimenti di sangue. 

I temi presenti nelle pagine del fumetto sono un modo per narrare la società contemporanea: può sembrare scontato sottolineare come molte delle violenze subite dagli uomini bianchi siano state all'epoca, proprio come accade ancora oggi, provocate dal comportamento espansionista, scellerato e incurante degli stessi nei confronti delle popolazioni indigene, con la creazione delle riserve, l’approvvigionamento alle tribù indiane di carni marce e, nel passato più remoto, con la consapevole diffusione di malattie ed epidemie mortali (le famose coperte al vaiolo per esempio). Ken Parker, il personaggio, incarna una scelta morale, etica e politica, che pur luminosa ai nostri occhi, all'apparenza di una giustezza insindacabile, non manca di rovinare più e più volte nella polvere della sconfitta. Proprio per questo il protagonista e la sua scelta ci sembrano così vivi, così veri e sono stati capaci di calamitare su di loro le attenzioni di un pubblico fedele nonostante le avversità narrative ed editoriali che hanno strapazzato nel corso degli anni l’esistenza del nostro eroe. Ken Parker è a tutti gli effetti un ponte tra le culture, tra le razze, tra i generi, tra le minoranze, è l’esempio da seguire nelle situazioni difficili, anche quando sarebbe necessario mettere a repentaglio qualcosa di proprio per cercare di migliorare una situazione, per cercare una convivenza pacifica a vantaggio di tutti, esempio che proprio come accade nella realtà spesso è destinato a cadere nel vuoto. 

Ken Parker, forse più di tutto il resto, è anche la traslazione su carta delle personalità, delle inquietudini e dei dubbi dei suoi due autori, ancora giovani nel 1977, di conseguenza vivono sulla loro pelle tutte le tensioni che animavano un’Italia scossa da fortissime contrapposizioni. Se il protagonista è portatore di sogni e ideali che all'epoca si credeva ancora avrebbero potuto portare a un cambiamento positivo nell'immediato futuro, è anche un uomo che si scontra con problemi simili a quelli delle contemporaneità dei suoi autori. Dopo tante peripezie editoriali, la storia di Ken Parker andò a collidere con quella reale, nella famosa sequenza dello sciopero durante il quale Ken si troverà a togliere la vita a un poliziotto. Nella storia Berardi riversa la tensione e anche il dolore vissuti sulla pelle a causa di anni durissimi e violenti. In un secondo momento arriverà anche un epilogo, amaro e disilluso, e non potrebbe essere altrimenti… chiunque può capire il perché, hanno potuto capirlo i lettori di Ken Parker semplicemente alzando il naso dalle pagine di quell'ultima storia, ancora recente, e dando un occhiata al mondo, ai risultati prodotti dallo sbiadire degli ideali di più generazioni, dall'avanzare del progresso e dai nuovi asset di una società moderna dove ogni sogno e ogni valore sono svaniti… e tutto è indubbiamente molto triste. 

Ken Parker non è Tex Willer, un grande eroe ancorato all'idea del vecchio west. Ken Parker è un uomo di oggi, che è stato ferito da quel che il mondo è diventato, che non ha perso la speranza, che guarda avanti e cerca di fare la cosa giusta, un po’ come fanno tutti i giorni gli uomini integri, che non sono eroi… rimangono solo uomini onesti, coerenti con sé stessi. Sul versante grafico Ken Parker si fa forte delle matite del suo creatore Ivo Milazzo, aiutato nel corso degli anni da disegnatori oggi di indubbia fama come Alessandrini, Ambrosini, Maraffa e Trevisan tra gli altri. Nel dare un’impronta indelebile alla sua creazione, Milazzo realizza i disegni dei primi otto albi, andando solo in seguito ad alternarsi alle matite con i suoi colleghi. È un tratto efficace quello di Milazzo che si risolve in tavole pulite, dettagliate il giusto, con un uso calibrato dei neri, un segno capace con pochi tratti di rendere al meglio l’idea di un paesaggio innevato, del mare come del calore cocente del deserto. Uno stile destinato a evolvere nel corso del tempo, alla ricerca di una sintesi in un percorso assimilabile a quello fatto da altri grandi nomi del fumetto italiano… Hugo Pratt su tutti. Questa ricerca, questa voglia di nuovo, di libertà, ha portato il disegnatore, una volta terminata definitivamente l’avventura Ken Parker, a percorrere strade diverse dal suo amico e sodale Berardi che invece è rimasto affezionato a una concezione di fumetto più artigianale e popolare, creando per la stessa Bonelli (già editrice di Ken Parker quando ancora si chiamava Cepim) il personaggio della criminologa Julia dalle fattezze della splendida Audrey Hepburn. Le recenti ristampe della serie di Ken Parker, a opera di Panini Comics prima e di Mondadori poi (con ben due edizioni all'attivo, una più lussuosa e l’altra più economica), dimostrano quanto il personaggio sia ancora oggi moderno e appetibile ma, soprattutto, quanto gli appassionati siano ancora legati a un personaggio con pochi eguali nella storia del fumetto italiano. Probabilmente Lungo Fucile regalerà nel prossimo futuro ore piacevoli e momenti di riflessione ancora a qualche altra generazione.

lunedì 16 luglio 2018

DEADWOOD DICK

(di Joe R. Lansdale, Michele Masiero e Corrado Mastantuono)

Audace è un marchio prestigioso, un marchio che agli albori della Storia del fumetto nostrano contribuì a diffondere tra gli italiani la passione per la nona arte, un marchio al quale sono legati i prodromi della nascita della Bonelli, quella che ancor oggi è la più importante e popolare casa editrice di fumetti in Italia. L'Audace nasce nel 1934 come rivista della casa editrice SAEV, già dall'anno successivo inizierà a pubblicare fumetti presentando le avventure del Brick Bradford di William Ritt e Clarence Gray, il Broncho Bill di Harry O'Neill e Radio Patrol di Ed Sullivan e Charlie Schmidt; il pezzo forte era il Tarzan di Hal Foster. Con il passare del tempo altri grossi nomi si aggiungeranno alle pubblicazioni della rivista, primo fra tutti il celebre mago Mandrake. Negli anni successivi ai personaggi internazionali si uniscono sulle pagine della rivista lavori creati da autori italiani tra i quali spiccano Carlo Cossio e proprio Gianluigi Bonelli, il futuro papà di Tex Willer. Con l'imporsi dell'ideologia fascista il materiale italiano continuerà ad aumentare a discapito dei personaggi americani, sempre più opportunità si apriranno per gli artisti italiani, la rivista diventerà pressoché autarchica con la sola eccezione di qualche episodio di Popeye, qui ribattezzato Braccio di Ferro. In seguito, per una trentina di numeri, la rivista passerà sotto l'ègida della Mondadori, altri autori si uniranno al gruppo di creativi: Federico Pedrocchi, Rino Albertarelli, Angelo Bioletto e altri ancora. Purtroppo le restrizioni fasciste e i dettami del MinCulPop (Ministero della Cultura Popolare) scombinano le carte in tavola, le vendite scemano, la rivista torna alla SAEV che senza clamore reintroduce fumetti esteri, iniziando proprio dal Tarzan questa volta di Hogarth. Sotto mentite spoglie e attribuito ad autori italiani fa il suo esordio anche il Superman di Siegel e Schuster, ribattezzato Ciclone (solo in seguito sarà Nembo Kid). Negli anni 40, tra varie vicissitudini, L'Audace (ormai solo Audace) finirà nelle mani di Gianluigi Bonelli che trasformerà la rivista in albo aumentando le pagine per numero dedicate a ogni singolo personaggio. Sono questi i primi passi che porteranno alla nascita della Bonelli che oggi tutti noi conosciamo.


Tutta questa introduzione per dire cosa? Solo per dire che Audace è tornata, non come rivista ma come sottoetichetta della Sergio Bonelli Editore, una divisione matura che dovrebbe (se le dichiarazioni d'intenti verranno confermate) presentare fumetti nuovi, freschi, meno legati a quel concetto di avventura popolare che seppur ancora attiri molti lettori, ne tiene lontani altrettanti, lettori magari interessati a un approccio più moderno e stratificato al fumetto. Allora si aprono le danze con Deadwood Dick, personaggio ideato dallo scrittore texano Joe R. Lansdale ispirato a un cowboy realmente esistito, il primo protagonista western di colore della Bonelli che nei tratti ricorda moltissimo il Jamie Foxx del Django Unchained di Tarantino. Lansdale è uno scrittore dai toni pulp, qui tradotto in sceneggiatura da Michele Masiero, l'indole ruspante e genuina dell'autore è confermata anche nell'esordio di questo fumetto che sulla notevole copertina esibisce l'inusuale bollino (almeno in Bonelli) Contenuti espliciti. L'albo si apre con il protagonista inchiodato in "una cazzo di situazione", Dick parla direttamente al lettore e con un flashback provvidenziale inizia a raccontarci la sua storia che prima o poi, lo sappiamo, lo riporterà in quella cazzo di situazione. Il linguaggio è molto diretto, le situazioni anche: Dick è in procinto di arruolarsi nei Buffalo Soldiers, le truppe composte da negri dell'esercito dell'Unione, non per amor di Patria ma per sfuggire a un linciaggio potenziale per il solo motivo d'aver guardato troppo a lungo il culo d'una bella e invitante donna bianca. In un paio di vignette si assiste a un'immaginaria scena di sesso con posizioni e impeto che difficilmente potremmo vedere in un albo di Tex, anche dialoghi, scene e descrizioni sono sopra le righe: "D'altronde negro ci sono nato: nero come un buco di culo in una notte senza Luna, secondo la definizione di mio padre, non un grande poeta, lo ammetto". Lungo le sessantasei pagine di questo primo numero impariamo a conoscere un poco il suo protagonista, un buon diavolo sicuramente non avvantaggiato nella vita dal colore della sua pelle, un uomo capace di un'ironia a volte acuta, più spesso sbracata, che da subito non potrà che risultare accattivante. Conosceremo anche il suo compagno di viaggio, incontrato nel bel mezzo d'una profumata cagata all'aria aperta (anche questa scena abbastanza inedita per il fumetto popolare), altro nero di nome Cullen al quale il Nostro si guarderà bene dallo stringergli la mano, vista l'operazione appena terminata. A controbilanciare le sequenze più divertenti ci sono comunque tematiche serie: lo schiavismo, le conseguenze non sempre facili della liberazione (la fame, la perdita di ruoli), la violenza e la guerra.


Deadwood Dick sembra un miscuglio di temi molto ben bilanciati, resi su carta con maestria innegabile da un Corrado Mastantuono in splendida forma. Le tavole, graziate da un formato leggermente più grande del classico bonelliano, si fanno ammirare per la loro qualità media davvero alta superata inoltre da alcune vignette non ingabbiate dalla griglia rigida della pagina che si aprono su panoramiche di grandissimo fascino. Anche sulla confezione di questo numero d'esordio non c'è proprio nulla di cui potersi lamentare. Salutiamo allora con favore il ritorno del marchio Audace - tra l'altro Deadwood Dick è inserito nella collana (anche questa all'esordio) che richiama un altro nome illustre del fumetto italiano: Collana Orient Express - sperando che anche le prossime proposte Audace si avvaloreranno della stessa qualità di questo avvincente esordio.

sabato 7 luglio 2018

PIANO... PIANO, DOLCE CARLOTTA

(Hush... hush, sweet Charlotte di Robert Aldrich, 1964)

Con Piano... piano, dolce Carlotta il regista Robert Aldrich tenta di pianificare a tavolino un film che possa bissare il successo commerciale di Che fine ha fatto Baby Jane? uscito nelle sale un paio di anni prima, andando a girarne quasi un ideale sequel originariamente pensato, ancora una volta, per le due attrici rivali (non si esagera dicendo che le due provassero vero odio l'una nei confronti dell'altra): Bette Davis e Joan Crawford. Per varie vicissitudini, dovute proprio alla rivalità tra le due dive, la produzione incontrò diversi problemi e per un certo periodo, a causa delle assenze della Crawford, furono sospese le riprese; questi rallentamenti portarono all'esclusione della stessa Crawford dal film, quest'ultima venne sostituita da Olivia de Havilland, grande amica della Davis. Nella prima sequenza della versione finale del film rimane ancora una scena dove compare Joan Crawford inquadrata di spalle. Archiviate le turbolenze che si trascinano ormai da anni tra le due donne, il nuovo film di Aldrich può finalmente prendere corpo.

Forse il limite più evidente di un film comunque ottimo si può riscontrare proprio nell'intenzione palese di ricalcare gli schemi del film precedente dal quale l'unico scarto veramente importante è il ribaltamento di ruolo affidato alla Davis che qui, ancora una volta, interpreta una donna ormai priva di lucidità e che corteggia da vicino la follia, ma allo stesso tempo ricopre anche il ruolo di vittima e non più quello di folle carceriera. Ma le similitudini tra le due pellicole non si limitano alla sola presenza dell'iconica Bette Davis. Aldrich ricorre ancora una volta all'espediente del salto temporale: la vicenda si apre nel 1927, con una Carlotta (Bette Davis) ancora giovane, innamorata di un uomo sposato, John Mayhew (Bruce Dern), il quale è destinato di lì a poco a morire di un'orrenda morte. Qui si intravede la volontà di Aldrich, regista capacissimo, di spingere un poco sul versante più spaventoso, regalando allo spettatore momenti da brivido e amputazioni assortite che per l'epoca un po' d'effetto l'avranno anche fatto. Comunque, tornando sul tema temporale, il trauma giovanile provoca ripercussioni sulla mente della giovine, si passa quindi al 1964 dove ritroviamo una Carlotta più anziana in procinto di perdere la casa di famiglia espropriatagli dallo Stato. Anche qui, come accadeva in Che fine ha fatto Baby Jane? la donna vive nella grande casa con la sola compagnia della domestica Velma (Agnes Moorehead), anche lei all'apparenza poco centrata, e ancora una volta il fulcro della vicenda sarà il rapporto con una parente, non la sorella ma la cugina Miriam Deering (Olivia de Havilland), tornata al paese d'origine proprio per star vicina a Carlotta nel momento di maggiore difficoltà.


L'interpretazione della Davis è nuovamente magistrale, i suoi occhi spiritati sono portatori di pura follia e terrore, se non si raggiunge il livello di angoscia provocato dal precedente film si apprezzano comunque lo sviluppo e la tensione crescente della storia; Aldrich conferma un uso sapiente della macchina da presa offrendo una serie di inquadrature suggestive, ancora una volta magnifiche prospettive sulle scale, particolari di oggetti d'uso domestico, un bianco e nero dai tagli netti sempre avvincente e un maggior tocco macabro. Le macchinazioni di alcuni personaggi, i segreti relativi al vecchio omicidio, la salute mentale della protagonista e alcune rivelazioni finali rendono il film ancor oggi se non proprio inquietante almeno teso e carico d'interesse nell'attesa del dipanarsi dei vari nodi del mistero.

Se si volesse mettere a confronto le due pellicole, sul piano qualitativo questo Piano... piano, dolce Carlotta forse non raggiunge il livello del suo predecessore, è però sicuramente stata un'ottima occasione per Aldrich d'aggiungere alla sua filmografia un altro pezzo da novanta, un vero classico da consegnare alla storia del Cinema dei Sessanta. Poi, come sempre, tanto lo fa il gusto personale degli spettatori, non è affatto escluso che molti di questi possano preferire questo film a Che fine ha fatto Baby Jane?, in fondo non ci sarebbe proprio nulla da poter obiettare.

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