venerdì 21 novembre 2014

OMOHIDE PORO PORO

(di Isao Takahata, 1991)

Viene naturale, parlando dello Studio Ghibli, pensare immediatamente al lavoro del maestro Miyazaki, cofondatore ed esponente di punta dello studio nonché artefice di capolavori assoluti riconosciutigli recentemente anche con un Oscar alla carriera. Per nostra fortuna, e con nostra intendo quella degli spettatori appassionati, lo Studio Ghibli non è solo Miyazaki come ho potuto piacevolmente constatare assaporando i lavori di Isao Takahata (Una tomba per le lucciole e questo Omohide poro poro), Yoshifumi Kondo (I sospiri del mio cuore) e in misura minore quello del figlio d'arte Goro Miyazaki (I racconti di Terramare).

Per quello che ho potuto vedere i lavori degli altri registi affiliati allo studio sono molto diversi per stile e contenuti da quelli di Miyazaki, a parte il lavoro di Goro gli altri sono racconti molto più adesi alla realtà, giusto con qualche breve puntata verso il regno della fantasia, incentrati più sui sentimenti e sulle cose della vita come queste si presentano che non su tematiche ecologiste e pacifiste o sul mondo degli spiriti del folklore giapponese. Opere meno spettacolari, più dimesse, sicuramente diverse ma in ogni caso degne di appartenere a un marchio prestigioso come quello dello Studio Ghibli, sensibilità differenti ma non meno convincenti.

Omohide poro poro è il secondo lavoro che Takahata firma per lo Studio Ghibli, il titolo letteralmente significa qualcosa come ricordi goccia a goccia. Sono proprio i ricordi di Taeko il motore di questo racconto intimo, la giovane ragazza ormai quasi trentenne, in occasione di una breve vacanza in campagna, rivive attraverso i ricordi l'epoca della sua quinta elementare con continui passaggi tra il presente e il passato che la riportano a quel lontano 1966.

Proprio quelli legati alle vacanze sono tra i primi ricordi ad affiorare nella mente di Taeko, il suo desiderio di vedere la campagna, la delusione della vacanza alle terme di Atami e il rientro repentino in una deserta città estiva. Ma la Taeko adulta, quella del presente, è decisa a porre rimedio a quel mancato incontro con la campagna lasciando per quindici giorni il suo lavoro d'ufficio a Tokio per andare ad aiutare la famiglia di un parente per la raccolta del cartamo. Il viaggio sarà l'occasione per tornare alla se stessa bambina, la campagna quella per assecondare nuovi incontri e nuove riflessioni.


Sono molti gli spunti interessanti inseriti nei ricordi della protagonista bambina, alcuni parecchio insoliti per un anime solo all'apparenza rivolto ai piccoli. Si parla molto di mestruazioni ad esempio, argomento poco trattato nei cartoni animati occidentali, della reazione di ragazze e ragazzi a questo evento di passaggio, si esplora il rapporto di Taeko con il resto della famiglia, quello con i genitori e le sorelle, ci sono diversi riferimenti alla cultura popolare giapponese dell'epoca, riferimenti pressoché inafferrabili per noi occidentali, ci sono le difficoltà con la scuola e i vari aspetti della vita da ritenersi importanti per una ragazzina di quinta elementare.

In senso lato un po' un come eravamo, cosa volevamo e cosa siamo diventati. L'animazione è meno esplosiva se paragonata ad alcune opere di Miyazaki ma sempre di ottimo livello, sembra che, come diceva una vecchia canzone su Dustin Hoffman, lo Studio Ghibli non sbagli un film.


giovedì 20 novembre 2014

RALLYE MONTE-CARLO PT. 3

Negli anni '60 il Rallye Monte-Carlo vede l'introduzione nel regolamento delle prove speciali, molte delle quali puntano sulla velocità pura. Rimangono ancora in vigore i vecchi punteggi legati alle prove di regolarità, l'indice misto permette a ogni tipo d'auto di competere al Rallye con la possibilità di portare a casa la vittoria e di ben figurare, quale che sia la cilindrata dell'auto in questione.

Gli anni '50 si erano chiusi all'insegna delle equipe francesi con le vittorie di Coltelloni e Féret. Nel 1960 la musica cambia grazie al tedesco Walter Schock, ex meccanico nelle officine Daimler-Benz. Schock porta a casa la vittoria a bordo di una Mercedes Benz 220SE.

1960 - Walter Schock su Mercedes Benz 220SE


Non ci vuole poi molto ai francesi per riportare il titolo a casa, nel 1961 è il pilota originario di Nizza Maurice Martin ad aggiudicarsi la vittoria su Panhard PL 17.

1961 - Maurice Martin su Panhard PL 17


Nel 1962 e nel 1963 arriva la doppietta dello svedese Erik Carlsson che vince entrambe le edizioni a bordo di una Saab 96. Il pilota detiene un record invidiabile e parecchio inusuale, in uno dei romanzi di Ian Fleming Carlsson si spende per dare lezioni di guida niente meno che al più famoso agente segreto al servizio di Sua Maestà, il mitico James Bond.

1962 - Erik Carlsson su Saab 96

1963 - Erik Carlsson su Saab 96


Il nord irlandese Paddy Hopkirk consente al Regno Unito di salire in cima alla classifica dell'edizione 1964 portando per primo al traguardo la sua Morris Mini Cooper S.

1964 - Paddy Hopkirk su Morris Mini Cooper S


Nel 1965 arriva la prima delle tre vittorie consecutive ottenute da tre diversi piloti finlandesi. La prima la porta a casa Timo Makinen e per la seconda volta consecutiva vince una Mini Cooper S, BMC questa volta.

1965 - Timo Makinen su BMC Mini Cooper S


L'edizione 1966 è una delle più chiacchierate della storia del rallye, alcune decisioni dei giudici rendono l'edizione farsesca squalificando per una quisquilia legata all'alimentazione del fanale superiore addirittura i primi quattro classificati (tre Mini e una Ford) e consegnando la vittoria al quinto classificato, il finlandese Pauli Toivonen su Citroen DS 21. L'edizione fu bollata dalla stampa come The Monte Carlo Fiasco.

1966 - Pauli Toivonen su Citroen DS 21


Altro finlandese e altra Mini Cooper a trionfare nell'edizione 1967. Rauno Aaltonen è un campione eclettico che vanta nel suo palmares vittorie nelle più svariate discipline, da quelle acquatiche allo speedway e al motocross.

1967 - Rauno Aaltonen su BMC Mini Cooper S


Arriva anche il momento della vittoria per la Porsche modello 911 T, a guidarla il londinese Vic Elford che nel 1968 trionfa a Monte Carlo dopo aver vinto il campionato europeo di rally l'anno precedente.

1968 - Vic Elford su Porsche 911 T


Chiudiamo la carrellata degli anni '60 con la vittoria dello svedese Bjorn Waldegard anch'esso su Porsche 911 S (foto assente).


Curiosiamo ora tra immagini più recenti delle auto vincitrici delle varie edizioni del rally negli anni '60.


Mercedes Benz 220SE vincitrice nel 1960



Panhard PL 17 vincitrice nel 1961



Saab 96 vincitrice nel 1962 e 1963



Morris Mini Cooper S vincitrice nel 1964, 1965 e 1967



Citroen DS 21 vincitrice nel 1966



Porsche 911T vincitrice nel 1968 e 1969

BRADI PIT 113

Bradi Pit after Benigni. Multimediale.






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martedì 18 novembre 2014

LA ZONA DEL CREPUSCOLO

(di Tiziano Sclavi e Montanari & Grassani)

A volte, quasi sempre a dirla tutta, dopo la vita ci aspetta la morte, l'ignoto, il mistero. Per qualcuno, per pochi eletti, dopo la vita c'è la zona del crepuscolo. Non pensate a questa come a qualcosa di simile al limbo della tradizione cristiana, non lo è affatto. Come hanno potuto scoprire Dylan Dog o ancor prima lo scrittore Edgar Allan Poe (che ne parla nel suo La verità sul caso di Mr. Valdemar) la zona del crepuscolo è una realtà molto più concreta e terrena, una realtà che prende corpo nel piccolo paesino di Inverary, incantevole borgo scozzese adagiato sulle sponde del Loch Fyne. E dire che nel lontano 1997 il paesino fu una delle tappe di quello che rimane uno dei più bei viaggi della mia vita, probabilmente all'epoca ero ancora molto lontano dallo scoccare della mia ultima ora e lo scorrere della vita ad Inverary mi sembrò uguale in tutto e per tutto a quello che solitamente caratterizza i piccoli borghi simili a quello. Probabilmente anche dieci anni prima, nell'Aprile del 1987, il borgo doveva sembrare all'occhio di uno straniero un posto sereno e rilassante, in armonia con la natura e con il mondo. E' proprio allora che il nostro indagatore dell'incubo si reca sul posto in seguito a una chiamata allarmante e delirante della giovane Mabel Carpenter. Dylan è convinto che la giovane non gli abbia raccontato la verità durante la sua telefonata (farfugliava qualcosa riguardo ai marziani) ma l'inquietudine della ragazza sembra maledettamente reale, il sesto senso di Dylan lo spinge così a recarsi a Inverary e a portare avanti un'indagine durante la quale il primo contatto umano lo avrà con un traghettatore di nome Charon che gestisce i trasporti sul lago a bordo di una sorta di vecchio veliero fantasma.

Torna il tema della morte e del dopo-morte e inevitabilmente ricompare, anche se solo evocato, lo spettro di Xabaras insieme ai vecchi ricordi che Dylan ha di suo padre che dello stesso Xabaras fu letale avversario. In questo numero sono diversi i temi toccati dalla sceneggiatura di Sclavi a partire da quello della piccola comunità chiusa, scenario sempre avvincente quando si trattano mistero e orrore. Altro tema importante è il trapasso, evento al quale risulta quasi impossibile arrivare ben preparati, di rimando potremmo riflettere su temi attuali come quello della scelta volontaria tra la vita e la morte, tra una vita che vita non è più e tra una morte definitiva e drastica. Si capisce come il fumetto popolare possa affrontare all'interno di un'ottima narrazione come è questa argomenti di massima importanza. Come già era successo per l'episodio Le notti della Luna piena le matite sono affidate al duo Montanari & Grassani dei quali continuo a trovare il lavoro un po' rigido e legnoso ma parecchio evocativo nella resa delle atmosfere notturne e nebbiose che fanno da cornice alla vicenda. E' grazie a episodi come questo che il mito di Dylan Dog ha continuato a sedimentare nell'affetto dei lettori e ha continuato a crescere fino ad oggi, seppure un po' sfiorito con l'andare degli anni l'indagatore dell'incubo non è ancora domo e sta tentando proprio in questi mesi di ritrovare una nuova giovinezza, campo nel quale non dovrebbe avere grosse difficoltà a districarsi.


domenica 16 novembre 2014

COVER GALLERY: MIKE DEL MUNDO - X-MEN: LEGACY

X-Men: Legacy 02
La Cover Gallery della settimana è interamente dedicata all'artista Mike Del Mundo e alle sue illustrazioni realizzate per la seconda serie di X-Men: Legacy. Per apprezzare al meglio le scelte grafiche e ancor più quelle concettuali alla base delle copertine di Del Mundo sarà bene spendere due parole sui contenuti della serie in questione.

La seconda incarnazione di X-Men: Legacy prende il via all'epoca del progetto Marvel Now e nonostante porti ben impresso nel titolo il nome del celebre super gruppo mutante il vero protagonista della serie è uno solo: David Haller, nome in codice Legione. Questi altro non è che il figlio di Charles Xavier nonché uno dei mutanti più potenti e problematici dell'universo Marvel. Affetto da disturbo da personalità multipla, nel cervello di David convivono centinaia di personalità diverse ognuna delle quali con un potenziale potere mutante a disposizione, alcuni di questi realmente devastanti. Legione ha a disposizione quindi una gamma vastissima di superpoteri, cosa che lo rende uno degli esseri più potenti del pianeta, peccato che David non controlli le sue personalità e che questo spesso crei disastri di grande portata.

La serie affronta la ricerca dell'integrità da parte di David e segue il suo sforzo continuo di diventare una persona completa ed equilibrata. Per far questo Legione dovrà tenere a bada le sue personalità, alcune delle quali remeranno contro con grande energia, e al tempo stesso affrontare la morte del padre e trovare una motivazione per andare avanti.

La serie era partita come una delle più interessanti del progetto Marvel Now, la scrittura di Spurrier non rinunciava all'ironia rivelandosi al contempo capace di uscire dagli schemi soliti delle serie mutanti. Purtroppo con l'andare dei numeri la serie subisce un calo di creatività e freschezza iniziando a girare intorno sempre ai pochi spunti iniziali (che erano molto buoni) e accartocciandosi un po' su se stessa. Chiuderà dopo venticinque numeri.

Mike Del Mundo è estremamente abile a infilare nelle copertine i concetti cardine della serie e alcuni degli spunti più interessanti dei singoli episodi. A voi una selezione dei suoi lavori.

Come per gli scorsi appuntamenti e come accadrà nei prossimi, vi chiedo di segnalare le vostre cover preferite (per un massimo di tre) in modo da organizzare un'eventuale mostra virtuale con le migliori illustrazioni proposte nei vari Cover Gallery. Ovviamente il voto è completamente libero, si può giudicare il tratto del disegnatore, la costruzione della copertina, il soggetto, lo stile, l'eventuale citazione, etc..., insomma, quello che più vi piace, non ci sono regole. E magari questo pistolotto ve lo beccherete copincollato tutte le prossime volte, come memento :)

PS: la cover in apertura di post è votabile come le altre.


X-Men: Legacy 04



X-Men: Legacy 05



X-Men: Legacy 06



X-Men: Legacy 08



X-Men: Legacy 09



X-Men: Legacy 10



X-Men: Legacy 13



X-Men: Legacy 14



X-Men: Legacy 16



X-Men: Legacy 20

sabato 15 novembre 2014

DOCTOR WHO - STAGIONE 8

Per la prima volta parlando di Doctor Who mi trovo a far davvero fatica a esprimere un giudizio netto, positivo o negativo che sia, sulla stagione che si è appena conclusa. Per la prima volta dal rilancio del 2005 non sono riuscito infatti a (re)innamorarmi del buon Dottore. Prima della ripresa moderna di questa storica e fantastica serie, come ho forse già avuto modo di dire, di Doctor Who non sapevo nulla o quasi. Poi, dopo soli tredici episodi, mi ritrovai totalmente catturato dal Dottore e subito in pena per l'abbandono di Eccleston.

Bastò lo speciale natalizio per farmi innamorare di Tennant e della nuova incarnazione del protagonista. Tre stagioni dopo eravamo da capo, ancora la sensazione che nulla sarebbe stato come prima. Ma ecco arrivare Matt Smith e un altro grande Dottore, ogni volta la nuova incarnazione riusciva a farmi dimenticare la precedente. Non sto dicendo che l'ultima fosse sempre meglio di quella prima, Tennant rimane (forse) inarrivabile, dico solo che il Dottore era sempre così grande da non farmi rimpiangere la sua versione precedente.

Ecco, questa volta questo non è successo, preferivo Smith o, ancor meglio, il Dottore interpretato da Smith, che non è proprio la stessa cosa. Eh sì, perché credo fermamente che il problema non sia Capaldi, attore navigato e capace di portare alla serie un ulteriore sviluppo nell'animo e nelle caratteristiche del personaggio, una nuova visione del Dottore, diversa dalle precedenti e per taluni aspetti altrettanto profonda.

Forse è proprio questa diversità a non avermi coinvolto come accaduto in passato, un Dottore più freddo, più scostante, meno avvolgente e in alcuni casi all'apparenza meno geniale. Forse il Dottore necessario a far emergere in maniera forte la companion Clara Oswald (Jenna-Louise Coleman) che in più di un'occasione, come mai successo in passato, sembra essere il vero motore della vicenda, l'elemento risolutivo, il vero Dottore. Lo sceneggiatore Steven Moffat lavora parecchio sul nuovo carattere del Dottore con il volto di Peter Capaldi, lavora sulla sua capacità di prendere decisioni difficili, sul suo rapporto con l'altro e con Clara in particolare, sull'attitudine (del Dottore e non solo) a saper mentire e sacrificarsi per il bene di chi si ama. Lavora molto sul Dottore ma lo fa tanto di testa e molto meno di cuore, aspetto che si riflette in tutta l'economia della stagione con un effetto a mio avviso imperdonabile in questa serie fatta di tanti elementi ma da sempre basata sui picchi emotivi, picchi che quest'anno ho riscontrato in davvero poche occasioni.


Mancano inoltre i grandi fili di coesione a unire le puntate, dove sono i personaggi come River Song? Dove sono gli incontri come quello con Van Gogh? Semplice, non ci sono. La serie poi si guarda comunque volentieri e in fin dei conti me la sono forse goduta di più di quella dell'anno scorso. E no, non mi sto contraddicendo, è solo che semplicemente quest'anno l'ho guardata come se fosse una serie come tante, non più il Doctor Who, quello che piaceva tanto, tantissimo a me.

Probabilmente è ora di un altro cambio, Moffat sta facendo un lavoro enorme su Sherlock, altra serie favolosa, lasciamolo lavorare lì, tranquillo. Qui forse è ora di provare qualcosa d'altro.


giovedì 13 novembre 2014

BRADI PIT SPECIAL 4 - GOCCE D'ACQUA

Belli si nasce e io, modestamente, lo nacqui!



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mercoledì 12 novembre 2014

A-Z: ALTER BRIDGE - ONE DAY REMAINS

Gli Alter Bridge nascono da una costola dei Creed. Anzi no. Gli Alter Bridge sono i Creed che a un certo punto perdono una costola (che per comodità chiameremo Scott Stapp). Ma si sa, in natura nulla si distrugge e tutto si trasforma così ai Creed cresce una nuova costola (che per comodità chiameremo Myles Kennedy) e l'entità Creed si trasforma nell'entità Alter Bridge. Questa era la teoria dominante fino al 2009, poi i mezzi a disposizione della scienza si sono evoluti e la teoria è stata rivista e corretta. Secondo le correnti di pensiero più moderne l'entità Creed/Alter Bridge non subì alcuna mutazione, si trattò invece di un caso di moltiplicazione, atipico per svariati motivi. Intanto di solito sono le cellule a moltiplicarsi e non le costole, e questo resta un mistero inspiegabile. Inoltre per diversi anni l'entità Creed, pur avendo elementi in comune con la nuova entità Alter Bridge, rimase nascosta per ricomparire integra appunto nel 2009, da qui la nuova teoria. Ad oggi le due entità proseguono in maniera indipendente la loro esistenza pur avendo in comune le particelle denominate Tremonti/Marshall/Phillips (altro mistero). Si osserva come dalla nascita dell'entità Alter Bridge questa abbia preso il sopravvento sull'entità quasigemella che risulta semi-dormiente dal lontano 2009. L'evoluzione degli Alter Bridge, parliamone pure al plurale, è stata rapidissima riuscendo a trasformare nel giro di pochissimo tempo una costola in una rock band solo a volte metal oriented.

L'affaccio al mondo del rock, a discapito di quello scientifico, avviene nel 2004 con il grintoso album d'esordio One day remains al quale tocca il fardello di non far rimpiangere le prime prove dell'entità madre rimasta nei cuori dei più e all'apparenza anche più remunerativa in venali soldoni. Ma a conti fatti e con le due entità scaraventate sui piatti non del vinile ma della bilancia, sarà difficile vedere un fan della prima storcere il naso come se avesse annusato un calzino sudato dopo aver ascoltato il lavoro della seconda. I punti di contatto non mancano, come è inevitabile che sia avendo le due entità (che per comodità chiameremo da ora in avanti band) in comune le particelle di cui sopra che in entrambe le band si fanno carico di portare avanti una sezione ritmica compatta e coesa. Il talento di Myles Kennedy, al pari di quello di Mr. Ripley, è innegabile e controllato con grande maestria, l'apporto del cantante al gruppo è importante per talento ma ancor più per capacità interpretativa, qualità che in alcuni casi riesce a cambiare la faccia di brani altrimenti risaputi. Il rock della band (chiamarlo metal mi sembra esagerato anche se diverse virate in quel senso ci sono anche) gode di un impatto energico e compatto, magari non eccezionale per varietà, basato sulla formula s/r/s etc..., ma che in ogni caso funziona. I temi delle liriche girano più che altro sulla difficoltà di affrontare la vita giorno per giorno e sulla speranza di non doverle affrontare in solitaria. Niente di nuovo sotto il sole, in compenso tanta grinta stemperata da un cantato melodico e avvolgente che grazie proprio alla voce di Kennedy (reclutato anche da Slash, ma evitiamo di parlare nuovamente di costole) rende i brani alla portata di tutti o quasi. Quando il ritmo rallenta (mai troppo) è proprio quello il momento di apprezzare le doti del vocalist che raggiunge le più alte vette emozionali nel brano In loving memory esibendo un misto di dolcezza e forte coinvolgimento che non lascia indifferenti. Le dita di Tremonti funzionano bene (non tutti i Tremonti vengon per nuocere) e all'interno di un album che si ascolta con piacere (ogni tanto) i buoni pezzi non mancano.

E prima o poi si spenderanno due parole anche per i Creed.



One day remains, 2004 - Wind-up

Myles Kennedy: voce
Mark Tremonti: chitarra solista, voci
Brian Marshall: basso
Scott Phillips: batteria

Tracklist:
01  Find the real
02  One day remains
03  Open your eyes
04  Burn it down
05  Metalingus
06  Broken wings
07  In loving memory
08  Down to my last
09  Watch your words
10  Shed my skin
11  The end is here

LA BUONANOTTE - DREAM THEATER - THE SPIRIT CARRIES ON

Nell'augurarvi una buona notte...



Dream Theater - The spirit carries on

dall'album Metropolis pt. 2: scenes from a memory del 1999

martedì 11 novembre 2014

PIRATI! BRIGANTI DA STRAPAZZO

(The pirates! In an adventure with scientists! di Peter Lorde, 2012)

La Aardman Animations è una realtà davvero interessante, dietro ogni loro produzione ci dev'essere una mole di lavoro non indifferente capace di plasmarsi, è proprio il caso di dirlo, in risultati di tutto rispetto degni di raggiungere il buio delle grandi sale cinematografiche. I primi cortometraggi prodotti dallo studio di animazione di Bristol - Inghilterra, risalgono addirittura al 1978, realizzazioni probabilmente mai tradotte nella nostra lingua (e forse mai viste da noi neanche in lingua originale). I corti prodotti dalla Aardman ammontano a quasi una cinquantina di titoli i più celebri dei quali vedono come protagonista la coppia di plastilina composta dai simpatici Wallace e Gromit. E' proprio con la tecnica della stop motion che lo studio si fa conoscere nel campo dell'animazione anche sulla lunga distanza. E' del 2000 il film Galline in fuga che precede di ben cinque anni il divertentissimo Wallace & Gromit - La maledizione del coniglio mannaro (2005). Pirati! Briganti da strapazzo è l'ultima fatica della Aardman, un film che è anche un piccolo salto evolutivo che mescola la stop motion dei pupazzi in plastilina con la cgi degli ambienti e di diversi altri elementi. Tecnicamente il risultato è davvero ben riuscito tanto che durante la visione si è tentati di schiacciare il tasto pausa per ammirare fino in fondo la ricostruzione digitale delle scenografie, specialmente le vecchie strade di Londra ricreate come se fossero state realizzate anch'esse con la plastilina. Le due tecniche si sposano alla perfezione, un'ottima cornice per una storia divertente che non presenta però particolari motivi che la facciano spiccare nel mucchio di prodotti simili a questo.


Il film offre comunque diversi spunti divertenti, in primis la presenza della scimmia muta aiutante di Darwin che parla solo attraverso cartellini stampati spesso esilaranti. Il succo: Capitan Pirata e la sua stramba ciurma non sono propriamente il terrore dei sette mari, nell'annuale competizione Pirata dell'anno il Capitano viene regolarmente sbaragliato dall'agguerrita concorrenza di loschi individui come Sciabola Liz o Bellamy il moro. Per incrementare il suo bottino, elemento essenziale per vincere la competizione, il Capitano parteciperà a un concorso scientifico puntando al primo premio grazie alla sensazionale esibizione di un Dodo ancora in vita che il Capitano stesso ha sempre creduto essere un semplice volatile. Nella vicenda hanno la loro parte anche Charles Darwin, la sua scimmia e la Regina Vittoria nemica giurata dei pirati e delle specie in via di estinzione.

Un film che si segue con piacere pur non offrendo risvolti esaltanti nel plot graziato però da una resa visiva molto appagante. La mia più grande speranza rimane quella di non dovermi imbattere mai più in un doppiaggio affidato alla Littizzetto. Detto questo mi piacerebbe vedere un prodotto Aardman nel quale la sceneggiatura spinga di più sull'originalità e sulla capacità di creare una trama più convincente, con questo apparato tecnico ci sarebbe di che godere.


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