giovedì 19 gennaio 2017

UOMINI E LUPI

(di Giuseppe De Santis e Leopoldo Savona, 1957)

A volte quelli che sono veri e propri documenti di un'epoca, episodi significativi di un'arte legati a un dato momento storico del nostro Paese o a un preciso movimento artistico (il neorealismo italiano), vengono dimenticati solo per essere riscoperti per alcuni versi attuali molti anni più tardi. Uomini e Lupi è ambientato nell'Abruzzo del 1956, girato nei pressi di Pescasseroli e Scanno durante le famose nevicate del '56 che resero difficile la vita a molte comunità. Si racconta un ambiente legato alla pastorizia e quella che era vista allora come una vera e propria piaga: la presenza di branchi di lupi affamati pronti a saltare alla gola delle pecore, bestie preziose per il sostentamento della gente di montagna. Il parallelo con il nostro presente non è ovviamente legato al lupo, risulta invece drammaticamente attuale la difficoltà oggettiva nella quale neve e gelo stanno calando oggi come allora le popolazioni del Centro Italia, già largamente provate dall'incessante sequela di scosse di terremoto che da diversi mesi a questa parte stanno rendendo loro la vita decisamente poco serena, terremoto che, neanche a farlo apposta, fa capolino anche nel film di De Santis pur se in maniera marginale.

Uomini e lupi è un film che è stato quasi rimosso dalla storia del Cinema nostrano, sono altri i capolavori a cui si guarda con ammirazione pensando al neorealismo, probabilmente anche con cognizione di causa, eppure dietro a questo film ci sono grandi nomi illustri a partire proprio da Giuseppe De Santis, regista anche del più famoso Riso Amaro che per temi ha diverse cose in comune con questo film (oltre alla presenza della Mangano). Al soggetto e alla sceneggiatura hanno lavorato colonne del nostro cinema dell'epoca, da Tonino Guerra a Cesare Zavattini fino ad arrivare a Elio Petri. Nel cast una vera e propria star dell'epoca, Silvana Mangano, e rappresentanze internazionali offerte da Yves Montand e Pedro Armendáriz.

L'Abruzzo del '56 è una terra bella e dura, poco lavoro e d'inverno condizioni proibitive per la gente di montagna. In più ci si mettono i lupi, si rende perciò necessario il mestiere del luparo, il cacciatore di lupi, pagato dai comuni, dai paesani e dai proprietari di bestiame per tenere al sicuro pecore, vacche e cavalli. Nel paese di Vischio arriva Giovanni (Pedro Armendáriz) con moglie e figlio al seguito, luparo che sogna di prendere un lupo vivo, per mettere da parte i soldi dei paesani e vendere il lupo a un giardino zoologico, operazione pericolosa ma dagli alti compensi. Lo stesso giorno in paese arriva anche Ricuccio (Yves Montand), altro luparo molto meno esperto e decisamente più guascone, interessato più alle grazie della bella moglie di Giovanni, Teresa (Silvana Mangano) e a quelle della giovane Bianca (Irene Cefaro), figlia del maggior proprietario del paese. Le rivalità tra i due inevitabilmente si scateneranno ma i veri avversari, per entrambi, continueranno a essere i lupi.


Il film è interessante come documento storico, tratteggia luoghi e situazioni in maniera accurata, regala bei panorami e almeno una sequenza realmente molto riuscita, quella dell'attacco dei lupi, ormai rosi dalla fame, all'interno del paese dal quale nasce un movimentato parapiglia davvero ben orchestrato da De Santis. Altro fattore, proprio del neorealismo, è il racconto delle condizioni di vita della gente, dei poveri, spesso più spensierati e sereni, e dei benestanti, rinchiusi in prigioni senza mura, intrappolati dalle questioni d'onore ancora in voga all'epoca e dalla mancanza di prospettive dovuta a provincialità e legami familiari difficili da spezzare. Bella anche la figura di Teresa, la più complessa e meglio tratteggiata insieme a quella di Ricuccio. Prezioso il messaggio di speranza, soprattutto oggi, l'inverno passa, sempre, anche quello del '56, inevitabilmente dovranno tornare sole e primavera.

Purtroppo i dissidi tra regista e produzione (Titanus), che decise di tagliare poco meno di una ventina di minuti al film, non ci permettono di vedere l'opera come realmente De Santis l'aveva intesa, il regista uscì amareggiato dalla vicenda tanto da disconoscere un'opera che non sentiva più interamente sua.


FUTURBRADI

Chi non muore si rivede...


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lunedì 16 gennaio 2017

HUGO CABRET

(Hugo di Martin Scorsese, 2011)

Qualche anno fa, all'interno del Museo del Cinema di Torino, ebbi modo di vedere la mostra dedicata a Martin Scorsese, per me uno dei più grandi registi viventi. Tanti i materiali utili a ricostruire l'infanzia, il rapporto con la famiglia, con la religione e con l'America del giovane futuro regista. Cresciuto a Little Italy, in Elizabeth street, a segnare l'immaginario di Scorsese arrivò il connubio conflittuale tra la fede, la vita religiosa e la violenza della strada, non a caso il sottotitolo di uno dei suoi primi film, il bellissimo Mean streets, recita: Domenica in chiesa, lunedì all'inferno.

Tra i vari materiali di scena, molti provenienti dal set di Gangs of New York, e cimeli personali della famiglia Scorsese, mi piacque molto un'installazione probabilmente più anonima ma significativa di quello che era, e ancora è, per me il cinema di Martin Scorsese. Lungo un grosso pannello vi erano allineati una dozzina di monitor, alcuni in alto, altri in basso. Al centro vi era rappresentata una enorme pianta di Manhattan (e di New York), con i suoi quartieri principali e le sue vie. Ogni monitor riproduceva alcune scene di un film di Scorsese, il monitor era collegato per mezzo di una segnaletica ad una strada sulla cartina, ad una zona che era quella nella quale si ambientavano le azioni riprodotte nel video. Un'idea semplicissima, un'idea davanti alla quale rimasi però incantato per moltissimo tempo, perché per me quell'installazione, lo ribadisco ancora una volta, era il cinema di Martin Scorsese: Newyorkese, vicino alla strada, intriso delle contraddizioni, spesso violente, della vita nella metropoli.

Detto questo, è noto come Scorsese, oltre che per queste tematiche, abbia passioni sconfinate per la storia del Cinema e per la musica, con un occhio particolare per il blues ad esempio. Hugo Cabret nasce proprio dalla prima di queste, un'amore viscerale per il Cinema, cosa che sembra quasi scontata per un cineasta di lungo corso come lo è Scorsese. Eppure, nonostante sia più che evidente la totale devozione alla materia trattata in questo film, Hugo Cabret mi ha dato l'impressione di un lavoro portato a termine con impegno da un regista lontano da casa, un uomo della strada che guarda sognante alla Luna che rimane lassù, lontana, mentre i suoi piedi sono ancorati a un marciapiede macchiato di sangue.


Non è un brutto film Hugo Cabret, non mancano gli spunti d'interesse soprattutto nell'omaggio ai primi passi del neonato Cinema, ai suoi primi vagiti nel fantastico grazie alle opere di George Méliès, uno dei più importanti innovatori della Settima Arte. Proprio nello scoprire poco a poco, passo dopo passo, le connessioni tra le vicende del giovane protagonista Hugo Cabret (Asa Butterfield) e quelle del genio Méliès (Ben Kingsley), ritiratosi da molto tempo dalle scene, si trova il lato più emozionante di un film altrimenti avvolto in un immaginario fantastico tanto sfarzoso e luccicante quanto artificioso, capace di appagare gli occhi ma dal sapore finto e stucchevole.

Mi sembra difficile credere che un'operazione come questa, sicuramente sincera e non priva di pregi, possa soddisfare il palato dell'amante del Cinema, così come non credo lo faccia con il fan dell'opera Scorsesiana. L'impressione è che Hugo Cabret possa essere considerato un buon film per ragazzi, una bella visione per famiglie e, se vogliamo vederla in quest'ottica, anche un film riuscito. Non di meno, con buona pace delle scenografie di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo (premiati con l'Oscar) e di tutte le maestranze che si son portate a casa con merito ben cinque statuette tecniche, il film rimane uno degli episodi più innocui e meno convincenti della filmografia di un regista immenso. È innegabile come Scorsese abbia facilità a toccare le corde giuste al momento più opportuno, di certo non gli manca il mestiere, la parabola di ascesa, caduta e risalita (o riscoperta) del grande Méliès non lascia indifferenti, la laccatura patinata spruzzata sull'intero film è di quelle che Hollywood ama, la critica ha generalmente unito i puntini e apprezzato.

Non sono qui a voler fare la voce fuori dal coro, ma a volte anche dire che un grande rientra in un'onorevole medietà non è reato.


sabato 14 gennaio 2017

BOGART

L'altro giorno, era martedì, uscii di casa come tutte le mattine per accompagnare mia figlia a scuola, a piedi, cosa che mi permette sulla via del ritorno di fare un salto in edicola quando serve. Quel giorno diedi un'occhiata allo scaffale dei fumetti, acquistai il mio settimanale di cinema e televisione preferito, comprai le figurine dei Cucciolotti per Laura, tutto abbastanza distrattamente; tornai poi a casa, poggiai tutto sul tavolo e la giornata proseguì nella sua prevedibile routine. La sera, dopo il lavoro, rincasai e tra i vari discorsi mia moglie mi buttò lì ironicamente un: "hanno messo un volto nuovo in copertina questa settimana". Guardai bene la copertina della rivista, cosa che non avevo fatto in mattinata, e mi venne spontaneo rispondere: "beh, facce così oggi non ce ne sono più".

La faccia in questione era quella di Humphrey Bogart, dura e allo stesso tempo sofferente, sudata, un poco scomposta, imperfetta e viva, la sigaretta pendente da un'angolo della bocca, lo sguardo volto a guardare oltre. Non ce ne sono più di facce così, o quantomeno ce ne sono poche di così segnate, in quella maniera lì, non dal tempo ma dall'esperienza, dalla vita.

È strano pensare che quella faccia lì ce la regalò proprio Babbo Natale, la consegnò il 25 Dicembre del 1899 in quel di New York al signor Belmont De Forest Bogart e alla sua signora, Maud Humphrey che probabilmente mai avrebbero pensato che il volto del loro bimbo avrebbe campeggiato sulla copertina di diverse riviste ben centodiciassette anni più tardi, dopo averlo fatto chissà quante altre volte in precedenza. A portarlo via sarà invece la malattia, il 14 Gennaio del 1957, dopo un periodo di strenua lotta con la stessa, oggi lo ricordiamo volentieri, come fosse ancora qui con noi, a sessant'anni dalla sua scomparsa.

È la faccia di uno che sta bene da solo quella di Bogart, il piglio cinico, l'aria a volte persa, a volte sconfitta, come quella di diversi suoi personaggi, non a caso è proprio sua la faccia che darà vita sullo schermo a due dei protagonisti fondamentali dell'hard boiled, della scuola dei duri di letteraria memoria usciti dalle penne di Raymond Chandler e Dashiell Hammett, eroi nuovi negli anni 40, antieroi li chiamarono poi, moderni e accattivanti, autoironici, disincantati. I loro nomi? Philip Marlowe e Sam Spade, occhi privati (all'appello manca giusto il Mike Hammer di Spillane).


È la stessa faccia che non diresti mai adatta a una commedia, eppure, duttile sotto la direzione di un grande Billy Wilder (non senza problemi si dice e, visto il caratteraccio del nostro, non si stenta a crederlo), entra in un film delizioso come Sabrina, certo la parte non era pensata per lui, si rivela invece perfetto contraltare di un viso di rara perfezione ed eleganza come quello della magnifica Audrey Hepburn. A proposito di donne. Lo riguardo, proprio ora mentre sto scrivendo, non era bello, proprio no, ma le qualità di quel volto, quell'aria di chi ha lavorato e di gavetta ne ha fatta (e Bogart ne ha fatta), riuscì ad ammaliare anche Lauren Bacall, venticinque anni più giovane di lui e di una bellezza innegabile.

Quanto valore è riuscita a dare quella faccia a un cappello, a un impermeabile, a una sigaretta o a una notte avvolta nella nebbia? Più che a tutto il resto Bogart ha contribuito a rendere immortali le figure del noir, da ambo i lati della barricata, prima al servizio di nomi più noti del suo (la lunga gavetta), poi da interprete principale, da Una pallottola per Roy in avanti passando per Il mistero del falco e Il grande sonno. "La faccia" diventa addirittura protagonista in La fuga di Delmer Daves, appartiene a un criminale in fuga costretto a farsela rifare chirurgicamente per sfuggire alla giustizia, una faccia che lo spettatore vede solamente quando "diventa" quella di Bogart.

Chissà se qualcuno, quando la sua carriera era agli inizi, ha mai posto a Bogart la scontata domanda "ma tu, con quella faccia lì, dove credi di andare?". Sembra ovvio oggi come la domanda non necessiti risposte.

giovedì 12 gennaio 2017

VERSO L'OREGON

(di Gianfranco Manfredi e Carlos Gomez, 2011)

Il 2011 vede un doppio esordio sulle pagine del Texone. Se quello del disegnatore, cambiando esso ogni anno, era scontato, non altrettanto lo era quello dello sceneggiatore, ruolo che finora si erano sobbarcati Nizzi in primis e poi Boselli con un'unica incursione dell'outsider Gino D'Antonio. Al gruppo ristretto si aggiunge Gianfranco Manfredi che mette fine alle scorribande in terra straniera degli ultimi albi e porta Tex e Carson dal Texas all'Idaho e infine verso l'Oregon. Manfredi è un autore vulcanico, si è occupato un po' di tutto, è stato compositore, scrittore con all'attivo una bibliografia che conta poco meno di una quindicina di romanzi e diversi saggi musicali, attore in una decina di film e sceneggiatore per il cinema, cantante con otto album alle spalle e poi, ovviamente, sceneggiatore di fumetti, apprezzato per la sua perizia storiografica, creatore di Gordon Link, Volto Nascosto e Shangai Devil e del più recente Adam Wild, noto soprattutto per la sua creatura più celebre in casa Bonelli: Magico Vento.

Al momento di scrivere il Texone Manfredi ha già dimestichezza con il metodo di lavoro in Bonelli e anche con il Texas Ranger, i suoi predecessori vanno sul velluto e lasciano lo scettro del comando in mani capaci. Manfredi non delude, portando una ventata d'aria fresca mettendo al centro della storia un manipolo di donne in cerca di un pezzo di terra dove stabilirsi e, al contempo, inscenando un'avvincente caccia all'uomo alla quale Tex e Kit non si sottraggono. La figura femminile nel Texone era stata così centrale forse solo in occasione dell'albo disegnato da Jordi Bernet con la sua splendida Lola Dixieland, torna ad esserlo ora grazie al drappello di donne caparbie e dinamiche affidate alla guida della signora Emma Benson, decisa a portarle sane e salve in Oregon dove dovranno incontrare i loro futuri e onesti mariti.

Lo spasso maggiore, oltre alla vicenda legata alla fuga dell'assassino Kevin Fletcher, sono i battibecchi tra Tex ed Emma, una vera furia che anche il ranger fatica a tenere a bada lungo il percorso verso l'Oregon che incidentalmente è lo stesso che sta percorrendo Kevin Fletcher.

A disegnare il tutto, signori e signore, c'è Carlos Gomez, creatore di Dago, uno dei pochi personaggi che per solidità e carisma non sfigurerebbero messi vicini allo stesso Tex, anzi, per complessità e sfaccettature sarebbe capace anche di eclissarlo un poco. Chi ha avuto la fortuna di leggere qualche storia di Dago e ammirare le tavole di Gomez conosce la caratura dell'artista, grande confidenza con la figura femminile, all'apparenza a suo agio in qualsiasi tipo di ambientazione, preciso, pulito, evocativo, qui protagonista di una prova inappuntabile, un Carson magnifico e un Tex... beh, un Tex che è il Tex che ti aspetti, da capo ai piedi, forte, vigoroso, deciso, un Tex che se lo guardi bene ha gli occhi di Dago, come se fosse un po' suo figlio. O forse suo padre.

lunedì 9 gennaio 2017

ROCCO E I SUOI FRATELLI

(di Luchino Visconti, 1960)

Quando si scrive un commento a un film, soprattutto se questo è noto ed è già stato fatto oggetto di analisi di ogni tipo, si ha sempre un poco di timore nell'usare termini quali capolavoro o simili (almeno a me accade così), un po' per paura di ripetersi, un po' per quella sana ritrosia a rifugiarsi in facili scappatoie linguistiche. Non di meno di fronte ad alcune opere diventa quasi inevitabile alzare il tiro, anche con faciloneria, per inquadrare la caratura di un'opera di valore altissimo; quindi per questa volta soprassediamo e spendiamocela questa parola, che tanto non ne morirà nessuno. Rocco e i suoi fratelli è un capolavoro, senza se e senza ma.

Luchino Visconti, arrivato più o meno a metà del suo percorso da regista che ha fin qui prodotto ottime prove e altre ne produrrà in futuro, affronta con visione lucida e ammantata di una drammaturgia struggente quella che venne definita la questione meridionale. La traspone sullo schermo con grande veridicità e rispetto, proprio lui che nasce al nord da una famiglia di sangue nobile e che si porta appresso una sfilza di titoli nobiliari lunga quanto lo Stivale, racconta con amore incondizionato la famiglia Parondi, gente di Lucania che alla morte del capofamiglia è costretta a trasferirsi a Milano per raggiungere il primogenito Vincenzo (Spiros Focás), unico ad avere un reddito in grado di poter ridare dignità a una famiglia intera.

A scendere da quel treno, sotto la volta metallica della stazione di Milano Centrale, ci sono mamma Rosaria (Katina Paxinou) e gli altri suoi quattro figli: Simone (Renato Salvatori), Rocco (Alain Delon), Ciro (Max Cartier) e il piccolo Luca (Rocco Vidolazzi). Come da copione, ma esattamente come accadeva nella realtà, l'inserimento e l'integrazione nella nuova città e in una nuova cultura, non saranno facili, l'impatto sarà respingente non solo da parte dei milanesi, ma anche a causa della famiglia di Ginetta (Claudia Cardinale), fidanzata di Vincenzo e meridionale anche lei.

Più che alla questione meridionale, affrontata anche nel suo aspetto più nostalgico legato alla separazione forzata dalle proprie radici e dalla propria terra e qui affidato alla mitezza e alla malinconia del personaggio di Rocco interpretato da un gigantesco Alain Delon, si plaude alla costruzione drammatica di una vicenda densa, carica di significato e dalla forza narrativa a tratti quasi irricevibile nella sua intensità. È un'epica familiare quella messa in scena da Visconti, bagnata dal conflitto atavico instaurato da Caino e Abele e diluita in dosi d'amore incrollabile e incancellabile, fatta di vizio e debolezza come di forza e virtù.


- Ti ricordi Vincè, ti ricordi o capomastro quann comincia a costruì 'na casa? Getta 'na pietra sull'ombra della prima persona che se trova a passà.
- Perché?
- Perché ce vole nu sacrificio perché la casa venga su solida.

Il sacrificio è un punto nodale dell'intera storia: il sacrificio di un amore, quello di un fratello, quello di una speranza di un'esistenza migliore, il sacrificio di una vita. Quello che colpisce, oltre all'impianto narrativo drammatico, è l'adesione a tante piccole realtà che in quegli anni numerose famiglie hanno dovuto vivere sulla loro pelle, quante volte l'impossibilità di sfamare famiglie numerose, di adeguarsi a uno stile di vita molto differente dal proprio, portava alla nascita della pecora nera, al distinguersi in negativo dell'elemento debole a scapito dell'onore di un nucleo familiare intero peraltro onestissimo (e diversi fatti di cronaca ne portarono alla ribalta i vari risvolti)?


Nel descrivere le vicende dei Parondi, Visconti tenta di dare a ogni membro della famiglia il giusto spazio, privilegiando le figure di Simone e Rocco, ma concedendo un posto al sole a tutti, tanto che il film è diviso in cinque frammenti, cinque ideali capitoli, ognuno dei quali porta il nome di uno dei fratelli Parondi, ognuno di loro emblema di un carattere e di una funzione nell'intera vicenda. Vincenzo può considerarsi il ponte tra la vecchia e la nuova vita, il motore che dà il via a tutto, Rocco è amore e altruismo sconfinato, il lato bello ma malinconico di tutte le cose, forse addirittura della vita stessa, Simone è debolezza e vizio, la fallibilità dell'essere umano, Ciro è solidità e serietà, il lato un po' rigido e inquadrato dell'uomo, Luca è l'innocenza e il futuro, in cerca di esempi, figura meno centrale ma fondamentale se riferita al compito importantissimo di tutti gli altri che da buoni fratelli maggiori hanno responsabilità infinite verso la nuova generazione. In Rocco e i suoi fratelli c'è un po' tutto l'Uomo.

C'è anche un grande cast, Delon e Salvatori su tutti, perfetti e insostituibili nei loro ruoli, impressiona per bravura un Salvatori forse troppo spesso ricordato per i suoi ruoli più leggeri in film come Poveri ma belli o I soliti ignoti (grandissimi film comunque) e che qui dimostra di essere un grande attore drammatico. Indimenticabile anche la prostituta Nadia interpretata da Annie Girardot che sarà l'ago della bilancia dell'intera vicenda, ruolo importantissimo e scritto meravigliosamente tanto, se non più, di quelli dei protagonisti maschili.

Ci sarebbe ancora tantissimo da dire, sensazioni ed emozioni da esplicitare, il mio consiglio è però quello di viverle in prima persona e, per chi non l'avesse mai fatto, quello di andare a guardarsi questo film. A me non resta che spendermi ancora una volta una sola parola: Capolavoro (sì, con la maiuscola).


giovedì 5 gennaio 2017

UOMINI E CANI

(di Omar Di Monopoli, 2007)

Qua un pugno di signorotti arricchiti le leggi sino a poco tempo fa se le facevano da soli e certi meccanismi, certe regole, non sono mai cambiati. Si sono solo trasformati. Evoluti. Ogni tanto spunta qualche biondoddio che si riempie la bocca parlando di sviluppo economico e di turismo, ma intanto i turisti - turisti veri intendo, non quegli straccioni attendati che tra uno o due mesi affolleranno questi posti - i loro quattrini vanno a spenderli nel Salento alla moda, a Otranto e Santa Maria di Leuca, perché lì trovano fior di servizi, amministrazioni che hanno saputo investire in eventi culturali vivi e che non li costringono a sopportare la vista di casermoni di cemento incompiuti nel bel mezzo della spiaggia, mentre qua esistono ancora zone dove la gente vive peggio che all'età della pietra, gente che non ha occhi per piangere e che manco se ne rende conto, di quanto gliela stanno mettendo nel culo ogni giorno, da decenni. Qua, esistono i poveri ed esistono i ricchi, punto.

È una terra di frontiera quella del profondo Sud raccontata dallo scrittore Omar Di Monopoli, i suoi inquilini sono gente persa, sconfitta, violenta, svuotata, disumanizzata, sfasata, sfruttatrice e sfruttata, gente con diversi rigurgiti e gorgoglii di umanità residua. È un Salento torrido e abbandonato, fuori mano e lontano dagli occhi del grande pubblico, periferia del mondo dove nemmeno più lo sceriffo passa troppo spesso. Dalle parti di Languore c'è da convertire una vecchia salina in oasi naturale, con tutte le buone intenzioni il giovane sindaco Enrico ci si adopera, in fondo suo padre ha lottato una vita per la questione ecologica. Qualcuno invece vuole mangiarci sopra, come l'ormai anziano maneggione Don Titta; il folle Pietro Lu Sorgi teme di perdere il proprio lercio angolo di mondo e il disilluso Nico, guardia forestale ridotta all'inutilità, ci vede soltanto l'ennesima grande presa per il culo.

Il progetto smuove le cose e i precari equilibri, politici, di malaffare e mentali, in un attimo saltano, dando il via a una catena di eventi terribili in cui ogni personaggio della vicenda, ognuno a modo proprio, trova il suo destino. Di Monopoli descrive la storia, ma soprattutto un territorio, servendosi di una lingua ricca, dando dignità a un'italiano spesso impoverito da scrittori meno attenti e meno inclini alla ricerca, adoperando parole desuete o poco sentite (e lette), creando una mistura altamente vitale di dialetto e idioma nazionale capace di donare all'opera musicalità e ritmo allo stesso tempo. L'attenzione all'aspetto fisico della terra, alla varietà della sua vegetazione, al clima, mi ha ricordato, con i dovuti distinguo, il Suttree di McCarthy, mentre in ambito nostrano alcune soluzioni narrative mi hanno riportato alla mente il miglior Ammaniti spogliato da qualsivoglia deriva grottesca.

In Uomini e cani c'è carne al fuoco per divertirsi con un'ottima lettura, coinvolgente e che adempie al fondamentale compito dell'intrattenimento, ma ce n'è anche per riflettere sulla condizione del nostro Paese, su alcune sue storture ancora oggi troppo spesso sottovalutate se non addirittura tollerate con complice e interessata ignavia.

Splendidi i personaggi, per alcuni si prova da subito simpatia, altri li si odia senza riserve. Impossibile non simpatizzare e preoccuparsi per la bella Milena, mandata anni prima al nord dal padre Sputazza per sfuggire alla violenza insensata, brutale e ignorante dei Minghella, viene naturale sperare in Buba, giovane che ha visto con i propri occhi le peggio cose nei Balcani ma che sembra ancora conservare un'ingenuità del tutto infantile. Poi ci sono i cani, vittime anche quando feroci e brutali, sempre presenti come forse solo in Amores Perros di Iñarrìtu.

Primo di un'ideale trilogia di un'altrettanto ideale frontiera pugliese, Uomini e cani dimostra come la nostra letteratura sia ancora vitale, soprattutto quella un po' più lontana dai grossi nomi sbandierati a destra e a manca.

Omar Di Monopoli

mercoledì 4 gennaio 2017

ROGUE ONE - A STAR WARS STORY

(di Gareth Edwards, 2016)

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana...
È un periodo di guerra civile. Navi spaziali ribelli, colpendo da una base segreta, hanno ottenuto la loro prima vittoria contro il malvagio Impero Galattico. 
Durante la battaglia, spie ribelli sono riuscite a rubare i piani segreti dell'arma decisiva dell'Impero, la MORTE NERA, una stazione spaziale corazzata di tale potenza da poter distruggere un intero pianeta.

Rogue One racconta proprio le gesta di quelle spie ribelli che rubarono i piani segreti per distruggere la Morte Nera, un manipolo di eroi senza i quali probabilmente l'Impero avrebbe trionfato e che finora non aveva incontrato la gloria del grande schermo, ignorati fin dai tempi di Una nuova speranza, ora questo fondamentale gruppo di ribelli, ribattezzatosi proprio Rogue One, chiede giustizia e arriva in tutti i cinema del globo terracqueo facendo staccare biglietti su biglietti per milioni e milioni di dollari.

Rogue One deve essere accolto dai fan della saga di Star Wars con grande gioia perché è qui a dimostrare che la possibilità di narrare delle buone storie legate al brand, anche al di fuori dalla linea principale degli eventi, è viva anche sul grande schermo; le vie percorribili sono infinite e Gareth Edwards ci ha fatto vedere che i risultati possono essere diversi e allo stesso tempo di buona, se non ottima, fattura. Finora l'universo di Star Wars si è espanso soprattutto nelle pagine dei fumetti, in quelle dei libri, grazie ad alcune serie televisive e in prodotti di merchandising (non sempre con risultati apprezzabili peraltro). Ora è il turno del cinema, le vicende della galassia lontana lontana iniziano a espandersi anche lì, nel loro luogo d'elezione.

È un periodo di guerra civile. Ed è proprio lì che la narrazione ma soprattutto la regia di Gareth Edwards ci portano, sul fronte di una guerra, in mezzo alla battaglia, quella più sporca, quella della fanteria se vogliamo, in mezzo ai proiettili di luce che fischiano, ai soldati che cadono (e non si rialzano), Edwards ci porta sul terreno più che nello spazio. Rogue One assomiglia più a un war movie che non a un film di fantascienza. Apprezzabile la scelta di spostare la prospettiva per il primo film della serie Star Wars Anthology, insieme di spin-off che andranno ad allargare l'universo di Star Wars e ad approfondirne alcuni aspetti che ancora non sono stati narrati. La regia di Edwards è perfetta per raggiungere lo scopo, la frenesia e la violenza delle battaglie sono percepibili dallo spettatore in tutta la loro dinamicità, pur rimanendo nei limiti di un film targato Disney e Star Wars, rivolto quindi anche a spettatori pre adolescenti (mia figlia per esempio l'ha guardato senza alcun problema anche se si è annoiata un poco).


La storia è principalmente quella di Jyn Erso (Felicity Jones), figlia di Galen Erso (Mads Mikkelsen), il capo progettista della Morte Nera, costretto dal Direttore Imperiale Krennic  (Ben Mendelsohn) a dedicarsi allo sviluppo di questa arma distruttiva al servizio dell'Impero. Galen Erso inserirà all'interno della nave spaziale un punto debole e convincerà il pilota imperiale Bodhi Rook (Riz Ahmed) a contattare i ribelli per informarli della cosa e per spiegare loro come ottenere i piani per sfruttare a loro vantaggio il punto debole della Morte Nera e di conseguenza distruggerla, cosa che farà poi Luke in Una nuova speranza.

Sarà proprio Jyn l'anima del gruppo ribelle che si incaricherà della missione, gruppo di cui faranno parte il Capitano Andorr (Diego Luna), il cieco Chirrut Imwe (Donnie Yen) che sembra avere un legame particolare con la forza, il suo guardaspalle Baze (Jiang Wen) e l'androide K-2SO oltre al pilota Bodhi Rook.


Pur narrando una vicenda nota ma mai vista prima sullo schermo, Rogue One ha il grande merito di riuscire a incastrarsi perfettamente all'interno di una saga osannata da milioni di persone e allo stesso tempo aggiungere nuovi personaggi, credibili e ben delineati, al canone di Star Wars, e non ho dubbi che avremo modo di rivedere qualcuno di questi personaggi nelle pagine dei fumetti o altrove. Le dinamiche tra i protagonisti funzionano davvero bene, indovinata la coppia Jyn/Andorr, ottimo anche il nuovo droide K-2SO decisamente più accattivante del precedente BB-8. Le sequenze che collegano questo film al resto della saga sono impagabili, l'apparizione sullo schermo di Darth Vader è sempre un successo, le comparsate di Leila Organa (la defunta Carrie Fisher) e del Grand Moff Turkin (il defunto Peter Cushing) stringono il cuore.

Tra i difetti della pellicola si può sottolineare un minutaggio spropositato dedicato alle battaglie, è vero che il taglio è da war movie però il pericolo di accostarsi troppo a una resa da sparatutto videoludico si sfiora troppe volte, probabilmente risparmiando qualcosina sotto questo aspetto ci si sarebbe potuti dedicare un po' di più ai nuovi personaggi, che sono ben delineati ma sono anche molti, tempo in più a loro dedicato avrebbe magari potuto giovare (ma forse no, chissà).

In conclusione a me anche questo episodio è piaciuto, la scimmia continua a crescere anno dopo anno, ora toccherà aspettare il prossimo dicembre ma non si sa mai che nell'attesa io riesca a dedicarmi a qualcos'altro preso di peso dall'universo espanso.

PS: a proposito di Universo Espanso, ci sono citazioni addirittura a La gemma di Kaibur!

lunedì 2 gennaio 2017

FIRMA AWARDS 2016: FUMETTO

Sempre più difficile stilare classifiche articolate divise in più sezioni per quel che riguarda la macro categoria fumetto. Il motivo principale è la mole sempre decrescente di materiale letto a causa della mole sempre decrescente di soldi guadagnati, quindi come l'anno scorso tenterò di riunire in tre sole categorie tutti gli albi letti quest'anno (che comunque ancora non sono proprio pochi, pochi).

Le tre categorie saranno dedicate ai fumetti inediti usciti in Italia nel corso del 2016 (e qui siamo sul pezzo), alle ristampe edite sempre nel corso del 2016 (sul pezzo anche qui stranamente) e una a quei volumi o a quelle graphic novel che io ho recuperato nel corso dell'anno, quindi qui ci rientra di tutto, anche roba molto vecchia.

Iniziamo proprio dalla categoria dedicata al materiale più datato, quella dei VOLUMI, GRAPHIC NOVEL e RECUPERI VARI, in quest'ottica prosegue il mio recupero dei Texoni, nei mesi in cui ho lavorato in fumetteria ho avuto modo di mettere mano anche a letture un po' diverse da quelle affrontate di solito. Ma vediamo questo benedetto podio.

Terzo classificato:
Rughe di Paco Roca
Bellissima visione sulla terza età, sulla vita degli anziani spesso abbandonati all'interno di fredde case di cura, una narrazione dal tocco lieve e sensibile, commovente e divertente. È qui, ma anche in vetta al podio non avrebbe sfigurato.

Secondo classificato:
Death Note di Tsugumi Ohba e Takeshi Obata
Ebbene sì, non avevo ancora mai letto l'appassionante Death Note, manga rivoluzionario, forse imperfetto e allungato oltre il naturale finale, quello che più avrebbe amato il pubblico, una vicenda che però ti prende alla grande. Poi c'è l'irresistibile Ryuk.

Primo classificato:
Alack Sinner di Carlos Sampayo e Josè Munoz
Stupendo l'hard boiled di Alack Sinner, aspetto con impazienza la ristampa annunciata dall'Editoriale Cosmo nella speranza che comprenda tutto il materiale dedicato al personaggio. Da recuperare a occhi chiusi.


         



La seconda categoria che vorrei prendere in considerazione è quella dedicata alle RISTAMPE di vecchio materiale pubblicate nel corso del 2016, anche qui un podio del tutto soddisfacente (almeno per me) con tre gradite sorprese, tutti fumetti che non avevo mai avuto occasione di leggere.

Terzo classificato:
I.R.$. di Stephen Desberg e Bernard Vrancken
Ottimo thriller ambientato nel mondo della finanza e soprattutto delle tasse e delle dichiarazioni dei redditi. Potrebbe sembrare noioso ma non lo è. Affatto. Ottima cura negli albi da parte dell'Editoriale Aurea, cura alla quale non ci aveva abituato. Peccato il progetto degli Integrali sembri già arenato dopo la proposta di questa prima serie.

Secondo classificato:
Xenozoic di Marc Schultz
Oltre a una bella serie, divertente e vintage, la scoperta di un grandissimo disegnatore, sarà il cognome ma gli Schultz con il fumetto ci sapevano davvero fare.

Primo classificato:
Blake e Mortimer di Edgar P. Jacobs
Onore e merito ai tipi di Gazzetta dello sport che continuano a portare in edicola capolavori a prezzo più che accessibile. Quest'anno è stata la volta, tra le altre cose, di Blake e Mortimer. Fantastico.


  



Chiudiamo con la categoria dei FUMETTI INEDITI, più che un vero e proprio gotha del fumetto targato 2016, semplicemente qualche buona segnalazione, qualche consiglio per recuperare una o due buone serie per chi fosse interessato a farlo. Mi sembra che nel fumetto mainstream ci sia una flessione qualitativa generale, l'impressione è che le cose davvero interessanti arrivino sempre più da ristampe e materiale datato o che si trovino in volumi costosi che non posso più permettermi. Insomma, il fumetto a prezzi popolari langue un poco, qualcosa di buono c'è sempre, non si parla però quasi mai di capolavori. Rispetto all'anno scorso sono mancati quei progetti degni di nota come Multiversity di Morrison o Sandman ouverture di Gaiman, altre cose come Battaglia e Morgan Lost hanno a mio avviso un po' deluso le aspettative, rimane qualche colpo di Bonelli, qualche outsider e la cara vecchia Marvel (la DC per me è ormai scomparsa, speriamo nel rilancio). Ecco comunque qualche segnalazione (la classifica prendetela pure un po' con le pinze):

Dodicesimo classificato:
The Professor di Andrea Corbetta e AA.VV.
Sulla fiducia e per il coraggio. Una nuova proposta italiana, un editore nuovo per il fumetto, un personaggio potenzialmente interessante con alcune cose ancora da mettere a posto (cliché dai quali allontanarsi, qualche ingenuità nella grafica e anche nel nome), però dai, due storie tutto sommato piacevoli da leggere, poi i soliti frantumapalle criticheranno a manetta, però per la buona volontà è giusto premiare l'iniziativa. I miei migliori auguri. Gli stessi auguri li estendo anche al nuovo Martin Mystère della Bonelli, ho avuto modo di leggere diffidente solo il primo numero, per questo non è in classifica, mi ha sorpreso piacevolmente, se son rose...

Undicesimo classificato:
Astonishing Ant-Man di Nick Spencer e Ramon Rosanas
Una serie fresca, divertente, che non si prende mai sul serio ma che non disdegna di toccare alcune corde che sono molto più vicine all'uomo che non al supereroe. Poteva potenzialmente essere ancora meglio, ma va bene così.

Decimo classificato:
Mighty Thor di Jason Aaron e Russell Dauterman
Largo alle donne! Se i puristi avranno storto il naso con la nuova incarnazione di Thor tutta al femminile, c'è da dire che la serie è piacevole e ha i giusti toni che debbono avere le vicende legate a un Dio del Tuono che si rispetti. In più il tema della malattia, con una Jane Foster ammalata di cancro e che a ogni sua trasformazione nella potentissima Thor vanifica tutte le sue sedute di chemioterapia, essere potentissimo condannato al deperimento. Non male.

Nono classificato:
Deathlock di Nathan Edmonson e Mike Perkins
Serie limitata dedicata a un personaggio minore, rilanciato probabilmente grazie alla sua presenza nello show televisivo Marvel's Agents of S.H.I.E.L.D. e che nelle mani di Edmonson diventa l'ennesima pedina ben manovrata all'interno di trame più vicine alle spy stories complottistiche che non a quelle supereroiche. Niente male.

Ottavo classificato:
Black Widow di Nathan Edmonson e Phil Noto
Ancora Edmonson, ancora spy story e la possibilità di sbirciare un poco nel privato della Vedova Nera, personaggio abbastanza mortificato al cinema quando è in compagnia dei suoi colleghi uomini. A quando un film a solo sulla bella Natasha? Credo che Scarlett sarebbe d'accordo.

Settimo classificato:
Squadron Sinister di Marc Guggenheim e Carlos Pacheco
Legate all'evento Secret Wars ci sono state diverse sorprese, miniserie brevi di quattro o cinque numeri molto divertenti o interessanti, penso a 1872, A-Force o Vecchio Logan e altre... decido però di segnalare la squadra di stronzi dello Squadrone Sinistro, bastardi fino al midollo.

Sesto classificato:
Star Wars di Jason Aaron e Stuart Immonen
Le storie inseriti nell'universo di Star Wars continuano a divertire, sia con questa serie principale sia con gli altri progetti come la serie dedicata a Darth Vader e le mini con protagonisti altri personaggi come Lando o Chewbacca. Intramontabili.

Quinto classificato:
All New Hawkeye di Jeff Lemire e Ramon Perez
Non ha la forza innovative della serie di Occhio di Falco di Fraction e Aja ma anche Lemire ha fatto un ottimo lavoro andando a scavare nel passato dei due Occhio di Falco, Clint e Kate. Uno, anzi due, dei personaggi meglio gestiti dalla Marvel più recente.

Quarto classificato:
Daredevil di Charles Soule e Ron Garney
Devil ritorna alle atmosfere urbane e oscure, quelle che più si confanno al personaggio. Trainato anche dalla splendida serie tv, una nuova rinascita per il diavolo di Hell's Kitchen che per la prima volta si muove in città potendo contare su una valida spalla, il giovane Blindspot.

Terzo classificato:
Doctor Strange di Jason Aaron e Chris Bachalo
Potenza del cinema, un'esposizione del personaggio mai vista prima: ristampe, volumi lussuosi, collane allegate ai quotidiani e questa nuova serie regolare (in Italia accompagnata da Scarlet Witch) che promette una visione diversa sull'universo Marvel e tanto divertimento. Non male caro dottore, non male...

Secondo classificato:
Manifest Destiny di Chris Dingess e Matthew Roberts
La storica spedizione di Lewis e Clarke alla scoperta dell'ovest americano tra autoctoni, zombi vegetali, minotauri e mostri delle specie più disparate, un'esplorazione avventurosa dalle forti tinte horror narrata con il giusto piglio. Altro centro della factory di Kirkman.

Primo classificato:
Ut di Paola Barbato e Corrado Roi
Semplicemente la narrazione più originale che ho avuto modo di leggere quest'anno, un mondo affascinante come pochi, tavole meravigliose per le quali le lodi a Roi non saranno mai troppe. Sei numeri da avere senza se e senza ma nonostante la difficile comprensione della vicenda.


         


         


         


         

sabato 31 dicembre 2016

FIRMA AWARDS 2016

Proprio come l'ormai celebre banca, anche il mio awards è differente! Arrivati al 31 di Dicembre ormai il bilancio di salute dell'anno in conclusione l'hanno già fatto tutti: blogger, televisioni, medici e pediatri compresi. Sappiamo se il 2016 sta bene o sta meno bene sotto questo o quell'altro aspetto. Ma già sapete che di quel che ha reso bello o meno bello quest'anno, qui ci troverete poco o niente. Però, se siete molto curiosi, potrete un pochino impicciarvi di quel che ha reso bello o meno bello il mio personalissimo 2016, limitandoci ovviamente alla cultura pop e lasciando stare i fatti personali, cose di cui ho sempre parlato poco e sulle quali non ho nessuna voglia di fare bilanci, tanto meno quelli di salute.

Come ribadisco tutti gli anni qui troverete il meglio di ciò che io personalmente ho visto e letto nel 2016, possono rientrare nelle classifiche quindi romanzi scritti nell'Ottocento come capolavori del cinema muto, cose anche vecchissime che io però, per la prima volta, ho affrontato nel 2016. Le categorie dovrebbero essere poi sempre quelle: film, film d'animazione, serie tv, libri e fumetti, questi ultimi come al solito trattati in un post a parte.

Partiamo dalle SERIE TV per le quali quest'anno più che una vera e propria classifica posso fare giusto qualche segnalazione in quanto, per mancanza di tempo o di spirito, il materiale visionato si limita a non più di cinque o sei serial e un paio di speciali. Da segnalare l'assenza della serie del Doctor Who che quest'anno si è presa una pausa comparendo fugacemente solo per lo speciale natalizio (tra l'altro trascurabile) e un calo qualitativo generalizzato almeno nelle cose che ho avuto modo di guardare io.

Terzo classificato:
L'ispettore Coliandro di Carlo Lucarelli (Stag. 5)
Impossibile non premiare, dopo lunga assenza, il ritorno di Coliandro, ancora una volta nelle mani sapienti dei Manetti Bros, ancora più fumettistico ed esagerato del solito, sempre più cazzaro. Imperfetto? Sicuramente, ma che ci vuoi fare, a noi Coliandro ci piace così: ignorante!

Secondo classificato:
Daredevil di Drew Goddard (Stag. 2)
Una seconda stagione nel complesso meno riuscita della precedente, ma Daredevil rimane lo show da vedere sia per chi ama i comics di casa Marvel sia per chi apprezza le atmosfere urbane molto tese. Da applausi l'inserimento del Punitore interpretato da Jon Bernthal.

Primo classificato:
Gilmore Girls - A year in the life di Amy Sherman Palladino (Stag. 8)
Vertice del podio concesso sull'onda dell'affetto e della nostalgia più che sulla reale riuscita di quest'ultima stagione (ultima solo per ora speriamo). Però delle ragazze Gilmore si sentiva effettivamente la mancanza, un ritorno a casa fa sempre piacere a tutti quanti, e poi in fin dei conti anche se prodotti migliori ce ne sono stati (e ne sono pressoché sicuro) io non li ho visti e quindi...


         



Tralasciando i cartoni animati rivisti con mia figlia per la cinquantesima volta, passiamo alla categoria ANIMAZIONE per la quale ho selezionato i tre titoli del podio su poco più di una dozzina di titoli per noi, e sottolineo PER NOI, inediti. Quest'anno per noi poche sorprese degne di nota dalla terra del Sol Levante (il catalogo di Miyazaki ormai l'abbiamo già spolpato anni fa) e quindi abbiamo un podio concentrato sulle due maggiori case di produzione americane.

Terzo classificato:
Il viaggio di Arlo di Peter Sohn
Film ad altezza bambino, realizzato magnificamente e godibile anche per gli adulti. La Pixar fa la Disney di turno.

Secondo classificato:
Alla ricerca di Dory di Andrew Stanton
Risultato che va ben oltre le mia aspettative, piacevole sorpresa che si muove su binari consolidati e risaputi ma che riesce a non far rimpiangere il suo predecessore e a ridar vita a un brand in maniera assolutamente divertente.

Primo classificato:
Zootropolis di Byron Howard e Rich Moore
Ottime idee, ottima realizzazione tecnica, bei personaggi, messaggi edificanti, divertimento. Ci sono tutti gli ingredienti del perfetto film d'animazione, non un capolavoro come l'Inside out dell'anno scorso ma ancora un bel centro in casa Disney.


          



Per quel che riguarda i LIBRI l'annata ha riservato qualche ottima sorpresa, sia in ambito italiano che internazionale, e ha aggiunto almeno un capolavoro alla mia personale cultura letteraria. Il podio si apre stranamente con il primo libro letto durante l'anno e si chiude con la mia ultima lettura terminata proprio oggi. La mia media di lettura è più o meno sempre quella, quest'anno quattordici i titoli tra cui scegliere.

Terzo classificato:
Uomini e cani di Omar Di Monopoli
Storia nera, tesa e crudele in un Sud Italia senza speranza, atroce per gente atroce, divoratori e sconfitti, uomini e cani. Ma soprattutto uomini. Oppure uomini e bestie, e le bestie non sono i cani. Rivelazione.

Secondo classificato:
Momenti perduti di Steve Erickson
Magnetico e avvolgente, tutt'altro che semplice, una storia che ti richiama alla pagina in ogni momento, una prosa contundente, ottima scoperta, peccato non proprio tutto di Erickson sia facilmente reperibile nel nostro paese.

Primo classificato:
Suttree di Cormac McCarthy
Denso, pieno, viscoso da non riuscire a venirne fuori, capolavoro assoluto considerato la summa del lavoro dell'autore. Gli ultimi raccontati come mai li si era visti prima. Chapeaux!


          



La categoria FILM è forse la più difficile da ridurre a un podio di tre soli titoli essendo la scelta da effettuarsi tra più di un'ottantina di candidati, il giudizio è ovviamente mediato dal gusto personale, devo dire che quest'anno ho avuto la fortuna di recuperare grandissimi capolavori e guardarmi anche qualche ottimo film più recente. Nessuno me ne voglia, ecco il mio personalissimo podio:

Terzo classificato:
Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola
Incredibile esordio per Sofia Coppola in un film dalla bellezza dolorosa, tanto legato alla morte quanto eccezionalmente vitale, funziona tutto, dalle attrici alla colonna sonora degli Air.

Secondo classificato:
Cous cous di Abdellatif Kechiche
Autore tra i più interessanti degli anni moderni, Kechiche ci offre un cinema più vero del vero, semplice e pieno di vita, da applausi.

Primo classificato:
Quarto potere di Orson Welles
Capolavoro, non c'è molto da aggiungere, vince facile e poi ci sarà pure un motivo se viene costantemente considerato il miglior film della storia del Cinema.


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