giovedì 21 febbraio 2019

IL NASTRO BIANCO

(Das weiße Band - Eine deutsche Kindergeschichte di Michael Haneke, 2009)

Sebbene semplice nella costruzione, Il nastro bianco è un film sul quale è necessario riflettere, anche a posteriori, per cogliere appieno il lavoro intellettuale che il regista e sceneggiatore Haneke ha elaborato per la stesura dell'opera che a una prima visione, magari superficiale, potrebbe risultare meno stratificata di quel che in realtà è. Nello sviluppo del film non c'è nulla di incomprensibile, anzi, è tutto abbastanza semplice e lineare, magari finanche un po' noioso; è nelle metafore, nel significato che va ricercato il senso del lavoro del regista, un significato che pur se indubbiamente interessante, non basta a garantire al film lo status di "capolavoro" che da alcuni gli è stato tributato (Il nastro bianco ha vinto la Palma d'oro a Cannes, ciò nonostante mi ha lasciato qualche perplessità, un po' come mi è accaduto di recente con la visione di Roma di Cuarón). Il problema di film come questi, anche molto validi e interessanti se analizzati con la dovuta calma, è che rischiano di far cadere nel tedio lo spettatore, cosa che non accade durante la visione di opere anche molto più impegnative (e penso al primo Heimat di Edgar Reitz ad esempio) ma meglio riuscite.

Siamo alle porte della Prima Guerra Mondiale in un paesino della Germania del nord, le prime avvisaglie della Grande Guerra ancora non si avvertono nella piccola comunità di cui ci racconta la voce narrante, una voce che proviene dal futuro rispetto alla vicenda a cui stiamo per assistere; è la voce del maestro del villaggio (Christian Friedel), ormai vecchio, che ricorda alcuni accadimenti legati alla sua gioventù. Nel paese in questione, solitamente tranquillo, iniziano ad accadere dei fatti insoliti, primo tra questi la caduta da cavallo del medico del paese (Rainer Bock): la sua cavalcatura inciampa in una corda tesa tra due alberi provocandogli ferite che lo costringeranno a un periodo di lontananza, ospite dell'ospedale della città più vicina. In seguito gli episodi strani e violenti si succederanno con una certa frequenza: bambini picchiati e umiliati, infanti trovati quasi assiderati, suicidi, incendi... insomma il tranquillo borgo diventa un posto non troppo rassicurante. La violenza, perpetrata e subita, che poi è il cardine sui cui ruota la riflessione di Haneke, coinvolge tutti, adulti e bambini, tutti vittime (in special modo le donne), tutti carnefici in qualche maniera; sono i prodromi di quello che sarà il cambiamento di un intero Paese che nel corso delle due Guerre Mondiali, appena di là da venire, trascinerà in un'ondata di caos e violenza l'intera Europa. Quegli abitanti, gretti e meschini, il loro esempio sulle generazioni in formazione, sono lo scheletro del futuro Paese, sono la metafora con cui il regista ci mostra cosa sono stati capaci di creare sopruso, odio e sopraffazione. L'unica scintilla di speranza sembra essere data proprio dal giovane maestro, un animo candido, insieme a quella che potrebbe diventare la sua futura moglie, la bambinaia Eva (Leonie Benesch).


Haneke non ci mostra mai la violenza, in fondo anche nella Storia non è ancora scoppiata in tutta la sua furia, ce la lascia solo intendere, l'atto prepotente rimane chiuso dietro una porta, in una stanza alla quale non abbiamo accesso, oppure è già accaduto e ne vediamo solo le conseguenze. La messa in scena è pudìca, la scelta di un bianco e nero dal sapore antico ci porta in maniera naturale ai primi decenni del Novecento, un'epoca in cui l'autorità era sopruso, la religione era sopruso, i legami paterni erano sopruso, l'uomo, il maschio era spesso sopruso. Certo, non sempre, ma Haneke sembra metterci in guardia e ricordarci che i semi della tragedia possono crescere dai piccoli atti storti, sempre pronti a ingrandirsi e crescere a dismisura. Tutto questo ci viene narrato con lentezza, forse troppa, con rispetto e con un uso della regia delicato e graziato da una fotografia sul bianco e nero incisiva ma mai artificiosa. A pensarci bene Il nastro bianco (che nel film rappresenta la purezza) è un'opera di valore che certamente ha il suo perché, sarebbe bello che opere di questo tipo un po' più spesso non ci costringessero a combattere con Morfeo e i suoi scagnozzi: i colpi di sonno!

martedì 19 febbraio 2019

DEADPOOL

(di Tim Miller, 2016)

Lo ammetto: io Deadpool l'ho sempre odiato, almeno fino a ieri. Sono da sempre un fan degli X-Men, insieme all'Uomo Ragno i primi personaggi Marvel di cui mi innamorai da bambino, ancor oggi considero gli X-Men di Claremont e Byrne il fumetto di supereroi seriale per antonomasia (parliamo del materiale uscito negli anni 70). Deadpool nasce qualche decennio dopo proprio in seno alle testate mutanti che negli anni 90 erano ancor più numerose di oggi; era l'epoca degli antieroi, dei personaggi violenti e, almeno in questo caso, cazzari e dissacranti. Deadpool, creato da Fabian Nicieza e Rob Liefeld, è un personaggio caciarone, ciarliero oltremisura, collocato ben oltre il limite della sospensione dell'incredulità, sboccato e inverosimile, che inserito nelle trame mutanti non mi ha mai provocato null'altro se non fastidio e irritazione, ragion per cui non mi sono di certo precipitato nei cinema all'uscita di questa pellicola, convinto che l'avversione al personaggio non mi avrebbe consentito di godermi il film. Poi, spinto principalmente dai pareri positivi di amici e amiche, mi son deciso a guardare questo Deadpool... è lì, nel catalogo Infinity, non devo pagare nulla... ma sì, perché no? Probabilmente non mi sono mai divertito così tanto guardando un film di supereroi, o comunque non troppo spesso, continuerò a non leggere nemmeno per sbaglio una singola pagina dedicata al personaggio però devo ammettere che su schermo questo coglione funziona a meraviglia (e non vedo l'ora di vedere Deadpool 2, se me l'avessero detto l'altro ieri non ci avrei mai creduto!).

Che cosa funziona in questo film e in cosa differisce dagli altri film con protagonisti i personaggi Marvel? Innanzitutto Deadpool non si prende mai (e dicendo mai intendo veramente mai) sul serio, è una presa in giro continua al mondo dei supereroi, una deformazione degli stilemi action, riesce a canzonare sé stesso, la Disney/Marvel, l'interprete Ryan Reynolds e il suo film su Lanterna Verde, non lesina commentacci su attori e altri film, ci bombarda di bassa cultura pop, è sboccato e irriverente, ricorre a un umorismo scatologico di bassa lega, a scorrettezze su sesso, handicap, diversità e simili... insomma è un compendio di battuttacce, comportamenti al limite della decenza e semplice demenzialità. Per carità, tutte cose al Cinema già viste ma non in un contesto Marvel o comunque applicate a un personaggio di proprietà di una major, anche se non si supera mai il livello di guardia Deadpool rimane un film molto divertente che comunque NON farei vedere a mia figlia tanto per intenderci. Per il resto la trama segue i classici sviluppi del film supereroico, è infarcita di trovate dementi, ma di certo le novità non stanno nella narrazione che comunque si rivela vivace e coinvolgente grazie alla serie di flashback e flashforward che aggiungono brio alla già movimentata situazione. Tim Miller adotta una regia molto funzionale alle sequenze d'azione, violente il giusto e cariche anche di una buona dose di slapstick, osa un pochino sulle scene di sesso (non si vede ma lascia intendere) e confeziona alcune trovate sicuramente geniali come i titoli di testa (già denigratori di chiunque) e la spassosissima scena sui titoli di coda.


Anche la scelta dei comprimari si rivela vincente con un Colosso (Andre Tricoteux) bacchettone e buonista, esteticamente molto più indovinato che non nei film degli X-Men, che svolge la funzione di spalla comica, la giovane Testata Mutante Negasonica (ma dove sono andati a pescarla?) immusonita dalla continua crisi adolescenziale (interpretata da Brianna Hildebrand), la bellissima Vanessa (Morena Baccarin) per amore della quale il nostro Wade Wilson/Deadpool (Ryan Reynolds) si sottopone alla cura sperimentale che lo trasformerà nell'inguardabile supereroe e soprattutto la vecchia e cieca Al (Leslie Uggams) che si è presa questo strazio d'uomo come coinquilino. E poi c'è Ryan Reynolds in un'interpretazione perfetta, un idiota totale che non ha attimi di cedimento. C'è poco da aggiungere, Deadpool fa ridere e anche tanto, è un film ben diretto e ben interpretato, ora rimane da vedere se l'acquisto dei diritti di sfruttamento dei mutanti da parte della Disney, che comporterà l'ingresso di X-Men, Deadpool e anche dei Fantastici 4 all'interno del Marvel Cinematic Universe, cambierà le carte in tavola ammorbidendo un personaggio che ha ragione di esistere solo se presentato in questa maniera (o ancor peggio volendo), oppure se con una buona dose di coraggio manterrà intatte le caratteristiche del supereroe più cazzaro della Marvel Comics. Attendendo risposta non mi rimane che andare a recuperare Deadpool 2!

sabato 16 febbraio 2019

SOFFIO

(Soom di Kim Ki-duk, 2007)

Silenzi, disagi, incomunicabilità, violenza: sono solo alcuni dei temi ricorrenti nel Cinema del regista sudcoreano Kim Ki-duk, caratteristiche che tornano opera dopo opera, così come torna in questo film, anche se in maniera artificiosa, l'alternarsi di stagioni che avevamo già visto (legata alla reale progressione della natura) in Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera, primo film del regista ad arrivare in Italia. È un mondo a noi distante quello del regista coreano, non solo geograficamente ma anche per attitudine ed estetica, un Cinema che potrebbe risultare ostico a molti, una distanza di contenuti spesso attenuata dal minutaggio delle opere, abbordabile e contenuto e che permette di godere dei film del regista senza incorrere in particolari traumi, caratteristica che permette anche all'audience più distante da questi stilemi di approcciare il lavoro di Kim Ki-duk.

Yeon (Park Ji-a) non parla quasi più, la vita domestica, nonostante la sua bambina sia ancora in tenera età, sembra non girare più per il verso giusto, non c'è comunicazione, le giornate passano nel silenzio interrotto soltanto dalle news alla tv tra le quali spicca il tentativo di suicidio da parte di Jin Jang (Chang Chen), un condannato a morte in attesa dell'esecuzione. Forse un tradimento da parte del marito (Ha Jung-woo) ha spezzato ogni equilibrio. In questa situazione di disagio Yeon si rifugia nella vicenda di Jin Jang arrivando a riversare l'amore che ancora porta dentro di sé su uno sconosciuto, un uomo che si è macchiato di crimini gravi ma che con tutta evidenza ha ancora bisogno di un contatto umano, fisico ma soprattutto sentimentale per cercare di non spezzare quei pochi scampoli di umanità rimasti intatti. Yeon riuscirà in qualche modo ad avere ripetuti incontri con il condannato andandolo a trovare regolarmente in carcere con sgomento crescente da parte del marito.


Non tutto trova spiegazione nel Cinema di Kim Ki-duk, non sappiamo cosa spinga la protagonista a dedicarsi anima e corpo alla vicenda di Ji Jang, all'apparenza un vuoto da colmare, così come non sappiamo chi sia ad autorizzare le visite al condannato da parte di quella che in fin dei conti è una perfetta sconosciuta, non ne conosciamo il perché e potremmo ipotizzare solo un desiderio voyeuristico da parte di questo fantomatico direttore delle carceri che non si vede mai se non riflesso di sfuggita sui monitor di sorveglianza tramite i quali spia questa coppia improvvisata durante i suoi incontri, un controllore delle immagini quasi invisibile che trova un suo senso solo sapendo che lo stesso è interpretato proprio da Kim Ki-duk, regista occulto e di fatto dell'intera vicenda.


Non manca in Soffio l'aspetto straniante e surreale spesso caro al Cinema orientale, gli incontri tra Yeon e Ji Jang avvengono in uno squallido stanzino che la donna ogni volta rende confortevole tappezzandolo con i colori di una stagione diversa, vestendosi in linea con la stagione stessa nonostante nel mondo esterno il suo abbigliamento risulti inadeguato al clima e alle temperature del momento, Yeon improvvisa numeri musicali, confida momenti importanti della sua vita a questo sconosciuto, ne cerca il contatto fisico. Pian piano questo rapporto cresce di importanza e in qualche modo diverrà catartico non solo per la vita di Yeon. Dal punto di vista stilistico si crea un forte contrasto tra lo squallore delle carceri, della cella in cui è rinchiuso Ji Jang, dello stanzino degli incontri, con lo stesso stanzino che esplode di colori accesissimi dopo il trattamento riservatogli da Yeon, una metamorfosi enorme che segna l'evoluzione del rapporto tra i due protagonisti.

Nonostante la poca plausibilità (o forse proprio per questo) e la stranezza di questo racconto, Soffio riesce in qualche modo a toccare lo spettatore, forse l'amore, anche quello più insensato e impossibile, può ridare speranza, riportare ciò che ha deragliato sui giusti binari che non necessariamente sono quelli imposti o i più canonici. Forse è un Cinema da prendere a piccole dosi quello di Kim Ki-duk ma sicuramente interessante e capace di offrire sempre qualche spunto su cui riflettere.

mercoledì 13 febbraio 2019

A STAR IS BORN

(di Bradley Cooper, 2018)

Uscito nelle sale senza la pretesa di essere il film del secolo, A star is born mantiene quel che promette, soddisfa le aspettative semplici e basilari di una vicenda musicale dai forti risvolti sentimentali e alla fine si toglie la soddisfazione di riservare anche qualche bella sorpresa. La vicenda è nota, gira a Hollywood già dagli anni 30 grazie alla prima versione diretta da George Cuckor nel 1932 (A che prezzo Hollywood?) e a quella forse più nota uscita un lustro più avanti per la regia di William Wellman (È nata una stella). L'ambiente narrato nei primi film è proprio quello di Hollywood, i protagonisti sono attori, lui star affermata con qualche problema legato all'alcol scopre in lei un talento fresco da lanciare nello stardom. Nasce un amore, carriera in ascesa per lei, declino per lui, finale non proprio da happy ending. Il canovaccio rimane questo per tutte le versioni del film, compresa quest'ultima diretta da Bradley Cooper. L'approccio al tema musicale arriva nel 1954 ancora grazie a George Cukor che dirige nuovamente questo script adattandolo al genere musical, a disposizione nella faretra del regista attori di richiamo come James Mason e Judy Garland, il plot è quello, il protagonista maschile è un attore, lei una cantante, la musica prende piede. La conversione totale al contesto musicale avviene nel 1976 con l'ennesimo remake (per la terza volta È nata una stella); diretto da Frank Pierson il film ha come protagonisti Barbra Streisand e Kris Kristofferson, entrambi musicisti sia nel film che nella vita, al passo con i tempi subentra anche la droga, lo scheletro della vicenda rimane sempre il medesimo. È proprio a quest'ultima versione che guarda A star is born che ripropone nel mood, seppur aggiornandolo ai tempi, il film di Pierson. Infatti il protagonista maschile, Jackson Maine (Bradley Cooper), ricorda molto il personaggio interpretato da Kristofferson, anche l'impianto musicale rock di chiara matrice country/folk proposto da Maine nelle sue performance live si potrebbe considerare la naturale evoluzione del sound proveniente dai Seventies, e cos'è Lady Gaga se non una versione moderna della Streisand in tutto e per tutto, con quel profilo imperfetto, non bello, il naso un poco pronunciato, grandi doti canore, star di primo piano già nella vita prima che nel film... sembra proprio che le scelte di Cooper, prima fra tutte quella di casting per la protagonista femminile, siano state prese avendo ben in mente la versione del film datata 1976, probabilmente la più vicina per interessi e sensibilità (e forse per gusto musicale) alle inclinazioni dell'attore/regista.


Le vere sorprese di A star is born, se è quasi impossibile ricercarle nell'intreccio essendo questo noto da quasi un secolo, sono proprio i due protagonisti, entrambi in qualche modo si rivelano essere più di quello che sembravano, anche se in qualche modo potremmo parlare più di forti conferme che non vere e proprie rivelazioni. Bradley Cooper è il classico tipo che potresti cominciare a odiare un pochettino, uno di quei bastardi fortunati a cui tutto sembra riuscire bene senza sforzo alcuno. Ovviamente dietro al successo del ragazzone ci sarà tanta fatica, tanta dedizione e passione, però... è figo, ha un fisico della madonna, è un bravo attore, si rivela ora anche un buon cantante, un buon regista, suona, scrive i pezzi... suvvia, lasciatemelo odiare almeno un pochettino. Scherzi a parte mi inchino davanti a Cooper, qui offre una bella interpretazione ma soprattutto si rivela un buon cantante, dalle doti magari non eccelse ma graziato da un timbro accattivante, una bella presenza scenica on stage, il giusto mood musicale, un insieme di caratteristiche niente male se pensiamo che si confronta qui con una delle cantanti più note di questi ultimi anni sulla scena mondiale e che le esibizioni musicali sono state registrare live in presa diretta. Valutando il film anche dall'ottica dell'esordio nel ruolo di regista, Cooper dimostra di avere gusto almeno per le riprese delle esibizioni musicali, fondamentali nell'economia di questo film, in diverse occasioni si ha l'impressione di essere on stage insieme a Jackson Maine, aspetto che rende la visione del film ovviamente più coinvolgente. Lady Gaga di contro offre un'interpretazione molto convincente, doti canore a parte si rivela sul piano puramente attoriale un'ottima protagonista, capace di ritagliarsi il suo spazio sulla scena senza ricorrere ad artificiosi make up o a travestimenti di sorta, capace di far bene anche al naturale.


Tralasciando alcuni stereotipi che si presentano qua e là, il film si lascia guardare, non ha pretese, racconta una difficile storia d'amore, artistica e sentimentale, scalfita dall'invidia e dalla notorietà ma sempre molto forte. A bagno nei sentimenti, ci si lascia andare alla storia d'amore (che tanto d'amore c'è sempre bisogno), si apprezzano i pezzi musicali, contestualizzati alla cornice tra l'altro sono pezzi anche di un certo livello, ci si gode gli attori (plauso a Sam Elliott e a Cooper per averlo scelto, perfetto in questo contesto) e la semplicità della storia. Non c'è altro, non è una rivoluzione, non è una novità, ma qualche ora piacevole è possibile concedersela anche con il cervello in modalità stand-by ogni tanto, a conti fatti A star is born non mi è dispiaciuto affatto.

domenica 10 febbraio 2019

ROMA

(di Alfonso Cuarón, 2018)

Quello che per la maggior parte della critica sembra essere uno dei capolavori dell'annata cinematografica da poco conclusasi andrebbe a mio avviso guardato da una certa distanza e anche un minimo ridimensionato. Roma mi ha dato l'impressione di essere uno di quei progetti nei quali il suo autore ha messo tantissimo cuore, una sapienza tecnica innegabile ma che a conti fatti rimane un'opera che continua ad aver significato più per il suo autore che non per il pubblico a cui viene proposta, fatta eccezione probabilmente per quella fetta di popolazione messicana, più o meno coetanea di Cuarón, che quel periodo, quei luoghi, quella dimensione sociale li ha vissuti sulla propria pelle (ribadisco come l'accoglienza generale che il film sta ricevendo sembri però smentirmi). Sicuramente Roma è il film più personale del regista messicano, un ritratto di famiglia borghese a Città del Messico nei primissimi anni 70, all'epoca delle contestazioni per le politiche del presidente entrante Luis Echeverría, un contesto politico e sociale che avrebbe potuto essere un punto di grande interesse di questo film ma che lambisce solo occasionalmente, anche se in maniera forte, la vita dei protagonisti di Roma (dal nome di un quartiere di Città del Messico). Proprio l'immersione della storia della famiglia protagonista del film nella Storia del Paese viene indicata come uno dei nodi di maggior interesse dell'opera, in realtà la contestualizzazione della parte per il tutto rimane blanda per quasi tutta la durata del film, diventa ficcante in un paio di sequenze ma questo espediente narrativo, sicuramente non nuovo, l'abbiamo visto (o anche letto) realizzato decisamente meglio in numerose altre opere. Allora mi sembra proprio che non stia qui il punto, che l'accoglienza così positiva per quest'opera sia da ricercarsi altrove.

Si, ma dove? Guardiamo alle figure femminili, altro punto posto sotto i riflettori dai sostenitori di Roma. Per Cuarón, come per molte altre persone, all'epoca bambini, che hanno vissuto in un contesto sociale simile al suo, le figure femminili, nella fattispecie quella della madre di questa famiglia borghese e agiata, Sofia (Marina de Tavira), la nonna Teresa (Verónica García) e soprattutto la tata Cleo (Yalitza Aparicio), sono state le uniche figure di riferimento, formative, educative, affettive, proprio come le donne protagoniste di Roma lo sono per i quattro figli di Sofia e dell'assente (e fedifrago) Antonio (Fernando Grediaga). In tempi di movimenti come i vari Metoo, sicuramente condivisibili, anche il focus sulla figura femminile, qui operato con profondo amore e rispetto, non stupisce e più che altro qui rimarca la grandissima dignità di queste donne, soprattutto nella figura di Cleo, appartenente a una classe sociale comunque sfruttata (anche se integrata nella famiglia) e che porta sulla spalle la maggior parte del lavoro richiesto dalla gestione domestica e familiare: affetto, efficienza, versatilità, fatica fisica. Tutto vero, ma anche questo aspetto non basta a rendere Roma un film appassionante e purtroppo nemmeno troppo emozionante.


Roma è un film che si apprezza più di testa, ragionandoci sopra, che non con il cuore o con la pancia, aspetto questo che a mio modo di vedere diventa a conti fatti sempre un difetto, tanto più in casi come questo dove il coinvolgimento emotivo dell'autore avrebbe tutte le ragioni per venir fuori con forza, cosa che qui non avviene. Il lato veramente riuscito del film è quello estetico e formale sul quale non si può obiettare nulla, da questo punto di vista l'Oscar a Cuarón come miglior regista o per altre categorie tecniche sarebbe del tutto giustificato. In un bianco e nero vivido, vero, non patinato, il regista messicano ci offre alcune sequenze magistrali, a partire da quella iniziale impregnata di quotidianità: acqua che corre sul pavimento di un cortile interno, spesso cosparso di merda di cane, nell'acqua si specchia un lembo di cielo, un aereo che transita, la vita al di fuori della casa, la schiuma come la risacca del mare, l'acqua defluisce, la camera inquadra Cleo, poi la casa, vere protagoniste della storia. È in sequenze come questa che sta la vera bellezza del film, in quella dell'ingresso della Galaxy nello stretto cortile, stacchi continui su particolari e movimenti, una luce perfetta su un bianco e nero nitido, in quella con Fermín (Jorge Antonio Guerrero) completamente nudo che mostra a Cleo la sua abilità nelle arti marziali, nella sequenza al mare e in quella più dura e toccante delle manifestazioni in città. Ma sono momenti, molti dei quali apprezzabili per un puro fattore estetico, manca in gran parte un vero coinvolgimento emotivo, troppo spesso Roma risulta se non proprio freddo almeno distante e addirittura tedioso.


Probabilmente Cuarón, preso dal troppo amore per il suo progetto, non è riuscito a restituirne che una minima parte, sprazzi di empatia non sufficienti a garantire al film lo status di capolavoro ma nemmeno quello di grande film se non per meriti di forma. Con tutta probabilità Roma farà incetta di premi alla notte degli Oscar, certo è che per la categoria miglior film mi piacerebbe veder premiato qualcosa capace di suscitare maggiori emozioni (fermo restando che candidati con queste potenzialità ce ne siano), nel contenuto più che per la tecnica.

PS: per i fan di Cuarón sarà comunque simpatico apprendere da quanto lontano arrivino le ispirazioni per il film Gravity!

giovedì 7 febbraio 2019

UN SAPORE DI RUGGINE E OSSA

(De rouille et d'os di Jacques Audiard, 2012)

Jacques Audiard si può considerare un maestro nella costruzione del dramma, lo ha dimostrato a più riprese fin dai tempi di Sulle mie labbra, primo suo film ad arrivare doppiato in Italia e forse la sua opera meno conosciuta da noi, tendenza al dramma poi confermata con i due film successivi: Tutti i battiti del mio cuore e Il profeta. Decisamente drammatiche anche le vicende narrate in questo Un sapore di ruggine e ossa, con una Marion Cotillard da urlo e un sorprendente e più o meno sconosciuto Matthias Schoenaerts. È un incontro di due esistenze difficili quello che ci propone Audiard, difficili per motivi molto diversi: Stéphanie (Marion Cotillard) è una donna indipendente, forte, con un bel lavoro come addestratrice di orche ad Antibes, Ali (Matthias Schoenaerts) è un uomo che si arrangia con impieghi temporanei, un padre giovane con un figlio di cinque anni a carico, il piccolo Sam, che Ali non è in grado di crescere con coscienza. I due si incontrano brevemente, per caso, in un locale dove Ali fa il buttafuori e Stéphanie cerca un po' di vita... poi il dramma: in un incidente sul lavoro Stéphanie perde entrambe le gambe, lei bellissima non riesce più ad accettarsi, soffre, poi pian piano riemerge, proprio come fanno le orche dall'acqua, e con difficoltà ricomincia a vivere; incontra di nuovo Ali. La naturalezza sincera e un po' ignorante di Ali è quello che serve a Stéphanie per riemergere; senza nessun timore reverenziale Ali se la carica sulle spalle, la porta al mare, la lascia sola in acqua senza asfissiarla, come se lei fosse del tutto autosufficiente, non la tratta come un'inferma, le guarda il seno come si guarda il seno di una donna, le chiede se vuole scopare. La Cotillard d'altronde anche in carrozzella, senza gambe, esprime una sensualità accentuata e irresistibile, rinforzata da una forza di volontà che le permetterà di guardare avanti e tornare a camminare affidandosi ai mezzi offerti dalla tecnologia moderna (la ruggine?). Ali per tirare avanti si affida agli incontri di lotta clandestina, sprazzi di brutalità in una Francia periferica e abbruttita, situazioni alle quali in principio Stéphanie tenta di opporsi, divenendo in seguito invece proprio il nodo di forza che consentirà ad Ali di andare avanti dopo una bruttissima esperienza. Le gambe di Stéphanie, le mani di Ali (le ossa?), arti feriti, simbolo di vite intaccate non solo nel fisico e che nell'unione ritrovano una strada da seguire, forza, solidarietà, forse amore... sicuramente una forma di speranza.


Tutto in Un sapore di ruggine e ossa trova il giusto equilibrio, non era facile visti i temi trattati e la sofferenza con la quale ci si confronta, aspetti con alte potenzialità di sfociare nel pietismo e nel ricattatorio. Qui nulla di ciò accade, gran parte del merito lo si deve alla recitazione di due protagonisti che riescono a non andare mai oltre le righe, nemmeno quando si trovano a dover gestire corpi martoriati, animi dilaniati, tutto aiutato dalla regia poco invadente di un Audiard molto intelligente. Anche Antibes è lontana dall'immagine da cartolina dalla costa azzurra, sa essere brutta, povera e spietata quanto il destino, contribuisce a rendere reale l'alchimia tra due personaggi veri che si ritrovano ad aver bisogno l'uno dell'altro, per affrontare una vita sicuramente più dura ma forse più vera di quella portata avanti in passato, magari più appagante in tutti i sensi. Anche i volti che accompagnano la Cotillard e Schoenaerts lungo le due ore del film sono giusti, garantiscono il giusto contorno all'interno di un film riuscito sotto tutti i punti di vista.


L'amore si manifesta in tante forme, alcune più complicate di altre, alcune lontane dall'estetica della commedia americana innocua, al limite sboccata, alla quale spesso i film con una buona dose di sentimenti ci fanno pensare. Qui i sentimenti ci sono tutti, in forma altra, c'è la carne, c'è il dolore, c'è un tipo di Cinema che un po' fa male ma che sicuramente ci piace di più.

lunedì 4 febbraio 2019

UFFICIALE E GENTILUOMO

(An officier and a gentlemen di Taylor Hackford, 1982)

Favola romantica che racchiude in sé numerosi altri aspetti, garantiti dall'ambientazione militare, dai legami amicali, dai sempre complessi e dolorosi rapporti familiari fino ad arrivare ai tentativi di affrancarsi e migliorare una condizione sociale impantanata nel proletariato più duro e faticoso. Nel ricordo di quello che è stato uno dei film simbolo dei primi anni Ottanta, ripreso poco più avanti dal forse ancor più noto Top Gun che in qualche modo ne ricalca diversi schemi, è facile riportare alla luce solo la storia romantica tra un giovane e affascinante Richard Gere e un'accattivante Debra Winger, forse ci si ricorda la scena di sesso per quegli anni audace, al limite il fascino giovanile e sexy dei due protagonisti. Nel suo complesso Ufficiale e gentiluomo è un bel film che non vive di solo romanticismo, aspetto comunque ben dosato e che si lascia apprezzare; la costruzione della vicenda è infatti ben realizzata, poi sarà che gli anni passano per tutti, che un certo tipo di emozioni non si dimenticano mai e che in età adulta magari se ne sente un poco la mancanza, alla fine questo lato romantico finisce per non dispiacerci affatto, risultando un valore aggiunto piuttosto che la tanto vituperata colata di miele sulla relazione tra due protagonisti. Indubbiamente Richard Gere, attore che non ho mai apprezzato in maniera particolare, è qui al massimo della sua forma (non solo fisica), regala una bella prova d'attore nei panni di un ragazzo con un passato difficile alle spalle e discretamente tormentato. In contrapposizione il ruolo di David Keith, giovane ben instradato, proveniente dalla classica famiglia americana tutta Dio e Patria che si rivelerà essere tormentato ancor più del suo amico ribelle. I rapporti tra compagni di corso, quello per diventare ufficiali e piloti della Marina degli Stati Uniti d'America, sono egualitari se non ancor più importanti e interessanti di quelli sentimentali tra Gere e la Winger o quello tra Keith e Lisa Blount, che avrà conseguenze ben più rimarchevoli di quelle che solitamente propone la classica storia d'amore coronata dal lieto fine (proprio quella tra Gere e la Winger ad esempio).


Zack Mayo (Richard Gere), orfano di madre, è cresciuto lontano dal padre (Robert Loggia), un uomo arruolato in marina che conduce una vita sregolata e al quale Zack si ricongiungerà da adolescente. Una volta adulto, privo di un vero scopo nella vita, Zack decide di intraprendere il percorso per diventare ufficiale e pilota della Marina Militare, un percorso duro della cui riuscita nemmeno il padre di Zack ha fiducia. Al campo d'addestramento Zack si imbatte nel tostissimo Sergente Foley (Louis Gossett Jr.) e in una serie di compagni tra i quali troverà un legame profondo con Sid Worley (David Keith). Oltre agli insulti e alle reprimende note nell'ambiente militare, Foley fornisce ai suoi uomini un singolare consiglio, qualcosa che suona come "guardatevi dalle belle fanciulle che lavorano nella cartiera qui accanto, sembrano belle, dolci e disponibili ma non aspettano altro che un principe azzurro travestito da idiota in divisa che le salvi dalla loro vita miserabile, a costo di farsi ingravidare per incastrarvi". Tra le dolci fanciulle in questione ci sono Paula (Debra Winger) e Lynette (Lisa Blount) che metteranno gli occhi addosso proprio a Zack e Sid.


Ufficiale e gentiluomo è un mix ben dosato di sentimento e dramma, il contesto operaio al quale i protagonisti (le donne soprattutto) sono addentro rende il film, che mantiene comunque l'anima della favola a lieto fine, più concreto, reale e per alcuni versi anche più duro di quel che ci si potrebbe aspettare vista la fama che il film stesso si è creato. Poi che questo rimanga uno di quei film lungo i quali si tifa per l'amore tra i due protagonisti, per vederli avvinti l'uno all'altra sulla scena finale, beh... questo è un altro paio di maniche. Il film si portò a casa due premi Oscar, uno per il miglior attore non protagonista per Luois Gossett Jr. e quello per la miglior canzone per Up where we belong. Contando che dall'uscita del film sono passati più di trentacinque anni (sigh!) la tenuta dell'opera rimane sorprendentemente molto buona.

venerdì 1 febbraio 2019

KONTROLL

(di Nimród Antal, 2003)

Nimród Antal è un regista californiano di origini ungheresi. Proprio in Ungheria Antal si forma nelle arti cinematografiche, qui dirige i suoi primi lavori: alcuni cortometraggi, questo Kontroll, suo primo lungo, partecipa ad altri progetti in qualità di attore, si dedica a video musicali... in qualche modo fa la sua bella gavetta che lo porterà in seguito a lavorare a Hollywood anche su progetti di un certo peso. Per il suo primo lungometraggio Antal si imbarca in un'impresa non proprio semplicissima, riuscendo a portarla a termine con risultati davvero ottimi. Kontroll è infatti un film girato interamente all'interno dei confini della metropolitana di Budapest, lungo i suoi binari, nelle stazioni della metro, nei suoi cunicoli, a bordo dei vagoni, lungo le infinite e ripidissime scale mobili; Antal sceglie come set uno dei classici nonluoghi teorizzati dal francese Marc Augé, ci si immerge completamente insieme al cast del suo film che per diverso tempo è stato costretto a girare nei soli orari di chiusura della metro, fare altrimenti sarebbe stato impossibile. Ne esce un film inevitabilmente claustrofobico ma mai opprimente, attraversato da molti momenti surreali e divertenti, garantiti da un gruppo d'attori fuori di testa, ognuno in maniera differente; Kontroll è anche un film teso, con passaggi drammatici, introspettivi, riflessivi, un ottimo amalgama al quale non mancano né i colpi bassi né dolci risvolti romantici.

Al centro della storia un gruppo di controllori (da qui il titolo) al lavoro nella metro di Budapest, personaggi strampalati, degli outsiders dei quali uno nella metro pare ci viva proprio, giorno e notte, senza mai uscirne. A causa del soggetto del film sorsero altri problemi, non essendo i protagonisti ritratti  proprio come un gruppo di aquile, la società dei trasporti della città non voleva dare il benestare all'uscita del film, concesso solamente dopo aver ottenuto la promessa (poi mantenuta da Antal) di poter introdurre il film con un comunicato da parte di uno dei dirigenti che sottolinea i distinguo tra finzione e i reali corpi di controllo in forze alla BKV, la società di trasporti di Budapest.


Ogni giorno diverse squadre di controllori, in aperta rivalità tra di loro, pattugliano le linee della metro di Budapest in cerca di infrazioni, persone senza biglietto, possessori di abbonamenti contraffatti o irregolari, in un ripetersi ciclico e quotidiano di incontri insoliti, zuffe, discussioni e alterchi nella ferma consapevolezza di far parte di una categoria (a rischio) odiata e disprezzata da tutti. Antal mette sotto i riflettori la squadra di Bulcsú (Sándor Csányi), un caposquadra impavido che ha eletto la metro a sua residenza permanente. Con lui ci sono il professore (Zoltán Mucsi), uomo esperto, d'una certa età che cerca di mantenere le cose sul giusto binario, lo stralunato e macchiettistico Lecsó (Sándor Badár), il giovane Tibi (Zsolt Nagy) che sembra non avere un grammo di sale in zucca e il narcolettico Muki (Csaba Pindroch). C'è tensione nell'aria, nell'ultimo periodo si sono accumulati nella metro diversi casi di suicidi sospetti, le autorità sono in cerca di indizi rivelatori, chi meglio di un controllore potrebbe tenere gli occhi aperti sulla situazione? Per Bulcsú e i suoi il lavoro continua, alienante, rognoso, poco gratificante, ravvivato da scontri continui con l'utenza, con i colleghi, con i superiori, e ammansito da qualche amico, dal sorriso dolce di una ragazza vestita da orso (Eszter Balla).


Per alcuni versi Kontroll si potrebbe accostare a un certo cinema postmoderno, alcuni dialoghi, il ritmo, la regia che presenta delle belle intuizioni potrebbero far pensare al Cinema di alcuni registi di grido, è un esordio riuscito molto bene questo di Antal, capace di mescolare il lato più scanzonato della vicenda e dei personaggi al thrilling di alcune situazioni molto tese e a una serie di riflessioni pessimistiche o quantomeno malinconiche che non lasciano indifferenti. La scelta particolare di non uscire mai dai confini della rete metropolitana risulta vincente, indovinato lo score musicale di stampo elettronico da parte della band ungherese dei Neo. Opera prima da vedere, poi Antal si è trasferito in pianta stabile a Hollywood per tornare alle origini solo nel 2017 con A Viszkis, film che a questo punto potrebbe valer la pena recuperare.


martedì 29 gennaio 2019

IL RACCONTO DEI RACCONTI

(di Matteo Garrone, 2015)

Usando una versione lievemente imbastardita di un ossimoro, potremmo affermare che Il racconto dei racconti è un film meravigliosamente noioso. Durante la visione dell'opera di Matteo Garrone mi sono annoiato a più riprese e allo stesso tempo sono contento d'aver visto il film, e ancor di più provo un grande piacere nel pensare che un film come questo Garrone abbia avuto il coraggio di realizzarlo e l'abbia girato qui in Italia. Non sono pazzo, questo lo dico giusto per tranquillizzarvi, almeno non credo di esserlo e in ogni caso, che lo sia o meno, nessuno ha ancora diagnosticato la mia pazzia, quindi fino a prova contraria mi avvalgo della facoltà di credere di esser sano. Sono fermamente convinto che, appurato il ristagnare nel campo della commedi(ol)a nel quale il Cinema italiano è ormai da anni impantanato, tutti i tentativi di creare qualcosa di diverso, di osare ed esplorare generi differenti, vadano lodati se non in alcuni casi addirittura santificati. Sotto questo punto di vista con Il racconto dei racconti Matteo Garrone crea una vera meraviglia, un film che lascia a bocca aperta per il dispiego di energie messe in campo. Si parte dall'adattamento per immagini di tre brevi novelle, delle fiabe in realtà, che affondano nella tradizione popolare, popolana ancor meglio, fiabe tratte da Lo cunto de li cunti, opera del campano Giambattista Basile che negli anni 30 del '600 imbastisce un opera simile al Decamerone di Boccaccio, una raccolta di novelle dal sapore fantastico al quale Garrone guarda per il suo film. Ne esce una sorta di fantasy nostrano che regge benissimo la concorrenza di prodotti internazionali in virtù dell'ottimo lavoro svolto dai comparti tecnici e grazie a un cast di prim'ordine che dispiega fior di attori provenienti da diverse nazioni.


Assistiamo a tre storie amalgamate in un'unica narrazione nella quale i protagonisti dei tre sviluppi si lambiscono solo accidentalmente senza mai influenzare le vicende l'uno degli altri. Tre regnanti, tre regni, una serie di location maestose, fiabesche, selezioni di un territorio italiano spaventosamente bello, castelli all'apparenza inespugnabili, dimore incantevoli, borghi pittoreschi, natura selvaggia e incontaminata, un Paese ritratto nei suoi tratti più meravigliosi, messo completamente al servizio della narrazione e che crea un proscenio naturale sul quale muovere i personaggi diventa oltremodo facile. E che personaggi, signori, vien da dire! Il cast messo in scena da Garrone è stellare: nel regno di Selvascura i regnanti sono la Regina Salma Hayek e il Re John C. Reilly, coppia che non riesce a procreare e che darà frutto solo grazie all'intervento di un negromante e a un grandissimo sacrificio. In seguito al sortilegio attuato per dare un erede alla Regina, le gravidanze saranno due, quella reale e quella di una popolana, due figli identici e albini (Christian e Jordan Lees) che diverranno inseparabili a dispetto del parere contrario della Regina. Il Re di Roccaforte, un viscido Vincent Cassel, invece è un lussurioso perdigiorno che in testa ha una cosa sola (e all'epoca non c'era il calcio e non c'erano le auto); innamoratosi di una donzella dalla voce angelica cade in un tragico errore, la donna è in realtà una vecchia megera che farà di tutto per protrarre la conveniente situazione. Ad Altomonte il regnante Toby Jones (tanto di cappello) tenta con diversi mezzucci di tenere legata a sé la figlia Viola (Bebe Cave), fanciulla che si avvicina a grandi passi all'età da marito, distratto dall'arrivo di una pulce gigante perderà di vista l'interesse per la figlia mettendo il frutto dei suoi stessi lombi in serio pericolo. Ma le donne, si sa, hanno una marcia in più.


I costumi di Parrini sono lussuosi, calzano alla perfezione agli attori e al racconto, la regia di Garrone ci restituisce immagini deliziose, le musiche di Alexandre Desplat sono quanto di più indovinato si potesse scegliere per questo film, le scenografie di Capuani incontestabili, il comparto attoriale nostrano è garantito dai circensi interpretati da Massimo Ceccherini e Alba Rohrwacher, la fotografia di Peter Suschitzky illumina tutto alla perfezione. Il racconto dei racconti è un'opera magniloquente, indiscutibile, che è riuscita a tediarmi non poco. Ma nulla è rimproverabile a Garrone o al film, tutto deriva da una mia personale idiosincrasia per ciò che è fiabesco o fantasy, per un tipo di racconto popolare che semplicemente non tocca le mie corde. In fondo il film non mi è piaciuto un granché ma pazienza, ben vengano film come questo, autori coraggiosi capaci di portarci fuori dalla provincia, lontano dalle dispute dialettali, dai tradimenti, dai quarantenni persi e immaturi, dalle seghe mentali sui cellulari, dalle tette e dai culi in vacanza al mare. Non mi è piaciuto, ma in qualche modo lo ho amato.

domenica 27 gennaio 2019

UN GUSTO PER LA MORTE

(A taste for death di P. D. James, 1986)

Erano ormai diversi anni che non prendevo in mano un libro della James, scrittrice di romanzi gialli (con l'eccezione del fantascientifico I figli degli uomini) e creatrice della saga dell'Ispettore Adam Dalgliesh. Nel 1986, anno d'uscita de Un gusto per la morte, la signora James conta già sessantasei primavere essendo nata nel 1920 a Oxford, è madre di due figlie, vedova, membro della Camera dei Lord inglese sul versante conservatore. Queste brevi note biografiche, che possono sembrare elencate nelle prime righe di questo post unicamente per prassi e con funzione conoscitiva, si rivelano invece importanti per spiegare e avvalorare le motivazioni che mi hanno fatto apprezzare questo libro (e la prosa della James) ben più di quanto avrei pensato di fare a inizio lettura. Pur avendo già letto altri romanzi della scrittrice, magari in anni di minor consapevolezza letteraria, il mio giudizio sulla stessa, già buono, la relegava con alcune importanti differenze sulla scia dei maestri del giallo classico inglese, a (in)seguire i grandi come Agatha Christie o Conan Doyle. La distanza rimane, però oggi sono un po' più pronto ad affermare come la James sia un'ottima scrittrice (tanto che mi è anche venuta la voglia di recuperare altri suoi libri, appartenenti a un genere che sto negli anni abbandonando quasi totalmente). Un'ottima prosa con caratteristiche che difficilmente si assocerebbero a una signora della sua età, con la sua educazione e il suo aspetto sempre molto compito da tipica nonnina inglese intenta a sorseggiare un buon te, magari in compagnia dei nipotini (che non ho idea se avesse o meno). La scrittura della James, sempre connotata da una spiccata eleganza, non ha remore di scavare nel sudicio, nella crudeltà dell'uomo, nei peggiori vizi di poveracci e privilegiati, con un'inclinazione che colpisce nel palesare, sempre con classe e in maniera irreprensibile, anche le abitudini più sconvenienti in fatto di inclinazioni sessuali dei suoi personaggi, aspetto che non ci si aspetterebbe di trovare negli scritti di quella che all'epoca dell'uscita del romanzo era un'arzilla vecchietta ormai attempata (e che ci ha lasciati nel novembre del 2014 all'età di novantaquattro anni).

Proprio la prosa della James, più che l'intreccio giallo molto classico, è ciò che in misura maggiore si apprezza leggendo Un gusto per la morte, colpiscono molto le descrizioni dei luoghi, delle vie di Londra; quelle dei posti noti riportano in maniera vivida alla mente luoghi magari visitati in passato, quelle relative invece ad ambienti meno noti o semplicemente sconosciuti al lettore, invogliano a usare moderni strumenti come lo Street View di Google per andare a curiosare tra le ambientazioni descritte nel romanzo. Ottimo il lavoro sulla costruzione dei personaggi che sembrano persone reali a tutto tondo: Dalgliesh, ormai Comandante, cresce romanzo dopo romanzo con la sua indole malinconica, il profondo rispetto per la vita umana (e per la morte) e i suoi dubbi sul corretto operato, etico e morale, delle stesse forze dell'ordine. Forse ancor meglio tratteggiati sono l'Ispettore Capo Massingham e la detective Kate Miskin, il primo discendente da una famiglia di privilegiati, un uomo all'apparenza solitario e vagamente misogino ma non privo di moti d'empatia e comprensione che crea un bel contrasto con la sveglia Kate Miskin, una donna che arriva dalla povertà, da situazioni familiari difficili, proiettata verso una carriera brillante e desiderosa di crearsi una vita piena di riconoscimenti, sul lavoro ma anche legati a una certa idea di status sociale. Questi contesti creano una bella dinamica tra i due colleghi, estrazioni differenti, guerra dei sessi, ambizioni. Questo tipo di lavoro, anche se in misura minore, viene riportato anche sui personaggi coinvolti nel caso, andando a creare un insieme molto interessante di caratteri e sviluppi strutturati in maniera molto convincente. In questo sta la vera maestria della James.

Da qualche tempo il Comandante Dalgliesh è stato incaricato di formare una squadra speciale che andrà ad occuparsi di delitti delicati e legati alle questioni di Stato. L'incarico ancora non è ufficiale ma il Comandante ha già reclutato l'ispettore Massingham, inoltre, reputando necessaria e utile la presenza di una mente femminile nel team, chiama a collaborare con la squadra l'agente Miskin per la quale Dalgliesh nutre un profondo rispetto. Quando Miss Wharton, in compagnia del piccolo Darren, scopre all'interno della chiesa di St. Matthew i cadaveri del deputato Paul Berowne e del vagabondo Henry Mack, per la squadra di Dalgliesh si presenta l'occasione per iniziare il rodaggio sul campo. Per il Comandante sarà un'indagine un po' dolorosa a causa della conoscenza, seppur superficiale, con la vittima. Per Massingham sarà l'occasione di affermare la sua posizione, per Kate quella per emergere. Nell'ambiente altolocato della famiglia Berowne sembrano invece in troppo pochi ad interessarsi alla morte dell'uomo politico, una scarsa empatia che renderà sospettabili molte delle persone coinvolte nell'indagine.

Un buon romanzo giallo nel quale si apprezza più il contorno che non le dinamiche legate al caso, comunque puntuali e convincenti. La scrittura della James ci immerge in altri luoghi, completamente, senza mai trascurare la credibilità dei personaggi. Non male come esito per un romanzo di questo tipo.

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