martedì 11 dicembre 2018

KILLER ELITE

(The killer elite di Sam Peckinpah, 1975)

Pensiamo a Sam Peckinpah e ci torna alla mente il massacro de Il mucchio selvaggio, uno dei western più iconici della storia del Cinema, la fuga verso il Messico di Steve McQueen in Getaway al fianco della bellissima Ali MacGraw, titoli ormai impressi a fuoco nella mente degli appassionati come Pat Garret e Billy Kid o Voglio la testa di Garcia; indubbiamente lo zio Sam nel corso degli anni ha saputo lasciare il segno negli annali della Settima Arte nonostante la sua rappresentazione della crudeltà e della violenza gli abbiano valso le infelici etichette di regista misogino e fascista. All'interno della filmografia di Peckinpah Killer elite, insieme a una manciata di altri titoli, viene considerato un minore, uno di quei film dove meno si avverte la poetica e la cifra stilistica del regista di Fresno, frettolosamente liquidato come un parto dallo scarso interesse. Killer elite esce in anni in cui la corrente impegnata e indipendente della New Hollywood è ancora viva, pellicole che in qualche modo affrontano tematiche simili a quelle toccate da Peckinpah in questo film, I tre giorni del Condor di Pollack ad esempio, riscuotono un grande successo e ancor oggi sono considerati come tasselli importanti del Cinema statunitense degli anni 70. Probabilmente alcune scelte del regista hanno ridimensionato e in parte inficiato le potenzialità di buona riuscita che in nuce anche un film come Killer elite avrebbe potuto sfruttare. Nel complesso il film non è da dimenticare come sostiene qualcuno, sicuramente presenta dei difetti nella parte centrale in cui si dilatano oltremisura i tempi dedicati alle vicende personali del protagonista, alcune prive di grandi sviluppi, mentre la trama centrale del film va in stand by, ripresa poi nell'ultima parte con derive di generi diversi che forse un poco di credibilità al film la fanno perdere. I contenuti però non mancano, Peckinpah in maniera abbastanza diretta formula una sorta di denuncia sui metodi poco puliti e ortodossi che Servizi come la C.I.A. adoperavano su suolo statunitense per perseguire i propri scopi: corruzione, utilizzo di organizzazioni mercenarie non sempre specchiate, violenza.


Mike Locken (James Caan) e George Hansen (Robert Duvall) sono due mercenari al soldo di un'agenzia privata che presta i propri servizi anche alla C.I.A.; i due amici sono specializzati in estrazioni e conseguente protezione di personalità politiche di strategica importanza. Ma in un ambiente dove è il profitto a comandare il gioco, anche il tradimento è da mettere in conto, aspetto che forse Locken ha sempre sottovalutato. Mike si troverà così gravemente ferito, tradito dal suo migliore amico, impossibilitato a riprendere il lavoro e costretto a una convalescenza lunghissima. Col tempo, grazie a una caparbietà infinita, l'uomo si troverà di nuovo in pista a dover affrontare proprio il suo vecchio amico in un'operazione nella quale potrà contare solo su un team fidato davvero ristretto.


La prima parte del film è intrigante, ci presenta la situazione iniziale dalla quale ci si potrebbe aspettare un film sulla scia de La conversazione (Coppola) o similare a Il maratoneta (Schlesinger), le riprese sulla San Francisco dei Seventies da parte di Peckinpah colpiscono ancora, Caan e Duvall sono due presenze caratterizzanti dell'epoca e due professionisti che non scopriamo certo oggi. I presupposti sono ottimi: un bell'incipit, azione solida, intrighi e ottimi interpreti. Il film poi esplode, arriva al suo culmine e si trasforma in una lunga narrazione dove seguiamo principalmente l'incidente e la successiva riabilitazione del personaggio di Caan, una parte centrale lunga, dai ritmi dimessi, utile per inquadrare meglio il personaggio e che si concede anche qualche divagazione superflua (l'infermiera interpretata da Kate Heflin) ma che finisce inevitabilmente per spezzare e smorzare il ritmo del film. Sotto i riflettori rimangono i vertici dell'organizzazione per cui lavoravano Mike e George, i possibili voltafaccia dei loro capi, poi si passa nuovamente all'azione con la creazione di una mini squadra composta dallo stesso Mike, dall'autista Mac (il noto Burt Young) e dall'esperto d'armi Jerome (Bo Hopkins). Il confronto tra questo team e il vecchio amico George riporta tutto su binari più solidi e coinvolgenti, l'ultimissima parte del film invece, seppur ambientata in una location affascinante, richiede da parte dello spettatore un'apertura mentale non da poco, in quanto in un contesto a loro estraneo entrano in scena addirittura dei ninja peraltro davvero poco credibili e ancor meno minacciosi se anche un infortunato James Caan riesce a tener loro testa senza particolari problemi.

Poteva indubbiamente uscirne un film migliore, più incisivo, più solido; l'impressione è che sia per qualche ragione saltato l'equilibrio di un progetto che poteva rivelarsi prezioso per la corrente della New Hollywood. Peccato, ad ogni modo la visione di Killer elite rimane piacevole, è uno dei tanti modi di godere dell'artigianato di tempi ormai perduti.

venerdì 7 dicembre 2018

I LOVE RADIO ROCK

(The boat that rocked di Richard Curtis, 2009)

Nel mare magnum delle nuove proposte cinematografiche, numerose e sgomitanti nell'intento di ritagliarsi un posto al sole tra la mole abnorme di materiale in uscita tra sale, piattaforme e streaming più o meno legale (e aggiungiamoci anche i vari recuperi del Cinema passato che vale sempre la pena non trascurare), può capitare di perdersi qualcosa per strada. Per chi ha con il Cinema un rapporto di pura passione e non di lavoro è inevitabile lasciare indietro qualcosa, anche qualcosa di molto interessante. Poi un bel giorno quel qualcosa ritorna, spunta fuori all'improvviso, e magari ti rendi conto di esserti perso qualcosa di veramente grande. Ciò che può considerarsi grande per ognuno di noi si porta dietro un bel carico di soggettività, quel che lo è per me potrebbe non esserlo per voi, questo è certo. Seguendo i miei personali parametri di giudizio posso però affermare che con I love Radio Rock mi ero perso quello che a mio avviso è uno dei migliori film dell'ultimo decennio, per tutta una serie di motivi. In fondo è semplice: tutti abbiamo un cuore. C'è chi ce l'ha più incline al sentimentalismo, chi più capace di farsi toccare emotivamente, chi ce l'ha un pochino più arido, magari nascosto sotto un lieve strato di cinismo. Ma se in un qualsiasi momento della vostra vita la musica ha avuto un ruolo importante, profondo - e se avete un cuore con un minimo di sensibilità mi riesce difficile credere che quel momento non ci sia stato, breve o eterno poco importa - allora I love Radio Rock non potrà non colpirvi, almeno questo è quello che io credo. Risulta arduo comprendere come un film come questo si sia rivelato poco più di un flop al botteghino, quanto poco sia stato apprezzato dal grande pubblico e quanto sia stato invece sottostimato più o meno ovunque. Con ogni probabilità questo sarà uno di quei film capaci di costruirsi col tempo la fama di cult, almeno tra gli appassionati di musica, non necessariamente solo tra di loro.


I love Radio Rock nasce da un momento storico ben preciso. Siamo nella seconda metà degli anni 60 del secolo scorso, nell'Inghilterra perbenista di quel periodo poco spazio era concesso nelle programmazioni radio ai fenomeni musicali del pop, del beat e del rock. Per coprire un bisogno che diveniva sempre più impellente tra le nuove generazioni, nascevano le prime stazioni pirata la più celebre delle quali fu Radio Caroline, emittente ubicata su una nave in rotta continua nelle acque internazionali, soluzione che aggirava le normative britanniche sulle trasmissioni radio. Proprio a Radio Caroline è ispirata la vicenda della Radio Rock del film, una nave pirata con un equipaggio sui generis completamente dedito all'adorazione e alla diffusione della musica rock. Il perno centrale su cui ruota I love Radio Rock è ovviamente la passione per la musica, quella dei magnifici protagonisti del film ma soprattutto la nostra, quella dei suoi amanti. All'interno del film Richard Curtis, anche sceneggiatore, è riuscito a calibrare questa passione mischiandola con dosi importanti di amicizia e solidarietà tra simili, spruzzate d'amore e sentimento, di passione (non solo per la musica); il regista esplora relazioni familiari, inscena rivalità epiche e riconciliazioni commoventi e annega il tutto in un vero mare (fisico e metaforico) di splendida musica. La colonna sonora è di una qualità spaventosa, alcuni dei pezzi proposti si sposano alle scene del film in maniera simbiontica aumentandone la riuscita in maniera esponenziale. In mezzo a tutto questo un cast di attori e personaggi indovinatissimi, un cast molto allargato all'interno del quale ad ogni singolo componente è dedicato il giusto spazio necessario a tratteggiarlo a dovere e a farcelo apprezzare e amare.


Il giovane Carl (Tom Sturridge), ragazzo timido e ben educato, si imbarca su Radio Rock per passare un periodo in compagnia del suo padrino Quentin (Bill Nighy), l'uomo al comando, il proprietario di Radio Rock, un elegantissimo ribelle con una missione da portare avanti e con un pizzico di diplomazia da dover gestire all'interno di una ciurma simpaticamente ingestibile. Al suo servizio, e al servizio di tutta una nazione, un gruppo di Dj amatissimi in tutta la terra d'Albione. Il più carismatico, quello pronto a sacrificare tutto per la causa è senz'altro il Conte (un divino Philip Seymour Hoffman), il suo rivale è il redivivo Gavin (Rhys Ifans), idolo delle donne, dj che gioca con una sensualità molto marcata. Dave (Nick Frost) è un ciclone d'esuberanza, nonostante il fisico poco prestante ha un enorme successo con l'altro sesso, la sua controparte timida e sfigata è Simon (Chris O'Dowd) che però in radio fa scintille (di persona invece...); Bob (Ralph Brown) è una sorta di eremita fantasma, trasmette solo nelle ore più improbabili, Angus (Rhys Darby) è quello che non piace a nessuno, un comico che non fa ridere ma al quale sotto sotto vogliono tutti un gran bene, la parte dello strambo è cucita addosso a Kevin (Tom Brooke). Tra tanta musica ci sono anche news e meteo offerte in maniera incerta e tentennante dall'impacciato John (Will Adamsdale), esatto opposto del cool e poco ciarliero Mark (Tom Wisdom). Insomma, l'equipaggio è variegato, a Richard Curtis bastano pochi momenti per definire in ognuno dei personaggi un carattere, l'impresa non così facile riesce alla perfezione assicurando gran parte della riuscita del film.


Il resto lo fa la musica ma risultano indovinate tutta una serie di sequenze e scene madri che spaziano dall'esaltante al commovente, momenti capaci di regalare qualcosa allo spettatore e in qualche modo di riempire i cuori, è un film di pancia, di cuore I love Radio Rock, inutile come hanno fatto diversi detrattori andarlo a scandagliare troppo con la testa, si rischia solo di non godere di un film che è principalmente (unicamente?) emozione con la E maiuscola. Vogliamo criticare il momento in cui Eleanore (January Jones) sale a bordo sulle note di Eleanore dei The Turtles? Contestare Marianne di Leonard Cohen? Analizzare la mole di magia in vinile dispersa sul fondo di un'inondazione d'acqua? Fare le pulci al Conte? Non scherziamo. È stato detto che il film è troppo lungo... forse sì, per chi non ha un cuore ricettivo a sufficienza. Lo sviluppo per qualcuno s'avviluppa... può essere, se non si è capaci di godere con trasporto di un'emozione, di ogni momento. In I love Radio Rock ho trovato davvero tanto: una medicina, tanto amore e, lo ripeto, uno dei migliori film del decennio. Tutto è sindacabile, certo, ma cercate per bene, tutti abbiamo un cuore, lì sta la chiave.

lunedì 3 dicembre 2018

EVA CONTRO EVA

(All about Eve di Joseph L. Mankiewicz, 1950)

Il 1950 è stata una grandissima annata per il Cinema statunitense, guardando solamente alla cinquina dei titoli candidati all'Oscar per la categoria miglior film possiamo trovare alcuni dei classici intramontabili del Cinema americano: Le miniere di Re Salomone di Bennett e Marton, Nata ieri di George Cukor, Il padre della sposa di Vincente Minnelli, il magnifico Viale del tramonto di Billy Wilder e questo Eva contro Eva che riuscì a sbaragliare una concorrenza di livello stratosferico e ad aggiudicarsi questa e altre cinque statuette (regia, attore non protagonista, sceneggiatura non originale, costumi e sonoro). Dev'essere stata una soddisfazione non da poco per Mankiewicz che si vide assegnare personalmente oltre al premio per il miglior film anche quello per la sceneggiatura da lui scritta e quello per la regia, in un anno in cui i nomi dei registi in lizza erano davvero da brividi.

Tra i premiati, grande assente la protagonista del film, una Bette Davis qui come altrove in splendida forma, all'epoca già insignita di due premi Oscar e che in futuro lascerà ancora e ancora il segno in pellicole fondamentali come Che fine ha fatto Baby Jane? e Piano... piano, dolce Carlotta. La messa in scena del film è sontuosa fin dalla prima sequenza, come si addice all'ambiente raccontato, il bel mondo del teatro, tra attrici sulla cresta dell'onda, impresari, sceneggiatori di grido e critici autorevoli capaci di cambiare le carriere di qualsiasi star e decretare il successo o l'insuccesso delle opere in cartellone.


È proprio con l'assegnazione di un premio che si apre Eva contro Eva, si attende la rivelazione del nome della miglior attrice di teatro dell'anno, sarà Eva Harrington (Anne Baxter) ad affermarsi, astro nascente che eclissa l'ormai più attempata Margo Channing (Bette Davis), attrice di razza riconosciuta per tanti anni come la migliore interprete sulle scene teatrali dell'epoca. L'apertura è in media res, la voce narrante quella del critico teatrale Addison DeWitt (George Sanders, qui premio Oscar), ormai Eva Harrington è una star acclamata ma solo una manciata di mesi prima le cose erano molto diverse; è grazie ai ricordi di Karen Richards (Celeste Holm), moglie del commediografo Lloyd Richards (Hugh Marlowe), che lo spettatore può ripercorrere i mesi lungo i quali avviene la trasformazione da bruco a farfalla di quella che era una ragazza all'apparenza mite e sempliciotta e che a fine del suo percorso diverrà l'attrice del momento, non mancando di rivelare lati del suo carattere in principio poco intuibili.

In Eva contro Eva c'è tutta la bellezza del Cinema Classico Hollywoodiano, la luce calibrata alla perfezione restituita da un bianco e nero sempre incisivo e mai sbiadito, attori in primo piano con un ottimo confronto nel confronto a opera delle bravissime Bette Davis (che sguardi, Kim Carnes ne sapeva qualcosa) e la più giovane Anne Baxter, recitazione da manuale, scenografie lussuose e dettagliate e un'eleganza diffusa che coinvolge la narrazione tout court così come gli spazi, luci ed ombre e tutti i movimenti di macchina funzionali alla buona riuscita del film.


Curioso notare come i contenuti siano molto simili a quelli dell'altro grande film dell'annata, Viale del tramonto di Billy Wilder, con il declino della star affermata, ormai accantonata a causa dell'arrivo del moderno, sia questo un nuovo tipo di Cinema (il sonoro in Viale del tramonto) o una star più fresca come accade in Eva contro Eva. In più c'è la competizione nel mondo artistico che può nascondere arrivismo, calcolo, tradimento, caratteristiche imprescindibili nella costruzione di questo dramma dello spettacolo, un mondo tanto scintillante quanto oscuro e falso nel dietro le quinte, che sia questo Cinema o teatro poco importa.

Eva contro Eva è graziato oltre che dalle interpretazioni superlative degli attori nei ruoli principali, anche dall'aiuto di comprimari sempre all'altezza, una su tutte la burbera governante di Margo Channing interpretata da Thelma Ritter, e soprattutto da una vena ironica che emerge in alcuni dialoghi e stempera quella che è una struttura ascrivibile al dramma. Uno di quei film che hanno contribuito a rendere grande l'industria cinematografica della Hollywood che fu.

venerdì 30 novembre 2018

SCAPPA - GET OUT

(Get out di Jordan Peele, 2017)

Classificato come thriller/horror alla fine questo Scappa - Get out si rivela essere un film più divertente che spaventoso. L'incipit guarda proprio a uno dei capisaldi della commedia classica americana, quell'Indovina chi viene a cena? che poteva vantare un cast eccezionale composto da Spencer Tracy, Katherine Hepburn (protagonisti nella vita di una storia d'amore all'epoca scandalosa e chiacchierata) e da un giovane Sidney Poitier. Quest'ultimo è il giovane fidanzato nero della figlia dei due attori di cui sopra; soprattutto il padre farà una certa difficoltà ad accettare la relazione della figlia con un afroamericano nell'America ancora bigotta e perbenista degli anni 60. In Get out l'idea di partenza è la stessa: Rose Armitage (Allison Williams) organizza un weekend nella lussuosa residenza della sua famiglia per presentare ai genitori il suo nuovo fidanzato, il fotografo nero Chris Washington (Daniel Kaluuya). Chris è un po' preoccupato dal fatto che Rose non abbia esplicitato alla sua famiglia, fratello compreso (Caleb Landry Jones), il colore della pelle del nuovo partner. A differenza di quel che accadeva a Sidney Poitier nei 60, Chris viene accolto a braccia aperte, la famiglia di Rose, composta dal padre Dan (Bradley Withford) e dalla madre Missy (Catherine Keener), è una famiglia moderna; Dan adora Obama, le loro idee sono inclusive e progressiste, il ragazzo sembra dover diventare un amicone ben accetto nel nuovo nucleo familiare.

Però. Perché c'è sempre un però. Nel tempo trascorso con gli Armitage, Chris ha l'occasione di girovagare per la tenuta: casualmente nota che il giardiniere di famiglia (Marcus Henderson) è un nero, la domestica Georgina (Betty Gabriel) pure, il padre di Rose imbarazzato quasi se ne scusa con il potenziale genero, inoltre entrambi i "servitori" sembrano avere qualcosa di strano e inquietante che inizia a mettere in allarme il giovane. Le sensazioni sgradevoli aumentano quando nella villa inizia il raduno degli amici di famiglia durante il quale Chris si imbatterà nella presenza di altri personaggi molto strani (e neri). Cosa c'è che non va nel giro di conoscenze della famiglia Armitage?


Ciò che sembra premere al regista Jordan Peele (nero), più che la costruzione di un film horror o di una commedia, classificazioni che qui lasciano il tempo che trovano, è il discorso sull'integrazione, sul rispetto, sull'accettazione della popolazione nera in America che purtroppo dagli anni 60 a oggi non ha fatto questi grandi passi in avanti. Il film arriva in un momento storico nel quale in America la parità di trattamento tra le razze sembra stia regredendo invece di progredire, episodi violenti ai danni di cittadini neri da parte delle forze dell'ordine, l'elezione di Trump alla Casa Bianca sono tutti segnali che non lasciano ben sperare. Scappa - Get out è una puntuale metafora di una situazione che a un regista di colore non poteva non stare a cuore; purtroppo lo stesso titolo del film non lascia intravedere molte speranze, alla fine, come per alcuni versi accade anche nella pellicola, per i neri sembra non rimanere altro da fare se non scappare lontano da quella classe gretta (e purtroppo dirigente) composta in maggioranza da bianchi e magari anche da qualche "fratello", fagocitato, asservito e inglobato nella mentalità supremazista e predatoria dei bianchi.

Dietro un'impostazione narrativa leggera si nasconde (ma neanche tanto) un discorso forse risaputo ma estremamente importante e delicato. Nonostante in sé il film non abbia nulla di memorabile, si lascia apprezzare per una buona riuscita unita a un discreto valore politico, qualità che sono valse a Get out un Oscar per la miglior sceneggiatura originale (sempre di Peele) e diversi riconoscimenti in numerosi festival. Un ottimo risultato se teniamo conto del fatto che questo per Peele è il primo film dietro la macchina da presa.

martedì 27 novembre 2018

THE INFORMANT!

(di Steven Soderbergh, 2009)

Ridendo e scherzando anche a Steven Soderbergh manca un solo lustro per toccare i sessant'anni, non si direbbe per un regista che da sempre continua a dare l'idea del giovanotto in eterno movimento, quasi schizofrenico e colpito a tratti da urgenze creative tra le più disparate. Più o meno una trentina di film all'attivo in altrettanti anni di carriera, diverse dichiarazioni di ritiro dalle scene (tutte smentite), e poi ancora produzione, montaggio, serie tv, corti, sceneggiature, film girati con il cellulare, e chissà cos'altro. Nel palmares un Oscar alla regia per Traffic e una Palma d'oro per Sesso, bugie e videotapes. Tra i vari interessi del regista c'è anche quello per un certo tipo di Cinema che si avvicina, magari solo lateralmente, a quello d'indagine e di denuncia: lo stesso Traffic sfiorava argomenti delicati pur rimanendo nella finzione, Erin Brockovich rientra invece appieno nel genere e in qualche modo, sicuramente molto meno serioso, ci si affaccia anche questo The informant!

Il grosso del lavoro per la buona riuscita di questo film lo si deve a un ottimo Matt Damon: un po' imbolsito, faccia quasi da ebete, calato nei panni di un manager davvero poco cool, è il perno attorno al quale ruota tutta la vicenda. La ADM (Archer Daniels Midland) è un'azienda agroalimentare che si occupa della produzione di un derivato del mais. Nel corso degli anni l'ADM, in combutta con altre aziende concorrenti del medesimo settore, imbastisce un sistema di accordi fraudolenti atti a scavalcare le regole del libero mercato andando a creare una manipolazione del prezzo del prodotto ai danni del consumatore finale. Il manager Mark Withacre (Matt Damon), in disaccordo col sistema illegale sviluppato dalle aziende del settore, decide di denunciarne gli illeciti all'F.B.I. iniziando a collaborare con l'agente Brian Shepard (Scott Bakula). Whitacre diventa così una sorta di informatore/agente segreto capace di donare un tocco quasi demenziale ai compiti assegnatigli dall'F.B.I. (impagabile la sequenza con il registratore nascosto nella 24 ore), a questo si unisce una serie di bugie e di mezze verità che l'informatore, man mano che la storia si dipana, non sembra in grado di poter gestire, fino ad arrivare a un crescendo incontrollato che porterà a un ribaltamento di prospettiva.


Soderbergh affronta questa volta la materia in maniera scanzonata e difficile da inquadrare (sarà una storia vera? Boh!), durante la visione del film ci si trova a chiedersi se un'informazione sia vera oppure no, se i personaggi siano attendibili, se qualcuno sia corrotto, se qualcuno sia invece semplicemente scemo o se gli scemi siamo noi. Oppure, forse, gli scemi sono quelli dell'F.B.I., tutto è possibile in un film che parte come una storia di denuncia e finisce in una farsa giocosa. Matt Damon è un ottimo agente 0014, bravo il doppio di 007 o semplicemente doppiogiochista? Indovinata anche la scelta di Soderbergh di aderire a un'estetica che richiama moltissimo gli anni a cavallo tra i 60 e i 70 mentre la vicenda è dichiaratamente ambientata negli anni 90, opzione fuori fase che contribuisce bene ad alimentare lo straniamento e la confusione dell'intera vicenda.

Alla fine a cosa abbiamo assistito? A una commedia? A un film d'inchiesta? A una farsa? A un inganno? Non importa, Soderbergh è stato bravo a condurci un po' di qua, un po' di la, dietro le strambe mattane di Whitacre, un folle... un ambizioso... un truffatore. Un ottimo agente in incognito. O forse no?

mercoledì 21 novembre 2018

I MILLE VOLTI DEL TERRORE

(The year's best horror stories. Series VI; AA.VV., 1978)

I mille volti del terrore è una compilazione a cura di Gerald W. Page che raccoglie alcuni di quelli che dovrebbero essere stati i migliori racconti a tema horror pubblicati su riviste varie nel 1978 (o poco prima). Come in tutte le antologie la qualità degli scritti proposti risulta inevitabilmente altalenante così come anche la definizione di racconto horror va presa con le molle, gli sconfinamenti e le commistioni con altri generi letterari non mancano, fermo restando quella base di brivido che la tematica affrontata richiede. Siamo di fronte a una serie di opere tutte più o meno brevi concepite dai rispettivi autori sul finire degli anni 70, alcune narrazioni risentono del passare del tempo restituendo al lettore quella sensazione di polveroso non necessariamente spiacevole, altre invece hanno una freschezza ancora invidiabile, una su tutte il racconto I figli del grano di Stephen King, autore di punta di questa antologia e di tutto il genere horror moderno il cui nome campeggia al centro della copertina del libro. A questo punto mi tocca ammettere la mia ignoranza e la mia scarsa dimestichezza col genere in quanto i nomi degli altri autori coinvolti nel progetto sono a me per lo più ignoti.

Vediamo con una rapida carrellata cosa contiene questo libro. Si parte con il racconto In fondo al giardino (At the bottom of the garden, 1976) di David Compton nel quale, in uno scenario familiare e domestico, la figlia della distratta signora Williams gioca con la sua amichetta nel giardino di casa. La bimba poi racconta delle cose ai suoi genitori che però non la ascoltano con la dovuta attenzione, le strane fantasie della bimba risulteranno invece avere ben più d'un fondamento. Un buon inizio, breve ma inquieto al punto giusto, l'attacco dell'antologia lascia ben sperare. Meno interessante l'incontro tra il protagonista della seconda storia, Urlando per uscire (Screaming to get out, 1977), con una poco attraente cameriera di un drive-in, incontro che terminerà con una sorpresa inaspettata. Anche qui pochissime pagine a opera di Janet Fox che oggi però sanno molto di già visto (c'è da dire anche che io arrivo alla lettura di questo libro con un ritardo di circa quarant'anni). Segue il primo racconto un po' più corposo, Kane il maledetto (Undertow, 1978) che purtroppo sconfina nel fantasy, genere che non amo particolarmente. La costruzione del racconto non è male, non nelle mie corde ma agli appassionati potrebbe piacere, inoltre sia il protagonista Kane, sia l'autore Karl Edward Wagner sembrano godere di ottimo credito tra i fan del fantasy a la Conan il barbaro. Io sento il buio (I can hear the dark, 1978) di Dennis Etchison richiede un minimo di concentrazione in più rispetto al solito nonostante la durata molto breve ma in fin dei conti si rivela un episodio tutto sommato trascurabile, non così è per La custode (Ever the faith endures, 1978), ottimo racconto molto vicino per atmosfere agli scritti di Lovecraft e al terrore suscitato da presenze mostruose come I Grandi antichi, l'autore Manly Wade Wellman è un prolifico ed eclettico scrittore che ha spaziato in carriera tra numerosi generi sfiorando anche il Pulitzer con uno dei suoi romanzi storici. Non male I signori dei cavalli (The horse lords, 1977) di Lisa Tuttle che presenta più di un punto di contatto con il ben più famoso Pet sematary (comunque successivo) di King. Con Bianco inverno (Winter white, 1978) di Tanith Lee si torna alle contaminazioni storico/heroic fantasy e il mio interesse torna a calare, anche qui però il racconto non è affatto malvagio. Dal sapore antico, ottocentesco, Una ragnatela di vene pulsanti (A cobweb of pulsing veins, 1977) che vede per protagonista un profanatore di tombe su commissione che accidentalmente recupera una bara che avrebbe dovuto lasciare al suo posto, ottimo stile e ottime atmosfere a opera di William Scott Home. Di scarso interesse anche Un colpo di fortuna (Hollow face, merciless moon, best of luck, 1978) di David Drake ambientato in uno scenario di guerra; finalmente arriva I figli del grano (Children of the corn, 1977) di Stephen King. L'autore di Bangor (ma nato a Portland) dimostra qui in maniera indiretta come la sua fama sia del tutto meritata, il suo racconto ha un altro passo rispetto ai contenuti presenti nel resto del libro, la scrittura di King sembra arrivare da un secolo più moderno, più vivo e vivido, a distanza di quarant'anni il racconto non perde una stilla di freschezza. Torna il tema dell'adolescenza qui protagonista in una comunità ormai morta e composta di soli ragazzini, una comunità che si rivelerà parecchio pericolosa per i viaggiatori Burt e Vicky. Forse grazie all'impulso dello scrittore del Maine il resto del libro sembra avere un piglio più moderno, Se arriva Damon (If Damon comes, 1978) porta in scena uno di quei bambini inquietanti che tante volte abbiamo avuto modo di vedere al Cinema, racconto di Charles L. Grant; de L'adescamento (Drawing in, 1978) di Ramsey Campbell ho già smarrito il ricordo, cattivo segno; parecchio interessante invece il dittico finale. Ricordo di un amore (Within the fall of Tyre, 1978) di Michael Bishop non presenta grandi sfumature horror ma si rivela uno dei racconti più interessanti dell'intero lotto e gode di un finale inusuale, quasi grottesco, che lascia da pensare e allo stesso tempo strappa un sorriso; bella storia di fantasmi invece la finale La lunga, lunga strada (There's a long, long trail a winding, 1977) di Russell Kirk, ottima chiusura di un libro che finisce in crescendo.

Tutto sommato I mille volti del terrore offre un buon intrattenimento, poco uniforme (può essere un bene come un male, a seconda dei gusti) ma con alcuni picchi di sicuro interesse, non c'è forse tutto quell'orrore che si vorrebbe lasciar intendere ma la lettura risulta piacevole anche se a volte ristagna nell'aria un odore di cose antiche. Magari sono cose antiche che stanno per venire a prendervi, e allora tutto si spiegherebbe!

AMERICAN SNIPER

(di Clint Eastwood, 2014)

I dubbi sulla bontà di un film come American sniper, se ce ne sono, sono tutti di natura ideologica, etica e morale. È riconosciuto quasi all'unanimità dalla critica professionistica come Eastwood sia uno dei maggiori registi viventi: il vecchio sa come si dirige un film, sa come far girare una storia al meglio, sa piazzare sullo schermo le immagini giuste, sa a quali tecnici affidarsi, sa come portarsi a casa il risultato. American sniper non fa eccezione, è un ottimo film che punta i riflettori più sull'individuo Chris Kyle (Bradley Cooper) che non sulla guerra in Iraq vista come evento storico, economico e politico; ciò non toglie che il contesto sia importantissimo nell'economia di un film che ha suscitato parecchie critiche e qualche polemica. Che Clint da sempre sia un Repubblicano con lo sguardo rivolto a destra lo sanno tutti, che questo automaticamente lo renda un "fascistone" come spesso viene apostrofato rimane tutto da dimostrare, anche perché molti dei suoi film non offrono il fianco a queste accuse, a meno che non si voglia strumentalizzare in maniera facile e superficiale il suo Cinema, in questo caso allora potremmo affermare tutto e il contrario di tutto. Indubbiamente alcune delle critiche mosse a questo film, soprattutto se lo sguardo appartiene a uno spettatore non-americano, potrebbero risultare condivisibili, una su tutte la tesi, questa si un po' superficiale, che il nemico sia in ogni caso il "cattivo" della situazione, il selvaggio crudele al quale i ragazzoni americani imbottiti di torta di mele e buoni sentimenti vanno ad insegnare come si sta al mondo. Fuori dai confini statunitensi più o meno tutti sanno che i ragazzoni americani così pieni di salute sono una manica di rompicoglioni che spesso avrebbero fatto bene a starsene buoni buonini a casa loro; il Cinema Hollywoodiano riguardo a questo non è miope: di quanto i soldati americani possano essere dei bastardi senza scrupoli ce lo racconta De Palma con Redacted, dell'incuranza del Grande Paese nei confronti dei suoi figli, dei danni che la guerra procura loro (al netto delle morti) se ne occupa la Bigelow in The hurt locker e via di questo passo, gli esempi potrebbero essere molti; anche Clint, partigianeria a parte, non manca di sottolineare la crudeltà e le brutture alle quali le situazioni narrate conducono, da ambo le parti. Probabilmente, anzi, in maniera certa, se un paese come l'Iraq avesse un'industria cinematografica come quella di Hollywood avremmo la possibilità di vedere degli eroi iracheni combattere l'americano brutto, sporco e cattivo, ma l'Iraq questa industria non ce l'ha (o comunque non è così influente) e quindi...


Come da tradizione americana, con uno sguardo tutto a stelle e strisce (e non sempre è stato così nei film di Eastwood, vedi Letters from Iwo Jima ad esempio), al centro della storia c'è l'eroe, il singolo, il cavaliere solitario, in questo caso visti gli occhi azzurri di Cooper e la provenienza di Kyle abbiamo anche il nostro texano dagli occhi di ghiaccio, l'eroe della frontiera, l'individuo capace di cambiare le sorti di una storia. È la figura di Kyle che Eastwood ci racconta: tipico prodotto degli stati del sud, Chris Kyle decide di arruolarsi sulla scia emotiva degli attentati dell'11/09. Sottoposto al durissimo addestramento dei Seal, Kyle ne esce trasformato nel miglior cecchino che l'esercito statunitense abbia mai dispiegato in campo; per Kyle la missione in Iraq consiste nel proteggere la sua Patria, almeno a livello astratto e ideologico, nel concreto il suo compito è quello di coprire le spalle ai marines che rastrellano i dintorni e la città di Falluja, salvando a ripetizione le loro vite. Ad aspettarlo a casa la giovane moglie Taya (Sienna Miller) e il loro primo figlio.


Rimarcando ancora una volta come la separazione della dicotomia bene/male non sia così netta come Eastwood ce la propone, c'è da dire che il regista non manca di sottolineare le scelte difficili e crudeli alle quali Kyle si è dovuto sottoporre. Perché anche in guerra, comunque lo si voglia chiamare, l'omicidio di un bambino rimane l'omicidio di un bambino, l'omicidio di una donna resta l'omicidio di una donna. Diventa difficile giustificare con lo sventolio di una bandiera, per quanto bella e affascinante possa essere, atti di questa portata. In questo Eastwood non fa sconti, se le motivazioni possono sembrare quelle giuste le azioni rimangono dubbie, anche le più terribili non vengono sottaciute dal regista che una volta ancora dimostra di applicare un'onestà di fondo che è doveroso attribuirgli. E se alcuni commilitoni fanno di Kyle una sorta di mito moderno, non mancano da parte di altri, compreso il fratello del protagonista, le sacrosante critiche all'insensatezza di una guerra che nulla di buono potrà mai portare. Le conseguenze infatti, e Eastwood ce le mostra tutte, gli uomini le portano sui corpi mutilati e nella testa, lo stesso Kyle non riesce ad abbandonare l'Iraq, nemmeno quando è a casa, con i figli, tra le braccia della moglie, i postumi da stress post-traumatico, diffusissimi tra i reduci, non sono facili da gestire per nessuno, nemmeno per la "Leggenda".

A conti fatti American sniper si rivela un bel film, sicuramente di parte ma che presenta anche tutti gli elementi per poter interpretare in maniera lucida ciò che accade sullo schermo. Formalmente ineccepibile, magari prevedibile, con un Bradley Cooper mastodontico come ottimo protagonista. Ancora una volta Clint non tradisce, esplorando la sua filmografia sicuramente abbiamo modo di trovare diverse opere di maggior valore di questa che comunque si rivela un ulteriore e ottimo tassello in una carriera invidiabile. Con o senza cappello.

domenica 18 novembre 2018

DUE PARTITE

(di Enzo Monteleone, 2009)

Due partite è una commedia (molto) amara, una piece teatrale in due atti trasposta in seguito per il grande schermo. Nel contesto narrato in questi due atti, ben distinti tra loro, il nome del regista Enzo Monteleone sembra quasi quello di un intruso; nonostante la regia di Monteleone risulti discreta e funzionale, a completare il quadro di un progetto completamente al femminile manca giusto una donna dietro la macchina da presa. Sì, perché Due partite, scritto da Cristina Comencini, vive di donne, otto per la precisione, la loro controparte, gli uomini, al massimo vengono evocati, entrano nelle chiacchiere di questi due gruppi di amiche, sono un'eco lontana e allo stesso tempo fondamentale nella vita di otto protagoniste interpretate in maniera vivace da una selezione indovinata di bravissime attrici nostrane. Purtroppo queste figure maschili così poco presenti (in tutti i sensi) ma avvertite in maniera pesante, quasi mai risultano essere positive per l'altra metà del cielo: spesso situazioni contingenti, doveri, tradimenti, pensare comune e tradizione sfociano in un'infelicità repressa, mascherata, capace di condizionare l'esistenza di queste donne tra loro così diverse.

Anni 60, interno giorno. A casa di Beatrice (Isabella Ferrari) si trovano per la solita partita a carte del giovedì le amiche Gabriella (Margherita Buy), Claudia (Marina Massironi) e Sofia (Paola Cortellesi). Le loro tre figlie, tutte femmine, giocano nell'altra stanza; le quattro amiche ne approfittano per chiacchierare e tirare qualche bilancio delle proprie esistenze, a volte con leggerezza, in maniera informale e divertita, spesso con un pizzico di cattiveria e molta amarezza. Beatrice è la più positiva, l'attesa del suo primo figlio la colma di speranza, vede il futuro ancora radioso, sente la mancanza della madre scomparsa ed è in apprensione per i dolori del parto. Claudia, che di figli ne ha avuti tre, di certo non ha la capacità di rassicurarla, anzi, rigira il dito nella piaga, forse per superficialità involontaria, forse per distribuire anche ad altri il dolore che prova a causa di una marito che la tradisce a ripetizione e che la costringe a un'esistenza dalla facciata felice e perfetta: tutto per il marito, per i figli, per la famiglia... ma per se stessi cosa resta? Sofia, al contrario, ingabbiata in un matrimonio e da una figlia che non voleva, tradisce il marito con una serie di amanti, mantiene due case per potersi "sfogare" e gioca, gioca a carte, il giovedì, con le sue amiche, e non vorrebbe sentire tante chiacchiere. Gabriella invece era una pianista di successo, aveva una passione innata per la musica alla quale ha dovuto rinunciare a causa del suo matrimonio. Erano gli anni 60, si andava verso tutta una serie di rivoluzioni importanti, ma tanti risultati ancora non erano così facili da raggiungere per le donne, rapporti appaganti e felici erano spesso difficili da costruire.


Anni 90, interno giorno. Altre quattro amiche, per la precisione le figlie delle donne di cui sopra. Alla fine anche Beatrice avrà una femmina, andando a chiudere il quadro. Le bambine che giocavano nella stanza accanto, e che da piccole non abbiamo mai visto, sono cresciute, hanno la fortuna di essere nate in un'epoca dove la figura femminile si è molto emancipata, dove si sono fatti enormi passi avanti, la morale è meno restrittiva, la libertà più alla portata di tutti. Eppure costruire questa benedetta felicità non è ancora per niente facile, molto è cambiato ma sembra che non sia cambiato quasi nulla. Rossana (Claudia Pandolfi) non riesce a vedere quasi mai il marito a causa degli impegni di lavoro di entrambi, non ha figli, si sente un po' sola, il suo matrimonio diventa "intimo" solo nella casa al mare. Sara (Carolina Crescentini) ha una carriera di successo che la porta sempre in giro e un marito mansueto, sempre preoccupato per lei, un uomo affidabile che lei non sopporta più. Cecilia (Valeria Milillo) è completamente ossessionata dall'idea di avere un figlio che sembra non arrivare mai, mentre Giulia (Alba Rohrwacher) è  intrappolata in un tragico circolo vizioso che porta dolore e sofferenza. Gli anni passano, i costumi cambiano, ma l'atavica guerra dei sessi continua a mietere vittime, per mani spesso inconsapevoli, disattente, egoriferite.


Il film si regge solo sui dialoghi, sulle bellissime riflessioni che prendono vita grazie a otto attrici in gran forma, c'è praticamente unità di luogo, con prerogative del genere non era difficile cadere nella noia e nel verboso. Invece il connubio tra Comencini e Monteleone funziona benissimo, in tutto il primo atto si ammira oltre alla prova delle attrici, anche tutto il décor che ricostruisce abilmente l'atmosfera delle case italiane dei 60, il sottofondo musicale dove, soprattutto con Mina, i brani riprendono temi dibattuti dalle protagoniste che con gli stessi pezzi musicali giocano, si ammira tutta un'epoca e si segue con piacere e attenzione quella che alla fine è semplicemente la vita di queste splendide donne. Il secondo atto è forse meno affascinante per scenografia e costumi ma mantiene alto il livello dei contenuti e delle riflessioni scaturite dalla visione di Due partite, un film dallo sguardo totalmente femminile. A noi uomini non resta che riflettere su quelle che potrebbero essere effettivamente le nostre innegabili mancanze, comunque consapevoli che l'infelicità non è un fenomeno genetico né tanto meno una prerogativa a senso unico.

martedì 13 novembre 2018

GLI INCREDIBILI 2

(Incredibles 2 di Brad Bird, 2018)

Qualcuno ha già definito Gli Incredibili 2 il più bel film di supereroi dell'ultimo decennio; se prendiamo il genere nella sua accezione più classica e pura questa affermazione può facilmente considerarsi veritiera. Siamo lontani dall'action costruito solo su scontri tra super esseri, sfoggio di poteri e minacce più o meno planetarie; nel sequel diretto da Brad Bird c'è principalmente quella che è la dimensione familiare dei Parr con tutte le difficoltà e i problemi che ne conseguono, sia per gli adulti che per i bambini. Infatti, se proprio un parallelo si vuole fare con qualche controparte cartacea a fumetti, il gruppo dei Parr può essere paragonato ai bistrattati (dal Cinema) Fantastici Quattro, spesso definiti la "prima famiglia" di casa Marvel. Non a caso uno degli avversari che si intravedono nel primo Incredibles e che torna anche nell'incipit di questo secondo capitolo è il Minatore, villain chiaramente ispirato all'Uomo Talpa, tra i primissimi nemici storici dei Fantastici Quattro.

Si riprende da dove ci eravamo lasciati ben quattordici anni fa, con la famiglia di supereroi che ha appena salvato la città, la figlia adolescente Violetta in attesa del suo primo appuntamento con il compagno di scuola Tony, il piccolo Jack Jack che all'insaputa dei genitori manifesta i suoi primi, sconfinati e terrificanti poteri. Purtroppo per i Parr la legge dice che i supereroi sono ancora al bando, l'utilizzo dei loro poteri ancora illegale. Tutto questo, unito ai danni provocati in città dall'ultimo scontro tra i super eroi e il Minatore, porta a un nuovo attacco verso quelli che dovrebbero essere considerati i difensori dei cittadini; i Parr sono costretti così a rendersi latitanti e trasferirsi in uno squallido motel. A peggiorare la situazione la scelta di Bob Parr, il famoso Mr. Incredible, di far cancellare dalla mente del giovane Tony il ricordo di Violetta per preservarne l'identità segreta scoperta casualmente dal ragazzo. Le speranze dei super e della famiglia Parr sono riposte nei facoltosi Deavor: Winston e sua sorella Evelyn, eredi dell'impero DevTech, autori di un piano mediatico per rilanciare l'immagine dei super eroi e cambiare la legge che impedisce loro di agire. Per farlo puntano tutto su Elastigirl, figura caparbia ma anche rassicurante, scatenando un poco le invidie del marito Mr. Incredible.


Il primo livello di lettura del film, immediato e divertente, è la trama supereroica, piena di trovate visive di classe come l'inseguimento al treno da parte di Elastigirl con un uso della motocicletta a dir poco originale, tradizionale e nel pieno rispetto dei topoi del genere. A corredo c'è il comparto comico ad opera del piccolo e irresistibile (in tutti i sensi) Jack Jack, che si esibisce anche in un memorabile scontro con un procione, e della stilista Edna. Si conferma quello che personalmente già mi aveva colpito favorevolmente nel primo capitolo, cioè la splendida ambientazione retrò che richiama gli anni 60 e l'epoca dell'esplosione dei più famosi fumetti Marvel, il regista Brad Bird seleziona inquadrature e virtuali movimenti di macchina che permettono allo spettatore di calarsi nell'ambiente con grande soddisfazione, ottima la resa di tutto il lavoro tecnico effettuato per la creazione del film. E questa è soltanto la superficie.

Su un secondo livello, più percepibile a un occhio adulto, abbiamo diversi temi di grande interesse. Come sempre più spesso accade, nella vita come al Cinema, c'è la donna che soverchia l'uomo anche professionalmente andando a scatenare le piccole (meschine?) invidie del maschio alfa, e facendone emergere le insicurezze, questioni delicate che vanno a scombussolare assetti familiari e status quo; sicuramente un tema attuale sul quale anche un cartone animato può farci riflettere. Più leggera, e comunque veritiera, la fotografia di un padre in estrema difficoltà nella gestione di un bebè, di un figlio in età scolare e di una bambina adolescente, situazione di per sé già esplosiva, se ci mettiamo anche i poteri dei pargoli più l'incazzatura della figlia che è stata rimossa dalla vita del suo potenziale fidanzatino a causa del padre... beh, la frittata è bella che pronta. Anche su questo versante le situazioni divertenti si accumulano una sull'altra. Per finire, da non sottovalutare il messaggio che lancia il villain di turno, l'Ipnotizzaschermi, che ci mette di fronte a una realtà dalla quale non siamo certo immuni. Accusa infatti i suoi concittadini di aver bisogno di eroi per vivere una vita tranquilla, protetta, di riflesso, una vita dove le emozioni risiedono nella finzione, nei rapporti virtuali, dove i rischi sono preclusi insieme però anche a quello di emozionante e di veramente bello la vita potrebbe offrirci: esperienze, viaggi, nuovi rapporti interpersonali, avventure, amori; tutte cose per le quali si potrebbero dare delle musate su superfici molto dure ma che arricchirebbero di molto le nostre vite. Anche il punto di vista del cattivo qui non è condannabile.

Alla fine abbiamo aspettato i Parr per quasi tre lustri, al contrario di ciò che accadeva per altri sequel ben più spompi, questa volta ne è valsa davvero la pena.

sabato 10 novembre 2018

MAD MAX: FURY ROAD

(di George Miller, 2015)

Lo sappiamo tutti, non sempre l'Academy nell'assegnazione dei suoi Oscar ci vede lungo; eppure ben sei statuette nelle categorie tecniche sono più di un segnale, così come sei indizi fanno ben più di una prova. Mad Max: Fury Road è un film impressionante per l'udito e per la vista, una delle cose migliori a livello di impatto sensoriale passate in sala negli ultimi anni. Guardando il film risulta chiaro come la volontà del regista non fosse tanto quella di proporre un sequel della celebre saga nata in Australia nell'ormai lontano 1979, né tanto meno quella di affidarsi a un pedissequo remake per riportare in scena le imprese di Max Rockatansky (qui interpretato da Tom Hardy). Fury Road è una riproposizione di un concetto già noto aggiornato all'epoca moderna e che va a sfruttare le nuove possibilità tecniche che il mezzo Cinema offre, amalgamandole in maniera fluida e competente ad un impianto di stampo artigianale da far venire i brividi per la perizia d'utilizzo e per la qualità dei risultati ottenuti. Quindici minuti di applausi ininterrotti per tutte le maestranze che sono state in grado di realizzare uno spettacolo di questa portata. Mi preme soffermarmi su questo aspetto del film anche perché sulla trama poi non ci sarà tantissimo da dire. Tralasciando la voce esageratamente cavernosa del protagonista, che comunque userà ben poco nell'arco di tutto il film, già la prima inquadratura offre un'istantanea sulla quale vale la pena soffermarsi: panoramica su un deserto arancio/rosso che da subito dà l'idea dello scenario arido e post-apocalittico che la saga di Miller rievoca alla mente, la resa cromatica superba rimarca i toni dell'arancione digradando dalla sezione bassa del cielo per fondersi a un deserto di forte impatto per poi finire tra le striature della ruggine di un veicolo che ci sembra di conoscere da sempre. Max (Tom Hardy), di spalle, ricorda un astronauta su un pianeta alieno. Le visioni di Max, traumi da un passato indefinito, sono incredibilmente più vivide delle immagini già accese della storia principale. Il montaggio nelle sequenze dinamiche è frenetico, i passaggi da un fotogramma all'altro accelerati, il tutto crea un effetto volutamente schizofrenico nella fase d'avvio del film. Il trucco dei Figli della guerra e del loro leader, Immortal Joe (Hugh Keays-Byrne), così come quello delle varie "tribù" che Max incontrerà nel corso del suo viaggio, sono il motivo che ha valso al film una delle sei statuette; i costumi di quegli sciroccati che aspettano solo di finire nel Valhalla dei matti, tutti i loro veicoli ricreati artigianalmente e perfettamente funzionanti, sono una meraviglia per gli occhi (così come lo sono le mogli di Immortal Joe). E se l'occhio vuole la sua parte, qui anche l'orecchio non si lamenta, tra un sonoro nitido ed efficace, un accompagnamento musicale indovinato, a spiccare è la chitarra del Doof Warrior (iOTA), un folle cieco dalla veste rosso sgargiante che produce riff metal alla bisogna e che ciondola per il film imbrigliato sul davanti di un veicolo mastodontico composto da un muro di amplificatori, giusto per dare un valore alla definizione "wall of sound". Limitato l'uso del digitale, chapeaux per la scelta, e onore anche per le sequenze di stunt, alcune impressionanti realizzate da artisti circensi dall'impatto coreografico davvero notevole. Insomma, un lavorone di enorme portata.


Concettualmente il film è semplice, rimanda per alcuni versi ai vecchi episodi della saga. In un mondo devastato si combatte per l'acqua e per la benzina. Nei pressi della Cittadella, uno dei pochi agglomerati abitati, Immortal Joe controlla l'acqua e la produzione del latte a opera di abnormi donne dalle mammelle abbondanti; intrattiene rapporti commerciali con altre comunità come Gas Town e Bullet Farm che affida a Furiosa (Charlize Theron), uno dei suoi luogotenenti più fidati. A bordo di una corazzata blindocisterna Furiosa parte lungo la Fury Road per una delle sue spedizioni, ma all'interno del veicolo sono nascoste le splendide mogli di Immortal Joe che Furiosa libera e protegge in un'impeto di solidarietà femminile. La spedizione diverrà una fuga a rotta di collo nella quale verranno coinvolti anche Max e Nux (Nicholas Hoult), uno dei Figli della Guerra.


La trama è lineare, dritta, proprio come la Fury Road che attraversa il deserto: si può andare avanti, tornare indietro, ma non sono concesse troppe deviazioni. Sopravvivere, cercare un fine, una destinazione, un cambiamento, un miglioramento. Nel mezzo un Tom Hardy granitico, essenziale, di poche parole; gli occhi di una Theron magnifica anche se amputata, sanguinante, sporca, sconfitta e un film che corre veloce lungo la Fury Road e arriva alla fine della strada e tu, spettatore, nemmeno te ne sei accorto. George Miller ci regala un'esperienza sensoriale, dirige con classe sopraffina e ci lascia qui a domandarci perché dalla metà degli anni 90 a oggi il regista abbia perso tempo con le avventure del maialino Babe e con i cartoni animati di Happy feet invece di dedicarsi a cose come questa. Misteri.

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