sabato 17 febbraio 2018

IL TRONO DI SPADE -- STAGIONI DA 1 A 4 (così, in generale)

All'inizio non capivo. Non capivo proprio. Dopo aver visto per intero le prime due stagioni, Il trono di spade mi faceva lo stesso effetto che mi fanno gli U2 per la musica rock, indiscutibilmente un buon prodotto, ben confezionato, con delle buone idee ma anche dei punti deboli, per moltissimi versi interessante, ma idolatrato dai fan oltre misura senza apparente ragione (almeno ai miei occhi, non vorrei sembrare troppo arrogante). Quello che non capivo, esattamente come mi accade per altri fenomeni, non era tanto il prodotto in sé, in fin dei conti valido, ma la posizione smodatamente entusiasta dei fan, i picchi di telespettatori che lo show incollava davanti ai teleschermi e via dicendo. Perché Il trono di spade piaceva più di altre serie che mi sembravano offrire di più alla nostra mente, al nostro cuore, alla nostra pancia o più semplicemente alle nostre serate bisognose di intrattenimento? Niente, non lo capivo proprio, così, spinto anche dai miei amici, sono andato avanti con la visione. Ora, giunto alla fine della quarta stagione, inizio a capire l'entusiasmo di molti, tutto (o quasi) mi è più chiaro.

Ammetto di essere partito con un certo scetticismo iniziale nonostante i ripetuti inviti alla visione, tempo fa mi prepararono addirittura un bel dvd con tutta la prima serie pronta per essere guardata, dvd che rimase lì a prendere polvere per diversi anni. De Il trono di spade se ne parlava molto già all'epoca, più che altro i temi di discussione erano il fantasy e la gran dose di violenza e di sesso presenti nel serial, tutte basi che, prese per quelle che sono, difficilmente potrebbero spingermi a guardare qualcosa, in primis il fantasy che detesto cordialmente. Poi, come dicevo sopra, sul finire dello scorso anno, sono riusciti a convincermi e sono partito.


Il primo punto a favore del serial che ho potuto riscontrare lungo le prime quattro stagioni è che l'impianto fantasy non è mai troppo invadente, quello che è il fulcro della vicenda sono gli intrighi di palazzo, i rapporti tra i personaggi, la lotta per il regno e per rimanere vivi, le rivalità, le vendette e via di questo passo. Insomma, Il trono di spade non offre grandi chiavi di lettura o spunti di riflessione, è puro intrattenimento, se vogliamo è il concetto della soap opera portata a livelli molto alti da un contesto affascinante, personaggi ben tratteggiati e una scrittura che almeno dalla terza stagione decolla in maniera esplosiva incollandoti allo schermo per parteggiare per questo o quel personaggio (ma attenzione a non affezionarvici troppo che tanto ve li ammazzano). Lungo le prime due stagioni i miei dubbi sono rimasti sempre vivi, sicuramente il lavoro fatto da sceneggiatori e registi è molto professionale, migliora ancora nel corso delle stagioni successive, però, salvo in alcune puntate, non trovavo quei guizzi che potessero farmi amare una serie che comunque rimaneva piacevole. Si possono considerare le prime due annate una grande presentazione del mondo e dei tantissimi personaggi del Trono, intervallata da alcuni episodi importanti e avvincenti, una presentazione forse un po' troppo lunga. Dalla terza serie però si cambia passo, da un certo punto in avanti sembra che ad ogni puntata o quasi debba accadere qualcosa di sorprendente o fondamentale, i toni si inaspriscono, i personaggi crescono, muoiono, cambiano. La narrazione diventa semplicemente avvincente mantenendo ritmi serrati capaci di non annoiare mai, alla fine a qualcuno di quegli stronzetti finisci anche per affezionarti.

Se il lato fantasy (per ora) rimane sotto controllo, si spinge molto su sesso e violenza, forse anche più del necessario, ma quello che si descrive è un mondo violento, lascivo, corrotto, la serie non è certo ambientata in un convento di educande, la maggior parte delle donne sullo schermo sono puttane o spietate manipolatrici, gli uomini dei viziosi sadici, corrotti, violenti, assetati di potere. A parte rare eccezioni, come si suol dire, il più pulito ha la rogna. Quello che funziona veramente bene è che alcuni di questi bastardi si finisce per odiarli di tutto cuore mentre altri, anche col tempo, si finisce in qualche modo per apprezzarli. Per godersi la serie bisogna amare i racconti collettivi, i personaggi sono tantissimi e a me personalmente, arrivato alla quarta stagione, capita ancora di fare confusione su alcune dinamiche, per fortuna posso contare su un paio di consiglieri esperti che mi riportano sulla strada giusta.

Alla fine mi sono ricreduto, ne vale la pena, ora si riattacca con la quinta, poi si vedrà.

mercoledì 14 febbraio 2018

25 INDISCRETE DOMANDE CINEMATOGRAFICHE




Giulietta ha sempre un pensiero dolce, in occasione delle 25 indiscrete domande cinematografiche si è ricordata di me e io la ringrazio partecipando volentieri a questa breve intervista e invitandovi a visitare il suo bel blog cinematografico: La collezionista di biglietti.

Ora capita che in passato, nel maggio 2016 per la precisione, io ebbi già a partecipare a un'iniziativa del tutto simile, tanto che le 25 domande a cui ora mi sottoporrò sono rimaste le medesime. Aggiornerò quindi solo quel che il tempo ha modificato (in corsivo), sperando di fare cosa gradita a qualcuno.

E andiamo ad incominciare.


1. Il personaggio cinematografico che vorrei essere
Beh, così su due piedi mi cogliete impreparato, non è così facile. Diciamo un qualsiasi personaggio di quelli da film, non necessariamente un eroe, no, solo uno di quelli che hanno una vita piena, di eventi, di sentimenti, anche di qualche dolore al cui confronto le nostre vite spesso ordinarie sembrano così banali. Poi, se proprio devo scegliere un personaggio, discostandomi anche un attimo da quanto appena detto, ho sempre subito la fascinazione di Sherlock Holmes, sia letterario che cinematografico (questo non sempre). Avere la sua intelligenza, vivere nella Londra vittoriana...



2. Genere che amo e genere che odio
Non fruisco del Cinema per assoluti, mi piacciono i bei film e cerco di non guardare quelli che a mio avviso possono sembrarmi brutti o poco interessanti (con le dovute eccezioni imposte dai miei doveri di papà), quindi sono aperto un po' a tutto. Diciamo che preferisco il dramma alla commedia, genere che non vado a cercarmi troppo ma che non disdegno, guardo pochi horror mentre mi piacciono molto i gangster movie e le storie criminali e amo guardarmi ogni tanto qualche bel western.


3. Film in lingua originale o doppiati?
Solitamente guardo i film in italiano e le serie tv in originale, soprattutto quelle britanniche. Poi in entrambi i casi scappa l'eccezione.


4. L'ultimo film che ho comprato
È un po' che non ne compriamo, l'ultimo che è entrato in casa ci è stato regalato ed è Oceania della Disney.



5. Sono mai andato al cinema da solo?
No, mai, che io ricordi almeno. Non è un'esperienza che scarterei a priori però, chissà...


6. Cosa ne penso dei Blu-Ray?
Niente. Non ho il lettore Blu-Ray, sono fermo al Dvd, ora sono passato a un 40 pollici moderno, uso molto la chiavetta USB, lo streaming, Raiplay, etc...


7. Che rapporto ho con il 3D?
Non mi piace. Mi sembra che l'abuso di questa tecnologia possa portare l'attenzione lontana dalle storie che per me sono quelle che in fin dei conti hanno importanza. Non ho visto molto in 3D ma, Avatar a parte, non ne è mai valsa la pena. Soldi buttati. Ma il 3D è ancora vivo?


8. Cosa rende un film uno dei miei preferiti?
La carica emotiva che regista, attori e narrazione riescono a scatenare. Poi ci sono i film con personaggi azzeccati dei quali non puoi non innamorarti, magari sono film più tamarri ma coinvolgenti. Comunque sopra a tutto l'emozione (o l'epicità in alternativa).


9. Preferisco vedere i film da solo o in compagnia?
Preferisco vederli in silenzio, poi da soli o in compagnia poco importa. Solitamente li guardo da solo, in compagnia cartoni animati e film per famiglie.


10. Ultimo film che ho visto?
Doppio gioco, un noir in bianco e nero di Robert Siodmak del 1949 (vedi sotto).



11. Un film che mi ha fatto riflettere?
Sono tanti i film che in qualche modo possono farti riflettere, dal cartone animato al film impegnato alla serie televisiva, su un problema sociale, sulle ingiustizie, sulla tua situazione personale, sui sentimenti e così via... ogni film riuscito ti fa riflettere su qualcosa. Si potrebbe rispondere a questa domanda con un banale Schindler's List ma anche con Inside Out ad esempio.


12. Un film che mi ha fatto ridere?
Burn after reading dei fratelli Coen.


13. Un film che mi ha fatto piangere?
Ultimamente Coco della Pixar, in parte La foresta dei sogni di Gus Van Sant.


14. Un film orribile?
Boh, ne è pieno il mondo. Il Daredevil con Ben Affleck.


15. Un film che non ho visto perché mi sono addormentato?
Mi capita raramente di addormentarmi guardando un film, se capita è a causa dell'eccessiva stanchezza o per lo scarsissimo interesse in partenza per il film in visione (magari cose che vuol vedere mia figlia e che io proprio no). L'unico caso in cui ricordo di essermi addormentato al cinema è stato durante la visione di American Beauty di Sam Mendes.


16. Un film che non ho visto perché stavo facendo le cosacce?
Definisci cosacce.


17. Il film più lungo che ho visto?
Heimat di Edgar Reitz, in tedesco con i sottotitoli. 924 minuti divisi in undici episodi (ma è un film non una serie). Visione che consiglio a tutti.


18. Il film che mi ha deluso?
Solitamente diversi vincitori del premio oscar, da Il gladiatore a Shakespeare in love, il secondo Avengers e chissà quanti altri.


19. Un film che so a memoria?
Non sono uno che guarda e riguarda gli stessi film, tra quelli che ho visto più volte forse ci sono Ritorno al futuro e Lo chiamavano Trinità, ma almeno per il secondo è passato del tempo.


20. Un film che ho visto al cinema perché mi ci hanno trascinato?
Non ho nessuno che mi trascini al cinema, forse in passato qualche commedia italiana che mi ispirava poco, ma ora non ricordo.


21. Il film più bello tratto da un libro?
Probabilmente Il Padrino o Shining, ma penso ce ne siano davvero tanti.



22. Il film più datato che ho visto?
Forse Il monello del 1921, ma non ci metterei la mano sul fuoco.


23. Miglior colonna sonora?
Domanda troppo difficile, ci sono film con temi portanti indimenticabili, altri con sottofondi azzeccatissimi, altri ancora con mix di canzoni perfette per le scene, in generale mi piacciono le scelte e i recuperi musicali effettuati da Tarantino, come colonna sonora azzarderei Giù la testa o Il buono, il brutto e il cattivo.


24. Migliore saga cinematografica?
Il Padrino, almeno i primi due episodi, ma ce ne sono altre sicuramente degne (i primi Rocky ad esempio). Dimenticavo, nel genere più disimpegnato sicuramente i primi tre Die Hard, un vero mito!


25. Miglior Remake?
Anche qui quasi impossibile dare una risposta secca, mi aveva divertito molto Ocean's eleven mentre l'originale Colpo grosso l'avevo trovato noioso.

lunedì 12 febbraio 2018

DOPPIO GIOCO

(Criss cross di Robert Siodmak, 1949)

Doppio gioco porta in sé moltissimi degli elementi classici del noir insieme a note dinamiche proprie dell'heist movie contaminate da una vicenda sentimentale e passionale che in fin dei conti va addirittura ad eclissare tutto l'aspetto più crime dell'intero film, tutti questi ingredienti sono sapientemente cucinati da un regista, Robert Siodmak, che grazie alle sue scelte stilistiche dosa al meglio tensione, dinamismo e approfondimento psicologico dei suoi personaggi. La prima inquadratura è una bellissima panoramica aerea sulla Los Angeles di fine anni 40 sulle musiche di Miklós Rózsa, la camera cala progressivamente fino a stringere su un particolare parcheggio, tra due file di macchine Stefano (in originale Steven, interpretato da Burt Lancaster) e Anna (Yvonne De Carlo), si baciano con trasporto. I due stanno chiaramente architettando qualcosa, le figure presto si delineeranno: la femme fatale, il vinto in cerca di riscatto e il delinquente senza scrupoli qui imputabile al personaggio di Slim (Dan Duryea). Non manca ovviamente nemmeno il poliziotto chiamato a mettere un po' d'ordine nella vicenda e nella vita dei protagonisti, nella fattispecie l'amico fraterno di Stefano, il tenente Pete Ramirez (Stephen McNally).

Stefano torna in città dopo un paio d'anni in giro per gli States, il divorzio con Anna è stato digerito solo in apparenza, come sottolinea un altro personaggio del film "quella donna gli è rimasta nel sangue". L'amore fa fare cose stupide, seppur i motivi della separazione tornano chiari non appena i due si incontrano nuovamente, al cuor non si comanda e per avere quello di Anna a Stefano servono i soldi, oscuro motore di mille vicende ai quali, in seguito alla sua unione con Slim, Anna ormai si è affezionata troppo. Stefano torna a vivere a casa sua, con la madre e il fratello, riottiene il suo vecchio lavoro in una compagnia che si occupa di trasporti di preziosi, riallaccia i rapporti con Anna e per portarli avanti sviluppa un'idea che coinvolge il suo lavoro e l'attuale compagno dell'ex moglie, ben inserito nella mala locale.


Per illustrare allo spettatore tutto il pregresso delle situazioni che porteranno alle sequenze più dinamiche del film, Siodmak utilizza un unico flashback che ci accompagna dal ritorno in città di Stefano fino all'inevitabile rapina al portavalori, lo fa dipingendo interessanti scorci della città, angoli che sono ormai splendidi documenti, concentrandosi sui sentimenti dei protagonisti grazie a inquadrature ravvicinate, quasi a invadere il pensiero dei personaggi in scena, tratteggia scorci di vita familiare come la movimentata vita dei locali notturni con un'attenzione particolare per musica e musicisti. Si passa poi all'heist movie con la costruzione del colpo, la divisione dei compiti, il parere dell'esperto e avanti di questo passo.


Si torna al presente con l'esecuzione del piano durante la quale si inanellano sorprese e colpi di scena che porteranno alla tesa risoluzione finale durante la quale Siodmak ricorre a soluzioni visive atte a procurare, riuscendoci, la necessaria tensione utile per preparare il finale affatto consolatorio. Con i titoli di coda tutto torna ad avere il sapore del vero noir, nonostante nel dipanarsi della vicenda ampio ruolo abbiano avuto i risvolti sentimentali. Un bel film, classico, secco, senza fronzoli inutili, ottimi interpreti di una Hollywood che purtroppo non c'è più.

giovedì 8 febbraio 2018

COP CAR

(di Jon Watts, 2015)

Spesso i film "piccoli" funzionano, si asciugano di tutto o quasi: cast limitati all'osso, budget ovviamente ridotti, pochi dialoghi, poche idee ma ben centrate e sviluppate in maniera tutto sommato credibile, se non per lo sviluppo, almeno per temi, atmosfere e sensibilità. Cop car di Jon Watts, regista anche del recente blockbuster Spiderman homecoming, è uno di questi.

Scopare. Tette. Figa. Troia. Porca troia. Culo. Buco del culo. Faccia di culo. Due bambini di una decina d'anni, provenienti da famiglie con qualche assenza, scappano di casa in cerca d'avventura e di trasgressione. Travis (James Freedson-Jackson), il più vivace, inanella parolacce, Harrison (Hays Wellford), con ritrosia e un po' di timidezza, le ripete. È una prima forma di libertà quella del linguaggio, insieme alla scoperta degli spazi amplissimi di un'America del Sud quanto mai disadorna di figure e figuranti, c'è pochissimo che si muove nel bellissimo paesaggio di Cop car, giusto l'erba, a calpestarla più mucche che uomini. L'incedere di Travis e Harrison, il loro girovagare,  riporta alla mente, ma soprattutto al cuore, tanti racconti di formazione provenienti dal passato, dal Cinema come dalla Letteratura (si sono anche spesi i nomi di King e Lansdale), ancora una volta asciugando, eliminando uno di quegli elementi che più caratterizzava quei racconti, che poi altro non era che il "fantastico". Qui gli eventi sono tutti terreni, fantastici solo agli occhi dei due bambini, almeno in principio, poi anche per quegli occhi la gioia dell'avventura sarà destinata a trasformarsi crudelmente in altro.

Pochi elementi. A dar pepe al viaggio dei due amici una macchina della polizia, ferma, apparentemente abbandonata nella campagna. Isolata. Una bottiglia di birra vuota poggiata sul suo cofano. Travis e Harrison non ci possono credere, l'iniziale timore si trasforma nell'Avventura all'ennesima potenza, quella con la A maiuscola. Le chiavi sono all'interno, poliziotti non se ne vedono, sceriffi neppure, Travis un poco sa guidare. Si parte. Il nastro (digitale probabilmente) si riavvolge, lo sceriffo (Kevin Bacon) c'è ma non si vede, è solo da un'altra parte, sta facendo qualcosa di losco. Quando torna l'auto non c'è più e questo è un grandissimo casino da risolvere, soprattutto a piedi in mezzo al nulla.


Jon Watts e Christopher Ford scrivono una sceneggiatura scarna ma altrettanto funzionale che si regge su pochissimi elementi, mescola però sapientemente il racconto ad altezza di bambino (e questo non vuol dire che il film sia adatto ai bambini, anzi), la crime story grottesca sullo stile dei primi Coen, la giusta dose di tensione e location molto indovinate. Kevin Bacon, volutamente sopra le righe, non delude, ma sono soprattutto i due giovani protagonisti ad aderire perfettamente ai loro personaggi e a far sviluppare la vicenda nel migliore dei modi. Non arriviamo all'ora e mezza, i personaggi parlanti non sono più di cinque, seppur la vicenda inneschi diverse curiosità, per gli sceneggiatori non c'è un prima e non c'è un dopo, indubbiamente qualche spettatore avrebbe voluto vederli questo prima e questo dopo, ma il film, nel suo collocarsi fuori dall'onda mainstream, è più che completo anche così.

Si fa fatica a credere che il Watts di Cop car sia lo stesso dell'ultimo Spiderman, due modi di fare cinema agli antipodi ma che stranamente sembrano essere entrambi nelle corde del giovane regista.

lunedì 5 febbraio 2018

GEEK LEAGUE - L'OGGETTO

La mia missione di infiltrato comincia qui, tenere d'occhio la banda di pazzi non sarà facile, dovrò farmi passare per uno di loro, cosa che non sono (non fino in fondo almeno, col tempo chissà, quello che è accaduto a Donnie Brasco potrebbe accadere anche a me), si dovrà discettare delle più strampalate derive di chissà quali passioni o fissazioni, sarà un compito arduo, da stacanovisti della dedizione alla causa, da Outsider oserei dire.

La prima missione tutto sommato però non sarà delle più difficili, il tema è libero, si parlerà in giro per il web, tra affiliati e semplici lettori, di quelli che sono gli oggetti totem delle nostre insane passioni, o almeno di quella alla quale ancora siamo più legati, o anche semplicemente di oggetti che hanno valenza nostalgica e affettiva molto elevata, robe da nerd, robe da geek.

Visto che nell'appuntamento precedente, all'interno della scheda di presentazione indicai come argomento d'elezione il fumetto, con una certa spiccata preferenza per i comics targati Marvel nello specifico, non mi resta che proseguire in questa direzione affrontando tra l'altro un tema già trattato qui in passato.

Stranamente quella che si può considerare una passione ormai viva da svariati decenni per il fumetto, più o meno tutto anche se la Marvel ha fatto gran parte del lavoro in questo, nasce più dalla televisione che non dalla carta stampata. Quando ero piccolo, si parla degli anni 70, primissimi 80, per alcuni di voi giovani virgulti come a dire nel Mesozoico, per motivi organizzativi vivevo praticamente con i miei nonni materni. Uno dei ricordi più belli che ho legato ai miei nonni sono proprio i momenti passati davanti alla televisione che non guardavo mai da solo, sempre con loro. Si guardava di tutto, da Fantastico con Heather Parisi, la trasmissione musicale di Jocelyn e Sophie, i mitici Giochi senza frontiere, Mork & Mindy, Goldrake, gli inglesissimi George e Mildred, ma ciò che più colpiva il mio immaginario erano i cartoni animati di Super Gulp.

Tra questi, oltre ai vari Nick Carter, Sturmtruppen e Corto Maltese, io adoravo l'Uomo Ragno. È da lì che nasce l'amore per la figura del supereroe mascherato, dallo schermo televisivo più che dalla carta stampata o dai fumetti dell'Editoriale Corno che in quegli anni si occupava di stampare le avventure degli eroi Marvel. Poi c'era anche altro legato alla Dc Comics, i cartoni animati dei Superamici, i quaderni con gli eroi della Justice League, ma da bambino il meglio per me era l'Uomo Ragno.



Purtroppo i fumetti in famiglia non circolavano, non c'era l'abitudine di spendere soldi per questo genere di intrattenimento, va da sé che le poche volte che mi era concesso di acquistarne qualcuno le mie scelte si indirizzassero sulla Marvel e sull'Uomo Ragno. Il primo acquisto, albo al quale sono nuovamente risalito anni dopo averlo avuto in mano e solo dopo diverse ricerche in rete per capire quale fosse, è riconducibile a L'Uomo Ragno Gigante 73 dove per la prima volta incontrai gli X-Men. Mi piacquero da subito, poi non ebbi più modo di incontrarli, fumetti in casa sempre pochissimi e quindi niente, tutto finiva lì.

Anni dopo, al mare, in vacanza, mia madre mi portò in edicola per comprare qualcosa da leggere, la Corno era sparita da tempo, pensate la sorpresa quando vidi un albo con gli X-Men in copertina, una copertina magnifica tra l'altro. L'albo era intitolato semplicemente Marvel, purtroppo era il numero 2 di una collana lanciata dalla Labor Comics che chiuse i battenti proprio con quella sua seconda uscita.



È inutile dire come gli X-Men di Chris Claremont e John Byrne mi rimasero nel cuore, sono ancor oggi i personaggi ai quali sono più affezionato, allora erano al loro meglio con la formazione che ho sempre prediletto (Ciclope, Tempesta, Colosso, Banshee, Wolverine, Nightcrawler con l'ausilio di Fenice, Madrox, Havock e la Bestia), c'era la bellissima saga di Proteus, c'erano i migliori autori mai messi al lavoro sul gruppo, cosa chiedere di più? Come si poteva non innamorarsi della Marvel con tanto ben di Dio a disposizione.

In più sull'albo comparivano il Devil di Frank Miller, Hulk e il Capitan Marvel originale, due personaggi che ho sempre continuato ad apprezzare, probabilmente proprio in virtù di questo primo incontro, senza contare che oggi, a parte l'affetto che nutro per gli X-Men, Devil continua a essere uno dei personaggi che a mio avviso ha sempre qualcosa da dire. Insomma, niente male come primo incontro con la Marvel.

Ecco, se dovessi scegliermi un oggetto da mettere in una teca esposta per sfogare la mia passione nerd sarebbe proprio quel Marvel n. 2. Ma io sono un Outsider, non sono come loro, quell'oggetto (sigh!) non ce l'ho neanche più, è andato, chissà dove, chissà quando. Così non mi resta che controllare le loro mosse, vedi mai che mi capiti di sgraffignarlo proprio a qualcuno di loro.

Alla prossima, stay tuned.

Qui sotto trovate l'elenco di tutti i totem sparsi nella blogosfera.

Il Bazar di Riky: gli Exogini
Omniverso: L'Uomo Ragno #102
Storie da Birreria: il Tablet
La Bara Volante: il Maestro Yoda
La Cupa Voliera del Conte Gracula: la Carta Stampata
Nerditudine: il Commodore
The Reign of Ema: joypad del Sega Master System
Moz O'Clock: lo Slime
Fede Stories: Game Boy Advance
Gameocracy: Dragon Ball Final Bout
Pietro Saba World: il Personal Computer
Orso Chiacchierone: l'Unico Anello
Gioco Magazzino: il Furby
Il blog di Delux: l'action figure di Spider-Man
Il Cumbrugliume: Summer Games

venerdì 2 febbraio 2018

GEEK LEAGUE - LA SCHEDA

Qualche giorno addietro la mente sempre in fermento del Moz ha partorito un'altra delle sue più o meno malsane idee che ha catturato l'attenzione di diversi brutti ceffi che popolano la blogosfera, una banda scatenata che tenterà di farsi passare per un gruppo di supereroi in stile Avengers. Diffidate, sono dei pazzi scatenati pronti a ribaltare la blogosfera a suon di orgoglio nerd e fierezza da geek consumati. Ho tentato di seguirli in incognito, per controllarli cercherò anche di unirmi a loro nelle varie sortite nel web, almeno quando potrò, per tallonarli da vicino. Ad ogni modo pensavo peggio, frequentandoli un poco non mi sembrano poi così pericolosi, e sono pure simpatici. Vedremo dove si andrà a parare, aiutatemi a tenerli d'occhio, seguite le loro iniziative, denunciatene i piani sovversivi all'Outsider, il sospetto fondato è che questo insolito gruppo possa presto dilagare, creare proseliti e reclutare nuovi adepti. Non ignorateli! Qui sotto troverete la mia scheda da infiltrato, devo sembrare uno di loro, fate finta di niente, reggetemi il gioco. Ora mi infilo il costume da Dalek per passare inosservato in mezzo alla pazza folla. Alla prossima.


  • NOME: l'Outsider
  • ALTER EGO: La Firma Cangiante
  • SPAZIO WEB: http://lafirmacangiante.blogspot.it/
  • CODICE: H0009
  • CHI È: L'imbucato, quello che proprio non sta al passo ma alla fine è contento di esserci. L'outsider.
  • SUPERPOTERI: Una buona conoscenza del fumetto in genere, vista l'età anche il mood nostalgico e i decenni passati. 
  • PUNTI DEBOLI: Tutto ciò che è videoludico uscito dopo l'Amiga 500.
  • PERCHÉ HA SCELTO LA GEEK LEAGUE: Perché era ora di far qualcosa insieme al Moz, la sua iperattività è contagiosa e in qualche modo va premiata.

Torniamo tra noi, mi riprometto di tenerli d'occhio, non appena potrò tenterò di prendere parte alle loro scorribande, segnalerò a voi tutti i loro movimenti sospetti. Alla prossima, stay tuned.

lunedì 22 gennaio 2018

LA GRANDE FUGA

(The great escape di John Sturges, 1963)

Per moltissimi aspetti La grande fuga mi ha ricordato il più celebre filmone bellico Quella sporca dozzina, diversi gli elementi in comune tra i due film per i quali è doveroso sottolineare che è proprio La grande fuga ad essere stato realizzato per primo, se c'è stata quindi ispirazione tra le due opere è quest'ultima che ha figliato in qualche modo il grandissimo film di Robert Aldrich. L'episodio che sta alla base delle vicende narrata ne La grande fuga ha moltissimi elementi di verità storica, il film, trasposizione del libro di Paul Brickhill, racconta quella che è stata una delle più ardite evasioni da un campo di prigionia tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale, nella fattispecie quella degli aviatori inglesi trattenuti dalla Luftwaffe nel campo Stalag Luft III a Sagan (attuale Polonia). La parte iniziale de La grande fuga presenta toni molto scanzonati, quasi da commedia, ci mostra l'arrivo di tutta una serie di personaggi, alcuni sopra le righe, appartenenti all'aviazione inglese e rinchiusi in un campo di prigionia gestito dagli ufficiali dell'aviazione tedesca. È chiaro fin da subito come l'unico interesse di pressoché tutti i militari inglesi (e qualche americano) sia la fuga, fuga tra l'altro già tentata da tutti loro in altri campi di prigionia, ragion per cui l'esercito tedesco decide di raggrupparli in un unico campo altamente sorvegliato. Il rapporto descritto da Sturges tra inglesi e tedeschi è però di massimo rispetto, c'è una gestione dei prigionieri da parte della Luftwaffe molto lasca che dà adito quindi a quella contaminazione tra il bellico e la commedia che così bene ha funzionato anche per Quella sporca dozzina. Appurato che il nodo centrale del film, come sottolineato banalmente anche dal titolo, sarà la realizzazione di una grande fuga, non resta che procedere all'assemblaggio di una squadra che realizzerà il piano per portare fuori dal campo il maggior numero di prigionieri, e si parla di un'evasione di circa duecentocinquanta uomini, almeno nelle intenzioni.


Anche in questo caso il cast è ricco, il volto simbolo del film è sicuramente quello di Steve McQueen nel ruolo del Capitano Virgil Hilts, che più volte fungerà da diversivo e da prezioso informatore, sue alcune delle scene più belle e iconiche del film, quelle della famosa fuga sulla motocicletta tra le verdi campagne tedesche. In film come questo non può mancare il volto imbronciato di Charles Bronson, uno degli addetti alla costruzione dei tunnel per la fuga, ovviamente claustrofobico, tutto il piano è coordinato da Richard Attenborough che si affida tra gli altri anche al falsario interpretato da Donald Pleasence, incaricato di fornire tutti i documenti necessari agli uomini che riusciranno ad evadere dal campo, all'attrezzista interpretato da James Coburn incaricato di costruire tutto il necessario per attuare il piano di fuga e al maneggione tuttofare interpretato da James Garner. Tra i numerosi altri volti spicca ancora quello di David McCallum, insomma sugli attori messi in campo (di prigionia) non ci si può proprio lamentare. La storia segue tappe obbligate, la regia non è mai invadente ma ci regala diverse sequenze spettacolari, il film si lascia guardare con piacere nonostante i 172 minuti di durata siano effettivamente un po' troppi, probabilmente qualcosa si poteva accorciare apportando ancora maggior beneficio alla tenuta globale dell'operazione. Come spesso accade in film di questo stampo, che sembrano prendere anche il volo con toni scanzonati e leggeri, arriva poi il pugno nello stomaco, perché la vicenda è reale, l'argomento maledettamente serio e i comparti tedeschi delle SS e della Gestapo erano sicuramente meno concilianti degli ufficiali della Luftwaffe. Come spesso accade in film di questo stampo alla fine, è inevitabile, si contano i morti, i cadaveri delle vittime venutesi a trovare di fronte alla barbara e insensata crudeltà del nemico. La grande fuga verrà tentata da molti, saranno molti meno quelli che riusciranno a portarla a termine con un esito positivo.

Dopo il successo ottenuto nel 1960 con I magnifici sette, John Sturges, che si porterà dietro anche parte del cast, riesce a fare il bis con La grande fuga, altro bell'esempio di come la Hollywood di quegli anni riusciva a portare in scena film spettacolari e prestigiosi con ottimi risultati.

sabato 20 gennaio 2018

ESSI VIVONO

(They live di John Carpenter, 1988)

Oggi godiamo a pieno dei frutti del Cinema, ora che sono quasi obbedisci infinite le potenzialità tecnologiche che ci permettono di poter frullare insieme numerosi stimoli e stilemi: un film glorioso degli anni del muto, una commedia scemotta o anche sofisticata per una serata più disimpegnata, sposatevi e proliferate, un Cary Grant d'annata, un cinecomics targato non pensate con la vostra testa Marvel (vedi alla voce Disney), una pellicola indie in odore di Sundance e chissà consumate quant'altro. Magari ti capita di guardare una di quelle super produzioni hollywoodiane lavorate otto ore al giorno dal budget stratosferico, con comparto tecnico da mozzare il fiato, con una storia che ha anche riscosso un ottimo successo e via discorrendo, poi il giorno dopo conformatevi ti imbatti in Essi vivono di John Carpenter, un film prodotto con un budget ridotto all'osso, girato in mezzo alla monnezza, con un protagonista restate addormentati che è più un wrestler che un attore e con un messaggio e una visione da veicolare sottomettetevi che tutto sommato si potrebbero anche considerare di grana grossa se solo non fossero guardate la tv così attuali ancora oggi, e ti chiedi come sia possibile che in qualche modo ci si possa sentire più attratti da quest'ultimo film che non da molto del resto.

Carpenter bada al sodo, risparmia su tutto a partire dal cast del quale la punta di diamante è il wrestler canadese di origini scozzesi "Rowdy" Roddy Piper, in quegli anni star della World Wrestling Federation allora nel periodo del suo massimo splendore, e che qui è ben centrato nella parte ma che indubbiamente non si può considerare un grande attore, si risparmia sulle location, si gira nelle periferie povere e malfamate di Los Angeles, si risparmia anche sugli effetti visivi che però, grazie a piccoli accorgimenti e a un trucco efficace, rendono bene quell'atmosfera da fantascienza un po' retrò stile Ai confini della realtà che con tutta probabilità il regista ha voluto omaggiare. Si risparmia anche sulle musiche in quanto composte dallo stesso Carpenter, musiche però di grande qualità, il regista è compositore di conclamata abilità, non per nulla lo score musicale della moderna Stranger Things guarda moltissimo proprio ai lavori del Carpenter musicista.


John Nada (Roddy Piper) arriva nei sobborghi poveri della città degli angeli in cerca di lavoro, purtroppo per molte persone la situazione non è rosea a causa di una crisi economica che sta impoverendo la gente a favore della classe abbiente. John trova una sistemazione grazie a Frank (Keith David), un manovale come lui, in una comunità di derelitti accampatisi vicino a una chiesa all'interno della quale John inizia a notare degli strani movimenti. Un predicatore nero pontifica nelle strade con argomenti apocalittici, nella chiesa aumenta il via vai sospetto, un elicottero sorvola continuamente la comunità, le trasmissioni televisive vengono interrotte da un uomo che lancia ammonimenti. Poi la chiesa viene presa d'assalto dalle forze dell'ordine, in seguito ai tumulti John si recherà all'interno di essa e troverà uno scatolone contenente degli occhiali molto particolari capaci di rivelare sconvolgenti verità. Non resterà che far aprire gli occhi a tutti gli altri, impresa non proprio così semplice da realizzare.


Essi vivono è una chiara e poco sottile denuncia al sistema del capitale, in America imperante da sempre, più che altrove, i ricchi sono visti come una razza di predatori pronti a schiacciare e sfruttare le altre persone divenute mere risorse tenute a bada da una campagna massiva e continua di messaggi subliminali che inneggiano all'obbedienza, al consumismo e al conformismo. Il film esce negli anni 80, un'epoca dedita al culto dell'immagine, dell'apparenza e del soldo (io sono il tuo Dio), qui ben rappresentata da ciò che ottunde la mente delle masse, la televisione, e dalla marginalità a cui è costretta parte della popolazione ormai utile solo ad alimentare il sistema. Sicuramente Essi vivono non è un film perfetto, tutt'altro, Carpenter si prende anche la briga di allestire una sorta di incontro di wrestling tra Piper e David che rasenta la decina di minuti all'interno di un film che ne dura meno di novanta, siamo nella pura serie B per povertà di mezzi, eppure anche questa pellicola col passare del tempo si è guadagnata la sua schiera di fedeli ammiratori, d'altronde altri esiti del regista sono ancor più apprezzati e ben più noti (La cosa, 1997: Fuga da New York, Halloween - La notte delle streghe, Grosso guaio a Chinatown), Carpenter non è quindi in discussione e non lo scopriamo certo oggi. Quello che c'è davvero di terribile in Essi vivono è la consapevolezza di noi spettatori, quelli di oggi, anno del Signore 2018, che i moniti lanciati attraverso arte e intrattenimento da Carpenter e chissà quanti altri, non abbiano aperto a sufficienza gli occhi delle persone, l'America di Reagan ha fatto i suoi danni, molti ce li portiamo dietro ancora oggi, la famosa forbice continua ad allargarsi e sempre più gente rischia di rimanere con in mano nada, proprio come John. È questa purtroppo non è fantascienza è più una deriva horror.

giovedì 18 gennaio 2018

COCO

(di Lee Unkrich e Adrian Molina, 2017)

Nonostante l'iperattività dimostrata dalla Pixar negli ultimi tempi, ben cinque film all'attivo in soli tre anni, la qualità media dei prodotti della casa cinematografica di Emeryville rimane impressionante. In famiglia ancora non siamo riusciti a vedere Cars 3 ma gli altri quattro film di cui accennavo sopra oscillano dal capolavoro (Inside out) al film perfetto per i piccoli (Il viaggio di Arlo), dal divertentissimo (Alla ricerca di Dory) al sorprendente (questo Coco). L'unica critica attribuibile alla visione in sala di Coco è quella di essersi dovuti sorbire anche il corto introduttivo Le avventure di Olaf dedicato al mondo di Frozen e al Natale, corto tra l'altro nemmeno troppo corto (21 min.) e già passato in televisione sulla Rai. Insomma, per chi come me non ama particolarmente Frozen, non proprio il massimo, tra l'altro il corto di per sé non è nulla di eccezionale e manca della carica innovativa o sentimentale sfoggiate da Pixar o Disney in altri loro cortometraggi precedenti. A Coco invece non si può dir nulla a mio modesto parere.

Coco punta a smuovere i sentimenti, a suscitare emozioni, giocando anche sul sicuro, facendolo però in maniera molto efficace, sulla scena finale del film, che non anticiperò, tranquilli, tutta la fila davanti alla mia aveva i fazzoletti in mano, mia moglie versava copiose lacrime e anche io non mi sono astenuto dall'inumidirmi un pochino la faccia. È un bel film Coco, un film che non mi aspettavo, che presenta elementi e letture semplici, almeno una per i bimbi e una per gli adulti, sviluppandole entrambe per bene, così come sono una gioia per gli occhi sia il mondo dei vivi con tutta l'estetica messicana a farla da padrone, sia il coloratissimo e psichedelico mondo dei morti, decisamente vivace anche per il più attivo dei viventi.


Miguel è un bambino cresciuto in una famiglia di calzolai ormai da generazioni, una famiglia che ha ripudiato la musica a causa dell'abbandono della moglie e della figlia Coco, bisnonna di Miguel, da parte di Ernesto de la Cruz, un sognatore divenuto poi il più celebre mariachi della storia del Messico. La musica viene vista come fumo negli occhi dall'intera famiglia, soprattutto dalla nonna di Miguel, l'Abuelita figlia di Coco, per sua (s)fortuna invece Miguel la musica ce l'ha nel sangue e non vorrebbe proprio rassegnarsi a metterla in un cantuccio. Miguel inseguirà il suo sogno (il tema per i più piccoli) a cavallo tra il mondo dei vivi e quello dei morti, collegati grazie a eventi particolari avvenuti nel Dia de Muertos, la festa dei morti messicana, in un viaggio che metterà tutti di fronte all'importanza del ricordo delle persone che abbiamo perso e che ci hanno reso quello che siamo, alla finitezza del nostro essere dal destino inevitabile, o più semplicemente di fronte alla bellezza più universale dei legami importanti, qui condensati più sul versante familiare ma che si possono ricondurre a tutti quelli che in qualche modo, in tutte le fasi della nostra vita, ci hanno lasciato qualcosa di profondo.

È una favola adatta a tutti questo Coco, semplice, sentimentale ma viva, appassionata, divertente e ben riuscita. Ottimo l'impianto tecnico e scenografico, il film è curatissimo e bellissimo da vedere, forse meno eccezionali le musiche tenendo conto che proprio la musica è la passione di Miguel, nel complesso comunque non c'è nulla che stoni. Aspettiamo ora l'uscita in dvd perché anche questo film in casa nostra sicuramente non potrà mancare.

martedì 16 gennaio 2018

CHRISTIANE F. - NOI, I RAGAZZI DELLO ZOO DI BERLINO

(Christiane F. - Wir kinder vom Bahnhof Zoo di Uli Edel, 1981)

Ogni tempo porta con sé le sue gioie e le sue disgrazie, chi come me è nato verso la metà dei 70 ha probabilmente avuto la fortuna di arrivare in ritardo, o comunque in età davvero troppo tenera, per vivere sulla pelle quella grande tragedia che fu la massima diffusione dell'eroina tra la seconda metà dei 70 e gli 80 del secolo scorso. Ciò nonostante non era raro o inusuale, anzi, vedere qualcuno dei ragazzi più grandi spegnersi a poco a poco e d'improvviso, un giorno, scomparire. Le storie si sentivano, le vittime si conoscevano, era tutto reale, le siringhe erano a terra, ovunque, anche a scuola, spesso rimanevano infilate nelle braccia di ragazzi ancora troppo giovani. È nei primi anni di esplosione di questa piaga, a Berlino, una delle città più colpite dal fenomeno, che è ambientata la trasposizione del libro omonimo scritto dai giornalisti Kai Hermann e Horst Rieck sulla base delle testimonianze della protagonista Christiane Vera Felscherinow. Il regista Uli Edel, tornato alla ribalta nel decennio scorso grazie agli ottimi esiti del film La banda Baader Meinhof, asciuga di parecchio il libro eliminando dal film le riflessioni sulla società dell'epoca e mettendo poco sotto i riflettori le ragioni che stanno dietro le scelte di questi ragazzi che, più o meno consapevolmente, decidono di imbarcarsi in un viaggio che facilmente sarà senza ritorno. Si concentra invece sugli episodi, sul rapporto dei protagonisti tra di loro e con le droghe, sono poco presenti anche le famiglie e le figure di riferimento di questi ragazzi che in alcuni casi c'erano ed erano ben presenti. Queste scelte di regia scatenarono all'epoca d'uscita del film alcune critiche anche dure, non tanto per il rapporto del film con la sua fonte d'origine, quanto per la mitizzazione di alcune figure, per la critica dell'epoca fin troppo accattivanti, e per il relativo rischio che queste proiettassero sui giovani spettatori più uno spirito e un desiderio d'emulazione che non un forte senso di repulsione e orrore per le vicende narrate. Senza voler qui fare un paragone troppo approfondito con un'opera letteraria persa ormai nel ricordo d'una lettura avvenuta più d'un decennio fa, questo tipo di critica al film di Edel mi sembra ingiusta, volendo interpretare però anche la parte dell'avvocato del diavolo c'è da dire che anche queste, le critiche, andrebbero valutate all'interno di un contesto storico nel quale potevano sembrare certamente più fondate, proprio a causa della dimensione tragica che stava assumendo un fenomeno che indubbiamente generava molta paura e preoccupazione per le giovani generazioni. Mi sembra però che Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, almeno oggi che siamo meno immersi nel problema, vada a segno in quelli che erano i suoi intenti, per quanto si possa trovare qualche punto d'empatia con i protagonisti, e questo succede, sono chiarissimi tutti i rischi e il degrado, fisico, morale e sociale, alle quali una forte dipendenza può portare, così come è chiara la quasi inevitabile fine alla quale chi intraprende questa strada è destinato. Così come il libro, magari in misura minore, questo film è un bel documento di un'epoca storica ben precisa, di un fenomeno che non è mai stato debellato definitivamente e quindi da non dimenticare. A fissare nel tempo la vicenda, anche se con qualche contraddizione e in maniera non precisissima, c'è la musica di David Bowie che in quegli anni si trasferisce a Berlino, spinto anche dal desiderio di allontanarsi da una sua dipendenza dalla cocaina, dove creerà la celebre trilogia berlinese dalla quale diversi pezzi finiranno poi nel film di Edel. L'artista compare all'interno del film nei panni di sé stesso durante un concerto al quale Christiane (Natja Brunckhorst) e alcuni amici assisteranno, la presenza di Bowie e delle sue musiche contribuiranno in buona parte al successo del film.



La storia è quella di Christiane, quattordicenne che sta affrontando la separazione dei genitori e la conseguente decisione della sorella più piccola di lasciare casa per andare a vivere con il padre. Questa situazione spinge la ragazza verso la sua amica Kessi (Daniela Jaeger) insieme alla quale inizierà a frequentare le serate del Sound, discoteca nella quale gira qualsiasi tipo di droga. Vivendo le notti di una Berlino quanto mai ottundente, Christiane lega con Detlef (Thomas Haustein) e il suo gruppo di amici. L'escalation dall'uso dei primi acidi a quello delle droghe pesanti sarà graduale ma rapido, porterà la protagonista a vivere lo squallore delle notti tossiche berlinesi, l'esperienza dell'astinenza e quella della prostituzione. La messa in scena di Edel, oltre a restituire alcuni sguardi interessanti sulla città, assesta anche diversi colpi bassi, soprattutto se pensiamo al film in un'ottica educativa, con la possibilità magari di farlo vedere in qualche scuola a scopo didattico. Il film, che in quest'ottica sicuramente sarebbe interessante per contenuti, presenta qualche sequenza potenzialmente disturbante per gli animi più sensibili (e per i tanti allergici agli aghi), una su tutte la scena della disintossicazione con rigetto finale. Quello che viene meglio rappresentato è la discesa nello squallore e nella debolezza fisica, ma soprattutto mentale, che impedisce ai tanti ragazzi protagonisti del film di uscire da una tossicodipendenza che ormai li ha segnati in maniera ineluttabile. Al netto di critiche ormai datate, la buona fede del regista sembra evidente lungo il percorso di un film che ha tutte le potenzialità per far aprire gli occhi ai più giovani su una piaga e su un periodo che rischiamo di iniziare a dimenticare.

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