sabato 19 agosto 2017

CHE FINE HA FATTO BABY JANE?

(What ever happened to Baby Jane? di Robert Aldrich, 1962)

Uno dei capisaldi del cinema in bianco e nero, Che fine ha fatto Baby Jane? si regge sull'iconico scontro tra due dive del Cinema, all'interno della vicenda di finzione ma anche nella vita reale; forse proprio l'autentica antipatia (più probabilmente vero odio) tra Bette Davis e Joan Crawford rese così credibile i contrasti tra le due sorelle "Baby" Jane Hudson (Bette Davis) e Blanche Hudson (Joan Crawford), protagoniste di uno scontro continuo capace di instillare una tensione crescente nello spettatore che nulla ha da invidiare alle prove dei migliori maestri del brivido di quei tempi (Hitchcock per citarne uno). Diversi sono gli aneddoti sulla rivalità sul set delle due note stelle di Hollywood, si parla di dispetti, ripicche e anche di scontri violenti in fase di ripresa, magari richiesti dal copione, ma interpretati con reale violenza (e con alcune conseguenze) dalle due attrici nemiche. Ancora ai giorni nostri la vicenda suscita interesse, nel variegato mondo delle serie tv arriva infatti Feud, serial creato da Ryan Murphy, che nella sua prima stagione porta in scena proprio l'odio tra le due avversarie, la Davis e la Crawford rispettivamente interpretate da Susan Sarandon e Jessica Lange.

Torna quindi attuale Che fine ha fatto Baby Jane?, della cui riuscita diversi meriti sono attribuibili a un ottimo regista quale fu Robert Aldrich, nome meno noto presso il grande pubblico di quanto realmente meriti, direttore di pellicole come Quella sporca dozzina, Nessuna pietà per Ulzana, Piano piano dolce Carlotta (sempre con la Davis), Quella sporca ultima meta e via dicendo. Costruzione dell'inquadratura in equilibrio perfetto tra luci e ombre, sostenuta a meraviglia da trucco, costumi e fotografia e da due magnifiche interpreti inquadrate in un bianco e nero senza nessuna sbavatura e in una serie di immagini memorabili (lo scorcio dalle scale, il telefono, il volto trasfigurato della Davis, etc...).

Joan Crawford

1917. Baby Jane è una star bambina divenuta famosa grazie a qualche dote canora, a uno spettacolo di successo messo su insieme al padre e a una serie di bambole a lei dedicate, una beniamina del pubblico scontrosa e viziata. La sorella Blanche sta al palo a guardare, incoraggiata e consolata dalla madre. Anni 30. Blanche è diventata una vera diva del cinema, attrice di talento e successo cerca in tutti i modi di aiutare la sorella, ex bambina prodigio dimenticata da tutti e ormai attrice cagna di secondo piano che nessun produttore vuole. Poi un incidente d'auto causato da Baby Jane costringe la sorella Blanche su una sedia a rotelle troncandole spina dorsale e carriera. 1962. Le due sorelle, carriere alle spalle, sono costrette a dividere la loro casa: Blanche ha i soldi e per questo è indispensabile alla sorella, Jane ha la salute (fisica più che altro, quella mentale...) e per questo è indispensabile alla sorella. Ma la convivenza è minata dallo scarso equilibrio di Jane, rosa da un'invidia sconfinata per i successi ottenuti dalla sorella e per una carriera interrottasi in tenera età e mai più ripartita davvero. I comportamenti di quest'ultima diventano sempre più inquietanti (come le atmosfere) in un'escalation che porterà a tutte le rivelazioni finali.

Bette Davis

Due attrici stupende in un confronto obiettivamente vinto a mani basse dalla Davis, non perché la Crawford non sia brava, tutt'altro, ma la parte della squilibrata è cucita addosso alla Davis da un sarto d'eccellenza, e poi come cantava anche Kim Carnes, quegli occhi... (Bette Davis eyes, 1981).

Tra gotico e thriller psicologico, una storia claustrofobica giocata più che altro in interni, una cattiva da manuale, la discesa nella follia, i sensi di colpa, la tensione crescente, le cattiverie e i retroscena del film scolpiscono questo titolo sulla pietra dei film da vedere senza riserva alcuna.

mercoledì 16 agosto 2017

LE MACCHINE INFERNALI

(Infernal devices di K. W. Jeter, 2011)

Non male come lettura estiva questo Le macchine infernali, romanzo non troppo lungo che ha la capacità di intrigare il lettore salvo poi perdersi un pochino per strada in sviluppi azzardati e strampalati, nel complesso però il lavoro di K. W. Jeter diverte e ha del potenziale soprattutto sul versante linguistico e nella buona capacità dello scrittore nel creare atmosfere inquietanti e aspettative nel lettore, in questo il plauso all'autore è più che meritato.

Il filone, seppur preso alla larga, è quello dello Steampunk (termine pare inventato proprio da Jeter), genere fantastico solitamente ambientato in un'epoca del tutto simile a quella vittoriana inglese che però presenta alcuni passi avanti ascrivibili al filone della fantascienza per tutto quello che concerne invenzioni meccaniche e prodotti di una società industriale molto più avanzata di quella che poteva essere quella inglese nel 1800.

In un'affascinante Londra dai sobborghi sudici e pericolosi lavora George Downer, figlio di un grande orologiaio e inventore capace di costruire i meccanismi più avanzati dagli utilizzi spesso misteriosi. Insieme al servitore Creff, Downer sopravvive gestendo il negozio ereditato dal padre soprattutto grazie alle riparazioni di orologi e dei meccanismi più semplici costruiti dal padre stesso. Il magazzino del negozio è pieno di artefatti del quale funzionamento anche lo stesso Downer è all'oscuro, alcuni barbaramente smembrati e utilizzati come parti di ricambio, altri fermi a prendere polvere.

Un giorno in negozio si presenta uno strano individuo ribattezzato poi dallo stesso Downer "L'uomo di cuoio marrone", portando in riparazione uno strano meccanismo costruito dal padre dell'attuale titolare. Purtroppo il nuovo proprietario non ha la più pallida idea di come poter aiutare lo strano cliente. Poco dopo, all'interno dello stesso negozio solitamente poco frequentato, avviene un secondo particolare incontro, questa volta con una coppia di personaggi forse meno inquietanti ma peggio intenzionati. Da questi due incontri prenderà il via una serie di eventi inspiegabili che porteranno Downer in zone mai battute di Londra popolate da individui fuori dal comune, che scaturiranno in una serie di scontri tra fazioni avverse.

Tutta la prima parte del romanzo è ben concepita, incuriosisce e spinge alla lettura, poi si perde qualche colpo per strada, la storia narrata in prima persona dallo stesso Downer in una sorta di forma diario, ha il grande pregio di immergere il lettore perfettamente nell'epoca narrata grazie all'uso di un linguaggio più che appropriato alla situazione, merito anche del lavoro del traduttore Vittorio Curtoni. Ad ogni modo dovessi averne l'occasione, qualche altra possibilità all'autore potrei anche darla, autore tra l'altro de La notte dei Morlock (1979) e di un paio di seguiti del noto Blade Runner (Ma gli androidi sognano pecore elettriche?) di Philip K. Dick. Mai dire mai.

martedì 15 agosto 2017

BRADI PIT 147

Per un Ferragosto proficuo... auguri di buon Ferragosto a tutti voi!


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lunedì 14 agosto 2017

THE WALKING DEAD - STAGIONE 5

Diverse trame ed eventi si susseguono nel corso di questa quinta stagione di The walking dead, annata che a dir di molti si rivela essere più un passaggio verso le successive e appassionanti stagioni che non una sequela di episodi davvero imperdibili. Onestamente posso dire di essermi goduto queste sedici puntate davvero molto, a parte un paio di episodi più lenti e meno interessanti, l'annata mi è sembrata decisamente stimolante.

Sotto i riflettori questa volta mi è parso di vedere un'attenzione particolare verso la crescita dei personaggi, più o meno tutti, con un'attenzione alla scrittura degli eventi interiori più che a quelli esterni alle persone, che comunque ci sono e come al solito si rivelano di portata sempre interessante (e "ti auguro una vita interessante" non sempre è sinonimo di buon augurio).

Rick Grimes (Andrew Lincoln), leader indiscusso del gruppo di sopravvissuti protagonista della serie, continua a fare passi verso una rabbia incontrollata e folle, mossa dal desiderio legittimo di proteggere i suoi figli e quella che è diventata ora la sua famiglia. Solo la comunità di Alexandria potrà forse placare questa discesa nelle tenebre. Suo contraltare è Glenn (Steven Yeun), personaggio che continua a maturare per divenire una sorta di coscienza per lo stesso Rick, il cuore del gruppo, mentre l'ex fragile Carol (Melissa McBride) si conferma esserne sempre più il pugno duro, la sostenitrice del "fare quel che si deve fare", per quanto spiacevole questo possa rivelarsi.

In questa stagione entra di nuovo in ballo la fede con la quale dovrà confrontarsi la new entry Gabriel (Seth Gilliam), prete codardo con un grande peso sulla coscienza. I demoni interiori provocati dalle contingenze, dal dolore e dalle perdite sono in mano, con posizioni opposte nell'affrontare i traumi, a Tyreese (Chad Coleman) e a sua sorella Sasha (Sonequa Martin-Green). Insomma, il campionario di drammi è vasto e permette di non annoiarsi mai.


Parecchi i momenti emozionanti dovuti alle perdite, ai ritrovi, ma soprattutto, ancora una volta, alle scelte prese dai vari protagonisti, alle loro reazioni alle situazioni e il loro rapporto con il senso di famiglia, di legame e comunità. Almeno tre le minacce affrontate nell'arco delle sedici puntate (zombi esclusi) che hanno reso la stagione un po' frammentata ma parecchio varia.

Diversi i nuovi personaggi inseriti, in fondo il mondo è grande e gli incontri inevitabili. Di grande interesse la riflessione su come sia difficile tornare a una vita normale dopo aver vissuto parecchio tempo immersi nell'orrore e nelle tragedie, tra sangue e perdite continue. La paura di tornare a essere deboli, l'impossibilità di riabituarsi alle frivolezze. I nostri arrivano ad Alexandria e sono una sorta di reduci all'apparenza incapaci di reinserirsi in una società organizzata.

Gli stimoli che questa serie offre sono sempre ottimi, il divertimento anche, le emozioni pure. Non resta che continuare a camminare con loro.

giovedì 10 agosto 2017

EHI, PROF!

(Teacher man di Frank McCourt, 2005)

Terzo e ultimo capitolo delle memorie di Frank McCourt, scrittore di origini irlandesi trapiantato in America nell'età dell'adolescenza; classe 1930 arriva alla scrittura e alla pubblicazione del suo primo libro (Le ceneri di Angela) solo nel 1996, all'età di sessantasei anni suonati. Leggendo Ehi prof! emergono chiari i motivi di quella che potrebbe essere stata una pluriennale titubanza, una sorta di blocco autoprocurato che ha impedito che il talento naturale di questo narratore genuino sbocciasse nel suo pieno splendore con diversi anni d'anticipo: mancanza di autostima, né più né meno. Lo spunto di riflessione che ci offre McCourt, scrittore insignito anche del premio Pulitzer, è importantissimo e in qualche modo salutare: quanti talenti mancati ci hanno privati delle loro opere e del loro genio per timore, vergogna, paura e mancanza di autostima? Impossibile rispondere al quesito, quel che è chiaro è come questo male sia diffuso, è facile rendersene conto osservando chi ci sta intorno, in una certa misura anche io ne sono affetto, e con questo non voglio dire di avere il talento di McCourt, ci mancherebbe pure (ed eccola di nuovo), eppure McCourt è lì a dimostrarci che non è mai troppo tardi per tentare una via nuova, un messaggio, con tanto di dimostrazione pratica, davvero incoraggiante.

Se ne Le ceneri di Angela la narrazione verteva sull'infanzia del piccolo Frank in Irlanda e in Che paese, l'America ci venivano raccontate le esperienze di un giovane che stava diventando uomo mentre si ambientava nel nuovo continente, Ehi, Prof! si concentra sugli anni che McCourt ha passato tra i banchi di scuola in qualità di insegnante. A questo proposito l'incipit del libro è illuminante.

Se sapessi qualcosa di Sigmund Freud e della psicoanalisi potrei far risalire tutti i miei guai alla mia infelice infanzia irlandese, che mi ha privato dell' autostima, mi ha procurato spasmi di autocommiserazione, mi ha paralizzato le emozioni, mi ha reso bisbetico, invidioso e irrispettoso dell'autorità, mi ha ritardato lo sviluppo, mi ha bloccato nelle attività con l'altro sesso, mi ha impedito di elevarmi socialmente e mi ha quasi incapacitato a vivere nel consorzio umano. È un miracolo se sono riuscito a fare l insegnante e a rimanere tale, e non posso che promuovermi a pieni voti per essere sopravvissuto a tutti quegli anni nelle aule di New York. Dovrebbero dare una medaglia a chi scampa a un'infanzia infelice e poi finisce a fare l'insegnante, e io dovrei essere il primo a riceverla, quella e tutti i nastri che ci si possono appendere per i patimenti successivi.

Pur non raggiungendo le vette inarrivabili del romanzo d'esordio, la prosa e la dialettica di McCourt continuano a essere divertenti e illuminanti allo stesso tempo. Le peripezie di un'insegnante alle prime armi, timido, convinto di non essere pronto al mestiere, leso irrimediabilmente (o quasi) nell'autostima, messo di fronte alle orde barbariche di spietati adolescenti pronti a cogliere al volo ogni segnale di debolezza da parte dell'insegnante col fermo intento di mangiarselo per colazione. Per fortuna col tempo le cose miglioreranno, l'insegnante aiuterà i ragazzi ma soprattutto i ragazzi aiuteranno l'insegnante a farsi uomo, a divenire anche lo scrittore di successo che McCourt è stato. Un dare e ricevere fatto di tanta pazienza, chiacchiere e racconti lontanissimi dai programmi ministeriali, audaci tattiche d'insegnamento e lezioni bislacche.

Ancora una volta McCourt, narrando semplicemente il vissuto di un uomo comune poco straordinario, lascia qualcosa al lettore, un po' come probabilmente ha fatto nel corso degli anni con quei ragazzi che hanno avuto la fortuna di trovarsi assegnati a una delle sue classi. Purtroppo le memorie dell'autore si fermano qui, McCourt ci ha lasciati nel 2009 all'età di settantanove anni.

Frank McCourt

ORWELL 1984

(Nineteen Eighty-Four di Michael Radford, 1984)

La via scelta da Michael Radford per portare sullo schermo il famosissimo 1984 di George Orwell è quella dell'adesione totale ai fatti del libro; Orwell 1984 si rivela infatti una trasposizione del tutto fedele del romanzo dello scrittore britannico. Ma il rispetto per l'opera originaria non si ferma qui; il film esce infatti proprio nell'anno 1984, alcune scene sono state girate esattamente nei giorni in cui erano ambientate nel libro, un'accuratezza maniacale che si evince anche nelle scelte di stile di carattere estetico che si sono fatte per portare questa fantastica distopia al cinema.

L'impianto visivo si affranca dall'utilizzo di grandi effetti speciali, anche l'aspetto scenografico dei luoghi rifugge l'immaginario futuribile, mettendo in scena un più realistico e narrativamente accurato ambiente post-bellico. Si centra bene la sensazione di degrado e squallore di una civiltà basata su un lavoro disumanizzante e sull'assenza pressoché totale di democrazia e libero arbitrio, con un popolo devoto al partito di potere: l'Ingsoc.

Il potere costituito utilizza in maniera massiva i mezzi più abietti per preservare lo status quo, revisionando continuamente i fatti storici, cancellandoli e riscrivendoli nei giornali, negli archivi, nei notiziari, arrivando a costituire anno dopo anno nuovi vocabolari nei quali le parole diventano sempre di meno e concetti fondamentali vengono banditi dall'uso comune; spariscono così parole quali democrazia, dissenso, onore. I cittadini che hanno un posto attivo nella società vengono così mentalmente resettati, asserviti al partito, solo i proletari che vivono ai margini della società, nel più completo abbandono, conservano barlumi di quella che alla lontana potrebbe sembrare libertà. Il Grande Fratello controlla tutto, lascia sfogare i cittadini in momenti adibiti alla manifestazione della rabbia per meglio mantenerli nella più totale apatia il resto del tempo, li controlla a casa e a lavoro, per qualcuno, non molti a dire il vero, l'unico luogo di libertà rimane l'interno della propria testa, almeno per chi è riuscito a mantenere traccia di pensiero razionale.


Uno di questi è Winston Smith (John Hurt), integrato nella società del lavoro ma segretamente schifato da ciò che la società è divenuta, una società che condanna i rapporti familiari, le relazioni, il sesso. A spingerlo fuori dagli schemi sarà l'incontro con l'altrettanto insoddisfatta Julia (Suzanna Hamilton), una giovane in cerca della vita vera. Ma trasgredire in una società dove tutto è controllato, tutto è disumanamente punito, non è facile.

Il film si rivela una trasposizione diligente, ben centrata visivamente, paga l'essersi presa la grandissima responsabilità di voler adattare quello che è a tutti gli effetti uno dei massimi capolavori della letteratura moderna. L'operazione nel suo complesso risulta riuscita, mi permetto però di dire che a livello emotivo il film suscita un decimo dell'angoscia e delle sensazioni mosse dall'opera di Orwell. L'impresa era improba, titanica, tutti ce l'hanno messa tutta, John Hurt e la Hamilton centrano bene i rispettivi personaggi, è tutto il contesto che avrebbe avuto bisogno di ben altro per colpire nel segno come in precedenza avevano fatto le parole sulla carta. A conti fatti sono però più che convinto che in nessun modo sarebbe stato possibile. Leggetevi il libro.

lunedì 7 agosto 2017

BRADI PIT 146

All in all you're just another brick in the wall


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domenica 6 agosto 2017

IL CLAN DEI SICILIANI

(Le clan des siciliens di Henri Verneuil, 1969)

Quello de Il clan dei siciliani era probabilmente un successo annunciato per il regista Henri Verneuil. Non è affare da tutti i giorni avere a disposizione per un proprio film quella che potrebbe essere definita la santissima trinità del polar: il decano Jean Gabin, la sicurezza granitica di Lino Ventura e l'astro luminoso che va sotto il nome di Alain Delon; probabilmente sarebbe riuscito a tirarne fuori un buon film anche il tanto vituperato Ed Wood, il peggior regista della storia del Cinema. Non tralasciamo poi il contributo importante di Leopoldo Trieste ma soprattutto quello fondamentale di un Amedeo Nazzari assolutamente all'altezza di siffatta compagnia.

Il regista francese di origini armene riesce inoltre a infondere alla pellicola, al suo ritmo e alla costruzione della trama, un respiro internazionale che oltre a connotare sicuramente Il clan dei siciliani come prodotto d'oltralpe, lo rende molto appetibile e vicino a qualsiasi pubblico e qualsiasi mercato. In questo è aiutato dagli splendidi esterni che mostrano i protagonisti sulla scena dei migliori scorci parigini, romani e finanche newyorkesi.

Il film mostra alcune sequenze per l'epoca certamente ben riuscite e spettacolari con una sensibilità tanto cara al Cinema americano, ma non dimentica di connotare i personaggi, porre attenzione alla trama e alla giusta scansione degli eventi evitando di bruciare le tappe, come invece piace al Cinema europeo e a quello francese in particolare. Un perfetto compromesso tra scuole diverse che si rivela un decisivo valore aggiunto per la pellicola.

Gabin. Delon. Ventura. Il Cinema francese di quegli anni aveva al suo arco certamente altri nomi celebri, Belmondo per citarne uno, ma credo che per un film di genere davvero non si potesse chiedere di più. Gabin è Vittorio Malanese, patriarca impassibile e deciso del clan dei siciliani, attende di chiudere ancora qualche buon colpo per comprare altre terre nella natia Sicilia. Al culmine di una carriera malavitosa in Francia che gli ha garantito benessere e sicurezza, nascosta dietro una facciata rispettabile, è ancora mosso da sentimenti di rivalsa verso il suo paese d'origine dal quale scappò in gioventù tra la miseria più nera. Delon è Roger Sartet, appena evaso grazie alla famiglia dei Malanese, giovane dal grilletto facile e personalità imp(r)udente, è l'uomo con l'occasione giusta, alla ricerca di un'organizzazione capace di sostenerlo (e perché no, anche di una donna). Ventura è l'antagonista, il commissario Le Goff, quello che non molla e che della cattura di Sartet ne fa ormai una questione personale.


Ottimo film proveniente da un'altra epoca, se non si può considerare un capolavoro all'altezza di film come I senza nome per esempio, Il clan dei siciliani assolve in maniera egregia al compito di intrattenere al meglio lo spettatore con una storia appassionante, parecchie sequenze davvero ben riuscite e sfruttando il talento di attori perfetti, volti senza un'espressione fuori posto, una battuta scialba o un gesto di troppo.

Alle musiche il maestro Morricone che una volta di più contribuisce con la sua arte alla buona riuscita di un progetto, il soggetto è di Auguste Le Breton, scrittore che con il suo libro d'esordio (Rififi, 1953) diede vita al romanzo malavitoso francese, libro che per altro mi sento di consigliare vivamente a tutti. Insomma, se non era un successo annunciato questo...

sabato 5 agosto 2017

CLERKS - COMMESSI

(Clerks di Kevin Smith, 1994)

Ancora oggi, a ventitré anni dal suo esordio cinematografico, Kevin Smith viene idealmente associato al Cinema indipendente degli esordi e viene apprezzato dai più informati per le sue sortite in qualità di sceneggiatore nel mondo del fumetto, mezzo artistico amatissimo da Smith (ottimo ad esempio il suo ciclo su Daredevil conosciuto come Diavolo custode).

Clerks è il primo film girato dal regista, realizzato in bianco e nero con meno di trentamila dollari metà dei quali usati per acquisire i diritti per l'utilizzo dei brani in colonna sonora (soldi racimolati vendendo la sua mastodontica collezione di fumetti, impiegando i risparmi destinati agli studi e attingendo a svariate altre fonti), la pellicola si rivelerà nel tempo un vero e proprio cult che permise al regista di incassare più di 3 milioni di dollari, aprire la sua casa di produzione View Askew Production e dar vita al View Askewniverse, universo narrativo all'interno del quale ciondolano i personaggi creati via via da Smith nel corso di alcuni dei suoi film. Non male per un semplice commesso impiegato al Quick Stop Groceries di Middletown, New Jersey.

Si dice che per creare una buona opera di finzione si debba scrivere di quel che si conosce, così Smith gira e ambienta il suo film all'interno del Quick Stop, i protagonisti sono dei commessi come lui e la varia umanità che circola all'interno e fuori dal negozio. Dante (Brian O'Halloran) è il commesso dal carattere remissivo del Quick Stop, alla porta accanto lavora il suo amico Randal (Jeff Anderson), impiegato in un negozio di videonoleggio. Fuori dal negozio, tra l'andirivieni dei clienti, sostano i due piccoli spacciatori Jay (Jason Mewes) e Silent Bob (lo stesso Kevin Smith), Clerks racconta la giornata di questi personaggi tutto sommato campioni dell'ordinario, le loro fisse, i loro discorsi ma soprattutto la loro stralunata quotidianità.

Randal e Dante

Quello che colpisce di Clerks è l'approccio realistico e allo stesso tempo demente di raccontare ragazzi comuni, con lavori noiosi, ingabbiati in realtà quotidiane che appagano solo quando si riesce finalmente ad accettare quello che si è e quello che la vita ci offre, ad andare oltre il miraggio di vite di successo e lavori importanti che in fondo non fanno altro che trasformare un comune coglione in un comune coglione con il portafogli pieno. Dante è quello insoddisfatto di tutto ma che non ha il coraggio (e forse neanche vero interesse) di dare una svolta decisa alla sua vita, subisce le prepotenze di un titolare invisibile ed è indeciso anche nelle relazioni sentimentali, in bilico tra l'attuale fidanzata Veronica (Marilyn Ghigliotti), compagna premurosa ed ex suchiacazzi da competizione, e il ritorno di fiamma per la ragazza del liceo Caitlin (Lisa Spoonhauer), destinata a sposare un architetto asiatico. Randal invece se ne frega di tutto, se ne frega del negozio, dei clienti, di quel che pensa la gente e alla fine è lui ad aver trovato una sorta di equilibrio con sé stesso. Jay parla anche troppo, Silent Bob sta zitto ma è a lui che si deve la grande verità della pellicola: "da' retta, il mondo è pieno di belle donne, ma non tutte ti portano le lasagne al lavoro, più che altro ti fanno le corna e basta".


Lo stile di Smith regista è ancora povero, è nei dialoghi che viene fuori il genio di pellicole come questa, zeppa dall'inizio alla fine del più volgare turpiloquio ma priva di reali scene violente o disturbanti. Il linguaggio di Randal e di Jay sembra uscito dalla bocca dei migliori tamarri di periferia, i dialoghi tra i personaggi sono al limite tra ridicolo e surreale (pensiamo a quello sull'opportunità di far saltare per aria la Morte Nera in Star Wars con tutto il personale autonomo che ci lavorava dentro), alcune situazioni non sono da meno. È una commedia che non manca di far ridere Clerks, al tempo della sua uscita sfoggiava un piglio fresco e abbastanza nuovo, tanto da valergli anche un premio della critica al Festival di Cannes. La suddivisione in brevi capitoli funziona, la passerella di clienti fuori di testa anche, bisogna sopportare bene le volgarità, a questa condizione con l'esordio di Kevin Smith ci si può divertire davvero parecchio.

Come dicevamo il film è diventato un cult, ha incassato bene e Kevin Smith è riuscito con i soldi guadagnati a ricomprarsi l'intera sua collezione di fumetti. Meno male, avevamo temuto per il peggio.

Jay e Silent Bob

venerdì 4 agosto 2017

SPIDER-MAN: HOMECOMING

(di Jon Watts, 2017)

Lo Spider-Man, come dicono nel film, torna a casa, più che altro metaforicamente con il rientro del personaggio all'interno del Marvel Cinematic Universe grazie all'accordo stipulato tra Sony Pictures (detentrice dei diritti di sfruttamento cinematografico del personaggio) e i Marvel Studios, mossa intelligente che ha accontentato pressoché tutti i fan e che in soldoni si tradurrà in lauti guadagni sia per Sony che per la Marvel, insomma... contenti tutti.

Ancora una volta i creativi di casa Marvel fanno centro (tigrotto), rebootano il personaggio presentando un Peter Parker davvero giovane grazie al volto perfetto per il ruolo di Tom Holland (ventenne) esplorando più che il classico motto da grandi poteri derivano grandi responsabilità (comunque giustamente presente), la crescita di un ragazzo in un'età già di per sé difficile che si trova a dover fare i conti con superpoteri, la ragazza dei sogni, le prese in giro dei coetanei, la zia apprensiva (ma sexy), l'amico chiacchierone, la gestione della doppia identità, l'ansia da prestazione (supereroica), brutte sorprese, Tony Stark (Robert Downey Jr) e altro ancora. Roba da far andare ai matti chiunque.

L'approccio è molto fresco e divertente, tutto l'impianto scolastico con tanto di compagni e lezioni, insieme agli sforzi per tenere nascosta la propria identità (ma che cazz...), ricordano molto lo Spider-Man di Lee e Ditko, ripulito forse da qualche angoscia e qualche senso di colpa di troppo, ripescando anche alcuni dei villain più classici creati sulle pagine di Amazing Spider-Man come L'Avvoltoio (Michael Keaton), Shocker (Bookem Woodbine e Logan Marshall-Greene), il Riparatore (Michael Chernus) e in nuce lo Scorpione (Michael Mando) che probabilmente rivedremo in un prossimo futuro. Lo spirito del personaggio c'è tutto, se si vuole avanzare una critica, critica da Marvel fan di vecchissima data, si potrebbe obiettare che il rimescolamento del politically correct per accontentare tutte le razze e minoranze, oltre ad essere pratica ormai sdoganata e d'uso comune, ad altro non serve che a snaturare un poco personaggi che, se poco approfonditi come nel caso di Flash Thompson (Tony Revolori) ad esempio, grazie a una scarsa attinenza all'originale finiscono per non attecchire nel cuore dei vecchi fan della saga (ma sappiamo anche che ormai non sono più solo loro il target da accontentare). A ogni modo questa è una pratica che a me personalmente non piace (con alcune dovute eccezioni).


Allo stesso modo avevo preferito la scelta di Raimi di presentare una Zia May simile a quella dei fumetti, certo la Marisa Tomei è sicuramente una visione più appagante rispetto all'attempata Rosemary Harris, anagraficamente anche più plausibile se vogliamo, ma la Zia May sexy anche no.

Lamentele sterili a parte Homecoming è un bel film, divertente, perfetto anche per pre-adolescenti e in genere per i bambini, integrato perfettamente nel MCU grazie alla trovata geniale di riassumere gli eventi di Civil War (primo film dei Marvel Studios dove appare questo Spider-Man) attraverso un filmino amatoriale girato dallo stesso Peter che a tutti gli effetti fa la figura del ragazzino nerd sfigato ma entusiasta, precipitato in un mondo fighissimo molto più grande di lui, attitudine giusta che resta viva per tutta la durata del film.

Almeno un buon colpo di scena ben assestato, tanta azione, un costumino che se per tutta la tecnologia di cui è dotato non ci piace, visivamente (piedi a parte) cattura il look primigenio dell'eroe, qui troppo hi-tech ma dal giusto impatto visivo. Una bella prova per Jon Watts al quale forse non si poteva chiedere di più se non di avere un occhio maggiormente rivolto al classico, ma davvero va bene così in attesa del prossimo Thor, unico personaggio nel MCU ad avermi finora convinto davvero poco.

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