mercoledì 18 febbraio 2026

SIRÂT

(di Óliver Laxe, 2025)

Il lavoro del regista spagnolo Óliver Laxe era, per chi scrive, fino a oggi del tutto sconosciuto; è stata quindi ancor più marcata la sorpresa nel trovarsi di fronte a un’opera così potente come Sirât, realizzata da un autore a me ignoto, nonostante Laxe vanti una filmografia già solida, composta da tre lungometraggi e un corto, alcuni dei quali approdati anche alla distribuzione italiana. Presentato nel 2025 alla settantottesima edizione del Festival di Cannes, dove vince il Premio della Giuria, il film consolida il profilo internazionale di Laxe e si inserisce in un percorso autoriale maturato tra Spagna, Francia e Marocco, territori che hanno spesso attraversato — geograficamente e simbolicamente — il suo cinema. Regista non ancora pienamente affermato ma sicuramente da tenere d’occhio nel panorama europeo contemporaneo, Laxe pare aver costruito negli anni un’identità artistica lontana dalle logiche produttive più industriali, privilegiando un rapporto diretto con i luoghi, con le comunità e con una dimensione quasi ascetica dell’immagine. In questo quadro, Sirât arriva come tappa ulteriore di un cammino già riconoscibile nelle sue coordinate essenziali, ma capace di ampliare risonanza e ambizione produttiva, confermando l’attenzione crescente che la critica internazionale sta dedicando al suo autore, tendenza più che giustificata se dovessimo valutarne il percorso sulla base di quest’ultimo film.

Nel deserto del Marocco si fanno i preparativi per un rave memorabile: impianti audio stagliati contro il rosso orizzonte roccioso, veicoli su veicoli di ravers che si assemblano per l’evento imminente e poi la folla festante composta dalla più varia umanità. Tra questi giovani alternativi si aggira una strana coppia composta da un padre di mezza età, un po’ bolso, Luis (Sergi López), e dal suo giovane figlio Esteban (Bruno Núñez Arjona). I due non sono lì per la musica, stanno infatti cercando Mar, figlia di Luis e sorella di Esteban, una ragazza che non vedono ormai da mesi e che sanno poter essersi recata al rave. Purtroppo la ricerca dei due non porta i frutti sperati; l’esercito marocchino interviene per far sgombrare l’area. È proprio in quel momento che padre e figlio, seguendo l’esempio di un gruppo esiguo di ravers, disobbediscono agli ordini dei militari e si inoltrano nuovamente verso il deserto. Lo scopo del gruppo è quello di raggiungere un nuovo rave, questa volta l’appuntamento è in Mauritania. Per Luis ed Esteban sembra l’ultima possibilità per ritrovare Mar. Insieme a un gruppo eterogeneo di ravers, Bigui (Richard Bellamy), Stef (Stefania Gadda), Josh (Joshua Liam Henderson), Tonin (Tonin Janvier) e Jade (Jade Oukid), i due intraprendono un lungo e pericoloso viaggio attraverso il deserto.

Sirât è uno di quegli oggetti non identificati e poco catalogabili che fanno bene al cinema, una visione laterale e altra dalle vie consuete della settima arte che non possono che arricchire il percorso di ogni appassionato. Si fatica a dire cos’è davvero Sirât. Un road movie? Di base sì, certamente, eppure il percorso di maturazione è tutt’altro che semplice o scontato. Un thriller? La tensione c’è, tantissima, ma forse è altro ancora. Un film di genere? Quale? È un’esperienza, e come tale va presa. È necessario immergersi nel film di Laxe, entrare con lui in questo immenso deserto, vibrare all’unisono con le frequenze basse e con l’eccezionale lavoro sul suono e sulle musiche di Kangding Ray, farsi incantare dai laser proiettati sul fianco della montagna, dal riverbero degli amplificatori, viaggiare in questo territorio nel quale (forse) si preparano operazioni di guerra insieme a un gruppo di marginali, menomati, appartenenti a una cultura alternativa e vivissima. Attraversare il Sirât. Per la religione islamica Al-Sirāt è il ponte sopra l’Inferno che si deve attraversare dopo la morte nel Giorno del Giudizio. È un viaggio da compiere insieme alle proprie ferite quello di Sirât, quelle interiori di Luis, quelle del corpo di Bigui e Tonin, da affrontare insieme a un cast semplicemente perfetto nelle loro imperfezioni (composto da molti non professionisti), un movimento metafisico che assesta allo spettatore diversi colpi bassi inaspettati (almeno i primi). È un racconto di rara potenza, acuita dallo scenario desertico che facilmente veicola corpi estranei (pensiamo al Gerry di Van Sant) nel calderone ampio della settima arte. Inafferrabile, densissimo, duro, prezioso.

venerdì 13 febbraio 2026

PINOCCHIO

(di Matteo Garrone, 2019)

Partiamo da una considerazione puramente personale. Sinceramente, di dedicarmi all’ennesima opera ispirata al Pinocchio di Collodi, io, non ne avevo nessuna voglia. A dimostrarlo il fatto di aver “preso in mano” il film di Garrone a circa sette anni dalla sua uscita e di non essermi ancora avvicinato al Pinocchio interpretato e diretto da Roberto Benigni (2002), né a quello realizzato da Guillermo del Toro (2022, ma prima o poi rimedierò), tanto meno a quello di Zemeckis (ancora 2022) o ai vari Pinocchio 3000 (2004) e via discorrendo. Di Pinocchio è saturo il mondo (e non solo), non è raro imbattersi ancora, su qualche bancarella o nei mercatini dell’usato, in quell’onnipresente pupazzo in gomma della Ledra che tra i Settanta e gli Ottanta del secolo scorso faceva bella mostra di sé in tutte le case degli italiani, compresa la mia. Cappello verde, naso puntuto volto all’insù, giacchino rosso con fiocco verde a fare pendant con il berretto, i chiodi alle ginocchia, scarpine nere, avete presente? Questo per dire che di Pinocchio anche basta magari. Però Garrone… però Garrone rimane pur sempre uno dei registi italiani più interessanti degli ultimi decenni, inoltre il regista romano ha già dimostrato di saper maneggiare la materia del racconto fiabesco, fantastico, con la sua interpretazione de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, da Garrone trasposto ne Il racconto dei racconti, film datato 2015.

Come già fatto per Il racconto dei racconti, Garrone approccia il testo di Collodi con rispetto filologico e amore per l’opera, il suo Pinocchio infatti non riserva particolari sorprese sotto il punto di vista narrativo, né nella costruzione o nella sequenza degli eventi, nemmeno in fase di montaggio dove tutto è asservito a un classicismo che non ha nessuna intenzione di reinterpretare o stravolgere in alcun modo questo classico della nostra letteratura. Tutto è quindi prevedibile, lineare, adeso a una storia nota alla maggior parte degli italiani. Garrone però riesce a trovare l’equilibrio giusto che tiene insieme una storia che è pur vero essere arcinota, ma che qui risulta piacevole e mai noiosa, in parte grazie al lavoro del comparto tecnico del quale parleremo tra poco, in parte grazie a una superba scelta e direzione di un gruppo di attori che mette in scena personaggi e creature fantastiche con una grazia non sempre riscontrabile in un cast numeroso come questo. Tra le scelte più interessanti e che più pagano tra quelle effettuate da Garrone per la messa in scena del suo Pinocchio, c’è indubbiamente quella di non fare largo uso degli effetti speciali in CGI, ma di appoggiarsi all’utilizzo del trucco prostetico, capace di donare una dimensione più artigianale all’intero film, realizzato con superba maestria dal truccatore inglese Mark Coulier e dai suoi collaboratori. 

La viscida materialità della bava della Lumaca (Maria Pia Timo), l’aspetto legnoso del piccolo Pinocchio (Federico Ielapi), i costumi e il trucco dell’infimo duo formato dal Gatto (Rocco Papaleo) e dalla Volpe (Massimo Ceccherini, anche sceneggiatore); e ancora la resa visiva di creature dal volto umano come il Tonno (Maurizio Lombardi) o quella delle marionette, finanche esseri mostruosi come il pescecane, tutto contribuisce a dare al film un contesto visuale di altissima qualità, contesto impreziosito dalla scelta delle location e dalla figura di un Geppetto interpretato da Roberto Benigni capace qui di mettere da parte il suo abituale istrionismo (a volte finanche fastidioso) per trovare la giusta misura nell’interpretazione di un babbo povero ma molto amorevole. Pur alla portata di tutti, non manca in Pinocchio un tocco più oscuro, come nella scena dell’impiccagione del burattino da parte del Gatto e della Volpe, un’oscurità ben bilanciata dalla salvifica presenza della Fata Turchina da Garrone ritratta bambina (Alida Baldari Calabria) e adulta (Marine Vacth), uno dei pochi tocchi d’originalità che il regista si concede. Il risultato è un Pinocchio che, pur fedele e classicista, sa sorprendere e catturare lo spettatore attraverso materia, atmosfera e misura narrativa, riuscendo a non annoiare mai pur raccontandoci una storia che più o meno conosciamo già tutti a menadito.

domenica 8 febbraio 2026

DIE MY LOVE

(di Lynne Ramsay, 2025)

Non sono ancora moltissimi i film che pongono come tema principale la condizione femminile, che muta in maniera anche violenta, in seguito all’insorgere di una depressione post-partum. Certo non sono mancati, in anni recenti, alcuni episodi di finzione o anche documentaristici a riflettere su questo tema piuttosto spinoso; sulla stessa scia e ampliandone visibilità e impatto emotivo, arriva ora anche questo Die my love, ultima opera in ordine di tempo della regista di origine scozzese Lynne Ramsay, una donna che di maternità si era già occupata con uno dei suoi film precedenti (… e ora parliamo di Kevin con protagonista Tilda Swinton) e che ora torna a farlo avvalendosi della preziosa collaborazione dell’attrice Jennifer Lawrence, all’epoca delle riprese incinta del suo secondo figlio e già interprete in un connotante ruolo di madre proprio in Madre! di Darren Aronofsky. Con soli cinque lungometraggi realizzati in un arco temporale di circa venticinque anni, Lynne Ramsay torna sugli schermi adattando il libro Matate, amor della scrittrice argentina Ariana Harwicz, in Italia tradotto con il titolo Ammazzati amore mio, forse un poco fuorviante ma che ben sottolinea la natura forte dei rapporti personali tra i due protagonisti, una donna e un uomo che vedono mutare il loro rapporto e la vita in comune in seguito all’arrivo del loro primo figlio.

Grace (Jennifer Lawrence) e Jackson (Robert Pattinson) sono una coppia in attesa del loro primo figlio. I due si trasferiscono dalla città nella casa di provincia nel Montana che Jackson ha ereditato da uno zio morto suicida. Il posto è un poco isolato, tranquillo, immerso nella natura. Jackson suona in una band ma sarà costretto a iniziare un lavoro manuale che lo tiene lontano da casa per tutto il giorno, in fondo c’è da mantenere un bambino, i soldi sono necessari. Grace è un’aspirante scrittrice e la tranquillità della nuova casa, in realtà abbastanza malmessa, dovrebbe consentirle di riuscire a comporre quel “grande romanzo americano” che la giovane pare inseguire con una certa ambizione. Dopo la nascita del bambino però i sogni di tutti sembrano infrangersi: Grace cade in una depressione molto profonda e, oltre a non scrivere neanche mezzo rigo, inizia a tenere comportamenti sempre più estremi e bizzarri, preoccupanti per Jackson e per sua madre Pam (Sissy Spaceck), una donna che le tenta tutte, pur non avendone gli strumenti, per aiutare la giovane e bella nuora. Tra gelosie, cali del desiderio da parte di lui, probabili tradimenti, tentazioni di prossimità e una socialità sempre più difficile e artefatta, la coppia sembra cedere e cadere come un castello di carte sotto il peso di un infante incolpevole e tutto sommato affatto problematico.

Die my love di Lynne Ramsay è un film molto “materico”, la regista rimane molto vicina ai suoi attori, riempie gli spazi con i loro corpi, quello della Lawrence naturalmente imperfetto e totalmente esposto, quello di Pattinson più nervoso, satura la casa di desiderio prima, di disagio poi, ben espresso da un contesto malmesso e disordinato che rispecchia la deriva progressiva che si sviluppa nella testa della bellissima Grace che, poco a poco, di “grazia” ne mostrerà sempre meno, a sé stessa e a tutti quelli che le stanno attorno (e sono pochi in realtà, forse uno dei problemi della giovane donna). Ottima interpretazione della Lawrence che oscura il suo compagno in un misto di sensualità esibita e follia incontrollabile, a tenerle testa solo una Sissy Spaceck che già in passato ha dimostrato di reggere bene al passare degli anni (vedere l’ottima prova in Old man and the gun con Redford). La situazione di disagio della protagonista, che mette in scena un tema universale e nodale per molte donne, è resa ancor più claustrofobica dalla scelta della Ramsay di adoperare il formato in 4/3, a restringere ancor di più spazi fisici e mentali, spesso espressi in una profondità di campo ingannevole, così come lo è l’apparente libertà data da una natura sconfinata, per ossimoro opprimente. La struttura narrativa non è perfettamente lineare, le immagini con una certa dose di ambiguità tra reale e simbolico si affastellano l’una sull’altra (il cavallo nero, l’incendio), le immagini soverchiano i dialoghi e il senso in un film in cui il tema è il centro, la situazione è contorno, la tenuta è labile e rischia di spiazzare (o anche irritare) parte del suo pubblico. Con un interessante lavoro di messa in quadro la regista scozzese mostra un elemento di disturbo, dai connotati quasi white trash, in un contesto di vicinato impettito composto da diverse donne, tutte madri, incapaci di comprendere e aiutare una Grace in evidente difficoltà, una donna ormai sulla soglia del respingente a causa dei suoi ripetuti comportamenti che arrivano all’autolesionismo, sottolineati da una musica invadente e da dettagli minimi ma forti, come quel figlio senza nome, o quell’inchiostro che si perde nel latte materno fuoriuscito dai seni gonfi di una donna gravida. Scelte coraggiose quelle della Ramsay, per un film affatto semplice da apprezzare e che richiede una dose di trasporto e di empatia, se non per i suoi personaggi, almeno per un tema al quale è necessario porre la dovuta attenzione.

lunedì 2 febbraio 2026

MINE

(di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, 2016)

Sono passati ormai una decina d’anni dall’uscita di Mine, produzione internazionale finanziata con capitali provenienti da Stati Uniti, Italia e Spagna, eppure a oggi non sono molti i tentativi coraggiosi come questo di esplorare i generi da parte di autori italiani. I due registi, Fabio Guaglione e Fabio Resinaro (in arte Fabio&Fabio), milanesi di nascita, hanno alle spalle diverse esperienze nella direzione di cortometraggi e videoclip musicali, così come nella produzione e nella cura delle sceneggiature dei loro lavori. Con Mine i due registi guardano più al cinema d’oltreoceano che non alla nostra tradizione, tentando di ibridare un thriller dai chiari aspetti tensivi con il war movie e con lo scavo psicologico sui personaggi — sul personaggio in realtà — e sul loro portato, destinato inevitabilmente a influenzarne i comportamenti presenti. In un panorama nel quale la proposta preponderante è quella della “commedia media”, al di là del risultato finale sicuramente perfettibile, Mine è da annoverare tra la ristretta schiera di quei film che almeno ci hanno provato e che, a conti fatti, non se la sono cavata poi così male. Il film ha ricevuto tendenzialmente critiche negative, soprattutto fuori dai nostri confini, sentenze tutto sommato ingenerose per un esordio nel lungometraggio che comunque non manca di proporre soluzioni interessanti, alcune delle quali anche parecchio riuscite.

Deserto del Nord Africa. Due marines statunitensi, Mike (Armie Hammer) e Tommy (Tom Cullen), devono portare a termine una missione, un assassinio in realtà, che però fallisce a causa dei tentennamenti e degli scrupoli morali di Mike. Costretti a inoltrarsi nel deserto senza l’appoggio dei loro commilitoni, i due finiscono inavvertitamente in territorio minato. Mentre Tommy ha la peggio fin da subito, Mike rimane bloccato con un piede su una mina ormai innescata, impossibilitato a compiere anche un solo passo per il timore di saltare in aria. A causa di uno scontro a fuoco che tiene il resto della squadra impegnata altrove, e in vista dell’arrivo imminente di una tempesta di sabbia sulla zona, Mike potrà essere recuperato solo dopo un paio di giorni, due giorni e due notti da incubo durante i quali, immobilizzato, dovrà affrontare la tempesta, il sole implacabile, la disidratazione, le presenze animali che emergono nel deserto notturno, ma soprattutto i propri demoni interiori e l’ironia di un peculiare berbero, Muhammad (Clint Dyer), figura costantemente in bilico tra l’incoraggiamento alla resistenza e la canzonatura. È in questa condizione estrema, sospesa tra immobilità fisica e conflitto interiore, che il film concentra il proprio discorso sul dramma psicologico del protagonista, trasformando l’attesa in un vero e proprio campo di battaglia emotivo.

Il film Mine di Resinaro e Guaglione si regge su (almeno) due anime. La prima è quella del film calato in uno scenario pseudo bellico (di grandi battaglie non ne vediamo) capace di giocare molto bene con la costruzione della tensione che si acuisce nel momento in cui Mike poggia il suo piede su quella maledetta mina. La seconda è quella che scava nel passato del protagonista, nei suoi demoni interiori rendendo tutta la situazione relativa all’impossibilità dell’uomo di compiere ulteriori passi una chiara metafora della condizione di un uomo bloccato nella vita dai suoi traumi mai superati che affondano le radici nei tempi della sua infanzia. Alla fine, seppur lecito, (bisognava pur riempire i tempi di un lungometraggio), l’espediente della metafora è fin troppo didascalico e scoperto, diciamo che in sede di sceneggiatura i due registi non hanno proprio lavorato di fino, c’è però da dire che la tensione, all’interno di una struttura narrativa davvero rischiosa, tiene bene per l’intera durata del film donando a Mine un suo perché, a dispetto anche di ulteriori ingenuità. Tra queste quella abbastanza scontata del soldato umano che manda a monte una missione per non rovinare un matrimonio (elemento che in qualche modo ritorna nel finale), oppure la gestione del personaggio di Tommy, un soldato da cui ci si aspetterebbe un minimo di acume e attenzione in più rispetto a quelli mostrati dal personaggio. Interessante, anche se a tratti irritante, la figura del berbero, una sorta di coscienza, di moto interiore, una figura che potrebbe essere reale come no, una scintilla indisciplinata che spinge Mike, ancora una volta metaforicamente, a fare il classico “one step beyond” di madnessiana memoria. Nel mezzo ci sono poi i ricordi gestiti in flashback, le varie minacce che fanno tentennare Mike ma che allo stesso tempo lo rinforzano, la contrapposizione tra due tipi di pensiero diversi e l’insinuazione che, forse, i problemi che noi ci creiamo sono spesso fondati sul nulla. Tra simbolismi un poco “facili” e un comparto tecnico realmente ben curato (montaggio, fotografia), Mine riesce a tener desta l’attenzione su uno scenario che rischiava di diventar presto molto noioso. Pericolo scampato grazie alla perizia dei due registi, critiche al film tutto sommato parecchio ingenerose.

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