venerdì 13 febbraio 2026

PINOCCHIO

(di Matteo Garrone, 2019)

Partiamo da una considerazione puramente personale. Sinceramente, di dedicarmi all’ennesima opera ispirata al Pinocchio di Collodi, io, non ne avevo nessuna voglia. A dimostrarlo il fatto di aver “preso in mano” il film di Garrone a circa sette anni dalla sua uscita e di non essermi ancora avvicinato al Pinocchio interpretato e diretto da Roberto Benigni (2002), né a quello realizzato da Guillermo del Toro (2022, ma prima o poi rimedierò), tanto meno a quello di Zemeckis (ancora 2022) o ai vari Pinocchio 3000 (2004) e via discorrendo. Di Pinocchio è saturo il mondo (e non solo), non è raro imbattersi ancora, su qualche bancarella o nei mercatini dell’usato, in quell’onnipresente pupazzo in gomma della Ledra che tra i Settanta e gli Ottanta del secolo scorso faceva bella mostra di sé in tutte le case degli italiani, compresa la mia. Cappello verde, naso puntuto volto all’insù, giacchino rosso con fiocco verde a fare pendant con il berretto, i chiodi alle ginocchia, scarpine nere, avete presente? Questo per dire che di Pinocchio anche basta magari. Però Garrone… però Garrone rimane pur sempre uno dei registi italiani più interessanti degli ultimi decenni, inoltre il regista romano ha già dimostrato di saper maneggiare la materia del racconto fiabesco, fantastico, con la sua interpretazione de Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, da Garrone trasposto ne Il racconto dei racconti, film datato 2015.

Come già fatto per Il racconto dei racconti, Garrone approccia il testo di Collodi con rispetto filologico e amore per l’opera, il suo Pinocchio infatti non riserva particolari sorprese sotto il punto di vista narrativo, né nella costruzione o nella sequenza degli eventi, nemmeno in fase di montaggio dove tutto è asservito a un classicismo che non ha nessuna intenzione di reinterpretare o stravolgere in alcun modo questo classico della nostra letteratura. Tutto è quindi prevedibile, lineare, adeso a una storia nota alla maggior parte degli italiani. Garrone però riesce a trovare l’equilibrio giusto che tiene insieme una storia che è pur vero essere arcinota, ma che qui risulta piacevole e mai noiosa, in parte grazie al lavoro del comparto tecnico del quale parleremo tra poco, in parte grazie a una superba scelta e direzione di un gruppo di attori che mette in scena personaggi e creature fantastiche con una grazia non sempre riscontrabile in un cast numeroso come questo. Tra le scelte più interessanti e che più pagano tra quelle effettuate da Garrone per la messa in scena del suo Pinocchio, c’è indubbiamente quella di non fare largo uso degli effetti speciali in CGI, ma di appoggiarsi all’utilizzo del trucco prostetico, capace di donare una dimensione più artigianale all’intero film, realizzato con superba maestria dal truccatore inglese Mark Coulier e dai suoi collaboratori. 

La viscida materialità della bava della Lumaca (Maria Pia Timo), l’aspetto legnoso del piccolo Pinocchio (Federico Ielapi), i costumi e il trucco dell’infimo duo formato dal Gatto (Rocco Papaleo) e dalla Volpe (Massimo Ceccherini, anche sceneggiatore); e ancora la resa visiva di creature dal volto umano come il Tonno (Maurizio Lombardi) o quella delle marionette, finanche esseri mostruosi come il pescecane, tutto contribuisce a dare al film un contesto visuale di altissima qualità, contesto impreziosito dalla scelta delle location e dalla figura di un Geppetto interpretato da Roberto Benigni capace qui di mettere da parte il suo abituale istrionismo (a volte finanche fastidioso) per trovare la giusta misura nell’interpretazione di un babbo povero ma molto amorevole. Pur alla portata di tutti, non manca in Pinocchio un tocco più oscuro, come nella scena dell’impiccagione del burattino da parte del Gatto e della Volpe, un’oscurità ben bilanciata dalla salvifica presenza della Fata Turchina da Garrone ritratta bambina (Alida Baldari Calabria) e adulta (Marine Vacth), uno dei pochi tocchi d’originalità che il regista si concede. Il risultato è un Pinocchio che, pur fedele e classicista, sa sorprendere e catturare lo spettatore attraverso materia, atmosfera e misura narrativa, riuscendo a non annoiare mai pur raccontandoci una storia che più o meno conosciamo già tutti a menadito.

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