lunedì 31 gennaio 2011

MUSIC BOX 3

I gusti musicali, si sa, sono cosa personale.

A volte andare a toccare l'artista/gruppo preferito di qualcuno equivale a scottarsi.

Tra gli appassionati si crea del campanilismo, il rock è meglio del pop no guarda che l'elettronica è più avanti ma se quelli non sanno neanche come si tiene uno strumento in mano si ma tu sei vecchio sei fermo agli anni '70 e quelle non sono voci sono rutti e per fortuna c'è Lady Gaga e discussioni (certamente più approfondite) del genere.

Insomma perchè questo preambolo? Perchè anche io sono così, mi piace punzecchiare chi ascolta cose che a me non piacciono e che ritengo spesso e volentieri puro sterco essiccato. Sono, con le dovute cautele, un razzista musicale. se non si esagera è anche divertente esserlo, provate, ne usciranno dibattiti quantomeno curiosi.

Sempre più spesso realizzo quanto il detto "non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace" trovi pratica applicazione anche nel campo delle preferenze musicali.
Di recente ho scoperto che anche tra persone esperte di musica c'è chi considera i Queen, gruppo per me grandissimo, una band più o meno insignificante.

Con questo post tenterò di attirare su di me le ire di spiriti a me affini per quel che riguarda la passione musicale, nel mio caso molto rock-oriented.

Sì, perchè dopo Pearl Jam e Queen, gruppi che a prescindere dai gusti personali godono almeno di un generale rispetto, voglio dedicare questo terzo appuntamento di Music box agli Oasis.

Nelle due estati consecutive degli anni 1996 e 1997 affrontai i due viaggi che ancora rimangono nei miei ricordi come i più belli e significativi di sempre.

A fine 1995 usciva l'album What's the story (Morning glory) che nell'estate successiva era ancora in heavy rotation su tutte le radio europee (almeno lo era in Italia e in U.K.).

Allora mi trovavo in Irlanda dove sembrava davvero esserci una sorta di Oasismania, i loro pezzi si sentivano dappertutto. Wonderwall, Morning glory, Don't look back in anger, Champagne supernova uscivano dalle radio, dalle chitarre degli artisti da strada, dai pub. In quel di Cork incontrammo anche orde di ragazzi diretti a un concerto della band e ci facemmo sfuggire l'occasione di vedere il gruppo dal vivo a un prezzo più che accettabile.

Proprio nell'estate del 1997, anticipato dal singolo Stand by me, gli Oasis diedero alle stampe Be here now.

Ancora U.K., dopo alcuni giorni a Londra, rotta verso la Scozia. Era il primo viaggio con la ragazza che sarebbe poi diventata mia moglie (e che voi conoscete come La Citata). Un'esperienza bellissima e la musica di sottofondo era sempre quella, ancora Oasis all'apice della loro fama.

Non essendo io mai stato affetto da romanticismo, ci pensò mia moglie a eleggere proprio Stand by me al rango di nostra canzone. In effetti in quelli che per noi ancora rimangono i giorni più belli questo pezzo era spesso presente.

Dal punto di vista puramente musicale i primi album degli Oasis (i primi 3 almeno) li ho sempre trovati molto riusciti. Niente di innovativo o rivoluzionario ma il buon Noel sapeva come scrivere un pezzo. Il gossip attorno ai fratelli Gallagher fungeva da cassa di risonanza e il gioco era fatto.

E anche l'ultimo Dig out your soul non l'ho trovato niente male.

Oasis - Stand by me. Anche il video mi è piaciuto da subito.



Made a meal and threw it up on Sunday
I've got a lot of things to learn
Said I would and I believe in one day
Before my heart starts to burn.

So whats the matter with you?
Sing me something new ... Don't you know
The cold and wind and rain don't know
They only seem to come and go, away

Times are hard when things have got no meaning
I've found a key upon the floor
Maybe you and I will not believe in the things we find behind the door

Stand By Me -- Nobody knows the way it's gonna be
Stand By Me -- Nobody knows the way it's gonna be
Stand By Me -- Nobody knows the way it's gonna be

If you're leaving will you take me with you
I'm tired of talking on my phone
But there is one thing I can never give you
My heart will never be your home

venerdì 28 gennaio 2011

DOCTOR WHO

Negli ultimi anni molte sono state le serie tv che mi hanno incuriosito. Anzi moltissime.
Quelle che sono riuscito a guardare purtroppo sono molto poche. Anzi pochissime.
A dire il vero l’unica serie della quale sono riuscito a seguire tutte le stagioni è stata Lost.
Flashforward è stata cancellata alla fine della prima annata, con Supernatural sono fermo alla prima stagione, a piccole dosi sto guardando i Soprano e devo ancora iniziare Boris e Life on Mars U.S., da tempo ferme ai nastri di partenza.
L’eccezione che conferma la regola è stata la serie Doctor Who. I 13 episodi che compongono la prima annata sono riuscito a divorarli in pochissimo tempo.

La serie del Doctor Who è nata nel 1963 grazie all’emittente inglese BBC ed è a oggi la serie fantascientifica più longeva della storia della televisione. Un unico stop, lungo vari anni a dire il vero, dal 1987 al 2005 anno durante il quale il Dottore torna sui piccoli schermi con lo stralunato e simpatico volto di Christopher Eccleston, il nono dottore.

Il nono sì, perchè il Dottore in caso di morte si rigenera tornando alla vita con un nuovo corpo.
La serie del 2005 dà il via all’epoca moderna del serial, un perfetto starting point per chi volesse appassionarsi alle gesta dello strampalato alieno.

Il Dottore (Doctor Who è solo il nome del serial, il Dottore è semplicemente The Doctor), è un alieno, ultimo sopravvissuto della sua specie, i Time-Lord.
Un viaggiatore del tempo, un avventuriero che si sposta appunto nel tempo e nello spazio grazie al Tardis, un’astronave che all’esterno ha la forma di una cabina telefonica della polizia londinese in uso negli anni ’50.

Giunto sulla Terra per sventare un’insurrezione maligna degli oggetti di plastica, il Dottore incontra Rose Tyler, una commessa londinese minacciata da manichini di plastica animati.
Durante questa prima avventura Rose ha il tempo di rimanere affascinata dal Dottore e dalla sua vita piena di avventura e mai ordinaria. Diventerà così co-protagonista dell’intera serie e seguirà il Dottore su mondi alieni, in epoche diverse e assisterà a eventi straordinari come l’ultimo giorno di vita del pianeta Terra.

La serie è divertente, immancabile appuntamento per gli estimatori della fantascienza ma non solo. La naturale simpatia di Eccleston, che purtroppo interpreterà il dottore solo per l’arco di una serie, rende il personaggio accattivante sin dalla prima puntata.
Billie Piper (Rose) è un’ottima spalla alla quale si affiancano spesso personaggi ricorrenti (la madre e il fidanzato) e nuovi characters come il Capitano Jack Harkness che darà vita allo spin-off Torchwood.
I toni sono prevalentemente scanzonati e, insieme agli effetti speciali che spesso hanno un sapore di genuino artigianato, donano ai vari episodi un sapore di divertimento puro.
In alcune puntate però i momenti più drammatici o commoventi non mancano.
Gli scontri con i Dalek, razza avversaria dei Time-Lord, sono protagonisti delle puntate migliori della serie nelle quali vedremo un Dottore in grandi difficoltà e provato emotivamente.

Una serie che consiglio vivamente, alla fine della quale non avremo più il nostro Dottore. Da quel che mi dicono i fan della serie e da quel che si legge in rete, con il decimo Dottore interpretato da David Tennant, la saga del Doctor Who farà un deciso salto in avanti. Questo non può che essere di consolazione per chi come me si era già affezionato a questo Dottore.

martedì 25 gennaio 2011

I LUPI NEI MURI

(The wolves in the walls, di Neil Gaiman e Dave McKeane, 2003)


Da un po' di tempo ho ricominciato a frequentare la biblioteca.
I libri solitamente li compro o me li faccio regalare. Avendo gusti ormai ben definiti o comunque almeno un interesse verso autori e generi di riferimento raramente butto via i soldi. L'ultimo caso in ordine di tempo, fortunatamente si parla di un libro acquistato al mercatino a 1 euro, è stato Il bar sotto il mare di Stefano Benni.
L'euro peggio speso di tutta la mia vita.

Comunque torniamo a noi.
Per i libri da leggere alla mia bambina, non conoscendo bene cosa offre il settore e non avendo la certezza della qualità dei libri scelti, ci appoggiamo alla biblioteca.

Laura si diverte ad andarci, a prendere i libri e a restituirli e a casa, prima di andare a dormire, nella più classica cornice familiare, leggiamo la storia.

Questo mese, dopo averla iniziata al fumetto con l'uscita del primo numero di Megamind, in biblioteca abbiamo trovato I lupi nei muri. Ovviamente letti i nomi degli autori la scelta è stata quasi obbligata.

Neil Gaiman è, per chi non lo conoscesse, autore di storie per ragazzi come Coraline e Il giorno che scambiai mio padre per due pesci rossi e di varie opere a fumetti tra le quali il pluriosannato Sandman.

Dave McKeane è semplicemente un grande artista, autore tra le altre cose di numerose cover di albi a fumetti comprese quelle della serie Sandman.


Lucy sente degli strani rumori provenienti dai muri della sua casa. Il fratello e i suoi genitori, poco inclini a credere alla storia, non danno retta a Lucy. Non le danno retta finché i lupi non usciranno dai muri.


Una favola per bambini dai risvolti leggermente inquietanti. Anche in questo caso, con poche parole, la prosa di Gaiman lascia il segno nella fantasia dei più piccoli. Sicuramente più alla portata dei bambini rispetto a Coraline, I lupi nei muri si rivela un'intrigante e veloce lettura.

Per le illustrazioni di McKeane non servono parole. Decisamente sopra la media dei prodotti rivolti ai bambini di questa fascia d'ètà (la mia ne ha 4 e più).

lunedì 24 gennaio 2011

VISIONI 9

Interessanti le opere proposte da Kevin T. Kelly che mischia le sue idee a spunti presi da fonti esterne. Un lavoro che parte dalla composizione dell'immagine e riserva grande attenzione all'aspetto cromatico più che al tratto.

Più che altro divertono i concetti dietro le opere.

Modern romance


No exit


Spatial dilemma

Spassosa anche la sequenza Everyone's a critic











venerdì 21 gennaio 2011

BACK TO THE PAST: 1969 PT. 4

Molti esperti di musica datano come nascita ufficiale del genere Progressive l'uscita del disco d'esordio dei King Crimson. In realtà i primi vagiti si possono recuperare già in precedenza. Robert Fripp e il suo Re Cremisi nel 1969 eseguono 21st century schizoid man ad Hyde Park. Un pezzo più diretto rispetto ai canoni propri del genere prog: una mistura di rock, jazz, classica, uso degli strumenti più svariati e lunghe suite.

In contraddizione partiamo però con la breve 21st century schizoid man.



A unire i The Family ai King Crimson, così come a molti gruppi progressive, l'origine inglese e la tendenza a numerosi cambi di formazione.
Come stile ci avviciniamo maggiormente ai canoni riconosciuti (anche se diventa molto difficile riconoscerli) del prog.



L'album Valentyne suite dei Colosseum contendente il titolo di primo album prog a In the court of the Crimson King. Valentyne suite è per l'appunto una suite che va decisamente oltre i canoni di durata di un normale brano rock. L'esecuzione di questo pezzo è un ottimo esempio di progressive-rock.



Mick Abrahams, lasciati i Jethro Tull di Ian Anderson, fonda i Blodwyn Pig gruppo che unisce rock, blues con forti innesti jazz andando a creare una miscela prog di grande fascino.



Andiamo a finire sul Jazz Rock dei Nucleus, altra band britannica. La scena inglese era assoluta padrona degli stilemi prog. I Nucleus propongono Song for the bearded lady.

giovedì 20 gennaio 2011

IL DUBBIO LETALE

(Grave doubt, di James Ellroy, 2000)

Il dubbio letale è un breve racconto di James Ellroy pubblicato in origine sulla versione americana della rivista GQEllroy prende spunto da una vicenda realmente accaduta, ne ripercorre i passi con il consueto stile secco e asciutto e ne porta a galla i dubbi che la circondano.

Un uomo bianco, in seguito a un tentativo di rapina nel parcheggio di un supermercato di Houston, viene colpito a morte da un colpo d’arma da fuoco. A impugnare l’arma un giovane nero. Il racconto prosegue come una sorta di cronaca dell’indagine successiva: testimonianze, rapporti, sospetti, vicoli ciechi, nuove piste. Dell’omicidio viene accusato il giovane Gary Graham. Segue il processo con relativa condanna a morte. In attesa dell’esecuzione della sentenza, il caso viene preso nuovamente in mano da due investigatori. Gli elementi sono pochi e contraddittori. A incriminare Graham un’unica testimonianza di peso.

Da qui il dubbio.

La Bibbia recita: (Libro del Deuteronomio, Capitolo 17, versetto 6) Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o di tre testimoni; non potrà essere messo a morte sulla deposizione di un solo testimonio.

Senza spendere troppe parole per quello che sembra un (molto) breve lavoro di routine per Ellroy, pubblicato in prima istanza come articolo, mi preme puntare l’attenzione sulle scelte editoriali italiane e nello specifico della casa editrice Bompiani.

La Bompiani è riuscita ad ottenere da questo articolo, usando un formato ridotto e un carattere decisamente grande, un libro che conta meno di 80 pagine. Un libro che ho letto in due giorni dedicando alla lettura neanche un ora al giorno. Il libro costa 6 euro. Io ho avuto la “fortuna” di acquistarlo su internet a 3 euro, ma questo è un altro discorso.
Sei euro per un articolo che negli States è stato raccolto insieme ad altri nel libro intitolato Destination: Morgue.

Bene, quest’ultimo libro è uscito anche qui da noi in Italia, epurato però dei racconti Grave doubt (pubblicato a parte da Bompiani come Il dubbio letale, 6 euro), Hot-Prowl Rape-O (pubblicato a parte da Bompiani come Scasso con stupro, 6,50 euro), Jungletown Jihad (pubblicato a parte da Bompiani con lo stesso titolo, 13 euro). Destination Morgue costa invece 8,50 comprende però tre racconti non presenti nell’edizione U.S.A. uno dei quali è però un recupero di un precedente taglio effettuato sulla raccolta Corpi da reato.

Per questa raccolta di racconti perchè la Bompiani deve farmi spendere la bellezza di 32 euro? Chi è che si prende la briga di fare certe scelte editoriali?
Per chiudere in bellezza cito il nome della collana che, alla luce dei fatti, ha il sapore di presa per il culo. La collana si chiama (scritto proprio così, minuscole/maiuscole comprese) asSaggi di narrativa Bompiani.


martedì 18 gennaio 2011

INDOVINA CHI? 13 - MUSIC EDITION

Tredicesimo appuntamento. Numero particolare, richiede un'edizione speciale. Essendo io, come anche parecchi amici che seguono il blog, discreti appassionati di musica ecco qui la Music Edition.

Non sto a spiegarvi che ovviamente i personaggi di questa manche vanno cercati in questo ambito. Alcuni sono molto facili, altri solo un pochino meno.

Per gli smemorati ecco le regole.

CLASSIFICA DOPO LA MANCHE 12
MICHY 39
URZ 37
LA CITATA 25
MORGANA 22
ZIO ROBBO 13
GABRY 8
LA 4
LUIGI 3
VIKTOR 3

1)

2)

3)

4)

5)

6)

7)

8)

9)

10)

lunedì 17 gennaio 2011

JOHN DOE

Questo articolo è stato scritto per il sito fumettidicarta (e relativo blog)

John Doe è morto. Evviva John Doe. Hanno cercato di toglierlo di mezzo ma lui è tornato, è ancora qui tra noi.
Provate voi a sbarazzarvi della morte o addirittura dello stesso creatore. Provateci e vedremo chi ne avrà la peggio.

Si parla di morte metaforica, morte editoriale. La serie del ragazzaccio, causa beghe gestionali dell’Eura di qualche mese addietro, rischiava la chiusura.
Rischiava ed è stata chiusa. Ma John non è un tipo accomodante, è egocentrico e arrogante, molto deciso sulle cose che a lui interessano.
Cazzo, qui si parlava della sua serie, delle sue pagine, della sua storia.
E delle sue auto, delle sue donne, dei suoi amici. Amici? Forse per quelli no, ma per le donne e le auto… che diamine!
Così il nostro si è adoperato per trasformare l’Eura in Aurea e si è (ri)presentato nelle edicole con un nuovo numero 1.

Torna con un nuovo look, mette da parte (in senso buono) il grandissimo illustratore Massimo Carnevale e per le copertine si avvale dell’aiuto di Davide De Cubellis. Niente da dire, si tratta di un altro talento, le prime illustrazioni sotto gli occhi di tutti denotano un eclettismo invidiabile e una grande tecnica, un’ottima presentazione.
Il look è OK ma la serie? Questo ritorno è positivo o no? I sequel si sa…

Ma no, non stiamo a preoccuparci, questo è un gradito ritorno.
In prima istanza perchè la vittoria di un gruppo di lavoro composto da autori italiani e giovani che sono riusciti a superare un momento di difficoltà in un ambito che non deve essere facile come quello dell’editoria a fumetti italiana, va salutata come cosa buona è giusta.
In secondo luogo perchè la partenza di questa nuova serie mi sembra intrapresa con il piede giusto.
Parlo da lettore di John Doe della prima ora, ero già sul pezzo all’uscita dell’altro numero 1. Parlo anche da lettore che si era un po’ raffreddato negli entusiasmi durante il corso dell’ultima stagione del personaggio.

Però quella prima stagione mi aveva talmente entusiasmato, l’avevo trovata così innovativa nel panorama del fumetto italiano da edicola che non ho saputo resistere. Così, vedendo il ragazzaccio scendere da quel taxi con tanto d’aureola sul capo, mi sono impossessato di questo secondo esordio e al momento non me ne sono pentito.
In fondo a questo stronzetto mi sono affezionato.

Il risultato che Bartoli e Recchioni volevano (e dovevano) portare a casa era quello di rendere questo primo albo comprensibile per i nuovi lettori che mai avevano sentito parlare di John Doe e allo stesso tempo evitare la tabula rasa in modo da non scontentare i vecchi lettori (e credo anche loro stessi) ormai affezionati al personaggio e al suo background.
Il dinamico duo si porta a casa il punteggio pieno.

L’episodio “… e venga il mio regno” funge da ottimo apripista, riassume e delinea in maniera chiara e mai prolissa e verbosa lo status quo della serie rendendo facile l’ingresso ai nuovi lettori e allo stesso tempo riporta sotto i riflettori elementi cari ai fan della prima ora senza mai far mancare il gusto per la citazione che già caratterizzava le vecchie storie del nostro.

La storia parte infatti con una tavola che mostra una sveglia indicante le 07.00 del mattino. I vecchi lettori si sentono già a casa, JD inizia la giornata con un rito di vestizione minuzioso neanche fosse Patrick Bateman (credo il riferimento fosse voluto) e va a lavoro.
Non un lavoro come il nostro (non come il mio almeno) perchè lui non è un colletto bianco, un operaio o un imprenditore. Non è un povero cristo. Lui è Dio.

Proprio Dio. Il mondo l’ha creato lui (in subappalto a dire il vero ma tant’è…).
Impegnativo direte voi. Non proprio. Di tutte le magagne si occupano le Alte Sfere perchè John è un casinista che perde interesse facilmente per il disegno globale. Ma un Dio ha bisogno di credenti, che la gente abbia fiducia in lui. Il notaio Kobayashi (Kobayashi, pace a te) per incrementare i fedeli chiede un incontro a John. Al ristorante al termine dell’universo (il Dorsia era pieno, ultimo posto prenotato da PB cosa mai riuscitagli prima), locale dove forse Timothy Price è ricomparso dopo essere sparito nel Tunnel… forse sto divagando.

John sarà affiancato dalla tostissima Robin Castillo che avrà il compito di rendere John un Dio in cui credere. Robin non va per il sottile ma John, messo alle strette è uno che non si arrende, vi mostra il medio con arroganza e non si arrende.

L’episodio scorre bene, John è sempre divertente. Stronzo ma divertente. Tra una citazione a Watchmen e una ai Goonies, il ritorno di Pestilenza, i disegni di Torti, il fondoschiena della Castillo si arriva alla fine. Uno starting point riuscito. Non una pietra miliare nella produzione di John Doe ma un buon numero che ci traghetta verso “Il corpo e lo spirito”.

Seguendo la tradizione della varietà il secondo numero è davvero differente dal primo e, a mio avviso, molto più incisivo.

Robin ordina: far ritrovare la fede a Laura Pollard, ragazza bellissima costretta su una sedia a rotelle. Atea convinta, disillusa, carattere non proprio facile. E’ una sfida, una sfida dagli sviluppi inattesi. L’incontro che caratterizza questo secondo numero viene alleggerito da una controparte grottesca (un genio della lampada stile Alladin) e dai disegni di Silvia Califano che mixano per bene reale e cartoon rendendo il numero vivace e dinamico.

Gettate le basi per i nuovi lettori nel numero precedente, Bartoli e Recchioni ingranano la marcia e realizzano un numero più coeso e compatto e mostrano ai nuovi lettori un altro lato di John Doe creando una buona aspettativa per la terza prova.

Terza prova che è già nella mia libreria ma che ancora non ho avuto tempo di leggere. Vado.

sabato 15 gennaio 2011

NOSTALGIA: LOVE ME LICIA

I lettori che seguono questo blog da qualche tempo, così come gli amici, ormai sapranno che sono papà di una bimba di quattro anni e mezzo.

Forte di questo fatto ho la scusante per re-immergermi nella visione di cartoni animati e delle più kitsch tra le trasmissioni per i bambini.

Bene, da qualche tempo grazie alle "meraviglie" del digitale terrestre i canali proliferano, l'offerta si fa più variegata, i recuperi d'annata si moltiplicano.

La5 pesca tra vecchie produzioni e tira fuori, tra gli altri, anche il cartone animato Kiss me Licia. E fin qui tutto bene.

La mia Laura si appassiona alla vicenda e così quando si può la si segue.

All'epoca, parliamo del 1986, visto il successo del cartone, i dirigenti di Italia1 mettono in cantiere un sequel con attori in carne e ossa a interpretare i protagonisti del celebre cartone animato.

Da qui Love me Licia, con protagonista Cristina D'Avena nei panni di Licia ovviamente e vari altri "attori" a impersonare il resto del cast.
C'è il gruppo musicale dei Bee Hive dei quali devo ammettere che ricordavo anche qualche motivetto.

Ora, a prescindere dalla storia, devo dire che questa è una delle produzioni più inguardabili che mi sia capitato di vedere. Ma che era? Mamma mia, e noi la guardavamo pure.
In realtà la guardo anche adesso perchè a mia figlia piace, ed è divertente guardarla, che gran risate.

Per prima cosa l'abbigliamento. Qui è sicuramente caricato ma alcune cose in quegli anni ce le mettevamo davvero. Che orrore.
Felpe orripilanti, maglioncini da puro disgusto, pigiami improbabili, e il look...


Permanenti e capelli cotonati (a prescindere dal colore della testa di Mirko), un colpo d'occhio traumatico.

L'ambientazione trasportata dal Giappone a (credo) Milano 2, oggetti malamente mutuati dal cartone animato come l'improponibile telefono rosa che campeggia al Mambo, locale di Marrabbio, papà di Licia contribuiscono a creare un ambiente talmente kitsch da risultare alquanto divertente. Il senso del ridicolo dilaga.

E poi c'erano i pezzi dei Bee Hive.



Che ora sono così:


Sempre più orripilanti.
Certo che una reunion non si nega proprio a nessuno. Ma all'epoca andavano forte, scalavano le classifiche (anche noi in casa avevamo una cassettina dei Bee Hive). Incisero almeno 5 o 6 album.

mercoledì 12 gennaio 2011

VISIONI 8

Ancora paesaggi urbani che mi affascinano sempre molto.

Tele che tele non sono. Sul suo sito, l'artista Luke Miller Buchanan, dichiara di lavorare spesso su pannelli di betulla sui quali ferma le immagini della sua memoria con la pittura alla quale spesso unisce piccoli oggetti ritrovati sui luoghi rappresentati nei dipinti.

Luoghi sempre reali con geometrie e prospettive anomale, quasi irreali o semplicemente un pochino distorte.

The limit of the marvelous Pt. 4

The limit of the marvelous Pt. 3


Spazi desolati...

Arrangements of shapes in space

... o molto malinconici

Where the kittens were born

martedì 11 gennaio 2011

L’ALBA DELLA LIBERTA’

(Rescue dawn, di Werner Herzog, 2006)

Dopo trent’anni di onorata carriera il regista tedesco Werner Herzog, per la realizzazione di questo film, si affida per la prima volta alla “macchina” Hollywoodiana.

Ne esce un film ambientato durante la guerra del Vietnam che solo in un paio di occasioni si concede alla spettacolarizzazione, all’uso della “scena madre” o della retorica presente in molti film U.S.A.

Poche esplosioni, scontri a fuoco limitati, carneficine tenute a distanza dalla macchina da presa.

L’alba della libertà racconta una storia che evidentemente sta particolarmente a cuore al regista in quanto la stessa è stata già spunto per un documentario girato dallo stesso nel 1997 (Little Dieter needs to fly).

Il film prende spunto dalla vera storia di Dieter Dengler, americano di origini tedesche, arruolatosi nell’aviazione U.S.A. più per una grande passione per il volo che non per affinità con la causa bellica.

Prima missione nello spazio aereo tra Laos e Vietnam, velivoli in formazione, l’aereo di Dieter viene colpito e abbattuto.

Il pilota sopravvive allo schianto e, senza perder tempo, si fionda nella giungla vietnamita (o si trova nel Laos?) inseguito dai “Charlie”.

La sopravvivenza nella giungla è dura, il territorio sconosciuto e l’esito della fuga scontato.

Dieter viene catturato e portato in un campo di prigionia dove sono rinchiusi altri americani, ospiti del campo ormai da un anno e mezzo.

Il pilota qui si adopererà per infondere nuova fiducia ai prigionieri tra i quali l’ormai poco stabile Eugene e il provato Duane, e per pianificare un tentativo di fuga volto al raggiungimento del territorio Thailandese.

L’attenzione più che al conflitto è rivolta ai protagonisti della vicenda. La loro reazione alla difficoltà della situazione, alla paura e ai maltrattamenti.

Le riprese, tutte effettuate in Thailandia, ci mostrano una natura lussureggiante e crudele, un paesaggio tanto affascinante quanto avverso.

Poi arriva la stagione delle piogge.

Non vi svelo nulla dicendovi che il signor Dieter, quello vero, è sopravvissuto all’esperienza e che la visione della stessa resaci da Herzog forse non è proprio la fotocopia di quella reale.

Infatti alcuni sopravvissuti alla terribile esperienza e i parenti di Eugene DeBruin, compagno di Dieter, hanno voluto dire la loro sulla vicenda creando il sito www.rescuedawnthetruth.com contenente la loro versione della storia (ovviamente non sono un fine conoscitore della stessa, incuriosito ho dato un’occhiata sulla rete).

Ottima la prova degli attori che hanno dovuto sottoporsi a una cura dimagrante non da poco. Il protagonista è Christian Bale, decisamente più in parte qui che non altrove, Eugene è interpretato da Jeremy Davies (il Daniel Faraday di Lost) e Duane dal meno conosciuto Steve Zahn, bravo quanto se non più degli altri.

L’unico altro film di Herzog che io abbia mai visto è lo sperimentale L’ignoto spazio profondo, a un abisso di distanza da questo L’alba della libertà.

domenica 9 gennaio 2011

BACK TO THE PAST: 1969 PT. 3

Passiamo a sonorità rock, o Hard Rock se vogliamo, con uno degli esordi più importanti di tutti i tempi. Signore e signori i mitici Led Zeppelin. Due dischi durante l'annata, eleganza, talento, sensualità... il Rock (notare la R grande) è servito. Il pezzo è Heartbreaker.



Esponenti del Roots Rock, il rock delle radici, i Creedence Clearwater Revival di John Fogerty escono con l'ancora celebre Proud Mary, singolo di successo proposto ancor oggi da numerosi gruppi affermati e un numero incalcolabile di esordienti e dilettanti.



Si comincia anche a parlare di Punk (o Proto Punk) principalmente con un movimento nato a Detroit, città operaia sede dell'industria dell'auto. Forse un posto davvero poco divertente e allora No fun. The Stooges.



Concittadini di Iggy & The Stooges e altrettanto importanti per la futura scena punk, gli MC5 godranno di un successo limitato e verranno solo in seguito riscoperti. Questa è Kick out the jams.

sabato 8 gennaio 2011

PLANET 51

(di Jorge Blanco, Javier Abad, Marcos Martínez, 2009)


Se volete passare una serata in totale relax insieme ai vostri pargoli (o con chi pare a voi) o se siete irriducibili fan del fantastico e della fantascienza, Planet 51 è il cartone che fa per voi.
Per carità, nulla di nuovo sotto il sole, semplicemente un gradevole film d’animazione inzuppato ben bene nelle citazioni di genere che fila via senza nessun intoppo e, tutto sommato, lascia ampiamente soddisfatti.

La sorpresa maggiore è la casa di produzione spagnola Ilion Animation Studio che qui al suo esordio riesce a trovare spazio sul mercato con un prodotto già convincente.

La trama è semplice e se vogliamo scontata.
Su un pianeta alieno simile a un incrocio tra la Terra e Saturno abitato da simpatici esseri verdi, giunge un umano che, ribaltando le solite convenzioni, qui recita la parte dello straniero in terra straniera, alieno quindi egli stesso.
Solito qui pro quo e il bamboccione astronauta statunitense viene sbrigativamente etichettato come minaccia dall’esercito locale.
Lem, un ragazzino indigeno e alcuni suoi amici, aiuteranno tra vari imprevisti il Capitano Chuck Baker a tornare alla sua navicella requisita dall’esercito per raggiungere nuovamente la Terra.
Trama arcinota a parti invertite.

Ciò nonostante il film gode di momenti divertenti, un plot scorrevolissimo e una “scenografia” veramente azzeccata.
La vicenda è infatti ambientata in una sorta di anni ’50 statunitensi che tanto ricordano l’ambientazione di Ritorno al futuro. Auto futuristiche che viaggiano a volo rasente con look mutuato da Cadillac e simili, anche l’arredo urbano e domestico è di chiaro stampo fifties.

Tanto piacevole da guardare quanto divertente la caccia alla citazione. Si va dai cagnolini che ricordano i famosi Alien alle scene riprese da E.T alla citazione dei maggiori classici della fantascienza anni 50 fino al mitico ballo di Gene Kelly in Singing in the rain (e su questo pianeta piovono sassi).

Non aspettatevi un capolavoro ma se vi piace l’animazione (e la fantascienza) non fatevi scappare questo Planet 51.

giovedì 6 gennaio 2011

INDOVINA CHI? 12

Per il primo Indovina chi? del 2011 ho pensato di farvi lavorare un po'. Alcuni volti dovrebbero essere a mio avviso difficilotti. Poi non è detto, magari sono nel loro campo d'appartenenza i vostri personaggi preferiti. Tutto è relativo.

Con questa manche ci sarà l'incoronazione di una sorta di Campione d'Inverno in quanto dal prossimo appuntamento saremo nella seconda metà del torneo.

Ripassate le regole e via che si va.

P.S. Se vi divertite con questo gioco provate anche questo.

CLASSIFICA DOPO LA MANCHE 11
MICHY 39
URZ 36
LA CITATA 23
ZIO ROBBO 12
MORGANA 12
GABRY 8
LA 4
LUIGI 3
VIKTOR 3

1)

2)

3)

4)

5)

6)

7)

8)

9)

10)

martedì 4 gennaio 2011

MARVEL ZOMBI

Questo articolo è stato scritto per il sito fumettidicarta (e relativo blog)

Gli Zombi sembrano da qualche tempo tornati di moda e sono stati catapultati nuovamente sotto i riflettori dalle varie declinazioni dell’intrattenimento.

Il guru degli zombi al cinema, George A. Romero, si è rifatto vivo (si è rifatto vivo, bella questa!) con Diary of the dead prima e Survival of the dead poi; lo scrittore Seth Grahame-Smith ha rivisto il classico della Austen sfornando Orgoglio pregiudizio e zombi; anche i serial TV stanno attingendo al fenomeno con la trasposizione del fumetto The walking dead di Robert Kirkman.

Potevano rimanere al palo le due eterne concorrenti Marvel e DC Comics? Assolutamente no!

Ed ecco quindi le recenti La notte più profonda per la casa editrice di Supes e il recente Necrosha delle Casa delle idee.

Ma in ambito fumettistico l’omaggio più chiaro che ormai conta almeno quattro miniserie tradotte nel nostro paese è quello dei Marvel Zombi.

I Marvel Zombi nascono grazie al genio di Mark Millar sulle pagine della serie Ultimate Fantastic Four ambientata in un universo parallelo rispetto a quello classico che abbiamo imparato a conoscere dalla nascita dei Fantastici 4 nel lontano 1961.

Una versione giovanile del famoso quartetto si trova ad affrontare le prime esperienze relative a celebrità e azioni super-eroiche. Un Reed Richards geniale ma ancora giovane e inesperto scopre il modo di interagire con una nuova realtà parallela e, aiutato dalla sua controparte più adulta di quella stessa realtà, riesce ad accedervi.

Peccato che il primo impatto con questo nuovo mondo sia orribile. Una New York devastata, avvolta nel fumo nero degli incendi, disseminata di pezzi di cadaveri, corvi che banchettano in una doppia splash page resa in maniera magistrale dal solitamente statico Greg Land.

Quattro figure emergono dal fumo e si avvicinano al giovane Richards. E’ il quartetto di questa realtà. Morto. Vivo. Volti sfigurati, denti spezzati, carni marcescenti.

Il Richards adulto in tono canzonatorio: “Mai avuto la sensazione di essere stato fregato?”.

Sono tre gli episodi tratti da Ultimate F4 presenti all’interno del diciottesimo volume della collana Supereroi intitolato Marvel Zombi.

Millar crea una storia in tre parti davvero avvincente probabilmente inconsapevole che le sue creazioni avrebbero dato vita a una serie di uscite di buon successo dedicate alla versione non-morta dei supereroi Marvel.

Greg Land, disegnatore di indubbio talento e grande impatto visivo, pur non riuscendo sempre a dare grande espressività ai volti e particolare dinamismo all’azione questa volta centra il bersaglio.

I suoi eroi necrotizzati sono impressionanti, i volti sfigurati, le bocche grondanti sangue, la città allo sbando rendono lo scenario macabramente spettacolare.

Tutti i più grandi eroi sono stati zombizzati: Thor, Spider-Man, Ercole, Giant Man, Cap, Namor, Cage, Iron Fist, persino l’incredibile Hulk.

Il virus si diffonde, basta un morso, la carne lacerata e il gioco è fatto. Come potrà Richards affrontare da solo gli ex eroi non morti?

Sfruttando l’aiuto di Magneto, unico eroe ancora non contaminato, e l’arrivo del resto della sua famiglia: la Cosa, la Torcia e la Donna Invisibile dell’universo Ultimate.

Ma soprattutto riusciranno i nostri eroi, tornando al loro mondo, a non trascinarsi dietro gli infetti?

Il contagio è rapido, un supereroe infetto ci mette davvero poco a trasformarne un altro e la catena inizia. Tutto il mondo della realtà alternativa visitata da Richards è crollato in soli tre giorni.

Sarà Magneto a farsi carico del compito di impedire agli Zombi di migrare nell’universo Ultimate.



Dalla situazione sopra descritta prende il via la miniserie Marvel Zombie, scritta da Robert Kirkman e disegnata da Sean Phillips.

Il mondo è distrutto, gli zombi non trovano carne fresca, l’unico essere umano (mutante in questo caso) da divorare resta Magneto.

Gli eroi (ex ormai) sono in preda alla fame e non ragionano. Hanno sprazzi di lucidità solo quando riescono a placare la fame ingerendo un pezzo di carne fresca. Allora sembrano tornare, almeno nella psiche, le persone che erano un tempo. Piccoli sprazzi di lucidità per capire come uscire da questa situazione. Mangiato Magneto cosa succederà, le carni cedono, il cibo scarseggia, le carni degli altri non-morti sono disgustose. La fame torna.

La situazione sulla Terra è disastrosa ma cosa succede nello spazio? Usando un espediente utilizzato già da Vaughan in Y – L’ultimo uomo, Kirkman cerca la salvezza oltre l’atmosfera terrestre. Magneto riuscirà a contattare una squadra di alleati in orbita sull’asteroide M.

Il non morto Giant Man nasconde un macabro segreto, altri eroi arriveranno dallo spazio, araldi di una fame che farà impallidire quella dei non morti prospettando un epico scontro dalle inusuali caratteristiche gastronomiche.

Lo scontro si sposterà a un livello superiore, qualcuno sopravvivrà, qualcuno no. Nuovi scenari si andranno delineando in preparazione delle future miniserie dedicate ai Marvel Zombi.

Le matite di Phillips reggono bene il gioco alla scrittura di Kirkman. Le strade dell’apocalittica New York sono forse meno nelle corde del disegnatore rispetto ai vicoli bui sapientemente tratteggiati sulle pagine di Criminal ma il lavoro svolto risulta sempre appropriato.

Personalmente alcune atmosfere le preferisco realizzate da Land, Phillips ha dalla sua un migliore storytelling anche se non lesina certo in soluzioni truculente o grottesche.

La storia fila via liscia, pur senza toccare alti vertici di narrazione e offrendo talvolta soluzioni improbabili, riesce a divertire il lettore.

Marvel Zombie si rivela una mini divertente che riesce a creare curiosità per il suo seguito anche se in questo Millar, sulle pagine di Ultimate F4, era a mio avviso stato decisamente più in gamba dell’esperto di zombie Kirkman.

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