(Stagecoach di
John Ford, 1939)
John Ford, nel
1939, torna al western dopo più di dieci anni di lontananza dal genere
americano per eccellenza. Nel suo passato il regista nato nel Maine annovera
già alcuni film ambientati nell’ovest degli Stati Uniti, opere provenienti
dall’epoca del muto, tra i più noti si ricorda
Il cavallo d’acciaio datato 1924, un’epopea sulla costruzione della
prima ferrovia transcontinentale (la
First
Transcontinental Railroad). Figura più che prolifica, nel corso della sua
carriera
John Ford, tra
cortometraggi, mediometraggi e lungometraggi, realizzò qualcosa come
centotrenta titoli, occupandosi dei generi più disparati, proprio come fece
durante lo iato di tempo intercorso tra la realizzazione di
Ombre rosse e quella del suo precedente
western. Infatti, in quegli anni,
Ford
si dedicò a drammi d’ambientazione marina, a film di guerra, a commedie
leggere, a temi irlandesi (recuperando così le sue origini di famiglia) e a
film più votati all’azione, senza rifiutare ciò che il sistema degli
Studios di volta in volta gli
proponeva. Ma se, ancora oggi, il pubblico che ama il cinema classico americano
collega in maniera istintiva il nome di
John
Ford al western, questo è dovuto in larga parte all’importanza storica di
un film come
Ombre rosse (poi ci sono
Sentieri selvaggi e tante altre
cose). Prima che
Ford rilanciasse il
genere, il western era visto come prodotto da relegare alla Serie B, una cosa
fuori moda. Gli Studios rifiutavano di investire somme ingenti in questo tipo
di narrazione, cosa che portò
Ford a
girare il film per un produttore indipendente (
Wanger Productions), inoltre le produzioni maggiori non vedevano di
buon occhio la scelta di
Wayne come
protagonista che all’epoca non godeva di fama da grande attore (opinione che si
protrarrà per decenni presso un certo tipo di critica).
Ford tenne duro e il film portò a casa due Oscar e divenne un
modello per tantissimo western classico a venire, che farà la gioia dei tanti
amanti dell’epopea dell’ovest degli Stati Uniti d’America.

Dalla cittadina di Tonto in Arizona è in partenza una
diligenza verso Lordsburg che trasporta un miscuglio d’umanità pronta ad attraversare
il territorio degli Apache del capo indiano Geronimo. Sotto la scorta dello
sceriffo Wilcox (George Bancroft) e del postiglione Buck (Andy Devine) ci sono la prostituta Dallas (Claire Trevor),
cacciata dalla città dalle pie donne della Lega della moralità, il
rappresentante di liquori Peacock (Donald Meek), il disonesto banchiere Gatewood (Berton Churchill), il giocatore, forse baro, Hatfield (John Carradine),
la moglie incinta di un ufficiale dell’esercito, la signora Mallory (Louise Platt) e il dottore e ubriacone Josiah Boone (Thomas Mitchell).
Sulla strada lo sceriffo raccoglie anche Ringo
(John Wayne), un evaso accusato
ingiustamente che ha in testa di vendicare l’omicidio dei suoi parenti per mano
di Luke Plummer (Tom Tyler). Il viaggio costringe i
passeggeri, diversi per estrazione sociale e carattere, a una convivenza
forzata, facendo emergere conflitti, paure e inattese solidarietà. Le soste
lungo il percorso diventano occasioni per mettere a nudo ipocrisie e
pregiudizi, mentre il clima di minaccia costante tiene alta la tensione. Dallas e Ringo si avvicinano, ma, a costo della vita di qualcuno dei passeggeri,
purtroppo per loro si avvicinano anche gli Apache.

Dopo qualche chiacchiera dello sceriffo Wilcox con l’amico Buck tra
il futile e l’indagatore, la diligenza supera una piccola altura, guada il
fiume e, dopo un breve tratto di strada, eccolo lì, Ringo/Wayne, la sella
gettata su un braccio, l’altro che fa ruotare il Winchester. Ford con un ardito carrello in avanti
stringe sul volto del protagonista in una delle introduzioni di personaggio più
memorabili del west (anche se un po’ sbilenca, sembra non tenere il fuoco, e va
bene, funziona alla grande lo stesso). È l’entrata in scena di Ringo, un
ricercato che non è né il bandito né l’uomo tutto d’un pezzo che potremmo
aspettarci; è invece un raddrizza torti capace di sentimenti, sincero e poco
incline alle sovrastrutture di una società oltremodo civilizzata. È proprio la
riflessione sui costumi di un Paese ancora in costruzione che dona a Ombre rosse una lettura multipla che
rende l’epica di Ford così
interessante (perché Ford lo sa che
sta raccontando il mito e non il reale), quel contrasto tra la gente per bene
dell’est (la signora Mallory, Gatewood, l’affettato Hatfield) e gli emarginati (Dallas, Ringo, il dottor Boone),
un contrasto ben esplicato dai battibecchi nello spazio claustrofobico della
diligenza come nella scena del pranzo dove tutti i pregiudizi e le convenzioni
sociali vengono fuori nella maniera più meschina possibile. Si salvano l’indole
puramente ingenua di Ringo, il
comportamento della cuoca della taverna, una donna dell’ovest, luogo di libertà,
e che tratta tutti allo stesso modo, signore e puttane. Ford gioca bene sui
rapporti tra personaggi che dirige al meglio nella trama e nei movimenti
davanti alla macchina da presa. Ai luoghi chiusi, dove avviene il balletto dei
caratteri, Ford contrappone gli
spazi aperti della Monument Valley, territorio che da lì in avanti verrà visto
come terra fordiana, tanto che altri registi avranno fin soggezione ad
avventurarsi negli stessi territori, un luogo duro, aspro, che diventa simbolo
delle difficoltà dell’uomo in un’epoca parecchio ostile e violenta. Sono
diversi i temi che Ford pennella a
uso e consumo di tutto il western a venire (o almeno di gran parte di esso): il
romanticismo secco e trattenuto, l’eroe accusato ingiustamente (topos proprio anche del nostrano Tex Willer ai suoi esordi), l’arrivo
della cavalleria al momento più propizio, in seguito vero must del genere. Efficace la sequenza d’attacco degli Apache alla
diligenza (anche se non sempre “giusta” nei raccordi), una camera car davvero
dinamica che ha fatto la Storia del western. Certo, il genere c’era già prima,
fin dai tempi di Porter e de La grande rapina al treno (1903), ma la
strada al successo e il passaggio a film di Serie A per il western si apre a
partire da qui.
