mercoledì 14 gennaio 2026

IL PORTO DELLE NEBBIE

(Le quai des brumes di Marcel Carné, 1938)

Negli anni Trenta del secolo scorso la cinematografia francese, grazie anche a un momento storico in cui alcuni grandi registi riescono a lavorare con un certo grado di autonomia, inanella una serie di produzioni di grande qualità artistica. Il cinema europeo si confronta con crescenti tensioni sociali, un passato recente molto duro alle spalle e un futuro imminente sempre più incerto. In questo clima di profonda inquietudine, Marcel Carné, coadiuvato dallo sceneggiatore Jacques Prévert, realizza Il porto delle nebbie, un’opera che si impone non solo come uno dei maggiori esiti del cosiddetto realismo poetico francese, ma anche come frutto di un cinema emotivo e poetico, che vede tra i suoi protagonisti una pletora di marginali, di disoccupati, anche di criminali, esistenze segnate da fatalismo, malinconia e un tragico senso di perdita, una situazione quasi connaturata a protagonisti che nel destino non hanno inscritta un’uscita trionfale, un passo a due verso l’orizzonte, mano nella mano felici contro il sole calante. Presentato alla 6ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Il porto delle nebbie è stato premiato con un riconoscimento speciale per la regia, confermando i talenti di Jean Gabin e del regista parigino Marcel Carné. Ciò nonostante il film fu vietato dalla censura per diversi anni a causa della figura del Gabin disertore e perché considerato portatore di una visione pessimista.

Jean (Jean Gabin) è un ex soldato disertore reduce dall’esercito coloniale francese che approda nel porto grigio e nebbioso di Le Havre, deciso a lasciare la Francia e cercare una nuova vita altrove. Nel suo peregrinare incontra un vagabondo che gli consiglia un locale chiamato Panama per trovare un poco di tranquillità. Questo è un posto vicino al mare, frequentato da barboni, artisti disillusi e piccoli delinquenti, dove Jean incontra la bella e giovane Nelly (Michèle Morgan), una donna tormentata da un rapporto particolare con il suo tutore, Zabel (Michel Simon), che ella sospetta essere responsabile della morte del suo precedente amante. In effetti Zabel sembra avere frequentazioni non proprio limpide, tra le quali c’è quella con il gruppo di delinquenti che fanno capo a Lucien (Pierre Brasseur). Presto tra Jean e Nelly nasce un’intensa e struggente attrazione, un barlume di speranza, un’ipotesi di felicità in un mondo altrimenti incerto e brutale. Il sogno è ora quello di fuggire insieme da Le Havre, ma di mezzo c’è la diserzione, ci sono Zabel e Lucien. Purtroppo i sogni non sono sempre facili da coronare, nemmeno quelli che trovano la solidarietà degli ultimi e un rifugio tra le nebbie della notte.

Il porto delle nebbie è un film in cui forma e contenuto si fondono in un lirico pessimismo. Carné e Prévert mostrano una storia romantica tragica che incarna il destino come forza ineluttabile. La nebbia stessa non è un semplice sfondo atmosferico, ma un elemento simbolico che ammanta il film di un continuo presagio di pericolo e di impossibilità di salvezza. L’incedere è accompagnato da un senso di oppressione e disillusione. Quella di Jean è una caduta non dissimile da quella di altri protagonisti del realismo poetico francese: da soldato in fuga a uomo intrappolato nella periferia portuale: è un viaggio nella sconfitta, un lento dissolversi delle illusioni davanti alla cruda realtà delle relazioni umane e di una società che non concede redenzione. La presenza di personaggi marginali (il pittore fallito, il barbone, il sognatore) accentua la visione di un microcosmo sociale allo sbando, un insieme di anime perdute che cercano un varco in una vita che non concede spiragli. In questo senso, Il porto delle nebbie diventa anche una metafora della Francia di fine anni Trenta: un paese scosso da crisi economiche e politiche, dallo spettro della guerra imminente e dal fallimento delle speranze suscitate dal Fronte Popolare, tutti elementi che si riflettono nelle vite spezzate dei personaggi. Dal punto di vista tecnico, il film si fa portatore degli elementi fondanti del realismo poetico, con immagini in bianco e nero che sfruttano i contrasti di luce e ombre in notturne sequenze portuali, dove ogni volto è un paesaggio, e ogni ombra un destino. L’incontro tra Jean Gabin e Michèle Morgan resta nel cuore dello spettatore proprio per l’equilibrio tra passione, vulnerabilità e tragicità: un amore che non ha spazio per sbocciare, destinato a consumarsi nella nebbia come fumo al vento. In ultima analisi, il film di Carné non è un’opera “facile” né pensata per il solo intrattenimento del botteghino: è un poema cinematografico che utilizza la forma del melodramma per esplorare l’essenza del destino umano, la fatalità che schiaccia le speranze e la disperazione che accompagna ogni gesto di ribellione contro un mondo ostile.

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