giovedì 22 gennaio 2026

NINOTCHKA

(di Ernst Lubitsch, 1939)

A partire dal finire degli anni Venti dello scorso secolo, furono molti i registi europei a trasferirsi a Hollywood. È facile pensare, come spesso viene sottolineato, che questo fenomeno fu incentivato dall’ascesa in Europa del Partito Nazionalsocialista in Germania e dall’avvento del nazismo, cosa peraltro vera in molti casi; più venalmente si può affermare che oltre a quanto appena detto, contribuì all’esodo il fatto che Hollywood pagava decisamente meglio i suoi dipendenti rispetto a quanto questi potessero sperare di guadagnare a casa loro. Tra questi ci furono il viennese Josef von Sternberg (in realtà emigrato decisamente prima degli altri, già in giovane età), che fu il regista che portò al successo la Dietrich; Alfred Hitchcock ci arrivò invece alla fine degli anni Trenta; Fritz Lang, pur non riuscendo a replicare i vertici qualitativi raggiunti in Germania negli anni precedenti, ci arrivò nel ’34; l’indimenticabile Billy Wilder iniziò come sceneggiatore per poi passare dietro alla macchina da presa; Otto Preminger, prima della regia, si mosse invece nei panni d’attore. In questo contesto, già dai primi anni Venti arrivò ad Hollywood anche Ernst Lubitsch, berlinese di origine e già affermato in Europa, qui sviluppò quello stile elegante e allusivo che sarebbe stato universalmente riconosciuto come il “Lubitsch touch”. Dopo l’ottimo Mancia competente, Lubitsch riesce a prestare il volto della divina Garbo alla commedia, cosa mai verificatasi in precedenza, un esperimento parecchio rischioso e perfettamente riuscito che immortalò nella storia del cinema la celebre tagline “Garbo laughs!”.

Iranov (Sig Rumann), Buljanoff (Felix Bressart) e Kopalski (Alexander Granach) sono tre delegati del Governo di Mosca inviati a Parigi per vendere, a beneficio del popolo sovietico, dei preziosi gioielli appartenuti e confiscati alla granduchessa Swana (Ina Claire), fuggita in Francia in seguito alla rivoluzione russa. Grazie all’aiuto del suo amico intimo Leon (Melvyn Douglas), la granduchessa riesce a impedirne la vendita. Leon infatti dispiega dinnanzi ai tre russi tutti i piaceri di Parigi e del modello di vita occidentale, mettendo in campo un’opera di distrazione davvero efficace. A Mosca, venuti a conoscenza del comportamento poco consono del trio di inviati, tentano di correre ai ripari e salvaguardare l’onore del comunismo mandando a Parigi un ispettore intransigente e incorruttibile, la bella e severa compagna Ninotchka (Greta Garbo). Nonostante le differenze culturali e la pragmatica rigidità della donna, Leon si innamora di Ninotchka e fa di tutto per farla capitolare, cercando in lei un’apertura, uno spiraglio verso il suo cuore solo apparentemente freddo. I modi di Leon e le meraviglie della Ville Lumière metteranno alla prova le rigidità dell’ispettrice sovietica.


Se volessimo analizzare i vari aspetti di Ninotchka, quello che rimane ancor oggi più evidente è come Lubitsch, con una grazia e un’eleganza sopraffina, riesca a cesellare una commedia molto piacevole e divertente, scoprendo nella Garbo un ottimo veicolo per intrattenere gli spettatori, un passo al di là del melodramma al quale l’attrice svedese ci aveva abituati. Non per nulla il celebre “La Garbo ride!” è diventato l’emblema caratterizzante di un’interpretazione che stupì critici e spettatori (e forse la stessa Garbo). L’incedere brillante e il fuoco di fila di battute è garantito anche dalla presenza di Billy Wilder in fase di sceneggiatura (e chi mastica un po’ di cinema sa bene cosa questo voglia dire). Certo, poi c’è quella che sembra un’aperta critica al modello comunista, con i tre delegati che sembrano “cambiare bandiera” (la scena dei colbacchi sostituiti dai cilindri), ma in realtà non sembra davvero essere questo il nodo focale di un film che si occupa più di sentimenti che di politica. Quello che interessa a Lubitsch, e attenzione che siamo in anni schiacciati tra due guerre, è che i suoi personaggi trovino la forza e l’apertura necessarie per aprirsi alla gioia, all’altro, all’amore e a tutte quelle cose che possano far esprimere l’uomo e la donna ben al di là del modello sociale in cui sono cresciuti. A dimostrazione di questo il fatto che il personaggio più negativo, Swana, è ben lontana dai legami con la dottrina sovietica (che comunque viene sicuramente presa in giro), inoltre Ninotchka si apre a una risata liberatoria non quando Leon tenta di riempirle la testa di barzellette e spiritosaggini, bensì quando questi, in un atto naturale e banale, cade involontariamente dalla sedia, come a dire che il gesto naturale conta più di tante parole o dei concetti. “Siate felici, vivete! Abbandonate differenze e rigidità”, questo sembra dirci Lubitsch con una commedia che, ripetiamolo, prima di tutto è puro divertimento.

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