sabato 31 dicembre 2016

FIRMA AWARDS 2016

Proprio come l'ormai celebre banca, anche il mio awards è differente! Arrivati al 31 di Dicembre ormai il bilancio di salute dell'anno in conclusione l'hanno già fatto tutti: blogger, televisioni, medici e pediatri compresi. Sappiamo se il 2016 sta bene o sta meno bene sotto questo o quell'altro aspetto. Ma già sapete che di quel che ha reso bello o meno bello quest'anno, qui ci troverete poco o niente. Però, se siete molto curiosi, potrete un pochino impicciarvi di quel che ha reso bello o meno bello il mio personalissimo 2016, limitandoci ovviamente alla cultura pop e lasciando stare i fatti personali, cose di cui ho sempre parlato poco e sulle quali non ho nessuna voglia di fare bilanci, tanto meno quelli di salute.

Come ribadisco tutti gli anni qui troverete il meglio di ciò che io personalmente ho visto e letto nel 2016, possono rientrare nelle classifiche quindi romanzi scritti nell'Ottocento come capolavori del cinema muto, cose anche vecchissime che io però, per la prima volta, ho affrontato nel 2016. Le categorie dovrebbero essere poi sempre quelle: film, film d'animazione, serie tv, libri e fumetti, questi ultimi come al solito trattati in un post a parte.

Partiamo dalle SERIE TV per le quali quest'anno più che una vera e propria classifica posso fare giusto qualche segnalazione in quanto, per mancanza di tempo o di spirito, il materiale visionato si limita a non più di cinque o sei serial e un paio di speciali. Da segnalare l'assenza della serie del Doctor Who che quest'anno si è presa una pausa comparendo fugacemente solo per lo speciale natalizio (tra l'altro trascurabile) e un calo qualitativo generalizzato almeno nelle cose che ho avuto modo di guardare io.

Terzo classificato:
L'ispettore Coliandro di Carlo Lucarelli (Stag. 5)
Impossibile non premiare, dopo lunga assenza, il ritorno di Coliandro, ancora una volta nelle mani sapienti dei Manetti Bros, ancora più fumettistico ed esagerato del solito, sempre più cazzaro. Imperfetto? Sicuramente, ma che ci vuoi fare, a noi Coliandro ci piace così: ignorante!

Secondo classificato:
Daredevil di Drew Goddard (Stag. 2)
Una seconda stagione nel complesso meno riuscita della precedente, ma Daredevil rimane lo show da vedere sia per chi ama i comics di casa Marvel sia per chi apprezza le atmosfere urbane molto tese. Da applausi l'inserimento del Punitore interpretato da Jon Bernthal.

Primo classificato:
Gilmore Girls - A year in the life di Amy Sherman Palladino (Stag. 8)
Vertice del podio concesso sull'onda dell'affetto e della nostalgia più che sulla reale riuscita di quest'ultima stagione (ultima solo per ora speriamo). Però delle ragazze Gilmore si sentiva effettivamente la mancanza, un ritorno a casa fa sempre piacere a tutti quanti, e poi in fin dei conti anche se prodotti migliori ce ne sono stati (e ne sono pressoché sicuro) io non li ho visti e quindi...


         



Tralasciando i cartoni animati rivisti con mia figlia per la cinquantesima volta, passiamo alla categoria ANIMAZIONE per la quale ho selezionato i tre titoli del podio su poco più di una dozzina di titoli per noi, e sottolineo PER NOI, inediti. Quest'anno per noi poche sorprese degne di nota dalla terra del Sol Levante (il catalogo di Miyazaki ormai l'abbiamo già spolpato anni fa) e quindi abbiamo un podio concentrato sulle due maggiori case di produzione americane.

Terzo classificato:
Il viaggio di Arlo di Peter Sohn
Film ad altezza bambino, realizzato magnificamente e godibile anche per gli adulti. La Pixar fa la Disney di turno.

Secondo classificato:
Alla ricerca di Dory di Andrew Stanton
Risultato che va ben oltre le mia aspettative, piacevole sorpresa che si muove su binari consolidati e risaputi ma che riesce a non far rimpiangere il suo predecessore e a ridar vita a un brand in maniera assolutamente divertente.

Primo classificato:
Zootropolis di Byron Howard e Rich Moore
Ottime idee, ottima realizzazione tecnica, bei personaggi, messaggi edificanti, divertimento. Ci sono tutti gli ingredienti del perfetto film d'animazione, non un capolavoro come l'Inside out dell'anno scorso ma ancora un bel centro in casa Disney.


          



Per quel che riguarda i LIBRI l'annata ha riservato qualche ottima sorpresa, sia in ambito italiano che internazionale, e ha aggiunto almeno un capolavoro alla mia personale cultura letteraria. Il podio si apre stranamente con il primo libro letto durante l'anno e si chiude con la mia ultima lettura terminata proprio oggi. La mia media di lettura è più o meno sempre quella, quest'anno quattordici i titoli tra cui scegliere.

Terzo classificato:
Uomini e cani di Omar Di Monopoli
Storia nera, tesa e crudele in un Sud Italia senza speranza, atroce per gente atroce, divoratori e sconfitti, uomini e cani. Ma soprattutto uomini. Oppure uomini e bestie, e le bestie non sono i cani. Rivelazione.

Secondo classificato:
Momenti perduti di Steve Erickson
Magnetico e avvolgente, tutt'altro che semplice, una storia che ti richiama alla pagina in ogni momento, una prosa contundente, ottima scoperta, peccato non proprio tutto di Erickson sia facilmente reperibile nel nostro paese.

Primo classificato:
Suttree di Cormac McCarthy
Denso, pieno, viscoso da non riuscire a venirne fuori, capolavoro assoluto considerato la summa del lavoro dell'autore. Gli ultimi raccontati come mai li si era visti prima. Chapeaux!


          



La categoria FILM è forse la più difficile da ridurre a un podio di tre soli titoli essendo la scelta da effettuarsi tra più di un'ottantina di candidati, il giudizio è ovviamente mediato dal gusto personale, devo dire che quest'anno ho avuto la fortuna di recuperare grandissimi capolavori e guardarmi anche qualche ottimo film più recente. Nessuno me ne voglia, ecco il mio personalissimo podio:

Terzo classificato:
Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola
Incredibile esordio per Sofia Coppola in un film dalla bellezza dolorosa, tanto legato alla morte quanto eccezionalmente vitale, funziona tutto, dalle attrici alla colonna sonora degli Air.

Secondo classificato:
Cous cous di Abdellatif Kechiche
Autore tra i più interessanti degli anni moderni, Kechiche ci offre un cinema più vero del vero, semplice e pieno di vita, da applausi.

Primo classificato:
Quarto potere di Orson Welles
Capolavoro, non c'è molto da aggiungere, vince facile e poi ci sarà pure un motivo se viene costantemente considerato il miglior film della storia del Cinema.


giovedì 29 dicembre 2016

UNA MAMMA PER AMICA - STAGIONE 8

Oppure Una mamma per amica - Di nuovo insieme. O anche Gilmore Girls - A year in the life, forse il migliore dei titoli possibili, che strizza l'occhio ai Beatles e alla mania di infarcire la serie di citazioni pop da parte dei coniugi Palladino, Amy Sherman in particolare, ideatori di questo ormai storico show. Probabilmente nel corso degli anni Una mamma per amica è diventato il serial interrotto del quale, più di tutti gli altri, i fan aspettavano un seguito, anche in virtù della conclusione tronca e insoddisfacente di tutte le vicende arrivata alla fine della settima e, fino a poco tempo fa, ultima stagione.

L'attesa, anche in casa nostra, è stata spasmodica, le aspettative, anche se non tutte e con diverse riserve, sono state in fondo ripagate, ma probabilmente per questo sarebbe bastato poter ritornare a passeggiare, dopo tanti anni, tra le strade della confortevole Stars Hollow, sedersi davanti al gazebo, prendere un caffè da Luke's e ignorare di proposito le ripetute lagnanze di Taylor.

Gli aspetti negativi di queste quattro puntate, ognuna delle quali di lunga durata e ambientata in una delle quattro stagioni che compongono un anno solare, sono stati diversi, non tutto ha sempre funzionato a dovere. Se la morte di Edward Herrmann, che interpretava Richard Gilmore, ha costretto a sviluppare gran parte della vicenda intorno alla dipartita del papà e nonno rispettivamente di Lorelai (Lauren Graham) e Rory (Alexis Bledel), questione tra l'altro gestita con grande maestria dagli sceneggiatori e motore di riflessioni e sviluppo sui personaggi davvero magistrali, il colpo per i fan è arrivato dalle conseguenze che il naturale scorrere del tempo ha apportato sul volto e sul fisico di alcuni attori, in primis i protagonisti Lorelai e Luke (Scott Patterson); è stata una botta vederli gonfi e invecchiati, una di quelle cose che stanno a sottolineare come anche noi, fruitori di tanta cultura pop, non siamo lì di certo a ringiovanire insieme ai nostri idoli (idoli per modo di dire, non esageriamo). Il secondo aspetto negativo, almeno a mio modo di vedere, è stata la passerella nostalgica dedicata a tutti quei protagonisti che hanno fatto la storia della serie e che qui hanno trovato modo solo di fare un piccolo cameo o di accettare una particina insignificante nel progetto, certo fa piacere rivedere un po' tutti, alcuni passaggi però sembrano davvero inutili e forzati. Abbondano poi i tempi morti e spesso la vicenda sembra girare a vuoto su se stessa, ci si concentra su momenti quasi onirici, si allunga il brodo su situazioni non centrali, magari con soluzioni visivamente anche carine e divertenti, ma che sfilacciano un plot che spesso dà l'impressione di non avere più tantissimo da dire.


Di contro il fattore nostalgia funziona, anche quando viene assecondato dai Palladino in maniera più o meno pretestuosa, e se alcuni personaggi passano a Stars Hollow solo per dire ciao ai fan e alcuni subiscono anche un'involuzione rispetto alla crescita operata nelle precedenti stagioni (e penso principalmente a Logan Huntzberger), su altri viene fatto realmente un buon lavoro, in particolare su Lorelai in relazione al lutto per la perdita del padre, ma soprattutto su Emily per quella del marito e su Rory che, in maniera del tutto credibile, inizia a scontrarsi con le difficoltà dell'età adulta, con i suoi profondi smarrimenti così comuni e veri in un'epoca come la nostra, e con le sue insanabili delusioni. Mette un po' di tristezza questo sviluppo delle vite delle ragazze Gilmore, le rende ancora un po' più vere, più adulte, senza snaturarle e senza privarle di quella capacità di articolare dialoghi incredibili a velocità supersonica, senza intaccarne di una virgola la simpatia, l'enciclopedica vena pop ne il loro indissolubile legame. Plauso ai Palladino per l'inalterata verve sui loro brillanti dialoghi, da sempre vero punto di forza della serie.

Il finale, spoilerato ovunque, cosa che comunque ometterò di fare, chiude in maniera armonica un cerchio, lasciando aperta la possibilità di iniziare a tracciarne un altro, uno nuovo che, ancora una volta, ormai i fan aspettano già con rinnovata trepidazione.

SPIDER

(di David Cronenberg, 2002)

Alterazioni, ibridazioni, connubi spuri, violazioni; tutte sfaccettature di un'invasività che Cronenberg continua ad analizzare nei suoi film, con riferimento a volte al corpo, a volte alla mente dell'uomo (o degli uomini, al plurale, come in Inseparabili per esempio). Dopo aver chiuso il millennio con due pellicole in cui la carne era elemento predominate (Crash del '96 ed eXistenZ del '99), il regista canadese si affaccia agli anni duemila scandagliando questa volta la mente del suo protagonista, il signor Dennis Cleg (Ralph Fiennes), uomo con evidenti problemi psichiatrici che viene ospitato in una struttura di recupero della suburbia degradata londinese gestita dalla signora Wilkinson (Miranda Richardson).

Basato su un racconto dello scrittore Patrick McGrath, qui anche sceneggiatore, Spider non presenta elementi orrorifici cari al regista, si muove piuttosto sui binari del thriller psicologico con ottimi risultati, dettati anche dalle interpretazioni superbe dei due attori protagonisti: Ralph Fiennes e Miranda Richardson. L'attore inglese va a ritagliarsi un posto al sole all'interno del club di interpreti che hanno lasciato il segno portando sullo schermo qualche tipo di disabilità o follia, vera o presunta che fosse, pensiamo al Dustin Hoffmann di Rain Man, a Edward Norton in The score, al Nicholson di Shining o, andando indietro nel tempo, ad Anne Bancroft in Anna dei miracoli (e sono solo i primi che mi vengono in mente). Miranda Richardson lo supera in bravura aderendo in maniera impressionante e quasi incredibile a ben due personaggi, eclissando addirittura la doppia prova superba di Jeremy Irons in Inseparabili. Ne esce uno scontro/incontro tra giganti probabilmente anche troppo poco apprezzato e sottolineato, nonostante il film fosse stato all'epoca della sua uscita molto ben accolto dalla critica.


Sono i danni subiti dalla mente in giovane età a finire sotto la lente d'ingrandimento di Cronenberg, quei traumi violenti capaci di lasciare ferite profonde, difficilmente sanabili, di quelle che con il passare del tempo, oltre a non rimarginarsi mai, continuano a scavare e a scavare e a scavare. Il destino che queste ferite offrono è ineludibile, al protagonista, irrimediabilmente segnato, non rimane che tornare ancora e ancora su quel trauma, cercandone le ragioni nei ricordi, tentando di districare pensieri intricati come fili di ragnatela, intraducibili, articolati nella testa e su carta in una lingua che sembra ormai aliena. Cronenberg e i suoi attori sono bravi a depistare lo spettatore (almeno quello meno attento), a costruire un'ottima storia e ad assestare un paio di colpi al momento giusto. Il resto lo fa la fotografia di una Londra sciatta, impoverita e putrida, vicoli e strade che sembrano chiamare a gran voce disgrazie e miseria quasi come se il marciume del contesto fosse il ragno del titolo, il quartiere la sua tela e i miseri abitanti le sue prede. Ma in questo caso non è così, l'orrore è interno all'uomo, rode da dentro in una maniera che forse solo Cronenberg e pochi altri sarebbero stati capaci di portare su pellicola in maniera così efficace.

martedì 27 dicembre 2016

DOCTOR WHO - THE RETURN OF DOCTOR MYSTERIO

Orfani della serie dedicata al Doctor Who (che riprenderà ad Aprile 2017), i fan del nostro Timelord preferito quest'anno si sono dovuti accontentare di questo speciale natalizio, The return of Doctor Mysterio, episodio piacevole che presenta alcuni collegamenti con la continuity del Dottore ma ben lungi dall'essere uno degli episodi migliori dedicati al personaggio. Dopo essere rimasti un anno all'asciutto e dopo l'ottima chiusura della nona stagione, sinceramente ci si aspettava proprio qualcosa di più, anche perché i dubbi sulla gestione del Dottore impersonato da Capaldi sono sempre pronti a riaffiorare.

Accompagnato questa volta da Nardole (Matt Lucas) e privo di companion al femminile (la prossima verrà presentata nella preview della nuova serie e sarà interpretata dall'attrice Pearl Mackie, giovane londinese che ancora non vanta un lungo curriculum), il Dottore dovrà sventare l'ennesimo tentativo di invasione aliena portato ai danni della Terra questa volta dal Branco dell'Armonia, razza intenzionata a insediarsi nei cervelli dei più potenti uomini politici del pianeta, previa distruzione a scopo dimostrativo della città di New York, variante che garantisce a questo special un'ambientazione tutta americana.

Si gioca nuovamente tra passato e futuro, con il buon (?) Dottore che suo malgrado interferisce in maniera pesante, ancora una volta, sulla vita di un giovane ragazzino, il piccolo Grant Gordon (Logan Hoffman) che scambia il viaggiatore del tempo per il ben più noto Babbo Natale. Involontariamente Gordon ingerisce una gemma aliena destinata a tutt'altro uso; l'incidente donerà al bimbo dei veri e propri superpoteri (i poteri della gemma sono legati ai desideri del possessore). Ciò è quel che avviene nel passato, nel presente Gordon (Justin Chatwin) è diventato The Ghost, supereroe in stile Superman che difende la città di New York e che nella vita in borghese, infilati un paio di occhiali, fa da tata alla figlia della sua amica, e segretamente amata, Lucy Fletcher (Charity Wakefield), reporter di cronaca per un famoso giornale.


Gli omaggi e le strizzate d'occhio a Superman e all'epoca d'oro dei comics americani non mancano, a partire dalla doppia identità di Gordon e all'uso degli occhiali sul quale anche il Dottore scherza con un Gordon giovanissimo (e non solo su quello), si intravede inoltre nello skyline di New York una palla che tanto ricorda quella del Daily Planet di Metropolis dove lavorano Clark Kent e Lois Lane, Lucy fa proprio la giornalista, vengono anche omaggiati Schuster e Siegel, creatori di Superman, e via discorrendo. Proprio questo è uno degli elementi che rendono piacevole l'episodio che per altro è ben poca cosa, l'impressione è quella della storia di passaggio, buona per prendere tempo in un periodo dedicato alla raccolta di idee per rilanciare in grande stile una serie che stenta da un po' di stagioni a questa parte a decollare veramente, e per affermare un dodicesimo Dottore che ancora non riesce ad esprimere tutte le sue potenzialità.

Non è ancora il Dottore che vogliamo, ripartiamo dalla fine della scorsa stagione che per alcune puntate lì si era imbroccata la strada giusta da seguire.


domenica 25 dicembre 2016

REGALI 2016

Natale è arrivato e quasi passato (ancora una volta), la fine dell'anno si avvicina e il 2017 è alle porte, solitamente questo è periodo di bilanci. Lo scorso anno non ne feci e sono fermamente intenzionato a non farne nemmeno quest'anno. Fanculo i bilanci, non ho più bilanci da fare, non ho più prospettive a lungo termine, ne progetti per il futuro. Gli sviluppi non sono quasi mai buoni, allora perché preoccuparsene? Non è pessimismo questo sia chiaro, ho semplicemente acquisito la capacità di prendere per buono il poco che viene e fottermene del resto, in fondo stiamo tutti bene ed è questo quel che conta.

Ad ogni modo anche quest'anno Babbo Natale è riuscito a fare un salto da queste parti e a regalarci qualcosina da mettere sotto l'albero. Tralasciando le mutande le cui foto penso non interessino a nessuno, ecco i doni di questa tornata.


Regali molto concreti, si fa di necessità virtù, ci siamo un pelo rivestiti, mia moglie si è dedicata alla parte alta (leggi anche tronco o maglie), i miei alla bassa (leggi anche cosce o pantaloni nella cui tasca è scappato pure il cinquantone che ha prontamente cambiato di mano per saldare proprio incombenze natalizie e simili)




Mio cognato ha optato per le cuffie per il mio lettore mp3, cuffie che sono sempre benvenute in quanto se ne disfano a pacchi, un po' come capitava con i Joystick quando si giocava con il Commodore 64.




I suoceri hanno pensato alla nuova cassetta degli attrezzi che la mia si è sfasciata e nella quale ormai regna il disordine perenne. Non amo particolarmente fare i lavoretti, ma ancora una volta è bene fare di necessità virtù e quindi...




Mio fratello ha attinto come al solito alla ormai famosa wishlist e sono arrivati...






Chiudiamo con quello che non è proprio un regalo di Natale ma un guilty pleasure che mi sono tolto istigato sempre da mio fratello (e motivo principale del passaggio di mano del cinquantone di cui sopra).


BUON NATALE

Buon Natale a tutti voi, un auguro sincero nella speranza che per chiunque le cosa vadano sempre meglio. Che la forza sia con voi. E ora... qualcosa di completamente diverso!


mercoledì 21 dicembre 2016

IL GIORNO PIÙ CRUDELE

(AA.VV., 2014)

Natale si avvicina e forse davvero a Natale, almeno noi persone comuni e mediamente per bene, siamo tutti più buoni. Eppure, se non proprio tutti, il 25 Dicembre sono in molti a essere anche un pochino più tristi. C'è chi lo palesa apertamente, chi si veste di un ricercato e indifferente cinismo nei confronti della festa, chi tenta di partecipare alla gioia collettiva ma con qualcosina di fuori posto nel cuore, chi non apprezza l'ipocrisia di alcuni aspetti della ricorrenza, quello consumistico in primis, chi ne aborre i risvolti religiosi, chi ne ama solo quelli e, certamente, c'è anche chi riesce a godersi il pacchetto completo, l'atmosfera, l'aspetto religioso e quello consumistico (anche se questi cozzano tra di loro). Poi ci sono i bambini che aspettano Babbo Natale, è per loro è festa grande.

A Natale però il mondo non diventa un posto migliore, nonostante le nostre pretese di bontà, saremmo ipocriti e anche parecchio stupidi al solo pensarlo. A Natale il mondo rimane il caro vecchio mucchio di sterco che abbiamo sotto gli occhi tutto l'anno. Non spariscono le sofferenze, i nostri lutti, le povertà, i disagi e via discorrendo. Non tornano i nostri cari, che magari proprio in questo periodo abbiamo perso, la nostra vita non migliora, l'umanità non compie passi avanti. Per molte persone, per chi è in difficoltà, per chi soffre, il Natale, è semplicemente il giorno più crudele dell'anno.

Proprio in quest'ottica ISBN Edizioni ha compilato un'antologia di racconti natalizi che sottolineano la potenziale crudeltà della festa più celebre e all'apparenza sentita della nostra società, lo fa mettendo in campo una squadra di pezzi da novanta della letteratura classica presentandoci racconti di Hans Christian Andersen, Anton Čhechov, Mark Twain, Guy de Maupassant, Lev Tolstoj, Fedor Dostoevskij, Carlo Collodi, Luigi Pirandello, O. Henry, Nikolaj Gogol, Dylan Thomas e Charles Dickens. In questi racconti viene esplorato il rovescio della medaglia, il lato più lontano dalla filosofia del vorrei cantare insieme a voi in magica armonia, il Natale degli ultimi declinato in diversi aspetti. Ma non crediate che autori di questo calibro siano capaci di porre l'attenzione solo sull'aspetto più svenevole della festa, e allora campo libero alla tradizione ma anche alla fantasia più sfrenata, ai sentimenti nobili certamente, ma anche a fantasmi e diavoli, alla religiosità così come all'aspetto più terreno e prosaico del Natale e degli uomini.

Andersen, come è facile aspettarsi, ci presenta una fiaba arguta con protagonista un giovane abete che aspetta solo il momento di lasciare il suo boschetto per andare a conoscere il mondo; questo, purtroppo per lui, avverrà proprio in occasione del Natale. Čhechov e Dostoevskij pongono invece l'accento sul più triste degli aspetti del Natale, la consapevolezza che la sua gioia e le sue promesse non sono valide per tutti i bambini, specie per quelli poveri e sfortunati costretti ad affrontare i freddi inverni nella Russia del 1800, vestiti solo di stracci leggeri (concetto facile da contestualizzare all'oggi e purtroppo ancora attuale). Mark Twain si occupa della classica corrispondenza con Babbo Natale in modo del tutto originale mentre Guy de Maupassant non si priva di esercitare anche in questa circostanza la sua verve cinica e molto terrena, attribuendo al protagonista della storia falsa carità, appetiti poco consoni alla festa e un giusto contrappasso. Tolstoj e Pirandello scandagliano l'aspetto più religioso del Natale con esiti che potremmo definire quasi opposti, Collodi e O. Henry offrono forse le costruzioni narrative più riuscite, con finali facilmente intuibili per un pubblico moderno e smaliziato, ma ancora capaci di colpire nel segno. Per Dylan Thomas ci sono i ricordi del Natale nel Galles, ma è da Nikolaj Gogol e Charles Dickens che arrivano i due episodi più fantasiosi e corposi. Il primo ci narra come il fabbro Vakula riesca a mettere letteralmente nel sacco perfino il diavolo per amore della sua Oksana, il secondo ci trasporta in una casa infestata e in una storia di fantasmi con derive onirico surreali che trasformano il credo cristiano in quello musulmano in un cortocircuito di grande attualità.

Con l'avvicinarsi della festa, Il giorno più crudele, tra l'altro corredato da belle illustrazioni d'epoca a tema, potrebbe rivelarsi un originale pensiero, una carta da giocare per chi è sempre in ritardo con le incombenze natalizie.

Hans Christian Andersen - L'abete
Anton Čhechov - Van'ka
Mark Twain - La lettera di Babbo Natale
Guy de Maupassant - Notte di Natale
Lev Tolstoj - Il Natale di Martin
Fedor Dostoevskij - Il bambino con la manina
Carlo Collodi - La festa di Natale
Luigi Pirandello - Sogno di Natale
O. Henry - Il dono dei Magi
Nikolaj Gogol - La notte di Natale
Dylan Thomas - Il mio Natale nel Galles
Charles Dickens - La casa dei fantasmi

domenica 18 dicembre 2016

SNOOPY AND FRIENDS - IL FILM DEI PEANUTS

(The Peanuts movie di Steve Martino, 2015)

Probabilmente i fan di lunga data della striscia dei Peanuts, creata e portata avanti per lunghissimi anni di onorata carriera da Charles M. Schulz, non sentivano il bisogno di questa trasposizione cinematografica aggiornata all'epoca della CGI. Evidentemente gli eredi del maestro sì, e credo le motivazioni non per forza debbano attribuirsi a urgenza creativa, affetto per i personaggi o rispetto per l'illustrissimo creatore, anche perché fosse stato quest'ultimo il sentimento dominante i Peanuts non sarebbero mai più dovuti uscire dal cassetto né tanto meno da nessuna punta di matita (non parliamo poi dalle potenti armi della computer graphic). E invece...

E invece ecco qui Snoopy & friends. Che poi per me i Penauts non sono mai stati Snoopy, icona riconoscibilissima del merchandising, e non sono mai stati Linus che ha dato il nome anche alla meritevole rivista; per me i Peanuts sono sempre stati Charlie Brown. Ecco, il titolo italiano Charlie Brown & friends mi sarebbe piaciuto molto di più, l'avrei trovato più giusto.

A conti fatti Charlie Brown è anche il protagonista del film, un tenerissimo perdente, timido, impacciato, maldestro nelle sue più sfrenate passioni (il baseball ad esempio), incapace nei più banali passatempi (il gioco dell'aquilone), uno sconfitto a oltranza incapace di arrendersi e deprimersi, un bambinetto che riesce a trovare sempre l'energia per affrontare un nuovo giorno. Un nuovo giorno da perdente. Ho sempre amato i Peanuts, un insieme di personaggi fantastici, uno più dell'altro, ognuno con le sue caratteristiche e le sue idiosincrasie: Lucy, Linus, Snoopy, Piperita Patty, Marcie, Replica, Sally, Schroeder e finanche Woodstock. Ma più di tutto li ho amati, e li amo ancora, per Charlie Brown. Forse è perché un po' mi ci rivedo nella sua timidezza, nella scarsa confidenza con gli sport, spesso per quello che ci sembra un destino avverso e poi perché, in fondo, posso onestamente dire di non essermi mai sentito un vincente. Per tutte queste cose ho sempre amato e sempre amerò Charlie Brown, più di tutti gli altri e anche più di Mafalda o di Calvin o di Hobbes. E proprio a Charlie Brown in questo film gli eredi di Schulz decidono di dare una possibilità per vincere.


La trama è esile e leggiadra, la ragazzina dai capelli rossi, che qui per la prima volta vediamo in volto, si trasferisce nella casa di fronte a quella di Charlie Brown che immancabilmente se ne innamora. Seguiranno vari tentativi del ragazzino, quasi sempre vanificati dalla malasorte, di farsi notare dalla bambina dei suoi sogni. Ovviamente il film diventa l'occasione per riproporre i tormentoni nati sulle strisce a fumetti, la guerra di Snoopy contro il Barone Rosso, le sedute psicanalitiche di Lucy (the doctor is in), la sua infatuazione per Schroeder, il pallone soffiato all'ultimo momento, la coperta di Linus (qui un po' sottoutilizzato), le discussioni al muretto, l'avversione per la scuola di Piperita Patty e Sally e via discorrendo...

L'utilizzo dei personaggi è rispettoso della loro storia, diversi passaggi sono divertenti, si infrangono solo un paio di tabù, anche in maniera garbata. In fin dei conti non un lavoro eccelso ma neanche poi così malaccio. Sicuramente il film avrebbe guadagnato tantissimi punti se si fosse affidato a un'animazione tradizionale, cosa possibilissima e che avrebbe anche funzionato molto bene come dimostrano le brevi sequenze realizzate con questa tecnica. Ma tant'è, probabilmente l'animazione tradizionale non è più economica, non è più un buon investimento e alla fin fine sappiamo tutti che è solo questo che conta.

Chissà, forse il film sarebbe piaciuto anche a Schulz, però il dubbio che Snoopy & friends non fosse per niente necessario continua a girarmi per la testa.

giovedì 15 dicembre 2016

DAREDEVIL - STAGIONE DUE

L'anno scorso dicevo di come il mio maggior timore per questa seconda stagione di Daredevil, dopo aver assistito a un ottimo esordio, fosse legato alla resa televisiva dell'eroe con indosso il costume da diavolo, elemento che nella scorsa serie si era solo intravisto fugacemente nel season finale. Timore che nasceva dall'evidente difficoltà di trasportare le famose tutine colorate in spandex, che i supereroi indossano nelle pagine dei fumetti, in maniera credibile sullo schermo, tanto più in un contesto urbano e lercio come quello dei vicoli fetidi di Hell's Kitchen che di supereroico hanno davvero molto poco.

Fortunatamente la produzione è riuscita a mettere in campo il giusto compromesso tra la tradizione iconica del personaggio Daredevil e quella che potrebbe essere una sua ipotetica incarnazione in un mondo il più reale possibile. Mantenendo quindi un'impostazione narrativa adesa a una visione realistica delle cose, il lavoro sui costumi può ritenersi ampiamente apprezzabile. Fugati quindi i giustificati timori, la domanda che sorge spontanea è la seguente: la seconda stagione di Daredevil è o non è all'altezza della fantastica prima serie mandata in onda da Netflix? La risposta a mio modesto parere è... si e no.

Dal punto di vista tecnico, registico, scenico e quant'altro Daredevil regala grandissime soddisfazioni a spron battuto, lo spettatore ha sempre l'impressione di trovarsi immerso in uno show dai toni maturi che dà dei punti a tutti i vari Arrow, Flash e Agents of S.H.I.E.L.D. che dir si voglia, facendolo senza nessuna difficoltà. La strada sembra ormai tracciata ed è quella giusta. A livello narrativo siamo un gradino sotto la stagione precedente, si paga la presenza limitata (compare in poche puntate) del grandissimo Vincent D'Onofrio nei panni di Wilson Fisk, personaggio che nelle sue poche apparizioni riesce senza sforzo a mangiare in testa a tutti quanti e che nella precedente stagione aveva fatto un po' da mattatore assoluto. A compensare la sua assenza arriva però un ottimo Jon Bernthal a interpretare Frank Castle (il Punitore) e a rimarcare quello che sembra essere il destino di Charlie Cox (Daredevil), protagonista di una serie nella quale si trova a dover cedere il passo di fronte alla grandezza dei suoi co-protagonisti (e sempre più è oscurato anche dalle prestazioni dell'ottima Deborah Ann Voll).


Le trame sviluppate in questa seconda stagione sono diverse, mettono forse anche troppa carne al fuoco con l'introduzione di numerosi personaggi tra i quali Stick (Scott Glenn), Elektra (Elodie Yung) l'organizzazione della Mano, lo stesso Frank Castle e il misterioso Fabbro. C'è quindi da lavorare sulle origini del Punitore, sul vecchio amore tra Matt ed Elektra, sulla relazione con Karen, sui misteri di Stick e della Mano, su Fisk in galera, sul rapporto tra Matt e Foggy (Elden Henson), forse un po' troppa roba, altissimo inoltre il numero di sequenze d'azione, sempre ottime nella realizzazione ma forse eccessive nel numero.

Detto questo, il giudizio rimane comunque più che positivo per una serie che si ritaglia i momenti migliori, anche nella costruzione del personaggio, presentando i drammi e le contraddizioni di un Punitore interpretato magnificamente da Bernthal (lo Shane di The Walking Dead), character talmente indovinato da meritarsi una serie tutta per sé. Ottima anche la dicotomia di vedute sulla giustizia tra Matt e Frank, vigilanti con visioni diametralmente opposte. Mi ha lasciato più freddo la gestione di Elektra, personaggio fondamentale nella storia di Daredevil e qui forse adoperato in maniera troppo frettolosa (ma avremo modo di rivederla immagino).

In ogni caso si aspetta con ansia una terza serie, il livello medio delle puntate rimane sempre alto, ora toccherà dare un'occhiata ai vari Jessica Jones, Luke Cage e via discorrendo, cosa che ancora non ho avuto tempo di fare.

lunedì 12 dicembre 2016

MR. WINCHELL - LA VOCE DELL'AMERICA

(Walter Winchell di Michael Herr, 1990)

In origine la prima stesura di questo libro da parte di Michael Herr voleva e doveva essere una sceneggiatura da sottoporre all'industria hollywoodyana, un biopic su uno dei giornalisti più in vista dell'America degli anni '30 e '40, considerato il vero padre putativo del giornalismo scandalistico, tessitore di nuovi linguaggi e grande influenzatore di opinioni e trend: Walter Winchell. Cosa più che naturale se pensiamo anche solo per un attimo all'autore dello scritto; Michael Herr infatti è noto per aver co-sceneggiato capolavori come Apocalypse Now e Full Metal Jacket oltre che per la sua carriera di giornalista e inviato dal fronte (il suo Dispacci è considerato una delle opere più riuscite sulla guerra del Vietnam).

In corso d'opera il lavoro di Herr ha preso una piega diversa, come lo stesso autore afferma nella prefazione al libro, lo scritto è diventato una sorta di romanzo con dentro una cinepresa. Questa definizione calza alla perfezione almeno alle prime pagine di questo ibrido tra romanzo e sceneggiatura, pagine nelle quali si ha davvero l'impressione di seguire da vicino un cameraman intento a fermare su pellicola una versione romanzata della vita di Walter Winchell. Avanzando con la lettura questa prima impressione si affievolisce un poco e viene sostituita da una sorta di sceneggiatura in prosa, ripulita di orpelli e appunti, a corredo della quale sembrano scivolare sullo sfondo le immagini dell'ideale film che Herr aveva probabilmente già visto e girato nella sua testa. Le sequenze sono molto brevi, a farla da padrone non sono le azioni dei personaggi ma i loro dialoghi, i caratteri e i protagonisti si costruiscono da soli grazie a battute, battibecchi, esternazioni che li fissano nella mente del lettore senza ricorrere a didascaliche descrizioni. Una scelta stilistica che dona allo scritto un ritmo frenetico e incessante che non presenta passaggi morti e momenti di stanca, una successione degli eventi (che ruotano sempre intorno ai dialoghi) che probabilmente non sarebbe stata così semplice da portare al cinema.

Ma chi era questo Walter Winchell, personaggio ormai dimenticato e sconosciuto ai più? Innanzitutto un uomo ossessionato dalla fama e dal successo, dal suo e da quello degli altri, argomento sul quale fonda le basi della sua grandissima popolarità andando a scavare nel privato dei divi di Hollywood, dei politici, dei gangster e dei suoi colleghi, dando vita al giornalismo scandalistico con il quale ancora oggi tutti quanti (purtroppo) abbiamo a che fare. Passando dai suoi fallimenti come artista del vaudeville alla carta stampata e in seguito alla radio, Walter Winchell arriverà sulla cresta dell'onda e ci rimarrà per molti anni (diciamo fino all'avvento della televisione) creando uno stile di comunicazione fatto di frasi secche, malevole illazioni (quasi sempre fondate) e neologismi a profusione per il quale venne coniata la definizione di Winchellese.


Negli anni Trenta e Quaranta del Novecento, la parola di Winchell è in grado di garantire il successo di uno spettacolo a Broadway o di sputtanare di fronte all'America tutta questo o quel divo, le sue rubriche sui giornali e le sue trasmissioni alla radio raggiungono la gran parte della popolazione, la sua influenza sull'opinione pubblica è impressionante, il suo stile inconfondibile e la sua attitudine riescono a sdoganare argomenti fino ad allora ritenuti tabù. Non era un personaggio troppo comodo Winchell, ma contribuì alla fortuna dell'impero editoriale di William Randolph Hearst, magnate dell'editoria al quale Orson Welles si ispirò per creare il personaggio di Charles Foster Kane in Quarto potere, sostenne a spada tratta Frank Delano Roosevelt e attaccò con tutte le sue forze l'ascesa di Hitler e ogni forma di nazismo (Winchell aveva origini ebree), caparbio interventista e feroce critico di tutto ciò che non gli andava a genio.

La storia della sua vita, ascesa e caduta, è la storia dell'America di quegli anni, l'uscita dalla Grande Depressione, il proibizionismo, l'era dei gangsters, la Café society di recente portata sullo schermo da Allen (che a Winchell deve anche qualcosa agli inizi della sua carriera), il New Deal e tanto altro ancora. Poi, come avviene nella maggior parte delle storie, la sua parabola incontra la fase discendente e pian piano Walter Winchell viene dimenticato, viene rimosso quasi completamente il ricordo di un personaggio che in vita stette a stretto contatto con personaggi del calibro di Ernest Hemingway, Damon Runyon, Lepke Buchalter, Frank Costello, Frank Delano Roosevelt, Ed Sullivan, J. Edgar Hoover e chissà quanti altri ancora.

Per diversi anni, molti, Walter Winchell è semplicemente stato la voce dell'America.


sabato 10 dicembre 2016

DELITTO NELLA PREISTORIA

(di Alfredo Castelli, Gaspare e Gaetano Cassaro)

Arrivati alla sesta uscita della collana, Alfredo Castelli decide di puntare le luci dei riflettori su Java (lo farà ancora in seguito in albi divenuti poi celebri), il neanderthaliano assistente di Martin Mistère. La teoria sulla quale riflettere, discutere e discettare questa volta è la seguente: come mai dopo l'avvento dell'Homo Erectus, sulla Terra comparvero, più o meno simultaneamente tenendo conto delle datazioni storiche approssimate, sia l'Homo Sapiens che l'Uomo di Neanderthal? E se le due specie non furono una diretta discendente dell'altra, come mai l'Homo Sapiens sopravvisse a lungo mentre la stirpe dei Neanderthal scomparve in un lasso di tempo relativamente breve? La teoria più accreditata sembra quella della scomparsa dovuta all'incapacità dei Neanderthal di costruire un proficuo codice di comunicazione, inadatti a parlare avrebbero lasciato il passo ai più evoluti Homo Sapiens.

In seguito a un'interessante ritrovamento da parte del Professor Maubert la teoria in vigore rischia di vedersi assestato un profondo scossone, e se la scomparsa dei Neanderthal fosse attribuibile a un loro sterminio a opera proprio dei "concorrenti" rappresentati dell'Homo Sapiens? Di fronte all'esposizione di questa teoria, ma soprattutto davanti all'esibizione di un'arma in particolare usata dall'Homo Sapiens, Java comincia a mostrarsi sempre più nervoso, lasciandosi andare a numerosi scatti di violenza per lui quantomeno inusuali. Purtroppo l'insolito comportamento di Java diviene ottimo pretesto per il commissario Charlier, poliziotto arrogante in cerca di un capro espiatorio nel corso di una spiacevole indagine. Java diviene così l'uomo (di Neanderthal) in fuga, un criminale braccato dalla legge costretto a rifugiarsi in una sorte di corte dei miracoli sui generis.

In questa storia, che occuperà anche diverse pagine dell'albo seguente, Castelli ripropone una vicenda di largo respiro, strutturata e densa di elementi, forse anche troppi e compressi in maniera innaturale nello spazio a disposizione. La teoria sulle specie primitive, il caso di omicidio, le strane reazioni di Java, la sequenza della corte dei miracoli e il collegamento con il passato del Professor Maubert; in tutta franchezza forse la carne al fuoco è troppa e tutta la parte dedicata ai reietti del sottosuolo a mio avviso si poteva evitare. Rimangono comunque ottime le suggestioni storiche, le teorie che garantiscono l'appetibilità di una serie come questa, sempre capace di regalare stimoli e curiosità, approfondimenti nelle due paginette di redazionali miste a buon intrattenimento.

Ho gradito molto il lavoro dei due Cassaro ai disegni, oltre alla resa di volti poco canonici e sempre interessanti, si evince una naturale dimestichezza a trasporre sulla carta i luoghi della storia, in questo caso Parigi e il quartiere di Pigalle con i sexy shop, il Moulin Rouge, i vicoli più malfamati e il Centre Pompidou, ottima anche la dinamicità nelle sequenze più action e la resa delle scene con le automobili (che a dire il vero sanno molto d'America anche in terra francese).

Per costruzione probabilmente Delitto nella preistoria non rientra tra le storie migliori scritte da Castelli, presenta lungaggini non necessarie ma anche ottimi spunti. Da sottolineare quanto fosse all'epoca fastidiosa l'abitudine di spezzare le storie facendole terminare a metà albo o a un terzo dello stesso, gestione degli spazi davvero terribile e abusata in Bonelli per anni. Fortunatamente le cose più avanti cambiarono rotta.


mercoledì 7 dicembre 2016

BEN HUR 1959 - 2016

(di William Wyler, 1959) - (di Timur Bekmambetov, 2016)

Qualche anno fa qualcuno ebbe la brillante idea di portare nelle edicole italiane i distillati, trattavasi di riassunti di libri celebri, un'iniziativa pensata con l'intento di avvicinare i tanti non lettori italiani alla letteratura, mutilando così l'opera di diversi autori. Il remake di Ben-Hur targato duemilasedici me li ha riportati alla mente, una sorta di bignami mal compilato e raffazzonato, un tentativo di riportare sugli schermi l'opera magniloquente e memorabile di un William Wyler in stato di grazia, decurtata di due ore di girato e aggiornata alla noia del blockbuster moderno. Il film è tra l'altro soverchiato in tutto e per tutto dalle scenografie artigianali di un kolossal di quasi cinquant'anni fa, uno scontro impari per mezzi tecnici nel quale ancora una volta Davide batte Golia; un po' come se mia figlia con il suo giochino per creare animazioni, fatto di scenografie e personaggi di carta, riuscisse a umiliare in un confronto diretto l'ultimo prodotto di casa Pixar.

L'ideale impari duello è ben sottolineato dall'accoglienza al botteghino dei relativi film, il primo costò nel '59 circa quindici milioni di dollari incassandone ben settecentoventi, il suo remake non è riuscito nemmeno (e giustamente) a coprire i costi di produzione. Inoltre se una pellicola di 219 minuti riesce a tener desta l'attenzione dello spettatore per tutta la sua durata, e in diversi passaggi addirittura a esaltarlo, mentre l'altra con soli 123 primi riesce solo a istillare pensieri di suicidio, qualcosa dovrà pur voler dire. Sul piatto, inoltre, ben 11 Oscar per il Ben Hur classico, una serie di pernacchie per quello moderno. C'è da dire che Bekmambetov potrebbe aver guardato direttamente al libro di Lee Wallace per articolare la sua versione della storia, ignorando totalmente il lavoro di Wyler. Beh, se così fosse non ci resta che esclamare "peccato!", dal suo predecessore il regista kazako avrebbe potuto imparare qualcosa, evitando magari i risultati negativi derivati da un confronto impietoso.

È interessante notare come in epoca moderna ogni tanto spunti fuori da parte delle case di produzione cinematografica il tentativo di rivitalizzare il kolossal o il peplum che dir si voglia (o come lo chiamavamo noi, il genere sandaloni), peraltro con scarsi risultati. Purtroppo lo spettatore di una certa età che ancora serba il ricordo dell'epoca gloriosa del kolossal, delle produzioni di Cinecittà, delle folle oceaniche di comparse e delle scenografie maestose dei tempi che furono, difficilmente potrà trovare interesse in prodotti spuntati e noiosi come questo, con attori che hanno il carisma degli stessi sandali usurati che in passato davano il nome al genere (Jack Huston, Toby Kebbell, chi sono costoro?). Il pubblico giovane che vuole andare al cinema a vedere un film spettacolare chiede invece ironia, trame coinvolgenti, dialoghi brillanti e azione che qui si concentra più che altro nella classica scena delle bighe (che poi bighe non sono), tra l'altro sequenza anche abbastanza riuscita. In tutta sincerità vedo più personalità e un'onesta attitudine all'intrattenimento nel 90% dei cinecomics di casa Marvel che in questo Ben Hur. Scontentati gli spettatori adulti, i cinefili, i giovani (e i produttori che hanno messo i soldi), chi ci resta?


Allora il consiglio per tutti è di andare a riguardare il Ben Hur con Charlton Heston, questo sì un vero kolossal, ancora oggi una meraviglia per gli occhi, un lavoro artigianale di una perizia pazzesca, una storia che si carica sulle spalle tutta la sua drammaturgia grazie a una recitazione d'altri tempi, teatrale, solenne, pudica nel rapporto tra sacro e pagano, nel parallelismo tra la storia del protagonista Giuda Ben Hur (Heston) e del suo nemico/amico Messala (Stephen Boyd) e quella del Cristo (Claude Heater), qui mai inquadrato in volto, ampiamente palesato nella versione targata 2016. Entrata nella storia del cinema la sequenza appassionante della corsa delle bighe (che anche qui bighe non sono), realizzazione da applausi a scena aperta, sequenza omaggiata con scarsi risultati anche da George Lucas in persona con la corsa degli sgusci nell'episodio I di Star Wars: La minaccia fantasma.

Non tutto per forza deve essere triturato e riproposto, a volte alcune cose è bene lasciarle lì dove sono, usarle come spunto, come ispirazione, ma con rispetto e devozione. Meglio una brutta idea originale piuttosto che non una vecchia e valida ma irrimediabilmente compromessa.

lunedì 5 dicembre 2016

MEMORIE DALL'INVISIBILE

(di Tiziano Sclavi e Giampiero Casertano)

Quando ero un giovine ragazzino, avevo circa undici anni all'epoca, ricordo che ebbi modo di parlare di Dylan Dog e di alcune sue storie, che peraltro io non avevo avuto ancora modo di leggere, con alcuni miei animatori dell'oratorio, ragazzi più grandi di me di qualche anno che a differenza mia il personaggio lo conoscevano meglio e che erano in grado di togliermi alcune curiosità. Nella mia enorme ignoranza pronunciai il nome dell'indagatore dell'incubo come Dailan Dog. Orrore, fui additato come l'untore, dagli dagli, e qualcuno disse: "Tu dici Bob Dailan forse?", ricordo l'arguta stoccata ancora chiaramente. Ah, brutto stronzetto d'un saputello, l'ignobile si spese proprio una delle battute da Memorie dell'invisibile, suscitando saccente le ilari risa di altri beoti ignorantelli come me. È vero, non si pronuncia Dailan Dog, ora lo sappiamo tutti, però è stato bello vedere come la rilettura dell'episodio abbia avuto il potere di riesumare un chiaro ricordo proveniente da un passato ormai remoto, potenza della carta stampata, capace di veicolare emozioni e ricordi in maniera indelebile.

Memorie dall'invisibile presenta almeno due personaggi memorabili: una sorta di uomo invisibile, una nullità che nessuno sembra notare, una figura tragica, a tratti patetica, che parla al lettore tramite didascalie nelle quali Sclavi mette tutto il suo estro in un episodio dalla densità narrativa davvero notevole. Poi la bellissima Bree Daniels, nuova cliente di Dylan Dog che imperturbabile si ostina a chiamare l'indagatore dell'incubo Dailan dall'inizio alla fine dell'episodio, prostituta d'alto bordo che prende l'iniziativa per difendere le sue colleghe minacciate da un pericoloso serial killer, mettendosi tranquillamente sotto le scarpe sia il bel Dylan (e quell'imbecille di Groucho) sia la polizia tutta con in capo il sensibile ispettore Bloch.


Nelle prime tavole Sclavi è magistrale nel confondere il lettore, nello scombinare le carte, nel creare un cortocircuito dissonante tra vignette e didascalie per andare poi a costruire pian piano la sua storia ma soprattutto i suoi personaggi. Oltre alle usali citazioni celebri, questa volta addirittura l'immenso Edward Hopper con il suo Nighthawks, Sclavi ci regala uno dei Dylan Dog più pazzamente innamorati tra quelli presentati negli episodi visti fino a questo momento, un amore destinato a non avere futuro. Memorie dall'invisibile sembra uno di quegli episodi dove i personaggi sembrano acquisire una profondità più accentuata rispetto alla media, graziato poi dalle matite di un Casertano in grandissima forma.

Probabilmente tra gli episodi analizzati finora questo Memorie dall'invisibile potrebbe ritagliarsi il suo posto in un ideale podio.

venerdì 2 dicembre 2016

L'ISPETTORE COLIANDRO

(di Carlo Lucarelli e Onofrio Catacchio, 1993)

Serializzati negli anni '90 sulla storica rivista Nova Express, sono tornati in edicola i cinque racconti realizzati dal papà di Coliandro, Carlo Lucarelli, e dal disegnatore Onofrio Catacchio, grazie all'interessamento e all'opera di recupero di fumetti italiani del passato portata avanti dall'Editoriale Cosmo negli ultimi anni. Cinque brevi episodi composti da sedici tavole ciascuno all'interno dei quali è condensato tutto il Coliandro pensiero che gli spettatori della serie tv dedicata all'ispettore più cazzaro di tutti i tempi hanno imparato ad amare e apprezzare, soprattutto grazie all'interpretazione di un Giampaolo Morelli entrato nel ruolo con adesione impeccabile. E potevo forse io farmeli scappare o mancare all'appuntamento? Certo che no, nonostante non sia proprio un fan del segno di Catacchio che qui, con mio stesso stupore, ho invece più che apprezzato.

Il Coliandro a fumetti è molto diverso da quello a cui ci siamo abituati guardando la serie televisiva, nato prima di quest'ultimo, il personaggio su carta non assomiglia molto a Morelli, tra l'altro qui omaggiato come si deve sulla copertina dell'albo. Il tratto di Catacchio è molto sperimentale, caricaturale, da scuola indipendente, ci restituisce un Coliandro ancora sovrintendente, sempre in giacca e cravatta, dal mento molto pronunciato, all'apparenza chiaro nei colori e simile alla sua controparte televisiva solo nel portamento e nella struttura fisica.

Il protagonista però è lui, non ci sono dubbi, la penna è quella di Lucarelli e Coliandro è sempre Coliandro. Il cortocircuito più accentuato tra pagina e schermo avviene proprio leggendo le didascalie che contengono vere e proprie perle di Coliandro pensiero, l'immagine di Morelli allora si forma spontanea nella mente e un sorriso compiaciuto non può far altro che stamparsi sulla faccia del lettore alle prese con le puttanate dell'ispettore.

Ci godo a far paura ai tossici, gioventù di merda, li sbatterei tutti dentro.

Dentro, l'appartamento di Rashid è tutta un'altra cosa. Ristrutturato, ridipinto, riammobiliato... c'è solo quel cazzo di odore speziato che hanno sempre i marocchini...

Mi guardo attorno e vedo il cellulare del tunisino. Merda. E io che telefono solo dopo le dieci per pagare meno. Gli sparerei a quel telefonino da spacciatore del cazzo! Lo prendo e faccio il numero: ma non il 112. Il 113. Quello della Polizia. Almeno la soddisfazione di metterlo nel culo al Carabiniere!

Il Coliandro televisivo forse è stato anche ammorbidito da Lucarelli rispetto a quello presentato in questi cinque brevi episodi tra i quali compare anche Nikita, adattamento del primo racconto con protagonista l'ispettore e reinventato dallo scrittore per tutti i formati, libro, fumetto e tv. Oltre a Nikita nel volume si trovano gli episodi Poliziotti e puttane, Il tunisino, Mariangela e Autogrill.

In maniera ancora più accentuata qui si può godere dell'imperfezione di un personaggio indovinatissimo, tanto bestia quanto divertente. Maschilista, razzista, casinista ma tutto sommato disposto a far la cosa giusta e ad affezionarsi alle persone, specialmente se donne. Qui forse un po' di meno di quanto accada in televisione.

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