domenica 8 febbraio 2026

DIE MY LOVE

(di Lynne Ramsay, 2025)

Non sono ancora moltissimi i film che pongono come tema principale la condizione femminile, che muta in maniera anche violenta, in seguito all’insorgere di una depressione post-partum. Certo non sono mancati, in anni recenti, alcuni episodi di finzione o anche documentaristici a riflettere su questo tema piuttosto spinoso; sulla stessa scia e ampliandone visibilità e impatto emotivo, arriva ora anche questo Die my love, ultima opera in ordine di tempo della regista di origine scozzese Lynne Ramsay, una donna che di maternità si era già occupata con uno dei suoi film precedenti (… e ora parliamo di Kevin con protagonista Tilda Swinton) e che ora torna a farlo avvalendosi della preziosa collaborazione dell’attrice Jennifer Lawrence, all’epoca delle riprese incinta del suo secondo figlio e già interprete in un connotante ruolo di madre proprio in Madre! di Darren Aronofsky. Con soli cinque lungometraggi realizzati in un arco temporale di circa venticinque anni, Lynne Ramsay torna sugli schermi adattando il libro Matate, amor della scrittrice argentina Ariana Harwicz, in Italia tradotto con il titolo Ammazzati amore mio, forse un poco fuorviante ma che ben sottolinea la natura forte dei rapporti personali tra i due protagonisti, una donna e un uomo che vedono mutare il loro rapporto e la vita in comune in seguito all’arrivo del loro primo figlio.

Grace (Jennifer Lawrence) e Jackson (Robert Pattinson) sono una coppia in attesa del loro primo figlio. I due si trasferiscono dalla città nella casa di provincia nel Montana che Jackson ha ereditato da uno zio morto suicida. Il posto è un poco isolato, tranquillo, immerso nella natura. Jackson suona in una band ma sarà costretto a iniziare un lavoro manuale che lo tiene lontano da casa per tutto il giorno, in fondo c’è da mantenere un bambino, i soldi sono necessari. Grace è un’aspirante scrittrice e la tranquillità della nuova casa, in realtà abbastanza malmessa, dovrebbe consentirle di riuscire a comporre quel “grande romanzo americano” che la giovane pare inseguire con una certa ambizione. Dopo la nascita del bambino però i sogni di tutti sembrano infrangersi: Grace cade in una depressione molto profonda e, oltre a non scrivere neanche mezzo rigo, inizia a tenere comportamenti sempre più estremi e bizzarri, preoccupanti per Jackson e per sua madre Pam (Sissy Spaceck), una donna che le tenta tutte, pur non avendone gli strumenti, per aiutare la giovane e bella nuora. Tra gelosie, cali del desiderio da parte di lui, probabili tradimenti, tentazioni di prossimità e una socialità sempre più difficile e artefatta, la coppia sembra cedere e cadere come un castello di carte sotto il peso di un infante incolpevole e tutto sommato affatto problematico.

Die my love di Lynne Ramsay è un film molto “materico”, la regista rimane molto vicina ai suoi attori, riempie gli spazi con i loro corpi, quello della Lawrence naturalmente imperfetto e totalmente esposto, quello di Pattinson più nervoso, satura la casa di desiderio prima, di disagio poi, ben espresso da un contesto malmesso e disordinato che rispecchia la deriva progressiva che si sviluppa nella testa della bellissima Grace che, poco a poco, di “grazia” ne mostrerà sempre meno, a sé stessa e a tutti quelli che le stanno attorno (e sono pochi in realtà, forse uno dei problemi della giovane donna). Ottima interpretazione della Lawrence che oscura il suo compagno in un misto di sensualità esibita e follia incontrollabile, a tenerle testa solo una Sissy Spaceck che già in passato ha dimostrato di reggere bene al passare degli anni (vedere l’ottima prova in Old man and the gun con Redford). La situazione di disagio della protagonista, che mette in scena un tema universale e nodale per molte donne, è resa ancor più claustrofobica dalla scelta della Ramsay di adoperare il formato in 4/3, a restringere ancor di più spazi fisici e mentali, spesso espressi in una profondità di campo ingannevole, così come lo è l’apparente libertà data da una natura sconfinata, per ossimoro opprimente. La struttura narrativa non è perfettamente lineare, le immagini con una certa dose di ambiguità tra reale e simbolico si affastellano l’una sull’altra (il cavallo nero, l’incendio), le immagini soverchiano i dialoghi e il senso in un film in cui il tema è il centro, la situazione è contorno, la tenuta è labile e rischia di spiazzare (o anche irritare) parte del suo pubblico. Con un interessante lavoro di messa in quadro la regista scozzese mostra un elemento di disturbo, dai connotati quasi white trash, in un contesto di vicinato impettito composto da diverse donne, tutte madri, incapaci di comprendere e aiutare una Grace in evidente difficoltà, una donna ormai sulla soglia del respingente a causa dei suoi ripetuti comportamenti che arrivano all’autolesionismo, sottolineati da una musica invadente e da dettagli minimi ma forti, come quel figlio senza nome, o quell’inchiostro che si perde nel latte materno fuoriuscito dai seni gonfi di una donna gravida. Scelte coraggiose quelle della Ramsay, per un film affatto semplice da apprezzare e che richiede una dose di trasporto e di empatia, se non per i suoi personaggi, almeno per un tema al quale è necessario porre la dovuta attenzione.

2 commenti:

  1. Mi incuriosiva molto ma me lo sono perso al cinema. Però anche questa tua recensione (insieme ad altre che ho letto) mi fa venire il sospetto che forse non l'avrei apprezzato. Aspetterò un passaggio televisivo.

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    1. In effetti non è stato apprezzato da tutti, a me non è dispiaciuto affatto ma non mi ha nemmeno folgorato se devo dire la verità.

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