mercoledì 29 aprile 2020

SNOWPIERCER

(설국열차 Seolgug-yeolcha di Bong Joon-ho, 2013)

Il treno come metafora della società, metafora sempre attuale e nemmeno troppo celata, anzi evidente, evidentissima, a denunciare l'incapacità umana di elevarsi oltre i propri egoismi al di là di dinamiche all'apparenza inscalfibili e che così sono solo grazie a una sconfinata indifferenza e un'illimitata mancanza di empatia e compassione di chi sta ai vertici (o in testa al treno), una classe dominante ottusamente accartocciata su se stessa. Una classe che, diciamocela tutta, almeno nella finzione, è bello veder crepare tra i dolori più atroci.

Siamo nel filone del catastrofico. Per prevenire gli enormi danni che il surriscaldamento globale sta provocando alla Terra, l'umanità è riuscita a sintetizzare una sostanza che dovrebbe essere in grado di abbassare le temperature e riportarle a un livello per il pianeta e per la razza umana più sostenibile. Purtroppo le conseguenze della sperimentazione vanno rapidamente fuori controllo e il pianeta vede arrivare una nuova era glaciale, i pochi sopravvissuti trovano rifugio nell'utopia di Wilford (Ed Harris), un treno autosostenibile capace di viaggiare su un sistema ferroviario che è stato unificato in tutto il mondo, un moto perenne attorno al globo condotto da una locomotiva capace di frangere qualsiasi ostacolo ghiacciato si ponga sul suo cammino. Ma quella che nella mente egoistica e autoassolutoria di Wilford è un'utopia capace di far sopravvivere la razza umana, per larga parte della stessa si rivela la solita vecchia solfa: lo sfruttamento indiscriminato della massa dei più deboli a favore dei pochi che possono godere di tutti i privilegi, una casta che ovviamente, come succede anche nella realtà, non manca di circondarsi di prepotenti e riottosi cani da guardia. Il treno di Wilford è diviso in carrozze come ogni treno, nelle carrozze di fondo, ammassati uno sull'altro, ci sono i poveri di questa società in viaggio perenne, vivono in vagoni sporchi, senza privacy, abbigliati in maniera straziata, costretti a cedere i loro figli in caso di bisogno, minacciati costantemente da soldati armati, nutriti con degli schifosissimi blocchi di proteine. Tra loro ci sono il vecchio Gilliam (John Hurt), privo di un braccio (condizione non rara tra gli abitanti dei vagoni di coda), un uomo che in passato guidò un tentativo di rivolta finito male, e i giovani Edgar (Jamie Bell) e Curtis (Chris Evans), promotori di una nuova rivolta, in particolar modo Curtis è visto suo malgrado dagli altri vessati del treno come una sorta di speranza, un leader potenziale in grado di migliorare la loro condizione. La situazione è calda, gli ultimi hanno fame, vogliono un po' di carne, la possibilità di lavarsi, un po' d'acqua, vogliono guardare il cielo. I tempi sono maturi per una nuova rivoluzione.


Bong Joon-ho è il regista che quest'anno ha riscritto la tradizione dell'Academy Awards vincendo con un film coreano, Parasite, gli Oscar come miglior film, miglior film straniero, miglior regia e miglior sceneggiatura, praticamente tutti i premi delle categorie principali. Già con questo Snowpiercer è possibile ammirare la maestria del regista con la macchina da presa. Facendo un parallelo con altri film ambientati su set simili, e mi viene in mente Assassinio sull'Orient Express di Lumet di cui abbiamo parlato da poco, Bong Joon-ho ha la stessa abilità nel destreggiarsi all'interno degli spazi ridotti, nello spezzare l'alone claustrofobico del film con sortite esterne al treno (peccato alcuni panorami digitali poco efficaci), ma in più al regista coreano bisogna dare atto di essere riuscito a gestire al meglio, con una camera quasi miracolosa, all'interno di questi spazi ristretti vere e proprie scene di massa, qui non siamo di fronte agli educatissimi indiziati presenti sul treno della Christie, siamo davanti a schieramenti indiavolati pronti a massacrarsi uno con l'altro negli strettissimi corridoi dello Snowpiercer, tantissimi personaggi da gestire simultaneamente in poco spazio, Bong Joon-ho ne esce a testa alta.


Nella presentazione del film passava l'idea che con l'avanzare verso la locomotiva, carrozza dopo carrozza, vagone dopo vagone, i rivoltosi avrebbero assistito a una sorta di scalata sociale verso la vetta, qui identificata nella motrice gestita da Wilford. In realtà non è proprio così, come nella realtà le classi di mezzo sono sparite, c'è giusto qualche lavoratore necessario al quale viene fatta qualche piccola concessione, ma superata la miseria degli ultimi quello a cui ci troviamo davanti sono semplicemente tutti i "servizi" a uso e consumo dei ricchi, dei privilegiati. Mentre i poveri mangiano letteralmente gli scarti (o peggio) per la classe privilegiata ci sono i ristoranti di lusso, i bei panorami, l'acqua corrente, le cabine eleganti, i vizi, il lusso, i divertimenti e l'immancabile indottrinamento dei più giovani, con tanto di revisionismo storico post glaciazione. La metafora alla base del film assume via via un aspetto sempre più crudele.

Nello svolgimento vero e proprio il film non pecca, bel ritmo per tutta la sua durata, un bel cast che oltre ai nomi già citati annovera anche Song Kang-ho e Go Ah-sung (personaggi fondamentali), Tilda Swinton nei panni di un'odiosa tirapiedi di Wilson e Octavia Spencer, un'altra dei rivoltosi, c'è anche un buon dosaggio di piccole rivelazioni che con l'incedere del film e della rivolta arricchiranno la trama di retroscena e particolari. Non mancano, purtroppo, riflessioni sull'ineluttabilità di alcune dinamiche capaci di non farci stare troppo tranquilli.

6 commenti:

  1. La metafora è fantastica, diciamo che son rimasto perplesso dal finale e da alcuni particolari che non mi hanno convinto, comunque buon film ;)

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    1. Il finale è in qualche modo aperto, anche in relazione a ciò che dice nel corso del film il personaggio di Song Kang-ho, quali particolari non ti convincevano? Sono curioso?

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    2. I personaggi tutti, gli stereotipi e le banalizzazioni, ma niente di grave.

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    3. Beh, i personaggi sono forzatamente ingabbiati nei loro ruoli dalla situazione, alcuni sono proprio sopra le righe tipo quello della Swinton, però le progressive rivelazioni, alcuni comportamenti (Song Kang-ho) cambiano anche un po' le prospettive, a me anche per quell'aspetto non è dispiaciuto...

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  2. Ricordo quando uscì, se ne parlò molto.
    Non ho mai letto il fumetto, mi piacerebbe farlo.
    Il film effettivamente non era semplice, girato tutto nei vagoni... ma non per niente il regista è un futuro Oscar, quindi...^^

    Moz-

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    1. Il fumetto attira anche me, mi pare sia uscito in un'edizione "economica" della Cosmo, due volumi formato Bonelli, parecchi pagine a circa 5 euro l'uno...

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