martedì 10 maggio 2022

ARIAFERMA

(di Leonardo Di Costanzo, 2021)

Fresco della vittoria di due David di Donatello (miglior sceneggiatura originale e miglior attore protagonista a Silvio Orlando) Ariaferma si conferma come uno dei film italiani più interessanti degli ultimi anni; solido di una sceneggiatura ben strutturata, forte, e di un gruppo di attori (tutti, non solo il premiato Orlando) capaci di creare insieme un complesso di caratteri davvero credibile, armonioso anche nelle loro continue opposizioni: bei volti, alcuni arcinoti (Orlando e Servillo), altri già visti (Ferracane, De Francesco) altri poco conosciuti (Pietro Giuliano), tutti in parte per una prova corale molto impegnativa. Impegnativa perché il lavoro di Di Costanzo ci scava dentro, è in cerca, e dall'animo umano tira fuori tutti i punti di contatto tra gli uomini (quello siamo, tutti) che qui stanno ai lati opposti di una barricata all'apparenza difficile da scavalcare. Alla fine ci si interroga su cosa Di Costanzo abbia voluto mettere in scena oltre a un'ottima storia, cosa nelle sue intenzioni volesse indagare, mostrare, descrivere. Forse che tutti quanti possiamo sbagliare, che le posizioni di ognuno, anche quelle più convinte e intransigenti, nella giusta situazione possono ammorbidirsi e portarci a fare un passo verso l'altro, anche se questi sembra essere molto lontano da noi e, come si vedrà nel film, i livelli di diffidenza sono molteplici, nella fattispecie secondini verso detenuti e viceversa, detenuti verso "mostri" e combinazioni assortite.

Un carcere isolato di vecchissima concezione è in via di dismissione, i detenuti vengono trasferiti in strutture più moderne in previsione della totale chiusura del penitenziario. Proprio poco prima della data fatidica sorge un problema in una delle nuove carceri, una dozzina di detenuti sarà così costretta a prolungare la permanenza nel vecchio carcere ormai quasi completamente chiuso, sorvegliati solo da una manciata di secondini che avranno la responsabilità della sicurezza di tutti per un lasso di tempo che dovrebbe risolversi nel giro di pochi giorni. La direttrice, già trasferita altrove, lascia il comando all'agente anziano Gaetano Gargiulo (Toni Servillo), i dodici rei verranno trasferiti nell'area centrale del carcere, un salone circolare, la stessa zona dove staranno i secondini, accomunati per qualche giorno nella stessa routine dei condannati: mancanza di libertà, pasti schifosi, poco o niente da fare per tempi interminabili. In questo contesto nascono proteste, ci saranno delle crisi, ci si dovrà preoccupare del più giovane e fragile dei detenuti, il mite Fantaccini (Pietro Giuliano), i detenuti troveranno una rappresentanza nel camorrista Lagioia (Silvio Orlando), un uomo che sarà capace di atteggiamenti inaspettati. Proprio il confronto tra Gargiulo e Lagioia sarà il fulcro di una situazione che per una volta, in questo contesto, sembra finalmente non andare verso l'esasperazione dei toni.

C'è molto su cui riflettere, a posteriori, dopo la visione di un film come Ariaferma, questo nonostante tutta la vicenda si svolga in una location chiusa (situazione non nuova per il regista), in pochissimo tempo, in un regime di libertà ridottissima, non solo per i carcerati ma anche per i carcerieri. La prigione, data anche l'attesa del trasferimento, diventa un limbo dove tutto sembra sospeso, come la cucina fresca, come le attività dei detenuti, una sospensione di cui non si conosce il termine e all'interno della quale sarà giocoforza necessario trovare nuove dinamiche. Essendo l'azione ridotta il film si sviluppa sui dialoghi, sulle espressioni (il volto truce di Fabrizio Ferracane), sulla recitazione minima, mai così contenuto Servillo e così pure Orlando, entrambi inappuntabili. Per mantenere una situazione stabile Gargiulo decide di lavorare per piccole concessioni, con un'azione di lento avvicinamento favorita, non si sa per quale motivo, dalla disponibilità di un Lagioia che si fa cuoco per l'intera comunità. Quanto c'è di simile tra una guardia penitenziaria irreprensibile, che da principio non può ammettere punti di contatto con i reclusi, e un condannato? Quanta umanità rimane e merita colui che dagli stessi detenuti viene additato come mostro? (il personaggio di Nicola Sechi), quanta pietās è dovuta a un uomo simile e perché arriva proprio dal più fragile e spaventato della compagnia? Di Costanzo narra di moti dell'animo, progressivi spostamenti a includere, a trovare punti di contatto con chi sembra altro da noi, concetto importante e prezioso. Solo sul finale la regia stacca dai luoghi chiusi, in un'apertura verso l'esterno simbolo forse di una conciliazione prima interiore, poi verso l'altro e di tutti verso il mondo, un movimento di macchina che è speranza, costruita qui da un cast magnifico (tutto) e da un regista che ha sicuramente qualcosa da dire.

4 commenti:

  1. Uno dei film più belli visti lo scorso anno 👍

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  2. Sì, visto pochissimo tempo fa, ed è uno dei migliori film italiani visti nell'ultimo anno.

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    1. Si, concordo, un film di livello, davvero molto bello.

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