lunedì 14 novembre 2022

LE LIVRE D'IMAGE

(di Jean-Luc Godard, 2018)

Difficile giudicare un film come Le livre d'image, ultima opera dell'ormai compianto Jean-Luc Godard; i famosi Cahiers du Cinéma lo posizionano nell'anno d'uscita al primo posto tra i film migliori dell'annata, giudizio in parte anche prevedibile vista l'importanza che lo stesso Godard ha rivestito per i Cahiers dei quali è stato rinomato collaboratore, senza contare quanto materiale l'autore ha fornito nel corso degli anni con le sue opere per i recensori suoi contemporanei e poi più giovani che hanno potuto discettare sul nuovo cinema francese, quella Nouvelle Vague che lo stesso Godard ha contribuito a fondare e definire e poi, per decenni, sulle nuove derive del Godard moderno, continuo sperimentatore che nella sua ultima fase di carriera abbandona completamente, come in quest'opera, la forma cinema alla quale la maggior parte di noi è abituato e alla quale la maggior parte delle opere e dei registi ci hanno abituati. È anarchia completa quella che Godard riversa nel suo Le livre d'image, una compilazione libera di sequenze prese dalla storia del cinema ma non solo, stralci di film accompagnati dalla musica e dalle parole dello stesso autore, alternati a quadri e opere d'arte, temi e riflessioni, il tutto in una concezione di elaborazione dell'immagine, va da sé tramite montaggio essendo Godard, a volte ostica, altre sfiziosa, per un film per soli eletti ben disposti verso questo tipo di operazione.

Non c'è trama, non c'è storia (ma c'è Storia), non c'è racconto, non almeno nella sua forma più canonica. Perché con l'alternarsi delle immagini una sorta di racconto c'è, in parte è quello dello scorso secolo, delle immagini che ci hanno accompagnato, grazie al cinema ma non solo, e anche, e forse soprattutto, delle brutture che hanno funestato il nostro passato ancora recente, le tragedie o anche solo le situazioni molto difficili che non solo Stati, uomini e politica non hanno saputo (voluto) gestire ma che anche le immagini hanno forse più immortalato che non raccontato con fine conoscitivo, partecipato, se non a posteriori, a prendere forma di semplici racconti. Ma queste sono solo ipotesi, elucubrazioni prive di grandi appigli perché è quasi impossibile capire l'intento di Godard fino in fondo, come è finanche difficoltoso capire se l'intento ci sia davvero o tutto si riduca a sola (nobile quanto si vuole) sperimentazione di montaggio, gioco d'immagini e d'accostamenti, ennesima variazione sul tema, sulle forme che il cinema può prendere.

L'approccio di Godard alle immagini, in opere come questo Le livre d'image, è di pura costruzione, narrativo in maniera relativa, a tratti inafferrabile, è un prodotto questo che richiede (senza preoccuparsene troppo) una certa qual dose di affinità da parte dello spettatore per essere goduto appieno, una passione per la sperimentazione che, almeno a questi livelli, chi scrive ammette di non avere. Non mancano momenti, accostamenti, messi qui su schermo da Godard, capaci di catturare l'attenzione e che potrebbero sorprendere chiunque, c'è il piacere di riconoscere film e sequenze come c'è la possibilità di apprezzare la forma dell'opera, i colori saturi di alcune splendide immagini ad esempio, è molto probabile però che in molti spettatori (che probabilmente nemmeno proveranno a confrontarsi con questo tipo di filmati) si crei anche rifiuto, stanchezza e disinteresse di fronte a un percorso, seppur breve, di decifrazione quasi impossibile. E nel caso di Godard non è valido nemmeno il motto "per molti ma non per tutti", almeno in questo caso, più facilmente traducibile in "per pochi anche se non proprio per nessuno". Film difficile, ostico e appetibile proprio per amanti dell'esperimento e del "non narrativo", lo si guarda perché è Godard (che al cinema ha dato molto), perché è la sua ultima opera, però, come si suol dire, uomo avvisato...

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