mercoledì 30 settembre 2015

VINCENZINA 006

Piove, governo ladro!



Per chi fosse interessato ad acquistare una copia nell'edizione della Red dei libri di Bradi Pit o di Vincenzina potrà richiederla direttamente a Giuseppe contattandolo all'indirizzo email scapigliati@aruba.it

martedì 29 settembre 2015

MOON KNIGHT - DALLA MORTE

(di Warren Ellis e Declan Shalvey, 2014)

Moon Knight o The White Knight Returns. Non sappiamo bene per quale ragione precisa ma il cavaliere lunare di casa Marvel non è mai (ne è ancora) riuscito a ritagliarsi un vero posto nell'empireo dei supereroi di serie A. Eppure di tanto in tanto torna a far capolino con una serie personale o con una mini, insomma The White Knight Strikes Again.

In fondo, pur non conoscendone la storia a menadito, a me Moon Knight è sempre piaciuto, trovo che il personaggio sia uno di quelli azzeccati e pieni di fascino in attesa che l'autore giusto arrivi a coglierne tutte le potenzialità. Ci aveva provato poco tempo fa Brian Bendis, autore di una saga discreta che si concentrava sulla sanità mentale di un eroe affetto da disturbo da personalità multipla.

Se nella suddetta maxiserie i compagni di viaggio immaginari del milionario Steven Grant erano, oltre al suo alter ego Moon Knight, i Vendicatori Capitan America, Spider-Man e Wolverine, nella nuova serie orchestrata da Warren Ellis almeno sotto questo aspetto si torna alle origini. Rientrano infatti in gioco le vecchie identità di Moon Knight: Steven Grant (il milionario), Marc Spector (il mercenario) e Jake Lockley (il tassista). E poi c'è Konshu, la divinità egizia protettrice della notte, l'entità grazie al quale tutto è iniziato. Ma Ellis non si ferma qui, in maniera subdola ricompone la mente dell'eroe quasi a farlo sembrare in apparenza sano, imputando, per mezzo delle teorie della dottoressa che segue Marc Spector, tutte le stranezze e i cambi di registro del suo paziente ai vari aspetti della divinità Konshu. Ma chi è questa dottoressa e come fa a sapere del legame tra Spector e Konshu?

Quindi un Moon Knight figlio di Konshu e un po' più sano di mente? Naaaaa, non credo proprio. Al momento questi sono i semi gettati lì da quel geniaccio di Ellis, semi che spetterà a Brian Wood, autore dei successivi sei episodi, coltivare e far crescere. E sono solo accenni, per il resto Warren Ellis torna a una struttura a lui cara già sperimentata nel suo Global Frequency, una struttura dove i singoli episodi sono storie chiuse e autosufficienti nei quali oltre a narrare una vicenda, l'autore si toglie il gusto di sperimentare, nella narrazione e nella costruzione visiva delle tavole grazie all'aiuto dell'ottimo matitista Declan Shalvey.


Il tratto nervoso dell'artista tratteggia al meglio la personalità di quello che è ormai diventato a tutti gli effetti un bianco protettore dei viaggiatori notturni, un Moon Knight che può palesarsi nella sua terrificante cappa bianca come all'occorrenza con un candido completo giacca e cravatta. In quasi ogni storia si trova almeno una soluzione grafica particolare con vette d'originalità toccate nel secondo episodio (sia narrative che visive) e nella splendida sequenza onirica del quarto, che presenta le migliori tavole psichedeliche viste da qualche tempo a questa parte.

L'edizione Panini è davvero elegante, piacevole anche al tatto, confezionata in volumi con un bianco e nero da favola (le storie all'interno sono a colori). Al momento la serie prosegue con un cambio d'autore ogni sei numeri, situazione perfetta per la pubblicazione italiana in volumi. Dopo Ellis arriverà Brian Wood, seguito a ruota da Cullen Bunn.


lunedì 28 settembre 2015

SUPEREROI IN TV

Non paghi di aver invaso le sale cinematografiche e di essere diventati una ricetta quasi perfetta per portar soldi nelle tasche delle major che ne detengono i rispettivi diritti, i supereroi sono sbarcati in massa ormai da qualche anno anche sul piccolo schermo. Tra personaggi nati sulle pagine dei fumetti e serial che semplicemente si inseriscono nel filone, come ad esempio Heroes (ora Heroes reborn), le storie dedicate a superpoteri e simili iniziano ad essere davvero parecchie.

Probabilmente, come accade al cinema, il genere tira e continua ad attrarre frotte di fan, a parte il caso dubbio di Constantine non mi pare che nessuna delle moderne serie messe in produzione da Marvel, Dc e simili (o chi per esse) sia mai stata a rischio cancellazione.

Ma in fin dei conti la qualità media di questi prodotti com'è? E soprattutto questi serial a chi sono rivolti?

A mio modesto parere, parere da amante del genere, quasi tutti questi serial vanno valutati con i dovuti distinguo. Ovvero, siete amanti del genere o non lo siete? Qui sta molta (ma non tutta) la differenza. Per chi è indifferente alle tematiche supereroiche, per chi non è amante del fumetto seriale, dei vari personaggi, e quindi cerca in queste serie quello che cerca nelle altre indistintamente, probabilmente il giudizio oscillerà da uno scarso (per i detrattori) a un discreto (per i possibilisti).

Lo ammetto, se non fossi cresciuto a pane e fumetti probabilmente al posto di Arrow o Agents of Shield mi dedicherei con più assiduità a serial come Mad Man, I Soprano, The Walking Dead o a quello che pare a voi, prodotti qualitativamente e indubbiamente superiori. Da fan o nerd capace di cogliere quasi tutti i riferimenti e le strizzate d'occhio presenti in questi serial, reputo la loro riuscita globalmente più che discreta, cosa che un non fan probabilmente non farà, con la possibile eccezione per il recente Daredevil, ma di questo magari ne riparliamo.

Cosa c'è in giro?


Arrow: arrivato alla terza stagione il serial continua la sua opera di consolidamento, probabilmente la strada tracciata funziona e quindi non si cambia. Si rincorre l'approccio al genere il più possibilmente realistico sulla falsa riga del Batman di Nolan (dal quale siamo però molto, molto distanti), una visione dura e cinica dell'eroe o, se vogliamo, dell'antieroe. In questa terza stagione le rogne affrontate da Oliver Queen (Stephen Amell) e soci sono ad opera del temibile Ras Al Ghul (Matt Nable) e della sua Lega degli assassini. Sembra si cerchi la costante escalation alla situazione sempre più ostica e difficile da gestire per gli eroi della serie costretti a destreggiarsi tra tradimenti e scelte terribili. Prosegue a livello narrativo il doppio piano temporale presente/passato che inizia a mostrare un po' la corda. Sempre più corale con i nuovi ingressi di eroi come Katana, Atom, Speedy e Black Canary, ormai a Starling City tutti sono dei vigilantes, dal capitano d'industria all'uomo delle pizze. Dal cast si poteva forse chiedere qualcosina di meglio. Comunque il serial tiene botta, per chi ha gradito le stagioni precedenti anche questa non deluderà.

The Flash: esordio per il velocista scarlatto in questa prima stagione nella quale si è guardato a un lato del supereroe decisamente più classico: più superpoteri, più ironia, meno pose da duri, soprannomi, costumini in spandex e una trama orizzontale gradevole e ben costruita. Qui ci sono paradossi temporali, acceleratori di particelle, scienza impazzita, super armi e chi più ne ha più ne metta. Insomma, il classico supereroe, per molti aspetti più genuino e meno tirato per i capelli di Arrow in quanto qui tutto è più giustificabile. Cast più in palla con i volti giusti al posto giusto, da segnalare nel ruolo del padre di Flash (Grant Gustin) il Flash televisivo degli anni '90, John Wesley Shipp. Nel corso della serie un paio di crossover con Arrow a rendere organica la narrazione di casa DC.


Gotham: all'esordio ancora una serie DC Comics ma al momento slegata dalle due precedenti. Apparentemente siamo in un'epoca anteriore, in una Gotham City comunque moderna (ci sono i cellulari, i computer, etc...) ma nella quale Bruce Wayne (David Mazouz), il futuro Batman, è ancora un bambino. I veri protagonisti sono il detective Jim Gordon (Benjamin McKenzie) e il suo socio corrotto Harvey Bullock (Donal Logue), il passo è quello del police procedural più che quello del telefilm supereroico. Interessante vedere ritratti i primi passi di noti criminali e futuri eroi, ma è più che altro un gioco di citazioni e i pregi della serie, a parte qualche sequenza ben riuscita è una buona ambientazione scenografica, si fermano più o meno qui. Discontinua e non sempre convincente, davvero ottimi però alcuni componenti del cast come Sean Pertwee (Alfred) e Robin Lord Taylor (Il Pinguino).

Constantine: fermata ai tredici episodi, un po' prima del previsto, la serie delude soprattutto chi come me ama il personaggio di John Constantine. Nonostante Matt Ryan sia un protagonista credibile il John Constantine tratteggiato da Delano, Ellis, Ennis e compagnia cantante tra le pagine di Hellblazer era ben altra cosa, probabilmente inarrivabile. Nel genere magico orrorifico per tutti decisamente meglio Supernatural che almeno è divertente.

Supergirl: mandato in onda il pre-air, ancora troppo poco per giudicare ma la prima impressione non promette grandi cose. Superman sempre presente ma erroneamente mai mostrato per intero in video, plot poco intrigante, attesa per la serie pari a zero. Si vedrà.

Supergirl

Agents of Shield: anche qui, come per Arrow, si continua sul sentiero noto lungo il quale la serie procede tra alti e bassi per un risultato finale comunque discreto. Discontinua, con momenti entusiasmanti (o quasi) e puntate fiacche.

Daredevil: non ho ancora avuto modo di completare la serie che è semplicemente e senza ombra di dubbio il miglior prodotto del genere, una serie dii ottimo livello che può competere con molti altri serial non supereroici. Da vedere, ma magari di questa ne riparliamo più avanti.

Un fenomeno parecchio esteso, che questo sia un bene o un male ditemelo voi. Che ne pensate di tutto questo popò di roba?

Daredevil

venerdì 25 settembre 2015

APPALOOSA

(di Ed Harris, 2008)

Western atipico, moderno ma con molte strizzate d'occhio al classico e ai vari topoi del genere. Atipico perché atipica è la coppia d'eroi protagonista del film, vero punto di forza di questa seconda prova da regista di Harris. È proprio lo strano rapporto tra Virgil Cole (lo stesso Ed Harris) e l'amico fidato Everett Hitch (Viggo Mortensen) il motore di una pellicola ben riuscita e originale, un rapporto denso di ironia, grande rispetto, dedizione, fiducia e amicizia virile, un'amicizia così stretta e inattaccabile da superare anche il potenziale ostacolo alla stessa causato dalla bella (?) Allison French (Renée Zellweger), un'amicizia che in alcune sequenze, una in particolare, sembra sfociare in una tensione carica di omoerotismo.

Appaloosa, almeno in questo caso, non è una razza equina bensì una piccola cittadina del New Mexico che nel 1882 rimane orfana di sceriffo, causa la sua uccisione per mano del fuorilegge Randall Bragg (Jeremy Irons), tipo losco che terrorizza i pacifici abitanti della città. È a questo punto che alcuni notabili del paese ingaggiano lo sceriffo Virgil Cole e il suo vice Everett Hitch per riportare ordine in città e arrestare il colpevole dell'omicidio del'ex sceriffo. Ma i due non sono una comune coppia di tutori della legge, bensì un duo di raddrizzatorti impermeabili alla paura e alla preoccupazione, sprezzanti del pericolo, dell'inferiorità numerica e di qualsiasi cosa possa pararsi sul loro cammino. Una sorta di Tex Willer e Kit Carson, più ambigui e di molte meno parole.

Gli scambi di battute tra i due sono spesso divertenti, i volti e le movenze degli attori cuciti perfettamente addosso ai due bellissimi personaggi, uno sceriffo incurante di tutto quando è alla caccia di una preda, capace però di innamorarsi in maniera candida e ingenua al primo incontro con la musicista Allison, primo incontro durante il quale Cole non si fa remore a chiedere alla donna se il suo mestiere sia quello della puttana, e un vice infallibile con il suo calibro otto così come nel giudicare le persone.

Everett Hitch e Virgin Cole (che gran coppia!)

Mortensen e Harris sono semplicemente perfetti, la Zellweger, che sinceramente non mi è mai piaciuta, non stona tra le strade di Appaloosa, cittadina difficile ma molto lontana dal lerciume violento di molti film western. Temibile ma allo stesso tempo ruffiano il Randall Bragg di Irons che sfoggia il giusto volto da irredimibile impunito.

Appaloosa non è un film di grandi sparatorie (che pure ci sono) e inseguimenti a cavallo, è un western diverso, di personaggi ma soprattutto di sacrifici e d'amicizia, quella con la A maiuscola. L'unico rimpianto sta nel vedere come Harris, ottimo attore, si sia prodigato così poco nel mestiere di regista avendo all'attivo due sole pellicole che, a giudicare dalla riuscita di Appaloosa, sembrano davvero poche. Cresce sempre più, nella mia personale classifica di preferenze, Viggo Mortensen, attore che a inizio carriera avrei erroneamente bollato come belloccio ma poco profondo. Porgo le mie scuse più sentite.


mercoledì 23 settembre 2015

BACK TO THE ROOTS: VERSO IL ROCK 'N ROLL


Sempre più vicini alla nascita del rock 'n roll, a metà degli anni '40 si inizia a parlare di jump-blues, sottogenere che mischia voci (nere), fiati, influenze jazz e stampo blues, corrente musicale tra quelle identificate come precorritrici del rock n' roll stesso. Nel frattempo le grandi band allargate nate per lo swing si restringono dando vita a formazioni dedite al rhythm 'n blues, genere ancora oggi vivo e vegeto che con tutti i distinguo dettati dal passar degli anni conosciamo con il nome di R'n'B.

Tra gli esponenti del jump-blues l'eclettico Louis Jordan, cantante, attore, musicista e direttore d'orchestra. Fattosi le ossa nelle big band dedite allo swing, duettò anche con una giovane Ella Fitzgerald prima di formare la sua band personale, la Tympany Five di stanza ad Harlem.

Tra avvicendamenti dei membri della band e cambi di location, Louis Jordan inanellò diversi successi tra i quali alcuni davvero remunerativi. Tra i tanti ci ascoltiamo il redditizio Choo Choo Ch'Boogie.



E magari ascoltiamoci anche, sempre della band di Jordan, Ain't that just like a woman facendo caso al riff iniziale del brano. Non ci stiamo avvicinando al rock 'n roll?



Anche il blues si fa più elettrico, alcuni musicisti come T Bone Walker per esempio, iniziano a dare segni, soprattutto nei loro live show, di quelli che diventeranno poi i così detti guitar heroes con performance infuocate e originali usi dello strumento.

domenica 20 settembre 2015

COVER GALLERY - WEIRD WAR TALES

Weird War Tales 1 - Joe Kubert
Weird War Tales è stata una fortunata serie antologica edita dalla DC Comics dal Settembre del '71 fino al Giugno dell'83 che è arrivata a collezionare ben 124 uscite. Ovviamente il filo conduttore delle varie storie presentate negli albi era lo scenario di guerra ibridato con l'orrore o con il fantastico, già dalle copertine infatti, oltre ai soldati americani o ai nazisti, non è raro trovare scheletri, fantasmi, mostri e quant'altro. Nel corso degli anni ad avvicendarsi alle matite della serie e alle copertine, una serie di autori comprendente nomi noti e meno noti del panorama fumettistico a stelle e strisce. In tempi più recenti la serie è passata a presentare avventure di super combattenti spostando il tenore delle storie su lidi un pochino diversi.

Ho scelto di presentare una selezione di cover non attingendo mai due volte al lavoro di uno stesso artista ma tentando invece di offrire le varie interpretazioni del tema offerte da diversi cartoonist.

Come per gli scorsi appuntamenti e come accadrà nei prossimi, vi chiedo di segnalare le vostre cover preferite (per un massimo di tre) in modo da organizzare un'eventuale mostra virtuale con le migliori illustrazioni proposte nei vari Cover Gallery. Ovviamente il voto è completamente libero, si può giudicare il tratto del disegnatore, la costruzione della copertina, il soggetto, lo stile, l'eventuale citazione, etc..., insomma, quello che più vi piace, non ci sono regole. E magari questo pistolotto ve lo beccherete copincollato tutte le prossime volte, come memento :)

PS: la cover in apertura di post è votabile come le altre.

PPS: dopo le segnalazioni di J_D_La_Rue e di Luigi Bicco attribuiamo la cover numero 25 a Louis Dominguez, unico artista quindi ad essere rappresentato da due copertine.

Weird War Tales 8 - Neal Adams



Weird War Tales 10 - Nick Cardy



Weird War Tales 12 - Mike Kaluta



Weird War Tales 14 - Louis Dominguez



Weird War Tales 18 - George Evans



Weird War Tales 25 - Louis Dominguez



Weird War Tales 89 - Jim Starlin



Weird War Tales 101 - Ross Andru



Weird War Tales 118 - Gil Kane

sabato 19 settembre 2015

IL CAVALIERE SOLITARIO

(di Claudio Nizzi e Joe Kubert, 2001)

Probabilmente per questa testata in casa Bonelli è vietatissimo ogni sorta di passo falso. Con questa frase chiudevo l'ultimo post dedicato alla collana del Texone e sì, vi confermo di essere infine giunto al delirio autocitazionista. Appurato ciò, l'affermazione in apertura di post in ogni caso non risulta meno veritiera. Il nome coinvolto in questa ennesima prova titanica dal grande Sergio Bonelli è di quelli realmente influenti e importanti, un nome tale da consentire anche alcune deviazioni strutturali di racconto rispetto alla via maestra tracciata e percorsa finora da tantissimi altri grandi artisti. Nella fattispecie stiamo parlando di Joe Kubert, padre dei disegnatori Adam e Andy e fondatore della celebre Joe Kubert School of Cartoon and Graphic Art.

Per Joe Kubert, eroe dei comics d'oltreoceano, la casa editrice e l'infallibile Claudio Nizzi di conseguenza, pensano a una vicenda strutturata in maniera particolare ed esportabile sul mercato statunitense in vista di un'operazione commerciale dal probabile successo, garantito, oltre che dalla qualità della proposta, dal nome di Kubert stesso. Il cavaliere solitario è infatti una singola storia lunga ma ben divisibile in episodi singoli da 45 pagine ognuno, ben individuabili leggendo l'albo, una formula molto più vicina alle abitudini del lettore medio americano che però riesce a non snaturare la natura del Texone in quanto la narrazione di Nizzi non risente di particolari stacchi tra un episodio e l'altro, rimanendo sempre perfettamente omogenea. Insomma, tutta l'operazione è stata gestita con la dovuta arguzia e la giusta accortezza.


Altra deviazione dal tracciato. Come raramente accade Tex è solo, niente Kit Carson, niente pargolo, niente Tiger Jack. Solo Tex. Scelta insolita che però anche in questo caso strizza l'occhio alla tradizione tutta americana dell'eroe solitario che si erge contro tutti a difesa dei deboli e in riparazione di un torto subito. In questo caso leggi anche alla voce vendetta, tremenda vendetta. Non a caso il titolo del quindicesimo Texone è Il cavaliere solitario, un albo che tra l'altro picchia duro e non lesina colpi bassi e che ci mostra un Tex duro, per una volta in cerca di vendetta più che di giustizia.

E per una volta è bello e quasi straniante rivedere in alcune espressioni di Tex, in alcuni primi piani, il volto di Xavier, lo sguardo di Frank Castle, il viso lentigginoso di una Rose, il profilo di un Gambit o la figura sensuale di Rogue che così spesso abbiamo intravisto tra le pagine colorate dei comics grazie ai segnali di stile che papà Joe ha trasmesso ai figli Andy ed Adam.

Il tratto di Kubert si sposa benissimo allo stile classico del western, ma è un classico moderno, dinamico e avvincente che profuma di storia del fumetto, una storia dove Tex può diventare Tarzan, trasfigurare in un violento antieroe o impersonificare l'essenza dell'eroe più nobile. Alla quindicesima uscita il Texone non era domo, per nulla, è possibile spostare l'asticella ancora più in alto?


mercoledì 16 settembre 2015

TERRORE ALLA TREDICESIMA ORA

(Dementia 13 di Francis Ford Coppola, 1963)


Nonostante il film (da considerare quasi un esordio alla regia per Coppola) presenti alcune sequenze virate all'horror, non fatevi trarre in inganno dalla locandina di questo Terrore alla tredicesima ora (locandina che alla fine non ho inserito nel post). Siamo nel 1963 e sebbene la pellicola fuoriesca dalla factory di Roger Corman, il taglio della stessa vira in maniera decisa sul versante del thriller gotico con risvolti psicologici. Esperimento di sicuro interesse, in misura ancor maggiore se si considera che Coppola girò il film con pochissimi soldi avanzati da Corman dal budget di un altro film. Stessa location, un paio di attori pescati dal set precedente, resto del cast reclutato in loco (siamo in Irlanda) ai minimi sindacali e via che si va, semaforo verde e carta bianca per il futuro big del cinema mondiale.

Alla fine della fiera Corman poi non sarà così contento dei risultati, farà girare qualche scena in più, aggiungerà un po' di minutaggio ma tant'è... l'esordio alla regia di Coppola è servito. Ma che cosa prevedeva questo film girato in quattro e quattro otto?

Intanto, nella migliore tradizione del gotico, un bel bianco e nero portatore della giusta tensione, sollecitato alla bisogna dagli effetti sonori di maniera atti a destare l'attenzione dello spettatore su passaggi particolari. Alcune sequenze davvero ben girate, compresa un'avvincente ripresa subacquea con protagonista una poco vestita Luana Anders e una trama tutto sommato intrigante, anche se si intuisce facilmente dove si voglia andare a parare.


Louise (Luana Anders) è sposata con John Haloran (Peter Read) e mira all'eredità della di lui madre, facoltosa matriarca degli Haloran. Quando John muore d'infarto, Louise ne occulta il cadavere facendo credere alla famiglia che John è in viaggio per lavoro, questo allo scopo di prendere tempo e convincere la signora, con metodi subdoli, a includerla nel suo testamento. Ma nel tetro castello irlandese dove la famiglia risiede, le cose non sono poi così normali. La signora Haloran (Eithne Dunne) e i suoi due figli Richard (William Campbell) e Billy (Bart Patton) vivono nel ricordo della defunta sorellina Kathleen (Barbara Dowling) annegata nel lago della tenuta ormai da sette anni. Ogni anno la famiglia rievoca il giorno della morte della bambina, tra incubi, svenimenti e inevitabili sensi di colpa.

Louise, intenzionata a sfruttare la morbosa situazione a proprio vantaggio, non sa bene a cosa sta per andare incontro.

Coppola riesce a infondere al film il giusto grado di tensione e, pure se reclutati al risparmio, i componenti del cast sono calati perfettamente nelle loro parti. A mio avviso il film è ben riuscito, gli si rimprovera appunto uno scioglimento di sviluppo un poco prevedibile, la visione comunque risulta più che soddisfacente.


lunedì 14 settembre 2015

MINIONS

(di Pierre Coffin e Kyle Balda, 2015)

Sono andato a vedere Minions senza grandi aspettative dopo aver letto in rete pareri decisamente contrastanti su questo spin-off/prequel di Cattivissimo me con protagonisti i simpaticissimi affarini gialli assistenti dell'ormai ex malvagio Gru. Ad affossare ancor di più le aspettative, pessime notizie dal versante del doppiaggio. Con tutta probabilità ciò è stato un bene perché in fin dei conti nel guardare le imprese dei Minions mi sono divertito parecchio.

Il film è diviso idealmente in due parti, la seconda più lunga della prima e fortunatamente anche meglio riuscita. Quindi, vediamo... due parti di film e nessuna trama, mica male come colpo! Eh si, perché il plot è talmente esile da risultare quasi un mero pretesto per mettere in fila in maniera coerente una serie di gag con protagonisti i Minions, un po' come fanno i nostri comici da cabaret quando sbarcano al cinema, con la differenza che i Minions sono anarchicamente divertenti (o almeno sono divertenti).

Comunque l'idea di un lungo dedicato a personaggi che (non) parlano una lingua strampalata e incomprensibile, fatta da un miscuglio di espressioni inventate, italiano, inglese, spagnolo, coreano, etc..., è certamente coraggiosa. Il fatto meraviglioso è che questo intoppo invece di rivelarsi una difficoltà per gli sceneggiatori si è trasformato nel punto di forza (già dai film precedenti) che ha reso i Minions il fenomeno di merchandising spinto che è oggi sotto gli occhi di tutti. Mia figlia quest'anno ha il diario dei Minions e in questo momento uno Stuart vestito da hippie mi sta fissando con il suo unico occhio da una mensola là in alto. La pallina dei Minions chissà dov'è finita, le gommine sono nel portapenne. E oggi mio fratello ha avuto il coraggio di chiedermi "cosa sono i Minions?".

Parlando di linguaggio, chapeaux per Pierre Coffin, voce dei Minions, veramente un grande. Chapeaux anche per chi si ostina a far doppiare i film d'animazione alla Littizzetto, veramente fastidiosa e inascoltabile, questa volta addirittura affiancata da Fazio, coppia già di per se davvero poco esaltante, ci mancava solo il bancone di Che tempo che fa ed eravamo a posto. Comunque Fazio se la cava meglio della sua compare e nell'avanzare del film non ci si fa caso più di tanto, la voce fastidiosa rimane solo una.


Comprensibile invece la scelta di usare Alberto Angela come voce fuori campo per la prima parte del film, una sorta di documentario che narra l'origine dei Minions e le loro disavventure nel corso dei secoli alla ricerca del cattivo più cattivo da eleggere come loro signore e padrone. Dopo aver provato un tirannosauro, gli egizi, il Conte Dracula, Napoleone Bonaparte e uno Yeti, i Minions rimangono senza guida, soli e incompleti tendono alla depressione, finché un coraggioso terzetto composto da Kevin, Bob e Stuart partirà alla ricerca di un nuovo capo, approdando nella New York del 1968. Qui inizia l'ideale seconda parte del film con l'ingresso di personaggi umani e i Minions alla volta dell'Expo-Cattivi dove incontreranno una potenziale leader: Scarlet Sterminator.

Come dicevamo, poca trama, manca anche la moralina edificante se vogliamo, il tutto è puro casino, pura gag e a dire il vero anche parecchio divertente. I protagonisti sono azzeccatissimi, il livello d'animazione decisamente alto, ottime le ricostruzioni d'ambiente e d'epoca a New York come a Londra, davvero poco sottile la presa in giro degli inglesi con la loro mania per il the e la loro imperturbabilità, begli gli omaggi ai Beatles e alla Regina Elisabetta, fantastica la scelta dei brani inseriti in colonna sonora, canzoni d'epoca tra The Who, Turtles, Kinks, Doors e moltissimi altri. Poca storia, parecchie risate, può andar bene anche così.

domenica 13 settembre 2015

VIVONO TRA NOI

(di Tiziano Sclavi, Giuseppe Ferrandino e Gustavo Trigo)

Dopo aver svoltato la boa dell'anno di pubblicazioni all'attivo, sul tredicesimo numero di Dylan Dog si assapora qualche sprazzo lieve di ripetizione e di già visto, cosa che riportata nelle giuste proporzioni non risulta disturbante ne inficia la buona riuscita di questo Vivono tra noi. L'idea di base, quella cioè del pericolo ben nascosto, per molti potenzialmente meno minaccioso di altri, si era già intravista ne La zona del crepuscolo dove diversi non morti portavano avanti la loro non vita mascherati e ben inseriti tra la gente comune del paesino di Inverary in Scozia. Allo stesso modo, in maniera celata, con qualche delitto qua e là, a Londra si nasconde qualche vampiro, altra figura classica orrorifica che non poteva mancare nel palmares dell'indagatore dell'incubo.

Altro accenno di deja vu arriva dal lavoro di Gustavo Trigo alle matite che, pur offrendo la solita buona prova, caratterizza almeno un paio di personaggi in maniera pressoché identica a come aveva fatto pochi numeri prima nell'episodio La bellezza del Demonio creando in fin dei conti un effetto per il lettore un poco straniante. Anche la resa della mimesi del mostro tra la folla, a livello visivo ricorda molto quella già usata ne La zona del crepuscolo.

La storia per Dylan inizia con quello che all'apparenza sembra un misterioso scambio di persona, la bella Cindy, amica del nostro, è infatti convinta che suo marito Derek non sia più la stessa persona che ella così bene conosceva, e questo non in senso metaforico, Cindy si è convinta che Derek sia stato fisicamente sostituito da qualcun'altro. L'approccio dell'indagatore alla faccenda è pieno di sano scetticismo, tanto da spingerlo a rivelare a Derek le strambe preoccupazioni della moglie. Rincuorato dall'uomo Dylan torna a casa, ma ormai un campanello d'allarme ha messo in moto il suo istinto, o il suo sesto senso e mezzo se volte, cosa che lo porterà a trovarsi invischiato nell'ennesima storia da incubo. Intanto come grattacapo, l'ispettore Bloch si ritrova da gestire qualche cadavere dissanguato di misteriosa provenienza.

In ogni caso, nonostante gli appunti di cui sopra, l'albo è ben costruito da Sclavi e Ferrandino che vanno a consolidare caratteristiche e successo di un personaggio destinato a tirature da record (almeno nei suoi anni d'oro). Ripetizioni grafiche a parte, Trigo si dimostra ancora una volta abile narratore per immagini apponendo la firma in calce a un altro buon lavoro. In una serialità stretta come quella mensile è impensabile che ogni numero possa regalare vette di assoluta originalità, e in fin dei conti va bene anche così.


venerdì 11 settembre 2015

VINCENZINA 005

Ma va là che bella sorpresa!




Per chi fosse interessato ad acquistare una copia nell'edizione della Red dei libri di Bradi Pit o di Vincenzina potrà richiederla direttamente a Giuseppe contattandolo all'indirizzo email scapigliati@aruba.it

giovedì 10 settembre 2015

F.B.I. - OPERAZIONE GATTO

(That darn cat di Robert Stevenson, 1965)

La visione di F.B.I. - Operazione gatto (come potrebbe essere quella di altri film più o meno dello stesso stampo e periodo), si è rivelata per me un tuffo nella più completa e genuina nostalgia. I film Disney per ragazzi degli anni '60 e '70 mi riportano alla mente le visioni collettive in oratorio, le serate passate davanti al televisore a casa dei nonni o le visioni per le scolaresche elementari al cinema di seconda visione Agnelli. Nello specifico il film in questione è stato un tuffo nel passato e al contempo felice riscoperta, in quanto trama e dettagli erano ormai sbiaditi tra mille altri ricordi. Più vivido invece quello di Dean Jones, scomparso di recente e al quale mi permetto con affetto di dedicare questo post. L'attore è stato l'emblema di questo tipo di cinema per diversi anni, lasciando l'impronta in pellicole come Quattro bassotti per un danese, Un maggiolino tutto matto, Pistaaa... arriva il gatto delle nevi, Herbie al rally di Montecarlo e ovviamente questo F.B.I. - Operazione gatto.

È una piacevole sensazione constatare come il film risulti tutto sommato divertente ancora oggi e appetibile anche per le nuove generazioni di bambini. In fondo l'animale protagonista tira sempre, i dialoghi offrono battute divertenti propinate con buon ritmo e frequenza, c'è il giusto garbo e non manca nemmeno una sceneggiatura che oltre alla commedia attinge al giallo per la costruzione della vicenda.

Il gatto Gigi (pronunciato alla francese) ha l'abitudine di scorrazzare libero per il vicinato in cerca di cibo. Durante una delle sue scorribande capita nel nascondiglio di due rapinatori di banche, Iggy (Frank Gorshin) e Dan (Neville Brand), che tengono in ostaggio la cassiera Ms. Miller (Grayson Hall). Quest'ultima, prima che il gatto torni sui suoi passi, riesce a sostituire al collare dell'animale il suo orologio da polso con inciso su un messaggio di aiuto. Quando la giovane Patti Randall (Hayley Mills), padrona di Gigi, trova l'orologio, si metterà in moto una strampalata indagine che vedrà coinvolto in primis l'agente Kelso dell'F.B.I. (Dean Jones).


Comicità leggera ma divertente che ovviamente surclassa il versante giallo del film soverchiando finanche l'immancabile accenno di commedia rosa garantita dalle simpatie appena accennate della sorella più grande di Patti, Ingrid Randall, interpretata da Dorothy Provine. Diversi invece i passaggi di pura slapstick comedy con protagonista l'amico di Patti, Canoa (Tom Lowell) e diverse altre comparse tra le quali anche l'attore Roddy McDowall. Il film gode di un bel cast e anche i due rapinatori hanno le facce giuste, cattiva una e più sadica l'altra, di attori non proprio di primo pelo, famosi anche e soprattutto per i ruoli televisivi interpretati in Bonanza (Neville Brand) e nel Batman camp degli anni '60 (Frank Gorshin, era l'Enigmista).

Tutto funziona, Stevenson è un professionista navigato, e la tenuta del film, a cinquant'anni dalla sua uscita, è qui a dimostrarlo.


mercoledì 9 settembre 2015

A-Z: ANEKDOTEN - VEMOD

Parola d'ordine: malinconia. Sicuramente l'aspetto meglio riuscito e più ricorrente nell'album d'esordio della band svedese è proprio quello del sentire malinconico così ben palesato dalla musica, dai testi e dal cantato di Jan Erik Liljestrom, dalla sua voce flebile e pacata. Un aspetto che si concretizza al meglio nella splendida ballata triste Thoughts in absence, struggente resa totale nei confronti della vita, uno dei brani più lineari (con una bella coda) e brevi dell'album, uno dei due a rimanere sotto i sette minuti di durata media.

I passaggi inquieti dell'album sono lasciati invece ai numerosi inserti di prog nervoso in stile crimsoniano e al riuscito artwork darkeggiante che a me tanto richiama alla mente la copertina di Black Sabbath. Una figura misteriosa in un prato incolto su tonalità blu violacee, sparuti alberi e un casolare sullo sfondo. Una sedia a dondolo con una vecchia bambola e una strana coltura di ferri da stiro. Un luogo dove non vorrei ritrovarmi in sul calar della sera. Ma, come dicevamo, a parte gli stacchi di prog nervoso, i cambi di tempo e i ricami di chitarra apportati da Nicklas Berg, sono le atmosfere del freddo nord a caratterizzare in maniera positiva Vemod sin dall'intro della strumentale Karelia, opening track che con incedere ciclico inizia a svelare alcuni dei volti del progetto Anekdoten.

Tra l'altro pare che Vemod in svedese significhi proprio qualcosa di simile a malinconia. E quale elemento è più vicino all'essere emblema di malinconia se non la distesa infinita del mare, elemento che ricorre nei testi del combo come compagno e avversario, veicolo di solitudine e destinazione finale. Non manca nelle composizioni del gruppo qualche passaggio prolisso facilmente abbreviabile, nel complesso però l'album dimostra una buona tenuta d'insieme anche per me che, per rimanere in tema, qui non navigo propriamente nelle mie acque, acque però nelle quali non disdegno di fare un tuffo di tanto in tanto.

Gli Anekdoten non mancano di incisività, sanno proporre una bella base ritmica con il basso di Liljestrom e la batteria di Peter Nordins dove serve o addolcire la loro proposta con passaggi acustici di Berg. Ad arrotondare i suoni ci pensano il violoncello e il mellotron di Anna Sofi Dahlberg e il piano del musicista aggiunto Peter Wiberg.

Nelle composizioni più lievi a mio avviso gli Anekdoten lasciano maggiormente il segno tra atmosfere sognanti e seducenti, ascoltate Thoughts in abscence o la strumentale Longing e sappiatemi dire.




Vemod, 1993 - Virtalevy

Nicklas Berg: chitarra, mellotron
Anna Sofi Dahlberg: violoncello, mellotron, voce
Jan Erik Liljestrom: basso, voce
Peter Nordin: batteria, percussioni

con:
Peter Wiberg: piano
Par Ekstrom: cornetta, flicorno soprano

Tracklist:
01  Karelia
02  The old man & the sea
03  Where solitude remains
04  Thoughts in absence
05  The flow
06  Longing
07  Wheel

lunedì 7 settembre 2015

LEO PULP

(di Claudio Nizzi e Massimo Bonfatti, 2001)

Viste alcune delle quotazioni che l'albo aveva raggiunto su internet (ora un po' scese), non credevo ai miei occhi quando trovai La scomparsa di Amanda Cross, prima storia dedicata all'occhio privato Leo Pulp, su una bancarella all'irrisorio prezzo di un euro. Questo è un albo che sicuramente vale di più, fosse solo per il fatto di contenere 98 pagine stampate al meglio, tutte a colori e su una carta di una grammatura decisamente maggiore rispetto a quella degli usuali albi Bonelli.

Perché di albo Bonelli si tratta, quasi un unicum per genere nella produzione recente della casa editrice di Tex e soci. Confezione a parte, dentro ci si trova una storia godibilissima e la sorpresa di scoprire un Claudio Nizzi, grande sceneggiatore del ranger, come mai me lo sarei aspettato, in una veste che non fa che accrescere la mia stima nei suoi confronti.

Per Leo Pulp, spiantato detective privato di stanza a Los Angeles, Nizzi imbastisce una storia che ricalca tutti i cliché dell'hard boiled della scuola dei duri, si pensa subito a Chandler o a Spillane tanto per capirci. Il tutto caricato di un'ironia tale da trasformare La scomparsa di Amanda Cross in una parodia del genere senza per questo rinunciare a costruire una trama coerente e compiuta. Alle matite c'è Massimo Bonfatti, disegnatore dal tratto umoristico e caricaturale che ha lavorato tra le altre cose su Lupo Alberto e Cattivik. Le matite di Bonfatti, oltre a rivelare un livello di dettaglio impressionante, riescono a divertire creando alcune inquadrature molto cinematografiche e grande dinamismo, caratteristiche davvero necessarie al genere narrato. Inoltre le atmosfere create dall'illustratore riescono a trasportare con facilità il lettore nella prima metà del secolo scorso.


Tutto si mette in moto quando il signor Chandler varca la soglia del logoro ufficio di Leo Pulp per denunciare la scomparsa del figlio Dashiell e incaricare il detective del ritrovamento. Da qui un susseguirsi di colpi di scena, sparatorie, pestaggi passando attraverso l'immancabile presenza della femme fatale (Gilda Haywort), del poliziotto al quale spremere informazioni (il Capitano Nick Tracy) e la dolce barista (la bionda Norma) che vorrebbe solo farsi impalmare dal bel (ma anche no) detective privato. E poi, ovviamente, c'è Amanda Cross.

Leo Pulp è puro spasso, un'opera atipica nel panorama del fumetto popolare italiano recente (insomma, più o meno recente), di una caratura ben superiore a prodotti umoristici portati in edicola come Suore Ninja o simili. Indispensabile per i fan dell'hard boiled, consigliato per chiunque altro. Ora speriamo di avere la fortuna di trovare anche le altre due esauritissime storie dedicate al buon Leo a prezzo stracciato.


sabato 5 settembre 2015

PAROLE SANTE

(di Ascanio Celestini, 2007)

Il genere documentario, specie se di attualità, non andrebbe di regola guardato con così tanto ritardo rispetto alla data d'uscita nelle sale. Non che il documentario abbia impressa sopra una data di scadenza passata la quale il problema o la vicenda di cui si parla non esistono più. Magari. Le cose però si evolvono, cambiano, e potrebbe capitare di provare una strana sensazione di smarrimento temporale.

Ma andiamo nello specifico. Il problema qui sta nel lavoro precario, un fenomeno già nel 2007 in forte espansione e sempre più caotico, un'assunzione di potere da parte delle grandi imprese ai danni di lavoratori giovani e meno giovani. Questo il discorso generale.

Ascanio Celestini ce lo presenta con una metafora. Un uomo guarda un rubinetto gocciolare, goccia dopo goccia senza mai intervenire. Pensa che il problema potrebbe ingrossarsi, magari ingigantirsi e creare danni. Ma in fondo chi dice che sta a lui mettere una pezza al problema?

Guardando ora il documentario si potrebbe pensare che il lavoro precario non sia più il tema, si potrebbe pensare che l'uomo sia rimasto a guardare il rubinetto gocciolare e che l'acqua abbia ormai allagato la casa, sfondato il pavimento e sommerso il condominio intero. Ormai il lavoro precario è una norma e il tema è diventato che lavoro (e dignità) ormai non ce n'è più. Dicono la ripresa, la stabilizzazione. A crederci.

In più il documentario nello specifico parla della realtà dei call center, realtà che conosco fin troppo bene avendone avuto esperienza per dodici anni, sia come operatore che come responsabile di servizio (o Team Leader, chiamatelo un po' come vi pare). Si parla di Atesia e della precarizzazione selvaggia in un posto di lavoro che conta più di quattromila dipendenti, di salari pagati a chiamata a seconda dei minuti o secondi impiegati nella gestione della stessa. Parametri spaventosi e disumanizzanti, e qui ammetto che la mia esperienza è stata più fortunata, almeno fino a un certo punto, perché poi chissà perché l'Azienda (quale che sia), il potere forte, può in un modo o nell'altro fare sempre quel che vuole e non pagare (quasi) mai, mai fino in fondo, e uscirne spesso anche con le brache pulite.

I lavoratori invece vanno a casa, o si devono accontentare, o si devono arrabattare a cercare altro. A un certo punto in Atesia (ora Almaviva) la corda si è spezzata e i lavoratori sono riusciti a dire un no bello forte. Hanno istituito un comitato, hanno fatto valere i propri diritti, hanno combattuto e hanno anche vinto. Poi, in una maniera o nell'altra, sono stati fatti fuori, Atesia ha pagato ma con garbo, un pochettino, giusto da non dar loro troppo fastidio. E rimane l'amarezza, che per fortuna passa. Ma il rubinetto continua a gocciolare.

Chissà, forse non vale più la pena informarsi su una vicenda targata 2007, ognuno valuti per se, la storia è narrata però con grazia ed educazione, con leggerezza. Dal padrone di casa e dai diretti interessati. Noi italiani, checché ne dicano gli stranieri, siamo molto educati e a tutti va bene così. Intanto il bagno si è allagato, il pavimento sfondato...


giovedì 3 settembre 2015

LA MUSICA DI LAURA - EPISODIO 006



Bene, bene. Dopo la pausa dovuta alle ferie estive ecco tre nuovi pezzi sottoposti al giudizio del mio angioletto monello. Dubbio questa volta, dubbio tra due canzoni per la cui scelta finale immagino abbia influenzato il voto la visione del video correlato (che qui non posterò in quanto video non originale). Solitamente non faccio vedere i video a Laura proprio per far si che le immagini non influenzino il suo giudizio che dovrebbe basarsi solamente sulla musica. Insomma, ultimi strascichi di clima vacanziero, dalla prossima volta niente video :)

Ed ecco i tre brani in questione.


1)  Caravan - In the land of grey and pink




2)  The Hollies - The baby




3)  Black Mountain - Angels



Con qualche dubbio se votare il primo o l'ultimo pezzo alla fine Laura ha deciso con convinzione di votare i Caravan con The land of grey and pink.

E voi per chi votate?

CACCIA ALLE DONNE

(The Hilliker curse di James Ellroy, 2010)

C'è una sottile linea rossa che unisce le due letture che hanno accompagnato la mia estate calda (e cazzo se è stata calda, sto sudando ancora adesso). I due libri, Io sono vivo e voi siete morti e questo Caccia alle donne, sono entrambi in qualche modo chiarificatori di diversi aspetti del lavoro dei due scrittori protagonisti: Philip K. Dick e James Ellroy, due autori che in fin dei conti poco o nulla hanno a che spartire l'uno con l'altro.

Se dal primo, di cui abbiamo già parlato diversi giorni fa, mi aspettavo ottime sensazioni poi effettivamente ritrovate, questo Caccia alle donne era per me un'incognita da affrontare con timore, un azzardo che si è rivelato però una sorpresa grandissima. Ed ecco il perché.

Caccia alle donne non è un romanzo, è la confessione autobiografica di un aspetto fondamentale dell'esistenza di James Ellroy, ovvero il suo rapporto con la figura femminile uscito forse dai binari della normalità quando lo scrittore era ancora un bambino. Come in molti ormai sapranno la madre dello scrittore losangelino venne brutalmente assassinata quando Ellroy aveva solo dieci anni. Questo fatto, come è facile presupporre, divenne una sorta di ossessione per il ragazzo prima, e per l'uomo poi, un'ossessione che sfogò anche studiando il caso della Dalia Nera, fatto di cronaca molto noto che presentava diversi lati simili a quello dell'assassinio di Jean Hilliker (la madre di Ellroy) e che funse da ispirazione per uno dei romanzi di più grande successo dello scrittore (The Black Dahlia, 1987).

Tutto ciò che riguardava il caso Hilliker, Ellroy lo sviscerò già molti anni or sono ne I miei luoghi oscuri, romanzo esorcizzante davvero duro da digerire e ostico per il lettore, romanzo probabilmente indispensabile per l'autore e per la sua sanità mentale. Caccia alle donne prometteva un nuovo mettersi a nudo da parte di Ellroy e una nuova rivelazione sconcertante taciuta ne I miei luoghi oscuri.

Ora il timore era dato dalla possibilità di trovarsi di fronte a un altro libro necessario per l'autore, anche comprensibilmente, ma nuovamente ostico per i lettori, compresi i fan di Ellroy come me. Caccia alle donne è invece un libro bellissimo, intriso di grandissima passione, di lacerante ossessione, di amore immenso e difficile, di rispetto e protezione della donna a livelli altissimi, il tutto filtrato in maniera decisamente stramba dall'equilibrio poco ortodosso della mente geniale e particolare allo stesso tempo del celebre scrittore.

Si ripercorre il rapporto con il genere femminile dall'infanzia alla giovinezza, fase in cui il rapporto era prettamente mentale, voyeristico e ossessivo, il rapporto tra la donna e la madre, i grandi amori dello scrittore, totalizzanti, incisivi e avvolgenti e poi la paura, il timore, la fuga e infine i matrimoni. Il tutto narrato con una sincerità disarmante che non nasconde i vizi e i brutti aspetti del carattere dello scrittore che si offre in una catarsi completa ai suoi lettori (ma più che altro alle sue lettrici). Un autore per il quale (e un libro nel quale) sembra che esista solo l'altra meta del cielo da proteggere e adorare. Passione, pura e incontenibile passione.

E poi il riflesso della donna, delle donne, nelle sue opere, i personaggi, i condizionamenti e quant'altro, la donna che dona vita alle opere di Ellroy, e infine, come promesso, quella scomodissima rivelazione, la maledizione Hilliker.


mercoledì 2 settembre 2015

DYLAN DOG MAGAZINE

I cari vecchi Almanacchi cambiano pelle, mutano e si trasformano in più moderni, almeno esteticamente, Magazines. Così niente Almanacco della paura 2015, al suo posto l'accattivante Dylan Dog Magazine che fin dal titolo esplicita la presenza di uno dei personaggi di punta di casa Bonelli, presenza fissa tra l'altro anche nella versione precedente. Non tutti i magazines avranno un ospite fisso come capiterà per esempio con Avventura Magazine, ma questa è un'altra storia e magari ne riparleremo più avanti.

Insomma, si da una mano di bianco e si rilancia anche questa formula con rinnovato ardore. Ora non starò a fare paragoni tra vecchio e nuovo anche perché è passata davvero molta acqua sotto i ponti da che lessi il mio ultimo Almanacco e quindi...

Allora, Dylan Dog Magazine si diceva. Graficamente il miscuglio tra fumetti e articoli si presenta bene, i colori scelti per distinguere un argomento dall'altro rendono chiara la lettura o la consultazione (se proprio si vuole usare l'albo anche a questo scopo per avere spunti su letture e visioni), l'impaginazione di foto, disegni, testi, locandine e quant'altro risulta piacevole e l'albo si lascia sfogliare e guardare volentieri.

Deludente la prima parte del Magazine seppur corredata da belle immagini, troppo stringati gli interventi sull'horror al cinema, nei libri, a teatro, in tv e nei videogiochi. Pagine che forniscono buoni spunti ma poco approfonditi, ad esempio nelle poche righe dedicate al cinema (spalmate su due pagine) si accenna a ben quattro film senza dirne poi molto, alcune pagine inoltre danno l'idea di essere del tutto superflue (le prime tre ad esempio).

Gustoso invece l'approfondimento lungo dedicato all'orrore e al fantastico che strisciano tra le cittadine della provincia americana, da Twin Peaks in poi... come recita il primo paragrafo. Excursus questo pieno di spunti e belle immagini che risulta una lettura più appagante grazie anche alle 16 pp. messe a disposizione per trattare l'argomento.


Il piatto principale è la storia scritta da Davide Barzi e illustrata dal bravo Bruno Brindisi (autore anche della bella copertina) dal titolo Nuovo Cinema Wickerford. Nella cittadina dove l'ispettore Bloch si è ritirato per godersi la pensione, non mancano di accadere cose strane e la sospirata pensione si rivelerà molto meno tranquilla del previsto. In questo caso si parla di un film maledetto e di una strana catena di omicidi. Storia tutto sommato piacevole e location che dovrebbe tornare anche nei prossimi Dylan Dog Magazine.

A seguire ancora due bei servizi, uno su Il castello di Otranto di Horace Walpole, romanzo al quale si fa risalire la nascita del filone gotico e uno che è una sorta di manualetto divertente per sopravvivere all'interno di uno scenario slasher.

Chiude la breve storia, decisamente ben riuscita, in bianco e rosso e nero di Gualdoni e De Tommaso. Se ci sarà occasione magari ci ritroveremo qui a scambiare due parole anche su Avventura Magazine.


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