giovedì 19 gennaio 2017

UOMINI E LUPI

(di Giuseppe De Santis e Leopoldo Savona, 1957)

A volte quelli che sono veri e propri documenti di un'epoca, episodi significativi di un'arte legati a un dato momento storico del nostro Paese o a un preciso movimento artistico (il neorealismo italiano), vengono dimenticati solo per essere riscoperti per alcuni versi attuali molti anni più tardi. Uomini e Lupi è ambientato nell'Abruzzo del 1956, girato nei pressi di Pescasseroli e Scanno durante le famose nevicate del '56 che resero difficile la vita a molte comunità. Si racconta un ambiente legato alla pastorizia e quella che era vista allora come una vera e propria piaga: la presenza di branchi di lupi affamati pronti a saltare alla gola delle pecore, bestie preziose per il sostentamento della gente di montagna. Il parallelo con il nostro presente non è ovviamente legato al lupo, risulta invece drammaticamente attuale la difficoltà oggettiva nella quale neve e gelo stanno calando oggi come allora le popolazioni del Centro Italia, già largamente provate dall'incessante sequela di scosse di terremoto che da diversi mesi a questa parte stanno rendendo loro la vita decisamente poco serena, terremoto che, neanche a farlo apposta, fa capolino anche nel film di De Santis pur se in maniera marginale.

Uomini e lupi è un film che è stato quasi rimosso dalla storia del Cinema nostrano, sono altri i capolavori a cui si guarda con ammirazione pensando al neorealismo, probabilmente anche con cognizione di causa, eppure dietro a questo film ci sono grandi nomi illustri a partire proprio da Giuseppe De Santis, regista anche del più famoso Riso Amaro che per temi ha diverse cose in comune con questo film (oltre alla presenza della Mangano). Al soggetto e alla sceneggiatura hanno lavorato colonne del nostro cinema dell'epoca, da Tonino Guerra a Cesare Zavattini fino ad arrivare a Elio Petri. Nel cast una vera e propria star dell'epoca, Silvana Mangano, e rappresentanze internazionali offerte da Yves Montand e Pedro Armendáriz.

L'Abruzzo del '56 è una terra bella e dura, poco lavoro e d'inverno condizioni proibitive per la gente di montagna. In più ci si mettono i lupi, si rende perciò necessario il mestiere del luparo, il cacciatore di lupi, pagato dai comuni, dai paesani e dai proprietari di bestiame per tenere al sicuro pecore, vacche e cavalli. Nel paese di Vischio arriva Giovanni (Pedro Armendáriz) con moglie e figlio al seguito, luparo che sogna di prendere un lupo vivo, per mettere da parte i soldi dei paesani e vendere il lupo a un giardino zoologico, operazione pericolosa ma dagli alti compensi. Lo stesso giorno in paese arriva anche Ricuccio (Yves Montand), altro luparo molto meno esperto e decisamente più guascone, interessato più alle grazie della bella moglie di Giovanni, Teresa (Silvana Mangano) e a quelle della giovane Bianca (Irene Cefaro), figlia del maggior proprietario del paese. Le rivalità tra i due inevitabilmente si scateneranno ma i veri avversari, per entrambi, continueranno a essere i lupi.


Il film è interessante come documento storico, tratteggia luoghi e situazioni in maniera accurata, regala bei panorami e almeno una sequenza realmente molto riuscita, quella dell'attacco dei lupi, ormai rosi dalla fame, all'interno del paese dal quale nasce un movimentato parapiglia davvero ben orchestrato da De Santis. Altro fattore, proprio del neorealismo, è il racconto delle condizioni di vita della gente, dei poveri, spesso più spensierati e sereni, e dei benestanti, rinchiusi in prigioni senza mura, intrappolati dalle questioni d'onore ancora in voga all'epoca e dalla mancanza di prospettive dovuta a provincialità e legami familiari difficili da spezzare. Bella anche la figura di Teresa, la più complessa e meglio tratteggiata insieme a quella di Ricuccio. Prezioso il messaggio di speranza, soprattutto oggi, l'inverno passa, sempre, anche quello del '56, inevitabilmente dovranno tornare sole e primavera.

Purtroppo i dissidi tra regista e produzione (Titanus), che decise di tagliare poco meno di una ventina di minuti al film, non ci permettono di vedere l'opera come realmente De Santis l'aveva intesa, il regista uscì amareggiato dalla vicenda tanto da disconoscere un'opera che non sentiva più interamente sua.


3 commenti:

  1. Lo ricordo per averlo visto tanti anni fa, mi era piaciuto.

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    1. È un buon film, un po' dimenticato purtroppo...

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    2. Come tanti di quell'epoca dove si costruiva la cinematografia per come la conosciamo oggi.

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