giovedì 29 gennaio 2026

UN SEMPLICE INCIDENTE

(Yak taṣādof-e sāde di Jafar Panahi, 2025)

Partiamo dalla cronaca. Dopo l’uscita di Un semplice incidente e la conseguente vittoria della Palma d’oro al Festival di Cannes, il regista iraniano Jafar Panahi è stato condannato dal governo del suo Paese a scontare un anno di carcere per aver messo in atto, con il suo film, un’azione di propaganda antigovernativa. Non è la prima volta che Panahi viene invitato a passare del tempo nelle patrie galere: già nel 2010 un arresto per gli stessi capi d’accusa ne decretava la condanna per un periodo di sei anni (in seguito ridotta) interdicendo lo stesso allo svolgimento della sua professione di cineasta e impedendogli di viaggiare all’estero. È nel periodo successivo che Jafar Panahi si industriò per lavorare e realizzare film in maniera clandestina, ma di questo abbiamo già parlato in occasione dei commenti che pubblicammo riguardo ai film Taxi Teheran (2015) e Tre volti (2018). Se per questo Un semplice incidente Panahi lavora in relativa libertà (in effetti non ha l’autorizzazione a procedere da parte del governo), non sono dimenticate le esperienze che il regista ha dovuto affrontare durante i suoi mesi di prigionia, alcune delle quali sono materiale per la costruzione di una vicenda che scava nelle dinamiche interne di un Paese oppresso ma anche nell’intimo dell’animo umano, riflette sulla natura degli uomini e sui concetti di vendetta, giustizia, pietà e valore della vita, lo fa con un impegno altissimo che non manca però di muovere nello spettatore anche qualche moto ilare, quasi leggiadro.

Il semplice incidente del titolo: Eghbal (Ebrahim Azizi) guida di notte la sua auto lungo una strada periferica, con lui ci sono la moglie (Afssaneh Najmabadi) e sua figlia. All’improvviso un rumore; Eghbal ha investito un animale, nulla di troppo grave, ma da lì a poco la sua auto si ferma, probabilmente lo scontro con l’animale ha rotto qualcosa. Fermatosi a chiedere aiuto, Eghbal viene riconosciuto da Vahid (Vahid Mobasseri) il quale, non visto, identifica l’uomo come uno dei torturatori del regime che tempo prima avevano tenuto prigionieri e interrogato lui e altri cittadini iraniani. Vahid segue e tramortisce Eghbal, con l’intenzione di seppellirlo vivo per fargli scontare i suoi crimini. All’ultimo momento però Vahid ha dei dubbi: in fondo di Eghbal lui ha sempre sentito solo la voce, in prigione era sempre bendato, ricorda il rumore che faceva la sua gamba artificiale, ma come esserne sicuri. Caricato Eghbal sul suo furgone l’uomo va alla ricerca dei vecchi compagni per tentare un riconoscimento condiviso, così la fotografa Shiva (Mariam Afshari), i futuri sposi Goli (Hadis Pakbaten) e Alì (Majid Panahi) e l’irruento Hamid (Mohamad Ali Elyasmehr) si troveranno coinvolti in quello che ben presto diverrà un enorme rovello morale.



Pur se privo dell’autorizzazione governativa, come detto in precedenza, Panahi gira Un semplice incidente da uomo libero; questo gli consente di non dover ricorrere a espedienti vari per celare il suo operato come fu costretto a fare in passato, ne consegue che il suo ultimo film presenti una struttura più classica; inoltre Panahi non è qui protagonista come accadeva in Taxi Teheran o in Tre volti, il regista si concentra sulle operazioni dietro la macchina da presa e per il resto si appoggia a un gruppo di giovani attori efficaci e ben affiatati. L’insensatezza della crudeltà del regime iraniano e l’assurdità della vita nel proprio Paese sono esplicitate da Panahi con quell’albero solitario e scheletrico piantato al centro del deserto, come ricorda il personaggio di Hamid, è un contesto identico a quello che si presenta sulla scena di Aspettando Godot di Beckett: è il teatro dell’assurdo, è la vita che perde di senso in un momento storico in cui un senso diventa sempre più necessario ritrovarlo. Così un gruppo di ex vittime ora possono trasformarsi in carnefici, ma che valore ha la vita per questi uomini e donne che altro non sono se non gente per bene? Il dubbio attanaglia Vahid, Hamid è più diretto, una testa calda che vorrebbe vendetta, ma Eghbal è davvero lui? Alì pensa più al futuro e Shiva, che inizialmente vorrebbe tirarsi fuori da tutta la faccenda, sembra essere quella che alla fine ne soffrirà di più. Mentre l’incertezza impedisce di agire, l’umanità ricompatta il gruppo, lo rende solidale anche nei confronti dei congiunti del potenziale oppressore, l’odio non ha vita facile. Panahi ritrae un Paese dove la corruzione si palesa con incessante regolarità, un contesto dove non manca una certa libertà (le donne sembrano parecchio emancipate), forse una speranza in un futuro migliore che, chissà, magari si paleserà dopo aver scontato l’ennesima condanna. Alla fine tutto sfuma, la vista perde ancora una volta la sua funzione, l’udito potrà sciogliere, forse, tutti i nodi.

2 commenti:

  1. Uno dei film più belli che ho visto negli ultimi mesi, sicuramente impegnato ma anche appassionante, con un finale inquietantissimo che mostra il prezzo della morale. E anche se è filtrato dall'ironia il ritratto della corruzione del paese è micidiale: i poliziotti (o erano guardie private?) col lettore del pos per farsi corrompere in mancanza di contanti sono tremendi!

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    1. Molto bello, in equilibrio perfetto tra impegno e ironia, i piglia mazzette secondo me erano proprio poliziotti...

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