(di Paolo Sorrentino, 2025)
C’è un discreto scarto tra La grazia di Paolo Sorrentino e il precedente film del regista napoletano, quel Parthenope al quale non era così semplice attribuire una direzione ben precisa. E a ben vedere questo La grazia si discosta nella forma e nei toni, pur se non completamente, anche da film del passato che almeno per ambiente e argomenti avrebbero potuto costituire con questo una sorta di piccolo corpo d’opera dedicato alle figure pubbliche (reali o fittizie che siano) e al potere (il riferimento è a Il divo, a Loro, a The young Pope). Il dubbio - argomento principe di questa opera - che potrebbe cogliere lo spettatore non a digiuno del lavoro di Sorrentino, è che la grazia espressa nel titolo del film sia non solo riferita al protagonista interpretato dal gigantesco Toni Servillo, ma che sia in qualche modo applicabile anche all’equilibrio tra forma e sostanza che il regista pare abbia trovato pienamente con questa sua ultima fatica. Con questo non si vuole sostenere la tesi per la quale i lavori precedenti non godessero di equilibrio; questo, almeno per chi scrive, non corrisponde al vero, l’impressione è che con La grazia Sorrentino compia un lavoro di cesello capace di far convivere una narrazione spesso riflessiva e profonda con quelle aperture sopra le righe tanto care al regista, senza che il quadro d’insieme si scomponga o si sfilacci, né mostri il rischio di tracimare oltre la giusta misura. Quindi anche il Papa nero, con tanto di rasta e orecchino e che si muove a bordo del suo scooter, il Presidente compassato che ascolta Gue Pequeno, la sequenza dell’arrivo al Quirinale del Presidente portoghese che sottolinea simbolicamente l’immobilità umana e istituzionale di Mariano De Santis, sono tasselli che non scompongono un’unità formale che trova, tra ironia, grottesco e serietà, un amalgama tale da non lasciar cadere sfumature d’eccesso fuori dai bordi di una narrazione avvolgente e introspettiva.Mariano De Santis (Toni Servillo) è il Presidente della Repubblica in carica in procinto di entrare nel suo semestre bianco, gli ultimi sei mesi di mandato durante i quali il Presidente non ha più facoltà di sciogliere le Camere. De Santis è un cattolico, formazione democristiana, giurista di talento, tanto che molti studenti di giurisprudenza studiano ancora su un suo testo soprannominato il K3, la scalata all’impossibile. Il Presidente gode della fama di immobilista, di procrastinatore di decisioni, ha superato ben sei crisi di Governo riuscendo a far rimanere il Paese in un solido equilibrio. Aiutato in molti suoi compiti dalla figlia Dorotea (Anna Ferzetti), anche lei giurista affermata, De Santis vive nel dolore del ricordo per la moglie defunta, nel cruccio di un mistero passato mai sciolto né risolto. Ora, prima di congedarsi, al Presidente non resta che decidere se firmare o meno una legge sull’eutanasia caldeggiata anche da sua figlia, e valutare se concedere o meno la grazia a due condannati: Isa Rocca (Linda Messerklinger) e Cristiano Arpa (Vasco Mirandola), entrambi accusati dell’omicidio dei rispettivi coniugi. Il temporeggiare di Mariano finisce con l’irritare profondamente la figlia Dorotea, bloccata da anni al seguito di un padre al quale ora rimprovera una sempiterna mancanza di coraggio, un’esagerata propensione al dubbio, letta come una mancanza di volontà nel prendere decisioni importanti e dirimenti.
Con La grazia Sorrentino mette in scena un film e un protagonista che portano al pubblico livelli di profondità non banali; i temi messi in campo sono molteplici e tutti di rilevanza non trascurabile, e questo vale sia per quelli che attengono alla sfera pubblica sia per quelli ascrivibili a quella privata. Servillo veste a pennello un uomo bloccato nel ricordo della moglie, un ricordo sempre vivo e condiviso più che con i figli (il secondo fa il musicista in Canada) con l’amica di sempre Coco Valori (Milvia Marigliano), personaggio sorrentiniano dalla battuta sempre pronta e capace di donare quel tocco di arguta comicità all’impianto narrativo che, seppur costellato di elementi serissimi, non trascura mai la possibilità di alleggerire il tutto con una sana risata e con elementi stranianti di cui abbiamo già detto (Gue, il Papa, etc…). La scelta più difficile davanti alla quale si trova il protagonista è quella relativa alla legge sull’eutanasia. “Di chi sono i nostri giorni?”; questa è la domanda che ritorna più volte durante il film, di chi sono i giorni di un malato a fine vita? Ma anche di chi sono i giorni di una figlia completamente dedita al lavoro e al padre, una donna ancora giovane che forse non ha mai vissuto davvero? E di chi sono quelli di un condannato a passare gran parte della sua vita in un carcere? Chi può decidere per loro? E, soprattutto, come scegliere tra legalità, appiglio giuridico e ciò che si legge negli occhi e nelle parole di queste persone? Decisioni non facili da prendere per un uomo non abituato ad essere proattivo, quasi impossibili per uno per cui “il passato è un peso, il futuro un vuoto”. Allora non rimane che prendersi il giusto tempo della riflessione, Sorrentino segue il ritmo di questa riflessività, del ricordo, di quella prima visione di una donna (la moglie) che attraversa la campagna, il ritmo della memoria, di un’attesa che ci riporta al Titta Di Girolamo de Le conseguenze dell’amore. Non rimane che fare del dubbio, della riflessione, della memoria, uno stato di grazia che possa accompagnarci in maniera serena nell’avventura inevitabile del tempo che passa.




Interessante la doppia interpretazione del titolo per cui la "grazia" sarebbe anche il raggiunto equilibrio registico di Sorrentino (che comunque come hai fatto notare la sua personalità la tira fuori con decisione in molti punti), non ci avevo pensato anche se rispetto ad altri suoi lavori questo è più compassato. Non ho visto Parthenope e quindi non posso fare confronti. Per me comunque un bel film.
RispondiElimina(non avevo nemmeno interpretato la figura del presidente portoghese come l'immobilismo delle istituzioni, ci avevo visto un riflesso del protagonista che in sostanza come ruolo istituzionale non può poi fare molto, o al limite come anticipo del destino di disfacimento che aspetta pure lui, quindi meglio dimettersi prima)
L'ho trovato proprio un bel film, equilibrato, denso di spunti importanti, più compassato ma sempre pienamente sorrentiniano, da un regista sempre più maturo.
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