martedì 28 maggio 2013

UCCIDERO' WILLIE KID

(Tell them Willie Boy is here di Abraham Polonsky, 1969)

C'è il tardo western, la fine del mito, il cinema d'impegno Hollywoodiano e un reduce dalla caccia alle streghe del maledetto senatore McCarthy. Ci sono Robert Redford, Robert Blake e Katharine Ross. Il reduce dalla caccia alle streghe è il regista della pellicola, Abraham Polonsky, illuminante una sua dichiarazione riguardo questo film: "Non è un film sugli indiani: è un film su di me".

E' un film su un perseguitato, proprio come lo fu il regista nel periodo del maccartismo quando vide stroncata la sua carriera a inizio degli anni cinquanta per aver rifiutato di denunciare amici e colleghi in aria di comunismo. E' solo nel 1969 con questo Tell them Willie boy is here, dopo qualche sceneggiatura scritta sotto pseudonimo, che Polonsky potè tornare al cinema. Una filmografia che avrebbe potuto essere interessante e nutrita si riduce così a tre soli titoli.

Siamo alla fine del primo decennio del 1900 e nella riserva indiana di Morongo torna Willie Boy (Robert Blake) con l'unico scopo di ritrovare la sua amata Lola (Kate Ross). Willie non è  ben visto dalla famiglia della giovane indiana che lo vorrebbe fuori dai piedi. La vita gli è inoltre resa difficile dai bianchi presenti nella riserva che gli mostrano tutto il loro disprezzo. Durante un momento d'intimità i due giovani vengono colti in fallo dal padre di Lola che viene ucciso da Willie. Alla coppia non resta che fuggire tra le montagne. La direttrice della riserva (Susan Clark) convince lo sceriffo Cooper (Robert Redford), con il quale intrattiene una relazione molto particolare, a impegnarsi per riportare Lola a casa. Inizia una caccia all'uomo durante la quale è proprio lo sceriffo l'unico a mostrare un po' di interesse per la vita dell'indiano.

E' finita l'epica del western, qui ci si concentra sui personaggi e sull'uomo, razza spesso incapace di accettazione, misericordia, benevolenza e amore. E Willie è Polonsky, un perseguitato senza colpa, costretto all'isolamento e alla fuga ma fedele a se stesso fino alla fine, senza compromessi e senza vendere la propria indole. Una caccia lenta, sfiancante, che ti toglie le forze fino alla fine, una fine dalla quale si può scegliere se uscire a testa alta oppure no.

Il cinema di quegli anni era spesso pieno di significati, oltre alla revisione del ruolo degli indiani d'America, veri padroni di quella Terra, troppo spesso vituperati dal precedente cinema Hollywoodyano, quello che colpisce è la metafora della persecuzione maccartista ai danni di un regista che ci avrebbe potuto dare molto di più. Curiosa la scelta di affidare i ruoli degli indiani a due attori che di sangue indiano credo ne abbiano ben poco. Di buon livello le prove di tutto il cast con un Redford che continuo a trovare convincente ogni volta che vedo un film da lui interpretato.

La fotografia di quegli anni, soprattutto quella sugli spazi aperti, ha su di me una presa eccezionale, non posso esimermi per questo e altri motivi dal consigliare la visione di questo film.

2 commenti:

  1. Lo conosco questo film, l'ho visto diverse volte, ma un po' di anni fa..è uno di quei film che mi "propinava" mio padre..per lui non esistevano altri generi ( o quasi !)...Robert Redford è un grande attore..a me piace tantissimo..

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    1. Il western è un po' il tormentone di molti dei nostri padri (tutti?), mia moglie ad esmpio ne ha sviluppato una vera avversione. E' un genere che però dà molto spesso delle belle soddisfazioni.

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