giovedì 27 febbraio 2014

UNA TOMBA PER LE LUCCIOLE

(Hotaru no haka di Isao Takahata, 1988)

Diretto dal co-fondatore dello Studio Ghibli, Una tomba per le lucciole esce lo stesso anno in cui l'altro e più celebre fondatore dello studio, Hayao Miyazaki, dirige uno dei suoi capolavori: Il mio vicino Totoro. E' una grande annata per lo Studio Ghibli, pur se inserita in un contesto e in un ambito completamente diverso, la pellicola di Isao Takahata non ha nulla da invidiare a quella del maestro Miyazaki.

Se ne Il mio vicino Totoro l'elemento fantastico, magico e sognante è predominante e determina in maniera decisa la cifra stilistica dell'intero lungometraggio, Una tomba per le lucciole vive di un crudo realismo, di dolore, morte e assenza di speranza. E' l'immane tragedia della guerra il fulcro della vicenda narrata nel film di Takahata, una tragedia radicata nella cultura del popolo giapponese come in pochi altri.

Sicuramente due film diversi con un pubblico di riferimento differente. La visione di Una tomba per le lucciole mi sembra inadatta a un pubblico di bambini, per temi trattati e per immagini proposte.

Seita e la piccola Setsuko sono fratello e sorella, vivono con la madre a Kobe, città giapponese presa d'assalto da un massiccio bombardamento da parte dell'aviazione statunitense. I drammi che i due ragazzini dovranno affrontare sono innumerevoli, dalla lontananza del padre in servizio con la marina giapponese alla terribile morte della madre a causa dei bombardamenti, dalla distruzione della loro casa allo scarso affetto di parenti privi di amore e non intenzionati ad accollarsi il loro mantenimento.

Oltre alla sofferenza della piccola e tenera Setsuko, Seita dovrà farsi carico della gestione di tutti i bisogni primari, suoi e della sorellina. Cibo, acqua, un tetto dove dormire diventano sfide quasi impossibili da vincere. E poi la morte che accompagna lo spettatore fin dalla sequenza d'apertura del film.



Un film d'animazione duro ma vero e sincero tratto dal libro in parte autobiografico dello scrittore Akiyuki Nosaka. Anche l'animazione si differenzia molto per colori e atmosfere da molta della produzione di Miyazaki, le aperture di luci, i cieli e le distese d'acqua qui lasciano il posto ai toni cupi delle macerie e della distruzione, delle bombe e del fuoco. Nonostante la continua sofferenza che pervade la pellicola è innegabile che questa sia l'ennesimo riuscitissimo e toccante lavoro di uno studio capace di sfornare meraviglie a ciclo continuo. Da vedere assolutamente.

Rimangono accese le luci delle lucciole e quella grande e immensa che riescono a far scaturire in maniera così naturale i bambini troppo spesso vittime degli orrori creati da noi adulti.

BRADIPO(P)

Andy Wharol chi?



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lunedì 24 febbraio 2014

10 VOLTI (19)

Volti mitici per chi ricorda certi anni e soprattutto per chi ha vissuto una determinata passione, non vado oltre perché il tutto mi sembra palese e per non rendere la manche eccessivamente semplice. Dare un nome a questi volti non dovrebbe essere così difficile, scommetto che diversi tra voi potrebbero snocciolarli in un fuoco di fila di pochi secondi.

Per ora siam messi così:
01 La Citata 25 pt.
02 Vincent 17 pt.
03 Bradipo 16 pt.
04 Luigi 16 pt.
05 Luca Lorenzon 14 pt.
06 Babol 13 pt.
07 Urz 13 pt.
08 L'Adri 10 pt.
09 Morgana 9 pt.
10 Eddy M. 8 pt.
11 Poison 8 pt.
12 Cannibal Kid 7 pt.
13 Frank Manila 5 pt.
14 Umberto 4 pt.
15 Elle 4 pt.
16 M4ry 3 pt.
17 Zio Robbo 3 pt.
18 Viktor 2 pt.
19 Beatrix Kiddo 1 pt.
20 Evil Monkeys 1 pt.
21 Ismaele 1 pt.
22 Blackswan 0 pt.
23 El Gae 0 pt.
24 Acalia Fenders 0 pt.


1)



2)



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10)

sabato 22 febbraio 2014

SHERLOCK - STAGIONE 2

Mi tolgo il cappello, mi alzo in piedi e applaudo, apprezzo e mi inchino davanti al lavoro di scrittura operato per questa seconda stagione di Sherlock dagli autori Steven Moffat e Mark Gatiss. Due episodi splendidi (il primo e il terzo) e uno semplicemente bello (il secondo), almeno due antagonisti strepitosi nel giro di sole tre puntate, interpreti da incorniciare e perfezione dietro l'angolo, non c'è che dire, quando ingranano gli inglesi hanno quella maledetta marcia in più.

Per la seconda stagione del serial gli autori ci propongono gli episodi Scandalo a Belgravia (da Uno scandalo in Boemia), I mastini di Baskerville (da Il mastino dei Baskerville) e Le cascate di Reichenbach (da L'ultima avventura).

Nel primo episodio Moffatt e Gatiss (interprete anche di Mycroft Holmes) introducono uno dei personaggi più affascinanti della serie, la bella prostituta di lusso Irene Adler (Lara Pulver) capace di raccogliere una quantità spropositata di informazioni in grado di compromettere l'esistenza di molte persone influenti e potenti. La donna, come il rapporto del tutto particolare e atipico che instaura con Sherlock Holmes (Benedict Cumberbatch), è tratteggiata in maniera meravigliosa diventando un'antagonista (?) capace di tenere testa anche al famigerato, e spesso sopra le righe, Jim Moriarty (Andrew Scott) fine mente criminale in grado di mettere in seria difficoltà Holmes e Watson (Martin Freeman) e rivaleggiare alla pari per intelligenza con il detective di Baker Street. Un'apertura di serie davvero con il botto.

Lara Pulver nella parte di Irene Adler

Più umana la trasposizione di uno dei racconti più celebri di Conan Doyle. Qui il nome dei Baskerville gode di un'accezione completamente nuova, il talento degli sceneggiatori nell'ammodernare e allo stesso tempo rimanere fedeli alla tradizione è per me fonte di grande ammirazione.

Nel terzo, ultimo e strepitoso episodio arriva al culmine lo scontro tra Sherlock e Moriarty, rimasto  sullo sfondo nei due precedenti episodi. Un adattamento carico di tensione per quella che doveva in realtà essere l'ultima avventura di Sherlock Holmes. Le cascate di Reichenbach sono il luogo dove l'Holmes letterario sarebbe dovuto perire proprio in uno scontro con il suo arcinemico. Nella versione televisiva le cascate hanno una valenza per lo più simbolica, ma la tensione dell'opera televisiva supera forse anche quella dell'originale. Scontro finale, come andrà a finire?

Ottime le prove del cast con un Cumberbatch che non fatica a impersonare uno degli esseri viventi più irritanti di sempre, un Freeman trattenuto e solido di importanza vitale per la serie e un Andrew Scott gigione e folle, un talento al servizio di un Moriarty che, se la memoria non mi inganna, dovrebbe risultare completamente inedito per modi e personalità.

Il pensiero sui titoli di coda dell'ultima puntata di questa serie è stato: "devo incominciare subito la terza, ne voglio ancora". Purtroppo le puntate a disposizione sono poche, meglio godersele con un po' di calma. Come ultima cosa segnalo anche il tema musicale di Sherlock che mi è entrato in testa e non se ne vuole più andare.

PS: se vi capita di guardare questa stagione ricordate che c'è un mini-episodio sfizioso di sette minuti circa che funge da prologo e da teaser promozionale per la terza stagione, da vedere solo (mi raccomando) dopo l'ultimo episodio di questa seconda annata.

giovedì 20 febbraio 2014

BRADI PIT 90

Al Bradi Pit piace... stare appeso al suo ramo preferito!

Oh, non ci avreste mai pensato eh? Vedi che se gira bene facciamo il botto pure noi.



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CARNIVALE - STAGIONE 1

Ha fascino da vendere questa prima stagione di Carnivale, serial tv del 2003 ideato da Daniel Knauf e pensato per svilupparsi su sei stagioni ridotte in seguito a sole due dalla produzione (o dalla direzione se preferite). La vicenda è ambientata nel centro-sud degli Stati Uniti d'America negli anni '30, gli anni duri della grande depressione, molti degli scenari prendono vita nelle numerose zone desertiche colpite dalle grandi tempeste di sabbia scatenatesi proprio in quel decennio. Grandi tempeste che visivamente danno una connotazione molto particolare e originale all'intera serie.

Gli elementi presenti in Carnivale sono davvero numerosi, è facile all'inizio rimanere spiazzati tra sogni, visioni, freaks, preveggenze, entità sovrannaturali, fervore religioso e materie pagane. Gli spunti interessanti non mancano e la narrazione dal ritmo volutamente non rapidissimo riesce a porre la giusta attenzione su ognuno di essi. Il grande fascino della serie viene tutto dai molti protagonisti, dalla dicotomia bene/male e dall'insinuarsi continuo dell'inspiegabile tra i carrozzoni del circo itinerante di Carnivale.

Il giovane Ben Hawkins (Nick Stahl) è maledetto da terribili sogni nei quali viene catapultato in zone di guerra, in mezzo a trincee dove si muovono orsi da circo e corpi mutilati, distingue chiaramente il volto di un soldato mentre rimane sfuggente quello dell'uomo tatuato, misteriosa figura che si muove minacciosa in un notturno campo di grano. E' proprio l'incontro tra Ben e il circo di freaks guidato dal nano Samson (Michael J.Anderson) a dar il via alla vicenda, nano che è anche l'unico a poter parlare con la direzione, sorta di identità incorporea che decide le sorti della compagnia. Una compagnia eterogenea che offre attrazioni di tutti i tipi: Lila, la donna barbuta (Debra Christofferson) impegnata in una relazione con il veggente cieco Lodz (Patrick Bauchau) a sua volta molto interessato alle visioni di Ben e al rapporto privilegiato tra Samson e la direzione. C'è Jonesy (Tim DeKay) il tecnico zoppo innamorato della giovane Sofie (Clea DuVall), cartomante in grado di leggere le carte grazie alle dritte telepatiche della madre Apollonia (Diane Salinger), da tempo immobilizzata a letto e completamente catatonica. Ci sono Rita Sue (Cynthia Ettinger) con le figlie Libby (Carla Gallo) e Dora Mae (Amanda Aday), ballerine e spogliarelliste, l'incantatrice di serpenti Ruthie (Adrienne Barbeau) e il figlio Gabriel (Brian Turk), una sorta di gigante buono e stupido, e ancora l'uomo rettile, le gemelle siamesi e altri personaggi di contorno.



I sogni di Hawkins, i suoi strani poteri e le vicende dei componenti del Carnivale viaggiano in parallelo alla storia del metodista Padre Justin (Clancy Brown), anche lui afflitto da strane visioni. Gli eventi della serie porteranno il personaggio ad assumere la valenza di antagonista di Hawkins e a sopportare dure esperienze che lo conduranno a un inevitabile trasformazione.

Insomma, la carne al fuoco è davvero molta e anche ben cucinata, il cast numeroso ricrea un amalgama affiatato per narrare una vicenda stracolma di spunti ed enigmi. La speranza è che nella seconda stagione Knauf sia riuscito a tirare tutti i fili che avrebbero dovuto dipanarsi per altri quattro anni e a concludere anzitempo la vicenda in maniera convincente, non mancherò di farvi sapere. Una bella serie che certo, non è Twin Peaks, ma che mi ha regalato sicuramente dei bei momenti, davvero un buon recupero.


mercoledì 19 febbraio 2014

VISIONI 53

Per il cinquantatreesimo appuntamento con Visioni vi propongo alcune illustrazioni dell'artista rumeno Daniel Nyary. In questa serie di immagini in cui l'artista gioca con la pop-culture, e che io uso approfittando dell'occasione per proporvi un bel giochino, trovate i volti di una serie di celebri e meno celebri robots. Riuscite ad aiutarmi a identificarne il più possibile? Vi anticipo che non ho le risposte ai miei (e agli eventuali vostri) dubbi, è richiesto quindi un lavoro di ricerca collettivo. Chi sono costoro, sapete dirmelo?








domenica 16 febbraio 2014

TEX IL GRANDE!

(di Claudio Nizzi e Guido Buzzelli, 1988)

Nel 1988 il mito di Tex Willer volava già alto, la bandiera della Sergio Bonelli Editore si apprestava a compiere 40 anni. Un eroe coetaneo di mio padre che tra l'altro ne è sempre stato appassionato come tanti altri della sua generazione, insomma, come non voler bene all'iconica stella del west?

Proprio per festeggiare i quarant'anni del ranger in camicia gialla (ma l'avrà mai cambiata sta camicia?) si mette in piedi un progetto nelle intenzioni, e spesso negli esiti, di profilo davvero alto. Il Tex Speciale presenterà una volta l'anno un'avventura del personaggio e dei suoi pards illustrata in grande formato da un artista della matita spesso estraneo al mondo di Tex. Il grande formato e la foliazione che tra articoli e storia toccherà le 240 pagine, varranno a questa nuova collana il confidenziale e azzeccato soprannome di Texone. Il Texone. Mai soprannome fu più indovinato poiché l'albo è davvero un Texone, puoi sfogliarne le pagine e se ti va infilarci dentro la testa per godere al meglio delle tavole ariose e del grande respiro che trasmettono i paesaggi, le prospettive sulle strade polverose delle cittadine del west, le ombre dei boschi o il buio delle prigioni. Un'esperienza di lettura sicuramente diversa da quella fornita dal classico albo mensile in formato bonellide.

Per il primo di questi appuntamenti che porta il titolo di Tex il grande! troviamo alla sceneggiatura un veterano del Texas Ranger, l'inossidabile Claudio Nizzi che si fa carico, come già ha fatto molte altre volte, di imbastire una bella storia dove Tex e il vecchio Kit Carson possano muoversi a loro agio, compito per altro assolto a meraviglia. Non è la prima volta che lo scrittore si cimenta in storie di così ampio respiro, non ho la pretesa di affermare che la stesura del primo Texone sia stata per Nizzi una passeggiata, l'autore e la sua esperienza sono però garanzia di riuscita certa.

La sfida era in realtà quella di mettere al lavoro un disegnatore atipico in grado di fornire una visione personale del personaggio e mettere insieme più di duecento tavole di ottima fattura. La scelta di Sergio Bonelli per festeggiare i quarant'anni della creatura di suo padre, quasi un suo fratello possiamo dire, e per aprire questa ormai mitica collana è caduta su Guido Buzzelli, romano classe 1927. Buzzelli portà in dote un bagaglio di esperienza nel mondo del fumetto che nasce addirittura prima di Tex, nel 1946 per la precisione, ingentilito o imbastardito a voi giudicare, dalla passione dell'artista per la pittura; come viene fatto notare anche nell'introduzione dell'albo il disegnatore venne in qualche occasione definito "il Goya del fumetto".



I successi del disegnatore/autore arrivano negli anni '70 dove Buzzelli si fa portatore di uno stile ora satirico e parodistico ora visionario e pessimistico, torna invece al classico per la realizzazione di questo primo Texone dove è evidente il rispetto del disegnatore per il lavoro portato avanti in casa Bonelli. Ovviamente non manca un tocco personale che rende questa prima uscita della collana degna di grande attenzione.

La storia è di quelle più classiche. Siamo nelle foreste dell'Oregon dove in molti si guadagnano da vivere con il commercio del legname. La piccola impresa condotta dal signor Thompson e dalla figlia Jane è minacciata dalla masnada di farabutti al soldo dei fratelli Patterson, grossi imprenditori del campo, decisi a rilevare i terreni dei Thompson a qualsiasi costo. L'unico disposto a dare una mano a Thompson è Pat, uno dei suoi boscaioli. Il ragazzo nasconde un asso nella manica essendo grande amico dei due raddrizzatorti più pericolosi del continente: Tex Willer e Kit Carson.

Gli elementi di un classico d'avventura western ci sono tutti: soprusi, scazzottate, inseguimenti, amicizia virile, sparatorie, cavalcate, fughe e un pizzico di ironia per una narrazione scorrevole e fluida che di certo non delude.

Il tratto di Buzzelli rende al meglio l'espressività dei personaggi in particolar modo sulle inquadrature ravvicinate dei volti che risultano credibili e veritieri, incapaci di nascondere un'emozione. Il segno sporco dell'artista riesce a infondere dinamismo alle scene d'azione così come regalare, aiutato anche dal formato, grande respiro a paesaggi e scorci con una capacità tale da dare l'impressione al lettore di vivere la vicenda da vicino. Nel complesso ne esce un albo estremamente godibile e di grande valore che inaugurò in maniera più che degna una delle collane dedicate al ranger ancor oggi più amate dal suo pubblico.

venerdì 14 febbraio 2014

SAN VALENTINO



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giovedì 13 febbraio 2014

FLAGS OF OUR FATHERS

(di Clint Eastwood, 2006)

Flags of our fathers è il primo tassello del dittico che comprende anche Lettere da Iwo Jima, due film che raccontano lo stesso evento analizzato da due punti di vista differenti: la battaglia per la conquista dell'isola vulcanica di Iwo Jima vista in questa pellicola in chiave americana e nella successiva dal punto di vista dei giapponesi.

Dirige Clint Eastwood che compare anche in veste di produttore insieme a Steven Spielberg. Per argomenti trattati e alcune sequenze presenti nel film viene naturale fare un parallelo con Salvate il soldato Ryan dello stesso Spielberg. E' proprio la crudissima sequenza d'apertura del film di Spielberg, che racconta lo sbarco in Normandia, a tornare alla mente guardando questo Flags of our fathers che ci mostra lo sbarco delle truppe dei marines statunitensi sulle coste dell'isola del Pacifico di Iwo Jima. Flags of our fathers manca del furore inaspettato offerto dai primi minuti di Salvate il soldato Ryan pur non lesinando la giusta dose di orrore e assurda crudeltà che ogni guerra è capace di produrre su larga scala. Nonostante il pugno allo stomaco infertoci da Spielberg andasse a segno con maggior vigore in fin dei conti Eastwood ci offre un film complessivamente più onesto, meno retorico e meno buonista di quello del superbuonista e familista Spielberg. Che per carità, non fraintendetemi, va anche bene essere buonista e familista se stai girando E.T. però...

Insomma, per un film di matrice bellica Spielberg sceglie di mostrarci l'isolato gesto nobile di una nazione che ha mandato e continua a mandare a morire migliaia e migliaia dei suoi giovani figli, spesso per motivi egoistici e puramente economici. La guerra è altro.

Eastwood ci mostra, e lo ribadisce per mezzo della voce di uno dei suoi attori, come vanno realmente le cose, quando uno dei marines cade in mare in mezzo a una flotta di navi amiche, dopo le prime risate lo sgomento:
- Non si fermano mica
- Cosa?
- Non si ferma nessuno, non possono
- e dicono "nessuno verrà abbandonato".
(altro che andare a salvare il soldato Ryan)

L'orrore della guerra fa da contrappunto all'ignominia di un governo che si preoccupa più di tirar su dei soldi per lo sforzo bellico, senza preoccuparsi di farlo in modo onorevole, e si occupa molto meno delle vite e della sofferenza dei suoi giovani figli costringendo alcuni di essi, ragazzi che hanno visto il peggio della vita e della morte, a mentire di fronte all'intero paese per questa "nobile" causa.



L'episodio della bandiera U.S.A. issata a Iwo Jima e reso immortale dalla fotografia di Joe Rosenthal costituisce in larga parte un falso storico, al momento dello scatto l'atto era già passato e ricostruito a bella posta per i media che lo utilizzarono per alimentare la propaganda casalinga allo scopo di raccogliere i soldi necessari al proseguio della guerra. Eastwood ci racconta le sorti di tre dei soldati che issarono la seconda bandiera, quella posticcia, e che divennero delle glorie nazionali in gran parte costruite a tavolino. Ragazzi che avevano affrontato il demone della guerra ma assurti al rango di eroi per un episodio falso, con tutti i sensi di colpa che da questo derivano. Sicuramente non il miglior Eastwood che si possa avere, il grande Clint ci ha regalato di meglio. E' indubbio come ancora una volta il regista affronti un tema delicato con grande onestà e con il cuore dalla parte giusta confezionando comunque un buon film affidandosi a un cast privo di prime stelle ma sempre funzionale alla narrazione e sempre in parte.

Come quasi tutti i film del regista anche questo Flags of our fathers è da vedere, se proprio dovete scegliere tra questo e quell'altro... beh, fate voi. Per l'altro tanto di cappello per il primo quarto d'ora però.

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