giovedì 31 agosto 2017

BRADI PIT 149

Sempre coerenti.


Clicca sull'immagine per ingrandire.

Aiutaci a diffondere il verbo del Bradipo linkandolo. Fallo tu perché il Bradipo fa n'caz.

lunedì 28 agosto 2017

GABRIEL

(di Riccardo Secchi e Alessio Beccati, 1995)

Continua l'operazione meritoria (a prescindere dalla qualità intrinseca delle opere pubblicate) di recupero da parte dell'Editoriale Cosmo di una corposa selezione di proposte legate al fumetto italiano più o meno indipendente degli anni 90. Dopo diverse opere di Ade Capone (Requiem, Kor-One, Erinni) e altro materiale diverso (Coliandro, Arcana Mater) arriva in edicola anche Gabriel di Secchi e Beccati, con la speranza che gli sfiziosi recuperi continuino poi anche nei prossimi mesi. È per me questa la possibilità di curiosare tra le pagine di serie che all'epoca della loro uscita avevano attirato la mia attenzione ma che per motivi vari (soldi, difficile reperibilità, etc...) erano rimaste sugli scaffali delle fumetterie, poche di queste infatti credo arrivarono nelle edicole su tutto il territorio nazionale.

È curioso vedere come molte di queste invece, quasi tutte per la verità, abbiano un sapore comune che facilmente le colloca nella loro epoca grazie a una caratterizzazione narrativa molto connotata nel loro tempo, caratteristica questa che rende quest'opera di recupero sicuramente interessante, curiosa, nostalgica, ma anche inevitabilmente per quel che riguarda la (ri)lettura delle serie un po' datata.

C'era allora la volontà di spingere, di contaminare il fumetto popolare italiano con altro, di affrancarsi da quegli che erano gli stilemi classici dell'avventura, di guardare oltreoceano al fumetto supereroistico, di usare fantascienza e horror al meglio senza mai sconfinare nel fumetto d'autore, c'era la volontà di farlo pur sapendo di non avere i mezzi economici che poteva avere una Bonelli che aveva già messo in campo negli anni precedenti prima Martin Mystère e poi, con un ulteriore passo in avanti verso la modernità, Dylan Dog e Nathan Never.


Anche Gabriel nasce su questo solco. Si cerca di osare utilizzando come protagonista la figura di una giovane suora, la piacente Maria Montalbano, che in seguito a un incidente con attrezzature tecnologiche sperimentali acquista la capacità di volo e il potere di emettere forti scariche di energia. Si gioca sulla figura di una supereroina procace in tonaca, elemento di rottura sottolineato anche dai dialoghi spesso allusivi dei personaggi di contorno. L'uso del linguaggio colorito è un altro degli elementi di (presunta) maturità di questo e di altri fumetti del periodo. Nello sviluppo della trama non c'è davvero nulla di particolarmente interessante, l'aspetto degno di nota presente in questa miniserie è legato invece ai vari conflitti interiori e di coscienza che nascono nel cuore e nella mente di una giovane suora che si ritrova dall'oggi al domani con le capacità di cambiare in meglio la vita delle persone intorno a lei con l'unico intoppo di dover ricorrere alla forza per farlo. Dilemmi che sfoceranno in crisi di fede, spaesamenti e perdita della via da seguire... non male come spunto, la realizzazione a conti fatti non fa gridare al miracolo (almeno oggi, forse allora...).

Il lavoro di Beccati è diligente, presenta diverse forzature in alcuni volti che sinceramente stonano con l'insieme, lo stile rientra in quello di altri lavori visti in quel periodo, ad ogni modo le matite sono curate, piacevoli, il tratto è mediamente ben riuscito ed ha il giusto dinamismo che serve a far procedere bene la storia, non male nel complesso.

Anche questa curiosità ce la siamo tolta, nulla di memorabile, una discreta lettura che comunque ho affrontato con piacere (più che altro per nostalgia).

giovedì 24 agosto 2017

BRADI PIT 148

Make love, not war.


Clicca sull'immagine per ingrandire.

Aiutaci a diffondere il verbo del Bradipo linkandolo. Fallo tu perché il Bradipo fa n'caz.

LA MUSICA DI LAURA 013



well, well, well... torniamo a occuparci delle scelte musicali della mia bimba che ad oggi conta undici anni suonati, il mio angioletto matura, entriamo in pre-adolescenza ma continuiamo ad ascoltare (o almeno a provarci) qualche bel pezzo di musica. Questa volta la scelta casuale dei pezzi non è andata affatto male a mio avviso, solo uno di questi ha effettivamente però riscontrato l'apprezzamento di Laura. Vediamo quale.

Come al solito vi invito ad ascoltare i tre pezzi qui di seguito e a segnalare il vostro preferito.


1)  A perfect Circle - Rose




2)  The Housemartins - We're not deep




3)  Kevin Ayers - Lady Rachel




Sarà per l'incedere più allegro e scanzonato che Laura ha deciso di votare per il brano numero 2)  The Housemartins con We're not deep, brano che personalmente avrei relegato in terza posizione. Voi cosa preferite?

martedì 22 agosto 2017

MARTIN MYSTÈRE - LA DONNA LEOPARDO

(di Andrea Carlo Cappi, 2017)

A volte si ha l'impressione di trovarsi in mano un prodotto che, per dirla con una frase fatta, non ha né il sapore di carne né quello di pesce. La donna Leopardo, romanzo con protagonista il detective dell'impossibile creato da Alfredo Castelli, fa rimpiangere la mancanza del comparto visivo del mezzo per il quale Martin Mystère è stato creato (il fumetto, ovviamente) e, a mio modesto parere, non offre il livello di spessore minimo (e non mi riferisco né al numero di pagine né alla caratura intellettuale dell'opera, sia ben chiaro) che si dovrebbe richiedere alla lettura di un buon libro.

Sulla carta la mossa della Sergio Bonelli Editore poteva essere anche indovinata, un'ulteriore strada da provare a percorrere per far muovere il mercato, l'iniziativa era da sostenere e testare, e così ho fatto. Inoltre Martin Mystère è sempre stato uno dei miei personaggi preferiti di casa Bonelli e quindi...

Evitando di parlare del prezzo del volume che volendo possiamo anche considerare adeguato, il risultato di questo esperimento mi è sembrato davvero deludente a partire dall'identità ambigua del prodotto anche a livello fisico. Una copertina adatta più a uno speciale a fumetti, graficamente mangiata completamente o quasi dal titolo, foliazione e tempo di lettura accettabili ma poco soddisfacenti, parecchi refusi e la scelta davvero poco accattivante dell'impaginazione su due colonne. Ma, come è giusto che sia, quel che importa è il succo in fin dei conti, non la confezione. Purtroppo su questo versante la delusione non può che crescere, la vicenda narrata da Cappi non presenta grandi spunti di interesse, senza nulla togliere all'impegno e alla passione dell'autore, al libro manca il giusto ritmo, Martin, Java e Diana sembrano essere semplici comparse all'interno di una vicenda che non ci lascia nessun protagonista memorabile, non una bella sequenza, un'emozione, un colpo di scena, nulla... la classica lettura disimpegnata (nonostante i richiami storici che comunque ci sono) che lascia però davvero troppo poco. Se questo deve essere il livello della proposta molto meglio allora recuperare un paio di albi della serie a fumetti, molti dei quali di maggiore qualità e graziati anche dalla possibilità di ammirare il lavoro di un disegnatore all'opera. Capisco che questo sia un prodotto diverso, nato con altre intenzioni rispetto a uno degli albi della serie mensile, va tutto bene, semplicemente per me non vale la pena dedicare tempo e denaro a questa iniziativa. L'ho fatto, non lo rifarò ancora.

Questa poteva essere una testa di ponte per volumi futuri, magari ad altri piacerà e l'iniziativa per Bonelli funzionerà, personalmente me lo auguro, ma la sensazione di aver buttato soldi e tempo (per fortuna non molto) rimane. Un'occasione sprecata.

Per chi fosse interessato riporto la sinossi della quarta di copertina: Martin Mystère, il Detective dell'Impossibile, è in procinto di localizzare la tomba della "Bao Nu", la "Donna Leopardo". Ma qualcuno l'ha violata e si è impadronito del suo contenuto: già durante la Seconda Guerra Mondiale i Servizi Segreti giapponesi, tedeschi e americani ricercavano infatti un leggendario Strumento che si sarebbe trovato in Cina, i cui formidabili poteri avrebbero determinato le sorti del conflitto. C'è però chi è convinto che il misterioso oggetto sia in possesso di Martin Mystère ed è disposto a tutto pur di averlo, così una mortale partita iniziata nella Shanghai degli anni '30 si dipana fino alla New York dei tempi recenti.

Andrea Carlo Cappi

sabato 19 agosto 2017

CHE FINE HA FATTO BABY JANE?

(What ever happened to Baby Jane? di Robert Aldrich, 1962)

Uno dei capisaldi del cinema in bianco e nero, Che fine ha fatto Baby Jane? si regge sull'iconico scontro tra due dive del Cinema, all'interno della vicenda di finzione ma anche nella vita reale; forse proprio l'autentica antipatia (più probabilmente vero odio) tra Bette Davis e Joan Crawford rese così credibile i contrasti tra le due sorelle "Baby" Jane Hudson (Bette Davis) e Blanche Hudson (Joan Crawford), protagoniste di uno scontro continuo capace di instillare una tensione crescente nello spettatore che nulla ha da invidiare alle prove dei migliori maestri del brivido di quei tempi (Hitchcock per citarne uno). Diversi sono gli aneddoti sulla rivalità sul set delle due note stelle di Hollywood, si parla di dispetti, ripicche e anche di scontri violenti in fase di ripresa, magari richiesti dal copione, ma interpretati con reale violenza (e con alcune conseguenze) dalle due attrici nemiche. Ancora ai giorni nostri la vicenda suscita interesse, nel variegato mondo delle serie tv arriva infatti Feud, serial creato da Ryan Murphy, che nella sua prima stagione porta in scena proprio l'odio tra le due avversarie, la Davis e la Crawford rispettivamente interpretate da Susan Sarandon e Jessica Lange.

Torna quindi attuale Che fine ha fatto Baby Jane?, della cui riuscita diversi meriti sono attribuibili a un ottimo regista quale fu Robert Aldrich, nome meno noto presso il grande pubblico di quanto realmente meriti, direttore di pellicole come Quella sporca dozzina, Nessuna pietà per Ulzana, Piano piano dolce Carlotta (sempre con la Davis), Quella sporca ultima meta e via dicendo. Costruzione dell'inquadratura in equilibrio perfetto tra luci e ombre, sostenuta a meraviglia da trucco, costumi e fotografia e da due magnifiche interpreti inquadrate in un bianco e nero senza nessuna sbavatura e in una serie di immagini memorabili (lo scorcio dalle scale, il telefono, il volto trasfigurato della Davis, etc...).

Joan Crawford

1917. Baby Jane è una star bambina divenuta famosa grazie a qualche dote canora, a uno spettacolo di successo messo su insieme al padre e a una serie di bambole a lei dedicate, una beniamina del pubblico scontrosa e viziata. La sorella Blanche sta al palo a guardare, incoraggiata e consolata dalla madre. Anni 30. Blanche è diventata una vera diva del cinema, attrice di talento e successo cerca in tutti i modi di aiutare la sorella, ex bambina prodigio dimenticata da tutti e ormai attrice cagna di secondo piano che nessun produttore vuole. Poi un incidente d'auto causato da Baby Jane costringe la sorella Blanche su una sedia a rotelle troncandole spina dorsale e carriera. 1962. Le due sorelle, carriere alle spalle, sono costrette a dividere la loro casa: Blanche ha i soldi e per questo è indispensabile alla sorella, Jane ha la salute (fisica più che altro, quella mentale...) e per questo è indispensabile alla sorella. Ma la convivenza è minata dallo scarso equilibrio di Jane, rosa da un'invidia sconfinata per i successi ottenuti dalla sorella e per una carriera interrottasi in tenera età e mai più ripartita davvero. I comportamenti di quest'ultima diventano sempre più inquietanti (come le atmosfere) in un'escalation che porterà a tutte le rivelazioni finali.

Bette Davis

Due attrici stupende in un confronto obiettivamente vinto a mani basse dalla Davis, non perché la Crawford non sia brava, tutt'altro, ma la parte della squilibrata è cucita addosso alla Davis da un sarto d'eccellenza, e poi come cantava anche Kim Carnes, quegli occhi... (Bette Davis eyes, 1981).

Tra gotico e thriller psicologico, una storia claustrofobica giocata più che altro in interni, una cattiva da manuale, la discesa nella follia, i sensi di colpa, la tensione crescente, le cattiverie e i retroscena del film scolpiscono questo titolo sulla pietra dei film da vedere senza riserva alcuna.

mercoledì 16 agosto 2017

LE MACCHINE INFERNALI

(Infernal devices di K. W. Jeter, 2011)

Non male come lettura estiva questo Le macchine infernali, romanzo non troppo lungo che ha la capacità di intrigare il lettore salvo poi perdersi un pochino per strada in sviluppi azzardati e strampalati, nel complesso però il lavoro di K. W. Jeter diverte e ha del potenziale soprattutto sul versante linguistico e nella buona capacità dello scrittore nel creare atmosfere inquietanti e aspettative nel lettore, in questo il plauso all'autore è più che meritato.

Il filone, seppur preso alla larga, è quello dello Steampunk (termine pare inventato proprio da Jeter), genere fantastico solitamente ambientato in un'epoca del tutto simile a quella vittoriana inglese che però presenta alcuni passi avanti ascrivibili al filone della fantascienza per tutto quello che concerne invenzioni meccaniche e prodotti di una società industriale molto più avanzata di quella che poteva essere quella inglese nel 1800.

In un'affascinante Londra dai sobborghi sudici e pericolosi lavora George Downer, figlio di un grande orologiaio e inventore capace di costruire i meccanismi più avanzati dagli utilizzi spesso misteriosi. Insieme al servitore Creff, Downer sopravvive gestendo il negozio ereditato dal padre soprattutto grazie alle riparazioni di orologi e dei meccanismi più semplici costruiti dal padre stesso. Il magazzino del negozio è pieno di artefatti del quale funzionamento anche lo stesso Downer è all'oscuro, alcuni barbaramente smembrati e utilizzati come parti di ricambio, altri fermi a prendere polvere.

Un giorno in negozio si presenta uno strano individuo ribattezzato poi dallo stesso Downer "L'uomo di cuoio marrone", portando in riparazione uno strano meccanismo costruito dal padre dell'attuale titolare. Purtroppo il nuovo proprietario non ha la più pallida idea di come poter aiutare lo strano cliente. Poco dopo, all'interno dello stesso negozio solitamente poco frequentato, avviene un secondo particolare incontro, questa volta con una coppia di personaggi forse meno inquietanti ma peggio intenzionati. Da questi due incontri prenderà il via una serie di eventi inspiegabili che porteranno Downer in zone mai battute di Londra popolate da individui fuori dal comune, che scaturiranno in una serie di scontri tra fazioni avverse.

Tutta la prima parte del romanzo è ben concepita, incuriosisce e spinge alla lettura, poi si perde qualche colpo per strada, la storia narrata in prima persona dallo stesso Downer in una sorta di forma diario, ha il grande pregio di immergere il lettore perfettamente nell'epoca narrata grazie all'uso di un linguaggio più che appropriato alla situazione, merito anche del lavoro del traduttore Vittorio Curtoni. Ad ogni modo dovessi averne l'occasione, qualche altra possibilità all'autore potrei anche darla, autore tra l'altro de La notte dei Morlock (1979) e di un paio di seguiti del noto Blade Runner (Ma gli androidi sognano pecore elettriche?) di Philip K. Dick. Mai dire mai.

K. W. Jeter

martedì 15 agosto 2017

BRADI PIT 147

Per un Ferragosto proficuo... auguri di buon Ferragosto a tutti voi!


Clicca sull'immagine per ingrandire.

Aiutaci a diffondere il verbo del Bradipo linkandolo. Fallo tu perché il Bradipo fa n'caz.

lunedì 14 agosto 2017

THE WALKING DEAD - STAGIONE 5

Diverse trame ed eventi si susseguono nel corso di questa quinta stagione di The walking dead, annata che a dir di molti si rivela essere più un passaggio verso le successive e appassionanti stagioni che non una sequela di episodi davvero imperdibili. Onestamente posso dire di essermi goduto queste sedici puntate davvero molto, a parte un paio di episodi più lenti e meno interessanti, l'annata mi è sembrata decisamente stimolante.

Sotto i riflettori questa volta mi è parso di vedere un'attenzione particolare verso la crescita dei personaggi, più o meno tutti, con un'attenzione alla scrittura degli eventi interiori più che a quelli esterni alle persone, che comunque ci sono e come al solito si rivelano di portata sempre interessante (e "ti auguro una vita interessante" non sempre è sinonimo di buon augurio).

Rick Grimes (Andrew Lincoln), leader indiscusso del gruppo di sopravvissuti protagonista della serie, continua a fare passi verso una rabbia incontrollata e folle, mossa dal desiderio legittimo di proteggere i suoi figli e quella che è diventata ora la sua famiglia. Solo la comunità di Alexandria potrà forse placare questa discesa nelle tenebre. Suo contraltare è Glenn (Steven Yeun), personaggio che continua a maturare per divenire una sorta di coscienza per lo stesso Rick, il cuore del gruppo, mentre l'ex fragile Carol (Melissa McBride) si conferma esserne sempre più il pugno duro, la sostenitrice del "fare quel che si deve fare", per quanto spiacevole questo possa rivelarsi.

In questa stagione entra di nuovo in ballo la fede con la quale dovrà confrontarsi la new entry Gabriel (Seth Gilliam), prete codardo con un grande peso sulla coscienza. I demoni interiori provocati dalle contingenze, dal dolore e dalle perdite sono in mano, con posizioni opposte nell'affrontare i traumi, a Tyreese (Chad Coleman) e a sua sorella Sasha (Sonequa Martin-Green). Insomma, il campionario di drammi è vasto e permette di non annoiarsi mai.


Parecchi i momenti emozionanti dovuti alle perdite, ai ritrovi, ma soprattutto, ancora una volta, alle scelte prese dai vari protagonisti, alle loro reazioni alle situazioni e il loro rapporto con il senso di famiglia, di legame e comunità. Almeno tre le minacce affrontate nell'arco delle sedici puntate (zombi esclusi) che hanno reso la stagione un po' frammentata ma parecchio varia.

Diversi i nuovi personaggi inseriti, in fondo il mondo è grande e gli incontri inevitabili. Di grande interesse la riflessione su come sia difficile tornare a una vita normale dopo aver vissuto parecchio tempo immersi nell'orrore e nelle tragedie, tra sangue e perdite continue. La paura di tornare a essere deboli, l'impossibilità di riabituarsi alle frivolezze. I nostri arrivano ad Alexandria e sono una sorta di reduci all'apparenza incapaci di reinserirsi in una società organizzata.

Gli stimoli che questa serie offre sono sempre ottimi, il divertimento anche, le emozioni pure. Non resta che continuare a camminare con loro.

giovedì 10 agosto 2017

EHI, PROF!

(Teacher man di Frank McCourt, 2005)

Terzo e ultimo capitolo delle memorie di Frank McCourt, scrittore di origini irlandesi trapiantato in America nell'età dell'adolescenza; classe 1930 arriva alla scrittura e alla pubblicazione del suo primo libro (Le ceneri di Angela) solo nel 1996, all'età di sessantasei anni suonati. Leggendo Ehi prof! emergono chiari i motivi di quella che potrebbe essere stata una pluriennale titubanza, una sorta di blocco autoprocurato che ha impedito che il talento naturale di questo narratore genuino sbocciasse nel suo pieno splendore con diversi anni d'anticipo: mancanza di autostima, né più né meno. Lo spunto di riflessione che ci offre McCourt, scrittore insignito anche del premio Pulitzer, è importantissimo e in qualche modo salutare: quanti talenti mancati ci hanno privati delle loro opere e del loro genio per timore, vergogna, paura e mancanza di autostima? Impossibile rispondere al quesito, quel che è chiaro è come questo male sia diffuso, è facile rendersene conto osservando chi ci sta intorno, in una certa misura anche io ne sono affetto, e con questo non voglio dire di avere il talento di McCourt, ci mancherebbe pure, eppure McCourt è lì a dimostrarci che non è mai troppo tardi per tentare una via nuova, un messaggio, con tanto di dimostrazione pratica, davvero incoraggiante.

Se ne Le ceneri di Angela la narrazione verteva sull'infanzia del piccolo Frank in Irlanda e in Che paese, l'America ci venivano raccontate le esperienze di un giovane che stava diventando uomo mentre si ambientava nel nuovo continente, Ehi, Prof! si concentra sugli anni che McCourt ha passato tra i banchi di scuola in qualità di insegnante. A questo proposito l'incipit del libro è illuminante.

Se sapessi qualcosa di Sigmund Freud e della psicoanalisi potrei far risalire tutti i miei guai alla mia infelice infanzia irlandese, che mi ha privato dell'autostima, mi ha procurato spasmi di autocommiserazione, mi ha paralizzato le emozioni, mi ha reso bisbetico, invidioso e irrispettoso dell'autorità, mi ha ritardato lo sviluppo, mi ha bloccato nelle attività con l'altro sesso, mi ha impedito di elevarmi socialmente e mi ha quasi incapacitato a vivere nel consorzio umano. È un miracolo se sono riuscito a fare l insegnante e a rimanere tale, e non posso che promuovermi a pieni voti per essere sopravvissuto a tutti quegli anni nelle aule di New York. Dovrebbero dare una medaglia a chi scampa a un'infanzia infelice e poi finisce a fare l'insegnante, e io dovrei essere il primo a riceverla, quella e tutti i nastri che ci si possono appendere per i patimenti successivi.

Pur non raggiungendo le vette inarrivabili del romanzo d'esordio, la prosa e la dialettica di McCourt continuano a essere divertenti e illuminanti allo stesso tempo. Le peripezie di un'insegnante alle prime armi, timido, convinto di non essere pronto al mestiere, leso irrimediabilmente (o quasi) nell'autostima, messo di fronte alle orde barbariche di spietati adolescenti pronti a cogliere al volo ogni segnale di debolezza da parte dell'insegnante col fermo intento di mangiarselo per colazione. Per fortuna col tempo le cose miglioreranno, l'insegnante aiuterà i ragazzi ma soprattutto i ragazzi aiuteranno l'insegnante a farsi uomo, a divenire anche lo scrittore di successo che McCourt è stato. Un dare e ricevere fatto di tanta pazienza, chiacchiere e racconti lontanissimi dai programmi ministeriali, audaci tattiche d'insegnamento e lezioni bislacche.

Ancora una volta McCourt, narrando semplicemente il vissuto di un uomo comune poco straordinario, lascia qualcosa al lettore, un po' come probabilmente ha fatto nel corso degli anni con quei ragazzi che hanno avuto la fortuna di trovarsi assegnati a una delle sue classi. Purtroppo le memorie dell'autore si fermano qui, McCourt ci ha lasciati nel 2009 all'età di settantanove anni.

Frank McCourt
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...