lunedì 21 ottobre 2013

BACK TO THE PAST: 1978 PT. 2

Dopo esserci concentrati sull'attuale (nel 1978 of course) fenomeno della disco music torniamo agli strascichi punk e allo spostamento verso post punk e new wave.

Apriamo con Wayne County and the Electric Chairs gruppo fondato dal leader Wayne County, in seguito conosciuto con il suo nuovo nome (e nuovo sesso) Jayne County. Il gruppo ebbe come band di supporto per il tour in Europa del 1977 niente meno che i Police. Il pezzo dall'andatura boogie woogie si intitola Eddie and Sheena.




2 - 4 - 6 - 8 Motorway è il primo singolo della Tom Robinson Band, gruppo inglese attivo nella scena punk rock londinese di quegli anni. Siamo ancora dalle parti del punk rock molto festaiolo e orecchiabile, godetevi il pezzo.




Altro singolo d'esordio questa volta per i Magazine, band fondata da Howard Devoto nella quale militò anche il compositore Barry Adamson. Il pezzo è Shot by both sides.




Dopo la fine dell'avventura Sex Pistols, nel 1978 arriva l'esordio del nuovo progetto di John Lydon, i Public Image Ltd (PIL) con l'album Public Image: First Issue. Il singolo Public Image tratta l'annoso tema della popolarità e dell'artista usato come pura immagine commerciale.




Un altro singolo d'esordio, un'altra band del giro di Malcolm McLaren (ci militò brevemente anche Sid Vicious), un'altra band inglese, ancora sound punk. Siouxie and the Banshees - Hong kong Garden.

domenica 20 ottobre 2013

BLOG: ISTRUZIONI PER L'USO

Questo è uno di quei casi più unici che rari (beh, in realtà è più raro che unico, però si suol dire cosi...) in cui potete trovare su questo blog un pezzo che non è stato scritto da me.

Nella fattispecie ho deciso di condividere il post molto sentito scritto e pubblicato dall'amico Viktor, grande conducente del blog Radio Nowhere.

Perché condividere? Beh, perché è un pezzo che parla dei nostri blog, della fatica e del tempo che noi tutti dedichiamo a queste nostre creature, parla del nostro impegno e dell'importanza dei riscontri scaturiti dalla nostra passione. Certo che si scrive per se stessi, però...

Per quel che riguarda La Firma Cangiante, va da sè che le riflessioni che scaturiranno dalla lettura del pezzo del buon Vik toccano solo marginalmente i lettori più affezionati. Questo blog è cresciuto grazie all'affetto di persone come L'Adri, M4ry, Luigi, Luke, Black, Elle, Giuseppe, lo stesso Viktor e via via tutti gli altri (voi sapete chi siete, vecchie birbe).

Sarebbe carino però raccogliere le impressioni un po' di tutti sull'argomento, vi lascio ora alle parole di Viktor.

BLOG: ISTRUZIONI PER L'USO
Avere un blog è doppiamente difficile: non basta esser dei bravi "autori", ma si deve sperare anche di avere dei bravi lettori, altrimenti la prima parte del lavoro è vanificata.
Ogni lettore di blog dovrebbe conoscere e attenersi a delle piccole e semplici regolette grazie alle quali il proprio blog preferito può mantenersi in vita, diversamente questo sarà costretto ad un lento, ma inesorabile declino che prima o poi lo porterà alla morte.
Questo post, per quanto possa risultare odioso è in realtà solo un tentativo di chiarire un paio di aspetti troppo spesso trascurati dai suoi lettori.
Sia chiaro, non si vuole fare la paternale a nessuno, ma solo sensibilizzare l'importanza della Vostra collaborazione ai fini della longevità di questo e altri spazi in cui è bello sostare per leggere, informarsi, condividere pensieri e staccare la spina in modo intelligente.

I COMMENTI SONO FONDAMENTALI.
In questi anni da blogger ho avuto più volte modo di leggere su spazi gestiti da amici la loro frustrazione e la volontà di lasciar morire il proprio blog perchè lo sforzo impiegato nella sua gestione non era proporzionale alla soddisfazione che ne derivava.
Avere un blog è un impegno. è sicuramente un piacere ma, chi ne ha uno sa di cosa parlo, porta via molto tempo e risorse. A meno che non si voglia utilizzarlo come diario personale in cui scrivere della propria quotidianità, ma per questo ormai ci sono i social e chi bazzica queste pagine conosce bene la differenza, un blog richiede creatività, fantasia, voglia e capacità di trovare articoli che possano interessare degli eventuali lettori, richiede tempo per la ricerca e la documentazione sugli argomenti che si vogliono trattare. Si deve poi pensare al taglio, alla forma e alla lunghezza dei post che si vogliono scrivere, ci si deve pensare, prepararli, buttarli giù, leggere, rileggere, correggerli e ancora leggere, cambiare, limare, sostituire...
Inoltre il post in sè talvolta non basta e il blog necessita di varie iniziative che portino l'attenzione dei visitatori su di esso. Insomma, un lavoro di progettazione, preparazione, creazione e messa a punto non esattamente trascurabile, specie quando gli argomenti si fanno densi e richiedono tanto lavoro di "pre-produzione". In questo senso, per fare un esempio, il blog che seguo di Monkey per me è da prendere a paradigma per capire ciò che sto dicendo.
Ora, tornando a quegli amici che in diverse occasioni hanno manifestato la loro volontà di abbandonare il proprio blog, al di là del problema della quantità di tempo da doverci investire, penso che la scelta fosse dovuta anche alla mancanza di un appropriato feedback al lavoro svolto. E in che modo il lettore di un blog può dare un feedback al suo autore? Tramite un commento al post. La mancanza di commenti ai post è l'anticamera della morte del blog.
I commenti servono all'autore del post per capire se ciò che ha pensato, preparato e scritto è stato non solo letto, ma recepito, bene o male ha meno importanza. Con alcuni lettori assidui ci si vede poi anche di persona e vuoi per pigrizia o per anche una loro mancanza di tempo, preferiscono commentare ciò che hai scritto a voce o magari con una mail o un sms. In questo modo stanno uccidendo il blog che loro stessi hanno piacere di leggere. Il blog è uno spazio d'aggregazione, a me piace pensare con valenza culturale, oltre che sociale, nel senso del creare degli incontri tra persone. Se mancano i commenti, anche a fronte di una visita e di una lettura del post, non può esserci quello scambio di idee, quel reciproco confrontarsi in maniera costruttiva che sta alla base del blog stesso e della volontà di dialogo aperto del suo autore.
Senza commento non nasce nessuna discussione e il blog avvizzisce, perchè viene meno il confronto e cresce la frustrazione dell'autore per aver messo tempo e fatica nella scrittura di qualcosa che non crea confronto, dialogo, scambio di opinione.
Il commento non deve per forza essere una contro tesi di 2000 battute. A volte basta una frase o una parola: "Bello", "Brutto", "Hai ragione", "Non la penso affatto così", "Tutte stronzate"...etc. Scrivere un commento di questo tipo porta via meno di cinque secondi, ma è in grado di far nascere un confronto, tra altri lettori, o con l'autore stesso, che possono essere molto interessanti e costruttivi e che in definitiva sono, per quel che mi riguarda il fine ultimo del blog.

UNIRSI AI LETTORI FISSI DI UN BLOG è UTILE!
Scegliere di manifestare il proprio interesse per il blog registrandosi con un qualsiasi account tra i "lettori fissi" o "followers", non serve solo a nutrire l'ego dell'autore del blog, ma diventa per quest'ultimo un utile strumento statistico per capire a colpo d'occhio se il bacino dei suoi lettori sta mutando e per quanti lettori potenzialmente sta scrivendo in un determinato momento. Inoltre le iscrizioni, come i commenti, danno la possibilità di avere maggiori interazioni tra i lettori e di allargare il giro di blog direttamente o indirettamente connessi, scoprire nuove pagine, persone e contenuti. Capite da soli che se nessuno scrive o rimangono tutti anonimi l'allargamento "sociale" del blog non si può realizzare.
I riferimenti statistici e i feedback sono insomma fondamentali per capire se e come aggiustare il tiro, cosa e come scrivere, con che frequenza etc.
In pratica, se la cena ve la siete gustata o vi è rimasta sullo stomaco, ditelo allo chef: solo così potrà correggere i suoi errori e sapere quale è stata la vostra portata preferita e quale non vi deve far trovare sul menù la prossima volta.
Piccoli accorgimenti che possono cambiare radicalmente l'andamento  di un blog, credetemi.
Un abbraccio a tutti i miei lettori, i miei amici e i Blood Brothers in ascolto. Grazie per l'affetto. Spero sempre che il Viaggio sia di vostro gradimento.
Alla prossima.
Vik.

sabato 19 ottobre 2013

I SOSPIRI DEL MIO CUORE

(Mimi o sumaseba di Yoshifumi Kondo, 1995)

Esauriti i lungometraggi di animazione di Hayao Miyazaki ci siamo rivolti alla restante produzione dello Studio Ghibli che fortunatamente ha in serbo altre cartucce da spendere all'ombra del maestro. Dopo aver visto I racconti di Terramare di Goro Miyazaki, film non eccelso ma neanche da buttare via completamente, la scelta è caduta su questo I sospiri del mio cuore di Yoshifumi Kondo, per il quale il maestro si è occupato di storyboard e sceneggiatura.

Il film è molto diverso per tematiche e ambientazioni da quelli diretti dal fondatore dello Studio (insieme a Isao Takahata). I sospiri del mio cuore presenta una storia attuale, ambientata ai giorni nostri a Tokyo, fondata sui sentimenti, sulla crescita e sulla ricerca di sè stessi, una ricerca che arriva giorno dopo giorno grazie all'impegno e agli sforzi che la quotidianità richiede ai protagonisti della vicenda. La causa ambientalista, fatto salvo qualche accenno nei dialoghi, è assente, non c'è guerra se non in pochi ricordi di un anziano, la visione spiritistica di Miyazaki non si palesa e anche l'aspetto magico caro a tente produzioni dello Studio Ghibli è relegato a brevi sequenze facenti parti di un racconto di finzione.

Un prodotto molto diverso da quelli ai quali eravamo abituati ma comunque di ottimo livello. L'animazione è la solita gioia per gli occhi, esaltata dal livello di dettaglio degli interni e dalla resa magnifica di ambienti e location. Pur non presentando fantasiosi e strampalati scenari, il realismo di un tramonto, la resa del traffico cittadino, quella del trascorrere del tempo e cose di questo genere garantiscono un ottimo livello di animazione. Il fatto di discostarsi dal resto della produzione Ghibli potrebbe essere proprio la marcia in più che ci ha fatto apprezzare I sospiri del mio cuore.

Shizuku è una studentessa delle scuole medie grandissima divoratrice di libri, durante le vacanze estive si ripromette di leggerne almeno una ventina. Un giorno le capita di notare che nelle schede di prestito di tutti i libri che ha preso in biblioteca compare sempre lo stesso nome: Amasawa. Questo fantomatico Amasawa legge un sacco di libri, gli stessi che legge Shizuku.


Tempo dopo, sulla strada della biblioteca, Shizuku si lascia distrarre da un bel gattone e lo segue in un tranquillo quartiere sulla collina di Tokyo. Qui Shizuko incontrerà  un anziano esperto in riparazioni, proprietario di un'affascinante statua di un uomo gatto di nome Baron e nonno del giovane Seji, coetaneo di Shizuku e già incontrato in precedenza dalla stessa.

Dopo i primi dissapori, i rapporti tra Seji e Shizuku si faranno più stretti e i due giovani saranno stimolo uno per l'altra nel conseguimento dei propri desideri. Seji si vede come un futuro ed esperto liutaio, Shizuko metterà a frutto la sua passione per i libri.

Tratto da un manga di Aoi Hiiragi, I sospiri del mio cuore è intriso di quel romanticismo puro degli adolescenti, fatto di imbarazzi, negazioni e slanci di pura spontaneità. Uno scarto dalla narrazione di Miyazaki che permette di assaporare un prodotto diverso ma davvero molto ben riuscito.

Curioso vedere come i distributori italiani abbiano creato una locandina con tutti quegli elementi tipici del cinema di Miyazaki in questo caso però per lo più fuorvianti. Decisamente più appropriata la scelta operata dai giapponesi.

venerdì 18 ottobre 2013

LA MARVEL ALL'EPOCA DEL NOW - INCREDIBILI AVENGERS

Poco prima di dare il via al graduale processo di rinnovamento dell'universo Marvel, la casa editrice aveva chiuso il precedente periodo editoriale con l'evento AvX. A come Avengers, v come versus, X come X-Men. Vendicatori contro X-Men per i profani.

La miniserie AvX è stata orchestrata dal gruppo di autori ormai noti come Architetti Marvel (Fraction, Bendis, Aaron, Brubaker e Hickman) ai quali non posso che essere grato non fosse altro per il fatto di aver riportato gli X-Men al ruolo che gli spettava come una delle colonne portanti del Marvel Universe.

Dopo il finale drammatico della saga abbiamo una situazione parzialmente inedita, con un Ciclope accusato di crimini contro l'umanità e di omicidio per la morte di Xavier e del suo sogno. Nonostante i comportamenti del leader mutante fossero indotti in gran parte dalla forza Fenice, Ciclope e il suo manipolo di rinnegati (la Frost, Colosso, Magik, Namor e Magneto) sono dei ricercati in fuga. Ma forse Ciclope aveva ragione, al termine del conflitto tra Vendicatori e X-Men abbiamo una razza mutante che riacquista speranza, una minoranza non più in via d'estinzione ma che vede nuove nascite e nuovi adepti, cosa che non succedeva da molto tempo (da quando Scarlet con il suo basta mutanti decimò la popolazione alla quale lei stessa appartiene).

E' da questo background che prende il via Uncanny Avengers, serie portante di questa nuova collana targata Panini Comics. Per quanto il lancio pubblicitario la presentasse come una novità assoluta, alla base di Uncanny Avengers non c'è proprio nulla di nuovo. Sconvolto da quanto successo tra Vendicatori e X-Men e allarmato dalla crescente ostilità verso i mutanti, il buon Cap decide che è l'ora dell'integrazione, si fà un gruppo di Vendicatori dove ci sono anche i mutanti e a uno di loro gli faccio fare anche il capo. Questa sarebbe la novità, non fosse per il piccolo particolare che i mutanti nei Vendicatori ci sono sempre stati, più o meno dagli anni '60 in avanti, non da ieri e non da oggi, con Scarlet come portabandiera, vera artefice di tutto sto gran casino. Comunque.

Il nuovo gruppo parte con una miscela esplosiva che presenta tre grossi calibri degli Avengers e tre provenienti dagli X-Men. I motivi di interesse non mancano, che l'idea di base sia nuova o meno poco importa. Il comando del team è affidato ad Havock, fratello minore di Ciclope che è ora visto come il nemico pubblico numero uno. Già questo è uno spunto interessante: come sarà accolto Havock? Come vivrà il timore reverenziale che ha sempre provato nei confronti del fratello? Riuscirà Capitan America, altro membro del team, ad accettare di buon grado le decisioni del nuovo leader? Non sarà neanche facile la convivenza tra Scarlet e Rogue con la seconda che accusa la prima di aver provocato tutto il dolore che i mutanti hanno dovuto sopportare negli ultimi anni. A completare il quadro Thor e Wolverine con l'aggiunta di altri elementi negli episodi successivi.

Cap e Thor versione Cassaday

Come dicevo gli spunti interessanti ci sono, inoltre Remender non si fa scrupolo di esordire con il botto presentando fin da subito una doppia minaccia di grande peso. Nonostante gli avversari del team oscillino tra l'esagerato (quello principale) e il pretestuoso (gli scagnozzi di contorno) la serie si legge bene senza aver la pretesa d'essere un capolavoro. Le relazioni tra i personaggi funzionano e alcune sequenze aggiungono il giusto tocco di sale che serve a insaporire la pietanza. Alla buona riuscita della serie contribuisce anche la matita del buon Cassaday che pur non essendo al suo apice rimane pur sempre un gran bel vedere. Piccola grande soddisfazione personale quella di tornare a vedere Havock nel suo look originale (o quasi) che ho sempre adorato. Fosse per me tirerei su anche le tre bande bianche della maschera e lo riporterei indietro agli anni '70, altro che tutte quelle schifezze fosforescenti che ha dovuto indossare negli ultimi anni.

In definitiva una serie ben scritta e ben disegnata, che non presenta particolari innovazioni ma che lascia ben sperare per il futuro, anche l'inizio della seconda run non sembra male, con il giusto margine di crescita potrebbe affermarsi come serie di sicuro interesse.

Havock, Rogue, Thor, Sole Ardente, Cap, Wonder Man, Wolverine, Scarlet

A completare l'albo la serie Avengers Arena. In realtà qui la parola Avengers è un mero pretesto in quanto proprio di Avengers qui non si parla, anzi. L'incipit risulta più originale rispetto alla serie principale seppur probabilmente non del tutto inedito. Il malvagio Arcade rapisce sedici giovani eroi di secondo piano (salvo forse X-23) per portarli su un'isola deserta dalla quale è impossibile evadere, una sorta di Mondo Assassino 2.0.

Lo scopo di tutto ciò è la realizzazione di un gioco in stile Highlander dove i ragazzi devono scannarsi uno con l'altro pena la morte per l'intero gruppo. Al sopravvissuto l'onore di tornarsene a casa tutto d'un pezzo.

Per quanto l'idea alla base della serie possa suonare cretina, devo ammettere che Dennis Hopeless (il nome una garanzia) non sta lavorando affatto male, anzi. Ben coadiuvato dai disegni di Kev Walker, Hopeless non disdegna colpi bassi e scene ad effetto andando però a costruire pian piano i suoi personaggi, scoprendoli e facendoli conoscere al lettore poco a poco. Fatta esclusione per i reduci dell'Accademia dei Vendicatori, già di per sè eroi di secondo piano, sfido il lettore medio a destreggiarsi tra personaggi come Anachronism, Apex, Cammi o Juston. Chi cazzo è Anachronism? Ma soprattutto che cazzo di nome è Anachronism? E cosa me ne può fregare a me di Anachronism?

Invece pian piano (ma neanche tanto) Hopeless ti fà entrare nelle vite di questi characters minori, qualcuno te lo fà apprezzare e poi te lo uccide. Bastardo!  Avengers Arena è così, a volte ammetto che riesce a incuriosirmi più della coinquilina di testata.

Insomma, Incredibili Avengers è un prodotto ben pensato, se le due serie rimarranno su questi binari continuerò a seguirla. Beh si, negli States Arena ha chiuso o è in procinto di farlo, Hopeless probabilmente avrà ammazzato tutti o quasi, però pare ci sia già pronto il seguito... speriamo sia una cosa simile con i politici italiani come protagonisti.

giovedì 17 ottobre 2013

BRADI PIT 76

Pronto il sequel de L'eleganza del riccio. Ovviamente L'eleganza del bradipo.


Clicca sull'immagine per ingrandire.

Aiutaci a diffondere il verbo del Bradipo linkandolo. Fallo tu perché il Bradipo fa n'caz.

lunedì 14 ottobre 2013

FEBBRE A 90

(Fever pitch di David Evans, 1997)

"Il calcio ha significato troppo per me e continua a significare troppe cose, dopo un po' ti si mescola tutto in testa e non riesci più a capire se la vita è una merda perchè l'Arsenal fa schifo o viceversa. Sono andato a vedere troppe partite, ho speso troppi soldi, mi sono incazzato per l'Arsenal quando avrei dovuto incazzarmi per altre cose, ho preteso troppo dalla gente che amo. Ok va bene tutto, ma non lo so, forse è qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro... Come fai a capire quando mancano tre minuti alla fine e stai 2-1 in una semifinale e ti guardi intorno e vedi tutte quelle facce, migliaia di facce stravolte, tirate per la paura, la speranza, la tensione, tutti completamente persi senza nient'altro nella testa e poi il fischio dell'arbitro e tutti che impazziscono e in quei minuti che seguono tu sei al centro del mondo e il fatto che per te è così importante, che il casino che hai fatto è stato un elemento cruciale in tutto questo, rende la cosa speciale perchè sei stato decisivo come e quanto i giocatori e se tu non ci fossi stato a chi fregherebbe niente del calcio e la cosa stupenda è che tutto questo si ripete continuamente. C'è sempre un'altra stagione. Se perdi la finale di Coppa in maggio puoi sempre aspettare il terzo turno in gennaio e che male c'è in questo? Anzi è piuttosto confortante se ci pensi..."

Febbre a 90 è ben condensato nel monologo di Paul Ashworth (Colin Firth), insegnante e allenatore della squadra di calcio di una scuola superiore di Londra. E' una commedia che probabilmente può godersi in pieno solo chi è tifoso e nutre un amore viscerale per il calcio e per la propria squadra. A molti altri alcuni ragionamenti e alcuni comportamenti del protagonista non potranno che sembrare delle cose da pazzi o da irriducibili fissati senza speranza. Però, se siete o siete stati tifosi, non è possibile non immedesimarsi in alcune situazioni o in alcuni stralci della filosofia di Paul. E' qualcosa che riguarda la passione incondizionata, valida per il calcio come per qualunque altra cosa, in fondo...

"Perchè un adulto non dovrebbe andare pazzo per qualcosa? No! Devi metterti un secchio in testa e se non lo fai, allora la gente si sente in diritto di dirti quello che vuole; che sei un immaturo, un idiota che la tua conversazione è banale e noiosa, che non riesci ad esprimere i tuoi bisogni emotivi, a relazionarti con i tuoi figli e alla fine morirai triste e solo. Ma in fondo, che diavolo! Anche una nuvola di pioggia ha i suoi contorni d'argento. Non è facile diventare un tifoso di calcio, ci vogliono anni ma, se ti applichi ore ed ore entri a far parte di una nuova famiglia, solo che in questa famiglia tutti si preoccupano delle stesse persone e sperano le stesse cose...cosa c'è d'infantile in questo?"

Come non condividere alcuni dei concetti espressi dal buon Paul... beh, forse per noi uomini (e io attualmente non mi considero più un gran tifoso di calcio) è più facile empatizzare con il protagonista, per molte consorti, non tutte ovviamente, la cosa potrebbe invece creare qualche problema :)

Comunque il fulcro della commedia è questo, il rapporto di amore per la propria squadra che spesso si sovrappone a ogni altra cosa, la parte della commedia romantica che pur rappresenta un aspetto importante del film non può che passare in secondo piano pur risultando l'essenziale contraltare alla tirata sul calcio e sull'Arsenal.

In un arco di tempo che va dalla fine degli anni '60, quando Paul era solo un bambino, fino alla fine degli anni '80, assistiamo alla nascita e alla maturazione dell'amore del protagonista per l'Arsenal, dal colpo di fulmine della prima partita vista con il padre (Neil Pearson) fino alle reiterate sofferenze per la mancanza di vittorie degli anni successivi. Fino al 1989, anno in cui Paul conosce Sarah (Ruth Gemmell), insegnante nella stessa scuola dove insegna anche lui, precisa e metodica e assolutamente distante da tutto quel che riguarda il calcio. Il loro rapporto crescerà e si interromperà tra incomprensioni e condivisioni passando per la tragedia di Hillsborough fino a quell'ultima giornata di campionato del 1989.

Incuriosisce anche l'ambientazione che attraversa due buoni decenni offrendo allo spettatore anche un bel ritratto di Highbury, quartiere di Londra dove si trova lo stadio dell'Arsenal. Forse il libro di Nick Hornby dal quale il film è tratto riusciva a sviscerare al meglio la passione dell'autore per la squadra ma anche la versione cinematografica riesce a centrare l'obiettivo e ad andare agilmente in rete.

venerdì 11 ottobre 2013

LA MARVEL ALL'EPOCA DEL NOW - DEVIL E I CAVALIERI MARVEL

Come ormai sanno anche i muri, almeno quelli appassionati di fumetto, è in corso da qualche mese un rinnovamento nel parco testate Marvel atto a rilanciare i suoi eroi in calzamaglia e ad attirare nuovi lettori. Il Marvel Now (così è stata nominata la nuova campagna promozionale) è arrivato anche in Italia, non è un vero e proprio reboot come quello di casa DC, bensì un restyling delle varie serie attuato prevalentemente grazie a un rimpasto di team creativi e a nuove direzioni narrative per i vari personaggi.

Non tutte le serie americane sono state interessate da questo rilancio in grande stile, diamo un'occhiata a cosa è successo da noi a qualcuna delle testate Marvel targate Panini Comics. In questa prima chiacchierata prendiamo in esame la serie Devil e i Cavalieri Marvel.

La portata principale è offerta dalla nuova serie di Daredevil della quale in Italia siamo poco oltre il ventesimo numero. Essendo stata rilanciata in grande stile da Mark Waid, Paolo Rivera e Marcos Martin poco più di due anni fa, alla Marvel si è deciso che Daredevil non sarebbe stata inserita nell'iniziativa Marvel Now. Visto l'ottimo successo riscosso oltreoceano dalla serie vincitrice di diversi premi Eisner, sarebbe stato controproducente lasciare la strada vecchia (relativamente) per quella nuova.

Daredevil è effettivamente una gran bella serie. Probabilmente dopo anni di toni cupi offertici da gente del calibro di Bendis e Brubaker era ora di dare una svolta al personaggio, un cambiamento di toni che perdura tuttora a distanza di un paio d'anni dal rilancio.

L'idea di Waid è semplice ma funzionale: ridare a Daredevil il suo significato originario, qualcosa che suona simile alla parola scavezzacollo. Dopo anni di tragedie e brutture Matt Murdock si fà un esame di coscienza e decide che basta, non vuole più vivere nel dolore, è ora di riportare in vita il Devil solare di tanti racconti del passato, epoca pre-Miller per intenderci meglio. Cambia lo stile di disegno che diventa più aperto, più arioso, fantasioso quanto possibile nello storytelling, capace di trasmettere quella sensazione di leggerezza voluta da Waid creando sequenze ben congeniate e trovate visive azzeccate. Entrambi i disegnatori della prima ora (Rivera e Martin) realizzano a mio avviso un lavoro coi fiocchi mentre il tono generale passa dal vecchio hard-boiled delle gestioni precedenti a un impianto più classicamente supereroico/action. Waid è sicuramente in grado di scrivere delle buone storie, inserisce nuovi comprimari come il bel procuratore distrettuale Kirsten McDuffie, donna affascinante che nutre forti sospetti sulla vera identità di Devil (che ormai conosce chiunque), valorizza nella giusta maniera i vecchi come Foggy Nelson e mescola un po' le carte in alcune interessanti sottotrame.



Ora, in pieno Marvel Now, a che punto è Daredevil?

Beh, al timone della parte grafica c'è ora Chris Samnee, disegnatore dotato di talento che prosegue in diversi aspetti la strada tracciata dai suoi immediati predecessori facendolo però con stile personale e riportando alle tavole un pizzico di oscurità in più, nulla che vada però a intaccare il lavoro di aggiornamento che Waid continua a cesellare sul personaggio. Waid non manca di incasinare la vita di Murdock e i suoi rapporti con le persone che gli stanno attorno, senza mai andare a creare quell'atmosfera di tragedia e dolore che caratterizzava spesso le precedenti gestioni. Non mancano infatti i siparietti scanzonati, gli scontri/incontri con altri eroi Marvel e gli episodi inediti provenienti dal passato di Matt Murdock. Ottimo il lavoro anche su alcuni episodi singoli slegati dalle trame principali. Il tono rimane quello più supereroico rivolto in misura maggiore a un pubblico più giovane. La scelta della Marvel non si può certo condannare, è pur vero che per garantire un futuro al fumetto il ricambio generazionale è fondamentale. Se poi l'operazione la si compie con queste premesse non si può proprio dir nulla.

Tutto bene quindi? Tutto bene, tutto bene però... però questo non è il mio Devil. Certo è una bella serie, ben scritta e curata da artisti talentuosi ma molto molto diversi dai Maleev e dai Lark ai quali tanto mi ero affezionato. Oggettivamente un bel lavoro, soggettivamente... beh, io ho mollato (Anzi, per chi fosse interessato la serie è in vendita). Semplicemente un ottimo Devil rivolto però a qualcun'altro.

Il resto della testata da cosa è occupato? Lasciando da parte il passato, dall'avvento del Marvel Now i serial comprimari sono Punisher: War Zone e Thunderbolts.

Dopo una buona run del Punitore a opera di Greg Rucka e del nostro Marco Checchetto durante la quale Frank Castle veniva immischiato in una serie di bei casini, è una miniserie di cinque numeri a raccontarci le conseguenze dei casini di cui sopra. Frank Castle è in fuga, braccato questa volta non solo dalla polizia ma anche dai Vendicatori. Una sorta di caccia all'uomo dove gente come l'Uomo Ragno, la Vedova Nera e Thor si danno il cambio per acciuffare il buon vecchio Frank. Rucka è sempre al timone e Carmine Di Giandomenico sostituisce Checchetto alle matite. Niente, il Punitore rende meglio quando non ci sono troppi super-tizi a ronzargli intorno e questa mini mi sembra un deciso passo indietro rispetto alle buone (ma non eccelse) atmosfere della serie precedente. Inoltre le matite di Checchetto avevano una marcia in più, il nuovo disegnatore non incontra il mio gusto per quanto da buon compatriota io faccia comunque il tifo per lui.



L'idea che sta dietro Thunderbolts mi fà invece schifo assai. Si prende un gruppo di personaggi noti e meno noti, li si butta insieme nella mischia e si vede cosa ne può venir fuori. Ok i rimpasti, i nuovi gruppi, ma un minimo di background vogliamo mettercelo? Questa cosa può funzionare con i mutanti, in fondo sono una grande famiglia, ma qui? Ancora con questa storia della squadra costruita a tavolino per occuparsi dei lavori sporchi... e no, basta. Hulk Rosso, il Punitore, Elektra, il nuovo Venom e Deadpool, una scelta pretestuosa per una serie che, visti i primi numeri, non ha davvero nulla da dire. Ovviamente si parla di lavori sporchi e chi disegna? Ma Steve Dillon, è logico. Come dire che si stava meglio quando si stava peggio, il clichè è servito. Scrive Daniel Way, vedete un po' voi.

Questo articolo compare anche sul blog di Fumettopènia.

giovedì 10 ottobre 2013

BRADI PIT 75

Love is in the air
Everywhere I look around
Love is in the air
Every sight and every sound

 
Clicca sull'immagine per ingrandire.

Aiutaci a diffondere il verbo del Bradipo linkandolo. Fallo tu perché il Bradipo fa n'caz.

martedì 8 ottobre 2013

TEX GALLERY

Un piccolo omaggio al Tex nazionale, un eroe popolare come neanche Pippo Baudo. Diverse interpretazioni del Texas Ranger più famoso del mondo. No, non è Chuck Norris quello più famoso, è Tex, Aquila della Notte, non è Walker, lasciate perdere.

PS: se volete vedere il Tex del vostro disegnatore preferito suggerite pure, la gallery la ampliamo volentieri :)


Aldo Capitanio



Andrea Venturi




Bruno Brindisi



Claudio Villa



Corrado Mastantuono



Galep



Giancarlo Alessandrini




Giovanni Ticci



Ivo Milazzo



Joe Kubert



Magnus



Pasquale Frisenda



Raul Cestaro




Roberto De Angelis



Rossano Rossi



Sergio Zaniboni

sabato 5 ottobre 2013

FRANKENWEENIE

(di Tim Burton, 2012)

Finalmente può ricominciare il processo di pacificazione tra me e Tim Burton. Dopo essermi sorbito delle porcherie immonde come Pee-Wee's big adventure, Alice in Wonderland, La fabbrica di cioccolato o Il pianeta delle scimmie, con questo film di animazione in stop-motion il regista visionario riesce finalmente a centrare il bersaglio. E mi viene il dubbio che ormai Burton sia più a suo agio con la plastilina che non con gli attori in carne e ossa... come dite? E allora Johnny Depp dove lo metti? Non ve lo dico neanche dove andrebbe messo, ma perché poi? Johnny Depp è ancora fatto di carne e sangue? Ah, non è di plastilina pure lui? Ma siete sicuri? Io sono abbastanza convinto che muovano in stop-motion anche lui, è per quello che con la Vanessa, si insomma... vabbè.

Dicevamo, Frankenweenie. Bello, mi è piaciuto davvero questo. Allora, l'idea è vecchia di quasi trent'anni ma buona. Forse è buona proprio perché vecchia di trent'anni, risalente a un'epoca in cui il regista non conosceva ancora attori di plastilina e non sfornava... vabbè, lasciamo perdere.

Nel lontano 1984 un giovane Victor Frankenstein versione burtoniana faceva la sua comparsa in un bel cortometraggio live action che conteva in nuce già tutti gli elementi che, una volta sapientemente espansi, avrebbero contribuito alla creazione dell'omonimo film d'animazione del 2012. Come se una creatura morta e sepolta venisse riportata in vita mediate un sacrilego esperimento. Che poi è proprio quello che il giovane Victor fà al suo cane e suo unico amico: lo riporta in vita dopo che il povero Sparky perde la vita a causa di un incidente d'auto.

Grazie alle nozioni apprese durante il corso di scienze dal professor Vincent Price... pardon, dal professor Rzykruski, Victor mette in atto un esperimento del tutto simile a quello effettuato dal suo più illustre omonimo per riportare in vita la creatura. L'esperimento riesce ma la notizia trapela nella piccola cittadina di New Holland, tutti gli strani stranissimi bambini del vicinato tentano allora di impossessarsi della stessa conoscenza di Victor in modo da poter effettuare l'esperimento migliore, quello che consentirà loro di vincere il concorso scolastico di scienze.

Il livello tecnico è al solito eccezionale, forse anche qualcosa di più. Vedere questi pupazzetti che trasmettono ogni sorta d'emozione con uno sguardo è strabiliante. Ci si può perdere nell'ammirare dettagli e particolari perfettamente ricostruiti che creano uno scenario da provincia americana anni '60 (o fine '50?) davvero favoloso. Le auto, i vicoli, gli steccati, gli edifici, i prati... tutte meraviglie per gli occhi virate in un bianco e nero intenso e avvolgente.

La storia, breve, fila liscia come un piccolo gioiellino dell'horror classico, quello più datato. Un horror adatto a tutti, grandi e piccini (magari non troppo piccini) che omaggia con garbo tutta l'iconografia classica del genere da Dracula e ovviamente Frankenstein fino ad arrivare ai kaiju giapponesi. Non mancano i sentimenti della prima adolescenza, il sentirsi diversi (tra diversi in questo caso) e un po' soli, la perdita e l'amore incondizionato per le creature innocenti. Spero davvero che questa sia la via per un ritorno del Burton migliore, in fondo la prova del nove non dovrebbe farsi attendere troppo.

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