Numeri, numeri, numeri... e occupiamoci di numeri. Bradi Pit 128, la settimana scorsa 127, quella prima ancora 126. Occupiamoci di auto. Chi ha mai avuto la 128? Chi la 127? Chi la 126? Ma soprattutto qual'era la più lenta? E quale avrebbe scelto il nostro amato bradipo?
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giovedì 30 aprile 2015
mercoledì 29 aprile 2015
DORME
(di Eros Puglielli, 1993)
Inizio a guardare Dorme, opera prima del regista romano Eros Puglielli, autore che non conosco e del quale nulla ho visto delle successive produzioni. Inizio a guardare Dorme dicevo. L'impressione a caldo è quella di star guardando il girato del mio vicino di casa che, insieme a un paio d'amici reclutati come attori, s'è messo in testa di farsi il suo film amatoriale più per sfizio che per reale ambizione d'arrivar da qualche parte. La povertà dei mezzi è totale, riprese effettuate grazie a una videocamera Super VHS, quelle con la cassetta dentro tanto per intenderci (siamo nel '93 anche se poi il film ha fatto un veloce passaggio in sala solo nel 2000), tasso di capacità recitativa molto vicino allo zero assoluto.
Parco romano di periferia, un lui e una lei discutono seduti su una panchina. Il momento è imbarazzante, non tanto per i due protagonisti quanto per lo spettatore. Dopo averci girato un po' intorno lei, Anna, scarica lui, Ruggero (Cristiano Callegaro) perché è in cerca di un ragazzo vero, di quelli che la sappiano proteggere, insomma... scarica Ruggero perché lui è troppo basso. La scena è agghiacciante per dilettantismo, ciò nonostante si intuisce come il regista tenti di usare il mezzo in maniera originale, come dietro quell'incipit ci sia anche qualche idea. Il film per fortuna non sarà tutto così nonostante rimanga un esempio di cinema assolutamente amatoriale, non mancheranno però le idee, sia in fase di regia che in quella di sceneggiatura, le evoluzioni nel corso della trama, uno sguardo sulla quotidianità della periferia romana e diversi momenti divertenti.
La pecca più grande (enorme?) di questo film dalla breve durata è quella di mettere davanti alla telecamera attori che attori proprio non sono. La storia ruota intorno al complesso di Ruggero dovuto al suo essere basso (1.60 scarsi), complesso fomentato anche dal di lui padre, e al suo tentativo di riallacciare i rapporti con Anna. Siamo nel 1993 ma sembra di essere in un'epoca ancora precedente, in una preistoria fatta di cabine telefoniche a gettone, di stradoni pieni di Panda, Uno, Renault 4 e Renault 5, di partitelle a calcio in campetti improvvisati che sembrano immondezzai dove gli scontri al vertice sono dati da match tra Palazzoni e Case popolari. A livello visivo, insieme ai tentativi di creare una regia originale in parte anche riusciti visto i mezzi a disposizione, lo sguardo sull'ambiente è forse proprio il più convincente.
Parliamo di un film a budget nullo, di un esordiente giovanissimo, un film che inquadrato in quest'ottica riserva anche qualche bel numero come la presenza dei gemelli Riccio, in realtà un solo e pericoloso scarto di periferia convinto di essere due persone, pessimo elemento con il quale Ruggero ebbe in passato qualche screzio e motivo che gli impedisce di recarsi alle case popolari, luogo dove Anna risiede. Il giovane tenterà la sortita con l'amico Michele, ma all'inizio dovrà accontentarsi di cercare Anna a telefono con l'unico risultato di ottenere dalla madre di lei sempre la solita risposta: "Anna dorme".
Dorme è un film che si può anche fare a meno di guardare, però è un film sicuramente diverso, poverissimo, a tratti divertente, per chi ha voglia di uscire dai soliti confini del mainstream si può pure fare. Alla fine qualche sequenza son quasi sicuro che vi piacerà e il plot non manca di riservare qualche sorpresa indovinata.
Inizio a guardare Dorme, opera prima del regista romano Eros Puglielli, autore che non conosco e del quale nulla ho visto delle successive produzioni. Inizio a guardare Dorme dicevo. L'impressione a caldo è quella di star guardando il girato del mio vicino di casa che, insieme a un paio d'amici reclutati come attori, s'è messo in testa di farsi il suo film amatoriale più per sfizio che per reale ambizione d'arrivar da qualche parte. La povertà dei mezzi è totale, riprese effettuate grazie a una videocamera Super VHS, quelle con la cassetta dentro tanto per intenderci (siamo nel '93 anche se poi il film ha fatto un veloce passaggio in sala solo nel 2000), tasso di capacità recitativa molto vicino allo zero assoluto.
Parco romano di periferia, un lui e una lei discutono seduti su una panchina. Il momento è imbarazzante, non tanto per i due protagonisti quanto per lo spettatore. Dopo averci girato un po' intorno lei, Anna, scarica lui, Ruggero (Cristiano Callegaro) perché è in cerca di un ragazzo vero, di quelli che la sappiano proteggere, insomma... scarica Ruggero perché lui è troppo basso. La scena è agghiacciante per dilettantismo, ciò nonostante si intuisce come il regista tenti di usare il mezzo in maniera originale, come dietro quell'incipit ci sia anche qualche idea. Il film per fortuna non sarà tutto così nonostante rimanga un esempio di cinema assolutamente amatoriale, non mancheranno però le idee, sia in fase di regia che in quella di sceneggiatura, le evoluzioni nel corso della trama, uno sguardo sulla quotidianità della periferia romana e diversi momenti divertenti.
La pecca più grande (enorme?) di questo film dalla breve durata è quella di mettere davanti alla telecamera attori che attori proprio non sono. La storia ruota intorno al complesso di Ruggero dovuto al suo essere basso (1.60 scarsi), complesso fomentato anche dal di lui padre, e al suo tentativo di riallacciare i rapporti con Anna. Siamo nel 1993 ma sembra di essere in un'epoca ancora precedente, in una preistoria fatta di cabine telefoniche a gettone, di stradoni pieni di Panda, Uno, Renault 4 e Renault 5, di partitelle a calcio in campetti improvvisati che sembrano immondezzai dove gli scontri al vertice sono dati da match tra Palazzoni e Case popolari. A livello visivo, insieme ai tentativi di creare una regia originale in parte anche riusciti visto i mezzi a disposizione, lo sguardo sull'ambiente è forse proprio il più convincente.
Parliamo di un film a budget nullo, di un esordiente giovanissimo, un film che inquadrato in quest'ottica riserva anche qualche bel numero come la presenza dei gemelli Riccio, in realtà un solo e pericoloso scarto di periferia convinto di essere due persone, pessimo elemento con il quale Ruggero ebbe in passato qualche screzio e motivo che gli impedisce di recarsi alle case popolari, luogo dove Anna risiede. Il giovane tenterà la sortita con l'amico Michele, ma all'inizio dovrà accontentarsi di cercare Anna a telefono con l'unico risultato di ottenere dalla madre di lei sempre la solita risposta: "Anna dorme".
Dorme è un film che si può anche fare a meno di guardare, però è un film sicuramente diverso, poverissimo, a tratti divertente, per chi ha voglia di uscire dai soliti confini del mainstream si può pure fare. Alla fine qualche sequenza son quasi sicuro che vi piacerà e il plot non manca di riservare qualche sorpresa indovinata.
martedì 28 aprile 2015
LADY IN THE WATER
(di M. Night Shyamalan, 2006)
Lady in the water è prima di tutto un film onesto, un film che non vuole essere nulla più di quello che in realtà è, cioè, a detta dello stesso Shyamalan, la trasposizione di una fiaba da raccontare ai bambini prima di mandarli a letto, una fiaba che lo stesso regista scrisse in passato per i suoi figli. Un film onesto anche perché non sono presenti i trucchetti narrativi utilizzati dal regista in altre sue opere atti a ingannare lo spettatore, certo qualche sorpresa andando verso il finale c'è anche qui ma niente di paragonabile ai colpi di scena de Il sesto senso o di The village per esempio.
E la dimensione fiabesca a mio avviso funziona, grazie soprattutto a un paio di interpreti: la diafana Bryce Dallas Howard (forse anche un po' sottoutilizzata) che con il suo pallore e la mimica trattenuta riesce a rendere l'idea della creatura incantata pur non mostrando né segni né capacità particolari, e il tenero e sempre grande Paul Giamatti che interpreta un eroe involontario e impacciato che si porta dietro un grande dolore. Una fiaba dicevamo, adatta anche ai bambini più grandicelli, perché no? Un paio di sequenze un poco più spaventose (per i piccoli) ci sono ma nel complesso il target potrebbe essere quello della famigliola intenta a guardarsi una favola dark sicuramente più riuscita, per dirne una, del più recente Maleficient.
È una storia in costruzione quella narrata da Shyamalan durante la quale ognuno dei protagonisti ha il compito, e allo stesso tempo la possibilità, di trovare il suo ruolo nella vicenda, non tutti assurgeranno al ruolo di protagonisti come succede un po' in tutte le storie, ma tutti avranno la loro parte perché, come ci insegna la morale della fiaba, ognuno di noi è importante e ha un compito da svolgere, che questo sia in piena vista o meno poco importa.
Siamo a Filadelfia, in uno di quei condomini con i corridoi esterni a ballatoio e il cortile con la piscina in mezzo. Il timido e balbuziente Cleveland (Paul Giamatti) ne è il custode e tuttofare. Da qualche tempo Cleveland è convinto che qualcuno usi la piscina di notte contravvenendo al regolamento condominiale. Lo stabile è abitato da varia umanità, ci sono il signor Dury (Jeffrey Wright) in fissa con le parole crociate e il suo figlioletto, il critico cinematografico Harry Farber (Bob Balaban), il giovane Vick (Shyamalan) che tenta di diventare scrittore e sua sorella Anna Ran (Sarita Choudhury), Reggie il palestrato a metà (Freddy Rodriguez), una compagnia di fancazzisti fumatori, una ex scrittrice, una studentessa coreana (Cindy Cheung) e sua madre, l'unica a essere a conoscenza di una vecchia storia riguardante alcune creature dell'acqua chiamate Narf.
Ma non è nessuno di loro ad usare la piscina di notte bensì proprio una Narf, la giovane Story (Bryce Dallas Howard) che ha una comunicazione importante per uno degli inquilini del palazzo da recapitare assolutamente prima del suo ritorno al mondo dell'acqua. Ma sulle sue tracce c'è la creatura malevola chiamata Scrunt, un lupo capace di mimetizzarsi nell'erba. Saranno i condomini a doversi organizzare per permettere alla spaventata Story di portare a termine il suo compito e tornare a casa.
Forse ingenua e infantile nello sviluppo, la storia assolve al suo compito di favola, un film per chi ancora è in grado di sentirsi vicino a un certo tipo di narrazione, lontana dalla realtà ma dalla dimensione magica.
Lady in the water è prima di tutto un film onesto, un film che non vuole essere nulla più di quello che in realtà è, cioè, a detta dello stesso Shyamalan, la trasposizione di una fiaba da raccontare ai bambini prima di mandarli a letto, una fiaba che lo stesso regista scrisse in passato per i suoi figli. Un film onesto anche perché non sono presenti i trucchetti narrativi utilizzati dal regista in altre sue opere atti a ingannare lo spettatore, certo qualche sorpresa andando verso il finale c'è anche qui ma niente di paragonabile ai colpi di scena de Il sesto senso o di The village per esempio.
E la dimensione fiabesca a mio avviso funziona, grazie soprattutto a un paio di interpreti: la diafana Bryce Dallas Howard (forse anche un po' sottoutilizzata) che con il suo pallore e la mimica trattenuta riesce a rendere l'idea della creatura incantata pur non mostrando né segni né capacità particolari, e il tenero e sempre grande Paul Giamatti che interpreta un eroe involontario e impacciato che si porta dietro un grande dolore. Una fiaba dicevamo, adatta anche ai bambini più grandicelli, perché no? Un paio di sequenze un poco più spaventose (per i piccoli) ci sono ma nel complesso il target potrebbe essere quello della famigliola intenta a guardarsi una favola dark sicuramente più riuscita, per dirne una, del più recente Maleficient.
È una storia in costruzione quella narrata da Shyamalan durante la quale ognuno dei protagonisti ha il compito, e allo stesso tempo la possibilità, di trovare il suo ruolo nella vicenda, non tutti assurgeranno al ruolo di protagonisti come succede un po' in tutte le storie, ma tutti avranno la loro parte perché, come ci insegna la morale della fiaba, ognuno di noi è importante e ha un compito da svolgere, che questo sia in piena vista o meno poco importa.
Siamo a Filadelfia, in uno di quei condomini con i corridoi esterni a ballatoio e il cortile con la piscina in mezzo. Il timido e balbuziente Cleveland (Paul Giamatti) ne è il custode e tuttofare. Da qualche tempo Cleveland è convinto che qualcuno usi la piscina di notte contravvenendo al regolamento condominiale. Lo stabile è abitato da varia umanità, ci sono il signor Dury (Jeffrey Wright) in fissa con le parole crociate e il suo figlioletto, il critico cinematografico Harry Farber (Bob Balaban), il giovane Vick (Shyamalan) che tenta di diventare scrittore e sua sorella Anna Ran (Sarita Choudhury), Reggie il palestrato a metà (Freddy Rodriguez), una compagnia di fancazzisti fumatori, una ex scrittrice, una studentessa coreana (Cindy Cheung) e sua madre, l'unica a essere a conoscenza di una vecchia storia riguardante alcune creature dell'acqua chiamate Narf.
Ma non è nessuno di loro ad usare la piscina di notte bensì proprio una Narf, la giovane Story (Bryce Dallas Howard) che ha una comunicazione importante per uno degli inquilini del palazzo da recapitare assolutamente prima del suo ritorno al mondo dell'acqua. Ma sulle sue tracce c'è la creatura malevola chiamata Scrunt, un lupo capace di mimetizzarsi nell'erba. Saranno i condomini a doversi organizzare per permettere alla spaventata Story di portare a termine il suo compito e tornare a casa.
Forse ingenua e infantile nello sviluppo, la storia assolve al suo compito di favola, un film per chi ancora è in grado di sentirsi vicino a un certo tipo di narrazione, lontana dalla realtà ma dalla dimensione magica.
lunedì 27 aprile 2015
C'È DEL MARCIO
(Something rotten di Jasper Fforde, 2004)
Come non si dovrebbe entrare in una sala cinematografica a film già iniziato, allo stesso modo sarebbe consigliabile non iniziare a leggere una saga letteraria a partire dal quarto episodio. Di norma non sono uso a commettere errori di questo tipo tanto più che salire a bordo a corsa iniziata è una cosa che mi infastidisce parecchio. Ciò nonostante è successo. Perché? Chi lo sa. Probabilmente leggendo qualche recensione del libro in questione o cogliendo qualche consiglio di un amico mi sono perso il piccolo particolare che sottolineava come questo C'è del marcio fosse il quarto romanzo dedicato alle gesta della detective letteraria Thursday Next (che suona un po' come Giovedì Prossimo).
Vabbè, ormai è andata e poco male. La sensazione di essere entrati nella storia in media res comunque si fa sentire, tanto più che l'universo creato da Jasper Fforde e nel quale si muove la protagonista Thursday Next, presenta molte differenze dal nostro e coglierne i meccanismi e i retroscena in un libro che non te li spiega tutti (probabilmente perché già assodati nel corso degli episodi precedenti) non risulta poi così facile.
Intendiamoci, in C'è del marcio è presente una storia che inizia e finisce tra le sue pagine e che il lettore può seguire con poca fatica, ci sono anche però numerosi riferimenti ad eventi precedenti, a personaggi già noti al fan della saga e a stranezze assortite che riguardano l'universo narrativo in cui la vicenda si svolge che lasciano il lettore occasionale (come sono io in questo caso) discretamente spiazzato.
Ma qual è il succo della vicenda? Bella domanda!
Thursday Next è un agente di GiurisFiction, una sorta di investigatrice/poliziotta che si occupa di mantenere l'ordine nel mondo dei libri e dei personaggi letterari garantendo il corretto svolgimento delle trame così come sono state pensate dai loro autori. Ma quello che accade nei libri non è il mondo reale, Thursday vive a Swindon, un paesino dell'Inghilterra, in un mondo che dovrebbe essere il nostro. Solo che Thursday può saltare nel mondo dei libri, vive con sua madre e con il suo figlioletto Friday, a volte si avvale dell'aiuto di una baby sitter che è un gorilla, ha un padre che lavora per la Crono Guardia (che gestisce il flusso temporale), non disdegna di andare e tornare dal regno dei morti e come colleghi ha personaggi del calibro di Mrs. Tiggy-Winkle, un porcospino di due metri, l'imperatore Zhark e il gattto del Cheshire più noto come Stregatto.
Questo è solo il 10% circa delle stranezze che potete trovare all'interno di questo, e suppongo degli altri, libri di Fforde. Nello specifico la trama di C'è del marcio poggia sul ritorno alla vita reale di Thursday dopo le peripezie affrontate nel libro precedente. In particolare c'è da dirimere l'intricata situazione in cui versa l'Amleto di Shakespeare il cui protagonista si trova colmo di dubbi nel mondo reale mentre il romanzo di cui è protagonista viene imbastardito con Le allegre comari di Elsinore, ci sono da sventare la Terza Guerra Mondiale e la distruzione della Terra per mano di Yorrick Kane al cui servizio c'è la potente Goliath Corporation, mega azienda che sta tentando di tramutarsi in religione. La profezia di St. Zvlkx, santone proveniente dal XIII secolo, indica nella vittoria di Swindon al Superhoop, il torneo nazionale di croquet, l'unica possibilità di salvare il mondo. Peccato che Swindon sia anche una delle peggiori squadre di tutto il campionato. In più Thursday vorrebbe indietro suo marito Landen sradicato dalla vita reale in una delle precedenti avventure. Insomma la carne al fuoco è davvero tanta e le trovate fuori di testa ancora di più.
Usando un modo di dire imparato da poco grazie all'amico Luca posso affermare: "Not my cup of tea". La prosa di Fforde è scorrevole e alcune delle situazioni proposte si rivelano effettivamente divertenti, il problema del libro (giudizio parametrato sui miei gusti ovviamente) è l'eccessivo accumulo di situazioni incredibili, surreali, grottesche e ridicole che si affastellano senza soluzione di continuità una sull'altra. Davvero troppo. Inoltre, anche se alcune ambiguità del racconto si chiariscono con il dipanarsi della trama, non ci si raccapezza sull'origine di altre situazioni e sul perché il ridicolo e il grottesco così diffusi in questo mondo siano così normali e all'ordine del giorno. Nel complesso la lettura non è spiacevole se si ignora il senso di straniamento provocato dall'essere entrati a storia iniziata, di contro la lettura di C'è del marcio non mi ha invogliato a recuperare gli altri libri scritti da Fforde. Però se quanto sopra descritto può rientrare nelle vostre corde una possibilità potreste anche dargliela.
Come non si dovrebbe entrare in una sala cinematografica a film già iniziato, allo stesso modo sarebbe consigliabile non iniziare a leggere una saga letteraria a partire dal quarto episodio. Di norma non sono uso a commettere errori di questo tipo tanto più che salire a bordo a corsa iniziata è una cosa che mi infastidisce parecchio. Ciò nonostante è successo. Perché? Chi lo sa. Probabilmente leggendo qualche recensione del libro in questione o cogliendo qualche consiglio di un amico mi sono perso il piccolo particolare che sottolineava come questo C'è del marcio fosse il quarto romanzo dedicato alle gesta della detective letteraria Thursday Next (che suona un po' come Giovedì Prossimo).
Vabbè, ormai è andata e poco male. La sensazione di essere entrati nella storia in media res comunque si fa sentire, tanto più che l'universo creato da Jasper Fforde e nel quale si muove la protagonista Thursday Next, presenta molte differenze dal nostro e coglierne i meccanismi e i retroscena in un libro che non te li spiega tutti (probabilmente perché già assodati nel corso degli episodi precedenti) non risulta poi così facile.
Intendiamoci, in C'è del marcio è presente una storia che inizia e finisce tra le sue pagine e che il lettore può seguire con poca fatica, ci sono anche però numerosi riferimenti ad eventi precedenti, a personaggi già noti al fan della saga e a stranezze assortite che riguardano l'universo narrativo in cui la vicenda si svolge che lasciano il lettore occasionale (come sono io in questo caso) discretamente spiazzato.
Ma qual è il succo della vicenda? Bella domanda!
Thursday Next è un agente di GiurisFiction, una sorta di investigatrice/poliziotta che si occupa di mantenere l'ordine nel mondo dei libri e dei personaggi letterari garantendo il corretto svolgimento delle trame così come sono state pensate dai loro autori. Ma quello che accade nei libri non è il mondo reale, Thursday vive a Swindon, un paesino dell'Inghilterra, in un mondo che dovrebbe essere il nostro. Solo che Thursday può saltare nel mondo dei libri, vive con sua madre e con il suo figlioletto Friday, a volte si avvale dell'aiuto di una baby sitter che è un gorilla, ha un padre che lavora per la Crono Guardia (che gestisce il flusso temporale), non disdegna di andare e tornare dal regno dei morti e come colleghi ha personaggi del calibro di Mrs. Tiggy-Winkle, un porcospino di due metri, l'imperatore Zhark e il gattto del Cheshire più noto come Stregatto.
Questo è solo il 10% circa delle stranezze che potete trovare all'interno di questo, e suppongo degli altri, libri di Fforde. Nello specifico la trama di C'è del marcio poggia sul ritorno alla vita reale di Thursday dopo le peripezie affrontate nel libro precedente. In particolare c'è da dirimere l'intricata situazione in cui versa l'Amleto di Shakespeare il cui protagonista si trova colmo di dubbi nel mondo reale mentre il romanzo di cui è protagonista viene imbastardito con Le allegre comari di Elsinore, ci sono da sventare la Terza Guerra Mondiale e la distruzione della Terra per mano di Yorrick Kane al cui servizio c'è la potente Goliath Corporation, mega azienda che sta tentando di tramutarsi in religione. La profezia di St. Zvlkx, santone proveniente dal XIII secolo, indica nella vittoria di Swindon al Superhoop, il torneo nazionale di croquet, l'unica possibilità di salvare il mondo. Peccato che Swindon sia anche una delle peggiori squadre di tutto il campionato. In più Thursday vorrebbe indietro suo marito Landen sradicato dalla vita reale in una delle precedenti avventure. Insomma la carne al fuoco è davvero tanta e le trovate fuori di testa ancora di più.
Usando un modo di dire imparato da poco grazie all'amico Luca posso affermare: "Not my cup of tea". La prosa di Fforde è scorrevole e alcune delle situazioni proposte si rivelano effettivamente divertenti, il problema del libro (giudizio parametrato sui miei gusti ovviamente) è l'eccessivo accumulo di situazioni incredibili, surreali, grottesche e ridicole che si affastellano senza soluzione di continuità una sull'altra. Davvero troppo. Inoltre, anche se alcune ambiguità del racconto si chiariscono con il dipanarsi della trama, non ci si raccapezza sull'origine di altre situazioni e sul perché il ridicolo e il grottesco così diffusi in questo mondo siano così normali e all'ordine del giorno. Nel complesso la lettura non è spiacevole se si ignora il senso di straniamento provocato dall'essere entrati a storia iniziata, di contro la lettura di C'è del marcio non mi ha invogliato a recuperare gli altri libri scritti da Fforde. Però se quanto sopra descritto può rientrare nelle vostre corde una possibilità potreste anche dargliela.
domenica 26 aprile 2015
BACK TO THE ROOTS: LEO MINTZ
Parlammo qualche tempo fa di Robert Johnson, della musica nera e di come questa contribuì a far uscire l'industria discografica dall'enorme crisi in cui questa si inabissò durante gli anni della Grande Depressione. Nel 1938 un grande contributo alla diffusione e alla conseguente commercializzazione della musica nera lo diede Leo Mintz, classe 1911, che fece del suo per far uscire la black music dai ghetti e per proporla e diffonderla a un pubblico di bianchi, tra i quali molti furono i giovani a mostrare crescente interesse verso questi incredibili suoni.
Siamo a Cleveland nel 1939, al numero 300 di Prospect Avenue, quando Leo Mintz decise di aprire un negozio per la vendita di dischi, il celebre Record Rendezvous, in seguito soprannominato semplicemente Vous. Il negozio proponeva quella che all'epoca veniva definita race music, la musica nera, in seguito evolutasi nel più conosciuto rhytm and blues. Mintz fu uno dei primi a dar vita a quella splendida e ormai nostalgica usanza di infilare i dischi nelle scatole, scatole nelle quali i clienti provavano il piacere di curiosare, frugare e scartabellare alla ricerca di nuove emozioni, così come sua (così si dice) fu l'intuizione di far ascoltare la musica ai clienti direttamente in negozio, così da invogliarne l'acquisto.
L'importanza di Mintz ovviamente non è tutta qui, chiusa tra le quattro pareti di un negozio, ma per carpirla appieno bisogna fare un salto in avanti di più di un decennio e andare ai primi anni '50, anni in cui Mintz convinse il suo amico e dj Alan Freed a passare alla sua radio (WAKR-AM di Akron) la musica afroamericana per diffondere la quale in seguito i due aprirono una nuova stazione radio, la WJW-AM. Sembra che proprio in una delle loro trasmissioni venne attribuito al genere musicale proposto il nome di rock 'n roll. Ma forse siamo andati troppo avanti.
Sul finire degli anni '30 il fermento non mancava, a New York si aprono locali dedicati al jazz, Nashville si conferma patria del country e iniziano le prime incisioni su nastro magnetico (Imaginary Landscape N. 1 di John Cage). Gli anni '40 sono alle porte.
Siamo a Cleveland nel 1939, al numero 300 di Prospect Avenue, quando Leo Mintz decise di aprire un negozio per la vendita di dischi, il celebre Record Rendezvous, in seguito soprannominato semplicemente Vous. Il negozio proponeva quella che all'epoca veniva definita race music, la musica nera, in seguito evolutasi nel più conosciuto rhytm and blues. Mintz fu uno dei primi a dar vita a quella splendida e ormai nostalgica usanza di infilare i dischi nelle scatole, scatole nelle quali i clienti provavano il piacere di curiosare, frugare e scartabellare alla ricerca di nuove emozioni, così come sua (così si dice) fu l'intuizione di far ascoltare la musica ai clienti direttamente in negozio, così da invogliarne l'acquisto.
L'importanza di Mintz ovviamente non è tutta qui, chiusa tra le quattro pareti di un negozio, ma per carpirla appieno bisogna fare un salto in avanti di più di un decennio e andare ai primi anni '50, anni in cui Mintz convinse il suo amico e dj Alan Freed a passare alla sua radio (WAKR-AM di Akron) la musica afroamericana per diffondere la quale in seguito i due aprirono una nuova stazione radio, la WJW-AM. Sembra che proprio in una delle loro trasmissioni venne attribuito al genere musicale proposto il nome di rock 'n roll. Ma forse siamo andati troppo avanti.
Sul finire degli anni '30 il fermento non mancava, a New York si aprono locali dedicati al jazz, Nashville si conferma patria del country e iniziano le prime incisioni su nastro magnetico (Imaginary Landscape N. 1 di John Cage). Gli anni '40 sono alle porte.
venerdì 24 aprile 2015
A-Z: ANATHEMA - A NATURAL DISASTER
Sembra quasi impossibile che la stessa band capace di comporre un album delicato, malinconico, struggente e romantico come A natural disaster abbia mosso i suoi primi passi (anche con buon seguito e successo) nell'ambito del death metal con venature doom proponendo pezzi pesi con tanto di cantato in growl e tutte le caratteristiche del genere. C'è da dire che già nell'album d'esordio si potevano ascoltare voci eteree e belle aperture melodiche, possibili indizi degli Anathema a venire, certo che il passo fatto da Serenades (1993) a questo A natural disaster (2003) non è stato corto (ma nemmeno più lungo della gamba, anzi).
E' un viaggio intenso quello offertoci dalla band dei fratelli Cavanagh, denso di emozioni dalla prima all'ultima nota e in perfetto equilibrio tra ottime atmosfere strumentali di raccordo e picchi altissimi di grande bellezza. Un album per alcuni versi incline al pessimismo o forse solo a una visione lucida delle cose della vita, della perdita e dell'abbandono, dell'amore, un album capace di toccare corde profonde e di provocare meraviglia, caratteristiche tanto ardue da esplicitare a parole quanto infinitamente preziose. Se le atmosfere dolci e malinconiche la fanno da padrone, gli Anathema non disdegnano di tanto in tanto di adoperare suoni distorti e più ruvidi così da bilanciare ancor meglio la gamma di emozioni proposte all'ascoltatore, emozioni veicolate anche tramite passaggi ipnotici, piccole variazioni e crescendo incisivi. E anche quando le liriche non lasciano ben sperare il crogiolarsi tra le note di questo disco non può che riempire il cuore.
Una riflessione sulla vita, sul dolore che essa può provocare, sul suo senso ultimo o sulla mancanza di esso, tra voci effettate e siderali o fievoli e dolcissime, tra chitarre semplici e struggenti che esplodono in brani incantevoli capaci di provocare brividi come la splendida Are you there? Poi la voce di un bambino, il verso di un gabbiano, un passaggio delicato, tutto sembra tornare su toni più ottimistici ma ecco il basso teso, il ritorno allucinato al metal (anche se non proprio quello delle origini) che ti trascinano in un vortice di paranoia prima della sorprendente rivelazione di una sublime voce femminile che spicca alta proprio perché poco sfruttata e ben dosata.
Le perle in quest'album non sono così rare (Are you there?, A natural disaster, Flying, Electricity), un album degnamente chiuso da una predominanza di piano nell'unica vera composizione strumentale del disco. Al di là di ogni genere, semplicemente gran bella musica.
A natural disaster, 2003 - Music For Nations
Vincent Cavanagh: voce, chitarra
Daniel Cavanagh: chitarra, voce, tastiere
Les Smith: tastiere
Jamie Cavanagh: basso
John Douglas: batteria
Tracklist:
01 Harmonium
02 Balance
03 Closer
04 Are you there?
05 Childhood dream
06 Pulled under at 2000 metres a second
07 A natural disaster
08 Flying
09 Electricity
10 Violence
E' un viaggio intenso quello offertoci dalla band dei fratelli Cavanagh, denso di emozioni dalla prima all'ultima nota e in perfetto equilibrio tra ottime atmosfere strumentali di raccordo e picchi altissimi di grande bellezza. Un album per alcuni versi incline al pessimismo o forse solo a una visione lucida delle cose della vita, della perdita e dell'abbandono, dell'amore, un album capace di toccare corde profonde e di provocare meraviglia, caratteristiche tanto ardue da esplicitare a parole quanto infinitamente preziose. Se le atmosfere dolci e malinconiche la fanno da padrone, gli Anathema non disdegnano di tanto in tanto di adoperare suoni distorti e più ruvidi così da bilanciare ancor meglio la gamma di emozioni proposte all'ascoltatore, emozioni veicolate anche tramite passaggi ipnotici, piccole variazioni e crescendo incisivi. E anche quando le liriche non lasciano ben sperare il crogiolarsi tra le note di questo disco non può che riempire il cuore.
Una riflessione sulla vita, sul dolore che essa può provocare, sul suo senso ultimo o sulla mancanza di esso, tra voci effettate e siderali o fievoli e dolcissime, tra chitarre semplici e struggenti che esplodono in brani incantevoli capaci di provocare brividi come la splendida Are you there? Poi la voce di un bambino, il verso di un gabbiano, un passaggio delicato, tutto sembra tornare su toni più ottimistici ma ecco il basso teso, il ritorno allucinato al metal (anche se non proprio quello delle origini) che ti trascinano in un vortice di paranoia prima della sorprendente rivelazione di una sublime voce femminile che spicca alta proprio perché poco sfruttata e ben dosata.
Le perle in quest'album non sono così rare (Are you there?, A natural disaster, Flying, Electricity), un album degnamente chiuso da una predominanza di piano nell'unica vera composizione strumentale del disco. Al di là di ogni genere, semplicemente gran bella musica.
A natural disaster, 2003 - Music For Nations
Vincent Cavanagh: voce, chitarra
Daniel Cavanagh: chitarra, voce, tastiere
Les Smith: tastiere
Jamie Cavanagh: basso
John Douglas: batteria
Tracklist:
01 Harmonium
02 Balance
03 Closer
04 Are you there?
05 Childhood dream
06 Pulled under at 2000 metres a second
07 A natural disaster
08 Flying
09 Electricity
10 Violence
giovedì 23 aprile 2015
BRADI PIT SPECIAL 6
Che il Bradi sia fan del primo Jovanotti?
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lunedì 20 aprile 2015
GLI ASSASSINI
(di Mauro Boselli e Alfonso Font, 1998)
Il dodicesimo Texone vede la prima sceneggiatura firmata non dall'inossidabile Claudio Nizzi ma dal degno sostituto Mauro Boselli. E' un'ottima sceneggiatura quella che Boselli stende per le matite di Alfonso Font, il canovaccio ruota intorno alle gesta di una categoria di loschi figuri che bazzicavano le terre dell'ovest americano, i regolatori, killer prezzolati a disposizione del miglior offerente e pronti a chiudere qualsiasi conto, sempre e rigorosamente al di fuori della legge, a suon di piombo caldo e in cambio del giusto compenso. Denaro, avidità, terra e vendetta, presupposti questi per ogni intreccio western che vuole andare incontro a una buona riuscita, nella fattispecie Boselli sembra innalzare anche un pochino l'asticella della violenza mettendo due dei protagonisti in serio pericolo di vita come raramente accade nelle storie di Tex, facendo ammazzare gente a picconate e massacrando poliziotti a colpi di gatling. Ancora una volta il Texone ci offre un coprotagonista ben tratteggiato, il classico bambino che assiste all'omicidio dei genitori e una volta cresciuto cerca vendetta. Il giovane Mitch è alle costole dei regolatori, un'organizzazione ben strutturata di spietati assassini sulle tracce dei quali ci sono anche Tex e Carson destinati a incrociare la strada del ragazzo, nella vicenda verranno coinvolti anche l'amico dei ranger Tom Devlin, capo della polizia di San Francisco, e i suoi uomini.
La concezione del fumetto da parte di Alfonso Font non prevede volti banali e personaggi non caratterizzati, il segno del disegnatore spagnolo è spesso tangente alla caricatura trattenuta, gesto artistico che esprime al meglio vizi e virtù di ognuno dei protagonisti della storia. Se il volto di Mitch è quello del bravo ragazzo (ma comunque letale), quello dei sicari è un campionario di brutture e cattiverie, baffoni, barbe ispide, sguardi torvi e occhi ingannatori con l'unica eccezione di Dude, disonesto e pericoloso come gli altri ma con l'andi del damerino impomatato. Oltre all'uso dei neri Font ricorre anche a delle retinature di grigio che contribuiscono a muovere diverse vignette dando alle ombre grande naturalezza, inoltre la capacità di infondere un ottimo dinamismo alle sequenze più action equilibra in maniera perfetta l'attenzione che i magnifici volti di Font catalizzano con tanta facilità. L'esperienza sicuramente faticosa ma presumibilmente appagante del Texone porterà così un altro talento internazionale nella scuderia del Texas Ranger per il quale realizzerà in seguito diversi episodi della serie regolare.
La formula del Texone sembra sempre più infallibile e, con le dovute eccezioni, sembra anche che grandi nomi del circuito internazionale del fumetto non disdegnino di cimentarsi con questa grande prova. Fortunatamente la mia riserva speciale ha ancora parecchie freccie al suo arco tutte ancora da scoccare.
Il dodicesimo Texone vede la prima sceneggiatura firmata non dall'inossidabile Claudio Nizzi ma dal degno sostituto Mauro Boselli. E' un'ottima sceneggiatura quella che Boselli stende per le matite di Alfonso Font, il canovaccio ruota intorno alle gesta di una categoria di loschi figuri che bazzicavano le terre dell'ovest americano, i regolatori, killer prezzolati a disposizione del miglior offerente e pronti a chiudere qualsiasi conto, sempre e rigorosamente al di fuori della legge, a suon di piombo caldo e in cambio del giusto compenso. Denaro, avidità, terra e vendetta, presupposti questi per ogni intreccio western che vuole andare incontro a una buona riuscita, nella fattispecie Boselli sembra innalzare anche un pochino l'asticella della violenza mettendo due dei protagonisti in serio pericolo di vita come raramente accade nelle storie di Tex, facendo ammazzare gente a picconate e massacrando poliziotti a colpi di gatling. Ancora una volta il Texone ci offre un coprotagonista ben tratteggiato, il classico bambino che assiste all'omicidio dei genitori e una volta cresciuto cerca vendetta. Il giovane Mitch è alle costole dei regolatori, un'organizzazione ben strutturata di spietati assassini sulle tracce dei quali ci sono anche Tex e Carson destinati a incrociare la strada del ragazzo, nella vicenda verranno coinvolti anche l'amico dei ranger Tom Devlin, capo della polizia di San Francisco, e i suoi uomini.
La concezione del fumetto da parte di Alfonso Font non prevede volti banali e personaggi non caratterizzati, il segno del disegnatore spagnolo è spesso tangente alla caricatura trattenuta, gesto artistico che esprime al meglio vizi e virtù di ognuno dei protagonisti della storia. Se il volto di Mitch è quello del bravo ragazzo (ma comunque letale), quello dei sicari è un campionario di brutture e cattiverie, baffoni, barbe ispide, sguardi torvi e occhi ingannatori con l'unica eccezione di Dude, disonesto e pericoloso come gli altri ma con l'andi del damerino impomatato. Oltre all'uso dei neri Font ricorre anche a delle retinature di grigio che contribuiscono a muovere diverse vignette dando alle ombre grande naturalezza, inoltre la capacità di infondere un ottimo dinamismo alle sequenze più action equilibra in maniera perfetta l'attenzione che i magnifici volti di Font catalizzano con tanta facilità. L'esperienza sicuramente faticosa ma presumibilmente appagante del Texone porterà così un altro talento internazionale nella scuderia del Texas Ranger per il quale realizzerà in seguito diversi episodi della serie regolare.
La formula del Texone sembra sempre più infallibile e, con le dovute eccezioni, sembra anche che grandi nomi del circuito internazionale del fumetto non disdegnino di cimentarsi con questa grande prova. Fortunatamente la mia riserva speciale ha ancora parecchie freccie al suo arco tutte ancora da scoccare.
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| Alfonso Font |
giovedì 16 aprile 2015
SHERLOCK HOLMES E I VAMPIRI DI LONDRA
Nata pochi mesi or sono la nuova collana dell'Editoriale Cosmo che porta il nome di Collana Weird Tales (per gli amici Cosmo serie marrone) si ripropone di raccogliere storie davvero inusuali, in cui i più famosi eroi della letteratura si cimenteranno con situazioni bizzarre e si scontreranno con nuovi e spesso misteriosi avversari (per dirla con parole loro).
La premessa non è che mi facesse tremare le ginocchia per la spasmodica attesa, voglio dire, per queste cose abbiamo la Lega di Moore suvvia. Però metti caso che il materiale proposto fosse davvero interessante? Inoltre nel primo numero il protagonista è il mio amato Sherlock Holmes e voilà, il gioco è fatto.
Devo dire che questo primo e unico numero della collana che ho acquistato è stato una piccola delusione, i due episodi che compongono questa mini saga mi hanno lasciato davvero poco. La scelta di affidare una discreta parte della narrazione alle didascalie, che qui sono usate come una sorta di diario di Sherlock Holmes, sembra andare a discapito del ritmo e appesantire la lettura dell'albo in maniera significativa, inoltre reputo un grosso errore eliminare totalmente dalla vicenda la presenza del Dottor Watson.
La vicenda si svolge dopo la falsa morte di Holmes per mano di Moriarty, lo sceneggiatore Sylvain Cordurié spiega la mancanza dell'eterna spalla di Holmes con un pretesto, cioè la volontà del protagonista di non far sapere ai suoi nemici di essere ancora vivo e per meglio reggere il gioco tenere quindi all'oscuro del suo ritorno anche il fido Watson. Più probabile che Cordurié non sapesse bene come inserire il personaggio nella trama. Trama che in verità offre ben poche emozioni: nel giro dei vampiri di Londra ce n'è uno che sta passando i limiti attirando sulla comunità vampirica le ire della Regina, e anche il più temibile dei vampiri state pur certi che non vuole far incazzare la Regina. Il capo dei vampiri assolda con maniere assolutamente poco cordiali il celebre investigatore dandogli il compito di togliere di mezzo il pericoloso rinnegato.
Questo è. Nel mezzo più azione che indagine e metodo deduttivo, vampiri poco, poco interessanti, qualche personaggio pescato dalla mitologia creata da Conan Doyle e qualche situazione che strizza l'occhio ai fan di Holmes, il tutto molto all'acqua di rose. Una storia che avrebbe potuto avere qualsiasi altro protagonista ma che usa Sherlock Holmes per circuire e abbindolare i polli come me. E funziona.
Nulla da dire sulla parte grafica, a parte il volto di Holmes che non rientra nei miei gusti e mi ricorda un vecchio attore di teatro all'opera, per il resto le tavole di Laci mi sembrano sempre costruite con un certo impegno e una giusta dose di dettaglio soprattutto nelle scene in esterno, cosa che solitamente apprezzo molto.
Per i curiosi i tre numeri successivi sono stati dedicati a Mister Hyde contro Frankenstein (numero 2), ai Grandi antichi (numero 3 con Achab e il Kraken) e 20.000 secoli sotto i mari (numero 4 dove Nemo incontra i miti di Cthulhu).
La premessa non è che mi facesse tremare le ginocchia per la spasmodica attesa, voglio dire, per queste cose abbiamo la Lega di Moore suvvia. Però metti caso che il materiale proposto fosse davvero interessante? Inoltre nel primo numero il protagonista è il mio amato Sherlock Holmes e voilà, il gioco è fatto.
Devo dire che questo primo e unico numero della collana che ho acquistato è stato una piccola delusione, i due episodi che compongono questa mini saga mi hanno lasciato davvero poco. La scelta di affidare una discreta parte della narrazione alle didascalie, che qui sono usate come una sorta di diario di Sherlock Holmes, sembra andare a discapito del ritmo e appesantire la lettura dell'albo in maniera significativa, inoltre reputo un grosso errore eliminare totalmente dalla vicenda la presenza del Dottor Watson.
La vicenda si svolge dopo la falsa morte di Holmes per mano di Moriarty, lo sceneggiatore Sylvain Cordurié spiega la mancanza dell'eterna spalla di Holmes con un pretesto, cioè la volontà del protagonista di non far sapere ai suoi nemici di essere ancora vivo e per meglio reggere il gioco tenere quindi all'oscuro del suo ritorno anche il fido Watson. Più probabile che Cordurié non sapesse bene come inserire il personaggio nella trama. Trama che in verità offre ben poche emozioni: nel giro dei vampiri di Londra ce n'è uno che sta passando i limiti attirando sulla comunità vampirica le ire della Regina, e anche il più temibile dei vampiri state pur certi che non vuole far incazzare la Regina. Il capo dei vampiri assolda con maniere assolutamente poco cordiali il celebre investigatore dandogli il compito di togliere di mezzo il pericoloso rinnegato.
Questo è. Nel mezzo più azione che indagine e metodo deduttivo, vampiri poco, poco interessanti, qualche personaggio pescato dalla mitologia creata da Conan Doyle e qualche situazione che strizza l'occhio ai fan di Holmes, il tutto molto all'acqua di rose. Una storia che avrebbe potuto avere qualsiasi altro protagonista ma che usa Sherlock Holmes per circuire e abbindolare i polli come me. E funziona.
Nulla da dire sulla parte grafica, a parte il volto di Holmes che non rientra nei miei gusti e mi ricorda un vecchio attore di teatro all'opera, per il resto le tavole di Laci mi sembrano sempre costruite con un certo impegno e una giusta dose di dettaglio soprattutto nelle scene in esterno, cosa che solitamente apprezzo molto.
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BRADI PIT 127
Se le inventano tutte pur di farti una multa...
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