I maestri non ce ne vogliano...
sabato 26 marzo 2016
martedì 22 marzo 2016
L'ASSASSINIO DI JESSE JAMES PER MANO DEL CODARDO ROBERT FORD
(The assasination of Jesse James by the coward Robert Ford di Andrew Dominik, 2007)
Viaggiano veloci le nuvole nel cielo del Missouri, in netto contrasto con la narrazione lenta e introspettiva scelta da Dominik per raccontare l'ultimo anno di vita del bandito Jesse James, uno dei miti della storia della frontiera. Ritmo piano per un gran bel film, maiuscola prova d'attori giocata da un energico Brad Pitt, duro, sospettoso e paranoico e un più fragile, dubbioso, quasi incoerente (e dicono codardo) Casey Affleck, spettacolare, in barba al più famoso fratello Ben.
Bisogna entrare nei personaggi più che nella storia per apprezzare a pieno questo film, un western che proprio western non è, un film che si porta addosso più l'odore della tragedia classica grazie alla statura di personaggi complessi, non necessariamente eroi, anzi, solo uomini e all'occorrenza anche meno. Calata in una fotografia avvolgente, l'ultima fase della vita del famoso bandito è costellata non di rapine e sparatorie ma di angosce velate, sospetti striscianti, rabbia e incertezze per un personaggio capace di incutere timore, se non proprio terrore, più o meno in tutti, compagni e avversari indiscriminatamente. A tratteggiarlo un Brad Pitt in gran forma, attore di classe come già ha dimostrato d'essere in più e più occasioni, circondato da un gran cast e che trova un contraltare perfetto, e forse anche più grande di lui, nel più giovane Casey Affleck nella parte di Robert Ford. E il resto della banda non è da meno e vede schierati attori come Sam Rockwell, Jeremy Renner, Sam Shepard, Zoey Deschanel e diversi altri ottimi caratteristi.
Il finale è scritto nel titolo, non c'è dubbio su come il film andrà a finire, quello che interessa è la crescita e la trasformazione di due (e più) personaggi nel corso di una manciata di mesi decisivi per le rispettive vite, mesi che in fin dei conti non porteranno fortuna proprio a nessuno. Robert Ford (Affleck) cresce con in testa il mito di Jesse James (Pitt), una venerazione per il bandito che ha quasi del morboso, conosce tutte le storie e tutte le leggende che riguardano la banda che così tanto ammira. Quando verrà il suo turno di entrare nel gruppo, Robert avrà modo di conoscere da vicino gli uomini di Jesse, i loro caratteri e i loro difetti, e passerà per l'ingenuo ammiratore, in parte amato, in parte snobbato da Jesse stesso. E un poco di rancore inizierà a covare.
Lo sguardo sui personaggi, anche i minori come Dick Liddl (Paul Schneider), è il vero punto di forza del lavoro di Dominik che riesce a creare una tensione crescente nonostante l'esito del film sia noto fin dal primo minuto (anche se non in maniera totale). L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford è uno di quei film magari non perfetti, ma così ben riusciti da lasciare quel bel senso di appagamento a fine visione, cosa che non capita poi così spesso, la semplice impressione di aver visto davvero un buon film.
Viaggiano veloci le nuvole nel cielo del Missouri, in netto contrasto con la narrazione lenta e introspettiva scelta da Dominik per raccontare l'ultimo anno di vita del bandito Jesse James, uno dei miti della storia della frontiera. Ritmo piano per un gran bel film, maiuscola prova d'attori giocata da un energico Brad Pitt, duro, sospettoso e paranoico e un più fragile, dubbioso, quasi incoerente (e dicono codardo) Casey Affleck, spettacolare, in barba al più famoso fratello Ben.
Bisogna entrare nei personaggi più che nella storia per apprezzare a pieno questo film, un western che proprio western non è, un film che si porta addosso più l'odore della tragedia classica grazie alla statura di personaggi complessi, non necessariamente eroi, anzi, solo uomini e all'occorrenza anche meno. Calata in una fotografia avvolgente, l'ultima fase della vita del famoso bandito è costellata non di rapine e sparatorie ma di angosce velate, sospetti striscianti, rabbia e incertezze per un personaggio capace di incutere timore, se non proprio terrore, più o meno in tutti, compagni e avversari indiscriminatamente. A tratteggiarlo un Brad Pitt in gran forma, attore di classe come già ha dimostrato d'essere in più e più occasioni, circondato da un gran cast e che trova un contraltare perfetto, e forse anche più grande di lui, nel più giovane Casey Affleck nella parte di Robert Ford. E il resto della banda non è da meno e vede schierati attori come Sam Rockwell, Jeremy Renner, Sam Shepard, Zoey Deschanel e diversi altri ottimi caratteristi.
Il finale è scritto nel titolo, non c'è dubbio su come il film andrà a finire, quello che interessa è la crescita e la trasformazione di due (e più) personaggi nel corso di una manciata di mesi decisivi per le rispettive vite, mesi che in fin dei conti non porteranno fortuna proprio a nessuno. Robert Ford (Affleck) cresce con in testa il mito di Jesse James (Pitt), una venerazione per il bandito che ha quasi del morboso, conosce tutte le storie e tutte le leggende che riguardano la banda che così tanto ammira. Quando verrà il suo turno di entrare nel gruppo, Robert avrà modo di conoscere da vicino gli uomini di Jesse, i loro caratteri e i loro difetti, e passerà per l'ingenuo ammiratore, in parte amato, in parte snobbato da Jesse stesso. E un poco di rancore inizierà a covare.
Lo sguardo sui personaggi, anche i minori come Dick Liddl (Paul Schneider), è il vero punto di forza del lavoro di Dominik che riesce a creare una tensione crescente nonostante l'esito del film sia noto fin dal primo minuto (anche se non in maniera totale). L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford è uno di quei film magari non perfetti, ma così ben riusciti da lasciare quel bel senso di appagamento a fine visione, cosa che non capita poi così spesso, la semplice impressione di aver visto davvero un buon film.
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lunedì 21 marzo 2016
I.R.$.
(di Stephen Desberg e Bernard Vrancken, '99/'00)
La vera notizia potrebbe essere che è finalmente possibile tenere in mano un volume dell'Editoriale Aurea curato come Dio comanda, un albo di una certa eleganza che pur lontano dall'essere lussuoso ha il pregio di essere difficilmente criticabile. La collana Gli Integrali BD, che come prima proposta presenta la serie I.R.$. di Desberg e Vrancken, arriva sugli scaffali delle edicole in un bel formato ampio e cartonato dalla grafica elegante (rabbrividisco al pensiero di quella dello Skorpio Maxi e del Lanciostory Maxi) e dalla resa di stampa molto buona. I colori sono decisi (qua e là ho letto anche un poco saturi rispetto all'originale, comunque belli), niente sbavature e un rapporto qualità prezzo molto onesto se rapportato a confezione e foliazione.
Il volume, dal titolo L'oro degli ebrei, raccoglie i primi due episodi della serie francese, La via fiscale del 1999 e La strategia Hagen dell'anno successivo. Probabilmente dal loro forziere i tipi dell'Aurea avrebbero potuto estrarre anche perle più preziose per dare il via a questa nuova e lodevole iniziativa editoriale, la serie I.R.$. vanta comunque delle buone frecce al suo arco, prima tra tutte il suo tema portante. È quantomeno originale vedere in azione un agente speciale che non appartenga all'F.B.I, alla C.I.A. all'N.S.A. o a qualche corpo segreto, speciale o deviato dell'esercito americano, ne tanto meno a qualche organizzazione o cartello criminale. Il nostro protagonista, Larry Max, è invece un agente dell'I.R.$., l'agenzia delle entrate degli Stati Uniti d'America, l'equivalente del nostro funzionario di Equitalia più o meno. Con una piccola differenza. All'occorrenza Larry Max ha la licenza di piantarvi una bella pallottola in fronte (cosa per la quale sembra essere molto portato considerato il suo status di agente del fisco), proprio come un novello James Bond.
Il filone potrebbe essere considerato quello del poliziesco d'azione con la peculiarità che non ci sono i classici investigatori, ne indizi forniti dalla scientifica o dall'anatomopatologo sui quali lavorare, bensì dichiarazioni fiscali e movimenti di denaro o illeciti da tenere sotto controllo. Se vi sembra che il tema possa risultare noioso ricredetevi, la via fiscale è un modo originale e nuovo (o quasi) per approcciare il genere investigativo che è qui, come sempre, corredato da azione, indagini, inseguimenti e sparatorie.
Il protagonista è il classico fustacchione tutto d'un pezzo, fine di testa e abile di mano, bello, apprezzato dal genere femminile e a cui tutto riesce bene. Finanche antipatico se vogliamo. La trama del primo dittico affonda nella situazione storica che vide le banche svizzere far sparire i denari di diversi (molti) correntisti ebrei internati nei campi di concentramento dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Un fiume di soldi destinato alle generazioni future sulle quali l'attivista ebreo Moshe Geldhof vuole mettere le mani per restituire il maltolto. Ma sarà proprio oro tutto ciò che luccica? Al lettore italiano non resta che sperare che Equitalia continui a stipendiare i suoi dipendenti con la pancetta e non decida di assumere un grilletto facile come Larry Max.
Le due storie si leggono con piacere, non indugiano in particolari tecnicismi ne spiccano per vertici d'originalità, sarà curioso vedere come (e se) un protagonista del genere evolverà nei prossimi albi e in quali altri scenari la serie porterà i suoi lettori (prossimo numero: narcotraffico). Anche i disegni di Vrancken sono nella media per lo standard francese (comunque medio alto), precisi, dettagliati magari non dinamicissimi. Nel complesso I.R.$. potrebbe rivelarsi una serie capace di piazzare qualche bella sorpresa e fornire diverse ore di sano intrattenimento.
La vera notizia potrebbe essere che è finalmente possibile tenere in mano un volume dell'Editoriale Aurea curato come Dio comanda, un albo di una certa eleganza che pur lontano dall'essere lussuoso ha il pregio di essere difficilmente criticabile. La collana Gli Integrali BD, che come prima proposta presenta la serie I.R.$. di Desberg e Vrancken, arriva sugli scaffali delle edicole in un bel formato ampio e cartonato dalla grafica elegante (rabbrividisco al pensiero di quella dello Skorpio Maxi e del Lanciostory Maxi) e dalla resa di stampa molto buona. I colori sono decisi (qua e là ho letto anche un poco saturi rispetto all'originale, comunque belli), niente sbavature e un rapporto qualità prezzo molto onesto se rapportato a confezione e foliazione.
Il volume, dal titolo L'oro degli ebrei, raccoglie i primi due episodi della serie francese, La via fiscale del 1999 e La strategia Hagen dell'anno successivo. Probabilmente dal loro forziere i tipi dell'Aurea avrebbero potuto estrarre anche perle più preziose per dare il via a questa nuova e lodevole iniziativa editoriale, la serie I.R.$. vanta comunque delle buone frecce al suo arco, prima tra tutte il suo tema portante. È quantomeno originale vedere in azione un agente speciale che non appartenga all'F.B.I, alla C.I.A. all'N.S.A. o a qualche corpo segreto, speciale o deviato dell'esercito americano, ne tanto meno a qualche organizzazione o cartello criminale. Il nostro protagonista, Larry Max, è invece un agente dell'I.R.$., l'agenzia delle entrate degli Stati Uniti d'America, l'equivalente del nostro funzionario di Equitalia più o meno. Con una piccola differenza. All'occorrenza Larry Max ha la licenza di piantarvi una bella pallottola in fronte (cosa per la quale sembra essere molto portato considerato il suo status di agente del fisco), proprio come un novello James Bond.
Il filone potrebbe essere considerato quello del poliziesco d'azione con la peculiarità che non ci sono i classici investigatori, ne indizi forniti dalla scientifica o dall'anatomopatologo sui quali lavorare, bensì dichiarazioni fiscali e movimenti di denaro o illeciti da tenere sotto controllo. Se vi sembra che il tema possa risultare noioso ricredetevi, la via fiscale è un modo originale e nuovo (o quasi) per approcciare il genere investigativo che è qui, come sempre, corredato da azione, indagini, inseguimenti e sparatorie.
Il protagonista è il classico fustacchione tutto d'un pezzo, fine di testa e abile di mano, bello, apprezzato dal genere femminile e a cui tutto riesce bene. Finanche antipatico se vogliamo. La trama del primo dittico affonda nella situazione storica che vide le banche svizzere far sparire i denari di diversi (molti) correntisti ebrei internati nei campi di concentramento dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Un fiume di soldi destinato alle generazioni future sulle quali l'attivista ebreo Moshe Geldhof vuole mettere le mani per restituire il maltolto. Ma sarà proprio oro tutto ciò che luccica? Al lettore italiano non resta che sperare che Equitalia continui a stipendiare i suoi dipendenti con la pancetta e non decida di assumere un grilletto facile come Larry Max.
Le due storie si leggono con piacere, non indugiano in particolari tecnicismi ne spiccano per vertici d'originalità, sarà curioso vedere come (e se) un protagonista del genere evolverà nei prossimi albi e in quali altri scenari la serie porterà i suoi lettori (prossimo numero: narcotraffico). Anche i disegni di Vrancken sono nella media per lo standard francese (comunque medio alto), precisi, dettagliati magari non dinamicissimi. Nel complesso I.R.$. potrebbe rivelarsi una serie capace di piazzare qualche bella sorpresa e fornire diverse ore di sano intrattenimento.
sabato 19 marzo 2016
DORAEMON - IL FILM
(Stand by me di Takashi Yamazaki e Ryuichi Yagi, 2014)
Non dallo spazio come recitava la sigla dell'anime che più o meno chiunque ha avuto modo di assaggiare durante la propria infanzia, bensì dal futuro arriva il gatto robot Doraemon e arriva per raddrizzare i giorni a venire del piccolo pelandrone Nobita Nobi. E non giunge solo al cospetto di Nobita ma si palesa accompagnato dalla versione futura di uno dei tris tris nipoti del protagonista, discendenza al tempo dei fatti ancora di là da essere. Aaaaarrrrgh! Il nipote è disperato, rivela che Nobita sposerà la brutta Jaiko e che fonderà un'impresa destinata al fallimento con conseguente impoverimento delle future generazioni della sua famiglia.
La chiave di svolta potrebbe essere quella di far innamorare di lui la dolce Shizuka, da tempo cotta segreta di Nobita, ma soprattutto la possibilità per il protagonista di affermare una personalità più forte, una fiducia in se stesso che allo smidollato, pigro, indolente Nobita manca del tutto. Per far sì che tutto ciò si avveri e che il futuro possa migliorare per tutti, il pronipote Sewashi lascia al suo avo il gatto Doraemon capace di fornire tutta una serie di piccoli (e grandi) trucchi per aiutare Nobita nel suo compito, i famosi ciusky.
Il problema più grande di questo film, imperfetto, ordinario, anche se migliore di quello che mi aspettassi (comunque insufficiente) è l'aver inserito il protagonista Nobita in un contesto nel quale si dovrà confrontare con temi come il grande amore, il matrimonio, il futuro lavorativo, temi completamente avulsi dal reale contesto della vita quotidiana di un bambino della sua età, il che rende il tutto poco credibile e anche poco interessante.
L'animazione digitale alterna momenti del tutto ordinari se non grossolani a particolari e sequenze ben riuscite, molto buoni alcuni ambienti, nel complesso un risultato discreto che si lascia anche apprezzare dallo spettatore capace di dimenticarsi di aver visto qualche film Disney o Pixar (per stare nel digitale), perché se si ricorda di quelli è ovviamente finita.
In tutta sincerità poi non ho mai trovato interessanti i cartoni animati di Doraemon e non è stato di certo questo film a risvegliare un interesse che nei confronti di questi personaggi continua a rimanere sopito. La visione invece può essere apprezzata dai bambini che in linea di massima ai cartoni animati tendono a perdonare molte più cose di quanto non facciamo (giustamente) noi adulti. In fin dei conti anche per passare una serata tranquilla, se avete più opzioni, potete trovare facilmente di meglio.
Non dallo spazio come recitava la sigla dell'anime che più o meno chiunque ha avuto modo di assaggiare durante la propria infanzia, bensì dal futuro arriva il gatto robot Doraemon e arriva per raddrizzare i giorni a venire del piccolo pelandrone Nobita Nobi. E non giunge solo al cospetto di Nobita ma si palesa accompagnato dalla versione futura di uno dei tris tris nipoti del protagonista, discendenza al tempo dei fatti ancora di là da essere. Aaaaarrrrgh! Il nipote è disperato, rivela che Nobita sposerà la brutta Jaiko e che fonderà un'impresa destinata al fallimento con conseguente impoverimento delle future generazioni della sua famiglia.
La chiave di svolta potrebbe essere quella di far innamorare di lui la dolce Shizuka, da tempo cotta segreta di Nobita, ma soprattutto la possibilità per il protagonista di affermare una personalità più forte, una fiducia in se stesso che allo smidollato, pigro, indolente Nobita manca del tutto. Per far sì che tutto ciò si avveri e che il futuro possa migliorare per tutti, il pronipote Sewashi lascia al suo avo il gatto Doraemon capace di fornire tutta una serie di piccoli (e grandi) trucchi per aiutare Nobita nel suo compito, i famosi ciusky.
Il problema più grande di questo film, imperfetto, ordinario, anche se migliore di quello che mi aspettassi (comunque insufficiente) è l'aver inserito il protagonista Nobita in un contesto nel quale si dovrà confrontare con temi come il grande amore, il matrimonio, il futuro lavorativo, temi completamente avulsi dal reale contesto della vita quotidiana di un bambino della sua età, il che rende il tutto poco credibile e anche poco interessante.
L'animazione digitale alterna momenti del tutto ordinari se non grossolani a particolari e sequenze ben riuscite, molto buoni alcuni ambienti, nel complesso un risultato discreto che si lascia anche apprezzare dallo spettatore capace di dimenticarsi di aver visto qualche film Disney o Pixar (per stare nel digitale), perché se si ricorda di quelli è ovviamente finita.
In tutta sincerità poi non ho mai trovato interessanti i cartoni animati di Doraemon e non è stato di certo questo film a risvegliare un interesse che nei confronti di questi personaggi continua a rimanere sopito. La visione invece può essere apprezzata dai bambini che in linea di massima ai cartoni animati tendono a perdonare molte più cose di quanto non facciamo (giustamente) noi adulti. In fin dei conti anche per passare una serata tranquilla, se avete più opzioni, potete trovare facilmente di meglio.
giovedì 17 marzo 2016
GLI UOMINI IN NERO
(di Alfredo Castelli e Giancarlo Alessandrini)
Se, come dicevo nel post dedicato al primo numero di Dylan Dog, nell'86 avevo poco più di undici anni e pochi soldi in tasca, nell'aprile del 1982 di anni non ne avevo neanche sette e i soldi a malapena sapevo a cosa servissero (ah, che bei tempi). Forse è in quella data, ancor più che con la successiva uscita nelle edicole italiane dell'indagatore dell'incubo, che in casa Bonelli cambiò qualcosa, proprio grazie al primo albo di Martin Mystère: Gli uomini in nero.
Si passava dall'avventura classica ai generi, dal western di Tex e dalle peripezie di Zagor e Mister No (che qualche spallata già l'aveva data), ai temi colti di Martin Mystere, all'horror di Dylan Dog, alla fantascienza di Nathan Never, al poliziesco di Nick Raider e così via. I protagonisti diventavano più complessi, le atmosfere e le psicologie meglio costruite, la proposta andava a variegarsi.
A prescindere dall'età anagrafica di ciascuno di noi, a prescindere dalle storie che oggi leggiamo con maggiore piacere rispetto ad altre, a dispetto dei generi trattati, ognuno di noi appassionati di fumetto, chi più chi meno, porta nel cuore il suo personaggio Bonelli, quello al quale è più legato. Per mio padre questi è sicuramente Tex, per lo zio che foraggiava i primi albi negli anni dell'infanzia sarà stato con tutta probabilità il Comandante Mark, per me è Martin Mystère. Nonostante siano anni che non leggo più le sue avventure a tutt'oggi rimane il mio personaggio Bonelli. All'epoca, quando lo leggevo con regolarità, oltre a divertirmi e intrattenermi mi dava l'impressione di insegnarmi un mucchio di cose. Ovviamente l'incontro con Martin avvenne ad avventura editoriale già inoltrata, poi il recupero dei Tutto Mystère, etc...
Ora, a mente fredda, l'esordio del buon vecchio zio Marty mi sembra non abbia la forza che riesco ancora ad attribuire a un albo come L'alba dei morti viventi del collega Dylan Dog. A fare la differenza è proprio la necessità di calarsi con calma nelle vicende di Mystère, di coglierne tutti gli spunti legati alla nostra realtà e ai misteri della nostra Storia, di capire il motore che muove i personaggi (caratteristica comune a diverse serie a dire il vero) e, in questo primo albo soprattutto, carpire qualche elemento chiave.
Quello fondamentale qui sono gli uomini in nero, organizzazione con ramificazioni praticamente ovunque dedita a preservare lo status quo, il potere consolidato. In un mondo fatto di misteri e relative scoperte, alcune delle quali capaci di cambiare o evolvere le conoscenze a disposizione dell'umanità, ci sarà sempre chi gioca sull'assunto che sapere è potere, di contro, ovviamente non sapere è non potere. Non potere cambiare le cose, non potere dare maggiori possibilità ai più, l'imperativo è quindi occultare, insabbiare, preservare. Per questo ci sono gli uomini in nero.
Castelli si prende i suoi tempi per costruire la storia, quindici pagine di prologo e altre venti di sequenza subacquea solo al termine della quale vedremo per la prima volta in volto Martin Mystère e il sodale Java. Dal Mar delle Azzorre ai monti della Grecia sarà il mito del continente perduto a farla da padrone in questa prima avventura nella quale Mystère si troverà di fronte la temibile organizzazione, mentre molte basi di quella che sarà una serie di grande successo vengono gettate da Castelli e Alessandrini che già dal primo numero crea lo stile grafico di riferimento per il personaggio, sua la versione che più o meno tutti ricordano ancora oggi dopo tanti anni, e il prossimo Aprile (2017) ne saranno passati trentacinque da quel lontano esordio.
Se, come dicevo nel post dedicato al primo numero di Dylan Dog, nell'86 avevo poco più di undici anni e pochi soldi in tasca, nell'aprile del 1982 di anni non ne avevo neanche sette e i soldi a malapena sapevo a cosa servissero (ah, che bei tempi). Forse è in quella data, ancor più che con la successiva uscita nelle edicole italiane dell'indagatore dell'incubo, che in casa Bonelli cambiò qualcosa, proprio grazie al primo albo di Martin Mystère: Gli uomini in nero.
Si passava dall'avventura classica ai generi, dal western di Tex e dalle peripezie di Zagor e Mister No (che qualche spallata già l'aveva data), ai temi colti di Martin Mystere, all'horror di Dylan Dog, alla fantascienza di Nathan Never, al poliziesco di Nick Raider e così via. I protagonisti diventavano più complessi, le atmosfere e le psicologie meglio costruite, la proposta andava a variegarsi.
A prescindere dall'età anagrafica di ciascuno di noi, a prescindere dalle storie che oggi leggiamo con maggiore piacere rispetto ad altre, a dispetto dei generi trattati, ognuno di noi appassionati di fumetto, chi più chi meno, porta nel cuore il suo personaggio Bonelli, quello al quale è più legato. Per mio padre questi è sicuramente Tex, per lo zio che foraggiava i primi albi negli anni dell'infanzia sarà stato con tutta probabilità il Comandante Mark, per me è Martin Mystère. Nonostante siano anni che non leggo più le sue avventure a tutt'oggi rimane il mio personaggio Bonelli. All'epoca, quando lo leggevo con regolarità, oltre a divertirmi e intrattenermi mi dava l'impressione di insegnarmi un mucchio di cose. Ovviamente l'incontro con Martin avvenne ad avventura editoriale già inoltrata, poi il recupero dei Tutto Mystère, etc...
Ora, a mente fredda, l'esordio del buon vecchio zio Marty mi sembra non abbia la forza che riesco ancora ad attribuire a un albo come L'alba dei morti viventi del collega Dylan Dog. A fare la differenza è proprio la necessità di calarsi con calma nelle vicende di Mystère, di coglierne tutti gli spunti legati alla nostra realtà e ai misteri della nostra Storia, di capire il motore che muove i personaggi (caratteristica comune a diverse serie a dire il vero) e, in questo primo albo soprattutto, carpire qualche elemento chiave.
Quello fondamentale qui sono gli uomini in nero, organizzazione con ramificazioni praticamente ovunque dedita a preservare lo status quo, il potere consolidato. In un mondo fatto di misteri e relative scoperte, alcune delle quali capaci di cambiare o evolvere le conoscenze a disposizione dell'umanità, ci sarà sempre chi gioca sull'assunto che sapere è potere, di contro, ovviamente non sapere è non potere. Non potere cambiare le cose, non potere dare maggiori possibilità ai più, l'imperativo è quindi occultare, insabbiare, preservare. Per questo ci sono gli uomini in nero.
Castelli si prende i suoi tempi per costruire la storia, quindici pagine di prologo e altre venti di sequenza subacquea solo al termine della quale vedremo per la prima volta in volto Martin Mystère e il sodale Java. Dal Mar delle Azzorre ai monti della Grecia sarà il mito del continente perduto a farla da padrone in questa prima avventura nella quale Mystère si troverà di fronte la temibile organizzazione, mentre molte basi di quella che sarà una serie di grande successo vengono gettate da Castelli e Alessandrini che già dal primo numero crea lo stile grafico di riferimento per il personaggio, sua la versione che più o meno tutti ricordano ancora oggi dopo tanti anni, e il prossimo Aprile (2017) ne saranno passati trentacinque da quel lontano esordio.
domenica 13 marzo 2016
THE WALKING DEAD - STAGIONE 4
Stagione particolare la quarta di The Walking Dead, più frammentaria rispetto alle precedenti per quel che concerne lo sviluppo orizzontale della trama e il focus sui personaggi, forse per la prima volta le dinamiche di gruppo vengono lasciate leggermente da parte per concentrarsi su ciò che accade al singolo, per farci vedere i conflitti interiori di ogni personaggio e di come questi stiano reagendo al nuovo ordine mondiale, alla sopravvivenza forzata entro i confini di un'esistenza nella quale si viaggia a braccetto con la morte a destra e la violenza insensata a sinistra.
Non è stato facile riallacciare il discorso con le stagioni passate causa inserimento cospicuo di personaggi precedentemente solo accennati o visti per pochissimi minuti, gli esuli da Woodbury unitisi al gruppo di Rick (Andrew Lincoln) sono diversi e la loro presenza crea un piccolo senso di smarrimento nello spettatore che affronta la prima puntata. La prima parte della stagione è la più fiacca, un poco per l'innesto repentino dei personaggi di cui sopra, ormai ben inseriti nella vita all'interno della prigione usata dal gruppo come roccaforte, un po' perché il tema generale, quello dell'influenza mortale, risulta meno appassionante di altri, nonostante nell'economia di questo nuovo mondo anche questa era una direzione senz'altro da esplorare (e molto verosimile tra l'altro).
L'attenzione torna poi a spostarsi sul Governatore (David Morrisey), tra i personaggi più complessi e interessanti della stagione, lungo il suo cammino post Woodbury seguiamo la creazione di un nuovo gruppo destinato inevitabilmente a scontrarsi con i nostri eroi (???).
In seguito agli eventi di metà stagione il gruppo si sparpaglierà, sarà questa l'occasione per la produzione di concentrarsi sui singoli elementi, andando a costruire ancora un pezzo personaggi già ottimi come Carol (Melissa McBride), Daryl (Norman Reedus), Beth (Emily Kinney) e i soliti Rick e Michonne (Danai Gurira). Se le metafore sociali esplorate finora attraverso le relazioni dei personaggi all'interno e all'esterno del gruppo si affievoliscono, non mancano ancora ottime puntate basate sull'introspezione dei caratteri nelle quali emozioni e colpi bassi non si risparmiano.
Il finale incuriosisce a crea una buona aspettativa per la stagione successiva soprattutto grazie al nuovo atteggiamento del leader Rick Grimes, affidabile condottiero o potenziale folle?
Non è stato facile riallacciare il discorso con le stagioni passate causa inserimento cospicuo di personaggi precedentemente solo accennati o visti per pochissimi minuti, gli esuli da Woodbury unitisi al gruppo di Rick (Andrew Lincoln) sono diversi e la loro presenza crea un piccolo senso di smarrimento nello spettatore che affronta la prima puntata. La prima parte della stagione è la più fiacca, un poco per l'innesto repentino dei personaggi di cui sopra, ormai ben inseriti nella vita all'interno della prigione usata dal gruppo come roccaforte, un po' perché il tema generale, quello dell'influenza mortale, risulta meno appassionante di altri, nonostante nell'economia di questo nuovo mondo anche questa era una direzione senz'altro da esplorare (e molto verosimile tra l'altro).
L'attenzione torna poi a spostarsi sul Governatore (David Morrisey), tra i personaggi più complessi e interessanti della stagione, lungo il suo cammino post Woodbury seguiamo la creazione di un nuovo gruppo destinato inevitabilmente a scontrarsi con i nostri eroi (???).
In seguito agli eventi di metà stagione il gruppo si sparpaglierà, sarà questa l'occasione per la produzione di concentrarsi sui singoli elementi, andando a costruire ancora un pezzo personaggi già ottimi come Carol (Melissa McBride), Daryl (Norman Reedus), Beth (Emily Kinney) e i soliti Rick e Michonne (Danai Gurira). Se le metafore sociali esplorate finora attraverso le relazioni dei personaggi all'interno e all'esterno del gruppo si affievoliscono, non mancano ancora ottime puntate basate sull'introspezione dei caratteri nelle quali emozioni e colpi bassi non si risparmiano.
Il finale incuriosisce a crea una buona aspettativa per la stagione successiva soprattutto grazie al nuovo atteggiamento del leader Rick Grimes, affidabile condottiero o potenziale folle?
giovedì 10 marzo 2016
ZOOTROPOLIS
(Zootopia di Byron Howard e Rich Moore, 2016)
Altro centro per la Walt Disney Animation Studios che con il suo cinquantacinquesimo classico torna a raccontarci una storia con protagonisti gli animali antropomorfi che tanto hanno dato in termini di prestigio all'azienda di papà Walt. non solo quindi paperi e topi, non solo Paperopoli e Topolinia ma anche volpi e conigli e il fantastico mondo di Zootropolis, l'utopica città dove predatori e prede convivono finalmente in grande armonia.
E Zootropolis (la città, non il film) è davvero un mondo fantastico, concettualmente ma anche visivamente, per lo spettatore e per la piccola protagonista Judy che la vede per la prima volta in vita sua. Sceneggiatori e animatori hanno avuto delle buone intuizioni portate tecnicamente sullo schermo in maniera superba. Affinché Zootropolis, città amministrata dal leone e sindaco Leodore Lionheart, possa essere quell'utopico luogo d'appartenenza per ogni specie animale è di conseguenza costruita in maniera che ogni suo quartiere possa rispecchiare le caratteristiche di un diverso habitat naturale. I suoi mezzi di trasporto accompagnano lo spettatore dai ghiacci polari alla foresta pluviale, dagli spazi urbani a quelli pensati per gli animali di piccola taglia.
Mentre il titolo italiano Zootropolis richiama il concetto di città degli animali, l'originale Zootopia vola più in alto abbracciando l'idea che sta dietro il luogo fisico, l'utopia di una convivenza pacifica con il diverso, con chi è altro da noi, insieme a quello del pregiudizio è questo il grande tema trattato dal film. Come sempre poi c'è il classico motto del credere in se stessi, del se vuoi lo puoi, del puoi essere tutto ciò che ti piace, etc...
Ed è proprio la coniglietta (no, non di Playboy) Judy a voler diventare la prima poliziotta coniglio di Zootropolis, ruolo solitamente ricoperto da rinoceronti, leoni, bufali o ghepardi. Proprio lei, cresciuta in campagna e destinata alla coltivazione delle carote. Ma Judy è tosta, supera gli esami all'accademia e ottiene l'agognato posto in polizia dove Capitan Bogo, un bufalo, l'assegna alla... direzione del traffico cittadino, nonostante in città ci siano diverse indagini pendenti su ben quattordici casi di predatori scomparsi.
Durante l'espletamento delle sue funzioni Judy incontrerà la volpe Nick, piccolo truffatore che involontariamente le fornirà un indizio per avviare la ricerca del Signor Ottenton, una donnola scomparsa e uno dei casi insoluti a carico del dipartimento di polizia.
Dna da buddy movie con derive poliziesche, Zootropolis si rivela un film pieno di spunti (tutti potenzialmente buoni per futuri sviluppi), grandi doti comiche (applausi a scena aperta e standing ovation per il bradipo Flash) e possibilità illimitate di esplorare zone e quartieri di una città affascinante sin dalla sua prima apparizione. Ormai il comparto tecnico, che sia Pixar o Disney, è più che rodato e difficilmente delude, qui poi ci sono parecchia inventiva, tanta fantasia e una bella storia. Certo Zootopia non è un capolavoro come Inside Out, però è un film che merita sicuramente la visione al cinema. E poi quella in dvd, poi magari quella in tv, poi...
PS: da non perdere le varie citazioni che qui non voglio spoilerare, davvero spassose!
Altro centro per la Walt Disney Animation Studios che con il suo cinquantacinquesimo classico torna a raccontarci una storia con protagonisti gli animali antropomorfi che tanto hanno dato in termini di prestigio all'azienda di papà Walt. non solo quindi paperi e topi, non solo Paperopoli e Topolinia ma anche volpi e conigli e il fantastico mondo di Zootropolis, l'utopica città dove predatori e prede convivono finalmente in grande armonia.
E Zootropolis (la città, non il film) è davvero un mondo fantastico, concettualmente ma anche visivamente, per lo spettatore e per la piccola protagonista Judy che la vede per la prima volta in vita sua. Sceneggiatori e animatori hanno avuto delle buone intuizioni portate tecnicamente sullo schermo in maniera superba. Affinché Zootropolis, città amministrata dal leone e sindaco Leodore Lionheart, possa essere quell'utopico luogo d'appartenenza per ogni specie animale è di conseguenza costruita in maniera che ogni suo quartiere possa rispecchiare le caratteristiche di un diverso habitat naturale. I suoi mezzi di trasporto accompagnano lo spettatore dai ghiacci polari alla foresta pluviale, dagli spazi urbani a quelli pensati per gli animali di piccola taglia.
Mentre il titolo italiano Zootropolis richiama il concetto di città degli animali, l'originale Zootopia vola più in alto abbracciando l'idea che sta dietro il luogo fisico, l'utopia di una convivenza pacifica con il diverso, con chi è altro da noi, insieme a quello del pregiudizio è questo il grande tema trattato dal film. Come sempre poi c'è il classico motto del credere in se stessi, del se vuoi lo puoi, del puoi essere tutto ciò che ti piace, etc...
Ed è proprio la coniglietta (no, non di Playboy) Judy a voler diventare la prima poliziotta coniglio di Zootropolis, ruolo solitamente ricoperto da rinoceronti, leoni, bufali o ghepardi. Proprio lei, cresciuta in campagna e destinata alla coltivazione delle carote. Ma Judy è tosta, supera gli esami all'accademia e ottiene l'agognato posto in polizia dove Capitan Bogo, un bufalo, l'assegna alla... direzione del traffico cittadino, nonostante in città ci siano diverse indagini pendenti su ben quattordici casi di predatori scomparsi.
Durante l'espletamento delle sue funzioni Judy incontrerà la volpe Nick, piccolo truffatore che involontariamente le fornirà un indizio per avviare la ricerca del Signor Ottenton, una donnola scomparsa e uno dei casi insoluti a carico del dipartimento di polizia.
Dna da buddy movie con derive poliziesche, Zootropolis si rivela un film pieno di spunti (tutti potenzialmente buoni per futuri sviluppi), grandi doti comiche (applausi a scena aperta e standing ovation per il bradipo Flash) e possibilità illimitate di esplorare zone e quartieri di una città affascinante sin dalla sua prima apparizione. Ormai il comparto tecnico, che sia Pixar o Disney, è più che rodato e difficilmente delude, qui poi ci sono parecchia inventiva, tanta fantasia e una bella storia. Certo Zootopia non è un capolavoro come Inside Out, però è un film che merita sicuramente la visione al cinema. E poi quella in dvd, poi magari quella in tv, poi...
PS: da non perdere le varie citazioni che qui non voglio spoilerare, davvero spassose!
martedì 8 marzo 2016
VINCENZINA 009
A tutte le donne un augurio sincero affinché possano godere della felicità che contraddistingue la nostra Vincenzina.
Per chi fosse interessato ad acquistare una copia nell'edizione della Red dei libri di Bradi Pit o di Vincenzina potrà richiederla direttamente a Giuseppe contattandolo all'indirizzo email scapigliati@aruba.it
Per chi fosse interessato ad acquistare una copia nell'edizione della Red dei libri di Bradi Pit o di Vincenzina potrà richiederla direttamente a Giuseppe contattandolo all'indirizzo email scapigliati@aruba.it
MISTER NO - COME UN ROMANZO
Certo è che con gli Avventura Magazine, e con questo in particolare, non ci si può proprio lamentare del rapporto prezzo/tempo di lettura. E non si capisce perché allo stesso identico prezzo (6,30 euro) il Dylan Dog Magazine debba essere molto più smilzo. Beh, in realtà si capisce anche, al momento nei due Avventura Magazine usciti finora non c'è quasi materiale inedito e quindi costi ridotti, etc., etc... e così mi sono risposto da solo.
In questo Mister No - Come un romanzo il lettore troverà giustificato il suo esborso in denaro da ore e ore di lettura, grazie a una formula particolare che alterna le pagine di fumetto a molte altre scritte in prosa, anche queste narranti le vicende del famoso Jerry Drake alias Mister No. L'albo è un corposo tomo a colori di 288 pagine aperto da un bell'excursus a cura di Luca Boschi sull'esperienza e la storia del Sergio Bonelli autore che sotto lo pseudonimo di Guido Nolitta ci ha lasciato pagine e pagine zeppe d'avventura regalando alla storia del fumetto italiano personaggi come Zagor e come lo stesso Mister No.
Il volume è un mega riassuntone della vita di Mister No precedente al suo arrivo in Amazzonia, dai primi passi mossi dal protagonista quattordicenne in quel di New York, e siamo nel 1936, fino ad arrivare alle tragiche esperienze vissute durante la Guerra Mondiale (e anche oltre con l'esperienza da reduce). L'espediente usato nella stesura dell'albo è il seguente: l'amico scrittore di Mister No, Phil Mulligan, si mette in testa di scrivere un romanzo sulla vita del suo compagno, narrando le fasi salienti della movimentata esistenza di Jerry Drake. Si alternano quindi pagine romanzate (scritte da Luigi Mignacco e arricchite dalle illustrazioni di Aldo Di Gennaro) a quelle tratte da vecchie storie di Mister No.
L'operazione mi è sembrata appetibile soprattutto ai fan di Mister No che trovano qui una sorta di libro ibrido dedicato a un personaggio da loro amato. Personalmente ho faticato un poco a portare a termine la lettura e non di certo per la mole dell'albo, aspetto che di norma non mi spaventa affatto. Probabilmente il fatto di star leggendo negli stessi giorni il Suttree di Cormac McCarthy affossa miseramente l'appeal che possono avere le pagine in prosa di Mignacco (che invece su altri fumetti mi è piaciuto molto). Ho trovato di contro troppo sacrificate le parti a fumetti, passaggi troppo brevi e poco corposi inseriti in una narrazione che non ho mai trovato avvincente. E anche le stesse sequenze non mi sembra possano considerarsi momenti salienti del fumetto italiano, almeno se presentate in questa maniera.
Con questo non voglio dire che l'albo sia da buttare, probabilmente è una lettura più adatta a chi ama Mister No un poco più di quanto non lo ami io, a prescindere da questo la formula non mi sembra comunque troppo indovinata, almeno non con questi nomi coinvolti. Poi che ad Alan Moore albi zeppi di testo e pagine di fumetti possano riuscire bene è un altro paio di maniche, allora la formula può avere senso, messa giù così invece... non so.
In questo Mister No - Come un romanzo il lettore troverà giustificato il suo esborso in denaro da ore e ore di lettura, grazie a una formula particolare che alterna le pagine di fumetto a molte altre scritte in prosa, anche queste narranti le vicende del famoso Jerry Drake alias Mister No. L'albo è un corposo tomo a colori di 288 pagine aperto da un bell'excursus a cura di Luca Boschi sull'esperienza e la storia del Sergio Bonelli autore che sotto lo pseudonimo di Guido Nolitta ci ha lasciato pagine e pagine zeppe d'avventura regalando alla storia del fumetto italiano personaggi come Zagor e come lo stesso Mister No.
Il volume è un mega riassuntone della vita di Mister No precedente al suo arrivo in Amazzonia, dai primi passi mossi dal protagonista quattordicenne in quel di New York, e siamo nel 1936, fino ad arrivare alle tragiche esperienze vissute durante la Guerra Mondiale (e anche oltre con l'esperienza da reduce). L'espediente usato nella stesura dell'albo è il seguente: l'amico scrittore di Mister No, Phil Mulligan, si mette in testa di scrivere un romanzo sulla vita del suo compagno, narrando le fasi salienti della movimentata esistenza di Jerry Drake. Si alternano quindi pagine romanzate (scritte da Luigi Mignacco e arricchite dalle illustrazioni di Aldo Di Gennaro) a quelle tratte da vecchie storie di Mister No.
L'operazione mi è sembrata appetibile soprattutto ai fan di Mister No che trovano qui una sorta di libro ibrido dedicato a un personaggio da loro amato. Personalmente ho faticato un poco a portare a termine la lettura e non di certo per la mole dell'albo, aspetto che di norma non mi spaventa affatto. Probabilmente il fatto di star leggendo negli stessi giorni il Suttree di Cormac McCarthy affossa miseramente l'appeal che possono avere le pagine in prosa di Mignacco (che invece su altri fumetti mi è piaciuto molto). Ho trovato di contro troppo sacrificate le parti a fumetti, passaggi troppo brevi e poco corposi inseriti in una narrazione che non ho mai trovato avvincente. E anche le stesse sequenze non mi sembra possano considerarsi momenti salienti del fumetto italiano, almeno se presentate in questa maniera.
Con questo non voglio dire che l'albo sia da buttare, probabilmente è una lettura più adatta a chi ama Mister No un poco più di quanto non lo ami io, a prescindere da questo la formula non mi sembra comunque troppo indovinata, almeno non con questi nomi coinvolti. Poi che ad Alan Moore albi zeppi di testo e pagine di fumetti possano riuscire bene è un altro paio di maniche, allora la formula può avere senso, messa giù così invece... non so.
lunedì 7 marzo 2016
L'ISPETTORE COLIANDRO - QUINTA STAGIONE
Non riesco a essere imparziale, L'ispettore Coliandro è l'unico vero motivo per cui valga la pena pagare il canone Rai. Vabbè, poi c'è la Coppa del mondo di sci e magari qualche altra cosetta, però nel campo fiction c'è solo Coliandro (almeno per quel che riguarda la produzione nostrana). Personalmente non trovo nulla che riesca a divertirmi come quel coglioncione di Morelli nei panni di Coliandro, forse nemmeno la cricca sciroccata di Big Bang Theory.
Dopo l'esilio forzato per mancanza di fondi, tornano i Manetti Bros e Lucarelli con la loro creatura, richiesti a gran voce dai fan dello show; sei nuove puntate e la promessa di almeno un'ulteriore stagione, la sesta. C'è poco da innovare, Coliandro è sempre stato perfetto così com'è, talmente imperfetto da risultare insostituibile, creatura unica nel panorama televisivo italiano, in sua assenza decisamente più monotono. In questa nuova stagione forse i Manetti Bros si concedono diversi passaggi molto esagerati e fumettistici, anche poco credibili per qualsiasi narrazione con pretese d'adesione alla realtà ma che nell'economia del personaggio Coliandro non stonano più di tanto. In almeno un paio di episodi si sperimenta con la costruzione della trama, solitamente abbastanza canonica, per il resto le caratteristiche e i personaggi che hanno contribuito a creare questa nicchia di successo per la serie ci sono ancora tutte.
Coliandro (Giampaolo Morelli) è il solito cazzaro combinaguai, apparentemente sessista, razzista e cafone ma capace di slanci d'altruismo verso chiunque, un cuore buono in una confezione che a volte lascia a desiderare, e in quel lasciare a desiderare scappa fuori tutta la carica divertente del personaggio. Ad affiancarlo il cast ormai storico della serie: il fido Gargiulo (Giuseppe Soleri), l'ispettore Gambero (Paolo Sassanelli), Bertuccia (Caterina Silva), il commissario De Zan (Alessandro Rossi) e il vice procuratore Longhi (Veronika Logan). Nuovo ingresso quello della giovane agente Buffarini detta Buffa (Benedetta Cimatti), tipo sveglio e spesso determinante nelle indagini (hai capito la Buffa?).
Poi ci sono le donne che sembrano non poter fare a meno di invaghirsi di quel minchia di Coliandro, tutte, dalle più toste alle più fragili, e mai che gliene capiti una brutta, quest'anno sfilano Weronika Ksiazkiewicz, Serena Rossi, Mariela Garriga, Ilaria Giachi e Francesca Chillemi.
L'Ispettore Coliandro è liberatorio, sempre pronto alla battutaccia, quella che magari in buona fede verrebbe in mente anche a molti di noi ma che quasi tutti per decenza si astengono dal proferire ad alta voce, rappresenta un po' quel cinismo finto, buono per farsi quattro risate, ma che nasconde dietro di sé un'educazione fatta di principi sani e forti. Insomma, l'ispettore è un cazzone buono e a noi ci piace così.
Dopo l'esilio forzato per mancanza di fondi, tornano i Manetti Bros e Lucarelli con la loro creatura, richiesti a gran voce dai fan dello show; sei nuove puntate e la promessa di almeno un'ulteriore stagione, la sesta. C'è poco da innovare, Coliandro è sempre stato perfetto così com'è, talmente imperfetto da risultare insostituibile, creatura unica nel panorama televisivo italiano, in sua assenza decisamente più monotono. In questa nuova stagione forse i Manetti Bros si concedono diversi passaggi molto esagerati e fumettistici, anche poco credibili per qualsiasi narrazione con pretese d'adesione alla realtà ma che nell'economia del personaggio Coliandro non stonano più di tanto. In almeno un paio di episodi si sperimenta con la costruzione della trama, solitamente abbastanza canonica, per il resto le caratteristiche e i personaggi che hanno contribuito a creare questa nicchia di successo per la serie ci sono ancora tutte.
Coliandro (Giampaolo Morelli) è il solito cazzaro combinaguai, apparentemente sessista, razzista e cafone ma capace di slanci d'altruismo verso chiunque, un cuore buono in una confezione che a volte lascia a desiderare, e in quel lasciare a desiderare scappa fuori tutta la carica divertente del personaggio. Ad affiancarlo il cast ormai storico della serie: il fido Gargiulo (Giuseppe Soleri), l'ispettore Gambero (Paolo Sassanelli), Bertuccia (Caterina Silva), il commissario De Zan (Alessandro Rossi) e il vice procuratore Longhi (Veronika Logan). Nuovo ingresso quello della giovane agente Buffarini detta Buffa (Benedetta Cimatti), tipo sveglio e spesso determinante nelle indagini (hai capito la Buffa?).
Poi ci sono le donne che sembrano non poter fare a meno di invaghirsi di quel minchia di Coliandro, tutte, dalle più toste alle più fragili, e mai che gliene capiti una brutta, quest'anno sfilano Weronika Ksiazkiewicz, Serena Rossi, Mariela Garriga, Ilaria Giachi e Francesca Chillemi.
L'Ispettore Coliandro è liberatorio, sempre pronto alla battutaccia, quella che magari in buona fede verrebbe in mente anche a molti di noi ma che quasi tutti per decenza si astengono dal proferire ad alta voce, rappresenta un po' quel cinismo finto, buono per farsi quattro risate, ma che nasconde dietro di sé un'educazione fatta di principi sani e forti. Insomma, l'ispettore è un cazzone buono e a noi ci piace così.
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