sabato 24 dicembre 2022

REVOLVER

(di Sergio Sollima, 1973)

Sergio Sollima è stato regista capace di attraversare i generi pur non avendo, almeno al cinema, prodotto una mole d'opere così cospicua, una dozzina di lungometraggi in tutto e poi teatro e televisione; gli spettatori vicini alla mia generazione tra le sue regie ricorderanno principalmente i prodotti legati al Sandokan di Kabir Bedi, grande successo di fine anni Settanta, quelli un po' più vecchiotti i suoi spaghetti western (La resa dei conti, Faccia a faccia, Corri uomo corri) e in seguito i film assimilabili al poliziottesco tipico nostrano (Città violenta, Il diavolo nel cervello e questo Revolver). Come già accadeva nei suoi western, anche con Revolver, alla struttura del poliziesco Sollima unisce echi di denuncia politica, una presa di posizione (anche un po' confusa nello sviluppo della storia) che evidenzia come dietro le istituzioni si nasconda spesso del marcio, quella corruzione che per il cittadino, anche quello di un certo peso come un vice direttore delle carceri, diventa impossibile da affrontare e da vincere e di fronte alla quale, una volta trovatosi a doverci fare i conti, non resta che inchinarsi nel cordoglio dell'umiliazione.

Vito Cipriani (l'attore inglese Oliver Reed) è vice direttore delle carceri di Milano, un uomo onesto da poco sposato con la bella e giovane moglie Anna (Agostina Belli). Durante un turno di servizio due uomini arrivati da fuori città rapiscono la signora Cipriani; in seguito a questo evento a Vito Cipriani viene intimato di organizzare l'evasione di un delinquente di mezza tacca, tal Milo Ruiz (Fabio Testi) che in precedenza aveva partecipato a un colpo finito male in seguito al quale un suo compagno di malefatte aveva perso la vita. In contemporanea a questi avvenimenti un importante industriale in campo petrolifero, Harmakolas (Jean Degrave), viene freddato senza pietà in mezzo alla strada, omicidio che in qualche modo influirà sulle vicende che Ruiz e Cipriani si troveranno, loro malgrado, a dover affrontare insieme. Con il pensiero fisso alla giovane moglie a Cipriani non resta che far evadere il delinquente, ma il vice direttore non è uno sprovveduto, farà di tutto per gestire la situazione in modo da ottenere il rilascio di Anna anche se questo vorrà dire allearsi con Ruiz, un genere d'uomo che Cipriani sinceramente disprezza. Nel dipanarsi dell'intrigo molti personaggi verranno coinvolti, da ambigui avvocati (Reinhard Kolldehoff), a rockstar affermate (Daniel Beretta) e loschi faccendieri (Frédéric de Pasquale).

Come accade per molti film appartenenti al filone del poliziottesco, anche per Revolver non si può parlare di grande film, non siamo di certo ai livelli di Milano calibro 9, giusto per rimanere nel novero di quelli considerati b-movies, Sollima però confeziona con gran mestiere un film solido che ha almeno il pregio, da non sottovalutare, di presentare un grandissimo finale, amarissimo e per il quale volentieri ci spendiamo due superlativi nella stessa frase. Si lascia apprezzare la volontà di Sollima di denunciare un'italica predisposizione dei poteri forti ad assumere il ruolo di prepotenti impuniti, a contrastarli con scarso successo abbiamo qui la più classica delle strane coppie cinematografiche, un rappresentante delle forze dell'ordine e un criminale. Fabio Testi è un habitué del genere, volto angelico per un protagonista qui meno forte e deciso che altrove, ben compensato dalla presenza ingombrante, anche fisicamente, di un Oliver Reed impassibile, che lavora di sguardi e di dilanianti tormenti interiori. È davvero possibile fare la cosa giusta quando in pericolo c'è l'amore della vita, nella fattispecie un'incantevole Agostina Belli? Probabilmente no.

giovedì 22 dicembre 2022

IL SEGNO DELL'ALLEANZA

(Captain Vorpatril's alliance di Lois McMaster Bujold, 2012)

Per l'ottava uscita della collana commemorativa Urania 70 viene pubblicato questo Il segno dell'alleanza della scrittrice statunitense originaria dell'Ohio Lois McMaster Bujold; a prima vista la scelta di editare questo romanzo in particolare potrebbe sembrare quantomeno singolare, Il segno dell'alleanza è infatti solo uno dei tantissimi capitoli che compongono quello che è denominato Il ciclo dei Vor inaugurato dalla McMaster (e parte preponderante del suo corpo d'opera) già nel lontano 1986 con L'onore dei Vor. Nella cronologia del suddetto ciclo questo corposo romanzo si colloca più o meno come ventesima uscita, è quindi già stato raccontato molto sull'assetto galattico in cui si muovono i nostri personaggi, nella fattispecie il capitano barrayarano Ivan Xav Vorpatril (e famiglia), la jacksoniana Tej proveniente dalla (ex) casata regnante dei Cordonah e la sua amica e compagna di avventure Rish, quasi una sorella in realtà, una gemma, ovvero un essere modificato geneticamente per essere una danzatrice perfetta e un'intrattenitrice per gli ospiti illustri della casata Cordonah. Nonostante siano molti i pregressi e non manchino i riferimenti a tutta una serie di personaggi imparentati con Ivan Xav principalmente (ma anche quelli legati al passato di Tej e Rish), il romanzo si può leggere anche senza conoscere i capitoli precedenti della saga essendo questo una sorta di ampliamento alle altre avventure che vedono protagonista un altro membro della stirpe dei Vor, Miles Vorkosigan. Non si avverte quindi quella sensazione di essere entrati in sala a metà film, si intuisce che lo scenario è ben più ampio di quello descritto in queste pagine ma la vicenda di Ivan Xav e Tej, pur con un po' di confusione generata dai "millemila" nomi citati, può comunque essere seguita e compresa.

Il (co)protagonista di questo romanzo è il capitano Ivan Xav Vorpatril che del personaggio principale della saga, qui praticamente assente, Miles Vorkosigan, è il cugino. Di stanza su Komarr Ivan è l'attendente del comandante Desplains del Servizio Imperiale Barrayarano, reparto operazioni di Vorbarr Sultana, un'assegnazione più che comoda per uno come Ivan che volentieri se ne sta in disparte dai grandi movimenti dell'Impero e dalle macchinazioni delle varie famiglie, compresa la sua, che all'interno di questo rivestono una certa importanza. Le grane per Ivan iniziano quando l'amico Byerly Vorrutier gli chiede di raccogliere informazioni su una giovane donna che potrebbe non essere quella che dice di essere e avere una certa rilevanza per alcune persone e per l'ImpSec, il servizio di sicurezza dell'Impero, insomma una situazione ingarbugliata per un compito che dovrebbe essere per Ivan tutto sommato semplice. Ivan incontra così la bellissima Tej e la sua amica geneticamente alterata Rish, purtroppo il Nostro verrà coinvolto nel tentativo di rapimento da parte di una piccola cellula di agenti non meglio identificati determinati a catturare Tej e Rish; nonostante l'andi da farfallone sciupafemmine di Ivan, il ragazzo in realtà si dimostra parecchio sveglio e pronto di riflessi tanto da far uscire le due donne da una brutta situazione. Da quel momento le vite di Ivan e Tej saranno sempre più legate, un legame che però dovrà scontrarsi non solo con le persone che cercano Tej ma anche con i guai portati dalle rispettive famiglie dei due giovani.

Troppe. Troppe. Parole. Il segno dell'alleanza è un romanzo che parte con il piede giusto: dinamico, frizzante e leggero per un buon pezzo finché iniziamo a conoscerne i protagonisti e seguiamo il rocambolesco primo incontro tra Ivan e Tej con conseguente cambio di status per i due. Poi, preoccupata (giustamente) dal fatto che molti lettori potrebbero non aver letto i venti e fischia romanzi precedenti della saga, l'autrice ci accompagna nel tratteggio di un mondo e di una rete di relazioni tra dinastie, casate, famiglie e pianeti sinceramente complessa e corposa. Con l'avanzare delle pagine si perde un poco il brio della prima parte e la narrazione si perde in dettagli, parenti e parentele che soffocano un poco la storia che avrebbe giovato di maggior dinamismo e di qualche bella sforbiciata. La lettura rimane comunque sempre abbastanza piacevole, qualche momento di stanca qua e là lo si avverte, ma a essere del tutto sinceri affrontando questo Il segno dell'alleanza non si è invogliati a esplorare gli altri capitoli delle avventure dei Vorpatril/Vorkosigan. Avrebbe forse potuto giovare proporre il primo libro del Ciclo dei Vor? Chissà, vero è che ad ogni modo questo romanzo è leggibile a sé stante, però l'impressione è che se non si è addentro alla saga un pochino in sofferenza si possa andare. Il nodo centrale diventa presto la relazione tra Ivan e Tej, prima di comodo, poi sempre più sincera, almeno finché non interverrà la famiglia della ragazza a complicare ulteriormente la situazione; questo lato "sentimentale", anche divertente se vogliamo, si perde un po' per strada nell'avvicinarsi al finale riprendendo corpo solo nell'ultima parte del libro, un po' un peccato a dirla tutta. A conti fatti non male come lettura ma in diversi momenti non si vede davvero l'ora di arrivare alla fine.

martedì 20 dicembre 2022

THE ASSASSIN

(di Hou Hsiao-hsien, 2015)

A tutt'oggi The assassin resta l'ultima opera del regista naturalizzato taiwanese Hou Hsiao-hsien, film che già nel 2015 arrivava dopo un'assenza dagli schermi da parte del maestro durata ben otto lunghi anni. Abbiamo già avuto modo tempo addietro di parlare dei primi film di Hou Hsiao-hsien e della nascita nella prima metà degli anni Ottanta della New Wave del cinema taiwanese, grazie all'attenzione che la sezione Fuori Orario di Raiplay (mutuata dall'omonima trasmissione notturna) tributa al lavoro del regista con una certa continuità è stato possibile recuperare anche il suo The assassin, ultima sua opera a disposizione sulla piattaforma gratuita solo per un numero limitato di giorni. Da quei primi film di Hsiao-hsien (Cute girl, The green green grass of home, I ragazzi di Feng Kuei) di acqua sotto i ponti ne è passata davvero molta e il cinema del regista risulta essere sia per temi che per estetica completamente diverso. The assassin è un'opera in prevalenza formale, dove la costruzione delle inquadrature, i movimenti di camera, la meraviglia che si apre su paesaggi di bellezza inarrivabile, il lavoro fatto con e dagli attori, superano di gran lunga l'importanza di una storia con pochi passaggi ma allo stesso tempo non così semplice da seguire (soprattutto se fruita in lingua originale), pur presentando questa qualche accenno di parallelo tra le situazioni in video e l'annosa questione politica tra Cina e Taiwan di cui già in passato abbiamo detto.

IX secolo, Cina, dinastia Tang. Il governo centrale retto dall'imperatore deve gestire gli screzi e i comportamenti di alcuni funzionari corrotti delle province periferiche, tra queste in particolare quelli della provincia Weibo. Per contrastare la corruzione è stato creato un ordine di assassini al servizio dell'impero dei quali fa parte Nie Yinniang (Shu Qi), una letale assassina tanto mortale quanto bella, taciturna ed elegante. In seguito al mancato compimento di una delle sue missioni, interrotta per un moto di pietà, la monaca Jia Xin (Fang Yi-Sheu), una sorta di addestratrice e maestra per Nie Yinniang, costringe l'assassina a dedicarsi a un incarico proprio nella provincia di Weibo della quale Nie è originaria. Qui la ragazza avrà il compito di eliminare il signorotto ribelle Tian Ji'an (Chang Chen) con il quale il sicario vanta un rapporto di parentela e al quale in gioventù Nie Yinniang era stata promessa in sposa. Quel vecchio legame non si è però mai sopito nei ricordi e nel cuore di Nie Yinniang che ora si trova di fronte a un dilemma profondo: deludere ancora Jia Xin e l'ordine degli assassini o andare contro i suoi sentimenti e portare a termine un compito per lei volutamente ostico e doloroso?

Hou Hsiao-hsien si cimenta con un wuxia anomalo, nonostante l'epoca in cui il film è ambientato, le situazioni, i costumi e le dinamiche della vicenda riconducano al genere più tradizionale del cinema orientale, le sequenze d'azione in The assassin sono molto limitate, anche il classico incedere leggiadro e "svolazzante" dei guerrieri, tipico del wuxia, è qui limitato a pochissimi passaggi. L'epica del gesto è  spesso relegata agli sguardi, alla trazione dei moti interiori che riversano dagli splendidi occhi di una Shu Qi magnifica, una perla di rara eleganza, per il resto il focus è tutto su una concezione formale per un film che dal punto di vista della messa in scena è semplicemente superbo, un contorno e una forma che eclissano la narrazione onestamente non così intrigante e nemmeno troppo chiara in ogni suo passaggio, ma poco importa, si guarda e si rimane a bocca aperta e ad occhi spalancati. Formato quadrato, anacronistico, primi momenti in un bianco e nero vivido, profondo e di una bellezza ottundente, poi il colore del décor, le scenografie precise e ricercate, i costumi quasi iperrealisti nella loro magnificenza, la natura mozzafiato delle foreste di betulle, la leggiadria dei movimenti, dei corpi, della telecamera e, al di là della storia, non si vorrebbe mai smettere di guardare. Capolavoro di forma, miglior regia a Cannes, si sono viste narrazioni sicuramente migliori, però messe giù così davvero poche volte.

domenica 18 dicembre 2022

L'ARTE DELLA FELICITÀ

(di Alessandro Rak, 2013)

Interessante realtà nostrana quella che ruota intorno al napoletano Alessandro Rak, uno dei fondatori dello studio Rak&Scop di stanza nei quartieri spagnoli di Napoli con il quale Rak ha prodotto animazione, fumetti, video musicali (24 Grana, Bisca) e altro ancora. L'arte della felicità è il primo lungometraggio d'animazione a cura di Rak, seguiranno poi ancora Gatta Cenerentola e il recente Yaya e Lennie - The walking liberty uscito lo scorso anno. Sceneggiato con toni in parte autobiografici da Luciano Stella, il film prende il titolo dall'omonima manifestazione culturale nata a Napoli per volere dello stesso Stella, diverrà poi, in seguito a un'elaborazione in fase di scrittura, un discorso universale sul dolore della perdita, degli affetti, sull'accantonare le passioni di una vita, quelle che quella vita permettono di riempirla e anche, in qualche misura, sugli antidoti ai quali si può ricorrere per non cadere nell'apatia, nelle depressioni, nel baratro di dolori troppo grandi e strazianti da affrontare con la dovuta lucidità. Tutto questo accade sullo sfondo di una Napoli per lo più inedita, molto piovosa, quasi apocalittica e mai solcata da un raggio di sole (da una pizza, da un mandolino, a sfatare i luoghi comuni) immersa però in una musicalità sempre affascinante e avvolgente.

A Napoli piove, piove a dirotto, come a incorniciare una situazione climatica tetra e avversa che ben rispecchia l'umore (nemmeno troppo passeggero) di Sergio, un tassista rinchiuso nell'abitacolo della sua automobile per tutta la durata del giorno, un'auto zozza, in disordine, dove si accumulano i rifiuti e si avvicendano passeggeri e storie capaci di aprire spiragli o lanciare frecciate di senso dentro al guscio di dolore di Sergio che col suo mestiere di tassista si sta autoinfliggendo un esilio nella tristezza, il taxi come un veicolo di sofferenza dovuta all'incapacità di superare la perdita dell'amato fratello Alfredo. Quest'ultimo è partito da tempo immemore alla volta del Tibet per seguire un percorso insieme ai monaci buddhisti, alle spalle lascia un fratello minore che ha ancora vivi tutti i ricordi di un'infanzia condivisa, gli sfottò del fratello più grande e soprattutto quella passione comune per la musica che è finanche impossibile da valutare per Sergio, tanto era preziosa e tanto capace di dare un senso vero all'esistenza dei due fratelli napoletani. Poi accade qualcosa, il Tibet, e così Sergio non solo perde Alfredo ma in qualche modo perde anche la musica, la voglia viscerale di avere proprio quella vita lì, a poco valgono tutti gli sforzi del fratello maggiore (ormai le videochiamate si fanno anche dai monasteri buddhisti) per cercare di convincere Sergio a non buttare la sua vita, a non punirsi e a cercare quella felicità alla quale Sergio sembra ormai aver rinunciato.

Alessandro Rak, insieme ai suoi collaboratori, compie il salto non facile dal disegno fermo a quello animato trovando uno stile molto felice che ben si sposa con una narrazione del reale, a un primo sguardo la cifra di stile messa in campo per realizzare questo L'arte della felicità fa in qualche modo pensare a tecniche come quella del rotoscopio, un processo con il quale la recitazione di attori in carne e ossa viene in seguito girata in animazione. Invece qui si è usata pura animazione riuscendo a trovare un realismo impressionante, un lavoro che rende merito alla scuola italiana in un campo dominato da produzioni estere, statunitensi soprattutto e giapponesi, con risultati di tutto rispetto. Al di là dell'ottima realizzazione tecnica L'arte della felicità mette in campo movimenti interiori ricchi e complessi, riuscendo a commuovere in diversi passaggi e ad avvincere grazie alle invettive di Sergio, allo scavo sul rapporto con un fratello ormai lontano che tanto ha significato per il protagonista. Gli incontri con i passeggeri del taxi regalano sempre qualcosa, uno spiraglio, attimi di consapevolezza, molto bella la figura dello zio Luciano, graziato dalla voce di Renato Carpentieri; a questo proposito si è attinto a belle voci della tradizione napoletana, oltre a Carpentieri anche l'indimenticabile Nando Paone, e poi Lucio Allocca, Patrizia Di Martino, Renato Polizzy Carbonelli (tutti dall'ormai storico Un Posto al Sole). Molto importante l'accompagnamento musicale che ci conduce attraverso una Napoli poco battuta, funestata dalla pioggia, da un po' di sconforto e da cumuli di immondizia, specchio esteriore di un disagio dell'anima. Ottimo risultato per quello che è a tutti gli effetti un esordio, urge quindi il recupero delle opere successive di questo autore da tenere sicuramente d'occhio.

giovedì 15 dicembre 2022

SHE HULK: ATTORNEY AT LAW

Difficile trovare un senso a questo nuovo prodotto seriale del Marvel Cinematic Universe, la serie dedicata a She-Hulk sembra qualcosa di poco catalogabile (nulla di male in questo, anzi) ma ancor più dà l'impressione di essere un qualcosa che non ha, e non cerca nemmeno di avere, una direzione precisa verso la quale dirigersi. Si punta su una serie di nove episodi di durata tutto sommato breve - e questa è stata una mossa molto indovinata in casa Marvel - che vive molto della trovata estemporanea, della situazione, della gag e anche (o soprattutto) di lussuosissimi ospiti, a partire dall'ovvia presenza di Mark Ruffalo nei panni dell'incredibile Hulk per continuare poi con un Tim Roth in forma splendida nei panni di Abominio fino ad arrivare, senza timor di spoiler (ormai ne hanno parlato tutti), all'introduzione ufficiale nel MCU di Daredevil anche lui inserito nel serial con una vena parecchio ironica. Non parliamo poi di Wong (Benedict Wong) che sta diventando come il prezzemolo. Ne viene fuori una comedy supereroica un po' bislacca, discontinua, che presenta dei bei momenti, passaggi divertenti e qualche calo di interesse comunque attutito dalla brevità delle puntate, se si guarda la serie senza troppe pretese non è escluso che alla fine la si possa trovare anche divertente.

Durante un incontro di famiglia Bruce Banner (Mark Ruffalo) e sua cugina Jennifer Walters (Tatiana Maslany) hanno un incidente d'auto a causa di un incontro ravvicinato del terzo tipo. I due rimangono feriti e un po' del sangue condito ai raggi gamma di Bruce, a.k.a. the Hulk, finisce sul braccio ferito di Jennifer contaminandola e dando vita alla sensazionale She-Hulk, una versione femminile e meno potente del colosso verde ma anche più equilibrata e in pieno possesso della capacità di traslare a comando da Jennifer a She-Hulk e viceversa. I veri guai iniziano quando Jennifer, che di mestiere fa l'avvocato, durante un'udienza è costretta a trasformarsi per arginare uno scriteriato attacco da parte della super criminale (o imprenditrice?) Titania (Jameela Jamil); in seguito all'evento Jennifer perderà il lavoro ma ben presto riceverà un'offerta da un grosso studio che sta aprendo una sezione per casi in cui sono coinvolti super esseri. Ovviamente lo studio vuole She-Hulk e non Jennifer Walters come sua rappresentante, cosa che alla piccola Jennifer secca parecchio. Il primo caso di cui Jennifer dovrà occuparsi è la difesa di Abominio (Tim Roth), situazione delicata visto che Emil Blonsky (il vero nome di Abominio) aveva in passato cercato di uccidere il caro cugino Bruce. L'uomo ora sembra redento e in procinto di diventare una specie di santone, un guru per supertizi in difficoltà, ma questa situazione ingarbugliata sarà solo una delle tante di fronte alle quali si troverà a dover far buon viso a cattivo gioco la nuova e verdissima She-Hulk.

L'impressione generale è che nello sviluppo di questa serie dedicata a She-Hulk non si sia riusciti a mettere a fuoco non tanto il personaggio, che è sufficientemente caratterizzato, quanto lo scenario in cui farlo muovere. C'è un certo percorso di crescita e di presa di consapevolezza della protagonista sballottato però tra alti e bassi, puntate senza senso alcuno, personaggi fastidiosi e avversari dimenticabilissimi. In più c'è da dire che la realizzazione di She-Hulk e la computer grafica utilizzata per la sua resa visiva non sono all'altezza delle produzioni moderne, spesso l'eroina sembra rigida, impacciata e poco naturale, decisamente meglio allora la prova della Maslany nei panni della meno accattivante Jennifer (nonostante abbia ricevuto qualche critica) che almeno ha tutta l'aria di una ragazza normale. All'interno delle puntate, al netto della rottura della quarta parete che oggi non meraviglia più nessuno, ci sono dei momenti decisamente riusciti, pensiamo al contatto tra protagonista e autori della serie (con tanto di Kevin Feige versione robot) o all'omaggio riuscitissimo e davvero spassoso all'Hulk di Lou Ferrigno degli anni 80. Poi c'è Tim Roth che è una delizia. Insomma, con parecchi difetti in conto ma anche con diverse frecce al suo arco alla fine una sufficienza She-Hulk: Attorney at law se la porta a casa; certo, in previsione di una seconda stagione, ci sarà da lavorare parecchio (e meglio) per evitare di rendere prodotto e personaggio del tutto trascurabili. In fondo She-Hulk dovrebbe spaccare!

domenica 11 dicembre 2022

NOI E LA GIULIA

(di Edoardo Leo, 2015)

Edoardo Leo è ormai già da qualche anno uno dei nomi che contano per quel che riguarda la commedia italiana di oggi; questo Noi e la Giulia arriva a stretto giro dopo l'ottimo successo ottenuto da Smetto quando voglio di Sydney Sibilia e del quale Leo era il protagonista principale (c'era anche Fresi), in una certa misura ne riprende alcune caratteristiche utili per narrare ancora una volta i tempi correnti, toccando in maniera lieve (forse anche risaputa) i temi che ormai sono al centro del dibattito quotidiano: lavoro, precarietà, realizzazione, e anche criminalità e malcostume. E poi ci sono i sogni, sempre attuali quelli, a ogni latitudine e buoni per ogni ora, come dice Argentero nel film (o meglio il suo personaggio), se all'età di vent'anni questi vedevano come immancabile protagonista il più classico dei chiringuito buttato su una qualsiasi spiaggia tropicale, per una generazione di ormai quarantenni e più, il sogno si è tramutato in un meno esotico agriturismo fuori città, lontano dallo stress, dalle incombenze del capitale, dal successo a tutti i costi, una fuga da una società pronta a sfruttarti e a distruggerti l'esistenza annegandola in una mancanza di senso e in un mare di infelicità. E così, agriturismo, come fosse la soluzione a tutti i mali...

Diego (Luca Argentero) vende auto, ha ormai perso ogni interesse nel suo lavoro e non ha più nessuna empatia (o costernazione) per gli eventuali imprevisti che accadono ai suoi clienti alto spendenti. Viene con frequenza accusato dal padre morente (Mattia Sbraglia) di essere un uomo senza palle, di nascosto ogni tanto apre un depliant di casolari in vendita. Claudio (Stefano Fresi) è riuscito nel giro di cinque anni a far fallire l'attività secolare della famiglia della moglie la quale non ci mette molto a chiedere il divorzio e a soppiantare il marito in favore di un più giovane compagno. Fausto (Edoardo Leo) è un coatto razzista che vende orologi scadenti tramite televendite in una rete privata, un maneggione sempre a corto di soldi con creditori al seguito molto decisi, vedi Sergio ad esempio (Claudio Amendola). I tre uomini si ritrovano casualmente a un appuntamento con un agente immobiliare che per risparmiare sui tempi organizza visite multiple a questo casolare fuori mano. Il prezzo indicato sul depliant è però errato e la cifra che ognuno dei tre protagonisti pensava di spendere lievita di almeno 100.000 euro, un altro sogno infranto è alle porte. Messi un po' alle strette, soprattutto Fausto, i tre decidono di dividere le spese e rilevare insieme questo casolare nel quale aprire il loro agriturismo. Purtroppo ci sono i lavori da fare, i permessi da chiedere, e per Fausto i debiti da ripianare con Sergio che diverrà così il quarto socio, l'unico a capirci davvero qualcosa di come si fanno i lavori e di come si risolvono i problemi pratici. Nostalgico del comunismo, difensore dei diritti dei lavoratori, rude e diretto, sarà proprio Sergio a mettere ko Vito (Carlo Buccirosso) quando si presenterà al casolare, uomo di camorra venuto a chiedere il pizzo a bordo di una vecchia Giulia 1300.

Commedia abbastanza divertente dove la risata però non parte mai liberatoria, diciamo che si sorride, ci sono diverse situazioni ben costruite, alcune buone trovate e dei buoni personaggi, il Vito di Buccirosso su tutti, grazie a una caratura decisamente più elevata rispetto agli altri dell'attore che lo interpreta, e anche quello di Elisa, che subentra a trama avviata, interpretata dalla brava Anna Foglietta e che ben presto diventa un po' l'anima candida di questo gruppo di uomini che la società ha bollato come falliti. Il leit motiv del dare campo libero ai propri sogni è forse fin troppo invadente sottolineato in maniera non necessaria non solo dalle azioni dei protagonisti ma anche dalla voce over di Diego, al quale tra l'altro viene affibbiato un accento piemontese fastidioso che non è proprio di Argentero (nonostante l'attore piemontese lo sia davvero) e che francamente non era necessario, sotto tono la prestazione di Leo che in questo caso sembra meno convincente di Amendola o del pavido Fresi, decisamente più in palla. Nonostante lo sviluppo sia canonico è innegabile come Noi e la Giulia tocchi i tasti giusti e indovini diverse sequenze, niente di davvero memorabile ma rimane il fatto che per la commedia leggera, soprattutto se corale, i nomi capaci di creare qualcosa di buono in effetti oggi li abbiamo, ci sarebbe ora magari da osare qualcosa di più, da trovare formule nuove...

giovedì 8 dicembre 2022

LA FAMOSA INVASIONE DEGLI ORSI IN SICILIA

(La fameuse invasion des ours en Sicile di Lorenzo Mattotti, 2019)

Una bellissima trasposizione della fiaba omonima di Dino Buzzati a opera di uno dei più importanti fumettisti e illustratori italiani: Lorenzo Mattotti. In realtà La famosa invasione degli orsi in Sicilia di Buzzati è catalogato come romanzo, un romanzo che della fiaba per ogni età ha tutto il sapore, lo stesso che emana da ogni singolo fotogramma dell'opera di Mattotti che per lo scritto del suo collega (Buzzati era anche pittore) nutre profondo rispetto e con il quale costruisce una continuità filologica che ne testimonia il chiaro apprezzamento e il fortissimo debito artistico, un legame forte che per Mattotti non è mai una costrizione ma piuttosto un'occasione per esaltarne il lavoro in una continuità tra testo/illustrazioni di Buzzati e animazione finale portata avanti con grande coerenza. Dispiace constatare come un'opera di assoluto valore come questa sia stata in sala un mezzo disastro, anzi, si può dire un disastro completo visto che la casa di produzione francese Prima Linea, a causa di questo flop commerciale, chiuse addirittura i battenti. Si era a un passo dall'esplosione della paura da contagio, vuoi anche che ormai l'animazione di stampo più tradizionale muove meno appeal in gran parte del pubblico, mettiamoci anche il fatto che da anni per le famiglie spendere è diventato sempre più complicato, alla fine della fiera le cose per Mattotti e soci, solo dal punto di vista degli incassi, ed è un solo purtroppo grande quanto una casa, sono andate piuttosto male.

Causa il cattivo tempo il cantastorie Gideone e la piccola Almerina trovano riparo in una grotta buia; la ragazzina teme che qualche orso lì sia padrone di casa, Gideone la rassicura dicendole che di orsi in Sicilia non ce ne sono più. L'orso ovviamente c'è e immantinente si palesa: è un'orso enorme e anziano quello che i due intrusi cercano di rabbonire principiando a raccontare una storia, quella della famosa invasione degli orsi in Sicilia. Molto tempo prima Leonzio era re degli orsi; in una giornata di piacevole relax il re perde un attimo di vista il suo unico cucciolo, Tonio, senza più riuscire a ritrovarlo. La sparizione di Tonio fa cadere Leonzio in un'immutabile immobilismo che nemmeno l'arrivo dell'inverno riesce a scuotere. Solo quando alcuni orsi suoi sudditi, provati ormai dalla fame, fanno notare al re che Tonio potrebbe trovarsi tra gli umani, che notoriamente molto amano gli orsetti, Leonzio si scuote e porta la sua tribù verso gli insediamenti umani all'epoca governati dal belligerante Granduca. Le buone intenzioni degli orsi vengono travisate e grazie all'invasato condottiero, fiancheggiato dal mago De Ambrosiis destinato a cambiare schieramento, inizia tra uomini e animali una battaglia campale di vaste proporzioni. Solo col tempo gli orsi riusciranno ad arrivare in città e a sostenere un rapporto pacifico con gli umani, ma questi due mondi sono destinati a non essere troppo compatibili.

Prima esperienza da regista per Mattotti che come illustratore al cinema aveva già dato i suoi contributi; progetto lungo da portare a termine e baciato da poca fortuna, La famosa invasione degli orsi in Sicilia rimane in ogni caso un gioiello dell'animazione degli ultimi anni. Le geometrie morbide del disegnatore bresciano confermano lo stile proprio dell'autore, riscontrabile già in diverse sue opere su carta, ma riescono in modo naturale ad abbracciare anche il lavoro fatto da Buzzati all'epoca della pubblicazione del libro. Effettuando una ricerca in rete e paragonando alcuni dei disegni dello scrittore con le sequenze animate costruite da Mattotti e dal suo staff si può vedere come la "matita" di Mattotti rimanga fedele a quella di Buzzati senza mai tradire l'arte di nessuno dei due maestri, ne viene fuori un connubio di rara eleganza e dolcezza per un film d'animazione molto adatto agli spettatori più giovani ma che riesce a incantare con la sua bellezza e la sua apparente semplicità anche gli adulti. Per la versione italiana del film (quella originale è francese) si è fatta un'ottima scelta sul versante doppiaggio, tre dei protagonisti principali reggono sulle corde vocali di Toni Servillo (Leonzio), Antonio Albanese (Gedeone) e addirittura su quelle del grande Andrea Camilleri (il vecchio orso), l'immagine più viva della Sicilia. Molto interessante la struttura dove nel finale è proprio lo spettatore, il vecchio orso, a riaprire e rinarrare la vicenda di Leonzio e Tonio, in un'inversione con Gedeone e Almerina tra pubblico e cantastorie. Poco da dire, gemma dell'animazione di questi anni, peccato per gli scarsi riscontri in termini economici.

sabato 3 dicembre 2022

COVER BOY - L'ULTIMA RIVOLUZIONE

(di Carmine Amoroso, 2006)

Il recupero di piccoli film come questo Cover boy - L'ultima rivoluzione è quasi doveroso; il film di Carmine Amoroso, già una quindicina d'anni sulle spalle (è stato distribuito con un paio d'anni di ritardo nelle sale), è ancora lì a dimostrare come, anche con pochi mezzi ma con la giusta visione di cinema, ci si possa affrancare dalla solita commedia stereotipata (e magari poco divertente) costruendo qualcosa di bello e di diverso, magari imperfetto - che poi la perfezione è pure noiosa - ma di certo meritevole del nostro tempo. In parte i meriti del film di Amoroso sono stati riconosciuti, nonostante presso il grande pubblico questo sia stato un film per lo più invisibile, Cover boy ha girato il circuito festivaliero internazionale raccogliendo un ottimo riscontro e parecchi premi in festival considerati "minori". Film come questo, almeno in chi scrive, fanno nascere quell'annoso dilemma che porta a chiedersi come mai film come questi, che non sono capolavori ma comunque ad avercene, passino più o meno inosservati e talune operette più o meno inutili trovino invece un riscontro smodato per i contenuti proposti: miopia della produzione/distribuzione? Faciloneria di noi spettatori? Squilibri di marketing/pubblicità? Mancanza di coraggio? Un poco di tutto questo? Sia quel che sia, salvo modifiche, Cover boy dovrebbe essere disponibile su Mubi, recuperatelo se potete.

Il film si apre in Romania ai tempi della caduta del regime di Ceaușescu, tempi duri e violenti a causa dei quali il piccolo Ioan (Eduard Gabia) perde il padre Florin (Gabriel Spahiou) ucciso nei tumulti. Passano gli anni, Ioan cresce e la sua Romania non offre molto per il futuro, la vita è misera ed è un'esistenza che sta molto stretta a Bogdan (Rolando Matsangos), amico di Ioan; il ragazzo non ha intenzione di accettare le cose come stanno e convince Ioan a partire senza documenti per Roma, lì Bogdan dice di avere qualche aggancio che potrà trovare una sistemazione a entrambi i ragazzi. lungo il viaggio però Bogdan viene fermato dalla polizia italiana, Ioan si troverà così solo e senza documenti in una città che non conosce e dove non ha nessun tipo di relazione, dovrà imparare a vivere per la strada con qualche imbeccata da parte di qualcuno più scafato di lui che lo introdurrà ai segreti per sfruttare un poco i servizi offerti dalla stazione Termini. Qui Ioan si scontra con Michele (Luca Lionello), un uomo più grande di lui, eterno precario per l'impresa di pulizie che ha l'appalto in stazione e con la quale Michele è entrato in un giro interminabile di contratti e contrattini con la data di scadenza apposta in calce. Presto i due uomini, relegati ai margini della vita cittadina, stringono una forte amicizia e costruiscono insieme un sogno e un progetto: il ritorno in Romania, un ristorante italiano, piatti semplici alla foce del Danubio blu. Ma i sogni purtroppo non sempre sono destinati a realizzarsi.

Film di pochi mezzi ma gestito in maniera ottima da Carmine Amoroso almeno per tre quarti della sua durata, si sfilaccia un po' nella parte finale ma solo perché qui viene messo un poco da parte quello che è il vero punto di forza dell'intero film, ovvero la dinamica del rapporto tra Ioan e Michele, tradotta sullo schermo con grande naturalezza dai due attori protagonisti. Se quello di Ioan, come sottolinea anche Chiara Caselli nel film, è un volto pulito, ancora poco noto, quello più maturo di Luca Lionello vanta già molte comparse (citiamo il cult trash generazionale Sposerò Simon Le Bon), partecipazioni in film di registi anche molto noti (Bellocchio, Mel Gibson, Abel Ferrara) e garantisce una solidità al racconto che aiuta di certo la regia ben calibrata di Amoroso. Senza troppi piagnistei Cover boy mette al centro della narrazione le difficoltà quotidiane di un immigrato e quelle di uno dei tanti italiani relegati ai margini trovandovi una comunione e una solidarietà "di classe" che possono creare forza solo nel vicendevole sostegno, nella vicinanza (perché se non hai nessuno che ti aiuta sei uno straniero in patria) e nella presenza di sentimenti forti: un'amicizia crescente, forse qualcosa di più. Per ragioni di sceneggiatura a un certo punto le strade di Michele e Ioan si dividono, viene a mancare la loro alchimia e il racconto perde qualcosa nonostante sia proprio questa fase a regalare scossoni, metafore e riflessioni morali. Purtroppo poco prolifico, di Amoroso si sono perse un poco le tracce, il documentario Porno e libertà del 2006, poi più nulla.

mercoledì 30 novembre 2022

SEGRETI E BUGIE

(Secrets & lies di Mike Leigh, 1996)

Mike Leigh è un regista di cui si parla poco, situazione favorita dallo stesso Leigh, uomo che ama poco i riflettori. Eppure il regista inglese non è proprio l'ultimo arrivato, classe '43 Leigh è stato riconosciuto e pluripremiato dall'intero mondo del cinema: diverse candidature agli Oscar (ma nessuna vittoria), Palma d'oro a Cannes proprio per questo Segreti e bugie e premio per la miglior regia per Naked sempre sulla Croisette, nel '72 vince il Pardo d'oro a Locarno per Bleak moments, un Leone d'oro a Venezia per Il segreto di Vera Drake nel 2004 (il film gli valse anche il Bafta) e il Premio Fipresci per Belle Speranze nel 1988, altri due Bafta sempre per Segreti e bugie come miglior film e come miglior sceneggiatura, premio fantastico se pensiamo che il regista in più interviste ha confermato di lavorare senza una vera e propria sceneggiatura, metodo applicato anche per Secret & lies. Una direzione spontanea e libera degli attori è proprio tra i punti fermi del lavoro del regista che racconta le sue storie cercando un'adesione alla realtà e reazioni sincere da parte dei componenti del suo cast, attori che nel caso di questo film confermano tutte le migliori aspettative di Leigh, la protagonista Brenda Blethyn (a chi il nome non dicesse nulla è la protagonista anche di L'erba di Grace) si porta a casa per la sua interpretazione un Bafta, il Golden Globe e il premio per la migliore attrice a Cannes. Detto questo rimane il fatto che, forse, di Mike Leigh si parli troppo poco.

Londra. La giovane Hortense (Marianne Jean-Baptiste), un'optometrista di colore, assiste al funerale di sua madre, il papà è già mancato da tempo. La dolorosa perdita scatena in Hortense il bisogno di mettersi alla ricerca della sua madre biologica; Hortense è infatti stata adottata e i suoi genitori, una coppia che l'ha riempita di amore e possibilità, avevano rivelato la cosa alla figlia già quando era ancora in tenera età. Dopo diverse ricerche la strada di Hortense incrocerà quella della famiglia Purley; Cynthia (Brenda Blethyn) è una donna timorosa, insoddisfatta e che recrimina per la sua vita misera, costretta in un lavoro da operaia che non le piace, in una casa che è ancora quella dei suoi genitori e che mostra segni di fatiscenza e decadimento. Sua figlia Roxanne (Claire Rushbrook), impiegata come spazzina per il comune di Londra, è spesso irosa, scontrosa e non riesce ad avere un rapporto duraturo anche se in questo periodo sembra avere un ritorno di fiamma per il suo Paul (Lee Ross), un ragazzo impiegato nella costruzione di ponteggi. Cynthia prova anche un po' di risentimento verso il fratello Maurice (Timothy Spall), un fotografo con un'attività che gira molto bene e che gli ha permesso di prendere una bella casa e fare il salto di qualità, ma anche per Maurice la vita non è tutta rose e fiori, in crisi con la moglie Monica (Phyllis Logan) che da tempo si porta dentro un dolore che, marito a parte, non ha mai confessato alla sua famiglia. L'incontro tra Cynthia e Hortense sarà l'occasione per tutti di dare una svolta a una situazione familiare che crea solo dolore e per alzare il velo su numerosi segreti e bugie che per troppo tempo hanno accompagnato la vita di queste persone comuni.

Dramma intriso di dolore fino al midollo, Segreti & bugie presenta un ritratto familiare toccante e gestito con una naturalezza fuori dal comune; la scelta adottata dal regista, che si conferma prima di tutto un grande direttore d'attori, di non chiudere la sceneggiatura ma di dare aria all'improvvisazione e allo sviluppo in itinere del film in fin dei conti paga e presenta alla cassa una narrazione del tutto compiuta che non lascia spazio a grandi critiche sulla costruzione, anzi. Il cast è prezioso e composto da grandi professionisti come Spall e la Logan (chi ha visto Downton Abbey la riconoscerà come la signora Hughes), sugli scudi la bravissima Blethyn che in alcuni passaggi rischia solo di farsi prendere un po' la mano. Calibrato lo sviluppo dei personaggi all'interno di un minutaggio importante, alcune digressioni vivacizzano l'incedere della narrazione. La regia di Mike Leigh non è mai invasiva, si avvale di alcuni accorgimenti per dare fiato alla linea d'azione principale (i vari stacchi per le fotografie di Maurice ad esempio), non sta troppo addosso ai protagonisti facendoli interagire al meglio tra di loro e con lo scarno paesaggio fatto di sobborghi (benestanti e poveri) e location da una Londra anonima. Ciò che colpisce è il naturale sviluppo di rapporti e sentimenti, una tela di sofferenza che si dipanerà solo sul bellissimo finale, durante un pranzo per il compleanno di Roxanne dove la famiglia, forse per la prima volta dopo tantissimo tempo, si troverà riunita per davvero.

domenica 27 novembre 2022

L'ONDA

(Die welle di Dennis Gansel, 2008)

Tutto nasce nel 1967 quando il professore di storia californiano Ron Jones, insegnante in una scuola superiore di Palo Alto, mise in atto un esperimento per far capire ai suoi studenti come fosse stato possibile nella Germania nazista che una moltitudine di persone abbia potuto seguire un leader folle come Hitler dando vita a una piaga umanitaria immane come l'Olocausto. L'esperimento si svolse nell'arco di una settimana e venne prontamente fermato dallo stesso professore quando questi si rese conto di non riuscire più a controllarlo dato il numero elevato di studenti che aderirono e che, a sorpresa, si estese ben oltre i confini della classe del professor Jones (spiegheremo nella trama del film in cosa questo consistesse). Nel 1981 lo scrittore Todd Strasser, ispirandosi proprio all'esperimento di Jones che all'epoca era stato denominato Terza Onda, pubblicò il romanzo per ragazzi The wave che riprendeva e ampliava i temi della peculiare esperienza che fecero quegli studenti del 1967. Da qui nacque un adattamento per la televisione tedesca e solo più tardi, nel 2008, arriva finalmente il film L'onda di Dennis Gansel, regista tedesco classe '73 che in seguito ne produrrà anche una serie televisiva. Il film mosse parecchio interesse sia nel pubblico che tra gli esponenti della critica, incassò una cifra ragguardevole e ottenne visibilità anche all'estero essendo stato selezionato dal Sundance e preso in considerazione dalla Germania per la candidatura agli Oscar, passò invece La banda Baader Meinhof di Uli Edel, scelta tutto sommato condivisibile.

Il professor Wenger (Jürgen Vogel) è un insegnante moderno: i suoi alunni lo chiamano per nome, in classe sfoggia un abbigliamento molto casual e riesce a rendere le sue lezioni più interessanti di quelle di altri colleghi più istituzionali e barbosi. Wenger si sta preparando per la "settimana a tema", un progetto scolastico durante il quale il prof. ha in mente di parlare ai suoi alunni dell'anarchia, un'ideale al quale il professore si sente in qualche modo affine. Per una serie di motivazioni Wenger si troverà a dover parlare invece di autocrazie e sistemi dittatoriali, argomento di fronte al quale i suoi studenti dimostrano di non credere possibile che la Germania, dopo l'esperienza nazista, possa ricadere nello stesso errore. Il professore allora inizia con i ragazzi a costruire una specie di gioco di ruolo che durerà per l'intera settimana, un esperimento basato sulla disciplina, sull'obbedienza (all'insegnante in questo caso), sulla cooperazione, sull'appartenenza, sull'uguaglianza e sullo spirito di gruppo. La classe si troverà in pochissimo tempo a trasformarsi in un corpo coeso che, a parte qualche piccola eccezione, aderirà a un movimento con tanto di divise, simboli e saluti distintivi del quale molto presto anche persone esterne vorranno far parte. Oltre alle discussioni in classe le attività del movimento, denominatosi l'Onda, proseguiranno anche oltre l'orario scolastico, nel gruppo qualcuno troverà finalmente l'accettazione che prima non aveva mai sperimentato, altri ci vedranno la forza del collettivo che si ribalterà anche nelle prestazioni della squadra di pallanuoto della scuola allenata dallo stesso Wenger, il professore ci vedrà uno stimolo e un esperimento funzionante. Proprio l'ampliarsi del progetto però impedirà a Wenger di poterlo tenere sotto controllo e per qualcuno i confini dello stesso si dimostreranno essere poco chiari.

Gansel parte dall'esperimento di Jones per poi ampliare il concetto e drammatizzarlo al fine di poter costruirci un film attorno, si prende ovviamente molte libertà, ne amplifica le conseguenze e affonda il colpo per sottolineare una tesi, nel farlo ne esce un film indubbiamente non perfetto, toccato da alcune scelte "facili" e gestite in maniera molto semplice dal punto di vista narrativo, tutte imperfezioni che però nulla tolgono all'interessante concetto che sta alla base del film e dell'esperimento, ottimo spunto per discussioni scolastiche, come fatto in origine da Jones ma anche dalle scuole tedesche che spesso hanno adottato il libro The wave per le letture con i ragazzi. Dal punto di vista formale Gansel alterna sequenze girate in maniera più classica a sprazzi di regia più moderna che donano ritmo e stacco alla narrazione, si apre con il prof. che si reca a scuola a ritmo di Rock n' roll high school dei Ramones in un'opening scene molto vivace, anche la sequenza durante la quale i componenti dell'Onda diffondono il loro simbolo per la città è decisamente dinamica; ma il nodo d'interesse del film è di contenuto, riguarda lo sviluppo di uno spirito di corpo da parte di questi studenti che iniziano a dare molto credito al loro professore (che in questo caso esercita i poteri di leader di un movimento), un insegnante che mette da parte le sue t-shirt dei Ramones e dei Clash per uniformarsi al gruppo. Si assiste a un emergente impegno dei ragazzi verso la disciplina, la solidarietà di corpo, un incremento dell'identificazione nel gruppo stesso, l'espandersi dell'iniziativa collettiva; di contro si manifestano anche fenomeni di esclusione nei confronti di chi non si vuole uniformare, l'attrito con gruppi esterni, l'estremizzazione degli insegnamenti e la totale devozione da parte di chi al di fuori del movimento non ha molto per cui esser felice. In diverse dinamiche il film stona, alcune delle critiche mosse al film di Gansel hanno pieno fondamento, nell'insieme L'Onda rimane però un'ottimo spunto di riflessione sulle possibilità di controllo delle masse e sulle leve che i sistemi dittatoriali tendono a usare per arrivare a enormi numeri di persone. L'Onda è uno di quei film da vedere, poi ognuno si costruirà la sua opinione, però un segno l'opera lo lascia e forse tanto basta per iniziare a pensare.

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