domenica 22 gennaio 2017
STRANGER THINGS - STAGIONE 1
La definizione più semplice che mi viene in mente è connubio perfetto tra occhi e cuore. Tutti hanno parlato dei film che la serie ha omaggiato, della musica in stile Carpenter in colonna sonora, dei rimandi alle atmosfere dei libri di King (colpo di genio l'uso del font per il titolo della serie) e ovviamente dell'estetica. Quello che a me ha colpito molto, oltre a tutto quello di cui si è appena accennato, sono i particolari: quella macchina verde lì dove l'ho già vista? E quella familiare marrone? Quel maglioncino da dove spunta? È tutto un graditissimo ritorno al passato, dal punto di vista visivo ma anche e soprattutto nella costruzione di ruoli e personaggi per noi (sempre la famosa generazione) archetipici: il gruppetto di sfigati legati da amicizia indissolubile, la ragazzina, la sorella maggiore bellina (almeno per un ragazzo sdentato), i bulli, il ragazzo popolare, il fratello maggiore perso nelle cose sue, i genitori distratti, etc...
Poi, per chi non fosse un residuato bellico degli anni 80, Stranger Things è anche una serie con una bella storia, con ottimi personaggi interpretati in maniera perfetta (grande Winona e i ragazzi tutti), coinvolgente e appassionante. Ma a noi, bimbi degli eighties, tutto ciò interessa un pochino di meno.
giovedì 30 novembre 2017
STRANGER THINGS - SECONDA STAGIONE
Se proprio vogliamo trovare una nota lievemente stonata la si può ricercare in quella puntata numero sette, parecchio slegata dal filo principale della narrazione e buona probabilmente per gettare qualche spunto per futuri sviluppi da dipanare nelle prossime stagioni (e si vocifera possano essere cinque in tutto). Per il resto faccio davvero fatica a trovare cose fuori posto in quest'opera, ancora una volta i Duffer sono stati bravi a costruire una vicenda appassionante che va al di là dell'amarcord e della citazione, bravi due volte perché in fin dei conti riutilizzano gli stessi spunti narrativi della stagione precedente semplicemente ampliando il discorso in maniera coerente, aggiungendo nuovi elementi, rinforzando topoi narrativi e di riflesso il franchise, moltiplicando le strizzate d'occhio ai fan e ai nostalgici unendo trovate ruffiane (la chiusura di puntata con il tema musicale di Ghostbusters), scommesse sicure (tutta la colonna sonora) e situazioni più originali.
Ottima la gestione dei personaggi che insieme crescono, al gruppo dei ragazzini si aggiunge Maxine "Mad Max" Mayfield (Sadie Sink), la giovane rossa che farà innamorare sia Lucas (Caleb McLaughlin) che Dustin (Gaten Matarazzo), quest'ultimo diventa sempre più il personaggio preferito dal pubblico, irresistibile, tenero, goffo, impossibile non amarlo, si evolve il triangolo amoroso in chiave action tra Nancy Wheeler (Natalia Dyer), Jonathan Byers (Charlie Heaton) e Steve Harrington (Joe Keery). A Winona, che è emblema di quegli anni, viene affiancato niente meno che Sean Astin, uno dei Goonies originali, tanto per non farci mancare niente, ottimo anche il lavoro fatto su Jim Hopper (David Harbour), lo sceriffo che diventa figura paterna per Eleven (Millie Bobby Brown) e che con Joyce Byers (Winona Ryder) instaura quel rapporto d'amicizia/amore che un po' mi ricorda quello tra Luke e Lorelai di Gilmore girls. Lontani per quasi tutta la serie, Mike (Finn Wolfhard) e Eleven alla fine cementificano il loro legame, la Brown è semplicemente meravigliosa nella parte ma tutto il cast gira sempre a mille. A pagare le conseguenze di tutto il casino del sottosopra il povero Will (Noah Schnapp), novello Linda Blair de L'esorcista.
Un mix riuscitissimo di fantascienza, horror e racconto di formazione, sì, qualche sbavatura, qualche passaggio a vuoto, un'intera puntata un po' fuori fuoco, ma qui l'importante è il mood, chi non l'ha sentito sulla pelle nei bei tempi andati probabilmente non può capirlo fino in fondo, la trama, i personaggi, la messa in scena, tutto ok, ma qui quello che conta è il mood, e il mood di Stranger Things è ancora quello giusto.
venerdì 12 luglio 2019
STRANGER THINGS - STAGIONE 3
Cambia il lavoro fatto con la fotografia e l'uso dei colori, molto più accesi, giocosi, anche questo aspetto richiama il lato più spensierato degli 80, con abiti, acconciature e accessori molto improbabili (eppure per noi che li abbiamo vissuti...), anche la scelta di mettere al centro della vicenda, oltre all'immancabile laboratorio, un grande centro commerciale, oltre a omaggiare Romero segue quella direzione finora inedita che sposta lievemente tutti i riferimenti (con una capatina nei 90 dalle parti del Mallrats di Kevin Smith?). A livello di contenuti si slitta dal fantastico per ragazzi che ha definito le prime due serie (e comunque sempre presente) all'action di stampo ottantiano e soprattutto all'horror di quegli anni che in questa terza stagione assume un ruolo fondamentale tra le ispirazioni dei Duffer. Oltre agli zombi di Romero infatti si guarda ad Alien, a La cosa, a La casa di Raimi, al classico L'invasione degli ultracorpi e a diversi altri film di genere, sul versante dell'azione pura si sottolinea il clima da Guerra Fredda con il nemico russo, il contrasto tra capitalismo e comunismo, l'avversario inarrestabile in stile Terminator, il tutto sempre in bilico tra dinamismo e ironia. Sul versante puramente horror si preme un poco l'acceleratore su quegli che sono gli schemi del genere, inseguimenti nei corridoi d'ospedale, scioglimento di corpi, lacerazioni all'arma bianca e qualche scena un po' più cruda che su qualche ragazzino un po' più d'effetto potrebbe anche farlo (mia figlia ad esempio qualche passaggio con gli occhi chiusi l'ha fatto).
Si perde un po' di vista il Sottosopra, i mostri sono sul nostro lato dell'esistenza, la storia diverte e si guarda che è un piacere anche se non si distingue per originalità, però i personaggi evolvono, crescono e sono scritti molto bene, la stagione è compatta seppur il gruppo non è quasi mai tutto unito, l'esperienza è ancora di alto livello e regala almeno una sequenza magnificamente divertente, il momento migliore della stagione che unisce l'aspetto più nostalgico a quello cazzaro mettendo al centro quello che alla fine è il vero idolo di Stranger Things un po' per tutti (e voi sapete chi è). Nostalgia, sentimento, azione, divertimento, tensione, c'è davvero un po' di tutto e tutto è nel giusto equilibrio. Sembra quasi certo si vada avanti, io non aspetto altro che tornare tra le strade di quella piccola grande cittadina che è Hawkins, Indiana, con la speranza di poterci incontrare anche chi da quella cittadina è ormai andato via.
mercoledì 3 gennaio 2018
FIRMA AWARDS 2017
La strega qui sopra ci guarda male, pazienza, se ne farà una ragione anche lei. Quest'anno mischiamo un poco le carte. Ci saranno le solite categorie dedicate alle Serie Tv, ai Film d'animazione, quella alla quale tengo sempre un po' più delle altre, cioè quella dedicata ai Libri, e poi quella dedicata ai Film con una piccola novità, vorrei creare due podi, uno per i film del vecchio millennio (fino al 1999), l'altro con i film post duemila, vediamo se l'idea può piacere a qualcuno o anche solo se a qualcuno può fregargliene semplicemente qualcosa di questa bella pensata.
Senza ulteriori indugi che il 2019 già si appropinqua veloce, andiamo a incominciare. Partiamo dal trittico scelto per la categoria FILM D'ANIMAZIONE, categoria mista con roba vecchia e nuova, da segnalare che quest'anno non siamo riusciti ad andare a vedere i film Pixar (Cars 3 e Coco) che entreranno in concorso l'anno prossimo o quando diavolo riusciremo a vederli. La scelta verte su una selezione di una dozzina di titoli visti o poco più.
Terzo classificato:
Lego Batman - Il film di Chris McKay
Puro divertimento, messaggi facili da intuire e un campionario infinito di citazioni, rimandi e prese in giro del gotha della pop-culture del quale la LEGO ha acquisito i diritti di sfruttamento. Cazzaro e fracassone, un film per farsi quattro risate alle spalle di un'icona ormai immortale: Batman.
Secondo classificato:
Oceania di Ron Clements e John Musker
Nonostante non sia personalmente proprio impazzito per l'ultimo film targato Disney è innegabile come i ragazzi a stipendio nella casa del topo ci sappiano davvero fare, alla fine dobbiamo rendere merito ai grandi di aver indovinato ancora un altro colpo. Inaffondabili.
Primo classificato:
Quando c'era Marnie di Hiromasa Yonebayashi
Quando entra in gioco lo Studio Ghibli il gioco per tutti gli altri diventa molto, molto duro. Mi sembra non ci sia paragone tra le proposte del team nipponico e quelle degli ideali avversari, Quando c'era Marnie è un film triste, commovente, d'una bellezza semplicemente diversa. E niente, siamo proprio adagiati su uno scalino più in alto, ovviamente qui rappresentato da quello più alto del podio.
sabato 9 giugno 2018
DARK - STAGIONE 1
Il Dark di Baran bo Odar e Jantje Friese tiene invece il passo della nuova serialità senza alcun timore riverenziale, rivelandosi assolutamente all'altezza di produzioni ben più blasonate e probabilmente anche molto più ricche. L'idea di base non è nuova e più d'una volta lungo il corso della visione di questi dieci episodi che compongono la prima stagione della serie (e ce ne sarà sicuramente una seconda, probabilmente 8 episodi), si avverte quel senso di déjà vu che può riportare alla mente decine di altri titoli, da Stranger Things a Twin Peaks e non solo, questi paragoni non sono del tutto centrati ma sicuramente comprensibili, per alcuni elementi gli accostamenti si possono accettare. A differenziare Dark dalle serie cugine, definiamole così, c'è sicuramente la provenienza europea, tedesca, che dona alla vicenda narrata e alle immagini una connotazione del tutto peculiare. I toni sono molto cupi, la narrazione è priva di ironia o di qualsivoglia accenno di spettacolarizzazione, anche le immagine restituiscono molto spesso un senso di inquietudine profonda capace di far scattare le molle giuste ed emozionare in maniera significativa. Plauso particolare alla scelta delle musiche, anche queste fondamentali per la buona riuscita della serie, un comparto sonoro che varia dal triste/malinconico al marziale tanto caro ai tedeschi; anche solo l'ascolto dei pezzi in colonna sonora, slegato dalle immagini, crea qualche moto d'apprensione.
L'impianto narrativo è un mix di thriller e fantascienza, una fantascienza molto adesa alla realtà, che non lascia grosse concessioni al fantastico se non per l'assunto che in qualche modo misterioso, nella Terra di Dark, i viaggi nel tempo sono possibili e per effettuarli, purtroppo, non serve nulla di così rassicurante come una vecchia De Lorean. La vicenda si sviluppa su più piani temporali e i personaggi coinvolti non sono pochi. L'unico difetto che si può riscontrare nella serie, a parte il non essere così originale, è la difficoltà che si incontra nel collocare i vari personaggi sia temporalmente (il problema minore) che all'interno delle relazioni tra di loro (già più complesso). Chi è chi? Chi è parente di chi? Quale personaggio è la versione passata/presente/futura di sé stesso? Insomma, raccapezzarsi non sempre è così semplice. Invece la serie funziona molto bene sul piano emotivo, che poi per me è quello che conta, inoltre il cast, nonostante non presenti volti noti, è ben assemblato e anche le scelte degli attori che interpretano uno stesso personaggio nelle varie epoche è curata in maniera lodevole.
Sicuramente derivativa, Dark magari non cambierà il rapporto che avete con le serie tv ma a conti fatta la serie è riuscita davvero bene, nuovi scenari sono pronti per la seconda stagione, molti i nodi da sciogliere sui vari personaggi, ben tratteggiati ma ancora da approfondire. Se i creatori riusciranno a superare l'ostacolo della potenziale ripetizione, Dark potrebbe riservare ancora dei bei momenti. E questo, solo il futuro ce lo potrà confermare.
Noi siamo convinti che il tempo sia qualcosa di lineare, qualcosa che procede in eterno e in maniera del tutto uniforme, qualcosa di infinito. In realtà, la distinzione tra passato, presente e futuro non è niente altro che un’illusione. Ieri oggi e domani non sono momenti che si susseguono e sono uniti in un circolo senza fine. Ogni cosa è collegata.
lunedì 4 luglio 2022
STRANGER THINGS - STAGIONE 4
giovedì 11 novembre 2021
L'APPARENZA DELLE COSE (e le piattaforme)
(Things heard & seen di Shari Springer Berman e Robert Pulcini, 2021)
La medietà si annida nelle piattaforme? Questione molto attuale già dibattuta da più parti e che in maniera ciclica torna a riproporsi nello spettatore dall'animo critico a seguito della visione di opere più o meno recenti, nella fattispecie questo L'apparenza delle cose. Fughiamo subito ogni dubbio, il film di Springer Berman e Pulcini (sposati tra di loro nella vita reale) non è male, lo si guarda con piacere, nulla di nuovo da dire, nessun picco ma anche diversi passaggi che catturano l'interesse, film ben confezionato, a conti fatti si passa piacevolmente una serata senza rimpiangere il tempo dedicato alla visione. Il problema sta (o potrebbe stare, a seconda del giudizio di ognuno) in quel non è male, giudizio che sembra sempre più adattarsi a molti dei prodotti reperibili sulle varie piattaforme, senza generalizzare perché anche queste sono differenti l'una dall'altra e con alterna qualità a seconda delle sezioni esplorate in ognuna di esse. Almeno per chi scrive il pensiero corre subito a Netflix che sembra essere il maggior veicolo per una pletora di prodotti medi che rischiano di uniformare un poco il gusto dello spettatore meno attento e meno curioso, con conseguenza l'aumento di prodotti della stessa fattura che la piattaforma consiglia, propone e promuove e che lo spettatore di cui sopra rischia di continuare a guardare, dedicandosi meno a opere di maggior valore, aiutato in questo anche da una proposta spropositata per quantità all'interno della quale diventa difficile orientarsi con il rischio di perdere ore solamente per scegliere quale film (mediocre) guardare dopo cena. Il problema è la piattaforma quindi o lo spettatore? Il rischio è davvero che la qualità media del cinema contemporaneo si abbassi guardando alla platea più vasta possibile o semplicemente basterebbe saper cercare meglio? È facile che la verità stia come spesso accade nel mezzo, ciò che effettivamente potrebbe andare a perdersi è proprio lo spirito critico diffuso che rischierebbe di relegare opere meritorie che già oggi non sono magari campioni di incassi ai margini dell'industria cinematografica. L'invito per tutti è quello di provare a variare; detto che è impossibile avere un abbonamento a tutte le piattaforme esistenti, già alcune delle maggiori che in molti hanno a disposizione (Netflix, Prime Video, Raiplay che è gratuita) propongono approcci diversi al cinema: se Netflix è probabilmente imbattibile sulla serialità, offre invece un catalogo cinema non così esaltante incorrendo spesso, soprattutto per gli autoprodotti (tranne i casi d'autore, vedi The Irishman di Scorsese ad esempio), nei problemi di cui sopra; Prime offre invece un catalogo più eterogeneo, anche qui sugli autoprodotti può valere lo stesso discorso di cui sopra ma le possibilità di trovare ottime opere sembra decisamente più alta, ogni tanto guardare al passato apre la mente e lo spirito (critico), da questo punto di vista la scelta qui è quasi infinita, pecca invece su diversi film per qualità video; altre perle le si può trovare gratuitamente anche su Raiplay, non si finirà mai di lodare la sezione Fuori Orario ma anche tra i film più mainstream si trovano ottime opere. Poi per chi vuole andare sui film d'autore ci sono i vari Mubi, il Fareastsream, IWonderfull, sono piattaforme queste più di nicchia delle quali gli appassionati duri e puri saranno già a conoscenza. Così L'apparenza delle cose (Things heard & seen, più bello) è diventato il pretesto per fare due chiacchiere sullo streaming per il quale bisogna anche spezzare una lancia a favore in quanto ci permette di reperire molte cose interessanti, purtroppo con ancora dei limiti, sarebbe utile una piattaforma gratuita per tutte quelle opere che non hanno mercato e non muovono soldi che però gli appassionati vorrebbero vedere, recuperare; se fino a qualche tempo fa per vie alternative questo materiale era reperibile, ora con l'avvento delle piattaforme e il seguente blocco sistematico dello scambio culturale libero (anche quello che appunto danno economico non può arrecare) il rischio è quello di perdere davvero molto: film di nicchia, film storici, importanti se non sempre bellissimi (ma spesso sì), sostituiti da prodotti moderni che nulla aggiungono e poco contano nel complesso della meravigliosa arte cinematografica.Ma spendiamole due parole su questo L'apparenza delle cose di Berman e Pulcini dei quali consiglio vivamente il recupero di American Splendor del 2003 (all'apparenza non disponibile su nessuna piattaforma). Il film è un thriller psicologico dai risvolti sovrannaturali (etichettarlo come horror mi sembra un po' troppo) che gode di una buona prima parte riuscendo a catturare l'attenzione dello spettatore, gli sviluppi cadono purtroppo nel già visto (e non ci sarebbe nulla di male) sprecando però nella seconda parte del film ciò che di buono si era costruito nella prima, cadendo un po' alla volta nell'ovvio senza riuscire purtroppo a emozionare, spaventare o a costruire qualcosa che a fine visione valga davvero la pena di essere ricordato. Siamo nei primi anni 80, coppia newyorkese con figlia ancora piccola, George (James Norton) è un giovane professore universitario che ottiene una cattedra per insegnare arte in un college a nord, la moglie Catherine (Amanda Seyfried) è una restauratrice d'arte con un accentuato disturbo alimentare. Quando George inizia ad insegnare la famiglia dovrà trasferirsi, Catherine perde così lavoro, amicizie e punti di riferimento rimanendo sola tutto il giorno con la piccola Franny (Ana Sophia Heger) nella vecchia casa che la coppia ha comprato, ovviamente questa si rivelerà infestata da presenze che spaventeranno prima la piccola bambina e poi Catherine. La gente del posto però ha un approccio un po' più benevolo al soprannaturale, proprio tra i colleghi di George la giovane Catherine troverà degli alleati per capire cosa sia successo in passato nella vecchia casa mentre il marito diverrà sempre più distante e farà emergere un lato della sua personalità finora tenuto ben nascosto finanche alla moglie.
L'apparenza delle cose gode di una buona costruzione nell'incipit, le basi sono gettate in modo da catturare l'attenzione che solo nel corso del film va a scemare a causa di uno sviluppo banale, dietro l'allure che richiama il gotico, tutto sommato intrigante, il film si stempera in una sequela di soluzioni risapute che non hanno la giusta forza per ergersi a simbolo del vero male che sta dentro la casa, quello del disfacimento del rapporto tra marito e moglie i cui primi sintomi erano inconsapevolmente avvertiti da Catherine già a New York e che vede la donna vittima dei comportamenti sempre meno onesti e urbani del marito. Il resto è contorno, tutto sommato ben confezionato, ci sono Murray Abraham (il Salieri di Amadeus) e per i più giovani Natalia Dyer direttamente da Stranger Things, la Seyfried è molto brava e gestisce bene il ruolo di madre in bilico tra terrore e voglia di vivere, anche Norton fa il suo pur senza brillare, tutto scorre senza sussulti ma senza nemmeno annoiare, tipico prodotto medio di Netflix si potrebbe chiosare. E quindi? visto questo, il celebre algoritmo cosa ci proporrà domani?
PS: le riflessioni di cui sopra non vogliono essere un attacco a Netflix, tutt'altro, piattaforma grazie alla quale abbiamo potuto ammirare cose come The Irishman, l'ultimo Sorrentino, etc.. (oltre l'ottimo catalogo seriale, ma qui premeva parlare di film), piuttosto un invito a differenziare, a scoprire visioni altre, viaggiare tra passato e presente, tra Europa, Stati Uniti, Asia, Americhe e oltre e non fermarsi al "caro utente visto che hai guardato A ti consigliamo B", che qui l'alfabeto può essere composto da ben più di una ventina di lettere.
sabato 25 aprile 2020
TALES FROM THE LOOP
Simon Stålenhag è un artista svedese, un illustratore di grande talento che crea immagini che potrebbero essere accostate al filone del retrofuturismo, anche se nel caso delle opere di Stålenhag non saprei se è proprio questo il termine corretto da usare. Infatti più che al futuro che immaginavano gli scrittori di fantascienza degli anni 50/60 del secolo scorso, il disegnatore svedese guarda al presente delle lande poco abitate del suo paese, popolandole di una tecnologia che ha un sentore di vecchio, di usurato dal tempo, anche di sorpassato per taluni aspetti. Proprio queste illustrazioni, raccolte nel libro Tales from the loop, sono state utilizzate come spunto narrativo da Nathaniel Halpern per creare la serie omonima da poco disponibile su Prime Video. Tales from the Loop (o solo Loop) è una sorta di antologico in cui ogni singola puntata narra una storia diversa, i protagonisti variano anch'essi ma spesso tornano in altri episodi come coprotagonisti o semplici comparse, andando a creare un piccolo mondo che ruota intorno a una cittadina rurale dell'Ohio negli anni 60. Al centro della narrazione c'è il Loop, una sorta di centro di ricerche avanzate che custodisce un "oggetto" misterioso capace di sovvertire le leggi della fisica. Grazie agli studi portati avanti nel Loop tutta l'area circostante è soggetta a strani fenomeni fisici e non è raro imbattersi in costrutti tecnologici capaci di dar vita alle bizzarrie più inaudite. Il mondo di Tales from the Loop va preso così com'è, sono parecchi i dettagli fantastici presenti in questa realtà, non tutti troveranno spiegazione nel corso delle otto puntate della serie, taluni non solleveranno nemmeno domande, sono lì e basta, questa è la realtà e nella percezione della comunità locale questa non appare nemmeno troppo strana, perché in fondo, al centro di questa narrazione, non c'è la fantascienza, non ci sono derive distopiche, ci sono semplicemente degli strani eventi che mettono i protagonisti di fronte al loro essere uomini, donne, bambini, madri, padri, figli, nonni, amanti, mogli, mariti. Tales from the loop racconta dell'essere umano nel rapporto con sé stesso e con gli altri, per farlo si prende tutto lo spazio necessario, asseconda i ritmi di un'introspezione matura, spesso dolorosa, a volte sentita, altre più fredda, ma mai affrettata. Non siamo di fronte a una serie dove regnano l'azione e i colpi di scena, tutte le diavolerie fantastiche qui presenti servono a scatenare situazioni utili a esplorare i sentimenti, i rapporti, i dolori e spesso gli errori con cui i protagonisti devono convivere.
Il piglio è più vicino a quello del prodotto d'autore che non a quello del consumo "usa e getta", ci sono contenuti interessanti in tutte le otto puntate, ognuna delle quali affidata a un regista diverso, molti dei quali noti al grande pubblico, in ordine abbiamo Mark Romanek (One hour photo, Non lasciarmi), So Yong Kim, Dearbhla Wash, Andrew Stanton (Wall-E, Alla ricerca di Nemo, Stranger Things), Tim Mielants, Charlie McDowell (La scoperta), Ti West (The house of the Devil, V/H/S/) e Jodie Foster. Ognuno dei registi declina il rapporto tra fantastico e natura umana secondo il suo sentire, la narrazione risulta comunque ben amalgamata e coerente, in alcuni episodi, come in quello diretto da Ti West ad esempio, emerge in misura maggiore l'inclinazione personale dell'autore, il suo gusto, il suo tocco... passiamo così da episodi dove il contesto è molto virato al fantastico (Il Loop, Parallelo), ad altri in cui è il lato più personale a soverchiare il resto (La sfera dell'eco, Controllo) fermo restando la caratteristica comune a tutta l'opera, l'esplorazione dell'intimo dei protagonisti.
Nonostante alcune critica di lentezza e mancata innovazione mosse alla serie, Tales from the Loop a mio parere è un prodotto di alta qualità, certo pecca volutamente sul versante del ritmo, ma la scelta fatta è quella giusta per andare a sottolineare gli aspetti che premono allo sceneggiatore (gli episodi sono scritti dallo stesso Halpern), decisamente distanti dai temi della fantascienza d'azione o di quella distopica, qui si impara a essere genitori più presenti, migliori, letteralmente ritrovando sé stessi, si affronta il dolore della perdita, si narrano le pene d'amore e l'inadeguatezza, l'insicurezza degli uomini e altro ancora, questo è quello che realmente bisogna cercare in questa serie. Dal punto di vista tecnico i registi fanno tutti un bel lavoro, gli ambienti surreali ma allo stesso tempo tranquillizzanti ideati da Stålenhag donano alla serie un fascino nostalgico di valore, anche la struttura degli episodi riporta più ai vecchi episodi di serie come Ai confini della realtà che non a prodotti più moderni ai quali Tales from the Loop è stato erroneamente accostato. È un mondo questo al quale tornerei volentieri, il primo viaggio nel Loop è stato piacevole e in fondo Simon Stålenhag ha realizzato almeno un altro paio di libri illustrati, Things from the Flood (all'apparenza un poco più oscuro) e The elctric State. Non resta che aspettare per rimettersi in viaggio.
martedì 8 novembre 2022
ENOLA HOLMES 2
(di Harry Bradbeer, 2022)
La nuova produzione di punta di Netflix, almeno per quel che riguarda questi ultimi giorni, ricalca la formula già adottata per il primo film della serie intitolato semplicemente Enola Holmes e ispirato come quest'ultimo ai libri scritti da Nancy Springer: The Enola Holmes Mysteries. Questo sequel presenta gli stessi pregi e gli stessi difetti del film precedente e più che una sorpresa si rivela quindi essere una solida conferma, sia per la piattaforma che probabilmente lo vedrà diventare un nuovo successo, sia per i fan del primo episodio che qui ritroveranno (quasi) tutti gli elementi che avevano apprezzato nella prima avventura della sorellina minore del mitico Sherlock Holmes. L'unica assenza sembra essere quella del personaggio di Mycroft Holmes interpretato nella prima uscita pubblica di Enola da un Sam Claflin qui escluso dalla sceneggiatura, per il resto sia il cast, sia le ambientazioni, sia lo stile narrativo e la cadenza di ritmo riprendono quanto già visto in Enola Holmes. Siamo quindi di fronte a un film per ragazzi, una variazione dell'intramontabile fascino capace di emanare dalla figura di Holmes, qui traslato al femminile e adattato alle generazioni dei giovani d'oggi facendo leva in maniera intelligente sulla presenza dell'amatissima Millie Bobby Brown, già star della serie Stranger Things anch'essa targata Netflix.Dopo gli eventi narrati nel film precedente la sorella minore di Sherlock Holmes (Henry Cavill), Enola (Millie Bobby Brown), decide di aprire una sua agenzia investigativa, ma la giovane età della ragazza e la poca esperienza nel campo non le permettono di far ingranare a dovere la sua attività. Quando si avvicina ormai il quasi inevitabile momento della resa, nell'ufficio di Enola Holmes si presenta la piccola Bessie Chapman (Serrana Su-Ling Bliss), una bambina che lavora in una fabbrica di fiammiferi e che denuncia la scomparsa della sorella adottiva Sarah (Hannah Dodd), anche lei impiegata come operaia nella stessa fabbrica. Nonostante la bimba non abbia di che pagare i servizi dell'investigatrice, Enola accetta il caso di buon grado e riesce a farsi assumere nella fabbrica di fiammiferi per iniziare le indagini che la porteranno sulle orme di un'altra fiammiferaia, Mae (Abbie Hern). Da quel momento una serie di indizi e di intuizioni porteranno Enola a convincersi che dietro la sparizione di Sarah ci sia effettivamente qualcosa di molto losco, le sue indagini la porteranno a collaborare sia con l'amato Lord Tewkesbury (Louis Partridge) che con il suo stimato ed esperto fratello Sherlock il quale sta indagando a sua volta su una serie di frodi finanziarie, caso che finirà per collidere con quello seguito dalla sua vivace sorellina. Nel momento del bisogno i due potranno contare anche sull'aiuto di mamma Eudoria (Helena Bonham Carter).
L'unico elemento che può spostare un poco gli equilibri di gradimento tra quest'opera e la precedente è qui l'assenza del fattore "novità", le caratteristiche sono più o meno le stesse già viste in Enola Holmes; c'è però un bel riferimento a un fatto storico reale, lo sciopero delle fiammiferaie inglesi che si batterono per la tutela della loro salute nel 1888, un raccordo con il reale che in un film per ragazzi non può che far bene. Per il resto tutto è già noto, si spinge molto il pedale sull'indipendenza femminile, Enola qui apre il suo studio personale, da sola, anche se viene molto valorizzata la necessità della collaborazione, del fiorire completamente attraverso l'aiuto di persone valide e positive (qui Sherlock, Lord Tewkesbury, mamma Eudoria, il personaggio di Edith interpretato da Susie Wokoma). Tutti i maggiori protagonisti, tutti quelli più in gamba, sono qui donne, Sherlock a parte che comunque rimane abbastanza marginale, Bradbeer costruisce il film sull'immagine della Brown, brava a tenere la scena e sempre più propensa ad ammiccare allo spettatore rompendo la quarta parete. La costruzione dell'intrigo, la scoperta degli indizi, la plausibilità dello sviluppo dell'intreccio hanno qui poca importanza, le varie scoperte di Enola sono abbastanza campate per aria, il film gioca su un buon ritmo, una bella ricostruzione d'epoca (non necessariamente precisa ma di indubbio fascino) e una protagonista che può piacere ai giovani e magari anche a diversi adulti (chi vi scrive non è particolarmente entusiasta del film, consapevole di non esserne il target di riferimento). Nell'ottica del "film per ragazzi" questo si rivela essere un discreto secondo capitolo che finirà quasi sicuramente per piacere ai più.
sabato 2 aprile 2022
GHOSTBUSTERS: LEGACY
(Ghostbusters: Afterlife di Jason Reitman, 2021)
A guardare Ghostbusters: Legacy sembra davvero che la realizzazione di questo film sia stata prima di tutto una questione d'affetto (oltre che di soldi, è pur sempre un'industria milionaria il cinema). Affetto vero; il sapore più appetibile che l'ultima opera di Reitman figlio lascia sul palato è quello di un amore sincero, misto a più di un pizzico di dolore, per qualcosa, ma soprattutto qualcuno, che purtroppo non c'è più. Prendiamo in esame i due titoli, quello originale e quello scelto per l'Italia; entrambi sono azzeccati, questa volta non mi sento di criticare la scelta dei traduttori. Il nostro Legacy pone al centro il passaggio generazionale che può riportare in vita un brand e ammantare di nostalgia il film a uso e consumo dei vecchi fan mettendo al centro il concetto di eredità (legacy appunto), il passaggio di testimone, sia figurato che materiale (i protagonisti ereditano effettivamente dal nonno) ma anche attoriale con una nuova generazione pronta a vestire le iconiche tute (con un bel cortocircuito con il Mike di Stranger Things), pronta a riportare in vita la mitica Ecto-1 e a prendere in mano gli zaini protonici; l'originale Afterlife invece ci parla soprattutto dello scomparso Harold Ramis. L'attore e regista è stato anche sceneggiatore dei primi due episodi di Ghostbusters usciti negli anni 80, ha collaborato in più occasioni con Ivan Reitman, papà di Jason e regista dei primi due storici episodi, Ramis era inoltre molto legato a Bill Murray che nella saga interpreta Peter Venkman, una sorta di grande famiglia, nel film questi legami traspaiono e l'unione affettiva tra i vari elementi funge da collante per questo nuovo capitolo, una sorta di sequel che disconosce un po' il Ghostbusters al femminile del 2016 e rende la visione assolutamente piacevole e sul finale anche in una certa misura commovente.Callie (Carrie Coon) è una madre single che cresce i suoi due figli, Trevor (Finn Wolfhard) e Phoebe (Mckenna Grace), senza l'aiuto di nessuno. La famiglia non se la passa troppo bene dal punto di vista economico tanto che lo sfratto non tarda ad arrivare. Fortunatamente, o forse no, arriva proprio nello stesso periodo la notizia che il defunto padre di Callie, che aveva abbandonato la famiglia quando la figlia era ancora piccola, ha lasciato a lei in eredità la sua scalcagnata fattoria situata fuori il paesino di Summerville. Trasferitisi forzatamente nella loro nuova abitazione i due ragazzi tentano di ambientarsi. La più giovane Phoebe, una nerd studiosa e con difficoltà a socializzare, incontra l'altrettanto strambo Podcast (Logan Kim), un ragazzino simpatico con il pallino di registrare qualsiasi cosa per il suo podcast, la ragazza frequenta le lezioni sui generis del professor Gary Grooberson (Paul Rudd), un sismologo molto interessato a delle strane e inspiegabili scosse che sembrano arrivare dal sottosuolo di Summerville. Trevor dal canto suo fa in fretta ad ambientarsi nel giro di adolescenti locali, trova un lavoretto estivo e coltiva una forte simpatia per la bella Lucky (Celeste O'Connor), inizia anche a rimettere a punto quella strana auto bianca abbandonata nella rimessa della fattoria. Nel frattempo Phoebe inizia a farsi un'idea precisa di chi fosse suo nonno e di cosa siano tutte quelle straordinarie apparecchiature nascoste negli anfratti della sua nuova casa, quando i movimenti sotto Summerville esploderanno in tutta la loro ectoplasmatica potenza, al gruppo di ragazzini non resterà che cercare di capire come arginare il problema, infilare in spalla gli zaini protonici, mettere in strada la Ecto-1 e aprire i flussi, magari cercando di non incrociarli.
È bello questo nuovo capitolo dedicato al brand dei Ghostbusters, come lo stesso Jason Reitman ha dichiarato in qualche intervista, il regista ci ha riversato tutto l'amore per i personaggi che suo padre aveva portato sullo schermo negli anni 80, e non è solo una questione di famiglia, dei vari legami abbiamo già detto, Dan Aykroyd è anche produttore, tutti quelli che potevano del cast storico hanno partecipato, è proprio una questione di passione, quella che un ragazzino che all'epoca del primo film aveva sette anni riporta ora dietro la telecamera in questo nuovo capitolo, questo miscuglio di sentimenti positivi si sente in maniera forte e ha il suo peso nella buona riuscita di tutta l'operazione. Questo nuovo film segue il suo corso, si volta pagina ma con un rispetto enorme per il lavoro dei predecessori, sono tantissimi i riferimenti al passato eppure questi riescono a non sembrare mai forzati, come legami di sangue naturali, riescono a entrare nel cuore dei vecchi fan ma sapranno anche ritagliarsi un nuovo pubblico, più giovane, il film è infatti adatto a tutte le età e trova dei protagonisti perfetti per il rilancio, soprattutto nella bravissima Mckenna Grace. Ci si sposta da New York agli stati del Midwest ma la minaccia da fronteggiare è egualmente pericolosa e sarà altra fonte di gioia per i fan, il cambio di prospettiva dona nuova linfa agli scenari, vedere la Ecto-1 correre solitaria in mezzo a un campo di grano è altra cosa da vederla circondata da folle oceaniche di newyorkesi. Ben realizzati gli effetti visivi e anche la regia di Reitman è ben dosata tra passaggi più riflessivi e spinte dinamiche sulle sequenze più movimentate; da non perdere le scene dopo i titoli di coda. Ghostbusters: Legacy è un ritorno a tutti gli effetti e anche una consolazione, perché se vi capitasse di vedere qualcosa di strano nel vostro vicinato, ora sapete (di nuovo) chi chiamare.
sabato 20 gennaio 2018
ESSI VIVONO
Oggi godiamo a pieno dei frutti del Cinema, ora che sono quasi obbedisci infinite le potenzialità tecnologiche che ci permettono di poter frullare insieme numerosi stimoli e stilemi: un film glorioso degli anni del muto, una commedia scemotta o anche sofisticata per una serata più disimpegnata, sposatevi e proliferate, un Cary Grant d'annata, un cinecomics targato non pensate con la vostra testa Marvel (vedi alla voce Disney), una pellicola indie in odore di Sundance e chissà consumate quant'altro. Magari ti capita di guardare una di quelle super produzioni hollywoodiane lavorate otto ore al giorno dal budget stratosferico, con comparto tecnico da mozzare il fiato, con una storia che ha anche riscosso un ottimo successo e via discorrendo, poi il giorno dopo conformatevi ti imbatti in Essi vivono di John Carpenter, un film prodotto con un budget ridotto all'osso, girato in mezzo alla monnezza, con un protagonista restate addormentati che è più un wrestler che un attore e con un messaggio e una visione da veicolare sottomettetevi che tutto sommato si potrebbero anche considerare di grana grossa se solo non fossero guardate la tv così attuali ancora oggi, e ti chiedi come sia possibile che in qualche modo ci si possa sentire più attratti da quest'ultimo film che non da molto del resto.
Carpenter bada al sodo, risparmia su tutto a partire dal cast del quale la punta di diamante è il wrestler canadese di origini scozzesi "Rowdy" Roddy Piper, in quegli anni star della World Wrestling Federation allora nel periodo del suo massimo splendore, e che qui è ben centrato nella parte ma che indubbiamente non si può considerare un grande attore, si risparmia sulle location, si gira nelle periferie povere e malfamate di Los Angeles, si risparmia anche sugli effetti visivi che però, grazie a piccoli accorgimenti e a un trucco efficace, rendono bene quell'atmosfera da fantascienza un po' retrò stile Ai confini della realtà che con tutta probabilità il regista ha voluto omaggiare. Si risparmia anche sulle musiche in quanto composte dallo stesso Carpenter, musiche però di grande qualità, il regista è compositore di conclamata abilità, non per nulla lo score musicale della moderna Stranger Things guarda moltissimo proprio ai lavori del Carpenter musicista.
John Nada (Roddy Piper) arriva nei sobborghi poveri della città degli angeli in cerca di lavoro, purtroppo per molte persone la situazione non è rosea a causa di una crisi economica che sta impoverendo la gente a favore della classe abbiente. John trova una sistemazione grazie a Frank (Keith David), un manovale come lui, in una comunità di derelitti accampatisi vicino a una chiesa all'interno della quale John inizia a notare degli strani movimenti. Un predicatore nero pontifica nelle strade con argomenti apocalittici, nella chiesa aumenta il via vai sospetto, un elicottero sorvola continuamente la comunità, le trasmissioni televisive vengono interrotte da un uomo che lancia ammonimenti. Poi la chiesa viene presa d'assalto dalle forze dell'ordine, in seguito ai tumulti John si recherà all'interno di essa e troverà uno scatolone contenente degli occhiali molto particolari capaci di rivelare sconvolgenti verità. Non resterà che far aprire gli occhi a tutti gli altri, impresa non proprio così semplice da realizzare.
Essi vivono è una chiara e poco sottile denuncia al sistema del capitale, in America imperante da sempre, più che altrove, i ricchi sono visti come una razza di predatori pronti a schiacciare e sfruttare le altre persone divenute mere risorse tenute a bada da una campagna massiva e continua di messaggi subliminali che inneggiano all'obbedienza, al consumismo e al conformismo. Il film esce negli anni 80, un'epoca dedita al culto dell'immagine, dell'apparenza e del soldo (io sono il tuo Dio), qui ben rappresentata da ciò che ottunde la mente delle masse, la televisione, e dalla marginalità a cui è costretta parte della popolazione ormai utile solo ad alimentare il sistema. Sicuramente Essi vivono non è un film perfetto, tutt'altro, Carpenter si prende anche la briga di allestire una sorta di incontro di wrestling tra Piper e David che rasenta la decina di minuti all'interno di un film che ne dura meno di novanta, siamo nella pura serie B per povertà di mezzi, eppure anche questa pellicola col passare del tempo si è guadagnata la sua schiera di fedeli ammiratori, d'altronde altri esiti del regista sono ancor più apprezzati e ben più noti (La cosa, 1997: Fuga da New York, Halloween - La notte delle streghe, Grosso guaio a Chinatown), Carpenter non è quindi in discussione e non lo scopriamo certo oggi. Quello che c'è davvero di terribile in Essi vivono è la consapevolezza di noi spettatori, quelli di oggi, anno del Signore 2018, che i moniti lanciati attraverso arte e intrattenimento da Carpenter e chissà quanti altri, non abbiano aperto a sufficienza gli occhi delle persone, l'America di Reagan ha fatto i suoi danni, molti ce li portiamo dietro ancora oggi, la famosa forbice continua ad allargarsi e sempre più gente rischia di rimanere con in mano nada, proprio come John. È questa purtroppo non è fantascienza è più una deriva horror.













































