sabato 27 ottobre 2012

STAR WARS: THE CLONE WARS

(di Dave Filoni, 2008)

Pare proprio che sopra questo lungometraggio d'animazione che espande ulteriormente la saga di Guerre Stellari abbiano sputato un po' tutti. Potevo esimermi dal farlo anche io? La domanda è retorica così come la risposta potrebbe essere scontata. E invece no, faccio economia di liquidi corporei ed evito di sputazzare sopra un prodottino già vituperato oltre ogni più nefasta aspettativa.

Un paio di premesse: apprezzo molto la trilogia originale ideata da George Lucas pur non essendo uno di quei fan monomaniaci che conoscono a memoria tutti i nomi delle comparse che recitarono nascoste sotto le armature con relative date di nascita. Sono quasi all'oscuro di ciò che avviene nei film della seconda trilogia pur avendone visto al cinema almeno uno, la memoria si sfalda, il film non mi aveva preso e così a malapena riesco a collocare cronologicamente i fatti narrati in questo episodio. Ultima cosa, abbiamo capito tutti che Lucas (o chi per esso) sta spremendo il limone è quindi cosa buona e giusta non aspettarsi ulteriori tasselli significativi nel mosaico di Star Wars.

Detto questo, prendendo il film per quello che è (cioè un prequel di una futura serie animata e l'ennesimo tentativo di scucire soldi ai fan della saga), il risultato finale non mi è sembrato meritevole di essere messo alla gogna. Certo la trama è lineare e non offre grandi sorprese, l'animazione non è al passo con i tempi e abbiamo visto di meglio (ma anche di peggio). Nonostante ciò la pellicola adempie discretamente alla funzione di intrattenimento, pur proponendo una battaglia continua per 3/4 del film non sfinisce lo spettatore e inserisce nella mitologia della galassia lontana lontana un paio di nuovi personaggi.



L'animazione è parecchio statica, ok, ma non del tutto spiacevole, legnosa quanto volete ma con un suo perché. Certo che questa roba un minimo vi deve piacere o interessare altrimenti nisba, statene pure alla larga.

Comunque la Repubblica (i buoni) e L'Impero (i fetenti) sono come al solito in guerra. Importante per entrambe le fazioni avere accesso ai territori dominati dal noto criminale Jabba the Hutt al quale da poco è stato rapito il mostruoso figlioletto. Sia i repubblicani e i guerrieri Jedi al loro servizio che l'impero con i suoi Sith tentano di arrivare a un compromesso con il criminale, i primi tentando di salvarne il figlio i secondi incolpando la Repubblica del rapimento dello stesso.

Toccherà al guerriero jedi Anakin Skywalker e alla sua padawan (che in guerrastellarese vuol dire allieva) Ahsoka Tano contrastare i piani del diabolico Dooku e la sua guerriera Asajj Ventress. Di contorno personaggi noti e meno noti della saga come Yoda, Obi-Wan Kenobi, la senatrice Amidala i robot C-3PO, R2-D2 e compagnia cantante.

Se questo prodotto non fosse stato targato Star Wars penso che ci avrebbero sputato tutti sopra un pochino di meno, se volete sputargli pure voi guardatevelo e poi decidete.

giovedì 25 ottobre 2012

CAMMINA NON CORRERE

(Walk don't run di Charles Walters, 1966)

Ovvero come costruire una divertente commedia (solo vagamente rosa) su una trama talmente esile da poterla tranquillamente dimenticare per tutta la prima parte del film. Il succo è questo: un ormai non più giovanissimo ma sempre affascinante Cary Grant, nei panni di Sir. William Rutland, arriva a Tokio durante le olimpiadi del 1964 con due giorni d'anticipo rispetto alla data della sua prenotazione alberghiera. Alberghi pieni, impossibile trovare una sistemazione all'ultimo momento. Neanche all'ambasciata inglese di Tokio riescono a trovargli una sistemazione. Solo un annuncio di una camera in affitto a opera della signora Easton (Samantha Eggar), una fanciulla davvero carina, toglierà le castagne dal fuoco al gentiluomo inglese. E sì che la signora voleva affittare la stanza a una donna, particolare omesso sull'annuncio, invece la ragazza si ritrova un quasi invadente Cary Grant in casa.

Oltre al fatto che Sir. Rutland decide di sua iniziativa di subaffittare la sua camera all'atleta americano Steve Davis (Jim Hutton, volto dell'Ellery Queen televisivo) tutta la parte successiva all'incipit del film si regge su gag ed equivoci che non tentano neanche di portare la storia da qualche parte. Il bello è che funziona; le scene domestiche sui turni per l'uso del bagno, quelle sulla preparazione della colazione, la gag dei pantaloni, Grant che fischietta il tema di Sciarada, etc...  divertono come solo la commedia dei bei tempi andati sapeva fare, anche con niente.

Nella seconda parte del film la trama assume contorni da commedia rosa dove il fascino di Cary Grant da protagonista diventa sponsor del più giovane e atletico Hutton, obiettivo quello di scaldare il cuore dell'apparentemente rigida Christine Easton. In questa seconda parte il film funziona e diverte meno pur rimanendo su livelli più che accettabili per una serata spensierata.

La classe degli attori, il garbo nella recitazione, il mestiere nella regia, anche l'artigianale creazione di una Tokio da studio (dubito che la troupe abbia messo piede in Giappone) fanno rimpiangere il modo di fare cinema di una volta. Non che quel cinema sia per forza meglio di quello odierno, questa pellicola non è neanche tra le migliori del genere tra l'altro, però scatena una nostalgia per una sensibilità che non c'è più ma che funzionava davvero bene.

A titolo di cronaca il film è il remake di Molta brigata vita beata del 1943 con Charles Coburn  tra i protagonisti.

BRADIPIT 37

Continuano i teneri (?) incontri del nostro eroe con la più improbabile delle faune. O delle flore? Ma lui imperterrito non si scompone. Bradipevolissimevolmente bradipo, fino in fondo.



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lunedì 22 ottobre 2012

DAVID BORING E ALTRE STORIE

L'effetto che fa la lettura della graphic novel di Daniel Clowes è quantomeno straniante. Una storia in tre atti la cui principale peculiarità sta nella mancanza pressoché assoluta di emotività da parte del suo protagonista, il David Boring del titolo (dove Boring è traducibile come noioso). Caratteristica resa manifesta sin dalla prima tavola del racconto nella quale il protagonista intrattiene un rapporto sessuale con una ragazza di una bellezza perfetta senza tradire il minimo segno di coinvolgimento o appagamento, riflettendo anzi in maniera clinica sulla prestazione e sul come la ragazza in questione in qualsiasi momento si sarebbe potuta alzare e scappare via per andare a qualche festa di cui si era appena ricordata.

Davvero non male come incipit per introdurre un personaggio che mantiene la stessa verve emotiva di fronte al sesso come davanti alla morte di un amico. Trasferitosi recentemente in città, David divide l'appartamento con la sua amica lesbica Dot, ha un'ossessione particolare per i fondoschiena delle ragazze e per l'ormai quasi introvabile lavoro del padre, fumettista creatore dell'albo Yellow Streak.

A movimentare le vicende sentimentali (se così possono mai definirsi) del protagonista, un assassinio, il forzato ritorno al paese d'origine con lo spauracchio di un indesiderato incontro con la madre, un'infatuazione per una ragazza incarnante il suo prototipo di donna perfetta modellato sulla cugina e altro ancora.

Su tutto un'idefinita minaccia di catastrofe imminente, un'apocalisse ventura dai contorni totalmente sfumati e finalmente la possibilità che qualcosa smuova emotivamente il glaciale Boring. Un'evento (che non vi anticipo) chiude il primo atto mescolando le carte in tavola e cambiando totalmente lo scenario della vicenda.

Il senso di un'ignoto accadimento incombente si fa più pressante nel secondo atto ambientato in un luogo isolato con una ristretta cerchia di personaggi impossibilitati a comunicare con l'esterno. I rapporti diventano qui più ingarbugliati e difficoltosi, le domande sollevate durante il corso della vicenda troveranno risposta solo nell'ultimo atto, parte della vicenda di cui non vi parlo per non togliere sapore all'intreccio.

La narrazione di Clowes, autore anche del conosciuto Ghost World dal quale è stato tratto il film con Steve Buscemi, Scarlett Johansson e Thora Birch, è stimolante per il lettore sotto più punti di vista. Interessa lo sviluppo della vicenda così come lo fanno i rapporti interpersonali tra i vari attori della storia e finanche, se non in misura maggiore, la riflessione del protagonista su se stesso e sulle proprie emozioni. Senza parlare poi della sensazione di vago pericolo incombente e delle vicende legate alla famiglia di David. Il tratto dello stesso Clowes è sempre efficace, gioca su luci e ombre e lavora parecchio sulle rotondità, rende la lettura sempre piacevole e scorrevole.

Una storia stranamente coinvolgente nonostante l'innata freddezza del protagonista, una lettura che si rivela originale e questo non può che essere un grande pregio.

A completare il volume alcune brevi storie dello stesso autore pubblicate originariamente sulla rivista Eightball, nello specifico: Caricature, MCMLXVI, Uno schifo di blu, La mamma d'oro, Eyliner verde e I segreti della scuola d'arte dal quale è stato tratto il film Art school confidential del 2006.

venerdì 19 ottobre 2012

10 VOLTI (3) - MUSIC EDITION

Allora, rieccoci. Facciamo il punto.

Alla fine della seconda manche mancavano all'appello ancora alcuni volti da scoprire, vediamo quali.

Il numero 4 è Rasputin compagno/avversario di Corto Maltese, personaggi creati dal grande Hugo Pratt. La sesta faccia già identificata come quella di un regista appartiene a James Gray, tra i suoi film I padroni della notte e Two lovers. La numero otto ammetto che era quasi impossibile (però avevo dato un bell'indizio). Trattasi di Hugh Everett III, scienziato ideatore dell'interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica nonché padre di Mr. E (Mark Oliver Everett) frontman degli Eels.

Quindi, classifica.

01 La Citata 4 pt.
02 Vincent 2 pt.
03 Frank Manila 1 pt.
04 Elle 1 pt.
05 Beatrix Kiddo 1 pt.
06 Bradipo 1 pt.
07 Evil Monkeys 1 pt.
08 Blackswan 0 pt.

Classifica molto corta, per questa terza manche l'aiuto è insito nel titolo del post. Solo musicisti.

A voi.

1


2


3


4


5


6


7


8


9


10


giovedì 18 ottobre 2012

DILLINGER

(di John Milius, 1973)

La storia del gangster John Dillinger (Warren Oates) narrata dalla voce del suo più grande avversario, l'agente dell'F.B.I. Melvin Purvis (Ben Johnson). In realtà il film di Milius racconta gli anni salienti della carriera criminale di Dillinger, gli anni della grande depressione, quel pezzo di vita e di storia compreso tra il 1933 e il 1934.

Un film a suo modo duro, girato intorno a personaggi carismatici, due perfetti opposti, Dillinger e Purvis, che molto spesso invece di sembrare le due facce della stessa medaglia (bene/male) sembrano la stessa faccia di due medaglie diverse (la  stessa violenza al servizio della legge e quella anarchica).

Una mimesi quasi perfetta da parte di Oates che sembra il vero Dillinger, una prova superba fatta di sguardi e gesti da parte di Johnson, un tipaccio sulla cui strada non ti vorresti mai mettere (e lui dovrebbe essere quello buono). E poi quell'estetica così '70, quella luce, quell'asciuttezza di sguardo che (mi) fa impazzire.

La vicenda di Dillinger è narrata in maniera frammentaria, quasi come un'episodio fosse incollato all'altro, la visione del regista è asciutta, non ammantata dall'epica malavitosa inscenata da altri registi statunitensi. Duro, diretto, inframmezzato da cinegiornali d'epoca, poco romanzato.

Insieme a Dillinger, uno dei più celebri rapinatori di banca della sua epoca, il resto della cricca, la compagna Billie (Michelle Phillips), un giovane e violento Richard Dreyfuss nelle vesti di Baby Face Nelson, l'altrettanto noto alla giustizia Pretty Boy Floyd (Steve Kanaly), e ancora Homer Van Meter (Harry Dean Stanton).

L'approccio scelto dal regista per narrare questa storia rende la pellicola un lavoro che si fatica a definire avvincente, coinvolgente nell'accezione più classica di questi termini. Un film ben girato che ripropone un'epoca di contrasti che hanno tenuto banco sulla stampa, sulla bocca dell'opinione pubblica, i contrasti tra la banda di John Dillinger e i G-Men di Purvis, un contrasto divenuto presto sfida personale che in maniera inevitabile non poteva che sciogliersi nel sangue.

BRADIPIT 36

La più grave delle piaghe che infama la giungla e in particolare quella dove abita Bradipit agli occhi del mondo è, voi avete già capito, è inutile che io ve lo dica, mi vergogno a dirlo, è il traffico. Troppi animali, è un traffico tentacolare, vorticoso che impedisce di vivere e ci fa nemici, specie contro specie, troppi animali.



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martedì 16 ottobre 2012

MARVEL VINTAGE 12

Puntate precedenti.

Il tramonto della golden age del fumetto statunitense si avvicina, le avventure degli eroi dai colori sgargianti vedono un declino sempre crescente, la proposta di tematiche belliche ha sempre meno senso e meno seguaci, si percorrono nuove vie, i cambiamenti in corsa sono molti e verso la fine del decennio, quello degli anni quaranta, le proposte si diversificano.

Forse il 1948 è uno degli anni dove si raggiunge uno dei punti di maggior equilibrio per quello che concerne le tematiche proposte dai fumetti della Timely Publications. Mentre l'anno precedente vedeva la graduale scomparsa degli albetti umoristici con protagonisti simpatici animaletti e il proliferare di testate a tema rosa e adolescenziale, entrano ora in scena la crime story, il western, il mystery, senza trascurare comunque il pubblico femminile.

L'ultimo rigurgito di fumetto umoristico compare nell'agosto del '48 con la pubblicazione dei due numeri di Wacky Duck titolo già utilizzato in passato dalla Timely.

Wacky Duck 1 (Ago. '48), artista sconosc.

Decisamente originale la proposta di Ideal che iniziò la sua avventura nel Luglio del 1948, nei cinque numeri proposti prima della prematura chiusura della testata si avvicendarono personaggi insoliti per i comics dell'epoca: Antonio e Cleopatra, Giovanna d'Arco, Riccardo Cuor di Leone, etc... editor il sempre sorridente Stan Lee.

Ideal 1 (Lug. '48), artista sconosc.

Ideal 3 (Nov. '48), artista sconosc.

Già dall'anno precedente questa tendenza alla diversificazione aveva iniziato a prendere corpo grazie ad almeno un paio di titoli che si lanciarono nel campo delle crime stories. Come successore della testata Official true crime cases, dal venticinquesimo numero debutta All True Crime Cases, albo che verrà poi ripreso nel novembre del 1951 dalla futura incarnazione della casa editrice, la Atlas Comics. Tutte di nuova fattura invece le altre uscite dedicate al genere: si inizia nel Marzo '48 con l'esordio di Lawbreakers always lose! (un titolo, un programma) che conterà in tutto una decina di uscite, contributi di Harvey Kurtzman.
Segue nell'Aprile Crimefighters, altra testata che dall'undicesimo numerò uscirà sotto l'etichetta Atlas. Minor fortuna e uscita unica nel Giugno 1948 per Crime Exposed, denominatore comune di tutte queste testate sempre lui, il sorridente.

All-True Crime 26 (Feb. '48), cover di Syd Shores

Lawbreakers alwais lose! 1, cover di Syd Shores

Crimefighters 1 (Apr. '48), artista sconosc.

Crime Exposed 1 (Giu. '48), artista sconosc.

Le pubblicazioni dedicate al pubblico femminile non mancano, continuano i successi messi in cantiere gli anni precedenti e parte anche qualcosa di nuovo. La nuova serie di Comedy Comics (10 uscite) ripropone personaggi affermati come Millie the Model, Tessie the Typist e Hedy De Vine, nuovo personaggio invece su Mitzi Comics e Mitzi's boyfriend della primavera del '48. Buono il successo di My Romance che, pur con alcuni cambi di titolo, contò ben ottantasei uscite. Anche all'unica testata con protagonista un maschietto viene affiancata una giovane fanciulla, Frankie Comics diventa così Frankie and Lana.

Comedy Comics 1 (Mag. '48), artista sconosc.

Mitzi Comics 1 (Primavera '48), artista sconosc.

My Romance 1 (Set. '48), cover di Chris Rule

Lana 1 (Ago. '48), artista sconosc.

Frankie and Lana 12 (Dic. '48), artista sconosc.

Un po' diverso il discorso per Annie Oakley, eroina femminile ispirata a una tiratrice provetta realmente esistita che si guadagnò anche un posto al sole nello spettacolo itinerante di Buffalo Bill. All'interno dell'albo storie anche di Hedy De Vine.

Annie Oakley 1 (Mar. '48), cover di Chris Rule

Approfittiamo della presenza di Annie per esplorare il genere western che inizia a ottenere grande diffusione. A riprova che i supereroi tirano sempre meno ecco che All-Winners Comics, dopo una sola uscita, diventa All Western Winners presentando personaggi come Two-Gun Kid, Black Rider e Kid Colt. Il primo dei tre personaggi era già titolare di una sua testata dal Marzo del 1948, testata longeva che arriverà a contare ben 136 uscite. Tra gli altri albi da ricordare l'accoppiata Wild West/Wild Western che conterà 55 numeri e dove appariranno Tex Taylor, Tex Morgan e Blaze Carson, personaggi in procinto di ottenere albi a loro dedicati. Il maggior successo western è forse l'albo Kid Colt Outlaw che andò avanti fino al settembre del 1979 per ben 229 appuntamenti.

All Winners Comics 1 (Ago. '48), artista sconosc.

All Western Winners 2 (Inv. '48), di Syd Shores

Two-Gun Kid (Mar. '48) cover di Syd Shores

Wild West 1 (Mar. '48), cover di Syd Shores

Tex Morgan 1 (Ago. '48), cover di Syd Shores

Tex Taylor 1 (Set. '48), cover di Syd Shores

Blaze Carson 1 (Set. '48), cover di Syd Shores

Kid Colt outlaw 1 (Ago. '48), cover di Syd Shores

Rimaneva ancora dello spazio per le tematiche super anche se non sempre legate ai supereroi convenzionali, c'è la serie fantasy dedicata a Venus (Venere), c'è l'acquisto da parte della Timely di Blackstone the Magician della E.C. Comics e l'altrettanto misterioso The Witness, timidi i tentativi di rilancio (dureranno solo 3 numeri) del genere supereroico con Namora e Sun-Girl.

Venus 1 (ago. '48) di Ken Bald

Cover di Blackstone E.C. 1 di Elmer Stoner (Set. '47)

Blackstone the Magician 1 (Mag. '48), art. scon.

The Witness 1 (Set. '48), cover di Charles Nicholas

Namora 1 (Ago. '48), cover di Ken Bald

Sun-Girl 1 (Ago. '48), cover di Ken Bald

continua...

domenica 14 ottobre 2012

LE AVVENTURE DI TIN TIN - IL SEGRETO DELL'UNICORNO

(The adventures of Tintin di Steven Spielberg, 2011)

Un gran bel filmone d'avventura, di quelli lanciati a 100 all'ora dove il ritmo non cala quasi mai. Questo è, in poche parole, il film girato in motion-capture dedicato alle avventure del giovane giornalista nato dalla penna del fumettista belga Hergé. Più vicino per sensibilità a pellicole dedicate ad adolescenti e adulti che non ai bambini, richiama nelle intenzioni quei film che riuscivano a entusiasmarci e coinvolgerci quando eravamo ragazzini. Mancano il lato prettamente sentimentale scatenato da pellicole, per rimanere ai tempi della nostra giovinezza, come E.T. o quelli di meraviglia e orrore insiti in cult inossidabili come I Goonies o i Gremlins, Tin Tin potrebbe invece essere accostato alle peripezie di un certo Indiana Jones di Spielberghiana memoria con i dovuti distinguo. La mano del regista c'è e si sente tutta.

Ci si arma della giusta dose di sospensione dell'incredulità e si parte alla grande con una bellissima sequenza di titoli di testa animata in maniera davvero godibile. L'avventura inizia in un mercatino all'aperto dove Tin Tin, accompagnato dal fido cane Milou, acquista la riproduzione di un vascello a tre alberi, l'Unicorno del titolo. Da subito l'oggetto si rivela di grande interesse per personaggi ambigui e pericolosi. Il segreto celato dall'Unicorno porterà Tin Tin sulle orme della famiglia Haddock della quale l'ultimo discendente è il capitano Archibald Haddock, e su quelle del pericoloso avversario Ivanovich Sakharine.

Fin dalle prime sequenze si entra nel vivo dell'azione in un mondo reso incredibilmente vivido dalla straordinaria animazione e dall'uso magnifico della tecnica della motion-capture grazie alla quale attori come Daniel Craig e l'ormai espertissimo Andy Serkis danno vita ai vari personaggi. Il realismo incredibile ottenuto dal reparto tecnico lascia lo spettatore a bocca aperta, i personaggi sembrano quasi delle persone reali per movenze, espressioni e quant'altro.



La storia prende, i characters sono ben delineati e il ritmo non cala praticamente mai, l'attenzione rimane desta anche nei momenti più calmi del film. Unica pecca ascrivibile alla gestione dei personaggi è il doppiaggio del Capitano Haddock a opera di Pannofino. Il doppiatore è bravo come al solito, il problema è che ci si aspetta che da un momento all'altro Haddock se ne esca con un: "dai, dai, dai che la portiamo a casa!", l'ombra di Renè Ferretti aleggia sul film :)

Un film per tutti, almeno per tutti quelli disposti a tornare ragazzini e godersi una bella storia d'avventura. All'uscita di Le avventure di Tin Tin si parlò di una trilogia da sviluppare in collaborazione tra Spielberg e Peter Jackson (qui solo produttore), probabile regista del secondo episodio. Se la qualità rimane su questi livelli ben vengano gli altri due episodi dedicati al giornalista con il ciuffo arancio.

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