martedì 23 marzo 2021

HELLBOY - STRANI LUOGHI

(Hellboy: Strange places di Mike Mignola, 2002/2005)

Come promesso, dopo la lunga cavalcata durata la bellezza di otto volumi dedicata al Bureau for Paranormal Research and Defense (il B.P.R.D.), torniamo a occuparci di Hellboy, il personaggio principale di quello che è ormai noto come Mignolaverse e che avevamo lasciato al termine del volume Il verme conquistatore in procinto di partire per l'Africa, pieno di dubbi sul suo destino e sull'operato dello stesso Bureau che senza troppi scrupoli nel corso di quell'avventura mise in pericolo la "vita" di Roger l'omuncolo, strano essere al quale Hellboy, come tutti i lettori, era ormai sinceramente affezionato. Nonostante entrambe le serie siano scritte da Mignola (con l'aiuto di Arcudi per quel che riguarda il B.P.R.D.) il cambio di atmosfera è marcato e palese, con Hellboy, nonostante la narrazione si svolga in parallelo ai fatti narrati negli ultimi volumi della serie del Bureau, sembra di fare un salto nel passato all'epoca del romanzo gotico, il tratto di Mignola è molto adatto a queste atmosfere lugubri e catapulta il lettore in un mondo più oscuro, minaccioso e greve dove l'aria di disastro incombente è stemperata dal solo Hellboy, sempre pronto alla battuta sagace e a sdrammatizzare ogni situazione, comprese quelle relative ai funesti presagi legati alla sua stessa mano destra.

Molto interessante la genesi della prima delle due storie contenute in questo volume (Il terzo desiderio e L'isola) pensata da Mignola parecchi anni prima con protagonista Namor il Sub-Mariner di casa Marvel, la vicenda si svolge infatti sul fondo dell'oceano, ma andiamo con ordine. Hellboy come da programma arriva in Africa al cospetto di un vecchio sapiente di nome Mohlomi che già da tempo è in attesa dell'arrivo del demone buono, tra leggende africane e supernaturali visioni, dall'Africa continentale lo strano duo si trova ai bordi dell'oceano dal quale Hellboy viene prontamente inghiottito, non prima però di essere stato fornito dall'anziano Mohlomi di uno strano amuleto protettivo. Sui fondali oceanici la strada di Hellboy incrocerà quella delle tre sorelle sirene e dei loro desideri, esposti in maniera malaccorta alla strega dell'acquitrino, un essere anfibio più che deciso a togliere di mezzo il Nostro, sempre a causa di quella vecchia profezia che indica la mano destra dell'affabile demone come portatrice di distruzione inarginabile. Tra chiodi conficcati nel cranio, catene d'ossa maledette, amuleti, lance di vecchi guerrieri e diversi rimandi alla continuity del personaggio (La bara incatenata e altre storie) Hellboy riuscirà a riemergere dal mare solo per finire sull'isola della seconda storia del volume, luogo dove si troverà di fronte, anche fisicamente, a ciò che le profezie dicono di lui, all'essere maligno e distruttivo che potrebbe diventare se corrotto dal male infernale, dall'influenza dell'Ogdru Jahad, demone del quale si narrano qui nel dettaglio le origini.

Hellboy è un fumetto di classe dalle dichiarate influenze letterarie, di folklore, imbevuto delle tradizioni di vari paesi, in questo volume si pesca dalle leggende africane, si cita Moby Dick, ci si ispira alla Sirenetta di Andersen e ai racconti di William Hope Hogdson, questo impianto molto classico discosta la narrazione da quella adoperata per la serie del B.P.R.D. donando vivacità a un universo condiviso nel quale è possibile trovare approcci diversi alla materia, entrambi molto validi. Amando i racconti corali per quel che mi riguarda l'allievo ha addirittura superato il maestro e trovo alcune avventure del B.P.R.D. più intriganti di queste dello stesso Hellboy che rimane comunque un personaggio magnifico. Mignola lavora molto sulla costruzione del presagio, del destino che Hellboy sarà chiamato a sfatare, si vedrà nei volumi successivi in che modo l'autore deciderà di portare avanti la vicenda.

A chiudere il volume ci sono le prime otto pagine di una precedente stesura de L'Isola, completamente disegnate e inchiostrate per renderle disponibili ai fan ma mai utilizzate per la storia in questione, chiudono alcuni sketch nei quali è possibile ammirare la matita "nuda" di Mignola.

domenica 21 marzo 2021

CAPTAIN FANTASTIC

(di Matt Ross, 2016)

Le utopie, anche al cinema, spesso finiscono con la loro distruzione o al limite con un drastico ridimensionamento, schiacciate dalla società costituita e dal confronto con essa, dal pensiero comune imperante che non lascia spazio ad alternative e ad altre esperienze destinate inevitabilmente a risultare fallimentari loro malgrado, nonostante si possa concedere loro validi principi e caratteristiche (magari non sempre tutte) virtuose. Nella fattispecie l'utopia è quella educativa, un tentativo estremo, in parte maldestro, per alcuni versi fin troppo autoritario tanto da inficiarne l'aspetto più nobile e libertario, di crescere i propri figli in maniera libera, a debita distanza dalla società "civile", dai suoi indottrinamenti, dalla barbarie del lavoro per il consumo e del consumo per il lavoro, dai suoi aspetti più dannosi e omologanti ma, per forza di cose, anche da una socialità necessaria per la formazione di ogni essere umano. Una bella sfida dalla quale uscire vincitori non è così semplice.

La famiglia Cash vive nei boschi dello stato di Washington, il padre Ben (Viggo Mortensen) e la madre Leslie (Trin Miller) hanno deciso di far crescere i loro sei figli a diretto contatto con la natura e di sostenersi con ciò che questa offre loro: i ragazzi così imparano a cacciare, a muoversi nella foresta, seguono con il padre un intenso programma fisico che permette anche al più piccolo di loro di sapersela cavare in situazioni di difficoltà. Detta così i Cash potrebbero sembrare una famiglia di selvaggi, invece oltre al rifiuto dei principi dettati dalla società del capitale e a fondamentali nozioni pratiche, i Cash sviluppano un'istruzione molto completa che prevede l'apprendimento delle più disparate discipline ma soprattutto l'esposizione e la condivisione dei propri pensieri in relazione a qualsiasi tema possa sollevare dubbi, un sistema d'istruzione alternativo e potenzialmente molto valido che ha come vessillo il rispetto e l'aderenza al pensiero di Noam Chomsky. Quando la madre, affetta da disturbo bipolare, vede aggravarsi le sue condizioni ed è costretta a un ricovero ospedaliero in Nuovo Messico, luogo d'origine e residenza dei suoi genitori, la responsabilità dei sei ragazzi rimane sulle spalle del padre, un uomo in aperto contrasto con il suocero (Frank Langella) che gli imputa la responsabilità di una scelta di vita così azzardata. Alla morte di Leslie la famiglia Cash dovrà lasciare i boschi per andare a porgere l'ultimo saluto alla donna, a bordo del loro bus chiamato Steve l'uomo e i sei ragazzi andranno incontro a una società che non conoscono e che disprezzano, ma ad alcuni di loro, per un motivo o per l'altro, questa auto esclusione dal mondo organizzato sta un po' stretta, i confronti saranno inevitabili, il compromesso anche.

Captain Fantastic affronta temi importanti con un piglio leggero e una forma che cerca consenso nonostante i discorsi sulla non omologazione, nulla di male, il film è molto piacevole, manca di andare troppo in profondità ma lambisce argomenti di interesse inseriti in una storia che si lascia apprezzare, condita da una bella fotografia, un uso ruffiano di musiche e costumi, siparietti divertenti, il tutto in una confezione studiata per piacere, e il film alla fine piace. Ancora una bella prova di Viggo Mortensen che cresce nella mia personale considerazione prova dopo prova, senza mai andare in overacting Mortensen riesce a calibrare al meglio anche personaggi come questo Ben Cash parecchio atipici, si gioca molto sul contraddittorio di un uomo che non vuole imposizioni da una società che disprezza ma che in qualche modo impone il disprezzo verso quella stessa società ai suoi figli, dando tanto, tantissimo, ma anche inconsapevolmente togliendo loro qualcosa: un'istruzione più completa per il maggiore Bodevan (George MacKey) così come le semplici esperienze di vita sul come rapportarsi con gli altri, con le ragazze per esempio, un'esistenza più a stretto contatto con la normalità o semplicemente con i nonni, cose che stanno molto a cuore al più ribelle Rellian (Nicholas Hamilton), la possibilità di godere più appieno della vicinanza della madre in un momento tanto difficile per le ragazze Kielyr (Samantha Isler), Vespyr (Annalise Basso), Zaja (Shree Crooks) e per il piccolo Nai (Charlie Shotwell). Centrale anche il tema della famiglia, all'interno del nucleo ristretto con i piccoli e grandi contrasti quotidiani, ma anche verso l'esterno, nei rapporti con i nonni dei ragazzi, con cugini e zii e in generale con una famiglia che non accetta lo stile di vita per loro sconsiderato scelto da Ben e Leslie per i propri figli, soprattutto verso quel padre che accusano anche di aver avuto una parte nel tracollo della moglie. Il film è infarcito di prese di posizione sulla religione, sul capitalismo, sul consumismo, sull'istruzione e su tutti i massimi sistemi disprezzati da Ben, non mancano su queste basi sequenze divertenti, altre più commoventi, senza che il film perda mai il suo tocco lieve. Il succo, ancora una volta, è che l'utopia può dare ottimi spunti, buone basi, ma che poi non regge al confronto con il mondo reale all'interno del quale però è possibile portare qualcosa di buono dell'utopia, nella speranza che un giorno venga recepito a più alti livelli. Probabilmente anche questa è un'altra utopia destinata a fallire o quantomeno a cedere il passo al compromesso.

giovedì 18 marzo 2021

IRINA PALM - IL TALENTO DI UNA DONNA INGLESE

(Irina Palm di Sam Garbarski, 2007)

Marianne Faithfull, pur essendo nota più che altro per la sua carriera da musicista, non si è fatta mancare nel corso dei decenni un rapporto privilegiato con la telecamera, sono diverse le pellicole alle quali ha partecipato a partire dal 1966, anno in cui esordisce per Godard, fino poi ad arrivare ai giorni nostri, ultima comparsa al cinema nel 2011 in Faces in the crowd. Nel 2007 esce questo Irina Palm, la Faithfull è una signora di sessant'anni che ancora non teme di misurarsi con argomenti scabrosi, insieme al regista Garbarski e al coprotagonista di questo film, il serbo Miki Manojlović, contribuisce a creare un'opera toccante che si lascia ricordare con piacere e che non manca di unire alla narrazione delle difficoltà di un ceto medio colpito dal destino avverso, una discreta dose di buoni sentimenti e una tendenza, mai troppo stonata, ad idealizzare i sentimenti e le situazioni anche negli ambiti dove non ti aspetteresti nulla di puro e di sincero. Passaggi magari non così probabili ma nemmeno impossibili aiutano la costruzione di una storia che non può lasciare indifferenti.

Sobborghi di Londra, la vita della comunità locale è quella del paesino con una media età non più giovanissima, l'emporio come punto di ritrovo, i pettegolezzi acidi mascherati sotto la coltre del perbenismo. Qui vivono, dopo aver venduto la casa di famiglia, Maggie (Marianne Faithfull) e nei pressi suo figlio Tom (Kevin Bishop) con la moglie Sarah (Siobhan Hewlett). La giovane coppia ha un bambino malato, ricoverato in un'ospedale di Londra in condizioni terminali, il ragazzino è molto legato alla nonna e la famiglia sta facendo tutti i sacrifici possibili per garantire le migliori cure al piccolo. Quando nasce un'ultima speranza grazie a una cura sperimentale da attuarsi in Australia, i genitori del ragazzo sono presi dallo sconforto, soldi non ce ne sono più e l'Australia è lontana, tutte le spese a sono a carico della famiglia. Maggie è l'unica a non perdersi d'animo, cerca un modo per racimolare dei soldi ma per lei le porte sono tutte chiuse: età avanzata, poca esperienza di lavoro, nessuna capacità particolare nei lavori manuali. Ma sarà proprio un lavoro manuale a ridare a Maggie la possibilità di prendersi cura del nipote, transitando per Soho la donna si imbatte in un'inserzione di lavoro sulla porta di un locale che ricerca hostess, ci vorrà poco a capire che per hostess si intende intrattenitrici in campo sessuale; dopo un'iniziale smarrimento e un sincero sdegno Maggie sente uscire dalla bocca del proprietario del locale, Miki (Miki Manojlović), le cifre che si possono guadagnare lavorando al glory hole, un cubicolo nel quale tramite un apposito foro le hostess masturbano i clienti. Dopo una comprensibile iniziale riluttanza, in fondo Maggie è sempre stata una signora per bene, Maggie prende letteralmente la mano con il nuovo mestiere, garantendosi un'entrata economica importante e l'affetto sincero di Miki, poco abituato ad avere intorno una signora come Maggie. Il problema sarà quello di tenere nascosto il nuovo impiego a famiglia e vicinato.

Nonostante il tema del film possa sembrare scabroso non c'è ombra di volgarità nella messa in scena di Garbarski né se ne trova in fase di scrittura, i toni della vicenda così come l'ambiente tratteggiato potrebbero per taluni versi ricordare il cinema di Ken Loach sebbene Irina Palm (nome da "artista" che userà Maggie) sia un film meno militante ma che comunque racconta la difficoltà nel far fronte a spese necessarie da parte di una classe sociale non privilegiata. Come si accennava sopra, è forse un po' idealizzata la gestione dei rapporti che nascono nell'ambiente lavorativo in cui si trova ad operare Maggie, in contrasto al covo di vecchie vipere in cui si trasforma il sobborgo di residenza (questo sì molto più credibile), che si voglia accettare o meno la scelta narrativa, è indubbio come questa contribuisca ad ammantare di calore un film che muove dalla sofferenza, dall'umiliazione e dalla vergogna. Marianne Faithfull offre una prova straordinaria mostrando un'ordinaria dignità, un'accettazione serena di ciò che si deve fare per l'amore di una vita indifesa, ottima la complicità con Miki Manojlović, attore già visto con Kusturica e che anche qui si fa ampiamente apprezzare. Alla fine è inevitabile amare questo personaggio, proprio come i nipoti amano le nonne, ritratto di una donna fortissima che trova energie e soluzioni per tutti e alla fine magari ne uscirà qualcosa di buono anche per lei.

martedì 16 marzo 2021

X-MEN - DARK PHOENIX

(Dark Phoenix di Simon Kinberg, 2019)

Piccolo preambolo. Gli X-Men nascono dalle menti di Stan Lee e Jack Kirby, creatori della maggior parte dei personaggi più iconici e riconoscibili di casa Marvel, nel lontano 1963. La loro serie a fumetti a dire il vero non era tra le cose migliori che Stan "il sorridente" e Jack "il Re" sfornarono in quegli anni, lo stesso Kirby, vero maestro della matita, sulle tavole dedicate agli Uomini X sembrava girare un po' con il freno a mano tirato, guardando le cose fatte dallo stesso disegnatore su Thor o su Captain America sembrava proprio che gli X-Men fossero un po' i fratelli poveri dei succitati eroi; spesso anche le trame di Stan sembravano meno ispirate che altrove, pur potendo contare su un concept iniziale molto affascinante e su temi di base interessanti e apprezzabili. Con il tempo i due creatori lasciano la collana che vede un'alternanza di artisti che tra alti e bassi traghetteranno la serie fino alla sua sessantaseiesima uscita, dopodiché la testata inizierà a ristampare le storie delle origini lasciando i fan dei mutanti orfani di nuove emozioni. Questa situazione si trascinerà tra storie già edite e comparsate degli X-Men originali in altre testate fino al maggio del 1975 momento in cui viene pubblicato lo storico Giant Size X-Men. Con quest'albo nasce sul serio il mito degli X-Men, quella che verrà denominata seconda genesi presenta una squadra internazionale assemblata da Len Wein e Dave Cockrum e già dall'uscita successiva passata nelle saldi mani di Chris Claremont, autore inglese che gestirà i fumetti degli Uomini X per sedici anni trasformando una sorta di brutto anatroccolo nel fumetto più venduto degli Stati Uniti per oltre un decennio. Con l'arrivo di John Byrne alle matite si compone poi una delle coppie entrate di diritto nella storia del fumetto di supereroi, proprio a loro, tra le altre cose, si deve la saga di Fenice Nera, una sequenza di storie considerate uno dei vertici del fumetto seriale americano.

Questo prologo per mettere i puntini sulle i, il materiale di partenza, già sprecato in X-Men: Conflitto finale, è di ottima caratura, qui viene banalizzato e depauperato in un film scialbo, sbagliato nella gestione dei personaggi, noioso e superfluo e che mette nel peggiore dei modi la parola fine alla gestione degli X-Men da parte della 20th Century Fox che pure nel corso degli anni ci aveva fatto vedere delle buone cose. L'impressione è che con il passaggio dei diritti del sottobosco mutante a Disney/Marvel (era ora viene da dire) si sia voluta dare una sorta di chiusura frettolosa al mondo X già in calo qualitativo nell'ultimo X-Men - Apocalisse; essendo quella degli X-Men una branca dell'Universo Marvel che conta centinaia e centinaia di personaggi e un archivio di storie impressionante da cui attingere, è più che per altri brand necessaria una gestione coerente e filologica dei personaggi, cosa che al cinema non c'è mai stata e che almeno nello spirito era stata colta e in parte abbracciata dal solo Bryan Singer degli inizi, che con il primo X-Men del 2000 diede vita alla vera nascita del cinecomic moderno. Come si diceva più sopra le cose buone non sono mancate, bisognerà vedere se in casa Disney decideranno di dare un colpo di spugna su tutto ciò che è stato fatto finora o se opteranno per armonizzare quanto già abbiamo imparato a conoscere del mondo mutante con il resto del Marvel Cinematic Universe, le prime avvisaglie si sono viste in WandaVision con la presenza di Pietro Maximoff che arriva proprio dai film degli X-Men, tutto al momento rimane però molto criptico.

Le elucubrazioni sui possibili futuri cinematografici sono l'unica cosa degna che rimane sui titoli di coda di questo Dark Phoenix, film che paga un'eccessiva stanchezza nel reiterarsi degli schemi amico/rivale tra Xavier (James McAvoy) e Magneto (Michael Fassbender), entrambi interpretati da attori di razza che sembrano timbrare il cartellino per l'ennesima volta, sulla saga di Fenice Nera non mi dilungo in quanto totalmente svilita da un film che non regala un solo momento di phatos, nessuna emozione, e che inanella personaggi che sembrano vuoti burattini in contrapposizione a un nemico che poco c'entra con la storia originale e qui rappresentato da una Chastain su tacco dodici che ancora mi chiedo perché abbia accettato questo ruolo insulso e insignificante. Per il resto si segnala una buona sequenza action su un treno in corsa alla quale partecipano anche alcuni personaggi dei quali non è dato nemmeno sapere il nome tanto sono inutili, alcuni character vengono snaturati da una sete di vendetta e mancata compassione che di certo non gli appartengono, tutto si sviluppa grazie a una sceneggiatura che avrebbe fatto bene a rimanere chiusa in qualche cassetto o meglio ancora in un cestino della differenziata. Occasione sprecata ma almeno finisce qui, la curiosità su cosa faranno alla Disney con cast e personaggi in vista di futuri programmi è maggiore di quella creata da questo film, in Marvel sembra ci siano le uniche teste pensanti che sappiano come gestire un progetto coerente su un universo cinematografico condiviso, questo lascia ben sperare per gli Uomini X in attesa anche del rientro trionfale dei Fantastici 4.

domenica 14 marzo 2021

MA RAINEY'S BLACK BOTTOM

(di George C. Wolfe, 2020)

Ma Rainey's Black Bottom trasuda tutta la sua origine teatrale in questa trasposizione dall'opera di August Wilson portata sugli schermi dal regista George Wolfe, anch'egli cresciuto e formatosi a teatro, insignito di diversi premi per le sue regie sui palchi e solo recentemente passato al cinema, naturale quindi la messa in scena ristretta a pochissime locations, un paio di esterni e due camere dove si svolge l'intera vicenda, un lavoro di fino su scrittura e recitazione e attori che portano un contributo sostanziale per la buona riuscita di un progetto che forse non ha tutti i mezzi per lasciare un segno indelebile ma che si ritaglia con onore il suo posto all'interno di un discorso che al cinema negli ultimi anni è sempre più presente, quello della condizione dei neri in America e del razzismo imperante negli U.S.A.; in più qui c'è il blues. Tra i protagonisti principali del film c'è ovviamente Ma Rainey, una delle pioniere che fecero del blues una vera professione, già negli anni 20 Ma registrò numerosi brani per la Paramount e fu ispiratrice e collaboratrice di artiste come Bessie Smith, ciò nonostante non è la musica il centro focale di Ma Rainey's black bottom, bensì l'annosa questione razziale che affligge i neri da tempo immemore. Come si diceva ci troviamo davanti a un buon film, recitato magnificamente da un gruppo di professionisti in gran spolvero, un film non epocale ma che ha goduto della cassa di risonanza mediatica dovuta (purtroppo) alla prematura scomparsa del suo interprete principale, il Chadwick Boseman ormai divenuto un'icona nera grazie al suo ruolo di Black Panther nel film omonimo e in quelli degli Avengers e qui alla sua ultima prova prima della sua scomparsa.

Chicago. Negli studi di registrazione di Mel Sturdyvant (Jonny Coyne) si attende con impazienza l'arrivo di Ma Rainey (Viola Davis), la madre del blues, che accompagnata dall'amante Dussie Mae (Taylour Paige) e dal nipote autista Sylvester (Dusan Brown) si lascia attendere, come da prassi per una vera star. A precederla c'è la band di accompagnamento che dovrà incidere con lei: il trombettista di grande talento e fantasia Levee (Chadwick Boseman), Cutler al trombone (Colman Domingo), l'anziano pianista Toledo (Glynn Turman) e Slow Drag (Michael Potts) al contrabbasso. Reclusi in un piccolo stanzino adibito alle prove, in attesa dell'arrivo di Ma, i quattro musicisti iniziano a provare e a parlare in maniera scanzonata tra di loro. Nel frattempo l'agente della cantante, Irvin (Jeremy Shamos) cerca di tranquillizzare il discografico che mal sopporta i ritardi e le risapute bizze della cantante. Inizialmente il clima sembra disteso, il vanesio Levee viene preso bonariamente in giro dagli altri, si parla di arrangiamenti, nuove versioni dei pezzi di Ma, ben presto però saltano fuori i primi contrasti e argomenti delicati sui quali qualcuno non ama essere pungolato, nella fattispecie l'asservimento dei neri ai voleri e agli interessi degli uomini bianchi come Sturdyvant. La situazione si scalderà ancor di più con l'arrivo della cantante e dei suoi capricci, primo tra tutti la pretesa di far registrare l'intro al pezzo Ma Rainey's black bottom al nipote Sylvester affetto da un grave forma di balbuzie.

Sono i dialoghi, gli scambi di battute tra i membri della band a tenere in piedi il film, al centro due temi: il blues e il talento del trombettista Levee che vuole a tutti i costi raggiungere il successo e fondare una sua band e la difficile condizione dei neri sottomessi e sfruttati dai bianchi ormai da troppo tempo. È proprio quest'ultimo punto quello che permetterà al film di decollare e a Boseman di offrire una prova superba, capace di passare in pochi secondi da un mood molto scanzonato e colloquiale, quello che si tiene tra amici che si stuzzicano per divertirsi scambiandosi frecciatine e pareri discordanti, a uno fortemente drammatico che si manifesta per esplosioni che fanno riemerge un passato doloroso e un odio per i bianchi che sarà difficile da sanare nonostante la necessità di fare buon viso a cattivo gioco, il personaggio di Levee ha le sue idee per sfruttare l'interesse dei bianchi e trarne vantaggio per sé stesso. Anche il personaggio di Ma Rainey, interpretato da una splendida Davis che impersona un'autorevole matrona, vive un grande conflitto, donna di successo consapevole di essere comunque sfruttata da un'industria che è al 100% bianca, usa i suoi capricci per far scontare tutto il possibile a uomini che sa non essere per nulla interessati alla sua persona, alla sua voce, alla sua arte, ma solamente al profitto che queste cose possono portare nelle loro tasche. Ci sono alcuni momenti molto forti ed emozionanti, amplificati dalla regia claustrofobica che contiene gran parte del film in due sole stanze con qualche squarcio d'aria con passaggio alla strada antistante lo studio di registrazione. Cast di supporto molto indovinato, da segnalare almeno la prova di Glyn Turman nei panni di Toledo. Forse meno incisivo di film che affrontano temi simili come One night in Miami... ad esempio, Ma Rainey's Black Bottom è un film più "piccolo" ma capace di toccare i tasti giusti, come spesso accade con le opere meno blasonate, ravviva il rimpianto per aver perso il talento di Boseman che al netto delle partecipazioni in casa Marvel avrebbe potuto regalarci cose decisamente più interessanti.

giovedì 11 marzo 2021

LA SIGNORA DI TUTTI

(di Max Ophüls, 1934)

Ophüls, tedesco di nascita ma con una carriera cinematografica itinerante con predisposizione austriaca, viene considerato il re del melodramma e a guardare La signora di tutti non è poi così difficile intuirne le ragioni. Tra le varie trasferte lavorative il regista sigla un film anche per il nostro paese, produzione della Novella Film (proprietà del futuro gruppo Rizzoli) e attori in prevalenza italiani con un posto d'onore per l'allora emergente Isa Miranda. Sono i primi anni del cinema sonoro, l'uso impeccabile proprio dei suoni e la regia sempre fluida, dinamica e fin troppo mobile per i tempi di Ophüls contribuiscono a determinare il riconoscimento che ancor oggi viene tributato alla pellicola, importante episodio della carriera del regista ma anche tassello fondamentale del cinema nostrano di quegli anni. Il dramma è servito, su questo non c'è dubbio, si inizia con un tentato suicidio e si va a finire poco distante, nel mezzo una serie di accadimenti tragici e amori tormentati, illeciti, incompiuti e impossibili come nel più classico repertorio del melò, per l'epoca i temi e la descrizione delle situazioni e dei personaggi risultano parecchio liberi, la protagonista un'ammaliatrice involontaria (?) di uomini e in qualche modo anche di donne, anch'esse non indifferenti al suo fascino.

Gabriella Murge (Isa Miranda) con il nome di Gaby Doriot è divenuta una star di primo piano del cinema, in seguito a un tentativo di suicidio viviamo con lei un lungo flashback sulla sua vita recente scatenato dal torpore dell'anestesia operatoria. Gabriella è una bella ragazza, a scuola è ammirata da un suo maestro che finisce per togliersi la vita, si dice, a causa di questo amore impossibile da realizzare, siamo negli anni 30, le relazioni maestro/allieva erano probabilmente malviste ben più di oggi. Benché la giovane non abbia mai fatto nulla per incoraggiare l'uomo, la notizia lascia cadere sulla ragazza una cattiva nomea, cosa che fa infuriare il padre di Gabriella (Lamberto Picasso) che rinchiuderà la figlia in casa negandole la scuola e facendola iniziare a lavorare con lui nel suo vivaio. Gabriella trova comprensione in un'anziana zia e soprattutto nella sorella Anna (Nelly Corradi) che ben conosce il carattere di Gaby. Quando le due sorelle ricevono l'invito per recarsi a una festa in casa del Conte Nanni (Memo Benassi), per intercessione della zia e per cortesia verso il Conte, il padre acconsente che anche Gabriella vi si possa recare, qui la giovane conoscerà il figlio del Conte, Roberto Nanni (Federico Benfer), che immantinente si innamorerà di Gabriella, ma anche la di lui madre, la Contessa Alma (Tatiana Pavlova) che prenderà da subito a ben volere la giovane tanto da volerla come dama di compagnia. La donna, inferma, passerà sempre più tempo con Gabriella, un giorno però a casa fa ritorno il Conte dai suoi continui viaggi di lavoro e scopre così la presenza di questa bella ragazza... gli elementi per il dramma ci sono più o meno tutti.

Film godibile ancor oggi nonostante gli anni sul groppone, ovviamente con un occhio puntato sull'importanza storica, l'altro sulla realizzazione, si apprezza una fotografia molto nitida che supera la prova del tempo, della regia abbiamo già accennato al dinamismo di Ophüls, noto proprio per i suoi movimenti di camera nel seguire i personaggi anche da fermi, stupisce il sonoro che arte ancora giovane non lascia spazio a critiche, un poco sopra le righe la recitazione soprattutto da parte dei caratteristi in ruoli secondari, la vicenda poi si lascia apprezzare, cinema d'altri tempi che non si risparmia situazioni scomode e per l'epoca inconfessabili. Isa Miranda alla sua prima parte importante ha già l'impronta della diva ricordando in alcuni passaggi le divine internazionali di maggior fama. Ancora una volta la sezione Fuori Orario di Raiplay offre un ottimo servizio mettendo a disposizione un film che magari non interesserà tutti ma che è ora per gli appassionati raggiungibile con pochi clic, vivamente consigliata una passeggiata esplorativa sul sito.

mercoledì 10 marzo 2021

WANDAVISION

WandaVision è stato il primo ciclo di metadone per tutti i drogati all'ultimo stadio di Marvel Cinematic Universe in rota dopo la chiusura delle sale (del consumo), in grave astinenza a causa dello slittamento di Black Widow, Shang-Chi, Eternals, etc... (ottimi nomi per delle droghe, prendete appunti). Con le scimmie del Fantasma Rosso ben ancorate sulla schiena i Marvel-zombie si sono buttati a capofitto su WandaVision lanciandosi in elucubrazioni preventive, contemporanee e postume alla messa in onda del serial che come ogni cura che si rispetti verso una sana disintossicazione dalla dipendenza viene elargita un poco alla volta, una piccola dose a settimana (ma il piano è subdolo perché da questa dipendenza non uscirete mai, buaaaah ah ah ah - risata malvagia dei capoccia Disney). Per chi mastica un po' di Universo Marvel su carta e conosce i due personaggi protagonisti della serie non era difficile, alla luce dei primi trailer, farsi un'idea almeno di massima su quello che sarebbe potuto essere il filo conduttore della serie, come è stato già detto altrove la chiave di lettura stava già nel titolo che può essere visto come una crasi dei nomi di Wanda (Elizabeth Olsen) e Visione (Paul Bettany), riflesso di una romantica unione di coppia, o come il più letterale "la visione di Wanda", scelta indubbiamente più azzeccata alla luce di quanto narrato nella serie e leitmotiv, questo si, facilmente intuibile fin dalle prime puntate di WandaVision.

La ripresa delle trasmissioni da parte della Disney/Marvel vanta almeno due ottimi spunti sviluppati in maniera molto valida nel corso di questa serie che a tutti gli effetti apre la fase post serrata delle sale; il primo è quello legato al discorso metatelevisivo che va ad omaggiare la storia della serialità statunitense dagli anni 50 in avanti con puntate che richiamano lo stile estetico e narrativo di capisaldi del piccolo schermo quali Lucy ed io, Vita da strega (o Strega per amore se preferite), The Dick Van Dyke show, fino ad arrivare con l'andare avanti delle settimane a strutture che ricordano le sit-com degli anni 80 (Casa Keaton) e via via prodotti più moderni. E non solo per seguire un'ideale storia della televisione si torna indietro agli anni 50 ma anche perché quel decennio è ancora visto come uno dei più felici per lo sviluppo dell'american way of life, quale periodo migliore a cui tornare quindi per costruirsi da zero un mondo ideale? La seconda linea narrativa di interesse è quella dedicata al dolore di Wanda per la perdita di Visione avvenuta nella lotta contro Thanos, è questa l'occasione sia per approfondire i due personaggi che finora avevano avuto i riflettori puntati addosso solo in maniera marginale non avendo mai goduto di un film dedicato, ma ancor più per narrare l'elaborazione di un lutto da parte di una donna dai poteri vastissimi ma, come ben sa chi conosce la sua controparte cartacea, dall'equilibrio instabile. Sotto questi due punti di vista si è fatto un gran lavoro, i primi episodi sono spiazzanti per chi è abituato all'azione dei cinecomics se non si ha l'idea (e ormai credo di non fare più un grande spoiler) che la realtà anni 50 di Westview, il paesino dove vivono Wanda e un Visione celato in sembianze umane, è una costruzione finzionale creata dai poteri di una Wanda Maximoff distrutta dal dolore e dalla perdita e che si ricostruisce letteralmente una vita, una di quelle idilliache, riportando indietro (non diciamo come) il suo Visione e pian piano ampliando la portata dell'inganno in primis verso sé stessa con tanto di generazione di prole e assoggettamento di vicini resi forzatamente gaudenti. I primi episodi sono pura sit-com d'altri tempi, con tanto di risate finte, bianco e nero, momenti stucchevoli lacerati però da qualche increspatura che lascia intuire come non tutto stia filando proprio per il verso giusto. Tra un accenno al mondo Marvel e l'altro, tramite spot televisivi che interrompono la trasmissione di questa WandaVision (piccolo tocco di genio), il mondo al di fuori di Westview inizia a far capolino, si introduce lo Sword, un'organizzazione dall'identità ben poco definita (in realtà nel Marvel Universe è l'ultimo baluardo di controllo e difesa dalle minacce aliene guidato dalla carismatica Abigail Brand) e l'asticella si alza fino ad arrivare all'introduzione del velocista Pietro Maximoff interpretato da Evan Peters che va a creare un cortocircuito con il mondo dei mutanti Marvel finora non ancora introdotto nell'MCU. Il percorso di elaborazione del lutto da parte di Wanda è esemplare e va a sfociare in un dittico finale dove vengono tirati i fili e dove la narrazione inizia purtroppo a scricchiolare tra lunghi spiegoni per bocca della cara Agnes (e mi tengo per me gli spoiler per chi non avesse visto la serie), vicina di casa e baby sitter dei bimbi finti di Wanda, e lo scontro tra due versioni dello stesso Visione che preannuncia un ritorno del character nei prossimi film della Marvel.

Un bell'esperimento questo WandaVision, interessante per buona parte, mostra come con questi personaggi si possa andare anche in direzioni inedite, poi tutto viene ricondotto alla normalità con tanto di scene dopo i titoli di coda, personaggi da altri film (torna Monica Rambeau con un ruolo centrale, così come l'agente Jimmy Woo e la Darcy Lewis interpretata da Kate Dennings), botte da orbi e intrighi in puro MCU style. Elizabeth Olsen mostra un'ottima predisposizione per i toni comedy con le sue facce buffe e le sue mossette, molto ben sorretta da un Paul Bettany in gran forma. Forse la cura è servita, un'esperienza (a tratti) appagante ma non si sente più il bisogno di averne ancora... ma come sul finale riecheggiano le voci dei piccoli Maximoff, allo stesso modo odiamo in lontananza la risata malvagia di quel capoccia Disney (altro che Mephisto) che ha ormai terminato di sintetizzare la droga The Falcon and the Winter Soldier (questo come nome non mi convince) ed è pronto per immetterla sul mercato.

domenica 7 marzo 2021

SOUL

(di Pete Docter, co-regia di Kemp Powers, 2020)

La nuova regia di Pete Docter in casa Pixar si aspettava con una certa attesa, dopo ottimi esiti quali Monsters & Co., Up e soprattutto lo splendido Inside out, non era facile uscire con un altro film di livello, Docter invece non tradisce e confeziona un degno successore di Inside out, pur non raggiungendone la caratura innovativa ed emozionale, Soul si rivela essere un'altro tassello di quell'indagine sull'io interiore dell'essere umano che Docter sembra voler portare avanti, dopo il focus sugli stati d'animo del film precedente con Soul si indaga l'anima, l'essenza profonda delle persone che le porta ad avere predisposizioni, desideri, un'innato amore verso taluni aspetti che la vita ci offre, lo fa passando dal mondo reale a quello ultraterreno, quello che ci aspetta nel momento del trapasso in un fantasioso altrove dove per chi è in partenza c'è ad attenderlo la famosa "luce bianca" della quale in tanti hanno dato testimonianza una volta vicini all'ultimo passo su questo mondo poi in qualche modo scongiurato, ma per chi è in arrivo c'è tutto un percorso di addestramento da seguire per giungere sulla Terra con le proprie innate inclinazioni e un avvenire potenzialmente radioso tutto da costruire.

La trama offre diversi passaggi interessanti con tanti spunti che solo un adulto può riuscire a cogliere, come da manuale Pixar però gli sceneggiatori sono in grado di inserire i contenuti all'interno di uno sviluppo che anche i più giovani possono seguire focalizzandosi sul livello di lettura più semplice del racconto. Joe Gardner è un ottimo pianista che insegna musica in una scuola media di New York, finalmente dalla direzione arriva la proposta di un contratto regolare, una cattedra, un full-time e un avvenire sicuro e sereno. Ma Joe non è soddisfatto, lui sa di essere un buon pianista e di avere una smisurata passione per il jazz, il suo desiderio è quello di poter suonare con una band affermata in un buon club di musica jazz, quella è la vita che sogna, l'impiego a scuola è una cosa che piace più a sua madre Libba che questo figlio alla soglia della mezza età vorrebbe proprio vederlo sistemato. Grazie all'incontro con un suo ex studente Joe ottiene la possibilità di fare un provino per suonare con la band della famosa sassofonista Dorothea Williams la quale apprezza la passione di Joe e decide di dargli un'occasione. Nel tornare a casa Joe, travolto dall'entusiasmo, si distrae e subisce un incidente che lo porta nell'Oltremondo, alla soglia del momento del trapasso, ma l'anima di Joe non può accettare questa situazione, non nel giorno in cui dovrà esibirsi con la band di Dorothea. Tenterà così di tornare nel suo corpo grazie a un'anima nuova, 22, destinata ad arrivare sulla Terra ma del tutto contraria all'idea, i due stringeranno un accordo per ingannare i controllori di Oltremondo che dovrebbe permettere a Joe di tornare sulla Terra e a 22 di risparmiarsi quest'incombenza che non la alletta affatto. Da questo incontro inizierà un percorso di crescita che porterà entrambi a nuove rivelazioni.

In un mondo dove siamo bombardati da continui incitamenti al successo, alla realizzazione dei propri sogni, all'affermazione e alla forza (fisica, atletica, di volontà), all'incessante lavorio sulle aspettative, nostre e degli altri, al conseguimento di obiettivi, Soul offre un piccolo messaggio di speranza anche per chi ha una vita "normale", a chi ha accantonato i sogni e porta avanti un'esistenza ordinaria, per tutti quelli che i fautori dell'autorealizzazione e del successo a tutti i costi guardano dall'alto in basso bollandoli come "mediocri", perché il messaggio veicolato dall'ultimo Pixar è quello di una vita che offre cose magnifiche a ognuno di noi, non necessariamente la realizzazione di un sogno, che in alcuni casi può mutare in maniera deleteria in ossessione, un sogno che non è l'unico motore per apprezzare la vita che invece, come impareranno la refrattaria 22 e Joe al suo seguito, è fatta di tanti momenti di piccola perfezione. Dopo un percorso accidentato questa rivelazione porta i due protagonisti in una condizione di pace con sé stessi, sogni o non sogni c'è sempre qualcosa di bello ad aspettarci: una passeggiata, un incontro, una canzone, un sapore e il fine ultimo della ricerca di quella scintilla che le anime del film intraprendono prima di iniziare il loro cammino sulla Terra è semplicemente questo, una preparazione per affrontare la vita giorno dopo giorno, con le nostre inclinazioni e tutto il resto. Dal punto di vista tecnico troviamo una realizzazione che alterna le sequenze nel mondo reale con un'animazione calda e impeccabile, la New York ritratta è avvolgente e bellissima, la resa del jazz club, i momenti musicali, interni ed esterni sono realizzati con la consueta maestria alla quale la Pixar ci ha abituati, sul versante ultraterreno troviamo soluzioni visive solo all'apparenza semplici, soprattutto nella figura dei Jerry, i consulenti delle future vite, ispirati alla line art (viene in mente per alcuni aspetti la mitica Linea di Cavandoli, genio puro) con un che di tocco cubista alla Picasso, viene fatto anche un bel lavoro sull'illuminazione dei personaggi mentre per le anime si sceglie un approccio più tondeggiante e "coccoloso", ognuno di questi aspetti va a creare un'armonia globale che rende il film molto piacevole esteticamente.

Più per adulti che per bambini, sono diversi i prodotti Pixar a seguire ormai questa strada ma Soul ha l'intelligenza dell'equilibrio diventando così accessibile a tutti, inoltre se inquadriamo questa uscita nella programmazione della casa di produzione che ha già pianificato la distribuzione di Luca del nostro Enrico Casarosa, si apprezza la tendenza degli ultimi anni a non rifugiarsi solo nei sequel che comunque costituiscono un terzo della produzione dei lungometraggi Pixar: Alla ricerca di Dory, Cars 3, Toy Story 4 e Gli Incredibili 2 erano stati inframezzati solo dall'uscita di Coco, unico inedito tra il 2016 e il 2019. Cresce ora l'attesa per il primo lungo "italiano" della casa cinematografica di Luxo e soci.

venerdì 5 marzo 2021

B.P.R.D. - CAMPO DI BATTAGLIA

(B.P.R.D.: Killing ground di Mike Mignola, John Arcudi e Guy Davis, 2008)

L'ottavo volume delle avventure dedicate al Bureau for Paranormal Research and Defense si apre portando un po' di scompiglio tra le fila del Bureau e nel lettore, già dalle prime pagine Mignola e Arcudi lavorano su diversi spunti, a sorpresa troviamo il medium Johann Krauss in un portentoso corpo umano, una massa di muscoli e carne avida di cibo e di ogni desiderio umano, e Johann, da tempo incorporeo, non vuole negarsi nessuna delle esperienze che la sua nuova condizione gli permette di assaporare dopo tanto tempo di astinenza, cosa che creerà più d'un grattacapo alla Dottoressa Corrigan. Nello stesso momento le scoperte fatte da Krauss nel corso del precedente volume sul passato del Capitano Daimo rendono quest'ultimo molto irascibile nei confronti della squadra che si sta preparando per accogliere nel complesso del Bureau in Colorado un ospite molto pericoloso e che si dimostrerà parecchio difficile da gestire. Verso il Colorado si dirige anche un laconico killer con una missione da portare a termine, se ci aggiungiamo l'inedita ingestibilità di Krauss data dai bisogni generati dal suo nuovo corpo, i continui incubi apocalittici ad occhi aperti di Liz Sherman che sembrano non accennare ad alcun miglioramento, la presenza della mummia Panya e soprattutto quella del demone che da un po' di tempo sta consumando il Capitano Daimo dall'interno, il cocktail per il potenziale disastro è presto servito.

La formazione del B.P.R.D. conferma avere una consistenza molto fluida, le defezioni, le morti, i subentri, le collaborazioni, gli ospiti e tutto l'incredibile campionario di creature che gira intorno al gruppo rende lo stesso ben poco definito nei suoi contorni, anche la sua leadership, per usare le parole dello stesso Abe Sapiens "è diventata una cosa mutevole. Cambia con ogni nuova missione, con ogni situazione". Proprio per questo la narrazione di questa serie rimane sempre fresca e vitale, il lettore magari può dispiacersi per alcuni abbandoni ma, assorbito quello di Hellboy, sembra ormai lecito aspettarsi di tutto dai due autori, nel complesso la struttura narrativa offre una tavolozza di colori più viva di quella della serie madre e talvolta si ha la sensazione che l'allievo abbia superato il maestro e l'albo del B.P.R.D. si faccia leggere addirittura con maggior piacere di quello dello stesso Hellboy.

Campo di battaglia è probabilmente il volume della serie che presenta il ritmo più serrato, dopo una ponderata introduzione la sede del Bureau diventa un vero e proprio campo di battaglia, l'impianto e la scansione della vicenda godono di un respiro molto cinematografico, la tensione cresce grazie alle prime morti e alle diverse minacce in campo, il lettore non sa bene quale epilogo aspettarsi, e questo ha l'apparenza di una piccola grande catastrofe. Ancora una volta Mignola e Arcudi preparano una sorpresa per il finale con un atto d'altruismo estremo. Forse. A movimentare il tutto, come se ce ne fosse ancora bisogno, arriva anche l'aragosta, la chela, Lobster Johnson la cui presenza è tutta da spiegare. Guy Davis si conferma il maestro che è, stile parecchio distante da quello di Mignola, il creatore della serie, ma talento da vendere, dopo un'altra avventura della variegata banda composta da questi strani personaggi, magari la prossima volta andremo a vedere cosa sta combinando Hellboy in Africa.

mercoledì 3 marzo 2021

5 È IL NUMERO PERFETTO

(di Igort, 2019)

L'idea di trasportare la storia di Peppino Lo Cicero dalle pagine di 5 è il numero perfetto al cinema frullava nella testa di Igort già parecchio tempo fa, all'epoca della riedizione del volume in quella splendida iniziativa che fu Graphic Novel, una serie in dieci tomi che portava in edicola opere di grande spessore, dal Maus di Spiegelman a Blankets di Craig Thompson, da Palestina di Joe Sacco all'adattamento di Città di vetro di Auster da parte di Mazzuchelli e Karasik, l'autore ed editore con la sua Coconino Press accennava, siamo nel 2006, alla possibilità del passaggio dal disegno alla recitazione, con Toni Servillo già impresso in mente per il ruolo principale. Il progetto si concretizza parecchi anni più tardi divenendo un'interessante trasposizione che porta nel suo corpo alcune sensibilità appartenenti alle due diverse arti: la settima e la nona.

Si passa dalla bicromia molto espressiva del fumetto, interamente colorato con toni e sfumature d'azzurro, a una tavolozza di colori più ricca, ma il film, pur offrendo un'esperienza diversa anche se molto adesa alla trama originaria, mantiene molto viva la sua origine cartacea, per alcuni versi, fatti i doverosi ed enormi distinguo, 5 è il numero perfetto mi ha ricordato l'operazione effettuata da Miller e Rodriguez su Sin City nell'approccio di trasposizione fedele di alcune tavole, vedere ad esempio le immagini che scandiscono l'incipit dei cinque capitoli in cui sono suddivise sia la graphic novel che il film. Siamo a Napoli negli anni 60, ma quella dipinta da Igort è una Napoli poco vista, piovosa, cupa, niente sole che vedremo solo nel finale in Parador, niente mare, ma i palazzi del Rione Sanità, i tetti del quartiere, i vicoli, gli interni, e ancora pioggia, pioggia che cade come lacrime napulitane in una delle scenografie più riconoscibili del film, anche la casa dei Lo Cicero viene spostata in zona più urbana rispetto alla più decentrata location del fumetto. Peppino Lo Cicero (Toni Servillo) è un vecchio guappo ormai in pensione, un killer che ha fatto il suo tempo e che ha tramandato il mestiere a suo figlio Nino (Lorenzo Lancellotti). Durante un lavoro per il suo boss, Nino viene ucciso da Mr Ics (Vincenzo Nemolato), anche lui alle chiare dipendenze di qualcuno. Saputa la notizia Peppino inizierà a fare il diavolo a quattro nel quartiere e a sovvertire l'ordine della camorra, insieme a lui il vecchio compagno di una vita, Totò (Carlo Buccirosso), ormai dedito alla coltivazione delle begonie, e un ritorno di fiamma, la bella Rita (Valeria Golino) che ha aspettato Peppino per oltre vent'anni. Le pallottole inizieranno a fioccare, Peppino vuole il killer del figlio, Rita vuole Peppino, Totò vuole (forse) tornare alle sue begonie, le trame del gioco non sono tutte visibili. Infine il Parador.

Rispetto alla sua controparte cartacea il film perde un poco di fluidità, si intuisce un pizzico di frammentarietà data dalla ricerca dell'estetismo, del virtuosismo formale peraltro molto riuscito e accattivante, la bella fotografia, i tagli ricercati sulle ombre, le inquadrature splendide sulla Napoli notturna sembrano di tanto intanto un fermo immagine sulla vicenda che pare trattenere il respiro per un momento per poi ripartire, piccolo scotto da pagare per una resa visiva davvero riuscita da parte di Igort che si rivela al suo esordio regista molto interessante. Si guadagna invece sulla voce off, il timbro caldo e pacato di Servillo a illustrare situazioni e sensazioni si ascolta con grandissimo piacere, è avvolgente e dona quel pizzico di calore in più che forse in qualche tavola del fumetto non si percepisce, perso tra i toni freddi dell'azzurro, mancano le sequenze oniriche mentre molti dei dialoghi sono presi pari pari dal cartaceo, compresa la spiegazione sul perché il 5 sia numero perfetto. A conti fatti un film particolare, distante sia dal noir di scuola classica che dal crime postmoderno ma anche dalla narrazione del sottobosco criminale che usualmente viene associata a Napoli, e già questo potrebbe essere un buon inizio. Perfettibile, ma opere prime come queste sicuramente non si buttano via. Belli i titoli in stile Saul Bass.

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