martedì 13 aprile 2021

LA TIGRE BIANCA

(The white tiger di Ramin Bahrani, 2021)

Ramin Bahrani è un regista statunitense di origini iraniane finito già diverse volte nel mirino delle giurie festivaliere, con La tigre bianca arriva alla candidatura agli Oscar 2021 nella categoria miglior sceneggiatura non originale, la vicenda narrata è infatti mutuata dal libro omonimo di Aravind Adiga. Sebbene Bahrani non abbia ancora firmato nessun titolo impressosi nella memoria collettiva (e nemmeno questo lo farà) si può comunque già individuare un percorso autoriale all'interno di alcuni episodi della sua filmografia che affrontano un tema ricorrente, quello delle condizioni economiche dei protagonisti, delle differenze tra classi sociali (qui ben evidenziate dalle caste dell'India) e i danni che provocano alle persone l'indigenza economica ma anche quella voglia di riscatto e risalita che può portare ad azioni contrarie all'indole naturale degli stessi protagonisti, riflettendo su come queste dinamiche cambino le persone (in peggio); a sostegno di questa tesi basti vedere 99 homes, anche questo prodotto per Netflix, film che affrontava il tema dei mutui subprime o l'ancor precedente A qualsiasi prezzo. Con La tigre bianca Bahrani compie un passo avanti utilizzando una forma del racconto più accattivante rispetto alle precedenti opere, tratteggiando bene le contraddizioni del protagonista, riprendendolo in diversi momenti della sua vita e riuscendo a trovare la giusta misura tra la voce narrante molto presente e appartenente allo stesso protagonista e ciò che è lasciato alla recitazione di Adarsh Gourav, un volto per il quale non si può non provare empatia fino alla svolta narrativa che scatenerà il dilemma: quanto azioni esecrabili possono essere giustificate dall'esasperazione, dallo sfruttamento e da un desiderio di rivalsa che a un certo punto non può che apparire sacrosanto?

Balram (Adarsh Gourav) nasce in un villaggio dell'India da una povera famiglia comandata a bacchetta dall'anziana nonna: povertà, lavoro duro e pochi soldi che finiscono tutti nelle tasche della vecchia. Anche per il piccolo Balram, il più sveglio tra le nuove generazioni, l'istruzione sarà purtroppo parziale e per uscire dalla miseria bisognerà inventarsi qualcosa. Diventato ormai un ragazzo Balram vede per la prima volta nel suo villaggio il giovane Ashok (Rajkummar Rao), figlio di un boss che tiene in scacco l'intera zona con soprusi e corruzione, si mette in testa di diventare il suo autista e iniziare la scalata sociale mettendosi a servizio della ricca famiglia. Balram diverrà così il servitore di fiducia di Ashok e della sua giovane moglie Pinkie Madam (Priyanka Chopra), una coppia che si ritiene emancipata e moderna e che non approva l'abitudine di maltrattare i servitori adottata dalle generazioni precedenti, la loro educazione sviluppatasi negli Stati Uniti dona loro una visione più illuminata dei rapporti con le altre classi sociali, un'apertura mentale che però rimarrà viva finché non sarà comodo tornare a sfruttare in maniera abietta quel servitore tanto fedele. Dal canto suo Balram, fatto il primo passo verso una condizione migliore, non riuscirà più a uscire dalla gabbia mentale della schiavitù nei confronti del ricco, si troverà imprigionato in quella che lui stesso chiama la "stia per polli", quella condizione per la quale il pollo non si rende conto di essere pronto per essere macellato da un momento all'altro. Solo un evento traumatico potrà smuovere la situazione in via definitiva.

La più grande democrazia del mondo. Giocano molto su questa affermazione sarcastica il protagonista e lo stesso Bahrani, in un Paese dove la corruzione è affare quotidiano ed è l'unico sistema di scambio riconosciuto, dove il sopruso è talmente connaturato da essere accettato anche da chi lo subisce, la parola democrazia è una delle tante espressioni che infarciscono il film di quella vena tragicomica che insieme ad altri elementi rende questa coproduzione indiana molto, molto occidentale. Il film è costruito ad arte per ammiccare allo spettatore di tutte le latitudini, tenendo ben presente il suo mercato di riferimento, la parabola del protagonista è innervata in una visione dell'India che accompagna quella che può essere l'aspettativa dello spettatore occidentale, la voce fuori campo molto confidenziale e cool nel modo di narrare, la costruzione di alcune situazioni riportano a un cinema dei nostri tempi e delle nostre parti, si gioca bene con l'utilizzo della doppia lingua, molto indovinata la scelta di Adarsh Gourav effettivamente molto indicato per il ruolo, divertente la stoccata al The millionaire di Danny Boyle (e come dare torto a Bahrani?), film ancor più studiato di questo, tutti elementi che rendono La tigre bianca un film più furbo che sincero, comunque più che gradevole da guardare. Di onesto rimane forse proprio il focus sull'iter compiuto dal protagonista che affronta un percorso per nulla edificante o consolatorio al quale, questo sì, possiamo anche credere. Siamo ancora lontani dal film memorabile ma almeno questa volta Bahrani si è giocato bene le sue carte.

sabato 10 aprile 2021

STILL LIFE

(Sanxia haoren di Jia Zhang-ke, 2006)

Nel primo decennio del nuovo millennio la potenza cinese mette in atto cambiamenti radicali volti a traghettare il Paese verso una nuova modernità tale da rendere la Cina sempre più influente e competitiva nei confronti delle altre nazioni e in particolare dell'occidente del mondo, per farlo vengono varate una serie di opere tra le quali una delle più maestose e importanti è la costruzione della Diga delle tre gole sul Fiume Azzurro nella provincia di Hubei. I lavori vengono portati a termine proprio nel 2006, anno di uscita di questo film che varrà a Jia Zhang-ke il Leone d'oro a Venezia, Still life documenta, con un impianto di finzione, in tempo reale i cambiamenti epocali di un Paese che vede letteralmente affondare parte delle sue tradizioni a beneficio di una modernità che sembra però non portare mai reale vantaggio per gli abitanti delle zone coinvolte in queste operazioni. Uno dei villaggi in cui Still life è ambientato, Fengjie, è stato completamente sommerso dalle acque per permettere la costruzione della diga e l'accumulo d'acqua necessario a quello che diventerà uno dei bacini idrici più imponenti al mondo, per capire le proporzioni del cambiamento, che in questo caso esulano dalla narrazione di questo film, per la costruzione della diga sono state sommerse 13 città, più di mille siti archeologici, circa centoquaranta paesi e innumerevoli piccoli villaggi con un esodo che coinvolgerà nel tempo più di quattro milioni di persone. Uno sconvolgimento profondo per chi quella terra l'ha sempre vissuta e vista come la propria casa, Still life è un fermo immagine di un importante momento di passaggio che mette al centro della narrazione la vita di alcuni protagonisti, in particolare quella del minatore Han Sanming (Sanming Han) e quella di una giovane donna di nome Shen Hong (Zhao Tao).

Una splendida sequenza iniziale segue l'arrivo in traghetto di Han Sanming nella zona di Fengjie, un viaggio verso sud che il minatore intraprende alla ricerca della moglie, una donna allontanatasi da lui parecchi anni prima insieme alla loro figlia all'epoca molto piccola. Han Sanming è un uomo mite, un buon lavoratore, una volta giunto a Fengjie all'indirizzo lasciatogli dalla moglie trova il villaggio sommerso dall'acqua, i lavori per la costruzione della diga della provincia di Hubei hanno costretto gran parte della popolazione a sfollare. Così Han Sanming si stabilirà in zona e mentre lavora come demolitore di edifici continua la ricerca della moglie, rivolgendosi al fratello della stessa, un battelliere dall'indole poco collaborativa, sembra che la donna si sia spostata ancor più a sud insieme alla figlia dei due. Grazie ad altri incontri il momento del ricongiungimento si avvicinerà sempre più. In parallelo la storia di Shen Hong (Zhao Tao), più disillusa e basata su premesse opposte, lei è alla ricerca del marito impiegato nei lavori di ammodernamento del Paese.

Still life è un film che scorre, come il fluire delle acque del Fiume Azzurro, prendendosi il suo tempo, senza brusche accelerate né curve perigliose, fotografa un momento di passaggio, l'incidere del cambiamento sulle genti di una parte di paese la cui vita dura di prima sarà con tutta probabilità la vita dura di domani. Un racconto lineare, affatto torbido, mosso da almeno tre brevissime incursioni nel surreale delle quali soltanto una umanamente plausibile, simboli da interpretare, uno coinvolge l'orrendo monumento al Progresso e alla Prosperità eretto sulle colline di Fengjie, passaggi di non immediata decifrazione. Lo sguardo di Jia Zhang-ke non è apertamente critico verso le scelte operate da un Paese da sempre incurante della volontà dei suoi cittadini, in fondo il regime cinese non consente troppe libertà, che lo sguardo di un regista sia condizionato in maniera forte dalla censura e da possibili ripercussioni del potere costituito è abbastanza naturale. Il film presenta una vena malinconica molto accentuata veicolata da immagini che oscillano tra la naturale bellezza del paesaggio, inquadrato con un lavoro sulla fotografia mai artificioso e di grande impatto, e la triste concretezza degli accumuli di macerie, simbolo esplicito di una vita che non ci sarà più, non solo nelle abitudini che la modernità cambia e spesso travolge, ma in maniera più traumatica nei luoghi di un'esistenza che diverranno inevitabilmente un rimosso difficilmente colmabile. Il regista cinese scandisce la narrazione in quattro passaggi identificati con oggetti (piaceri?) del quotidiano, poche cose ancora concrete come le sigarette, il , i liquori, le caramelle, poche cose che resteranno di un mondo che va a scomparire o quantomeno mutare in maniera irrevocabile. La magia del Cinema è questa, farsi trasportare in altri luoghi, in altri anni, in maniera naturale e percepire almeno qualcosa di situazioni, luoghi e culture che non ci appartengono realmente, o forse, chissà, magari sì.

giovedì 8 aprile 2021

HELLBOY - LA STREGA TROLL E ALTRE STORIE

(Hellboy: The troll witch and others di Mike Mignola, Richard Corben e P. Craig Russell, 2004/2007)

Per il settimo volume dedicato ad Hellboy si torna un po' alle origini con una raccolta di storie brevi non legate in maniera troppo stretta alla continuity del personaggio, sono episodi che Mignola ha scritto per diverse raccolte di racconti tra il 2004 e il 2007 e qui riunite in un'antologia che ha il pregio maggiore nel presentare oltre alle matite sempre superbe del papà di Hellboy anche i lavori di due quotati artisti del fumetto: P. Craig Russell e Richard Corben. Come spesso accade per le storie del nostro demone preferito, soprattutto in quelle brevi e non facenti parte di qualche miniserie, gli spunti nascono da leggende e opere di folklore originarie dei più variegati paesi del mondo, anche i contenuti di La strega troll e altre storie non fanno eccezione a questa regola non scritta, la capacità di Mignola di prendere spunto da qualsiasi cosa sembri strana o inquietante per rielaborare l'idea di partenza e trasformarla in una storia di Hellboy o del B.P.R.D. è ormai una forma d'arte a sé stante, il plasmare l'assurdo è ormai pane quotidiano per questo autore dal talento innegabile, poi non tutte le ciambelle riescono con lo stesso buco, come anche questa antologia è qui a dimostrare.

Il volume si apre con La Penanggalan, storia di poche tavole alla quale si fatica a trovare un senso se non nelle vignette sempre cariche della giusta atmosfera di Mignola, dal folklore malese una storia di streghe (? o meglio esseri) capaci di staccarsi la testa con tutte le viscere al seguito, inquietudini completamente sfasate. Si prosegue con L'idra e il leone che unisce il mito di Ercole con le fantasie sfrenate della piccola figlia dell'autore, altra storia breve che gode del tocco ironico di Mignola e colloca gli accadimenti ai tempi in cui il Bureau era ancora ubicato a Fairfield in Connecticut. Per La strega troll, racconto che dà il titolo al volume, anche questo brevissimo, si passa ai racconti popolari norvegesi per una storia dove belle ragazze, streghe troll e vacche hanno più o meno la stessa importanza, da notare come spesso in questi episodi l'intervento di Hellboy non abbia poi questo peso specifico così fondamentale nel risolversi delle situazioni incredibili con le quali il Nostro si trova a doversi confrontare. Con Il vampiro di Praga si passa la matita a P. Craig Russell, il tratto più caricaturale del disegnatore ben si sposa con le atmosfere scanzonate della storia dove il protagonista è un vampiro giocatore d'azzardo al quale non rimane che confrontarsi con i morti e ovviamente con Hellboy, la storia non è tra le più memorabili, personalmente non sono un grande fan del tratto di Russell sebbene non possa negare che sia interessante vedere ogni tanto altre interpretazioni del personaggio, Mignola però rimane Mignola nonostante il bel ritratto che Russell ci regala di Praga e di alcuni suoi particolari. Per L'esperimento del Dottor Carp e per Il Ghoul riprende le redini saldamente in mano il creatore di Hellboy: scimmie assassine, esperimenti immorali e cadaveri col vezzo della poesia fanno da apripista per quello che a conti fatti sembra essere il piatto forte del volume, quel Makoma disegnato da Corben, maestro della nona arte che regala un'interpretazione del demone rosso effettivamente di gran levatura. Makoma è anche l'unica storia del volume di una certa lunghezza, Hellboy viene qui reinterpretato come una sorta di divinità africana e il suo errare per il continente, a contatto con dei minori, sembra avere a che fare con il creato stesso. Lo stile di Corben si discosta molto da quello di Mignola ed è perfetto per rendere al meglio le atmosfere canicolari e assolate del continente africano, i volti degli anziani, quello di Hellboy, i paesaggi torridi e la flora e la fauna del continente nero tratteggiati da Corben sono una meraviglia per gli occhi e creano un contrasto superbo con le atmosfere gotiche di Mignola.

Questione di gusti, forse. Non amo particolarmente queste raccolte di storie oltremodo brevi, o meglio, se confronto questo volume con altri che raccolgono miniserie più lunghe, strutturate e corpose, mi viene naturale etichettare La strega troll e altre storie come uno degli episodi meno interessanti della storia editoriale di Hellboy (fin qui si intende), inoltre iniziano a mancarmi i tizi del Bureau che garantiscono una vivacità alle storie decisamente maggiore, spero che con il prossimo volume, Il richiamo delle tenebre, si possa tornare in carreggiata e a una narrazione più densa di avvenimenti, augurandoci che il nostro demone "possa vivere in tempi interessanti".

martedì 6 aprile 2021

THE BOURNE LEGACY

(di Tony Gilroy, 2012)

Può avere un senso realizzare un capitolo della saga dedicata a Jason Bourne senza Jason Bourne (e di conseguenza senza Matt Damon)? Nel recente passato non ho esitato a rimarcare il mio apprezzamento per i primi tre film dedicati all'ex spia della C.I.A. definendo la trilogia formata da Identity, Supremacy e Ultimatum la migliore saga action degli anni 2000, forse l'affetto per il franchise mi porta ora a dare una risposta negativa alla domanda di cui sopra. The Bourne legacy non è un cattivo film, pur non rivelandosi all'altezza dei suoi predecessori nulla toglie che rimanga un buon action, ottimo per passare due ore adrenaliniche senza impegno, risulta pretestuosa la scelta di utilizzare il nome di Bourne nel titolo di un film che con qualche aggiustamento avrebbe potuto camminare sulle sue gambe dovendo solo, questo sì, difendersi dalle eventuali accuse di plagio o di scarsa fantasia, invece infilando un Bourne nel titolo... beh, tutto risulta più semplice e giustificato. Ciò che rende il film meno interessante dei precedenti capitoli, lasciando da parte l'avvicendarsi tra Damon e Renner, è la mancanza di interesse per il protagonista in sé, se Bourne aveva un passato rimosso da ricostruire passo a passo, i pochi misteri legati al nuovo agente Aaron Cross sono presto svelati e non contribuiscono a dare pepe a una vicenda che è pura azione, una caccia all'uomo infinita con ben pochi retroscena, costruiti in maniera non troppo accurata e presentati all'apparenza con carenza di fantasia e impegno, cosa che lascia perplessi se si pensa che il regista Tony Gilroy è stato sceneggiatore dei precedenti e ben più interessanti capitoli della saga. Non mi sento nemmeno di addossare colpe al nuovo arrivato Jeremy Renner che seppur non smuova la stessa empatia che da subito faceva scattare il personaggio di Damon, ha comunque il volto giusto e nel ruolo assegnatogli non delude, anzi, porta avanti con onore l'ingrato compito di sostituire il vero padrone di casa. Anche per il cast di contorno non si lesina, si portano in scena Oscar Isaac, Edward Norton e Rachel Weisz e, a parte quest'ultima, i primi due con ruoli che disperdono un po' i talenti dei due attori. Insomma, il film manca di costruzione e ci si affida molto (troppo) a quanto visto nei capitoli precedenti.

Jason Bourne ha contribuito con l'aiuto di Pamela Landy (Joan Allen) a portare alla luce le malefatte legate al progetto governativo occulto denominato Treadstone con tutte le conseguenze mediatiche del caso; in diverse sezioni segrete della C.I.A. iniziano a tremare le ginocchia a più d'un dirigente in quanto operazioni poco lecite potrebbero emergere dall'inchiesta Treadstone e da eventuali fughe di notizie a causa di personale d'alto rango poco cauto. Una tra tutte preoccupa in particolare Ric Byer (Edward Norton), il programma Outcome, che prevede l'addestramento e il potenziamento fisico e mentale di nove agenti speciali da utilizzare in territorio nemico, operazione clandestina non approvata e con risvolti etici e politici potenzialmente catastrofici. Nonostante i sacrifici fatti per addestrare questi uomini per Byer non resta che eliminare tutte le prove, a partire proprio dall'eliminazione fisica dei nove agenti. A questa mattanza sfugge solo l'agente numero cinque, Aaron Cross (Jeremy Renner) che dovrà mettere in campo tutte le sue abilità per sfuggire agli uomini di Byer e per procurarsi i farmaci da cui ormai è dipendente, in suo aiuto solo la dottoressa Marta Shearing (Rachel Weisz), anche lei nelle mire dei servizi deviati.

Come già detto, il film manca di costruzione e background, in maniera furba ci si affida ad alcune sequenze riprese dai film precedenti per creare un collegamento e dare il via a quella che è a tutti gli effetti una caccia all'uomo continua priva di particolari spunti d'interesse. Sul versante puramente action non si può dire che Legacy sia mal riuscito, anche qui pecca di poca fantasia in almeno un paio di sequenze, quella sui tetti di Manila che richiama palesemente quella già vista in Nord Africa con Jason Bourne protagonista, vengono anche ripresi gli inseguimenti in moto e nelle strade affollate, in questo forse Greengrass mostrava un talento superiore a quello di Gilroy che comunque non se la cava male, in altri frangenti il suo lavoro con la macchina da presa e con la gestione della tensione nelle sequenze d'azione si lascia apprezzare. L'intesa tra Renner e la Weisz funziona bene e le maggiori soddisfazioni arrivano proprio nella nostalgica scena finale tra i due nel momento in cui esplode per l'ennesima volta Extreme Ways di Moby, colonna sonora portante della saga che riporta in una frazione di secondo la mente dello spettatore ai capitoli precedenti. Probabilmente non c'era bisogno di questo episodio, anzi sicuramente non c'era bisogno di questo episodio, però nell'imbattercisi alla fine ci si diverte, non è proprio il Bourne che amiamo ma è un peccato che agli ideatori della saga possiamo anche perdonare.

L'UOMO INVISIBILE

(The invisible man di Leigh Whannell, 2020)

Nasce da un'unione di diversi elementi il successo de L'uomo invisibile, una somma delle parti che ha portato la Blumhouse Productions all'ennesimo trionfo dalle ottime proporzioni con un film costato poco più di sette milioni di dollari e che ne ha finora incassati più di centoventicinque. Il primo di questi elementi è proprio Jason Blum con la sua casa di produzione, la Blumhouse è ormai una realtà solida e interessante, non sempre garanzia di qualità ma capace di alternare, sia a livello di contenuti che di incassi, prodotti medi (o anche medio bassi) a improvvisi exploit che fanno incassare alla stessa cifre esorbitanti rispetto ai budget investiti (sotto questo aspetto Paranormal activities ha fatto scuola) e siglare prodotti di ottimo livello anche dal punto di vista della qualità come accade con questo L'uomo invisibile. Poi c'è il regista Leigh Whannell, autore di una buona prova e veicolo di tanta esperienza, se le sue regie ancora non sono molte (però ha già Upgrade tra le frecce al suo arco) è stato sceneggiatore e produttore di diversi capitoli della saga di Saw - L'enigmista e di quella di Insidious con un sodalizio duraturo con James Wan che ha portato molti frutti all'interno del genere. Infine l'adattamento libero e moderno di un classico della letteratura di fantascienza a nobilitare tutta l'operazione, il personaggio creato da H. G. Wells è anche tra i più noti esponenti di quella che viene considerata l'allegra brigata dei mostri della Universal, un character qui rinverdito (anche se di riflesso) per adattarsi alla narrazione e alle situazioni dei nostri giorni.

La vera protagonista del film è Cecilia Kass (Elizabeth Moss), una donna psicologicamente (e non solo) abusata dal compagno Adrian Griffin (Oliver Jackson-Cohen), ricchissimo genio nel campo dell'ottica, con il quale vive una relazione per lei destabilizzante e non più sostenibile. Intimorita a morte dall'uomo Cecilia studia un piano per scappare nottetempo dalla casa che condivide con il compagno e fuggire in un luogo sconosciuto con l'aiuto della sorella Emily (Harriet Dyer). La donna trova rifugio a casa di un vecchio amico, l'agente di polizia James Lanier (Aldis Hodge) che vive con la figlia adolescente Sydney (Storm Reid) alla quale Cecilia si affeziona molto. La donna vive nel terrore, ha paura di uscire di casa ed è convinta che Adrian possa rintracciarla da un momento all'altro, diventa difficile per lei reinserirsi nel mondo del lavoro o anche solo vivere attimi di serenità, lo stato psicologico di Cecilia peggiora sempre più finché un giorno la sorella Emily le porta una notizia sconvolgente: Adrian si è tolto la vita, Cecilia ora può finalmente rifiatare e godere anche della ricca e inaspettata eredità lasciatale dal defunto oppressore. Cecilia così rinasce, eppure ogni tanto torna a provare delle strane sensazioni, le sembra di essere osservata, ha l'impressione che la presenza di Adrian sia ancora palpabile, iniziano poi ad accadere episodi inquietanti e poco spiegabili che sembrano confutare, solo ai suoi occhi però, l'effettiva morte di Adrian...

L'uomo invisibile si gioca tutto sul piano della tensione, fin dalla primissima sequenza si rimane in apprensione continua per la protagonista, ora sul piano meramente fisico, ora su quello psicologico, la regia di Whannell non abusa mai di trucchetti scontati ma tramite la gestione degli spazi, dei tempi e dei movimenti di camera sugli attori riesce a creare un senso di inquietudine costante. La sceneggiatura gioca bene e dosa bene i colpi di scena anche se un paio di svolte nella trama si intuiscono con un certo anticipo, ottima anche la resa tecnica adoperata per aggiornare la figura dell'uomo invisibile ai giorni nostri. Interessante il discorso sul controllo coercitivo giocato a livello psicologico sulla protagonista, una bravissima Elizabeth Moss che ci fa vivere una condizione che sta sempre in bilico tra l'oppressione della vittima e la discesa verso la follia della stessa, la sceneggiatura viene incontro allo spettatore relativamente presto chiarendo da che parte propendere, ovviamente come in ogni horror che si rispetti è d'obbligo mantenere ogni riserva di giudizio fino alla scena finale. Ben realizzate anche le sequenze più dinamiche, il film pur puntando molto sul coinvolgimento emotivo e adrenalinico dello spettatore non manca di lasciare dei sottotesti legati all'abuso su più aspetti della figura femminile ma prima di tutto L'uomo invisibile si distingue per essere un thriller davvero ben realizzato e riuscito con il quale è facile divertirsi parecchio. Ottimo prodotto da aggiungere al già nutrito catalogo della Blumhouse, magari i più ottimisti potranno ora sperare in un adattamento in chiave moderna di qualche altro classico della letteratura horror/fantascientifica, se i risultati fossero come questo l'idea non sarebbe affatto male.

venerdì 2 aprile 2021

NICK & NORAH - TUTTO ACCADDE IN UNA NOTTE

(Nick and Norah's infinite playlist di Peter Sollett, 2008)

Il titolo originale, Nick and Norah's infinite playlist, riassume bene lo spirito di questo film dai tratti teneramente adolescenziali, facendo riferimento sia all'abitudine in voga tra i giovani di preparare playlist ad hoc per la propria amata (chi non ha mai preparato una cassettina - si, ai miei tempi c'erano le musicassette - per la ragazza dei sogni?) sia alla nutrita soundtrack che accompagna una storia dove la musica è presente dall'inizio alla fine. C'è anche da dire che la soluzione trovata per la traduzione italiana rimanda a un altro aspetto di questa commedia sentimentale, quello di essere ambientato lungo l'arco di una sola nottata, riecheggiando pellicole più celebri come Fuori orario di Scorsese o in maniera più immediata Tutto in una notte di Landis, tutto sommato la scelta sembra lecita nonostante la mia preferenza continui ad andare verso l'opzione inglese. Con questa intro abbiamo riassunto gli elementi fondativi del film: musica, unità di tempo, ragazzi in amore, cosa manca quindi? Semplice: New York!

Nick (Michael Cera) è ancora preso dalla sua ex Tris (Alexis Dziena), una tipetta sexy ma davvero poco seria e interessata, il ragazzo si strugge nella sua cameretta tappezzata di poster compilando playlist su playlist da riversare su cd e da far avere alla ragazza la quale prontamente le rovescia nel bidone dell'immondizia dell'istituto scolastico dal quale Norah (Kat Dennings) le recupera per infilarle nel suo lettore portatile. Norah si innamora un po' di quelle compilation piene zeppe di musica così affine ai suoi gusti, trova carino il modo in cui Nick, che Norah non conosce e non ha mai visto, si adoperi per confezionare al meglio la sua musica preferita per farla avere a quella stronza di Tris. Una sera Nick, ragazzo per bene, timido, educato, non fumatore, non bevitore, ha un concerto con la sua band in un locale di New York, per combinazione la stessa sera in quel locale ci sono anche Tris con la sua ultima fiamma e Norah con la sua amica svalvolata Caroline (Ari Graynor), quando i due si conosceranno la simpatia reciproca ci metterà poco a decollare, ad aspettarli ci sarà una notte in una vivissima New York alla ricerca di un fantomatico concerto che la band preferita di Nick improvviserà in un misterioso luogo in città, la ricerca di una Caroline ubriaca nel frattempo smarritasi in città e l'accettazione di amori ormai finiti con una brillante apertura verso il nuovo.

Commedia lievissima ottima per gli adolescenti ma che sa rimanere gradevole anche in chiave nostalgica per chi ha passato l'età, il film di Peter Sollett è una bellissima cartolina di New York riempita con frasi d'affetto per questa città che assume il ruolo di vera coprotagonista della vicenda, i notturni della grande mela contribuiscono in maniera forte a dare una connotazione al film, di per sé simpatico senza particolari picchi. Si apprezza la gestione molto delicata e tenera dell'incontro tra Nick e Norah, gli amori adolescenti vanno e vengono, è questo il caso dei due protagonisti, lui un ottimo ragazzo, scalcagnato, alla guida dell'unica Yugo probabilmente rimasta in città (o forse nell'intero Stato), lei figlia di un padre influente, affabile, naturale. Cera e Dennings riescono a creare una bella alchimia di sguardi, sorrisi, battute, abbastanza frizzante il contorno di personaggi, dai compagni di band di Nick alla devastata amica di Norah (sue le scene un po' più grevi, quella del cesso ad esempio), lo sviluppo è risaputo ma non lo si patisce, anzi. Ricca colonna sonora con pezzi di indie rock dolce (con qualche punta più vivace) che fanno da perfetto sottofondo alle dinamiche dei personaggi. Nick and Norah's infinite playlist, chiamiamolo così, non si farà ricordare in maniera particolare ma offre un'oretta e mezza leggera per la quale non ci si pente d'aver scommesso su questo film.

mercoledì 31 marzo 2021

IL MINESTRONE

(di Sergio Citti, 1981)

Maestro: la fame si sente, non si vede. Come un'altalena invisibile, va e viene, va e viene. Quando mangi se ne va via, quando caghi ritorna.
Giovanni: furba eh? Sta lì ferma e nessuno le dice niente. Va e viene, va e viene.
Francesco: scusate maestro, qui state parlando con un esperto. Non sono d'accordo che la fame va e viene. La fame è una malattia. Viene e non se ne va più.
Cameriere: sì, è vero. È... come un documento, una carta d'identità, un passaporto.
Maestro: la fame è come l'anima.
Giovanni: che ci lascia dopo morti.
Francesco: ando' stà la fame? Si l'acchiappo me la magno a mozzichi, ndo sta', ndo s'è nascosta?
Giovanni: sta qua, sta tutta qui dentro, e nun esce sta carogna! E nun c'è niente per farla uscire.
Maestro: basta mangiare.
Giovanni: che? E che se magnamo?

Il cinema della fame. Forse al giorno d'oggi il cinema della fame non si fa più, almeno nei paesi occidentali, questo è cinema che nasce dalla fame e rappresenta la fame per la fame, dove il cibo non è metafora di un capitalismo che sprona il consumo smodato (La grande abbuffata di Ferreri) o di potere (anche se qualche accenno a questi paralleli in almeno una sequenza è anche qui presente), questo è il cinema che segue quello dei borgatari di Pasolini, straccioni e accattoni, gli affamati de La Ricotta, episodio sempre pasoliniano di Ro.Go.Pa.G., gente che deve in qualche modo mettere insieme pranzo e cena e spesso non ci riesce a causa di una condizione sociale ai margini. Sergio Citti arriva proprio dal cinema di Pasolini, sceneggiatore di Accattone e Salò, poi attore, passa dietro la macchina da presa sul nascere dei 70 con Ostia, il discorso sulla fame torna in altri momenti della sua filmografia, basti pensare alle sequenze di Casotto con Proietti e Franco Citti (fratello del regista) affamati oltremisura; ne Il minestrone, lungo presentato dalla Rai diviso addirittura in tre puntate e ora disponibile su Raiplay, torna anche quella visione itinerante del cinema, lo scenario che passa dalle borgate romane che pretendono d'esser mostruosamente moderne alle campagne, e via via verso altre regioni, gli orizzonti qui si ampliano oltremisura alla ricerca di un rimedio alla fame che porterà i protagonisti dalle periferie di Roma fino alle vette della Valsugana. Ma la fame è un mostro, come si sconfigge un mostro che torna e torna e torna? Come da dialogo in apertura la fame è come l'anima, te la porti dentro, non te ne puoi separare, la puoi lenire momentaneamente e subito rieccola, non c'è rimedio, l'unica è mangiare! Si, ma che? Che se magnamo?

Francesco (Franco Citti) e Giovanni (Ninetto Davoli) sono due poveracci della periferia romana, rovistano nell'immondizia per trovare qualcosa da mangiare, incappati insieme in diverse disavventure finiscono in cella dove faranno la conoscenza di un altro miserabile che prenderanno a chiamare il Maestro (Roberto Benigni), uno vestito bene, dai modi più raffinati e che gira tutti i ristoranti e le trattorie di Roma facendo il vento, cioè scappando prima dell'arrivo del conto. Rimessi in libertà i tre tenteranno d'applicare gli insegnamenti del Maestro ma riempire la pancia rimarrà impresa ardua. Finiti accidentalmente in Toscana i tre inizieranno un viaggio itinerante allo scopo di lenire la fame, alla piccola combriccola si unirà prima un cameriere maltrattato (Fabio Traversa), poi via via il gruppo si farà più nutrito (ma solo di numero, tutti sempre a digiuno) e conterà su nobili decaduti, aspiranti suicidi e santoni improbabili (Giorgio Gaber). La fame li trascinerà fino all'estremo nord senza che questa venga mai placata.

Il minestrone è un road movie dove al posto del percorso di formazione dei protagonisti c'è la fame, pura e semplice, e tutti i tentativi frustrati di un gruppo di personaggi per metterla a tacere. Il film è divertente e si guarda con leggerezza nonostante la lunga durata, presenta inoltre un cast per quegli anni di tutto rispetto, oltre ai volti già noti grazie al cinema di Pasolini appartenenti a Franco Citti e Ninetto Davoli, c'è quel Benigni che ancora era un folletto anarchico della comicità, al tris d'assi si accompagna una schiera di comprimari di tutto rispetto tra i quali spicca la presenza sul finale di Giorgio Gaber, ennesimo affronto del destino alla scalcagnata combriccola, ma anche Daria Nicolodi da poco scomparsa, Pietro De Silva e Fabio Traversa. Sergio Citti ci mostra la miseria e lo squallore, anche tra le meravigliose colline toscane ci si imbatte in discariche, casolari abbandonati, depositi di pneumatici, nei confronti del cibo c'è quella voracità disturbante che può repellere lo spettatore abituato allo stomaco pieno, il gruppo squinternato acquisisce caratteristiche giullaresche man mano che si ingrossa andando a creare una piccola armata in marcia per conquistare non territori ma un pasto, caldo o freddo che sia. Dai protagonisti affiorano squarci di poesia popolare, filosofia delle borgate, il miraggio di una condizione migliore permane, permane e viene svilito da una realtà dove alla fine non si mangia e, a voler forzare un parallelismo con l'odierno, anche da una società dove non c'è (più) da "mangiare" per tutti. Opera meritoria, surreale, purtroppo sommersa e nuovamente visibile grazie a Fuori Orario, che sposta un po' più avanti nel tempo il discorso iniziato da Pasolini, offre opportunità di ripensare alle disparità ancora vive nella società moderna in relazione alle necessità primarie, lo fa permettendoci di poter ridere anche su quella stronza della fame!

domenica 28 marzo 2021

OVER THE MOON - IL FANTASTICO MONDO DI LUNARIA

(Over the Moon di Glen Keane, 2020)

Over the Moon è uno dei cinque titoli in corsa per aggiudicarsi la statuetta come miglior film d'animazione nella serata di premiazione degli Oscar 2021. Probabilmente manca ancora qualcosa per poter sperare di stare alla pari con il colosso Pixar che quest'anno è candidato con ben due produzioni: Onward e soprattutto l'ottimo Soul, ciò nonostante il film diretto da Glen Keane lascia trasparire diverse buone qualità, in particolar modo nella prima parte del racconto, qualità che fanno ben sperare per il futuro della casa di produzione del film. Il Pearl Studio nasce come costola asiatica con sede a Shangai della Dreamworks Animation, tanto da essere conosciuto in origine con il nome di Oriental Dreamworks, in principio si occupa di distribuzione sul mercato asiatico di alcuni prodotti cinematografici per passare poi a vere e proprie co-produzioni con la Dreamworks di film di successo come Dragon Trainer 2, Kung Fu Panda 3, Home e I Pinguini di Madagascar. Dal 2019 lo studio realizza le sue prime produzioni originali delle quali questo Over the Moon è la seconda uscita, preceduta dal film Il piccolo Yeti, vero e proprio esordio del Pearl Studio che conta almeno altri tre progetti in cantiere per il prossimo futuro.

Over the Moon prende spunto da una leggenda cinese con protagonista la dea della Luna Chang'e, la leggenda originale viene qui rielaborata in modo da adattarla alle esigenze del copione, in questo passaggio sta uno dei difetti del film in quanto la vicenda della dea e il lavoro fatto sul carattere del personaggio e sul suo comportamento non sono chiarissimi, assilli questi che comunque poco interesseranno al pubblico più giovane. I genitori della piccola Fei Fei raccontano spesso alla loro bambina la storia di Chang'e, una leggenda che narra l'amore eterno di quella che è diventata la dea della Luna per il suo amato arciere Hou Yi dal quale è stata costretta a separarsi da tempo e del quale Chang'e rimane eternamente in attesa (in realtà è un po' più complicata di così, ma tant'è...). Quando a causa di una malattia Fei Fei perde la mamma, la ragazzina dovrà abituarsi con il tempo a ritrovare una sua serenità, lo farà legandosi ancor di più al papà e alle tradizioni di famiglia come quella della preparazione dei biscotti della Luna, pezzo forte dell'attività di famiglia, un piccolo negozio con cucina annessa. L'equilibrio di Fei Fei si spezza nuovamente quando il padre le presenta una nuova amica, la signora Zhong, e il suo figlio pestifero Chin, nei quali la ragazzina vede un nuovo potenziale assetto familiare che non gradisce per nulla e che interpreta come una sorta di tradimento nei confronti della madre, così Fei Fei si adopererà per trovare il modo di arrivare sulla Luna, così da dimostrare al padre come sia Chang'e sia l'amore eterno, anche in assenza, esistano davvero e siano realmente possibili.

La prima parte del film è a mio avviso la meglio riuscita, presenta un'animazione molto buona con un'attenzione particolare alle affascinanti location cinesi che poco ha da invidiare ai prodotti di più blasonati concorrenti, la presentazione dei personaggi e l'avvio della narrazione funzionano molto bene, un bel lavoro viene fatto nella caratterizzazione visiva dei protagonisti asiatici, l'impressione di immergersi in un'altra cultura appare naturale e gestita al meglio. Ci sono anche (pochi) sprazzi di ottima animazione più classicheggiante legati alla leggenda di Chang'e, viene rispettata la tradizione canterina di molto cinema d'animazione. Nel mondo lunare della dea invece l'impatto estetico cambia di colpo, tutto è coloratissimo e luminescente con toni accesi, fluorescenti, una marea di piccole creaturine che richiamano i biscotti della tradizione (e un sacco di altre cose) offrono una paletta cromatica arcobaleno di accecante intensità, aspetto questo meno interessante ma che potrà piacere ai più piccoli che potranno identificarsi non solo con la protagonista ma anche con il piccolo e simpatico Chin, uno che si è messo in testa di poter attraversare gli oggetti e d'essere un campionissimo di ping pong. Non eccezionale la gestione fatta con il personaggio di Chang'e caratterizzata in maniera un poco scostante. Non manca la morale sull'accettazione dell'amore, sempre, che questo arrivi o meno dai nostri consanguinei o da un modello di famiglia allargata; nulla di nuovo sotto il sole ma i mezzi per osare di più ci sono, il tempo per il Pearl Studio per diventare più ficcante anche, per quest'anno le speranze per l'Oscar sono poche, la Pixar è ancora diversi passi avanti, in futuro chissà...

venerdì 26 marzo 2021

ELEGIA AMERICANA

(Hillibilly elegy di Ron Howard, 2020)

L'ultima prova di Ron Howard è stata aspramente rifiutata da buona parte della critica d'oltreoceano che ha speso parole svilenti per Elegia americana adducendo tutta una serie di motivazioni rintracciabili facendo una semplice ricerca in rete anche solo dalla sezione note di Wikipedia. Il film rientra nel solco di una tradizione che più volte Howard ha percorso, affrontando un discorso di difficoltà e successiva affermazione che appartiene a molto cinema di stampo classico americano, non di certo solo al suo, e in questo non vedo dove stia lo scandalo, altri registi affrontano argomenti simili con alterni risultati, è un filone del cinema che esiste da sempre e che vedremo ancora in futuro, è vero che Howard non offre grandi soluzioni e picchi d'originalità nella messa in scena ma racconta una buona storia alla quale sono state mosse parecchie accuse in maniera forse un poco pretestuosa, Elegia americana nel complesso è un buon film che si guarda con molto piacere tra picchi più intensi e passaggi meno approfonditi ma che non necessariamente vanno a inficiare la narrazione di quella che a conti fatti è semplicemente una cronaca familiare (e null'altro vuole essere) tratta dal romanzo autobiografico di J. D. Vance.

Il film è strutturato su più piani temporali, J.D. (Owen Asztalos da bambino e Gabriel Basso da adulto) è un ragazzino che vive in Ohio con una famiglia a dir poco problematica, a inizio film ci racconta come adori tornare in estate nelle terre d'origine della sua famiglia, in Kentucky, da quel gruppo allargato di parenti e amici (gli hillibilly del titolo originale, bifolchi in pratica) magari non troppo istruiti ma sempre pronti a guardarsi le spalle l'un l'altro. Nel passato una nonna che adolescente incinta scappa col suo amato per trasferirsi in Ohio in cerca di una vita migliore, in una di quelle cittadine floride e in espansione grazie alla nascente industria, proprio quella che nel giro di due generazioni creerà disoccupati a migliaia, povertà, ignoranza, disagio e tossica violenza. J.D. cresce con una madre (Amy Adams) che non riesce a liberarsi dalle sue dipendenze dalla droga, incapace di ricoprire il ruolo genitoriale e dispensatrice di amore e disprezzo in egual misura, senza figure paterne stabili e con una nonna (Glenn Close) che tenta per quanto possibile di rimediare alle mancanze di sua figlia verso i nipoti, lo stesso J.D. e sua sorella maggiore Linsday (Haley Bennett). La vita è quella dura delle comunità rurali, tra disoccupazione, mancanza cronica di soldi e il miraggio di una mobilità sociale non così semplice da realizzare, per evidenti limiti materiali, a causa del pregiudizio e degli ostacoli che la stessa famiglia contribuisce a erigere sulla strada di chi un futuro migliore cerca di costruirselo sul serio, in questo caso J.D. spronato dalla nonna, studiando, arrivando al college, trovando una relazione soddisfacente e cercando un impiego, nella fattispecie in qualche ottimo studio di una città meno provinciale.

In una delle sequenze iniziali, una tra le più riuscite, Howard mette a confronto la prosperità delle cittadine industriali all'epoca di nonna Mamaw (Glenn Close), piene di promesse di benessere, con lo stato di fatiscenza e abbandono delle stesse con il quale mamma Bev (Amy Adams) e i suoi due figli sono costretti a confrontarsi nel presente. Sono quelle cittadine e quei destini che hanno trasformato gli americani delle zone rurali da vecchi democratici a trumpiani incattiviti, una delle critiche mosse a Elegia americana è stata quella di non approfondire mai il discorso politico che, questo è vero, rimane in superficie ma, come accennato poc'anzi, il film di per sé non ha l'ambizione di essere un film politico ma "solo" un racconto familiare di riscatto, tra l'altro in molti suoi passaggi affatto conciliante né conciliato, con un protagonista che più volte prova il desiderio di potersi affrancare da quella madre inadatta ed egoista, nonostante i legami familiari siano gli unici che secondo nonna Mamaw hanno tutta l'importanza del mondo. Apprezzate unanimemente le interpretazioni femminili con una Glenn Close sugli scudi in perfetta mimesi con la vera nonna dell'autore del libro da cui la storia è tratta, brava come sempre anche la Adams che però si è distinta in misura maggiore in altre occasioni, una bella scoperta il ragazzino che interpreta J.D. da giovane, meno interessante la sua controparte adulta.

Un bello (per modo di dire) spaccato familiare, sofferente, nato dalla miseria e da condizioni difficili, da una cultura legata alle grandi famiglie originarie della zona degli Appalachi (come testimonia la sequenza di foto a inizio film, bel ritratto storico), se si approccia il film con questo sguardo e non con la pretesa di trovarci a tutti i costi un trattato politico e sociale Elegia americana non sfigura nei confronti di altri film coevi candidati agli Oscar dove, per quel che si è potuto vedere sulle piattaforme, a parte il Mank di Fincher, non c'è nulla che in fondo svetti con forza dirompente. Caro Ron, non ti curar di lór ma guarda e passa.

giovedì 25 marzo 2021

SOUND OF METAL

(di Darius Marder, 2019)

Sound of metal nasce come progetto con basi vagamente autobiografiche da parte di Derek Cianfrance (Blue Valentine, Come un tuono) passato poi per motivi di forza maggiore al suo sodale Darius Marder con il quale il regista collaborò per la stesura della sceneggiatura di Come un tuono. Il film è un lungo, doloroso e difficile viaggio verso l'accettazione di un handicap con un protagonista che, ritrovatosi dopo un periodo di perdizione, si trova a rischiare nuovamente di perdere tutto, impotente di fronte a un'invalidità progressiva impossibile da arginare, dovrà affrontare dall'oggi al domani uno nuovo status quo che lo porterà a dover ricostruire da capo la propria esistenza potendo contare su pochi degli appigli di quella che ormai può considerare la sua vita precedente.

Ruben Stone (Riz Ahmed) suona la batteria, insieme alla sua ragazza Lou (Olivia Cooke) forma un duo metal in tour itinerante, i due si muovono e vivono in un camper adibito anche a sala prove, la loro vita è la musica, i progetti futuri, le speranze di realizzare qualcosa insieme; ma non mancano le ombre nelle giornate della giovane coppia, Lou mostra parecchi tagli sulle braccia, indice di qualche tipo di disagio, Ruben è un ex tossicodipendente ormai pulito già da quattro anni. Durante alcune date del tour Ruben inizia ad avere dei fastidi alle orecchie, prima un fischio, probabilmente un'acufene, poi una perdita progressiva dell'udito che repentinamente diverrà una forma di sordità pronta a esplodere proprio durante uno dei concerti, situazione aggravata dai ripetuti e forti stimoli ai quali Ruben ha sottoposto le sue orecchie per lungo tempo. Diagnosi inequivocabile, Ruben sarà costretto ad affrontare un percorso per reimparare a vivere, a comunicare, lo dovrà fare lontano da Lou, affidandosi alle "cure" di Joe (Paul Raci), un reduce dal Vietnam che gestisce una comunità per sordi con problemi pregressi di dipendenza e che prevede un programma di isolamento: niente telefono, niente visite e un fondamentale insegnamento da assimilare, cosa che non sarà affatto semplice per Ruben, quello che andrà ad affrontare non sarà un percorso di guarigione ma un viatico per iniziare a vivere in maniera diversa, accettando che ciò che si è perso non si recupererà mai più.

Il lavoro straordinario per Sound of metal è stato fatto sul sonoro, più che in ogni altro aspetto di un film comunque molto valido nel suo complesso. Sia gli effetti sonori veri e propri, sia le scelte di regia adottate da Darius Marder sono pensate per creare un'esperienza acustica identificativa per lo spettatore che quanto più possibile si troverà a provare le stesse sensazioni del protagonista, magari non quelle di paura e disperazione, ma certamente quelle legate alla perdita d'udito e allo spaesamento nel momento in cui crollano gli strumenti comunicativi con gli altri. Oltre al dramma dell'incertezza per un futuro stravolto (parliamo di un musicista che perde il senso portante per il suo lavoro) si riflette sull'importanza della comunicazione e sulle difficoltà nell'apprendere da zero nuovi linguaggi e di operare uno cambio di approccio, mentale ancor prima che fattuale, acuite da un senso di esclusione al quale un handicap improvviso può far nascere, con serie minacce all'equilibrio di chi vive situazioni di questo tipo. Consigliato l'ascolto in cuffia, Marder avvicina la camera a Riz Ahmed portandoci a contatto con il suo punto di vista, ci priva dei suoni, li confonde, li rende metallici, lontani, indistinti, ovattati, permettendo allo spettatore di vivere lo stesso stato di confusione e spaesamento del protagonista, ci lascia ad assistere a discorsi tra persone che usano il linguaggio dei segni, senza appigli, senza modo di capire cosa i personaggi sullo schermo si stiano dicendo, così si inizia a capire, senza tante spiegazioni, si arriva a un grado più alto di immedesimazione, di empatia, poi la camera si allontana, propone un totale e si comincia di nuovo a sentire, le soluzioni adottate sono di una funzionalità brillante, non per niente il film è candidato all'Oscar per il sonoro e a quello per il montaggio (ma anche a miglior film, che non vincerà, sceneggiatura non originale, protagonista e non protagonista). L'immagine è molto reale, poco costruita, in taluni passaggi il film dà l'idea della piccola produzione, anche la sceneggiatura non sembra una di quelle blindatissime, tutto scorre in maniera naturale, tra i dovuti ostacoli e i debiti errori per arrivare a una finale consapevolezza e accettazione della disabilità.

Esordio davvero interessante per Marder, probabilmente il lavoro di preparazione di Cianfrance ha dato una mano per il buon esito finale, ma sulla fiducia il regista lo si seguirà con attenzione, quasi certi che qualcosina nella notte degli Oscar il suo film raccoglierà.

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