mercoledì 29 settembre 2010

NOTTE E DI'

(Night and day di Michael Curtiz, 1946)

Night and day, tradotto in italiano con Notte e dì, è un film del 1946 nel quale Cary Grant interpreta il famoso musicista Cole Porter.

Un biopic dove la carriera musicale del compositore la fà da padrone mentre la vita privata dell'uomo viene trattata con minore accuratezza.

Studente a Yale il giovane Porter capisce che la giurisprudenza non sarà mai la sua ragione di vita. Andando anche contro i voleri della famiglia e in particolare avversando i desideri del nonno che vede in Cole il suo erede, il futuro compositore decide di assecondare i suoi istinti e dedicarsi alla musica. Nello stesso periodo Porter conosce Linda (Alexis Smith), un'amica di sua cugina.

Con l'aiuto di un professore improvvisatosi impresario, raccoglie i soldi per una prima rappresentazione a Broadway di uno spettacolo con musiche da lui composte.
Sfortuna vuole che il debutto dell'opera prima di Porter coincida con lo scoppio dei primi fuochi che portarono alla prima guerra mondiale. La gente è presa da altro e il successo non arriva.

Arruolatosi nell'esercito e rimasto ferito, Porter torna in patria dove ritrova Linda in vesti di infermiera. Riprende anche la carriera musicale e questa volta il successo arriva ed è clamoroso. Le opere celebri si susseguono, Night and day il pezzo più sfruttato nel film, e la relazione con Linda sfocia in un annunciato matrimonio, un matrimonio che attraverserà momenti molto difficili a causa dello smisurato amore di Porter per il suo lavoro.

Questo almeno racconta il film che, se per l'aspetto musicale si può ritenere credibile, non è veritiero per quel che riguarda la vita privata del musicista. Pur rimanendo sposato a lungo con la sua Linda, Cole Porter non le nascose mai le sue tendenze omosessuali.

Forse l'argomento nel 1946 risultava troppo scabroso per essere trattato esplicitamente e Curtiz decise di edulcorare la vicenda. Sebbene ne risulti un biopic poco attendibile, il film in sè rimane comunque godibile. Cary Grant è il solito signore, difficile che una sua interpretazione non piaccia e i numeri musicali di contorno ai brani di Porter, pur non entusiasmando al livello di altri musical più famosi, si lasciano guardare.

Nel campo dei film musicali molto datati si trova sicuramente di meglio ma chi ama il cinema classico potrà apprezzare anche questa pellicola.

lunedì 27 settembre 2010

BACK TO THE PAST: 1967 PT. 3

Sebbene le influenze psichedeliche andarono a toccare un po' tutti i generi, i gruppi che continuavano a presentare sonorità più vicine al pop e a fenomeni degli anni precedenti come il beat continuavano a imperversare.

Ecco i The american breed con la cover di Bend me, shape me degli Outsider uscita come singolo nel 1967 e inclusa nel loro album d'esordio l'anno seguente.



I The Monkees, fautori di alcune hit di quegli anni, escono con la popolare Daydream believer. In realtà il gruppo era stato creato a tavolino per contrastare la Beatlemania con un prodotto statunitense. I componenti erano più che altro attori, della musica vera e propria se ne occupavano compositori scelti ad arte per raggingere lo scopo che era quello di vendere dischi. Per un paio di anni ci riuscirono infilando nelle charts alcuni pezzi davvero azzeccati.



Altro pezzo forte dell'annata l'hanno firmato i The Turtles. Il brano è Happy togheter.
Loro, come potete vedere nel video, sono una banda di cretini.



I The Kinks ai quali ormai comincio ad affezionarmi ci offrono Waterloo Sunset.

domenica 26 settembre 2010

FICTION PLANE

Qualche giorno fa stavo guidando e l'autoradio era sintonizzata su Virgin Radio. La musica era giusto un piacevole sottofondo in quanto la mia concentrazione andava principalmente alla strada come è giusto che sia.

Passava un brano gradevole, orecchiabile che per sonorità mi ricordava vagamente qualcosa (non ricordo bene cosa) dei Biffy Clyro, gruppo che ha accompagnato i Muse nel loro ultimo tour europeo compresa la data torinese alla quale ho assistito.

Incuriosito prestai attenzione a quel che diceva il Dj a fine brano scoprendo che il gruppo in questione si chiama Fiction Plane e nulla ha a che spartire con i sopra citati Biffy Clyro. La curiosità più grande è che il cantante/bassista del gruppo è Joe Sumner, figlio di cotanto padre in arte conosciuto come Sting.
Il DJ sottolineava la somiglianza del timbro vocale del ragazzo con quella del padre ma il brano era ormai andato e io non ci avevo fatto attenzione.

A casa, tornatami in mente la cosa, sono andato su Youtube per controllare la storia della somiglianza. Non sono riuscito a trovare lo stesso brano passato in radio (non subito almeno) e mi sono imbattuto in uno di quei video a immagine fissa intitolato "Two sisters". Era impressionante. Non avendo immagini in movimento a disposizione mi ero convinto che il pezzo fosse cantato proprio da Sting.

Ho cercato meglio e ne ho trovato una versione live. Ascoltate il figlio di Sting.

Fiction Plane - Two sisters.

sabato 25 settembre 2010

VISIONI 3

Dopo l'opera di un cantante e quella di un grande pittore non poteva mancare l'illustrazione di un disegnatore di fumetti.

Alex Ross è artefice di eccezionali lavori per Marvel e DC Comics. Sue le bellissime miniserie Kingdom Come (DC Comics) e Marvels (Marvel). Il suo stile fotografico e iperrealista è inconfondibile e riesce a dare un tocco di epicità a tutti i personaggi da lui ritratti.
Le sue tavole tratteggiano figure iconiche rendendo più veritiere le teorie che reputano i supereroi moderni eredi degli eroi dell'epica antica.

Nell'illustrazione qui sotto una chiara metafora della visione dell'artista su quella che è stata la politica di George W. Bush.

venerdì 24 settembre 2010

NIGHTMARE BEFORE CHRISTMAS

(di Henry Selick, 1993)

Ancora uno di quei casi (casi che per me ormai sono quasi la regola) di fruizione molto posticipata di datato acquisto. Nella fattispecie parliamo del DVD di Nightmare before Christmas acquistato parecchi anni or sono e visionato soltanto oggi in compagnia della mia bimba la quale, fugando ogni mio timore, non si è per niente impressionata nonostante le cupe atmosfere del film.

Film che proprio film non è trattandosi come noto di una pellicola in stop-motion realizzata usando pupazzi per attori.

Ero straconvinto che la regia fosse di Tim Burton che invece ha messo “solo” l’idea, il soggetto e i soldi lasciando la realizzazione dell’opera all'amico Henry Selick, regista anche del recente Coraline.

Una fiaba gotica che lascia a bocca aperta ancora oggi (è datata 1993 e sono passati già 17 anni) per la splendida realizzazione. L’inventiva e il genio dei due autori coinvolti sono innegabili e a dimostrarlo ci sono i riuscitissimi esperimenti successivi nel campo dell’animazione: La sposa cadavere per Burton e proprio Coraline per Selick.



Il mondo del protagonista Jack Skeletron, re delle zucche e personalità di spicco del regno di Helloween, è cupo fino all'inverosimile. Sembra un mondo privo di colore e anche qui, come succederà in futuro ne La sposa cadavere, si gioca sulla contrapposizione. Tanto è tetro il regno di Jack altrettanto è colorato il mondo del Natale. Jack è l’incaricato e il principale artefice della riuscita della celebrazione di Helloween. Anche quest’anno il successo è assicurato ma Jack è stufo di tutta questa mancanza di “colore”. Affranto vaga per i boschi con il suo cane Zero. I due si perdono e si trovano in un posto mai visto prima dal quale accederanno al mondo del Natale.
Qui Jack si rianima, assapora il calore, la gioia, il colore e l’atmosfera natalizia, tutte cose sconosciute nel regno di Halloween. Si mette in testa di esportare il Natale così come gli americani esportano la democrazia. Però come novello Babbo Natale ha qualche difficoltà e i suoi aiutanti faticheranno un po’ ad appropriarsi dello spirito della festa.
Ne verranno fuori dei guai ai quali si cercherà di porre rimedio con l’aiuto di Sally, segretamente innamorata di Jack.

Inutile ribadire che ogni dettaglio è curato nei minimi particolari.
Quel che a mio parere non funziona è la tenuta della storia. Qui ovviamente si entra nel campo dei gusti personali. Non amo particolarmente i film d’animazione con tante parti cantate e qui ce ne sono davvero troppe. La voce italiana di Jack è affidata a Renato Zero quindi si è caduti bene, Zero è bravo e offre ottime interpretazioni. Alla lunga però la noia prende il sopravvento, la trama è esile trattandosi di una fiaba in fin dei conti e il rischio è che il film piaccia solo ai fan di Burton o del genere gotico. La Pixar e i migliori film Disney sono un’altra cosa.

Ottima confezione ma se la noia fa capolino in un film di un’ora e un quarto qualche sospetto è lecito.

giovedì 23 settembre 2010

BACK TO THE PAST: 1967 PT. 2

L'Estate del 1967 è conosciuta come la "Summer of love". Il movimento hippie arriva al grande pubblico, i concerti diventano grandi happening dove l'uso delle droghe sintetiche abbonda.
San Francisco diventa l'epicentro del fenomeno psichedelico della West Coast.

I Jefferson Airplane sono uno dei gruppi di punta del movimento e una delle loro canzoni più celebri è Somebody to love.


Altro pezzo accostato alla Summer of love è The letter dei The box tops che avevano però un piglio più vicino al pop e al soul bianco.


Proprio San Francisco diventa protagonista di almeno due celebri pezzi di questa ricca annata.
Il primo porta il titolo della stessa città ed è cantata da Scott McKenzie, in futuro cantante dei Mamas & Papas: San Francisco.


Anche quest'anno The Animals. Quelli nuovi. Del vecchio gruppo rimane solo il cantante che per l'occasione cambia il nome alla band in Eric Burdon & the New Animals. Il pezzo è San Franciscan nights.

mercoledì 22 settembre 2010

ORA DEL DECESSO: 22.25


Mi sento un po' in colpa, forse non ci ho messo impegno. Non tutto quello che avrei potuto. La sua agonia non è stata lunga ma la fine è giunta inevitabile.
Eravamo preparati. Alle 22.25 del 22/09/2010 il progetto "Il collettivo" è stato dichiarato morto.
Il creatore sentitamente ringrazia chi ha voluto partecipare ;)

Trattandosi di finzione non è escluso, come succede spesso nei fumetti ad esempio, che qualcuno riporti in vita il progetto (si usi pure questo post).

Nel frattempo affranti salutiamo.

martedì 21 settembre 2010

ECCE BOMBO

(di Nanni Moretti, 1978)

Nanni Moretti non mi ha mai ispirato simpatia. Lo dico subito così mettiamo le carte in tavola e non se ne parla più. Partendo prevenuto mi sono anche avvicinato poco ai suoi film. Così, a pelle, mi è antipatico e non lo seguo. So che non è il modo migliore per valutare i lavori di un regista ma così è (quasi) sempre andata.

Poi ho voluto provare, andai anche a vedere La stanza del figlio al cinema. Osannato a Cannes e bravo lì e bravo là a me La stanza del figlio non è piaciuto per niente. Un film freddo, il suo faccione sempre presente, mi dava l’impressione di un ego un tantino smisurato. Forse ero davvero prevenuto.

E giù a stracciarci le palle con i girotondi poi, forse sono io che la politica la digerisco poco. O sono solo ignorante che può pure essere. Ma sì che magari serve a farci un po’ di cultura, guardiamoci Palombella Rossa. Mi sono fatto due palle così solo perché non ne avevo una terza a disposizione. Grande lavoro mi dicono. Sarà.
A mia moglie piace, dice che è bravo (non come attore magari, in senso lato).

L’unico ricordo decente che avevo era per Il portaborse che non era manco suo e più che altro il merito era di Silvio Orlando. Ma dai che ci si riprova. Mi sono visto Ecce Bombo. Oh, mi sono divertito.

Un film di pochi mezzi, azzeccato, divertente, mai prolisso dove i temi cari al regista già ci sono tutti ma amalgamati con una leggerezza che bisogna fargli i complimenti. Non è che ora mi rimanga simpatico ma diamo a Cesare quel che è di Cesare e a Moretti quel che è di Moretti. E bravo Nanni.

Il suo personaggio è qui ancora divertente e dico ancora perché, se non erro, dovrebbe essere lo stesso di Palombella Rossa dove lo sarà molto meno. Un gruppo di amici, tra i quali lo stesso Moretti (Michele), reduci dagli anni della contestazione, passano le giornate tra l’insoddisfazione perenne e la ricerca del cambiamento. La ribellione misurata, il disagio verso la famiglia, i rapporti con l’altro sesso e la voglia e la difficoltà di comunicare.

Brevi sequenze, montate una dietro l’altra, brevi attimi che inquadrano perfettamente i sentimenti di molti (allora) giovani condizionati dal momento politico e sociale che si trovavano a vivere. L’esigenza impellente e un po’ vuota di fare cose, vedere gente… una cricca di personaggi sfigati e quasi assurdi da rivelarsi subito simpatici. C’è pure un giovanissimo Mughini. E i ragazzi tra di loro parlano, tirano fuori le cose, creano quelli che sembrano quasi gruppi di sostegno e la loro voglia di cambiamento ormai sembra così lontana e, lasciatemelo dire, quasi ridicola.

Magari ne provo un altro. Consigli?

domenica 19 settembre 2010

BACK TO THE PAST: 1967 PT. 1

Esplode l'epoca psichedelica. Fenomeno prevalentemente americano portato avanti da svariati gruppi ispirati dall'uso di sostanze lisergiche. I nomi coinvolti sono molto grossi e, in contrasto con quanto appena scritto, il gruppo di maggior importanza e influenza per questo tipo di sonorità è inglese.

Gruppo seminale, i Pink Floyd incidono l'album simbolo di questa corrente musicale, The piper at the gates of dawn, trascinati da un diamante qui ancora in grado di intendere e di volere. Astronomy Domine in un video passato alla Rai quando la musica che contava ancora aveva spazio in TV.



Anche i Beatles entrano in psychedelic-mood con l'album Sgt. Pepper's lonely hearts club band. Album fantastico, pezzi dai testi psichedelici e un evidente omaggio all'acido lisergico. Lucy in the Sky with Diamond.



Come si diceva, nomi grossi. Come non ricordare Jim Morrison e i The Doors che della musica psichedelica fecero una ragione di vita e di morte. Il pezzo è Break on through.



Altra band inglese non baciata dallo stesso successo avuto dai loro conterranei di cui sopra. Il pezzo Hole in my shoe rientra a pieno diritto nel filone, loro sono i Traffic in un video che più Psych non si può.


TRAFFIC - Hole In My Shoe (1967) di zesuisla


Esponenti della scena Newyorchese (il fenomeno psichedelico si sviluppa prevalentemente sulla costa ovest con epicentro a San Francisco), più lontani dall'LSD e attratti maggiormente da droghe più pesanti, cantori della decadenza e legati a un'idea più universale dell'arte sono i Velvet Underground. Qui la delicata Sunday morning.

sabato 18 settembre 2010

KITCHEN

(di Banana Yoshimoto, 1988)

Qualche anno fa, parecchi a dire il vero, parliamo del ’95 o ’96, lavoravo per una cooperativa di servizi che operava all’interno del Lingotto Fiere, struttura che ormai, lavorativamente parlando, è diventata la mia seconda casa. Infatti pur facendo altro ci lavoro tuttora. Ricordo che all’epoca mi capitava molto spesso di vedere qualcuno dei miei colleghi, tutti ragazzi molto giovani, intento nella lettura di questo Kitchen della Yoshimoto. Era un libro che andava molto di moda, il nome dell’autrice incuriosiva ma io non ebbi mai la spinta giusta per avvicinarmi a questa opera in quel momento in cui era così popolare.
La spinta giusta è arrivata più o meno l’anno scorso quando in un mercatino dell’usato vidi il libro dell’autrice giapponese in vendita a un euro. Memore dei vecchi colleghi così presi dalla lettura di questo agile volumetto lo acquistai mettendolo da parte (il prezzo ha aiutato).
Finalmente, passato ancora un anno, il libro l’ho anche letto. Non sapevo bene di quali argomenti il libro trattasse ma mi aspettavo qualcosa di molto leggero.
Perdita ed elaborazione del lutto. Di questo si tratta a occhio e croce. Non aspettatevi però un libro pesante, il tocco della scrittrice è leggero e non indugia su commiserazione e patimenti. C’è dolore ovviamente e ce n’è molto. Ma c’è anche tanta forza e, nonostante tutto, tanta vitalità. Le descrizioni degli stati d’animo e dei sentimenti dei protagonisti non sono resi da verbosi fiumi di parole ma anzi sembrano realizzate “in punta di penna”, con una certa dose di delicatezza. Le descrizioni dei luoghi, delle situazioni e dei “momenti” sono sempre efficaci, leggendo frasi di poche parole si riesce con facilità a visualizzare un luogo, un attimo, uno sguardo anche se si tratta di situazioni immerse in una cultura a noi lontana e per la maggior parte sconosciuta.
Per alcuni aspetti ci viene in aiuto il cinema orientale ormai diffuso anche qui da noi. Creare mentalmente alcune immagini “nipponiche” risulta più facile dopo aver visto i film di Kitano o, ad esempio, pellicole come Ferro 3.
Nella tradizione nipponica, per quel poco che posso averne capito, ha molta importanza l’elemento fantastico. Anche in questo libro alcune situazioni, e si parla prevalentemente di piccoli eventi, sono risolte in maniera inspiegabile e fantastica
Lutti, incontri di solitudini e distacchi definitivi non sono argomenti allegri e pure il libro scorre. I personaggi dei due racconti, Kitchen è solo il primo seguito da Moonlight Shadow, reagiscono in qualche modo, cercano forza nel prossimo quasi a colmare il buco lasciato da chi è passato nel mondo dei più. Riprendono a vivere.
Il succo è tutto qui e se vogliamo è molto, ma non c’è altro. Un accumulo di situazioni e momenti che tratteggiano i protagonisti e il loro confrontarsi con il dolore. Moonlight Shadow è un racconto scritto come tesi di laurea, Kitchen un libro d’esordio. Tutto sommato niente male direi.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...