venerdì 5 febbraio 2016

SUPER - ATTENTO CRIMINE!!!

(Super di James Gunn, 2010)

Il 2010 al cinema è stato l'anno degli eroi sfigati senza arte ne parte che finiscono nel ficcarsi in faccende decisamente più grandi di loro. Mentre Matthew Vaughn girava il suo Kick-Ass, James Gunn si dedicava a questo Super, entrambi i registi si voteranno in seguito al lato meno demenziale del filone (ma neanche poi tanto, almeno in un caso) realizzando rispettivamente il valido X-Men: L'inizio e il divertentissimo Guardiani della galassia.

L'idea alla base dei due film è simile e nasce più o meno dalla seguente domanda: "come mai nel mondo reale nessuno ha mai davvero deciso di diventare un eroe in costume? E cosa accadrebbe se qualcuno lo facesse?". La risposta ovviamente è: "le prenderebbe di santa ragione". E in parte in Super è così che accade.

Frank Darbo (Rainn Wilson) è uno sfigato, una di quelle persone per le quali usare il termine sfigato è un'ingiusta e totale mancanza di rispetto, una persona buona ma incapace di avere una soddisfacente vita sociale, vuoi per il suo aspetto, vuoi per il suo essere introverso. Miracolosamente Frank trova l'amore della bellissima Sarah (Liv Tyler), ex tossicodipendente in fase di recupero. Purtroppo il vizio e le cattive frequentazioni, nella fattispecie quella con lo spacciatore d'alto bordo Jacques (Kevin Bacon), non lasciano scampo e Frank perderà così la sua Sarah. Portato dal dolore al delirio mistico, Frank si convince di dover fare qualcosa di proattivo per gli altri, credendosi una sorta di unto dal Signore (nella persona del Santo Vendicatore interpretato da Nathan Fillion) invitato a diventare un supereroe senza poteri.


Ma come si comporta un eroe? Non resta che informarsi alla fumetteria più vicina gestita dalla giovane Libby (Ellen Page), una fuori di zucca decisamente messa peggio di Frank.

Il film alterna alla figura ridicola in costume che va sotto il nome di Saetta Purpurea e ad alcune gag effettivamente molto divertenti, diverse scene truci e inquadrature d'impatto. Con un po' di volgarità assortite e un paio di personaggi sopra le righe il mix che ne viene fuori alla fine funziona. Se lo spunto non è particolarmente originale ne tanto meno nuovo, la coppia d'azione Wilson/Page funziona molto bene, soprattutto quest'ultima calata in un personaggio spesso oltre il limite del ridicolo. La regia di Gunn, povera di mezzi per questo film, si avvale di ausilii volutamente rabberciati che non fanno altro che sottolineare il tono divertente dell'operazione (vedi le onomatopee in stile Batman camp anni '60).

E alla fine, tra dolori e sofferenze, i buoni vincono e per tutti quanti (o quasi) si delinea il proprio posto nel mondo. Sarà poco? Sarà molto? Ne varrà la pena? Chissà...


domenica 31 gennaio 2016

L'AVVENTURA DEGLI EWOKS

(Caravan of courage: an Ewok adventure di John Korty, 1984)

Universo espanso. Al termine della prima trilogia di Star Wars (in realtà anche da prima) in Lucasfilm si iniziò probabilmente a valutare la portata economica che iniziative collaterali e collegate al brand di Guerre Stellari avrebbero potuto assumere. Lo stesso Lucas accettò il fatto che l'universo narrativo da lui creato avrebbe potuto espandersi verso numerose direzioni assumendo forma di libri, fumetti e più avanti videogiochi, giocattoli e altro ancora, tutto questo fermo restando una coerenza narrativa di base che non avrebbe mai potuto contraddire quanto narrato nei film portanti della saga. Universo espanso appunto.

Proprio in quest'ottica lo stesso Lucas si occupò del soggetto di questo primo film dedicato agli Ewoks, gli orsetti originari della Luna di Endor visti per la prima volta ne Il ritorno dello jedi. Il film, rivolto per lo più a un pubblico di bambini, è un prodotto creato con mezzi più modesti rispetto ai tre capitoli della saga madre e pensato direttamente per il circuito televisivo. Con l'eccezione di alcune scenette che possono strappare un sorriso a chiunque, la vicenda è null'altro che un raccontino fantasy per bambini, una scusa per riportare in scena personaggi (gli Ewoks stessi) che avrebbero potuto facilmente far presa sul pubblico dei più piccoli, tra l'altro i collegamenti con Guerre Stellari, Ewoks a parte, sono pressoché assenti.

In seguito a un incidente con la loro astronave, la famiglia Towani precipita sulla Luna di Endor e i genitori Catarine (Fionnula Flanagan) e Jeremitt (Guy Boyd) si trovano separati dai loro figli, l'adolescente Mace (Eric Walker) e la piccola Cindel (Aubree Miller). Nella ricerca dei loro genitori i due bambini si imbatteranno nel popolo degli Ewoks che, archiviate le naturali diffidenze iniziali, li accompagnerà nell'avventuroso viaggio alla ricerca di mamma e papà.


La storia è molto semplice, vietata ai maggiori di dodici anni diciamo, senza grandi spunti di interesse. A mia figlia Laura è piaciuta parecchio invece, probabilmente l'approccio tra bambina e orsetto che tentano di comunicare pur non conoscendo le rispettive lingue e i rapporti di amicizia che pian piano vanno a instaurarsi tra questi due mondi alieni, toccano le corde giuste (nei bambini ovviamente). Alcuni degli effetti speciali utilizzati per il film (al risparmio immagino) mi hanno ricordato gli esperimenti a passo uno di Ray Harryhausen che però li mise in atto decenni prima e forse anche meglio. Alcune trovate visive invece non sono neanche malaccio.

La mossa probabilmente è stata anche azzeccata, si sono presi i personaggi della saga che meno sono piaciuti al pubblico e li si è riconvertiti a prodotto per bambini, gli unici che forse li avevano amati guardando Il ritorno dello jedi. Ne esce un film a mio avviso scontato e noiosetto ma che nelle intenzioni degli autori ho quasi la certezza non fosse rivolto a me. O magari sì, ma negli anni '80 quando il film uscì e io avevo praticamente una decina d'anni.


venerdì 29 gennaio 2016

BETA

(di Luca Vanzella e Luca Genovese)

Probabilmente è stato l'effetto nostalgia a far decidere diversi lettori all'acquisto dei due volumi del Beta di Vanzella e Genovese recentemente riproposto dai ragazzi dell'Editoriale Cosmo. In fondo è lo stesso motivo per cui anche io ho acquistato i due corposi albetti. Fortunatamente, oltre a trovare alcune situazioni provenienti dritte dritte dai ricordi della nostra infanzia, è stato quasi sorprendente scoprire come il genere robottoni potesse offrire ancora una storia ben scritta, appassionante e divertente, gestita dai due autori non solo come occasione per scatenare appunto l'effetto nostalgico nei lettori (e lucrarci sopra di conseguenza) ma con il semplice intento, sempre nobile, di realizzare una buona storia, scritta e disegnata con passione.

Senza voler scatenare l'ira funesta di nessuno, posso affermare di aver apprezzato in misura maggiore le vicissitudini dell'italianissimo Beta piuttosto che i due albetti dedicati qualche tempo fa alle avventure del Jeeg Robot d'acciaio di Nagai e Yasuda semplicemente per il taglio più moderno della narrazione. Come non apprezzare poi le due bellissime copertine sulle quali si stagliano imponenti rispettivamente i robot Spartacus e Marianne e i loro piloti Dennis Beta e Maxine Saint-Just con alle loro spalle la classica città devastata dallo scontro con tanto di macerie fumanti.

Vanzella sviluppa bene l'idea di una guerra fredda tra superpotenze (siamo negli anni '70) tenute a bada vicendevolmente non dalla paura dell'atomica bensì dal terrore di un devastante scontro tra micidiali robot. Gli autori vanno a pescare tutti quelli che sono i capisaldi del genere cercando di inserirli in una narrazione che ha un respiro globale ben amalgamato e che non risente troppo della ripetitività degli scontri come accadeva, puntata dopo puntata, nei vecchi anime dedicati al genere. Si parte con cinque piloti (uno serio e coscienzioso, uno ribelle, la donna dolce ma decisa, il ragazzino e quello grasso) e un robot a incastro a cinque navicelle, il Gunshin, con tanto di agganciamento e utilizzo delle armi a chiamata. Poi la base fortezza, il professore mezzo uomo mezzo robot, quello che ha la coscienza inserita in un televisore (tipo il papà di Hiroshi in Jeeg) e, inevitabilmente, l'arrivo dei mostri distruttori che devastano le città (la prima sarà Tokyo). Dopo la grave tragedia che vedrà coinvolto proprio il Gunshin e i suoi piloti le cose non saranno più le stesse, la minaccia dei mostri si farà sempre più pressante e ogni nazione metterà in campo i suoi robot. Intanto sulla base Adriatica...


Rimanendo perfettamente nei dettami del genere Vanzella e Genovese riescono a curarne al meglio tutti gli aspetti, lavorano sui protagonisti e sui loro sentimenti, curano la parte mistery della storia, cercano di rendere più credibili i dettagli tecnici di vicende altamente improbabili, creano un bel contesto politico nel quale inserire la storyline principale. E divertono, creando ottimo intrattenimento. Ottimi i disegni di Genovese ai quali mi sento di fare solo un paio di appunti: un po' confuse alcune sequenze d'azione nel primo albo dove non sempre risulta chiaro cosa stia accadendo, inoltre mi sarebbe piaciuto vedere la stessa cura nel tratteggiare i due robottoni principali riversata anche sui rappresentanti delle altre nazioni, sarebbe stato un bel vedere.

A conti fatti quella che poteva sembrare la classica operazione nostalgia si è invece rivelata essere un buon lavoro ragionato e strutturato ma soprattutto realizzato con passione.


giovedì 28 gennaio 2016

RISPETTO

Bisogna aver rispetto delle sensibilità altrui, celare le nostre brutture.


Aiutaci anche tu a celare le nostre brutture. Ricordalo, vedi mai un giorno ci facessero tornare a votare (ma non credo...)

martedì 26 gennaio 2016

IL PREZZO DELLA VENDETTA

(di Claudio Nizzi e Carlo Ambrosini, 2005)

Nella prima metà degli anni duemila probabilmente si è fatta un po' di fatica ad accalappiarsi i grandi nomi internazionali da mettere al lavoro sul Texone, tre degli ultimi quattro albi giganti che abbiamo ricordato da queste parti furono infatti affidati alle matite di autori italiani già in forza alla casa editrice milanese. Nulla di male, per carità, tanto più che le prove dei suddetti autori si sono comunque sempre rivelate di livello, cosa che accade anche con questo Il prezzo della vendetta, in più si parla di disegnatori visti finora all'opera su altri personaggi di casa Bonelli e non sul Texas Ranger. Nel caso di Carlo Ambrosini le sue frequentazioni andavano dalle pagine del western di Ken Parker a quelle orrorifiche di Dylan Dog o a quelle più oniriche della sua creatura Napoleone, senza dimenticare la maxiserie dedita al mondo dell'arte con protagonista Jan Dix.

In contrapposizione a quanto fatto nel Texone precedente condito da un tocco di fantastico, Claudio Nizzi qui ricava un'ottima sceneggiatura poggiandosi su uno dei temi più classici della narrativa della frontiera: il proprietario terriero che protegge la sua terra dalle mire del signorotto di turno, il tutto innaffiato da una bella spruzzata di vendetta indiana. La trama di Nizzi è riuscita a indurmi a leggere il Texone tutto d'un fiato, impresa che non sempre mi riesce vista la mole di pagine offerte dall'albo e la stanchezza che solitamente, leggendo di sera, a una cert'ora immancabilmente mi coglie. Ambrosini porta in dote il suo stile particolare e riconoscibile e tutta l'esperienza maturata nel western sulle pagine dedicate a Lungo fucile. Se i volti tratteggiati da Ambrosini non si possono dire di una bellezza proprio disarmante non mi sarebbe spiaciuto invece vedere alcuni campi lunghi in più disegnati dall'autore bresciano, inquadrature che a mio avviso riescono molto bene allo stesso.

In Colorado il ranch dei Mallory è minacciato dalle numerose incursioni dei Cheyenne, tribù indiana solitamente in buoni rapporti con gli allevatori del ranch. Dietro a questi inaspettati attacchi c'è lo zampino di Juke Tompkins, furfante che mira ai filoni auriferi nascosti nelle terre dei Mallory e che allo scopo di cacciarli dalle loro terre ha aizzato contro di loro Lupo Rosso, un capo Cheyenne, aggiustando alla bisogna la cronaca di una vecchia storiaccia nella quale indiani e membri della famiglia Mallory furono coinvolti anni prima. A fare chiarezza sulla vicenda, rischiandoci come al solito le penne, ci saranno Tex Willer e il gruppo dei suoi pards al completo.

Il prezzo della vendetta, seppur molto classico, si rivela uno dei Texoni di migliore fattura tra quelli da me letti in questi ultimi mesi, ottimo connubio tra i testi di Nizzi e le matite di Ambrosini.


domenica 24 gennaio 2016

LA MUSICA DI LAURA - 008


Domenica pomeriggio di compiti e musica per la mia bimba, un nuovo terzetto di brani da ascoltare e tra cui scegliere il preferito, vi invito tutti a unirvi alle votazioni. Tre generi molto diversi tra loro questa volta, preferenza molto netta di Lauretta che è impazzita da subito per il brano da lei poi scelto come vincitore. Ricordo a chi non sapesse di cosa si sta parlando che il progettino La musica di Laura nasce per far ascoltare canzoni adulte (se mi passate il termine forzato) alla mia bimba di nove anni, per tastare l'effetto che fa la musica che molti di noi ascoltano sui bimbi in tenera età. I brani come al solito sono scelti a casaccio da Laura stessa che solo dopo aver selezionato i tre titoli li ascolta e li vota.

Ed ecco le proposte odierne.


1)  The Allman Brothers Band - Pony Boy




2)  Ennio Morricone - L'arena




3)  Sammy Hagar - Give to live



Ma proprio senza storia alcuna il voto di Laura è andato agli Allman Brothers con Pony boy, e voi con quale brano vi trovate più a vostro agio?

giovedì 21 gennaio 2016

L'APPARTAMENTO SPAGNOLO

(L'auberge espagnol di Cédric Klapisch, 2002)

Cosa ci rimane dalla visione di questa simpatica commedia di Cédric Klapisch? A me che ho apprezzato con misura il film del regista francese, quel che più è piaciuto (elemento che tra l'altro nel mio caso va sempre a segno) è il sentore di quella nota nostalgica, malinconica che ogni spettatore potrebbe riversare sul proprio vissuto, nostalgia di quel che è stato e non è più o, in caso di esperienze particolari come può essere quella di un progetto di condivisione in terra straniera, di quel che non è mai stato. Forse un senso di malinconia che non farà presa sui giovanissimi, forse nemmeno per chi è troppo in là con l'età, più facilmente funzionerà su chi ha abbandonato l'età della spensieratezza e guarda indietro con un po' di rimpianto. Il film, in virtù del suo finale, può esser visto anche in chiave del tutto consolatoria o liberatoria se vogliamo, aderendo a un modello spesso lontano dalla vita reale (e tanto di cappello a chi è riuscito a farlo suo).

L'appartamento spagnolo del titolo, gioco di parole con un'espressione linguistica francese, è quello sito in Barcellona dove alcuni ragazzi provenienti da paesi diversi convivono per la durata del loro progetto Erasmus condividendo, più che giornate di studio, sentimenti, confidenze, crescita, culture e frigorifero. Protagonista è il francese Xavier (un giovane Romain Duris) che lascia a Parigi una scontenta Martine (Audrey Tatou) per imbarcarsi in quest'avventura in prospettiva di un lavoro al ministero. In terra spagnola (olè) troverà un italiano, un tedesco, un danese, un inglese e un'autoctona. (e non è una barzelletta) per lui futuri compagni di viaggio. Ah, c'è pure una belga. Con il dipanarsi della vicenda si instaureranno simpatie e amori, ci saranno tradimenti e dolori, quello che sembrava essere un forte senso di appartenenza sposta il suo baricentro e si trasferisce altrove.


Lontano dall'essere un gran film, nonostante le varie soluzioni trendy usate dal regista, L'appartamento spagnolo si lascia guardare volentieri soprattutto in virtù del cast giovane e ben assemblato che compone la combriccola affiatata, si gioca con i luoghi comuni sulla Spagna (come ho fatto io più sopra, olè) e si affrontano con tocco leggero temi legati alle differenze culturali o alle differenze tout-court. Tra gli interpreti diversi volti ora noti del cinema francese (e non), oltre a Roman Duris (Tutti i battiti del mio cuore, splendido) e Audrey Tatou (Il favoloso mondo di Amélie) anche Judith Godrèche (chapeaux), Cécile de France, Kelly Reilly (Sherlock Holmes).

Sapendo che il regista Cédric Klapisch ha girato due ideali seguiti del film, Bambole russe e Rompicapo a New York, tutto sommato l'idea di dargli un'occhiata non è poi da escludere, magari tra un po'.


lunedì 18 gennaio 2016

BACK TO THE ROOTS: I '40

Se con la fine degli anni '20 l'industria discografica conobbe una fortissima contrazione a causa dei tempi bui riconducibili alla Grande Depressione, negli anni '40 fu proprio la guerra a favorire una forte espansione economica negli Stati Uniti, di conseguenza di questo beneficiò anche l'industria del disco. Pensiamo solo alle vendite stratosferiche raggiunte dalla versione registrata nel 1942 da Bing Crosby del brano White Christmas, ancor oggi in cima alle classifiche dei brani più venduti di tutti i tempi. In quegli anni nascevano importanti case discografiche (Capitol, Mercury, etc...), la musica accompagnava i soldati in guerra così come alcuni disc-jockey, la tecnologia elettrica faceva passi avanti, i cantanti diventavano sempre più delle star e tutto girava meglio per tutti.



Mentre nascono programmi come l'Ed Sullivan Show e la Top 40 dei dischi più venduti del paese, non cede il passo la musica nera che continua ad andare per la maggiore sfruttando l'energia delle composizioni per andare verso ritmi più movimentati, qui sotto Wild Bill Moore con We're gonna rock, we're gonna roll.



Due delle case discografiche più importanti del periodo, la Victor e la Columbia, introdussero rispettivamente il vinile a 45 giri e quello a 33, creando così il mercato del singolo e quello degli album andando a garantire per entrambe un mercato florido.

domenica 17 gennaio 2016

STAR WARS - EPISODIO III - LA VENDETTA DEI SITH

(Star Wars: Episode III - Revenge of the Sith di George Lucas, 2005)

La vendetta dei Sith è l'immancabile chiusura del cerchio alla quale tendevano già i primi due episodi, anche se lo facevano in maniera meno convincente di questo terzo film della nuova trilogia. Come profetizzatomi da molti, l'ultimo episodio è anche il migliore di questa nuova avventura targata George Lucas. In linea di massima tendo a schierarmi con quella parte della critica che reputa questo terzo episodio, pur imperfetto, più riuscito dei due precedenti, molto valido su taluni aspetti, meno su altri.

Il grande punto di forza del film, forse aiutato dal mito creato in precedenza, è proprio l'attesa del collegamento, la curiosità di vedere come tutti i fatti, picoli o grandi che fossero, sarebbero andati a legarsi ai notissimi avvenimenti della trilogia originale, la caduta morale di alcuni personaggi, la loro trasformazione, la nascita di altri, i legami affettivi e di sangue, e via discorrendo. Finalmente, pur preferendo un approccio alla materia di tipo diverso, il film è quasi sempre visivamente di alto livello nonostante continuino a essere presenti alcune pecche e sequenze a mio avviso stonate (quella specie di drago che cavalca Obi-Wan, il fetente di turno generale Grievous, lo scenario lavico per citarne alcune). Nel complesso però ci siamo, Lucas sembra giocarsi le carte migliori sul finale, stesso discorso vale per la scrittura dei personaggi dove troviamo almeno per il lato oscuro della Forza interessanti evoluzioni. Il senatore Palpatine (Ian McDiarmid) mostra la sua vera natura e la corruzione, sua personale ma emblematica della Repubblica tutta, trova riscontro fisico nel decadimento dello stesso per mano del maestro jedi Mace Windu (un Samuel Lee Jackson ancora sottoutilizzato). Allo stesso modo la caduta di Anakin Skywalker (Hayden Christensen) è ampiamente argomentata e ben delineata, raggiungendo uno spessore non consueto all'interno della saga.

Hayden Christensen, che non sarà mai uno degli attori più bravi del globo terracqueo (tra l'altro che fine ha fatto?), offre qui una prova più che dignitosa, meno acerba che in passato e comunque migliore di quella di colleghi più blasonati, dando al personaggio più affascinante della saga la giusta intensità nel momento chiave delle sua esistenza (ne avrà un altro poco prima di morire).


I pezzi, e forse non era così facile, sembrano andare tutti al loro posto. Unica osservazione/dubbio che è saltato fuori dalle nostre parti, grazie alla capacità di attenzione di mia moglie, è la seguente: ne Il ritorno dello jedi Leila dice a Luke di ricordare la sua vera madre, morta quando lei era ancora piccola, di ricordarla come una donna di una dolcezza velata di tristezza. Insomma, alla luce dei fatti narrati in Episodio III questa affermazione non può risultare veritiera. A parte questo mi sembra che torni più o meno tutto.

Molto buoni alcuni momenti dai toni epici e maestosi come altri drammatici, uno su tutti l'epurazione dei maestri jedi da parte dei traditori della Repubblica e il fato destinato ai loro giovani apprendisti. Sequenza forse un poco forzata. Seguitemi. Per diventare jedi è indispensabile che la Forza sia ben presente nell'allievo, il padawan affronterà un percorso duro e lungo che lo preparerà a diventare un maestro jedi. Allora com'è che gli unici jedi degni di questo nome sembrano essere Obi-Wan, Yoda e i soliti noti, capaci di tener testa da soli a orde di nemici con una cazzo di spada laser, e gli altri sembrano una massa di coglioni che potrebbe far fuori uno storm trooper qualsiasi? Non ci siamo, su questo punto proprio non ci siamo, così il maestro jedi lo so fare pure io.

Andando a concludere questo lungo viaggio che ha toccato i sette capitoli della saga (e che potrebbe anche rinnovarsi con altro), si può dire che questo si conferma l'episodio migliore della seconda trilogia, avrebbe giovato di un minutaggio più contenuto ma riserva diverse emozioni degne del nome della saga. In ogni caso vale la pena guardare questa epica vicenda nella sua interezza, c'è sempre la possibilità di trarre un po' di piacere da ogni capitolo, allora perché non farlo? Per chi non avesse mai approcciato il mito di Star Wars è ora di farlo, che lo Sforzo sia con voi.


venerdì 15 gennaio 2016

I 3 DELL'OPERAZIONE DRAGO

(Enter the Dragon, di Robert Clouse, 1973)

"Lei, Han, è un personaggio da romanzo a fumetti", e così è. La frase pronunciata dal nero Kelly Williams (il campione di arti marziali Jim Kelly) inquadra bene l'antagonista di questa storia, sopra le righe come molti altri elementi della pellicola, un personaggio che se proprio non vogliamo considerare come residuato di uno dei peggio scritti giornaletti dei '70, non si cura di nascondere la sua devozione per gli strambi cattivi bondiani tanto in voga in quegli anni. Malvagio, gatto bianco da accarezzare, mano in ferro (battuto?) e ciuffo ribelle tutto di riporto, grande esperto d'arti marziali. A creare un piccolo cortocircuito la celebre scena degli specchi che richiama in qualche modo altre sequenze bondiane, questa volta successive e penso all'opening scene de L'uomo dalla pistola d'oro ad esempio, ma chissà quali altri rimandi sono presenti al mondo dell'agente segreto al servizio di Sua Maestà. In fondo gli anni erano quelli, così come erano gli anni della blaxploitation, altro cortocircuito curioso e affascinante, reso vivo dalle inconfondibili musiche di Lalo Schifrin e dalla presenza dello stesso regista Robert Clouse, direttore anche di Black Belt Jones, altra commistione arti marziali/cinema nero con protagonista proprio Jim Kelly. E così, a riguardare il film dopo decenni dalla sua prima visione, quel che più colpisce è proprio questo miscuglio d'elementi prima ancora delle coreografie e della presenza scenica di un Bruce Lee che finora non abbiamo neanche nominato.


I 3 dell'operazione drago, reputato tra i migliori film del genere (e per chi non abitasse sul pianeta Terra si parla d'arti marziali), ha una trama che non spicca in originalità più di un qualsiasi thriller (a esser generosi) da quattro soldi, sicuramente i punti di forza di una pellicola divenuta un piccolo culto non stanno lì. Ovviamente è il mito di Bruce Lee a fare tutta la differenza, il suo modo regale di stare in scena, le sequenze coreografiche, i combattimenti e tutta una serie di particolari che analizzati uno a uno possono anche far sorridere. Prendiamo ad esempio i gridolini, i suoni che accompagnano i colpi o le ossa che si spezzano, i balzi inverosimili, le armi da taglio lanciate con un soffio e via dicendo, poco credibili ma di sicuro effetto.

In fondo a nessuno importa delle incongruenze narrative in un film come questo, che importa se può sembrare improbabile che un fetente che amministra un'intera isola non possegga nemmeno un'arma da fuoco (o non riesca a nasconderla) o che un gruppo di karateka allo stremo delle forze ne sconfigga un altro super allenato. Quello che importa è che prima di un colpo ben assestato Lee si tocchi una ferita e assaggi il suo stesso sangue, che vendichi la memoria della sorella perduta e ristabilisca l'onore del tempio shaolin. In fondo bastano poche cose per entrare nel mito.


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