sabato 23 dicembre 2023

PINUCCIO LOVERO - SOGNO DI UNA MORTE DI MEZZA ESTATE

(di Pippo Mezzapesa, 2008)

Pinuccio Lovero, ovvero l'uomo che sconfisse la morte. 

Pippo Mezzapesa è un regista molto legato al suo territorio, nato a Bitonto nel 1980 parte come quasi tutti dalla realizzazione di alcuni cortometraggi per arrivare poi a minutaggi più ampi con in mente sempre ben presente la sua terra, la Puglia, alternando opere che affrontano argomenti molto seri a esiti più leggeri e divertenti, spensierati in maniera originale e stralunata come questo mediometraggio dal sottotitolo shakespeariano e indovinatissimo: Sogno di una morte di mezza estate. Con Pinuccio Lovero il nostro Mezzapesa batte la strada del documentario (con tocchi di finzione?), strada già percorsa con Produrre consumare morire col quale il regista racconta le morti conseguenti al lavoro presso il Petrolchimico di Brindisi; con Pinuccio l'argomento è sicuramente più faceto, nonostante anche qui si possa aprire a riflessioni su temi seri, e trova in Pinuccio Lovero un protagonista talmente genuino e simpatico da riempire i minuti (pochi, non si arriva all'ora) del documentario con grandissima tenerezza raccogliendo empatia dallo spettatore in maniera del tutto naturale tanto che il protagonista tornerà in un nuovo episodio delle sue avventure qualche anno più tardi, nel 2014, con Pinuccio Lovero - Yes I can nel quale Pinuccio si candiderà alle elezioni comunali con un programma che, perdonate il gioco di parole, è tutto un programma!

Pinuccio Lovero è un uomo che ha ormai toccato la quarantina e che da sempre, fin da bambino, sogna di poter lavorare al cimitero di Bitonto e lì assolvere ai compiti di becchino. Nonostante le difficoltà lavorative che persistono al sud d'Italia Pinuccio qualche esperienza lavorativa l'ha già accumulata nel suo passato recente, ad esempio ha lavorato come marmista, sempre proiettato verso i morti però: lapidi, pietre tombali, cose del genere, in fondo la passione è passione. Quando salta fuori una possibilità di lavorare al cimitero a Pinuccio viene offerto un contratto a termine, il posto di becchino non è però per il cimitero di Bitonto, probabilmente già con piena occupazione, bensì per quello della piccola frazione di Mariotto che conta decisamente meno anime (giusto per rimanere in tema). Con entusiasmo Pinuccio inizia il suo lavoro: pulisce le tombe, lucida i loculi, effettua piccole riparazioni, opera da giardiniere trasformando il cimitero in un piccolo paradiso e intanto aspetta il morto, un morto che sembra non voler arrivare mai. Sì, perché il tempo passa e da quando Pinuccio ha preso servizio sembra che a Mariotto non voglia morire più nessuno, cosa che trasforma Pinuccio in un vero idolo degli anziani ma anche nella sciagura di fiorai e impresari funebri. Intanto Pinuccio aspetta la completa realizzazione dei suoi desideri giovanili...

È da ammirare l'idea di Mezzapesa di voler realizzare un documentario sul niente, su nessuna base solida, su nessuna storia davvero concreta, semplicemente sfruttando un personaggio ingenuo e genuino che incredibilmente alla fine funziona e riesce ad accattivarsi le simpatie dello spettatore (almeno le mie) grazie alla sua spontaneità. Ancor di più c'è da ammirare Mezzapesa per averla portata a compimento quell'idea realizzando un documentario che porta nel suo dna una fortissima appartenenza pugliese, alcuni dei passaggi vengono sottotitolati in quanto non limpidamente comprensibili dai non autoctoni, e ve lo dice uno che vanta un 50% di sangue pugliese. Non ci sono spunti memorabili di regia, non ci sono (o meglio non ci sarebbero) grossi motivi per apprezzare un prodotto come questo, eppure nella sua lievità Sogno di una morte di mezza estate riesce a divertire con poco e niente, Pinuccio ispira simpatia, commuove quando parla delle mamme, affronta la vita col sorriso ingenuo del fatalista e aspetta il morto, ma lo aspetta senza cattiveria, con la gioia del quotidiano in contrasto a una terra che potrebbe essere difficile e con poche prospettive (ma su questo Mezzapesa non si sofferma). Non c'è altro, ma data la durata esigua e la simpatia del protagonista alla fine può anche bastare, in fondo non stiamo mica parlando del cimitero di Bitonto.

martedì 19 dicembre 2023

GEN DI HIROSHIMA 2

(Hadashi no Gen 2 di Toshio Hirata, 1986)

Iniziamo con una precisazione per sgomberare ogni dubbio: in realtà non esiste un lungometraggio d'animazione dal titolo Gen di Hiroshima 2, così come non troverete nemmeno un primo capitolo omonimo, questo perché i due film tratti dal manga, questo sì dal titolo Gen di Hiroshima, non sono mai stati doppiati in italiano, se ne possono però facilmente trovare le versioni originali (Hadashi no Gen) sottotitolate nella nostra lingua effettuando una semplice ricerca su Youtube, una visione gratuita che vale assolutamente la pena di affrontare. Si è scelto qui di usare il titolo italiano del manga semplicemente per aiutare il lettore più spaesato e a digiuno dell'argomento a orientarsi con maggiore facilità. Hadashi no Gen 2 segue il primo capitolo a distanza di circa tre anni, è questo lo stesso arco di tempo che intercorre dallo scoppio della bomba atomica a Hiroshima e i fatti narrati in questo film alla cui regia arriva Toshio Hirata, animatore che va a sostituire Mori Masaki che si era occupato della direzione del primo capitolo. Nella stesura di questo secondo episodio delle avventure del giovane Gen Nakaoka non è più coinvolto l'autore del manga Keiji Nakazawa che nelle pagine del suo fumetto narrò i giorni della bomba e l'immane tragedia che lui e la sua famiglia hanno vissuto sulla propria pelle quando Nakazawa era ancora un bambino. Vengono qui esposti il dramma e i danni che l'esperienza nucleare ha catapultato sul Giappone e sui suoi abitanti sul lungo termine, mostrandone le conseguenze terribili che si protrassero ben oltre i giorni della Guerra Mondiale sia a livello economico sia sul piano della salute fisica e mentale dei giapponesi dell'epoca.

Sono passati tre anni da quando l'atomica su Hiroshima ha portato via gran parte della famiglia al giovane Gen che ora vive con il fratellino adottivo Ryuta e la madre Kimie la quale però mostra segni di una salute sempre più cagionevole dovuta all'avvelenamento da radiazioni scaturite dall'esplosione della bomba. Lentamente il Giappone e i giapponesi stanno tentando di rialzare la testa, una delle prime azioni post disastro nucleare è la stesura di una costituzione che ripudia in toto la guerra e che dismette a tempo indeterminato ogni tipo di esercito o di armamento. Nonostante questi buoni propositi il Paese è ancora in preda alla distruzione, alla miseria, alla mancanza di cibo, tutti problemi che si fanno sentire in misura ancora maggiore nella popolazione giovane che ormai conta moltissimi orfani costretti a vivere per strada e impossibilitati a trovare lavori di sostentamento o a partecipare al processo di istruzione che potrebbe aprire loro un futuro con qualche briciolo di speranza. Sarà proprio uno di questi gruppi di ragazzi di strada, dopo un'iniziale avversione, a legare maggiormente con i due fratelli Nakaoka, tutti orfani e maltrattati da adulti avidi e poco solidali, una solidarietà che sta proprio nel cuore dei più giovani pronti ad aiutarsi l'uno con l'altro e a prendersi cura anche degli adulti più indifesi.

Film decisamente più abbordabile e meno agghiacciante del suo predecessore che si è dimostrato essere un vero pugno nello stomaco, una delle cose più terribili viste nel segmento "animazione" e non solo. Anche Hadashi no Gen 2 dipinge un quadro degli eventi tutt'altro che roseo tra la malattia e i sacrifici della madre dei due protagonisti, i morsi della fame diffusi, le condizioni di vita precarie di molti bambini e anziani indifesi, eppure in contrapposizione al primo capitolo questo è in qualche modo un film della ricostruzione mentre il precedente era la cronaca della distruzione. Anche l'animazione asseconda questo aspetto, oltre a non presentare sequenze terribili come quelle viste in occasione dello sgancio della bomba, in Hadashi no Gen 2 c'è uno stile di disegno più tondo e moderno, curato e meno incline alle asperità dei tratti, armonioso in misura maggiore e con diverse aperture umoristiche. Interessanti i personaggi, soprattutto la scontrosa bambina Katsuko, un'orfana che tra le varie tragedie subisce anche l'onta di essere rimasta sfregiata terribilmente dall'esplosione, costretta a convivere con un'inestetismo che sarà oggetto di uno dei passaggi più commoventi del film. Meno incisivo del capitolo precedente (sarebbe stato impossibile il contrario) anche questo nuovo episodio non manca di motivi d'interesse, una narrazione che assume il valore di memoria di anni ed eventi bui che è necessario non dimenticare mai.

domenica 17 dicembre 2023

THE BATMAN

(di Matt Reeves, 2012)

Gli appartenenti alla nostra generazione (e parlo di chi va per i cinquanta suppergiù) hanno avuto modo nel corso della loro vita di vedere su schermi di vario genere (televisione, cinema, ora dispositivi vari) numerose incarnazioni dell'eroe più rappresentativo di casa DC Comics: Batman. Certo, ci sono anche Superman e Wonder Woman ma il "Pipistrello", Il "Cavaliere Oscuro" continua ad avere un fascino ineguagliabile ancora oggi, a ben ottantaquattro anni dalla sua creazione per mano di Bob Kane e Bill Finger e non ci sono amazzoni o ragazzoni di campagna che reggano il confronto. In molti, compreso chi scrive, ricorderanno con affetto sconfinato il Bats del compianto Adam West, la sua versione camp e un po' panciuta scaldò i cuori di molti bambini nati nei Settanta, insieme a Burt Ward costituì il dinamico duo più amato di sempre, anche perché poi in futuro un Robin memorabile forse non c'è mai stato. Poco dopo, dalla prima metà degli anni Settanta fino a metà degli Ottanta i cartoni animati dei Superamici tennero vivo l'amore per il personaggio che si trovava qui in ottima compagnia (una Justice League parecchio allargata). Il Batman di Tim Burton rafforzò il posto d'onore che il Pipistrello aveva nell'immaginario collettivo con due ottimi film seguiti poi dalle versioni meno convincenti di Schumacher (Batman forever e Batman e Robin), troppo psichedelico il primo, troppo brutto il secondo a dispetto del cast di prim'ordine. A seguire sarà Christopher Nolan a mettere mano al personaggio con tre film che hanno ridefinito e reso memorabile un Cavaliere Oscuro più adulto, sofferto e sofferente radicatosi nelle preferenze dei fan come il miglior Batman possibile (insieme al primo Burton forse). Zack Snider, contro ogni aspettativa, trova in Ben Affleck un bel Batman calato però in film poco riusciti nei quali la figura del cittadino più famoso di Gotham City non emerge a dovere o comunque non convince appieno, ultimo passaggio prima di arrivare al The Batman di Reeves con protagonista Robert Pattinson (mi sono ripromesso di non usare nel pezzo la parola emo). Da segnalare almeno anche il bel Batman d'animazione a cura di Bruce Timm e Paul Dini (Batman the Animated Series), un piccolo gioiellino.

Gotham City è una città corrotta e afflitta dalla piaga della delinquenza, a provare a raddrizzarla almeno un po', compito più impossibile che difficile, c'è un giovane vigilante che si autodefinisce "Vendetta", un uomo pipistrello in circolazione da non più d'un paio danni, ben accessoriato ma forse ancora un poco inesperto anche se già nelle grazie di un poliziotto che conta, il tenente James Gordon (Jeffrey Wright). Gordon, in seguito all'uccisione del Sindaco di Gotham Don Mitchell (Rupert Penry Jones), consente a Batman (Robert Pattinson) di partecipare alle indagini dandogli libero accesso alla scena del crimine perpetrato dall'Enigmista (Paul Dano), un folle mascherato convinto di poter estirpare la corruzione e il male da Gotham attraverso una serie di omicidi illustri dei quali quello del Sindaco è solo la punta dell'iceberg. A proposito di iceberg durante le indagini messe in moto anche dagli indizi lasciati dallo stesso Enigmista, Batman si imbatte nel Pinguino (Colin Farrell), gestore dell'Iceberg Lounge, un locale equivoco di proprietà del mafioso Carmine Falcone (John Turturro) e nella bella Selina Kyle (Zoe Kravitz), alias Catwoman che diventerà una preziosa alleata per districare l'ingarbugliata matassa messa in piedi da Falcone e dall'Enigmista. Nelle indagini verranno coinvolti molti nomi noti in odore di corruzione ma anche la memoria del papà di Bruce, il dottor Thomas Wayne (Luke Roberts).

Se negli anni 60 del secolo scorso Stan Lee e Jack Kirby, insieme a un gruppo di altri fantastici artisti in forza alla Marvel, fondarono un vero rinascimento del genere supereroico con il motto di "supereroi con superproblemi", chiaro riferimento alle vicende realistiche degli uomini dietro la maschera (bollette non pagate, problemi familiari, disabilità, incomprensioni, etc...), per rilanciare per l'ennesima volta la figura del Batman di casa D.C. al cinema il regista Matt Reeves sembra voler spazzar via questo assunto vincente dando spazio solo all'eroe e cancellando l'uomo, almeno in apparenza. È poi noto come Bats in effetti sia sempre stato uno dei personaggi per cui la maschera è preponderante rispetto all'uomo che ci sta dietro, un uomo che di vita privata non è che ne abbia mai avuta così tanta. Uno degli elementi che saltano all'occhio in The Batman è proprio la quasi totale assenza di Bruce Wayne che, come viene spiegato nel film, è il solito rampollo eminente di Gotham ma che ciò nonostante non ha una grande rilevanza nell'economia del racconto, così come non ce l'ha l'origin story di Batman che da Reeves viene qui data per scontata e assodata. Siamo in uno scenario che potrebbe essere un cinematico Anno Uno (anche se qui Bats è in giro da due anni), si mette in scena un Batman giovane ancora non espertissimo e che ancora non ha numeri esagerati in repertorio, mena ma le prende anche, ha confronti solo con normali criminali ed è immerso in una Gotham che ha l'aspetto cupissimo di una città normale seppur affogata nella corruzione e nella violenza, manca del tutto il lato freak che da sempre caratterizza il parterre di nemici del pipistrello, si assiste quindi, per quanto possibile, a una normalizzazione di Batman ma anche a quella dell'Enigmista o a quella del Pinguino (un fantastico e irriconoscibile Colin Farrell). Più che un film di supereroi ne esce quindi un noir dove Batman si riappropria di una delle sue definizioni originarie (è il più grande investigatore del mondo), con tanto di scene del crimine, indizi, supposizioni che danno vita a un film dalla struttura più classica rispetto a molti cinecomics tutti botte e spacconate ma con almeno due stonature: la difficoltà di Bats nel risolvere un enigma tutto sommato non inarrivabile e la presenza di quello che potrebbe sembrare solo un idiota in un costume da chirottero in un film dove rimane a tutti gli effetti l'unico vero freak presente in scena. Al netto di questi dettagli il difetto reale che si può riscontrare nel film di Reeves è un'eccessiva durata non sempre giustificata dallo sviluppo, sforbiciando qualcosa probabilmente avremmo avuto un film più coeso e riuscito nel quale peraltro il look e la fotografia, pur inquadrando una cupezza infinita, svolgono un lavoro davvero ottimo compensando anche la mancanza generale d'azione. Nel finale si apre a nuovi sviluppi (il Venom? nuovi avversari?) e ci si chiede se le riflessioni proposte dal film, che in fondo dipingono lo status quo come l'unico possibile e le rivolte popolari come beceri movimenti violenti (sappiamo tutti che a volte è così ma gli assunti di base sarebbero da discutere meglio) non siano forse da ripensare con maggiore profondità. Quello di Pattinson non è il miglior Batman di sempre ma con qualche aggiustamento potrebbe regalarci ancora qualche bella soddisfazione.

mercoledì 13 dicembre 2023

JIMMY'S HALL - UNA STORIA D'AMORE E LIBERTÁ

(Jimmy's hall di Ken Loach, 2014)

A otto anni di distanza dall'uscita de Il vento che accarezza l'erba Kenneth Charles Loach ritorna nelle terre d'Irlanda accompagnato dall'ormai inseparabile Paul Laverty alla sceneggiatura, lo fa per raccontarci il periodo immediatamente successivo a quello della guerra civile che mise fratello contro fratello nei primi anni Venti del secolo scorso; proprio in quegli anni prende il via la vicenda qui messa in scena da Loach e che si ispira alla vita (o almeno a un pezzo di essa) di un uomo realmente vissuto, Jimmy Gralton, per poi spostarsi nel corpo del suo svolgimento ai primi anni Trenta, un decennio più tardi. Per Jimmy's hall, che a Cannes raccolse dieci minuti di standing ovation (un'esagerazione se vogliamo), Loach sceglie di lasciare fuori dalla narrazione gli scontri cruenti, le vicende dell'I.R.A. per esempio non sono mai protagoniste né tanto meno richiamate, nemmeno in relazione al decennio precedente quando era in atto la guerriglia contro l'esercito inglese, c'è però sempre ben evidente e condannata l'inclinazione dei soliti prepotenti a troncare sul nascere ogni sorta di moto indipendente, fosse anche questo del tutto naturale, spontaneo e legato a fatti estranei alla politica; anche con questo film Loach si erge a difensore delle libertà, che siano queste individuali o (soprattutto) collettive, mentre si scaglia contro il sopruso di chi abusa dei propri poteri, legali o (presunti) morali che essi siano.

Dopo un decennio di lontananza nella contea di Leitrim torna Jimmy Gralton (Barry Ward), un irlandese costretto a fuggire dal suo Paese anni prima perché accusato di simpatie comuniste e inviso al potere costituito a causa di una serie di attività a favore della collettività che Jimmy portava avanti in un salone da lui inaugurato, la Pearse-Connolly Hall. Al suo ritorno, motivato dalla necessità di aiutare la madre ormai anziana, un gruppo di ragazzi della contea chiede a Jimmy di riaprire la sala; in paese non c'è nulla da fare per i giovani, le giornate scorrono noiose e la Hall sarebbe un ottimo punto di ritrovo e di socializzazione che potrebbe anche insegnare qualcosa di utile a questi ragazzi e ragazze. In principio riluttante Jimmy si lascia poi convincere a dare nuova vita alla sala, un luogo dove si potrà leggere, ascoltare musica jazz, seguire corsi di boxe, studiare, portare avanti altre attività e soprattutto danzare, ma quello che sembra un ritrovo dedito alla cultura e al divertimento, alla convivialità e alla socializzazione, non è visto di buon occhio dai notabili del paese tra i quali c'è anche lo scontroso Padre Sheridan (Jim Norton), prete molto vicino agli esponenti politici locali. La classe dirigente cercherà così in ogni modo di ostacolare l'indole libertaria di Jimmy e dei ragazzi e di far chiudere la Hall, nonostante la sala sia frequentata da moltissimi stimati cittadini della contea.

L'ostracismo che colpisce le iniziative culturali non è cosa nuova, la vicenda che vide protagonista la Pearse-Connoly Hall di Jimmy Gralton ne è un chiaro esempio e Loach la prende a pretesto per schierarsi ancora una volta dalla parte degli oppressi. Il regista inglese sembra questa volta meno incisivo che in altre occasioni, la storia sembra rimanere sulla punta della penna di Laverty senza mai staccarsene davvero per costruirsi (e costruire) nel film un qualcosa dalla personalità forte, i personaggi mancano di quello spessore necessario a creare empatia (giusto Padre Sheridan sul finale ammette la possibilità di qualche piccola sfaccettatura) o almeno la giusta dose di interesse nella vicenda la quale, se vista dopo cose come Io, Daniel Blake, Terra e libertà, Il mio amico Eric o altre pellicole di Loach perde inevitabilmente il confronto. Intenti ancora una volta lodevoli, su questo Loach non si discute mai, qui l'esito purtroppo non è così felice, il difetto non è nemmeno il didascalismo del messaggio veicolato quanto la poca sapidità e consistenza dei protagonisti, dei confronti e degli sviluppi, tutti elementi che fanno di Gralton uno dei protagonisti meno memorabili del cinema di Loach e di Jimmy's Hall una visione passabile ma non certo entusiasmante. Con questo film chiudiamo la piccola rassegna dedicata al lavoro di Loach, mancano all'appello cose meritorie come Sorry we missed you o Io, Daniel Blake, film di cui ho già parlato in passato, in home però trovate l'utilissima funzione "cerca" e quindi...

domenica 10 dicembre 2023

THE HEAD HUNTER

(di Jordan Downey, 2018)

Si può realizzare in tempi moderni un buon film di genere con soli 30.000 dollari o poco più? Jordan Downey, insieme a Kevin Stewart (sceneggiatura e fotografia) e Nick Soole (musiche), ci dimostrano che sì, è possibile farlo e anche con ottimi e originali risultati. The head hunter è una produzione indipendente americana, un film girato tra Portogallo, Norvegia e California con una "troupe" ridotta a un pugno di persone (Downey, Stewart e pochi altri), in scena due soli attori uno dei quali, la giovanissima Cora Kaufman, compare in video per un totale di uno o due minuti al più. Il protagonista unico e assoluto è l'attore norvegese ed esordiente (nel lungo) Christopher Rygh, un marcantonio, o almeno così sembra guardando il film, di poche parole che interpreta un personaggio senza nome di cui lo spettatore conosce poco o nulla se non quello che imparerà lungo l'arco dei settantadue minuti del film, missione dopo missione, uccisione dopo uccisione. The head hunter è una sorta di horror di stampo medievale che poggia la sua riuscita sulla capacità di Downey nel creare le giuste atmosfere mostrando in video solo lo stretto necessario e adoperando con intelligenza e in maniera funzionale i pochi mezzi a sua disposizione sfruttando l'esperienza maturata con i precedenti cortometraggi da lui stesso realizzato e con il dittico horror comedy Thankskilling.

In una foresta innevata quello che a prima vista sembra essere un guerriero nordico (Christopher Rygh) in vesti medievali si adopera per proteggere qualcuno, che scopriremo essere la sua piccola figlia (Cora Kaufman), da un nemico minaccioso e sconosciuto. In un periodo posteriore lo stesso guerriero vive solo in una cupa abitazione di legno in mezzo alla foresta, la bambina non c'è più, l'uomo ha fallito il suo compito e ora cerca vendetta. Impiega molto del suo tempo in operazioni complesse volte a produrre un intruglio nero pece capace di curare miracolosamente anche le ferite più profonde. L'uomo aspetta un segnale e parte per una nuova caccia, ma non una caccia ad animali o bestie, bensì alla ricerca di qualcosa di ben più pericoloso e mostruoso. In prossimità della sua casa ci sono la tomba della piccola e un castello dal quale partono segnali di pericolo, avvertimenti d'allarme. Il guerriero allora indossa la sua armatura, vaga per gli spazi aperti che circondano la sua casa solinga, inevitabilmente torna con un sacco sanguinante, rientra poi in questa casa adornata di teste, teste mostruose carpite alle sue vittime. Questo padre poi torna a trovare la figlia morta, le parla, si cura le ferite, prepara l'intruglio sanatorio e aspetta una nuova chiamata. Aspetta il giorno in cui incapperà di nuovo nell'orrore che le ha portato via la sua bambina.

Dietro The head hunter ci sono un grande lavoro di regia, di scenografia e di fotografia, il comparto tecnico (come detto formato da un manipolo ristretto di persone) riesce a valorizzare al meglio i pochi soldi a disposizione adattando con intelligenza la sceneggiatura agli scarsi mezzi e sfruttando al massimo il poco a disposizione e tutto ciò che non avrebbe fatto lievitare ulteriormente i costi come le splendide location e le riprese su paesaggi davvero suggestivi. L'immaginario che viene fuori dal lavoro di Downey e Stewart richiama molto l'iconografia metal dei paesi nordici; c'è un'attenzione pazzesca alla costruzione dell'armatura del protagonista, con schegge d'osso a spuntare dalle finiture in pelle, un copricapo minaccioso che nel finale serve anche come parziale soggettiva per lo spettatore, l'interno della casa, unico ambiente non naturale al chiuso, è curato in dettaglio e arricchito da tanti interventi artigianali di ottimo impatto. Certo, la sceneggiatura è scarna ma Downey sopperisce bene con un dosaggio della tensione ben concepito, inoltre le scelte di regia sono apprezzabili sia nelle aperture ariose su paesaggi splendidi sia nelle inquadrature ristrette, spesso claustrofobiche grazie a passaggi più bui e set naturali molto angusti che pare abbiano anche creato difficoltà in fase di ripresa. Il regista sfrutta al meglio il fuori campo, i combattimenti sono quasi sempre al di là dell'inquadratura (tranne che nel confronto finale), la macchina da presa si muove in maniera mai noiosa, il minutaggio breve permette all'opera di arrivare a compimento senza perdita di tono. Ombre, suoni, dettagli, percezioni, umori ed ecco un film convincente realizzato davvero con pochi mezzi ma con le idee giuste, la giusta tecnica. Purtroppo poco visibile in sala, The head hunter ha raccolto diversi riconoscimenti in vari festival di genere e durante la sua scarsa distribuzione ha recuperato l'investimento guadagnando anche qualcosina per approdare poi su Prime Video. Da lì in avanti la questione visualizzazioni e introiti è, almeno per chi scrive, un totale mistero.

venerdì 8 dicembre 2023

LA PARTE DEGLI ANGELI

(The angel's share di Ken Loach, 2012)

Dopo l'esito non del tutto riuscito di L'altra verità Ken Loach torna a siglare un film convincente, in qualche modo sposta ancora una volta gli equilibri del suo cinema per comporre un racconto, insieme all'ormai rodato Paul Laverty, dove il lato leggero della commedia prevale su tutto il resto pur non allontanandosi da un contesto sociale molto duro, un contesto dove le possibilità per i protagonisti de La parte degli angeli sono davvero poche e il futuro all'apparenza sembra presentarsi privo di sbocchi. Sono diversi i temi del film, tipici di Loach peraltro: ambiente avverso, povertà, violenza, (non) working class, rapporti tra cittadino e Stato, seconde possibilità, solidarietà e qui, a differenza di altre volte, una speranza ammantata di leggerezza che, al netto di qualche momento duro e toccante, trasforma il film in una sorta di feel good movie proletario nel quale per una volta l'istituzione non contrasta i più svantaggiati ma cammina al loro fianco, offrendo sostegno, nuove occasioni e anche comprensione e amicizia. È una struttura risaputa quella de La parte degli angeli eppure porta impresso a fuoco il marchio di Loach, inconfondibile, coerente, dalla commedia si sconfina nell'heist movie godereccio con sprazzi di denuncia sociale ben calibrati. A fare da sfondo a tutto questo il whisky, "la parte degli angeli" è infatti quella parte di alcool che evapora dalle botti (e quindi si innalza al cielo) durante l'invecchiamento del distillato.

Glasgow. Robbie (Paul Brannigan) è un ragazzo violento cresciuto in un quartiere degradato e già condannato più volte per aggressione. Arrivato davanti al giudice per un pestaggio ai danni di un altro ragazzo Robbie viene "graziato" solamente perché in procinto di diventare padre, di lì a poco la sua ragazza Leonie (Siobhan Reilly) darà alla luce il piccolo Luke, il giudice gli impone però trecento ore di servizi sociali da "scontare" a favore della collettività. La paternità sembra far scattare qualcosa nella testa di Robbie che pare seriamente intenzionato a cambiar vita per offrire un futuro a Leonie e Luke, però la sua faccia sfregiata e un ambiente nel quale si è creato diversi nemici nel corso degli ultimi anni non lo aiutano a mantenere i suoi propositi e a trovare un lavoro, inoltre al padre di Leonie il ragazzo non va proprio giù e non manca di dimostrarglielo a più riprese. Per fortuna il gruppo dei lavori socialmente utili con cui Robbie deve prestare servizio è gestito da Harry (John Henshaw), un uomo che si prende a cuore il destino del ragazzo che si inserirà bene nel gruppo di "condannati" facendo amicizia con lo svalvolato Albert (Gary Maitland), con Rhino (William Ruane) e con Mo (Jasmin Riggins), fanatica dei piccoli furtarelli. Inoltre, instradato da Harry, grande appassionato, Robbie imparerà ad apprezzare il mondo che gira intorno alla produzione del whisky; per una volta l'alcool per questi ragazzi sbandati potrà trasformarsi da problema in un'occasione di riscatto.

Ken Loach torna in quella Glasgow che deve amare in maniera particolare per raccontarci una favola del sottoproletariato a lieto fine (anche se non ne vediamo proprio tutti gli sviluppi, chissà...); si apprezza qui l'amalgama molto ben combinato tra la descrizione della vita dura di un ragazzo sbandato e le conseguenze di questa sulla sua e sulle altrui esistenze (molto riuscite  a questo proposito la sequenza del pestaggio in ospedale e il confronto tra Robbie e il ragazzo vittima della sua ira e la di lui famiglia, momento vibrante e che lo spettatore riesce a sentire in tutta la sua profondità) e l'aspetto più leggero e positivo del film centrato sull'unione progressiva di un gruppo scombinato di perdenti e il loro successivo, per quanto poco pulito, riscatto. Pur non rinunciando a sottolineare ciò che gli sta a cuore da sempre, Loach confeziona un film lieve e molto gradevole con il quale sembra riesca a tenere sotto controllo meglio che in altre occasioni anche la forma, belle le aperture di sguardo sulle Highlands scozzesi, buoni i cambi di registro e quell'incipit con la "voce di Dio" che salva la vita di Albert attraverso un megafono. Se prendiamo in considerazione il lato della commedia sembra che La parte degli angeli trovi un equilibrio paragonabile ,se non addirittura migliore, di quello del più celebrato Il mio amico Eric (la giuria di Cannes infatti lo premia). Ancora una volta Loach dimostra fiuto per gli interpreti, torna l'ottimo Henshaw ed esordisce un Brannigan dal volto perfetto che pare abbia condotto un'esistenza non così dissimile da quella del suo personaggio. La vita spesso è dura, la paternità una grande responsabilità, ma anche nelle situazioni all'apparenza più disperate Ken il rosso viene a confortarci, in fondo c'è sempre speranza alla fine del tunnel.

martedì 5 dicembre 2023

THE ROCKER - IL BATTERISTA NUDO

(The rocker di Peter Cattaneo, 2008)

Peter Cattaneo esordisce con il botto nel 1997 portando nei cinema di tutto il mondo il successo di Full Monty - Squattrinati organizzati, un film costato tre milioni e mezzo di dollari e che ne ha incassati ben più di duecentocinquanta (milioni, si intende). Ricordo ancora le code davanti alla sale e in talune occasioni l'impossibilità di entrarvi a causa delle troppe presenze. Se Full Monty non si può certo annoverare tra le pellicole imprescindibili della storia del cinema (e forse nemmeno della commedia, nonostante il suo successo), gli si deve riconoscere comunque una buona immersione nel tessuto sociale inglese, approccio che aumentava di molto il valore delle vicende legate ai personaggi e quello del film in generale che ancora oggi si ricorda con gran piacere. The rocker arriva dopo poco più di dieci anni da quell'enorme successo, ci troviamo ancora una volta di fronte a una commedia leggera, qui molto più legata al mondo dello spettacolo e in particolare a quello del carrozzone del rock, ma che purtroppo manca completamente di quel substrato sociale che aveva molto contribuito alla fortuna di Full Monty, cosa che rende questo The rocker, seppur a tratti anche divertente, decisamente più innocuo e molto meno memorabile degli "squattrinati organizzati". Il confronto che subito viene alla mente guardando il film però non è quello con l'illustre predecessore firmato da Cattaneo bensì quello con lo School of Rock di Richard Linklater, facile pietra di paragone (anche questa comunque esile) nel genere commedia musicale.

Negli anni di maggior successo del glam rock Robert "Fish" Fishman (Rainn Wilson) era l'esaltato batterista di una band emergente in cerca di un contratto discografico importante, i Vesuvius. Alla proposta di un agente di firmare un ottimo contratto a condizione di sostituire il loro batterista con uno raccomandato dalla casa discografica la band non ci pensa troppo a scaricare il caro Fish che, nonostante la reazione violenta e rabbiosa, non riuscirà a rientrare nel gruppo. Vent'anni dopo i Vesuvius sono una realtà affermata che riempie gli stadi, colleziona groupie, macina soldi e bella vita; Fish invece continua a rodersi il fegato, incatenato a un lavoro come assistente telefonico per un'azienda di utensili, un lavoro che disprezza, ma soprattutto il vecchio batterista ha rinunciato alla musica, avvelenato dal tradimento dei suoi ex compagni e dalla vita. Perso anche il lavoro Fish è costretto a trasferirsi a casa della sorella, una donna che lo maltollera, qui l'uomo convive con il nipote adolescente Matt (Josh Gad), un ragazzo timido e sovrappeso un po' imbranato con le sue coetanee e che si sta preparando per il ballo della scuola, evento durante il quale la sua band dovrà tenere un concerto. Matt è infatti il tastierista degli A.D.D. (Attention Deficit Disorder), un gruppo nel quale suona insieme al cantante, autore e chitarrista Curtis (Teddy Geiger) e alla bassista Amelia (Emma Stone), tutti adolescenti. Quando il batterista della band si farà sospendere per una bravata e sarà impossibilitato a partecipare al concerto Matt chiede allo zio Fish di sostituire il loro batterista; dopo un'iniziale rifiuto Fish rientrerà in modalità "rocker" e si unirà agli A.D.D. con i quali inizierà una proficua scalata al successo.

Commedia esilissima senza sottotesto alcuno né sorprese di sorta, Cattaneo sviluppa la struttura di The rocker in maniera che più lineare di così non sarebbe stato possibile, non eccede, non graffia, non colpisce, costruisce invece una commedia per tutti che a conti fatti risulta essere sufficientemente divertente pur non spostando di una virgola la storia della commedia al cinema, anche se lo paragonassimo solo alle più banalotte tra queste. L'incipit sfoggia un taglio demenziale con Rainn Wilson che tenta in maniera surreale di vendicarsi per l'abbandono sui suoi compagni di band (tra i quali figura anche Bradley Cooper); dopo le prime sequenze il film si normalizza attestandosi sugli schemi della commedia familiar-musicale tutto sommato canonica. Il cast può dirsi abbastanza indovinato, Rainn di primo acchito può sembrare un Jack Black in tono minore, in realtà l'attore di The Office trova poi la sua strada e convince nel ruolo di un sognatore deluso, frustrato e immaturo ma mosso da (in)sana passione, la cantante (nella vita vera) Teddy Geiger, nata John e ora Teddy, con la sua musica dona un taglio prettamente teen al film, orientamento che sembra appartenere alla musica dell'artista anche al di fuori di questa incursione cinematografica, decisamente simpatico Josh Gad e forse ancora un pochino acerba Emma Stone, qui in una delle sue prime apparizioni al cinema. Nel complesso un film passabile per chi ama la commedia disimpegnata, da guardare senza aspettarsi troppo da questo The rocker - Il batterista nudo, in fondo anche nel segmento "musicale" è possibile trovare di meglio.

venerdì 1 dicembre 2023

L'ALTRA VERITÀ

(Route Irish di Ken Loach, 2010)

È ancora disponibile su Raiplay la retrospettiva dedicata al cinema di Ken Loach, anche noto come "Ken il rosso". Dei quattordici titoli in principio messi a disposizione dal canale web di "Mamma Rai" ne rimangono tredici, purtroppo è stato rimosso Io, Daniel Blake e questo è un vero peccato, il film è tra i più coinvolgenti e toccanti tra quelli girati negli ultimi anni da Loach. Comunque sia di cose da guardare ce ne sono ancora molte e oggi ci dedichiamo a Un'altra verità, un film un po' diverso se pensiamo ai temi e agli sguardi ai quali Loach ci ha abituati nel corso degli anni. Non tutti i film del regista inglese possono essere considerati grandi film, non di meno tutti sono film giusti, ragionati e sentiti. Con L'altra verità si avverte un avvicinamento a una forma ondivaga che vira (in parte) verso il genere e che potrebbe non convincere appieno i fan del regista più legati alle sue prime opere. Intendiamoci, l'intento primario di Loach è sempre denunciare, far riflettere, aprire gli occhi; magari non sempre il regista riesce a farlo in maniera pienamente riuscita o formalmente impeccabile (quasi mai in quest'ultimo caso e non di certo con L'altra verità) eppure è impossibile, almeno per chi scrive, non vedere il buono nell'opera di un uomo che segue un ideale di giustizia per il quale si batte da sempre. E quindi...

Fergus (Mark Womack) e Frankie (John Bishop) sono amici fin da ragazzini, fin da quando sulle acque del Mersey, il fiume di Liverpool, sognavano di fuggire verso altri paesi, magari la Francia o, perché no? l'Australia. Invece da adulti i due ex ragazzi si troveranno a operare insieme in medio oriente come contractors, mercenari prezzolati al soldo di interessi privati in zone di guerra. Durante un'operazione a Baghdad in cui è coinvolto il solo Frankie, questi viene inviato dai suoi superiori lungo la Route Irish, una delle strade più pericolose al mondo e qui, in seguito a un attentato, il giovane perde la vita lasciando vedova Rachel (Andrea Lowe), la ragazza che lo aspetta in Inghilterra. Haynes (Jack Fortune), direttore dell'agenzia per la quale Frankie e Fergus lavoravano, porta a Rachel notizie e averi del defunto Frankie, la sua versione dei fatti però non convince e non lascia tranquillo Fergus che nella morte dell'amico legge da subito del marcio. Quasi in contemporanea Fergus riceve un pacchetto che gli è stato inviato dallo stesso Frankie poco prima della sua morte, all'interno vi è contenuto un cellulare sul quale sono registrati alcuni messaggi e due video, uno dei quali molto compromettente nei confronti dell'operato dell'Agenzia e che mette in discussione le dinamiche, ma soprattutto i motivi, che stanno dietro morte di Frankie.

Come si può evincere dalla trama L'altra verità sembra avere le caratteristiche di un thriller calato in uno scenario di guerra già esplorato (e meglio) al cinema. In effetti in qualche passaggio, e solo in qualche passaggio, può anche sembrare che sia così; in realtà negli intenti di Loach, possiamo desumere con una certa sicurezza, non c'è la reale intenzione di creare un thriller o, come qualcuno ha detto, una sorta di revenge movie; in realtà ciò che al regista sembra premere, a conferma di un'indubbia coerenza, sono ancora una volta le pieghe nere create dal sistema in cui ci troviamo a vivere. Per una volta Loach abbandona le sue istanze sociali, scelta che nell'economia del film purtroppo non paga, lontano da queste il regista inglese sembra un po' smarrito nonostante la sua volontà di toccare temi importanti. Loach ci mostra quanto l'uomo sia disposto a piegarsi ai dettami del soldo, come per prostrarsi al dio denaro sia disposto a infilarsi in zone di guerra ad alto rischio, a togliere la vita ad altri, a compiere azioni ignominiose; per far questo Loach si avvale anche di stralci di immagini di repertorio provenienti dall'Iraq, dure, terribili. I suoi personaggi non sono candidi, cercare candore, purezza e onestà in taluni scenari sarebbe ipocrisia, qui c'è una verità che fa schifo e l'altra verità che fa ancor più schifo. Si uccide per soldi, questo è. Loach non giustifica nemmeno la scelta dei suoi personaggi attribuendo loro la provenienza da un tessuto sociale disagiato o difficile, magari lo si può intuire, ma il regista non imbastisce per i suoi protagonisti nessuna giustificazione di sorta. È una nuova guerra questa, ne avevamo già viste altre, in Terra e libertà, ne Il vento che accarezza l'erba, ma in questa per Loach non ci sono più ideali giusti, non c'è la ricerca di libertà o di giustizia, non c'è più speranza.

mercoledì 29 novembre 2023

ANOTHER HAPPY DAY

(di Sam Levinson, 2011)

Sam Levinson è figlio d'arte, il papà Barry ha diretto pellicole celebri ricordate ancora oggi (Piramide di paura, Rain man - L'uomo della pioggia, Good morning Vietnam, Sleepers, etc...); negli ultimi anni sembra essere arrivato anche per Sam il momento giusto per ritagliarsi un posto sotto i riflettori. Il vero successo è arrivato con l'ideazione e la regia della serie con protagonisti adolescenti Euphoria di cui sono state finora prodotte due stagioni, tra le protagoniste c'è anche la lanciatissima Zendaya che sarà l'interprete femminile del secondo successo di Levinson, quel Malcolm & Marie che è stato spesso legato al cinema post pandemico pur non parlando mai apertamente della pandemia. Il film (Malcolm & Marie) denota un certo gusto tanto da far nascere un po' di curiosità su ciò che Levinson Jr. ha realizzato nel suo passato, si scopre così che già al suo esordio, questo Another happy day, Sam raccoglie un premio della critica al Sundance Festival, festival tutto sommato adatto a questo suo primo lungometraggio che lascia da parte ogni forzatura sulla forma per concentrarsi su due aspetti che si incastrano tra loro molto bene e garantiscono al film una buona riuscita e un'ottima tenuta: l'attenzione alla scrittura e una qualità di recitazione parecchio alta garantita da un cast che sfoggia un'alternanza di vecchie glorie espertissime e giovani talentuosi e promettenti. L'atto dell'andare un po' a cercarsi le prime cose del regista e informarsi è in questo caso necessario in quanto Another happy day, nonostante i premi e le buone critiche ricevute, è stato ignorato dalla distribuzione italiana e non ha trovato la sua via per arrivare in sala, uscendo qui da noi direttamente in home video, un destino tutto sommato non meritato.

Lynn (Ellen Barkin) è madre di quattro figli avuti da due matrimoni diversi; il suo attuale marito Lee (Jeffrey DeMunn) è padre di Elliot (Ezra Miller) e Ben (Daniel Yelsky). Il primo è un adolescente molto problematico, afflitto da crisi di ansia ha sviluppato in passato diverse dipendenze (droghe, alcool, farmaci) dalle quali sta cercando di venir fuori pur concedendosi di tanto in tanto il lusso di droghe adolescenziali (e non solo in realtà), il piccolo Ben, un po' strano invero, è in sospetto di una forma di lieve (?) autismo. I due ragazzi hanno due fratellastri figli del primo matrimonio della madre con Paul (Thomas Haden Church), un uomo violento che in passato ha scatenato dei traumi duraturi in Lynn e in sua figlia Alice (Kate Bosworth), una ragazza che soffre di frequenti episodi di autolesionismo. L'altro figlio, Dylan (Michael Nardelli), sembra essere l'unico equilibrato della progenie di Lynn ed è proprio in occasione del suo matrimonio che la famiglia intraprende un viaggio verso Anneapolis per i festeggiamenti che si preannunciano molto caldi. Qui Lynn ritrova le sue sorelle, un padre malato che sembra avviato verso la fine dei suoi giorni (George Kennedy) e una madre (Ellen Burstyn) che sembra non averle mai davvero voluto abbastanza bene. Ciliegina sulla torta la seconda moglie di Paul, Patty (Demi Moore), figa, perfida e stronzetta quanto basta per far saltare i già precarissimi (dis)equilibri.

In Another happy day ci sono tutti gli elementi per una commedia pungente, qualche passaggio in questo senso in effetti non manca, ma Levinson più che altro intinge la sua storia nel dramma, e che dramma. Gli elementi alla base del film non sono nuovi: famiglie disfunzionali, la riunione in occasione di una festa o di un evento, il deflagrare di situazioni tese da tempo, il confronto tra consanguinei, tutti tasselli noti che Levinson maneggia però con la giusta cura e con la capacità di andare a colpire dove e quando serve senza mai dare l'impressione di adoperare artifici o forzature. Il regista usa l'espediente delle riprese amatoriali di Elliot e Ben per movimentare di quando in quando la scena mantenendo per altro un'andatura equilibrata, il resto lo fanno interpreti ottimi, alcuni leggendari come George Kennedy (Piano... piano dolce Carlotta, Quella sporca dozzina, Nick mano fredda, I 4 figli di Katie Elder, etc...), altri sorprendenti come il giovane Ezra Miller che altrove e in seguito non brillerà (il suo Flash nella Justice League non convince). Ottimo il confronto tra le due Ellen (Barkin e Burstyn) e anche la Moore trova una parte giusta per lei. Le interazioni tra i vari personaggi sono ben gestite e sfociano nel dramma con una dolorosa naturalezza, il male che le famiglie riescono a farsi è visto ora con sguardo cinico ora con un tono più divertito ma più spesso con la serietà del dolore causato da rapporti impostati in modo sbagliato. Davvero niente male questo Another happy day per essere un esordio.

lunedì 27 novembre 2023

IL VENTO CHE ACCAREZZA L'ERBA

(The wind that shakes the barley di Ken Loach, 2006)

A più di dieci anni di distanza Loach torna a temi e messaggi simili a quelli già affrontati in uno dei suoi film più celebrati: Terra e libertà; con Il vento che accarezza l'erba (l'orzo in inglese) il regista di Nuneaton torna a raccontare la Storia, lo fa ancora una volta con una cronaca sentita e schierata, con il racconto di un popolo alla ricerca di libertà e condizioni di vita migliori. Se con Terra e libertà si assisteva alla lotta di giovani spagnoli (e non solo) contro il fascismo del regime di Francisco Franco qui si narra la vicenda di un gruppo di ragazzi arruolatisi nell'I.R.A. (Irish Republican Army) decisi a contrastare i soprusi e le angherie messe in atto dall'esercito occupante inglese nelle loro terre e a discapito dei loro conterranei, delle loro famiglie, dei loro amici. Questa volta Loach mette sotto l'obiettivo delle sue critiche il suo stesso Paese, quell'Inghilterra dalla mentalità coloniale e imperialista incapace di limitare la propria politica al suo solo territorio, alimentando ingerenze violente e crudeli da parte dei soldati del suo stesso esercito. In uno dei rari casi nel cinema del Nostro assistiamo a un film dove sono presenti attori di livello e non esordienti presi dalla strada o da scuole di recitazione. Cillian Murphy ha già alle spalle un Batman (Nolan) e titoli come Breakfast on Pluto, Ritorno a Cold Mountain, 28 giorni dopo, Mary Murphy esordì al cinema addirittura nel lontano 1951 mentre Liam Cunningham, che forse abbiamo imparato a conoscere meglio ne Il trono di spade e in Hunger di McQueen, aveva già lavorato con Mike Newell, Dario Argento, Alfonso Cuarón e Neil Marshall. È probabile che anche questo aspetto de Il vento che accarezza l'erba abbia permesso a Loach di vincere la Palma d'Oro al Festival di Cannes e portarsi a casa, oltre a quelli alla carriera, il premio più prestigioso della sua intera filmografia.

Siamo negli anni dopo la fine della prima guerra mondiale in Irlanda, Damien O'Donovan (Cillian Murphy) è un giovane medico in procinto di trasferirsi a Londra per esercitare la sua professione. Durante un'informale partita di cricket con gli amici uno di questi, in seguito a un controllo dell'esercito inglese, viene pestato a morte senza nessun valido motivo. Gli altri ragazzi della compagnia tentano di convincere Damien a restare in Irlanda e a unirsi all'I.R.A. come ha fatto già suo fratello Teddy (Pádraic Delaney) ma il giovane è risoluto nel voler lasciare il Paese. Una volta in stazione, pronto a partire, Damien assiste all'ennesimo sopruso perpetrato dagli inglesi nei confronti del macchinista del treno Dan (Liam Cunningham), decide così di rimanere a combattere per la libertà suo Paese. Assemblato un manipolo di combattenti i giovani irlandesi iniziano a mettere in atto operazioni volte a fermare gli occupanti inglesi; ovviamente queste operazioni comportano rischi, si uccide da ambo le parti, anche qualcuno del gruppo di Damien verrà ucciso, altri ancora saranno torturati. Dopo mesi di ostilità sembra arrivare il momento di una tregua e un accordo con gli inglesi, l'accordo è però poco più di una presa in giro per il popolo irlandese, i ragazzi dell'I.R.A. si divideranno tra pro e contro, inizierà così una guerra civile che farà gioco agli inglesi.

Guardando Il vento che accarezza l'erba, film sicuramente militante, sembra che a Ken Loach non interessi tanto mettere in luce i soprusi perpetrati dal suo stesso Paese nei confronti degli irlandesi, storia assodata e che conosciamo da tempo, l'impressione è invece, ancora una volta, come già avveniva in Terra e libertà, che il regista inglese punti il dito contro la tendenza delle resistenze, oggi affidate a istituzioni come i partiti della sinistra o ai sindacati, a fare il gioco degli oppressori, dividendo le proprie forze, annacquando gli ideali che dovrebbero invece tenere saldi e immutabili, quelli di libertà, giustizia e difesa degli ultimi, a favore di compromessi che da sempre fanno gioco ai ricchi e ai potenti e a chi deve conservare il potere di manipolare le genti per il proprio tornaconto. Ci sono nel film due battute che sanciscono per bene questi aspetti, una è una riflessione rivolta agli stessi resistenti che viene pronunciata dal macchinista Dan "È facile sapere contro cosa si combatte. Più difficile è sapere in cosa davvero si crede", l'altra esce dalla bocca dello stesso Damien critico nei confronti dell'istituzione ecclesiastica (che gli oppressi dovrebbe tenere in giusto conto) "Ancora una volta la Chiesa si schiera dalla parte dei ricchi". Il cinema di Loach è così, manicheo ma altrettanto giusto (perché quando ci si schiera dalla parte dei più deboli non si sbaglia mai), sottolinea ancora una volta come il divide et impera messo in pratica dai potenti con abile maestria funzioni sempre, mentre le "vittime" quasi mai trovano un'unità definitiva capace di dare una vera svolta alle loro esistenze. Formalmente Loach fa meglio che in Terra e libertà, forse c'è qui un budget maggiore in gioco, alcuni protagonisti sono veri professionisti del cinema, il sodale Laverty è ormai scafato e aduso alla collaborazione con l'amico Ken, eppure sembra che la forma continui a essere una delle ultime cose che interessano a Loach e in fondo, qui come altrove, va bene anche così.

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