giovedì 9 aprile 2020
UNA NOTTE DA LEONI 2
Dopo il grandissimo successo di Una notte da leoni, una delle commedie meglio riuscite del suo decennio, Todd Phillips e il suo team di sceneggiatori non devono arrovellarsi troppo le meningi per confezionare un sequel divertente e riuscito al fine di bissare gli esiti del capostipite (la saga conta già tre capitoli), semplicemente prendono pari pari la trama del primo capitolo, cambiano un paio di fattori (tipo che questa volta deve sposarsi Stu e non Doug), inseriscono nuove situazioni comiche e il gioco è fatto, massimo risultato con il minimo sforzo, perché se manca la novità e la freschezza del primo capitolo questo Una notte da leoni 2 funziona comunque dannatamente bene e continua a far ridere senza tregua per tutta la sua durata. Quindi, seguendo l'esempio del regista, vi rifilerò lo stesso post imbastito per il film precedente con qualche piccola variazione (andate pure a controllare se non mi credete).
Thailandia. Lauren (Jamie Chung) si sta preparando per il suo matrimonio con Stu (Ed Helms), è quasi tutto pronto, l'ora si avvicina e la sposa mostra un filo di preoccupazione, il futuro sposo e i suoi compari con i quali è uscito per passare la sua ultima notte da single, sembrano irreperibili da parecchie ore ormai, i loro cellulari restituiscono solo le voci delle segreterie telefoniche, i ragazzi sembrano essere scomparsi nel nulla. Il padre della sposa non nasconde il disprezzo per il futuro genero da lui considerato un debole, infine squilla il telefono di Tracy (Sasha Barrese), la moglie di Doug, al telefono c'è Phil (Bradley Cooper), uno dei compari...
- Phil
- Tracy... mi dispiace.
- Dove diavolo siete finiti?
- È... è successo di nuovo.
- ... non me lo dire, ti prego.
- Abbiamo fatto un vero casino stavolta.
- Si può sapere che problema avete voi tre?
- Più di uno, non so nemmeno da dove cominciare.
- Oddio, è una cosa grave? Tipo... niente matrimonio?
- Sì... anche un pochino peggio.
La faccia da schiaffi di Bradley Cooper, inquadrato sul tetto di un grattacielo di un'enorme città asiatica, è antipasto ormai tipico di quello che andremo a vedere: sporco, ferito, sicuramente piacente... sullo sfondo altre due figure, sedute con scarsa eleganza sui gradini di una scalinata, affrante, sconsolate, probabilmente intente a ripensare ai casini appena combinati. La metropoli è immensa, capace di rapirti, parte Black hell di Danzig, un pezzo splendido che incornicia alla perfezione l'orizzonte, la vastità della città, per calare poi nelle sue strade, bel contrasto tra le liriche poco allegre del testo e quella che sarà una delle commedie più divertenti che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni.
Todd Phillips è un regista molto furbo, pur senza mettere in scena nulla di nuovo (questa volta a maggior ragione) realizza un film dove tutto è al posto giusto, la canzone giusta sull'immagine adeguata, il cambio di ritmo calibrato al secondo, il ralenty ruffiano e stravisto inserito però in maniera inappuntabile e capace quindi di farti sorridere, una serie di belle panoramiche, tutti elementi che vanno a costruire una regia dinamica e molto piacevole da guardare. La sceneggiatura gioca su più livelli, quello della commedia sguaiata ma mai troppo volgare, il livello prevalente, ma si muove molto bene anche sul filo del thrilling cazzaro, in fondo Teddy (Mason Lee), il fratello della sposa e figlio prediletto del futuro suocero di Stu, è scomparso davvero e nessuno dei suoi compari, dopo una notte selvaggia a Bangkok, è in grado di ricordare nulla delle ore precedenti, nessun indizio su dove possa essere finito il ragazzo.
Il film si muove molto bene anche a livello temporale, saltando avanti e indietro negli eventi e usando lo stratagemma con giusta e dosata parsimonia, coccolando così molto bene sia l'aspetto più divertente (e Una notte da leoni 2 lo è veramente tantissimo) che quello del mistero sul dito di Teddy. Ma torniamo anche noi indietro per un attimo.
Insieme allo sposo, rispettabile dentista con un demone interiore, partono per la Thailandia il fratello di Tracy, Alan (Zach Galifianakis), una sorta di scemo del villaggio bisognoso d'affetto e dai comportamenti imprevedibili, il più serio Doug (Justin Bartha), ormai felicemente sposato con Tracy, e il caro Phil, insegnante elementare, sposato con un figlio, quello che dovrebbe essere il più maturo e che invece è il più incline al cazzeggio. Per loro la notte precedente il matrimonio di Stu sarà devastante, il risveglio sarà impietoso e porterà con sé una serie di problemi da risolvere, non ultimo il dover ritrovare Teddy in tempo per il matrimonio, e un numero imprecisato di incontri grotteschi ai quali far fronte.
Insomma, ci si ritrova a ridere veramente di gusto praticamente di continuo guardando questo film furbescamente calibrato alla perfezione. Mi dicono il successivo non sia inferiore, mi frego le mani e pregusto.
domenica 22 aprile 2018
UNA NOTTE DA LEONI
Tracy (Sasha Barrese) si sta preparando per il suo matrimonio, è quasi tutto pronto, l'ora si avvicina e la sposa mostra un filo di preoccupazione, il futuro sposo e i suoi tre compari con i quali è andato a Las Vegas per festeggiare l'addio al celibato sembrano irreperibili da parecchie ore ormai, i loro cellulari restituiscono solo le voci delle segreterie telefoniche, i quattro sembrano essere scomparsi nel nulla. I genitori della ragazza cercano di tranquillizzarla, poi squilla il telefono, è Phil (Bradley Cooper), uno dei compari...
- Pronto?
- Tracy, sono Phil...
- Phil, ma dove diavolo siete? Sto impazzendo...
- Ehm... siii... senti... aaah... abbiamo fatto un casino.
- Ma di che stai parlando?
- Dell'addio al celibato, l'altra notte, noi... abbiamo perso il controllo e... abbiamo perso Doug.
- Che?
- Non riusciamo a trovare Doug.
- Che stai dicendo Phil? Ci dobbiamo sposare tra cinque ore.
- Siii... io non ci conterei troppo
La faccia da schiaffi di Bradley Cooper, unico elemento nella scena messo a fuoco dal regista Todd Phillips, è antipasto atipico di quello che andremo a vedere: sporco, scarmigliato, il labbro spaccato, sicuramente piacente... sullo sfondo altre tre figure, una appoggiata sulla fiancata di un'auto che deve averne passate più d'una, un'altra seduta con scarsa eleganza sul cofano della stessa auto, l'ultima, di spalle, probabilmente intenta a farsi una pisciata nel bel mezzo del deserto del Nevada. Gli spazi sono immensi, brucianti, parte Thirteen di Danzig, un pezzo splendido che incornicia alla perfezione il deserto rosso, la strada solitaria, la vastità della natura, per calare poi sulla città del peccato, bel contrasto tra le liriche poco allegre del testo e quella che sarà una delle commedie più divertenti che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni.
Todd Phillips è un regista molto furbo, pur senza mettere in scena nulla di nuovo realizza un film dove tutto è al posto giusto, la canzone giusta sull'immagine adeguata, il cambio di ritmo calibrato al secondo, il ralenty ruffiano e stravisto inserito però in maniera inappuntabile e capace quindi di farti sorridere, una serie di belle panoramiche, tutti elementi che vanno a costruire una regia dinamica e molto piacevole da guardare. La sceneggiatura gioca su più livelli, quello della commedia sguaiata ma mai troppo volgare, il livello prevalente, ma si muove molto bene anche sul filo del thrilling cazzaro, in fondo Doug (Justin Bartha) è scomparso davvero e nessuno dei suoi tre compari, dopo una notte selvaggia a Las Vegas, è in grado di ricordare nulla delle ore precedenti, nessun indizio su dove possa essere finito lo sposo.
Il film si muove molto bene anche a livello temporale, saltando avanti e indietro negli eventi e usando lo stratagemma con giusta e dosata parsimonia, coccolando così molto bene sia l'aspetto più divertente (e Una notte da leoni lo è veramente tantissimo) che quello del mistero della scomparsa di Doug. Ma torniamo anche noi indietro per un attimo.
Insieme allo sposo, ragazzo ben inquadrato, partono il fratello di Tracy, Alan (Zach Galifianakis), una sorta di scemo del villaggio bisognoso d'affetto e dai comportamenti imprevedibili, il dentista Stu Price (Ed Helms), rigidino e invischiato in una relazione soffocante con la stronza castratrice Melissa (Rachael Harris) che non vede di buon occhio questo addio al celibato sul quale tra l'altro Stu mente spudoratamente, e il caro Phil, insegnante elementare, sposato con un figlio, quello che dovrebbe essere il più maturo e che invece è il più incline al cazzeggio. Per loro la prima notte a Las Vegas sarà devastante, il risveglio sarà impietoso e porterà con sé una serie di problemi da risolvere, non ultimo il dover ritrovare Doug in tempo per il matrimonio, e un numero imprecisato di incontri grotteschi ai quali far fronte.
Piccola e doverosa digressione per Heather Graham che la vedi e non ci puoi credere. Classe 1970, 48 anni suonati e una bellezza stordente. Ricordo tra le sue prime cose il Drugstore Cowboys di Van Sant, allora giovanissima e altrettanto bella, non sembra invecchiata per nulla. Tanto di cappello, qui una bellissima parte anche per lei.
Insomma, ci si ritrova a ridere veramente di gusto praticamente di continuo guardando questo film furbescamente calibrato alla perfezione. Mi dicono i due successivi non siano inferiori, mi frego le mani e pregusto.
giovedì 18 giugno 2020
UNA NOTTE DA LEONI 3
Ultimo capitolo della saga demente diretta da Todd Phillips, questa volta il canovaccio non è spudoratamente ricalcato sul capostipite; non c'è un matrimonio da mettere a rischio né celebrazioni festose a cui partecipare, anzi, c'è il funerale dell'amato padre di Alan (Zach Galifianakis), non c'è nemmeno la telefonata introduttiva di Phil (Bradley Cooper) che preannuncia il disastro (e se ne sente un poco la mancanza). Viene meno anche la struttura corale, è pur vero che i protagonisti ci sono ancora tutti, alla cricca si aggiunge anche un John Goodman gigione, ma questo terzo capitolo poggia all'80% sulle spalle larghe di Galifianakis e per il restante 20% sulla mimica idiota di Ken Jeong, l'interprete dell'ormai mitico Leslie Chow. A sparire è ancora una volta il povero Doug (Justin Bartha), il più assennato dei ragazzi, rapito da Marshall (John Goodman), un delinquente al quale Chow, dopo una movimentata evasione dalle prigioni di Bangkok, ha rubato diversi milioni in lingotti d'oro e che ora intima a Phil, Stu e Alan di recuperare per lui l'oro e l'orientale fuori di testa pena la vita del caro Doug (quello bianco).
La trama è un pretesto per inanellare gag, situazioni, battute, momenti e sequenze che hanno come unico scopo portare alla risata lo spettatore. A fare da collegamento al primo film c'è il ritorno sul luogo del delitto, quella Los Angeles che già vide una volta le imprese deliranti dei nostri, non manca inoltre una tappa a Tijuana, città della perdizione sul confine tra U.S.A. e Messico, c'è anche un'apertura sentimentale per Alan che invece di trovare il posto che gli compete in qualche ospedale psichiatrico troverà quella che per lui potrebbe essere una sorta di anima gemella (Melissa Mccarthy). È proprio Alan il personaggio su cui la sceneggiatura costruisce qualcosa, una specie di percorso delirante, sue sono le scene migliori come quella con la giraffa o l'esibizione al funerale del padre, e ancora una volta il meglio arriva dopo i titoli di coda. Torna in una piccola parte anche Heather Graham, quarantatré anni e sempre più bella e anche qui sarà Alan a dare il meglio di sé.
Obiettivo centrato ancora una volta, Todd Phillips ha l'intelligenza di fermarsi in tempo prima di svilire il brand e di dedicarsi ad altro, si ride ancora parecchio, Bradley Cooper ed Ed Helms diventano comprimari "non protagonisti" di lusso, qui regna il vero confronto tra scemi, due tipi di scemo diversi Alan e Chow, entrambi irresistibili, tirate le somme quella di Una notte da leoni si conferma la migliore saga comica degli ultimi anni tanto da far ancora fatica a comprendere come il passaggio da tutto questo a un film (bellissimo) come Joker sia stato possibile per il regista Todd Phillips.
sabato 12 ottobre 2019
JOKER
È quantomeno singolare il fatto che nei giorni in cui scoppia la (piccola) polemica lanciata da un Martin Scorsese che taccia i cinecomics di essere prodotti di consumo estranei all'arte del Cinema, arrivi nelle sale nostrane un film tratto dai fumetti decisamente scorsesiano e che guarda al lavoro del regista con reverenza e rispetto. Lungi dal voler entrare nel merito della diatriba (per me Scorsese può dire a pieno diritto tutto quello che vuole sul Cinema) diciamo subito che Joker è un film molto distante dal classico film di supereroi, quasi un film d'autore che cerca, anche forzando la mano, di dare un tono più adulto a ciò che di norma viene considerato intrattenimento per ragazzi. L'altra cosa singolare è che questo trattamento del Joker, personaggio che sicuramente si presta a una lettura stratificata, arriva da un regista che finora si è sempre occupato di film cialtroni, a volte anche con ottimi esiti (vedi Una notte da leoni ad esempio), un cambio di rotta estremamente riuscito e che da Todd Phillips non ci aspettavamo, a dimostrazione che non necessariamente serve un "autore" affermato per girare un buon film su un personaggio di fantasia. Anche se, e qui torniamo alla definizione di Cinema scorsesiano, questo personaggio di fantasia, questo Joker, non ha davvero nulla di super, è semplicemente una persona che cede, dentro alla quale qualcosa si incrina, è una vittima, un malato, un uomo che cade pian piano nella follia, un clown triste che volta l'angolo (per dirla con Alan Moore, grande autore di fumetti) e nel farlo sfoga tutta la sua frustrazione e il suo disagio con atti violenti. In questo senso i riferimenti, palesati ormai da chiunque abbia parlato del film, sono più a Taxi driver o a Re per una notte (entrambi diretti da Scorsese) che non alla saga di Batman che nel film è presente solo con qualche breve accenno e nell'ambientazione a Gotham City. Forse non tutti sanno che, ben prima della nascita di Batman (datata 1939), New York City veniva soprannominata proprio Gotham, nella scelta di Todd Phillips di riprendere una New York veritiera, non snaturata per farla somigliare alla Gotham dei fumetti, c'è uno dei motivi di riuscita del film, probabilmente la scelta che più di tutte, ancora una volta, ci riporta al Cinema di Scorsese, l'ambientazione nei primi anni 80 in una New York lurida e grigia, attanagliata dai rifiuti e dai ratti giganti, non può non ricordare alcuni dei passaggi più iconici del regista newyorkese. Così, protagonista di uno strano cortocircuito, questo cinecomics anomalo si trova a essere vero Cinema, e anche di quello ben riuscito.
L'altro motivo di successo del film è riconducibile alla superba interpretazione di Joaquin Phoenix che per interpretare la parte ha dovuto perdere circa venticinque chili, la sua è una prova in bilico tra sofferenza e follia, il protagonista Arthur Fleck (vero nome del Joker) soffre di un disturbo provocato da un trauma che lo porta a una risata scomposta anche nelle situazioni più delicate e meno appropriate al riso, questa patologia, unita a un pizzico di sociopatia, rende Arthur un sognatore reietto, un uomo triste che vive in una sua realtà abbruttita dall'indifferenza della gente comune e dai soprusi dei prepotenti che in una Gotham/New York malata di certo non mancano. La risata agghiacciante di Phoenix, le sue espressioni non solo folli ma completamente dissociate, le contorsioni di un corpo provato, insieme a una serie di sequenze memorabili (magnifica quella sulla scala) probabilmente porteranno l'attore verso l'Oscar e verso la definizione del miglior Joker di sempre (c'è da dire che è anche l'unico ad aver avuto un film tutto suo). La costruzione graduale del personaggio aiuta a rendere credibile la parabola di un uomo che in nuce porta i semi della follia che non mancano di esplodere di fronte all'ennesimo torto subito. Da quel momento il Joker diventa un simbolo per tutti gli esclusi, per chi come lui è vittima di una società indifferente e schifosamente classista (come la nostra), da qui il sottotesto politico che rimanda all'uomo da seguire, ai fenomeni "populisti" (definizione che personalmente disprezzo) e anche a movimenti come Occupy Wall Street, con tutta la questione delle maschere, e ancora una volta torniamo ad Alan Moore e al suo Guy Fawkes (autore tra l'altro anche del seminale The killing joke).
Capolavoro? Probabilmente no, solo un bellissimo film che sottolinea come già hanno fatto i Bats di Nolan o il Logan di Mangold, che è possibile costruire opere di altissimo valore partendo da dei personaggi a fumetti per i quali la deriva più dark e dura, pur non essendo l'unica possibile, rimane indubbiamente tra le più affascinanti. Ultimo plauso proprio per Phillips che, messe da parte le tendenze cazzare, offre una regia molto interessante che contribuisce bene, in quanto Phoenixcentrica, a creare il personaggio e a farcelo amare nel suo ruolo di vittima ma anche un poco, ammettiamolo, in quello di carnefice.
lunedì 28 ottobre 2024
JOKER: FOLIE À DEUX
(di Todd Phillips, 2024)
Oh no! Quel cattivone di Todd Phillips ci ha rotto il giocattolo! Se n'è andato a casa e si è portato via il pallone! A noi il Joker di prima piaceva tanto (sigh! sob!). Eh già, sembra proprio che il nuovo lavoro del regista della trilogia di "Una notte da leoni" non sia stato troppo gradito da gran parte del pubblico adorante che presenziò entusiasta alle proiezioni del primo episodio di questo dittico dedicato al Joker. Un critico professionista a questo punto scriverebbe qualcosa come: "e sticazzi!", ma visto che chi vi scrive professionista non lo è affatto, eviterà accuratamente uscite di questo genere e tenore. La verità è che la nuova opera di Todd Phillips (che qui si dimostra quantomeno autore coraggioso, intelligente e anche dall'indole un po' punk nel fottersene di quello che avrebbe potuto pensare il pubblico del suo film) è in effetti più ostica e meno digeribile di quel che tutti noi ci saremmo potuti aspettare; il film fatica a scorrere, Phillips spezza il ritmo con tanti brani musicali che richiamano il musical classico ma che proprio musical non sono, e poi... e poi... e poi il Joker si vede poco, non sembra essere nemmeno il protagonista, c'è sempre questo Arthur Fleck, chi cazzo è poi questo Arthur Fleck? Arthur Fleck è un malato, una persona che ha subito angherie e violenze psicologiche, un sociopatico, un uomo con difficoltà a inserirsi nella comunità dalla quale è stato escluso, dileggiato, schernito, lo abbiamo visto bene nel primo capitolo, uno che si è rifugiato in un mondo di fantasia, nell'idea di poter far ridere e magari catturare un pizzico di quell'attenzione che gli è sempre stata negata; Arthur Fleck è un emarginato, non è Joker, Joker non esiste, non è nessuno, è una proiezione irreale di un uomo malato che ha sfogato il suo enorme disagio nella violenza. E a questo torna Phillips, all'uomo, torna a questo e ad altro ancora in un film che per lo spettatore non troppo pigro potrebbe acquistare valore solo a visione terminata, un po' come quei piatti che "riposati sono meglio".È un film spiazzante questo Joker: Folie à deux, lo è per tanti motivi alcuni dei quali già accennati poco sopra, primo fra tutti il distacco dal suo predecessore. Phillips abbandona completamente o quasi la città, quella Gotham/New York che nel primo capitolo tanto aveva richiamato quelle atmosfere scorsesiane citate apertamente dal regista e dalla critica tutta (Taxi driver, Re per una notte), ce la nega quasi completamente, una scena sulla famosa scalinata ("basta cantare, parlami"), qualche esterno sulla folla acclamante al Joker di fronte al tribunale dove si tiene il suo processo e poco altro. Phillips si chiude in interni e confeziona un film che riesce a essere di una coerenza impressionante rispetto a quanto fatto nel primo capitolo pur scombinando apertamente le carte: Folie à deux è infatti un misto di dramma carcerario, di musical sui generis e di film processuale, generi diversi neanche amalgamati troppo bene tra di loro ma che si asservono allo scavo sul personaggio, (Fleck intendiamo, non il Joker che non esiste), si piegano al suo rapporto con la follia e con l'immagine che vorrebbe dare di sé (e forse, solo forse, qui c'è il Joker) e con quella che tutto il mondo vorrebbe vedere (e qui è il Joker sicuramente), a partire da quei rompiscatole di fan del primo film. Nel rapporto tra l'uomo - Fleck - e la sua immagine - Joker -, Lee Quinzel (Lady Gaga, e scordatevi la Harley Quinn della Robbie) riveste un ruolo quasi metatestuale impersonando il desiderio di spettacolo dello spettatore e il suo rifiuto di un Fleck senza Joker (geniale qui Phillips nell'anticipare le critiche del grande pubblico, l'opera acquista quasi un sentore da beffardo suicidio artistico, se davvero tutto è stato studiato in precedenza dal regista non rimane che dire "chapeau" e inchinarglisi, qualche lecito dubbio però rimane). Lee è affascinata dalla figura del Joker, lo ha studiato nel film che hanno fatto su di lui, un film nel film (non bellissimo, pare) che mette lei e noi spettatori nello stesso ruolo di fan, con l'unica differenza che lei ha la possibilità di incontrare il Joker (in realtà Arthur) nel manicomio criminale di Arkham, di innamorarsi della sua potenza eversiva e immaginifica magnificandone l'irreale e tentando di convincere Fleck che solo il Joker ha senso di esistere, che solo al Joker la giuria potrà dare credito al processo, solo il Joker potrà attirare la giusta attenzione e avere una possibilità, perché in fondo Arthur non è nessuno, a chi interessa uno così?, chi se lo può filare? (e no, lei non gli parlerà). Come al personaggio interpretato da un'ottima Lady Gaga (al servizio comunque di un Phoenix immenso che non ruberebbe nulla portandosi a casa un altro Oscar), anche al pubblico sembra interessare solo il clown, l'immagine altra dalla realtà che un uomo insoddisfatto cerca di dare di sé; in questo si cela tutta una riflessione sulla realtà di oggi dove tutti possono nascondersi dietro identità fittizie e cercare attenzione, proprio come ha fatto Arthur, ponendosi nei confronti degli altri in vesti che in fondo non ci appartengono. La cosa tragica, e torniamo sull'ormai celebre scalinata, è che quando la verità affiora, quando l'uomo dietro il trucco e l'inganno emerge, allora torna il rifiuto, il dramma dell'essere ignorati, dell'essere un nessuno tra molti. Quello che resta è, quindi, lo spettacolo, la finzione, la fuga dalla realtà, uno spettacolo qui accentuato da Phillips con la scelta di guardare al musical, uno dei generi d'eccellenza della Hollywood classica, perfetta la scelta di Lady Gaga quindi come coprotagonista mentre Phoenix se la cava bene anche nel canto, in fondo è già stato Johnny Cash in passato (Quando l'amore brucia l'anima, 2005), ottima la scelta dei brani, classicissimi anch'essi.
Così, dopo qualche piccola rivelazione come l'origin story della fissazione di Arthur per lo spettacolo e per l'idea balorda di poter far ridere gli altri, un'intro in animazione siglata dal talento di Sylvain Chomet (L'illusionista, Appuntamento a Belleville) in stile Looney Toons, un Phoenix su ritmi tip tap, le pochissime concessioni alla violenza del Joker (anche questa illusoria) e un giudizio su Cinemascore (che non so bene che valore possa avere) che lo indica come uno dei peggiori film tratti dai fumetti (see, ad avercene), quel che rimane è un film difficile, anti spettacolare, per nulla ruffiano e accomodante, girato molto bene e graziato da interpretazioni di livello altissimo (Phoenix) o molto, molto buono (Lady Gaga, Brendan Gleeson) che è diretta conseguenza della libertà d'espressione di un autore molto in gamba (libertà d'espressione concessa anche ad Arthur quando gli è permesso di presentarsi a processo nei panni del clown) che potrebbe: 1) averci provocato scientemente; 2) aver preso qualche cantonata rintuzzata con l'aiuto di una parte di critica cerebrale e indulgente; 3) aver siglato, volontariamente o meno, uno dei film più intelligenti dell'anno; 4) aver girato una "cagata pazzesca" degna de "La Corazzata Potemkin" di fantozziana memoria. Chi vi scrive oscilla tra l'opzione uno e l'opzione tre, a voi la scelta definitiva.
venerdì 25 gennaio 2019
LITTLE ODESSA
Little Odessa è il film di un regista all'esordio che contiene in nuce gli elementi, gli stilemi e un tipo di narrazione che con maggiore maturità si concretizzeranno nelle opere successive di James Gray, autore a inizio carriera sicuramente non troppo prolifico, da questo film alla realizzazione de I padroni della notte di cui abbiamo parlato qualche giorno fa trascorrono infatti ben tredici anni, riempiti solo dall'opera seconda The Yards: tre film in quasi tre lustri, sicuramente una maturazione artistica ben ponderata. È un esordio questo molto compatto, essenziale, poco spettacolare, all'apparenza povero e stilisticamente retrodatato, un film scandito da un incedere coerente e privo di scene madri, costante nei toni, privo di esplosioni (non solo materiali) di qualsiasi tipo se non quella emozionale scatenata dalle sequenze finali. Little Odessa racconta una storia che si costruisce scena dopo scena, minuto dopo minuto, senza concedere né divagazioni né soprassalti allo spettatore, corre dritta per il suo sentiero, magari brullo e scosceso, per alcuni versi anche deprimente, racconta un mondo, un ambiente ripreso anche nei film successivi di Gray con esiti sicuramente più accattivanti.
Little Odessa è un quartiere del distretto di Brooklyn, città di New York, storicamente associato all'immigrazione di matrice russa. La famiglia Shapira, russi di religione israelita, vive nel quartiere in qualche modo governato dal boss Boris Volkov (Paul Guilfoyle) che con il primogenito di Arkady Shapira (Maximilian Schell) ha più d'un conto in sospeso. Questo figlio degenere, Joshua (Tim Roth), è un sicario a pagamento che proprio a causa dei contrasti con il boss di Little Odessa è in esilio forzato lontano da Brooklyn ormai da diverso tempo. Con l'occasione di un lavoretto da portare a termine proprio nel vecchio quartiere, Joshua torna ai suoi luoghi, non passerà molto tempo prima che qualcuno noti il ritorno del "figliol prodigo" che non ha mai perso un posto di rilievo nel cuore del fratello più giovane, l'ormai adolescente Reuben (Edward Furlong). Tra le strade di Brighton Beach Joshua troverà i suoi vecchi amici, la sua ex fiamma Alla (Moira Kelly), i contrasti con suo padre che per questo figlio prova vergogna e sconforto, l'amore del fratello e una madre malata in fin di vita (Vanessa Redgrave). Troverà anche la vendetta del boss?
Come accadrà anche per I padroni della notte, seppur con dinamiche differenti, sotto i riflettori ci sono i legami familiari, inscindibili ma portatori sempre di dolore e sofferenza. Per Joshua c'è il ricordo di un padre onesto ma violento, che disprezza il figlio e ripone le speranze nel secondogenito, un uomo stanco che accudisce una moglie morente e allo stesso tempo la tradisce con la più bella e giovane amante. Reuben è perso tra la malattia della madre, l'assenza del fratello e il dover nascondere al padre di aver ormai abbandonato la scuola. La madre, come solo le donne sanno fare, è pietosa verso tutti, compreso quel figlio assassino, nonostante il dolore del cancro. L'esistenza degli Shapira a Little Odessa ha il sapore della condanna, in una tragedia dai toni shakespeariani anche l'unica speranza per il futuro rischia di essere stroncata prima ancora di nascere.
Tutto, dalla fotografia alla regia, finanche la recitazione di attori sicuramente di razza come Tim Roth, risulta dimesso, volutamente sottotono, quasi abbruttito, opaco, privo di speranze come lo sono le vite dei protagonisti, avviate su un percorso di disillusione e dolore. Mettendo il film in prospettiva, come inizio di carriera di un regista che guarda molto al Cinema classico americano di un certo tipo, Little Odessa è da considerarsi un buon esordio, film di sicuro valore, ancora grezzo e certamente migliorabile, che però è stato utile per James Gray come affermazione di una strada artistica perseguibile, affermazione confermata dai numerosi premi ricevuti dall'opera prima, su tutti il Leone d'Argento e la Coppa Volpi per la Redgrave al Festival di Venezia. James Gray incarna la speranza di un ricambio generazionale, necessario e prezioso in vista della futura (ahimè inevitabile) dipartita di alcuni vecchi leoni ai quali noi tutti siamo sinceramente legati e che si avviano purtroppo verso un'età quanto meno veneranda. Gente insostituibile alla quale comunque probabilmente farà piacere sapere di avere qualche discepolo degno del loro nome.
giovedì 7 aprile 2022
HAMBURGER HILL: COLLINA 937
(Hamburger Hill di John Irvin, 1987)
Il cinema sulla guerra del Vietnam ha prodotto tantissimo, sia in maniera diretta con i film ambientati in toto o almeno in parte al fronte, sia in modo indiretto occupandosi delle proteste e dello sdegno dell'opinione pubblica dell'epoca (da poco abbiamo parlato di Ciao America! di De Palma per dirne uno). Il problema di Hamburger Hill, film più che dignitoso, è quello di inserirsi all'interno di un gruppo nutrito nel quale spiccano diversi capolavori e numerosi film di livello, venendone schiacciato in maniera quasi inevitabile. Per i più smemorati, ma anche solo per il piacere di farlo, ricordiamo che il film di Irvin è stato preceduto da opere come Un mercoledì da leoni di Milius, Il cacciatore di Cimino, Apocalypse now di Coppola, Rambo e Fratelli nella notte di Kotcheff, Platoon di Stone, Full metal jacket di Kubrick, Good morning Vietnam di Levinson ed è stato poi seguito da De Palma con Vittime di guerra, da Tsui Hark con A better tomorrow III e ancora Stone con Nato il quattro Luglio, dallo splendido e durissimo Bullet in the head di John Woo e chissà da quanti altri ancora. Capite che emergere qua in mezzo diventa veramente dura per tutti, ciò nonostante, soprattutto di questi tempi dove ricordare la brutalità e la mancanza di senso di ogni conflitto armato è doveroso, Hamburger Hill vale la visione per la capacità di Irvin d'indagare i personaggi, quei ragazzi catapultati nella mischia, e tirarne fuori gli aspetti più intimi, nonostante il film si svolga nel mezzo dell'azione e nell'inferno delle giungle del Vietnam (in realtà sono quelle delle Filippine dove è stato girato il film).Episodio storico. 1969, Vietnam del Sud ai confini con il Laos. L'esercito americano sta da tempo tentando di conquistare la valle di A Shau, un nome che per la 101ª divisione aviotrasportata del sergente Franz (Dylan McDermott) fa ancora accapponare la pelle. Sono state diverse le operazioni tenutesi in questa zona, ai veterani della divisione e alle nuove reclute toccherà tornare su quelle alture per tentare di conquistare la vetta 937, posizione strategica e ben difesa dall'esercito nordvietnamita, all'apparenza fondamentale per i capoccia che dirigono le manovre con il sedere bene al caldo. Prima del trasporto nella valle e dell'assalto alla cima i componenti della divisione hanno tempo di conoscersi meglio tra di loro, di scambiarsi le proprie opinioni sulla sporca guerra, di tornare con la mente a casa, alle loro famiglie, alle donne che (forse) li aspettano, nascono poi contrasti e amicizie, si affronta la questione razziale sottoposta con continuità al gruppo dal medico di colore Doc (Cortney B. Vance), supportato da Washburn (Don Cheadle) e da Motown (Michael Boatman), si familiarizza con la popolazione locale, soprattutto con le belle vietnamite che fanno la professione più vecchia del mondo. Poi arriva l'ordine, la missione prende forma e sarà un'insensata macelleria dove molti dei corpi straziati di questi giovanissimi ragazzi rimarranno a terra donando poi alla collina 937 il triste nome di Hamburger Hill.
È un buon film Hamburger Hill, non fa sconti su quanto atroce sia la guerra, è diretto e, seppur molto riflessivo nella prima parte, quando si entra nel vivo dell'azione Irvin non fa sconti: insensatezza degli ordini, disorganizzazione, fuoco amico, strazio dei corpi, tutto l'orrore legato a giovani vite gettate nel cesso per niente, per interessi e decisioni prese da vili burattinai, tutte cose che purtroppo continuiamo a vedere ancora oggi. Un po' retorica, magari anche comprensibile ma poco condivisibile, la tirata sul sacrificio dei soldati, giovani eroi morti per il proprio Paese. A questa visione è ora di dire basta se si vuole pensare a un mondo di pace, che non si può costruire con gli eserciti, con le armi, con gli eroi e con i 2% di Pil. Queste non sono soluzioni, sono vergogne. Molto buona la regia di Irvin che crea un'ottimo rapporto tra camera e luoghi: i paesaggi sono magnifici, l'immersione negli stessi dei membri del cast riesce a donare interesse sia alle riprese dei momenti più pacati, con i tanti dialoghi tra i componenti della squadra, sia a quelle dinamiche dell'attacco alla collina, postazione che nella realtà si rivelò inutile e presto abbandonata dall'esercito americano, dopo che la sua conquista valse la vita di più di settanta soldati e altri quattrocento feriti. Ottima scelta del cast che vanta qualche nome noto ma nessuna star (Cheadle all'epoca non era famoso come oggi), ben giostrate le dinamiche tra i vari caratteri dei numerosi ragazzi in scena, colonna sonora da sottolineare con Otis Redding, The Spencer Davis Group, Percy Sledge, gli Animals e parecchi altri nome di valore. Certo, film miglior sul 'Nam ne abbiamo visti, parecchi anche, ma ciò non toglie meriti a un film che riesce a stare con una sua dignità all'interno di un segmento davvero molto ingombrante.

























