mercoledì 31 dicembre 2025

FIRMA AWARDS 2025 – FILM

Arriviamo (più o meno indenni) anche alla categoria FILM dei Firma Awards 2025, quella che tradizionalmente mi dà più soddisfazioni ma anche più grattacapi, categoria che quest’anno si presenta in una veste leggermente diversa dal solito. Le posizioni infatti scendono a venti, non per pigrizia o disamore verso il cinema contemporaneo, semplicemente perché nel corso dell’anno, per questioni di studio, mi sono ritrovato a dedicare gran parte del mio tempo di visione ai grandi classici, cosa che mi ha portato inevitabilmente a ridurre il numero di titoli “moderni” finiti sotto la lente. Il risultato è quindi una classifica un filo meno corposa e forse meno sorprendente rispetto al passato, ma non per questo priva di titoli degni di nota.

Come ormai sapete anche senza bisogno di ripeterlo (ma lo ripeto lo stesso, vedi mai il lettore dell'ultimo minuto...), non si parla esclusivamente di film usciti nel corso di quest'ultimo anno solare: qui rientra tutto ciò che si è visto per la prima volta negli ultimi mesi e che è stato prodotto negli ultimi vent'anni (così, per convenzione mia, non c'è un vero motivo per cui io debba fare così, è un capriccio, una scusa in modo che chi ama o solo i film vecchi o solamente quelli più nuovi si possa orientare). Anche quest’anno la selezione è avvenuta partendo da un numero più corposo di opere rispetto a quelle citate in questa sede, il che significa che parecchi titoli resteranno fuori dalla porta. È una crudeltà necessaria, una selezione naturale, chiamatela come volete: le classifiche funzionano così, purtroppo la vita non è mai stata tenera con nessuno. Ad ogni modo devo ammettere che, per quel che riguarda i film più recenti, ai quali, ripeto, ho dovuto dedicare molto (ma molto) meno tempo del solito, è mancata la folgorazione, quel film che mi ha fatto innamorare senza riserve né ripensamenti. Ci sono state buone visioni, alcune anche ottime, ma in anni passati era andata decisamente meglio. Qualità media un filo più bassa del solito quindi.

Come sempre prendete le posizioni con la dovuta leggerezza: l’ordine è frutto di sensazioni, gusti personali, momenti e umori variabili, non di verità scolpite nella pietra. Se il vostro film preferito è qualche posto più in basso di quanto avreste voluto, respirate, contate fino a dieci e ricordate che stiamo parlando di consigli di visione, non di sentenze definitive. Commentate, discutete, dissentite pure qui o sui social, e soprattutto godetevi il percorso. 

Detto questo, si parte dalla ventesima posizione della categoria FILM.


Ventesimo classificato:
Jesus rolls - Quintana è tornato! di John Turturro (2019)
Non si capisce bene in che direzione si muova Turturro con il suo Jesus rolls, sicuramente (e forse per lui è anche un bene) non nella stessa de Il grande Lebowski, film in cui il personaggio di Jesus è nato. Forse si gira un poco a vuoto, eppure... eppure qualcosa c'è, è lì, bisogna solo saperla afferrare. E poi, lo sapete, non se escherza con Jesus!



Diciannovesimo classificato:
Quo vadis Aida? di Jasmila Žbanić (2020)
Il racconto dell'eccidio di Srebrenica e della parte di colpe che ebbe il contingente dei caschi blu dell'ONU in questo atroce massacro. Girato in maniera didascalica dalla regista bosniaca, non di meno Quo vadis Aida? rimane una testimonianza riuscita e angosciante di un episodio di Storia recente da non dimenticare.



Diciottesimo classificato:
Thunderbolts* di Jake Schreier (2025)
I Marvel Studios tornano finalmente a sfornare un buon film, nulla di indimenticabile ma almeno un tassello godibile e divertente di un Marvel Cinematic Universe ultimamente un poco stanco. Una menzione di incoraggiamento!



Diciassettesimo classificato:
Elemental di Peter Sohn (2023)
In rappresentanza di diversi buoni titoli visti quest'anno di casa Disney e Pixar citiamo i mondi di Elemental basati, come dice il titolo, sui quattro elementi e sull'incontro tra diversi. Non male però nemmeno Zootropolis 2, Strange World - Un mondo misterioso ed Elio.



Sedicesimo classificato:
Megalopolis di Francis Ford Coppola (2024)
Opera monumentale (per investimento) che si è rivelata uno dei più grandi flop della storia del cinema procurando al regista (anche produttore) un tracollo economico non da poco. Megalopolis, film altamente imperfetto, è però anche un sogno, il sogno, di un grande regista che al cinema ha dato tanto. Da rispettare comunque.



Quindicesimo classificato:
La stanza accanto di Pedro Almodóvar (2024)
Film funereo con sprazzi di vitalità per un Almodóvar newyorkese che affronta i temi di malattia e morte imminente, anticipata e inevitabile, attraverso il rapporto tra due donne interpretate da due splendide attrici.



Quattordicesimo classificato:
Berlinguer - La grande ambizione di Andrea Segre (2024)
Andrea Segre gira quello che non è solamente un biopic sulla figura di Enrico Berlinguer ma ritrae uno spaccato (nostalgico) di un tempo in cui la politica era ancora partecipazione, una "cosa pubblica" che riusciva a smuovere gente, animi, entusiasmi.



Tredicesimo classificato:
C'è ancora domani di Paola Cortellesi (2023)
Pur suscitando un clamore spropositato, spinto dalle istanze del contesto storico contingente, quello della Cortellesi alla regia è un ottimo esordio che si avvale anche di una gestione delle aspettative e del finale di racconto non scontate, e non è poco.



Dodicesimo classificato:
Here di Robert Zemeckis (2024)
Zemeckis continua a sperimentare e a provare nuove vie per spostare l'asticella del "mezzo" cinema. Qui si gioca con spazio e tempo e con la molteplicità delle inquadrature, con le potenzialità dell'I.A., e con le tecnologie possibili ma, in fondo, ciò che rimane sono sempre le emozioni.



Undicesimo classificato:
Challengers di Luca Guadagnino (2024)
Un film sul tennis che non è un film sul tennis; un'ottima regia di Guadagnino nelle scene agonistiche e una colonna sonora che detta il ritmo di Trent Reznor e Atticus Ross, e potrebbe già bastare così...



Decimo classificato:
Our body di Claire Simon (2023)
Prezioso documentario della Simon, che si mette in gioco in prima persona, che esplora patologie e bisogni del corpo (e del mondo) femminile, utile viatico, soprattutto per gli uomini, per capire meglio le necessità e le difficoltà dell'altra metà del nostro cielo.



Nono classificato:
Sotto le foglie di François Ozon (2024)
Una sorta di "giallo" familiare, di campagna, per il quale Ozon gioca con il dubbio, con l'incerto, con il non risolto, sia nei fatti, sia nelle intenzioni, in un film sui legami, sulla famiglia, sull'amore.



Ottavo classificato:
Memoria di Apichatpong Weerasethakul (2021)
È una sensibilità altra quella del regista thailandese Apichatpong Weerasethakul, una sensibilità alla quale è necessario connettersi per poter apprezzare i suoi film. Se si riesce a farlo il viaggio sarà quantomeno interessante...



Settimo classificato:
Generazione romantica di Jia Zhangke (2025)
Opera girata nell'arco di vent'anni che è una vera e propria summa del lavoro del regista cinese. Sarebbe anche un capo d'opera, richiede però una conoscenza pregressa di ciò che Jia Zhangke ha girato nel corso degli anni. In caso, recupero consigliatissimo!



Sesto classificato:
Fuori di Mario Martone (2025)
Attraverso un cast tutto al femminile Mario Martone racconta, con approccio ondivago, sregolato, un tratto di vita della scrittrice siciliana Goliarda Sapienza, autrice de L'arte della gioia. Il carcere, le amicizie maturate "dentro", vere, vive, e poi il "fuori", duro, artefatto, meno sincero...



Quinto classificato:
Gasoline rainbow dei Ross Brothers (2023)
Arrivano dal documentario Bill Ross IV e Turner Ross e con questo loro primo lungo di finzione ci presentano un road movie della Gen Z vitale e spontaneo. Gasoline rainbow ci riporta tutti a quell'età in cui tutte le possibilità sembrano ancora aperte lì davanti, nel futuro. Un sogno per i giovani, un film probabilmente amaro per molti adulti. 



Quarto classificato:
Giurato numero 2 di Clint Eastwood (2024)
Altro film "morale" di Eastwood che ci mette di fronte ai dilemmi etici di un uomo chiamato a far parte di una giuria e col forte sospetto di star per condannare un innocente. Giustizia, superficialità nel giudizio, convenienze personali, il passato che non ci si riesce a scrollare dalle spalle, tutti temi importanti da un Grande Vecchio del cinema classico.



Terzo classificato:
Parthenope di Paolo Sorrentino (2024)
Un film sulla vita e sulla bellezza, quella della splendida Celeste Dalla Porta e quella di Napoli (d'altronde il titolo parla). Non è sempre facile capire dove si stia dirigendo Paolo Sorrentino, ma in fondo è davvero così fondamentale saperlo finché lo fa con immagini come queste?



Secondo classificato:
Aragoste a Manhattan di Alonso Ruizpalacio (2024)
Film politico sulla disuguaglianza sociale nel sistema del capitale retto dallo sfruttamento dei sottopagati. In una cucina multietnica sogni e difficoltà si alternano al privato di alcuni dei protagonisti. Bellissima sorpresa diretta con mano decisa (e in uno splendido bianco e nero) dal messicano Ruizpalacio.



Primo classificato:
No other land di Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal (2024)
Vincitore morale. Premiato come miglior documentario alla Notte degli Oscar, No other land magari non sarà il film migliore di tutti ma è di certo il più giusto, per non dimenticare che laggiù ancora si muore.

lunedì 29 dicembre 2025

SCARFACE – LO SFREGIATO

(Scarface di Howard Hawks, 1932)

Negli anni Trenta il cinema di Hollywood era ormai una vera e propria industria; il sistema degli Studios, quello che in America era chiamato lo Studio System, era già ben definito e, seppur articolato tra diverse case di produzione, non lasciava grande spazio né ai nuovi ingressi nel mercato né a una vera e propria concorrenza. Il sistema era infatti studiato affinché ci fosse una fetta di torta per tutti quelli che erano allora i partecipanti alla festa, ovvero le cinque Majors (Paramount, MGM, Fox, Warner Bros e R.K.O.), le tre Minors (Universal, Columbia e United Artists) e alcune case cinematografiche indipendenti. Questi studios, in larga parte per evitare l’avvento di una censura federale ma anche per migliorare ancora la reputazione di un’arte cinematografica tutto sommato ancora giovane, si riunirono nella MPPDA (Motion Pictures Producers and Distributors Association) e vararono una sorta di codice di autocensura, il famoso Codice Hays, per evitare grane più grosse provenienti dall’esterno. Quando nei primi anni ’30 vengono a definirsi i codici del genere dedicato ai film di gangster, sarà proprio lo Scarface di Howard Hawks, insieme a Nemico pubblico di William Wellman e al Piccolo Cesare di Mervin LeRoy, a mettere in crisi la commissione del Codice Hays. Questo imponeva infatti di evitare l’estrema violenza e situazioni sessualmente ambigue, elementi entrambi presenti nel film di Hawks che venne bloccato per diverso tempo e modificato al fine di renderlo più presentabile per il grande pubblico: il timore maggiore della commissione era legato alla potenziale glorificazione di una figura criminale come quella dello “sfregiato” protagonista del film.

In una Chicago dove il crimine organizzato si contende il territorio cittadino (siamo nell’epoca del proibizionismo), Tony Camonte (Paul Muni) è il killer di punta del boss in espansione Johnny Lovo (Osgood Perkins). Insieme al suo sodale e braccio destro Gino Rinaldo (George Raft), Tony inizia un repulisti tra gli oppositori di Lovo, cominciando con togliere di mezzo il boss Big Louis (Harry J. Vejar). Con il passare dei giorni e l’aumentare degli introiti Tony diventa sempre più intraprendente; inizia così a lanciarsi in imprese sempre più pericolose andando contro anche ai voleri del suo capo Johnny Lovo e muovendo equilibri delicati che porteranno a una vera e propria guerra tra bande. Inoltre Tony è anche un fratello molto possessivo nei confronti della sorella Cesca (Ann Dvorak) che ama di un amore un poco ambiguo; quando questa si innamorerà di Gino, suo fratello perderà la testa ritrovandosi solo contro tutti, nemici, amici e forze dell’ordine nella persona dell’ispettore Ben Guarino (C. Henry Gordon). Sarà proprio Cesca a rimanergli vicino in un finale tragico che chiuderà i giochi una volta per tutte.

Howard Hawks apre il suo Scarface con un piano-sequenza di circa tre minuti e mezzo lungo il quale ci mostra già alcuni degli elementi che andranno a caratterizzare l’intero film. Intanto viene presentato con un ingresso in ombra un protagonista che è un freddo assassino: arriva fischiettando un motivetto, nessuna esitazione, tre pistolettate senza troppi complimenti e il gioco è fatto; un assassinio anticipato dal ritornante segno della X (o della croce) che contraddistinguerà i momenti delittuosi all’interno del film. Sono diversi gli accorgimenti di regia che Hawks adotterà lungo il dipanarsi della vicenda (le pagine del calendario che scorrono in sovrimpressione a un mitragliatore che spara senza sosta), ma ciò che rende Scarface così interessante è la costruzione di un ritmo vertiginoso fino ad allora poco visto al cinema. Hawks, unendo questo elemento a una perizia nell’uso del montaggio analitico che tende a dare fluida continuità alla vicenda narrata, immerge lo spettatore in un film che risulta altamente spettacolare e coinvolgente, e forse proprio per questo si attirerà gli strali della commissione Hays che vede nella pellicola un inno alla criminalità. Paul Muni riesce a infondere grandissimo fascino in questo protagonista sfregiato, dal ghigno sadico, incurante del valore della vita e con un rapporto un po’ troppo ambiguo nei confronti della sorella (sembra che almeno una sequenza tra i due venne tagliata); è il simbolo dell’avvento di un tipo di eroe negativo non troppo usuale nel cinema americano e che sul finale, accettatane la sua esistenza, deve inevitabilmente essere punito (il crimine non paga!). Non mancano elementi distensivi, come gli scambi umoristici tra Tony e il suo “secretario” Angelo (Vince Barnett), a ogni modo la delicatezza della materia richiese a Hawks di girare diversi finali per attenuare le ire della commissione. In barba a tutte le difficoltà, Scarface è riuscito comunque a ritagliarsi un posto d’onore tra gli imperdibili del gangster-movie.

domenica 28 dicembre 2025

FIRMA AWARDS 2025 – FILM CLASSICI

Dopo essermi perso in riflessioni più o meno sensate e aver messo nero su bianco la classifica delle letture di quest'anno, è finalmente arrivato il momento di affrontare una delle categorie a me più care, quella che per comodità (e per puro spirito di contraddizione) continuo a chiamare FILM CLASSICI. Come da tradizione, anche quest’anno è bene chiarire subito un punto fondamentale: la definizione di “classico” utilizzata qui dentro non ha molto a che fare con quella comunemente accettata dal resto dell’umanità. O meglio, ne ha una parentela molto lontana.

Quando un film diventa un classico? Quando entra nei manuali? Quando smette di essere discusso e inizia a essere venerato? O magari quando lo trasmettono il pomeriggio in tv e tu lo guardi comunque fino alla fine? Non ne ho la più pallida idea, e probabilmente nemmeno mi interessa troppo averla. Ai fini dei Firma Awards, infatti, la nozione di “film classico” resta una convenzione puramente numerica, arbitraria e comodissima, che mi permette di fare ordine nel caos delle visioni annuali.

Dal momento che queste classifiche non si limitano mai alle sole uscite dell’anno in corso, ho deciso anche stavolta di dividere il grande calderone dei film in due tronconi distinti, così da dare un po’ più di spazio e dignità a opere molto diverse tra loro. La regola è semplice e immutabile: nella categoria FILM CLASSICI finiscono tutti i film visti nel corso del 2025 che abbiano più di vent’anni sulle spalle (quindi dai fratelli Lumière fino al 2005 compreso); tutto ciò che è stato prodotto dal 2006 in avanti troverà invece posto nella classifica dedicata ai FILM “moderni”, classifica che pubblicherò nei prossimi giorni.

Come sempre, queste classifiche vanno prese con le dovute precauzioni del caso, quest'anno più che in passato. La selezione, anche visti i miei recenti studi, è di quelle davvero da urlo. Le posizioni non sono frutto di un algoritmo infallibile, ma di una miscela piuttosto instabile di gusto personale, sensibilità cinefila, ripensamenti successivi e tempo trascorso dalla visione. Per questo motivo non è raro che l’ordine finale non coincida perfettamente con i voti assegnati a caldo su Loudd: alcuni film crescono col tempo, altri si sgonfiano, altri ancora resistono stoicamente al passare dei mesi.

Quest’anno la classifica sarà composta da dieci titoli, più una menzione speciale dedicata a un rewatch particolarmente significativo. Uno di quei film che, indipendentemente da quante volte tu l’abbia già visto, riesce sempre a colpire nel segno, a riattivare qualcosa, a ricordarti perché il cinema può essere una cosa meravigliosa. E per il 2025, la menzione speciale è andata a…


Menzione speciale, laurea ad honorem, cittadinanza di Firmalandia a:
Fuoco cammina con me di David Lynch (1992)
Nell'anno della morte di questo magnifico autore al quale non smetteremo MAI di volere bene è impensabile non tributargli il giusto omaggio, non poteva esserci nessun altro a occupare questo posto d'onore.



Decimo classificato:
Rapacità di Erich von Stroheim (1924)
Uno di quei film considerati maledetti, la cui versione primigenia, quella desiderata dal suo autore, è andata irrimediabilmente persa; si vocifera di un girato che lambiva le dieci ore per un film rivoluzionario per la sua spinta naturalistica e per la sua durezza (in rapporto ai tempi, of course). Magari, prima o poi, ciò che è perduto salterà di nuovo fuori...



Nono classificato:
2046 di Wong Kar-wai (2004)
A tratti disorientante, ma chi ha amato quel capolavoro che è stato, ed è ancora, In the mood for love, non può esimersi dall'immergersi nel mondo di questo 2046, sorta di costola di quello che a oggi è il miglior film del maestro Wong Kar-wai.



Ottavo classificato:
La passione di Giovanna d'Arco di Carl Theodor Dreyer (1928)
Tra i capolavori del cinema muto (come Rapacità e altri che seguiranno), l'opera di Dreyer è tra le prime ad avere un respiro realmente internazionale, un melting-pot di stili che abbracciano la recitazione sempre in primo piano di una Falconetti non facile da dimenticare.



Settimo classificato:
La storia di una donna che potrebbe essere la storia di due donne, la storia di un (grandissimo) amore che potrebbe essere la storia di due amori, prende (prendono) vita grazie alla magnifica presenza della splendida attrice cinese Zhou Xun, una piccola poesia lungo le sponde dello Suzhou river.



Sesto classificato:
Tarda primavera di Yasujirō Ozu (1949)
Una delle opere migliori del maestro giapponese in rappresentanza della magnifica retrospettiva che il Fuori Orario della RAI gli ha dedicato quest'anno. Fondamentale compendio della società nipponica di quegli anni con un Giappone che muove verso l'apertura alla modernità e all'occidentalizzazione dei consumi. Imperdibile.



Quinto classificato:
Nosferatu il vampiro di Friedrich Wilhelm Murnau (1922)
Uno dei massimi capolavori dell'espressionismo tedesco, uso magistrale (e inquietante) delle ombre e del chiaroscuro per uno dei primissimi horror della storia del cinema. La figura del vampiro come un "male naturale", nato in un contesto (tedesco) di grande difficoltà, metafora dei tempi e occasione per Murnau di sviluppare un utilizzo del "mezzo cinema" che si studia ancora oggi.



Quarto classificato:
M - Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang (1931)
Siamo agli albori dell'epoca del sonoro e Fritz Lang si staglia già nell'Olimpo dei pionieri della nuova tecnica: uso superbo del sonoro fuoricampo che qui diventa elemento essenziale anche nello sviluppo della trama, il tutto con un "cinema parlato" che muoveva davvero i primi passi. Genio.



Terzo classificato:
L'infernale Quinlan di Orson Welles (1958)
Sono passati diversi anni dall'uscita di Quarto potere, considerato uno dei migliori film della storia del cinema un po' da tutti, e Welles si dimostra ancora un gigante, sia dietro che davanti la macchina da presa. Piano sequenza iniziale da urlo, inquadrature distorte e deformanti, una presenza scenica claustrofobica per uno dei migliori noir di sempre. Chapeau!



Secondo classificato:
Nascita di una Nazione di David Wark Griffith (1915)
Razzista quanto volete (e lo è, senza dubbio) ma capolavoro senza se e senza ma. Griffith riesce a inventare una concezione di cinema narrativo valida ancora oggi. Ovviamente non tutto nasce dal nulla ma nessuno prima aveva mai lavorato come lui, un insieme di tecniche e innovazioni per le quali qui non c'è neanche lo spazio sufficiente per elencarle. Un Maestro, razzista, ma pur sempre un Maestro.



Primo classificato:
Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene (1920)
Il vero capolavoro dell'espressionismo tedesco (a parer mio ovviamente), anche più del Nosferatu di Murnau; un lavoro incredibile sulle scenografie tutte costruite per richiamare la pittura espressionista, personaggi inquietanti e caricati, un uso del doppio costante e all'epoca sicuramente spiazzante e sconvolgente (certo, oggi siamo abituati a tutto), contestualizzato nei suoi anni, Caligari è una sequela di colpi di genio. Imperdibile.




Come avrete potuto intuire, annata ricchissima di film classici, e sono rimasti fuori pezzi da novanta in quanto ho voluto premiare anche cose un poco più recenti e meno ostiche, altrimenti avrei potuto inserire cose come Ottobre di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (oggi un po' duro da digerire), o Il trionfo della volontà della Riefenstahl, due ore di propaganda nazista ma cinematograficamente ineccepibili. Insomma, tantissima roba, non fatevi fermare dal timore "del vecchio", andando indietro nel tempo è possibile scovare una mole di capi d'opera davvero impressionante. A breve per i FILM un poco più moderni.

sabato 27 dicembre 2025

FIRMA AWARDS 2025 - LIBRI

Come ogni fine anno che si rispetti, eccoci arrivati a quel momento in cui il calendario decide per noi che è tempo di rallentare, guardarci alle spalle e fare un minimo di ordine mentale. Il 2026 incombe, l’anno si accartoccia su sé stesso e, quasi senza accorgercene, scatta la tentazione di tirare una riga e vedere cosa c’è rimasto sopra e cosa sotto.

Questo rito collettivo assume forme diverse: c’è chi si dedica a bilanci esistenziali più o meno attendibili, chi prova a convincersi che dal primo gennaio tutto seguirà traiettorie più virtuose e chi, molto più semplicemente, preferisce mettere ordine nei propri ricordi culturali. Ed è proprio qui che entrano in gioco le immancabili classifiche di fine anno: il meglio di questo, il meglio di quello, album, film, serie, libri, fumetti e qualsiasi altra cosa sia passata sotto i nostri occhi negli ultimi dodici mesi.

Ma, ormai lo sapete, la mia storia è differente! Quella che trovate qui non è una classifica nel senso classico del termine. Non è un resoconto puntuale delle uscite del 2025, né tantomeno pretende di esserlo. Per quello esistono già diverse guide sparse in rete, potete tranquillamente andare là fuori a cercarvele. Questo spazio è invece un taccuino personale, un elenco di cose che mi hanno accompagnato, divertito o sorpreso quest'anno, senza particolare attenzione alla loro data di uscita. Vecchio, nuovo, recente, antico: se ha funzionato per me. allora merita di essere citato e, probabilmente, funzionerà anche per voi.

L’idea, insomma, è più quella del recupero consapevole che dell’aggiornamento compulsivo. Si pesca liberamente (a cazzo?), si mescolano epoche e formati e ci si concede il lusso di parlare di ciò che più ci piace, punto. Con leggerezza, senza pretese e con una buona dose di autoindulgenza.

Si parte quindi dai LIBRI: sette titoli che coprono un arco temporale piuttosto ampio. Nessuna graduatoria rigida, nessuna ansia da prestazione. Solo consigli, ricordi e un po’ di sano (?) entusiasmo. Cominciamo?


Settimo classificato:
Una stella di nome Henry di Roddy Doyle (1999)
Un Roddy Doyle più denso, più "epico" e meno ironico del solito ci racconta un pezzo di Storia della sua Irlanda, primo tassello di una trilogia che si completerà negli anni successivi. Un Doyle che sente il peso della Storia, meno leggero e più impegnato del consueto, toccato anche da una punta di disillusione nei confronti di uno dei più importanti movimenti rivoluzionari dell'Europa recente.



Sesto classificato:
Il mondo nuovo/Ritorno al mondo nuovo di Aldous Huxley (1932/1958)
Distopia fantascientifica di Huxley capace di anticipare teorie ancor oggi moderne e immaginare futuri che, al contrario, non si sono mai realizzati. Un'opera di grande interesse ulteriormente impreziosita dal saggio Ritorno al mondo nuovo, scritto circa una trentina d'anni dopo alla luce delle scoperte scientifiche maturate durante il gap temporale intercorso tra i due scritti.


Quinto classificato:
The great when - Il grande quando di Alan Moore (2024)
Il bardo di Northampton si sposta dalla sua città natale alla capitale del Regno e ci presenta non una ma ben due Londra, una più interessante dell'altra: quella bombardata dai tedeschi nel secondo dopoguerra e la Long London, quella nascosta, misteriosa, pericolosa, magica! Pur mantenendo la solita prosa ricca ed elegante, The great when è una delle opere di Moore più abbordabili anche per il pubblico non "abituato" alla non sempre facile penna dell'autore inglese.


Quarto classificato:
La locanda dei gatti e dei ricordi di Yuta Takahashi (2020)
Il giapponese Yuta Takahashi cesella il dolore della perdita con una delicatezza tutta orientale capace di essere insieme consolazione e ricordo; lo fa con un'attenzione particolare ai gesti minimi, soprattutto per quelli legati alla preparazione del cibo, elemento centrale in tanta narrazione giapponese. La locanda dei gatti e dei ricordi è un libro perfetto per "sentirsi meglio".



Terzo classificato:
Cinema speculation di Quentin Tarantino (2022)
Il piccolo "Quinto" è un grandissimo intrattenitore, non solo al cinema ma anche tra le pagine di questo libro sul suo cinema, quello amato da lui. Un racconto personale d'infanzia e formazione artistica come non lo troverete da nessun'altra parte. Forse Tarantino potrebbe non essere il professore più ortodosso per spiegare la materia, ma di certo sarebbe uno di quelli più adatti per farvici appassionare!



Secondo classificato:
Ologramma per il re di Dave Eggers (2012)
Attraverso una crisi personale, Dave Eggers tratteggia la crisi del moderno sistema del capitale, in particolare di quello statunitense, fatto di delocalizzazioni, esuberi e perdita di competenze e capacità industriali. Romanzo appassionante calato in un'atmosfera di stasi rarefatta.



Primo classificato:
Pastorale americana di Philip Roth (1997)
Uno dei capolavori di Roth. Nathan Zuckerman, alter ego dello scrittore, è qui voce narrante per riflettere sulle facciate della famiglia (di origini ebraiche) e della società americana, dietro le quali si celano inquietudini e infelicità represse, ricacciate dietro la classica "mano di bianco" a uso e consumo di amici, vicini e conoscenti. Densissimo, sentito, imperdibile.




E per la categoria LIBRI è più o meno tutto, ci sentiamo a breve (?) per quel che riguarda i FILM CLASSICI.

giovedì 25 dicembre 2025

M – IL MOSTRO DI DÜSSELDORF

(M – Eine Stadt sucht einen Mörder, di Fritz Lang 1931)

Da diverse settimane, come avranno notato i lettori più attenti, abbiamo iniziato un viaggio all’interno della Storia del cinema rispolverando pellicole che, per un motivo o per l’altro, hanno lasciato un segno indelebile nel percorso che la Settima arte, anno dopo anno, ha tracciato per arrivare fino ai giorni nostri. Tra gli ultimi anni dei Venti del secolo scorso e i primi anni Trenta dello stesso, avviene in maniera graduale ma abbastanza rapida il passaggio dal cinema muto a quello sonoro, innovazione rivoluzionaria per un’arte giovane nata poco più di una trentina d’anni prima. I primi tentativi di registrare il suono direttamente su pellicola, in modo da garantire una perfetta sincronia tra le tracce audio e video, vengono effettuati già nella prima metà degli anni Venti, grazie al sistema Phonofilm di Lee De Forest che ebbe però poco successo a causa della volontà d’indipendenza del suo creatore. Negli anni successivi i sistemi della Western Electric (Vitaphone), con audio registrato su disco che comportava maggiori problemi di sincronizzazione, e quello Movietone adottato dalla Fox (traccia audio su pellicola), permisero una più ampia diffusione dei film sonori, che già a partire dal 1932, tranne rare eccezioni, sostituirono in pratica il cinema muto che andò gradualmente a scomparire. È in questo contesto che Fritz Lang realizza il suo primo film sonoro, una pellicola che proprio per l’uso magistrale della nuova tecnologia viene consegnata alla Storia del cinema da un regista che lavora molto bene anche con la gestione della tensione e con lo scavo psicologico del suo protagonista principale. La storia si ispira ai delitti avvenuti nella città di Düsseldorf; in realtà il film è ambientato a Berlino ed è solo la traduzione italiana del titolo che allude alla città di Düsseldorf, non presente nella versione originale.

Tra le strade di Berlino si aggira un assassino (Peter Lorre) che prende di mira giovani bambine, abusando di loro e uccidendole. Quando giunge l’ora dell’uscita da scuola delle fanciulle, la signora Beckmann (Ellen Widmann) attende con un poco di ansia il ritorno a casa della piccola Elsie (Inge Landgut). Purtroppo questa si imbatte proprio nel mostro, il quale, con le lusinghe di un regalo, di un palloncino, riesce a guadagnarsi la fiducia della bambina che ovviamente non farà più ritorno a casa. Di fronte all’ennesima tragedia l’opinione pubblica mette in croce le forze di polizia che, sotto una grande pressione, mettono a soqquadro il mondo della malavita per ottenere indizi e informazioni sull’assassino. Infastiditi e danneggiati dalle continue ingerenze della polizia, gli esponenti della malavita si coalizzano per mettere per primi le mani sul mostro, in modo da poter riprendere le loro attività illegali senza il continuo fiato sul collo di commissari e agenti di polizia. Saranno proprio loro a dar vita a una sorta di processo sommario nei confronti di Hans Beckert, l’uomo che verrà identificato come M – Il mostro.

Sono diversi gli aspetti per cui M – Il mostro di Düsseldorf ha lasciato il segno nella Storia del cinema, il più significativo dei quali è proprio il geniale uso del sonoro agli albori di questa nuova tecnologia. Il sonoro è nato veramente da pochissimo, e Fritz Lang riesce a usarlo come chiave di volta all’interno di un film che presenta anche alcuni elementi del thriller. È proprio grazie a un motivetto fischiato dal protagonista che l’assassino verrà riconosciuto da un venditore di palloncini cieco (altro tocco di genio). Altro segno di stile fondamentale è l’uso del suono nel fuoricampo; con i rumori, gli effetti sonori, Lang anticipa ciò che sta per succedere in scena (i rumori del traffico, la filastrocca cantata dalle bambine), cose che oggi possono sembrarci scontate, ma che all’epoca erano chiara dimostrazione di un autore moderno capace di avvalersi al meglio delle novità che gli offrivano le nuove tecnologie. Passando dal suono all’immagine, Lang attinge soluzioni visive dall’espressionismo tedesco (l’ombra per la prima apparizione di M, inquadrature dal basso) unendo così la potenza visiva del cinema muto alle potenzialità del sonoro. Ricorre inoltre all’utilizzo del simbolismo con la sequenza della palla abbandonata in un campo (la bimba non c’è più), con il palloncino che vola via (Elsie è volata in cielo), la faccia del mostro incorniciata dalle lame nella vetrina del negozio. Dal punto di vista dei contenuti c’è un’interessante giustapposizione tra polizia e criminali che porta a una riflessione sulla relatività della giustizia, rafforzata dalle reazioni impulsive del popolo della strada in cerca di un facile colpevole. Non da ultimo, infine, l’approfondimento sulle motivazioni del mostro esplicitate dalla “tirata teatrale” di un ottimo Peter Lorre sul finale. Come è facile capire, sono quindi molti i motivi per cui, giustamente, M – Il mostro di Düsseldorf è considerato tra le tappe fondamentali del dipanarsi della Storia della settima arte.

domenica 14 dicembre 2025

LA PASSIONE DI GIOVANNA D’ARCO

(La passion de Jean D’Arc di Carl Theodor Dreyer, 1928)

Nel momento in cui arriva a dirigere La passione di Giovanna d’Arco, il regista danese Carl Theodor Dreyer ha già alle spalle poco meno di una decina di film all’attivo. Prodotto dalla francese Société Generale de Films, La passione di Giovanna d’Arco è una produzione internazionale in più di un senso: capitali francesi, regista danese, scenografo tedesco (Hermann Warm già artefice delle scenografie de Il gabinetto del Dottor Caligari), direttore della fotografia ungherese, ma soprattutto un’idea di messa in scena che va oltre gli stilemi nazionali dell’epoca (espressionismo tedesco, impressionismo francese, scuola del montaggio russo) per aderire a quello che nei tardi anni Venti dello scorso secolo viene definito “stile internazionale”, una sorta di contaminazione tra le avanguardie storiche provenienti dai vari Paesi sopra citati. La capacità di spesa della SGF è alta (andrà in crisi poco dopo per vicende legate al Napoleone di Abel Gance); per girare il film di Dreyer viene ricostruito un set che riproduce fedelmente molte parti del castello di Rouen dove si svolsero processo e rogo di Giovanna d’Arco. Un lavoro mastodontico che servirà solamente agli attori, calati in un contesto credibile e quindi portati a una maggiore immedesimazione all’interno di un set ricostruito con minuzia che il pubblico su schermo non vedrà praticamente mai. Carl Theodor Dreyer decide infatti di girare il film facendo ampio uso di riprese strettissime sui volti, primi piani iperrealistici sostenuti dall’uso delle pellicole pancromatiche che garantiscono un’ottima definizione e permettono di cogliere ogni sfumatura dei volti e delle interpretazioni degli attori senza che questi si dovessero sottoporre a lunghe sessioni di trucco. Del castello si vedono alcune stanze, muri, pavimenti, lasciando fuori campo tutto ciò che può essere stato l’impianto spettacolare costruito da Warm per il film. La struttura narrativa si basa sugli atti processuali della vicenda mettendo al centro del racconto il lato umano, il sopruso nei confronti di una ragazza giovanissima tiranneggiata e umiliata da uomini adulti, spietati e poco illuminati, ansiosi di perpetrare le peggiori nefandezze nel nome del Signore e della Chiesa.

Tutto ciò che riguarda la guerra tra Francia e Inghilterra, la missione di Giovanna d’Arco (Renée Falconetti), le visioni di San Michele Arcangelo, il campo di battaglia, viene lasciato da Dreyer fuori dalla sua narrazione. Il film è incentrato sul processo della pulzella d’Orleans dal momento in cui viene portata di fronte al vescovo di Beauvais Pierre Cauchon (Eugène Silvain) fino alla sua condanna al rogo tra lo sdegno dei paesani che invano tentano di salvarla e di impedire l’attuazione della decisione presa dal clero. Le varie fasi della storia vedono Giovanna sottoposta ad interrogatorio, minacciata, portata alla camera delle torture dove perderà i sensi. Umiliata nella negazione dell’eucaristia, Giovanna cede all’abiura, abiura subito ritrattata dopo il pentimento e il taglio dei capelli, una decisione che la fa condannare a morte senza possibilità di appello e che la porterà verso il tragico epilogo del rogo finale.

Considerato uno dei capolavori del cinema muto, La passione di Giovanna d’Arco affastella diversi segnali di stile che non per nulla sono rimasti a imperitura memoria anche nei manuali di storia del cinema. Innanzitutto paga la scelta di lavorare sui primissimi piani, soluzione per l’epoca innovativa, ancor più felice se si pensa all’interpretazione intensa di una Renée Falconetti protagonista assoluta che accetterà anche un ignobile taglio di capelli pur di contribuire alla riuscita di un film che valorizza grazie a una gamma espressiva di assoluto valore. A corredo anche un parterre di volti crudeli e truci degli ecclesiastici ai quali fa da contrappunto il solo volto del confessore gentile interpretato da Antonin Artaud, colui che formulò il manifesto del “Teatro della crudeltà”. Dreyer ricorre anche a stilemi propri dell’espressionismo tedesco che si intravedono in alcune costruzioni scenografiche, così come alla fascinazione per le macchine dei russi, ben esemplificata nella sequenza durante la quale vengono mostrati i vari strumenti di tortura che porteranno la giovane alla perdita dei sensi. La sofferenza e l’ingiustizia emergono senza bisogno di troppo contesto, in un film senza parole i volti riescono a parlare in maniera chiara e forte, merito di un regista capace di dirigere attori, ottimi, in modo da veicolare attraverso loro e verso gli spettatori un’ampia gamma di sentimenti che hanno consegnato questo film all’elenco degli indimenticabili.

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