venerdì 3 febbraio 2017

GARAGE

(di Lenny Abrahamson, 2007)

Nell'Irlanda messa in scena da Lenny Abrahamson non ci sono solo lo splendido verde delle campagne, di un'intensità che solo in Irlanda sembra poter raggiungere, e il blu del cielo attraversato da bianche nuvole in costante movimento, non ci sono solo scorci da cartolina; fa qui capolino anche il grigiore della periferia (letterale e metaforico), ci sono i toni plumbei e i colori del fango. È un'Irlanda vera questa, un po' distante dai puntini rossi in evidenza sulle carte turistiche e dalle principali vie di circolazione. Il paesino in cui è ambientata la storia è un po' una Radiator Spring europea, una cittadina che sembra tagliata fuori da tutto ciò che conta, un posto dove non accade nulla e nel quale sembra che nulla possa mai accadere.

In una piccola e squallida stazione di servizio, dove non si ferma quasi mai nessuno, lavora Josie (Pat Shortt), un uomo con dei lievi disagi di apprendimento, qualche acciacco fisico e una buona dose di difficoltà nel relazionarsi con gli altri. Josie passa le giornate alla stazione di servizio; il proprietario, un vecchio compagno di scuola, gli permette anche di viverci. Le uniche sue uscite sono quelle per andare a bere qualche birra al pub del paese in compagnia dei soliti volti, alcuni apertamente ostili, e qualche scappata al negozio di Carmel (Anne-Marie Duff) per far provviste. Un giorno il signor Gallagher (John Keog), il proprietario, affianca a Josie il quindicenne David (Conor Ryan), figlio della sua compagna, un adolescente dall'aria dello sfigatello, probabilmente seccato dal fatto di dover vivere in un posto dove non c'è mai nulla da fare. Nonostante le differenze tra i due, grazie al buon cuore di Josie, l'amicizia tra uomo e ragazzo inizia a consolidarsi.

Quella di Josie è una figura positiva tratteggiata con dolcezza da un ottimo Pat Shortt, interprete magistrale a me finora sconosciuto. Un emarginato, quello che la società considera un fallito, un disadattato, seppur bonaccione e innocuo. Ciò nonostante Josie ha la forza d'animo di prendere il buono da ogni cosa, di mettere in fila un giorno dietro l'altro con il sorriso sul viso, di inoltrarsi con rinnovato piacere in discussioni sempre uguali a loro stesse, chiacchierate che prevedono banali e laconiche affermazioni alle quali in risposta non si può che opporre un "già", un "vero" o un "proprio così". Josie starebbe anche bene in mezzo alla gente e in una vita a tasso di socialità molto più elevato, è solo che proprio la gente a volte non gliene dà l'occasione.


Garage, premiato ai Festival di Cannes e di Torino, è un film che, prendendosi i suoi tempi e tenendo i suoi (lenti) ritmi, ci racconta di come siamo sempre pronti a mettere da parte qualcuno, spesso in maniera crudele, giustificando a quel modo il nostro crederci migliori perché più integrati, più smart, magari più ricchi, con un lavoro (spesso di merda) più importante o, semplicemente, perché in fondo siamo insoddisfatti ed è bello vedere che c'è chi sta peggio di noi, poco importa se quella sia poi un'anima pura, magari ingenua e sempliciotta, ma sincera. Da un film piccolissimo, girato con un budget ridotto all'osso, si possono trarre tanti insegnamenti in positivo e tante riflessioni in negativo su cui provare a lavorare. Certo, rimane poi sempre valido il detto che un film non può cambiare il mondo, può magari aiutare a far entrare un po' di sale in zucca a qualcuno (ma quel qualcuno sarà probabilmente in sala a guardare l'ultimo cinepanettone dopo aver speso trenta euro tra biglietti, pop-corn e bibite).

giovedì 2 febbraio 2017

ANONIMA NOIRE - FINO ALL'ANIMA E RITORNO

Seconda segnalazione che arriva dalla collaborazione con Magazzini Inesistenti, questa volta parliamo di Anonima Noire.

Lungo il processo di apprendimento e interiorizzazione intrapreso per assorbire il primo lavoro degli Anonima Noire, la vera delusione è stata quella provata nel venire a conoscenza della mancata vittoria della band ad Area Sanremo, concorso dove i tre ragazzi umbri si sono inseriti con merito tra i settanta finalisti e dove hanno purtroppo solamente sfiorato la possibilità di esibirsi sul palco del Festival di Sanremo, manifestazione che può piacere o meno (da queste parti non ne andiamo matti) ma che indubbiamente rimane il principale e più efficace veicolo promozionale per i giovani musicisti italiani. In fondo, una maggiore presenza di gruppi come gli Anonima Noire sul palco dell’Ariston non potrebbe che far bene al caro vecchio Festival.

La proposta di Niccolò Neri (voce e chitarra), Andrea Brizzi (batteria) e Mirco Brozzi (chitarra) inizia a prendere forma nel 2013, anno in cui il gruppo nasce dalle passate esperienze dei tre musicisti, caparbiamente intenzionati a non affrontare una volta ancora l’iter che sembra dover passare inevitabilmente dallo step della cover band. I ragazzi si concentrano fin da subito sulla composizione di materiale nuovo grazie soprattutto al piglio più cantautorale di Niccolò Neri; nel calderone finisce un po’ di tradizione italiana, passaggi di cantautorato che emergono da diversi testi della band, inclinazioni pop miste a indomita energia rock e, soprattutto, un’ottima perizia tecnica che si evince principalmente nei fraseggi tra le due chitarre e nella voglia di lavorare sulla voce per proporre soluzioni non scontate e accattivanti. I pezzi di questo esordio funzionano e viene fuori chiaramente come i tre ragazzi, ognuno con il proprio strumento (voce compresa) ci sappiano fare. 

L'opening track, Incendio, non incendia ma offre, invece, un'intro acustica e delicata, ottimo preludio ad Inchiostro, brano in cui appare da subito evidente la tavolozza di colori a disposizione del gruppo: l’armonia tra le chitarre, la capacità di cambiare registro all'interno dello stesso contesto e l’ottimo controllo della voce da parte di Niccolò Neri. Un pezzo ben equilibrato che presenta già molte delle carte vincenti a disposizione di Anonima Noire. Così come in Meravigliosa Maledizione si palesa l’abilità dei ragazzi di amalgamare al meglio strofe e ritornelli agli armonici ricami della chitarra di Mirco Brozzi e i passaggi dai toni più acustici a quelli elettrici. Ciò che più colpisce con favore in questo primo lavoro del gruppo è l’impegno profuso nel tentativo di non risultare mai banali e se alcune delle soluzioni all'interno dei pezzi possono riportare alla mente cose note, il risultato finale denota personalità. In alcuni passaggi dell’ultimo trittico dell’album, composto dalle più energiche Le mie rose, Brivido e L'acchiappasogni, sembra di cogliere echi di un certo rock di derivazione britannica, indizio che la Band sa interpretare anche sonorità lontane dalla tradizione italiana. Come primo singolo dell’album è stato scelto Giovanni Gambelunghe, brano dall'impianto più teatrale, in cui Niccolò Neri veste i panni di narratore, di crooner nostrano che affabula con una storia e ci intrattiene piacevolmente con un mood riuscitissimo che varrebbe la pena, in futuro, sviluppare maggiormente. Comunque sia, questi ragazzi ci sanno fare e, ne siamo certi, prossimamente le luci della ribalta saranno a disposizione degli Anonima Noire, anche senza dover passare da Sanremo.




Fino all'anima e ritorno, 2016 - Autoproduzione

Niccolò Neri: voce e chitarra acustica
Andrea Brizzi: batteria
Marco Brozzi: chitarre

Tracklist:
01  Incendio
02  Inchiostro
03  Meravigliosa maledizione
04  Carta o contanti
05  Scacco matto
06  Giovanni Gambelunghe
07  Libero commercio
08  Le mie rose
09  Brivido
10  L'acchiappasogni

mercoledì 1 febbraio 2017

LEMONY SNICKET - UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI

Lemony Snicket è lo pseudonimo dello scrittore Daniel Handler, nom de plume con il quale Handler firma la serie di libri per ragazzi Una serie di sfortunati eventi, nei quali Lemony Snicket risulta essere anche narratore delle vicende che vedono protagonisti i tre orfani Baudelaire: Violet, Klaus e Sunny. La serie è composta da tredici libri che Mark Hudis, ideatore dello show televisivo a essi ispirato, ha adattato per Netflix in un programma di ventisei episodi, due per ogni libro, che dovrebbe vedere la sua conclusione nell'arco di tre stagioni da otto puntate ognuna.

Come accade per i libri anche il serial televisivo ha un taglio adatto ai bambini, infatti in casa nostra è stata mia figlia ad averlo apprezzato in misura maggiore, ciò nonostante ogni puntata riserva sotto alcuni aspetti soluzioni geniali che si rivelano molto interessanti e divertenti anche per gli adulti. Il primo colpo di genio arriva già dalla sigla iniziale, dove il tema portante, adattato ogni due puntate al contenuto del libro che viene trasposto, ci invita a non guardare, non guardare, sottolineando come alle tristi vicende e alle sventure che capiteranno ai Baudelaire nel corso delle puntate che ci si appresta a seguire, sarebbe preferibile qualsiasi altra cosa. Qui è doveroso un appunto; per questo e per altre ragioni ancora, sarebbe indicato seguire la serie in lingua originale, cosa che per ovvi motivi noi non abbiamo potuto fare.

Seconda caratteristica apprezzabile: in video compare molto spesso lo stesso Lemony Snicket (Patrick Warburton), anche lui ci invita a cambiare canale e a guardare qualcosa di più allegro, rompe la quarta parete parlando con il pubblico e si adopera a spiegare con brevi incisi il significato di alcuni termini, quasi a scopo educativo, ripetizione di un gesto che sfocia spesso nel gag divertente, peraltro presentato sempre in maniera serissima se non lugubre. Altro personaggio indovinatissimo è quello del Signor Poe (K. Todd Freeman), banchiere impiegato alla Affari Truffaldini e portatore sano di imbecillità cronica a livelli tali da competere anche con Kevin Beckman, il segretario dei Ghostbusters interpretato da Chris Hemsworth nell'ultimo film della saga. Purtroppo per gli orfani Baudelaire il Signor Poe è anche affidatario delle sorti dei tre bambini alla morte dei loro genitori, suo sarà il compito di trovare a Violet (Malina Weissman), Klaus (Louis Hynes) e alla piccola Sunny (Presley Smith) un tutore amorevole che saprà prendersi cura di loro. Verrà costantemente turlupinato dal Conte Olaff (Neil Patrick Harris) che ambisce alla sopra citata tutela per mettere le mani sulla cospicua fortuna di cui i bambini verranno in possesso al raggiungimento della maggiore età da parte di Violet.


Neil Patrick Harris è l'altro motivo per cui guardare la serie, enorme nel caratterizzare questo personaggio grottesco in una serie di per sé già grottesca, cattivo, infido, sopra le righe, mimetico e all'occorrenza canterino (in inglese se potete, please), una bravura che conoscendo poco l'attore non mi aspettavo. Poi c'è l'impatto visivo che mischia esterni plumbei in cgi, tetri e allo stesso tempo estremamente finzionali, con interni altrettanto lugubri ma esteticamente ricchi e sontuosi, come se si fosse in un serial girato in una casa di bambola perfettamente ricostruita. E poi, per finire, c'è quel visino della piccola Sunny dai denti aguzzi...

Le dolenti note arrivano da una trama che agli adulti può venire a noia e creare effetti soporiferi se assimilata in momenti di stanchezza, magari adagiati su un comodo letto. Per solidarietà agli orfani Baudelaire, dovreste guardare la serie seduti su una vecchia sedia scomoda, così potreste avere qualche possibilità di arrivare svegli alla fine di ogni puntata. Oppure potreste non guardare, non guardare...

martedì 31 gennaio 2017

THOR - THE DARK WORLD

(di Alan Taylor, 2013)

Le due ore più soporifere dell'intero Marvel Cinematic Universe. Il secondo film dedicato alle gesta del dio norreno del tuono era l'unico tassello che mi mancava per completare il mosaico messo in scena dai Marvel Studios che va sotto il nome di MCU. Probabilmente era stato l'istinto a farmi saltare a piè pari questa pellicola (ma ha ancora senso nell'era del digitale usare il termine pellicola?), purtroppo io non sono stato a sentirlo fino in fondo e mal me ne colga. Thor - The dark world ha nelle intenzioni tutte le caratteristiche che dovrebbe avere il blockbuster di successo di casa Marvel. Poi, che ci vuoi fare, non tutte le ciambelle riescono col buco.

Alan Taylor tenta con impegno di mischiare l'epica fantasy degli aesir a un piglio più fantascientifico (in maniera ingiustificata e tradendo un po' il concetto di alcuni personaggi) irrorando il tutto con quella sana dose di ironia che abbiamo ormai capito aver decretato il successo di alcune uscite del MCU. L'ibridazione è buona nelle intenzioni, visivamente funziona su alcune cose, le grandi navi degli elfi oscuri ad esempio, molto meno su altre, l'invasione di Londra da parte degli stessi elfi richiama alla mente l'arrivo dei cybermen in una puntata del Doctor Who. Eppure, riconosciuti i meriti delle intenzioni, il film risulta semplicemente noioso, quando i momenti migliori diventano i camei vari (Stan Lee, Chris Evans) e qualche battuta, è sintomo che qualcosa non ha funzionato. Risollevano la media alcuni momenti dedicati a Loki che, grazie all'interprete Tom Hiddleston, risulta il personaggio più interessante, quello tra l'altro dall'impianto più classico e teatrale, cosa che fa un poco rimpiangere l'assenza di Branagh alla regia di questo secondo capitolo.

I Cybermen invadono Londra, call the Doctor!
Continuo a pensare che Chris Hemsworth sia davvero un ottimo Thor, Hopkins un Odino un po' troppo indebolito e Natalie Portman un'attrice poco sfruttata (o qui sfruttata male, decidete voi). Il miscuglio tra cinecomics, fantasy e fantascienza a metà strada tra Guerre Stellari e Doctor Who regge ma non entusiasma. Sembra ci siano cambiamenti in vista per il prossimo Ragnarok, almeno per quel che riguarda la regia, speriamo in bene.

La minaccia questa volta non è nemmeno tra le più note nella cosmogonia asgardiana, Malekith (Christopher Eccleston), re degli elfi oscuri, vuole usare il potere dell'Aether per riportare il mondo a una sana oscurità. Quasi casualmente (toh!) l'Aether finisce nel corpo della bella Jane Foster (Natalie Portman) amata da Thor, questo scatena un casino intergalattico nel quale l'unico personaggio coinvolto degno di nota e con un po' di spessore continua a essere Loki.

Certo ai blockbuster Marvel non è che si chieda chissà che cosa, giusto di farci tenere gli occhi aperti, in altri casi i risultati sono stati anche ottimi, qui è andata male. Capita.

DANIEL

(di Sidney Lumet, 1983)

Il caso che vide coinvolti Ethel e Julius Rosenberg è uno fra i tanti rimasti celebri nella storia del sistema giudiziario americano, spesso imperfetto, fazioso e frettoloso; in particolar modo la cronaca di questo episodio terribile è una delle tessere che vanno a comporre il clima di sospetto e terrore che, nei primi anni 50, viaggiava in parallelo alle tensioni della guerra fredda e che vide tra i suoi massimi ispiratori il deprecabile Senatore McCarthy, fautore della fantomatica caccia alle streghe e al pericolo rosso.

I due ragazzi, universitari e sposi nel 1939, furono simpatizzanti e attivisti della Lega dei giovani comunisti statunitensi. Nel 1951 i coniugi Rosenberg furono accusati di spionaggio e tradimento dal Governo Americano, additati per aver fornito ai sovietici documenti top secret in ambito nucleare. L'inchiesta e i suoi risultati, che portarono all'esecuzione dei coniugi Rosenberg mediante sedia elettrica in seguito a un verdetto di condanna a morte, furono contestati e confutati da successivi approfondimenti che, se non assolvevano in toto i due imputati, ne ridimensionavano parecchio l'effettivo coinvolgimento nelle accuse a loro mosse, le quali, riguardando l'ambito dei segreti nucleari, vennero considerate particolarmente gravi.

Il film di Sidney Lumet, rifacendosi al libro di E. L. Doctorow, ripercorre la vicenda dei protagonisti (qui ribattezzati Isaacson) vista con gli occhi dei due figli, Daniel (Timothy Hutton) e Susan (Amanda Plummer), ancora piccoli all'epoca dei fatti e che nel presente del film, ormai adulti, con approcci e coinvolgimento differenti, tenteranno di ricostruire la vicenda giudiziaria dei propri genitori. Lumet non è interessato a stabilire o meno la colpevolezza degli Isaacson, quello su cui si focalizza l'attenzione del regista è l'abuso di potere delle istituzioni, la crudeltà di un sistema che riconosce la pena di morte, sempre contestabile ma tanto più in casi dove non sussistono prove certe di colpevolezza, e infine sul clima pesante dell'epoca McCarthy. È proprio la vicenda di cronaca in sé l'aspetto interessante del film, una vicenda da approfondire all'interno di una pellicola peraltro non tra le più riuscite del regista, autore di titoli ben più significativi quali il suo esordio del '57 La parola ai giurati o il suo commiato del 2007, il bellissimo Onora il padre e la madre. Nel mezzo film indimenticabili come Serpico o Quel pomeriggio di un giorno da cani, entrambi con protagonista un immenso Al Pacino.


La ricostruzione risulta calligrafica, mossa indubbiamente da interesse sincero, romanzata anche per mezzo di una figura inventata (la figlia Susan, nella realtà i Rosenberg avevano due maschi) che risulta qui il vero input che spinge Daniel a muoversi per ricostruire la storia dei suoi genitori, una vicenda che manca di quei passaggi emotivi utili alla partecipazione dello spettatore, il taglio che ne viene fuori è documentaristico, assolutamente rispettabile ma poco coinvolgente. Non aiuta la scelta di adottare per tutte le sequenze in flashback (e sono molte) una fotografia virata al seppiato, dai toni ocra che risultano terribilmente datati e donano al film una patina incancellabile da serie B.

Daniel è uno di quei film più necessari che belli, buoni per non dimenticare mai tutte le brutture di cui gli uomini sono stati, sono, e ahimè, ancora saranno capaci. Una vicenda qui da noi forse poco nota che vale la pena di conoscere, perché alla fine il bello del Cinema, di tanta cultura pop, è anche contenuto, conoscenza, anche quando la confezione non è perfettamente riuscita.

sabato 28 gennaio 2017

HAZAN - KAISERPANORAMA

I più attenti tra i frequentatori di questo blog saranno ormai a conoscenza della mia collaborazione con la webzine (e dal prossimo numero anche con la rivista cartacea) Magazzini Inesistenti. Oltre ad occuparmi di cinema e letteratura, con i miei soliti tempi bradipici, ho iniziato ad occuparmi anche di musica, sostenuto dalle spalle larghe dell'amico Blackswan. Questo mi darà l'occasione, tra le altre cose, di parlare anche di band esordienti o quasi alle quali tutti quanti noi di Magazzini speriamo di portare visibilità e anche un po' di fortuna. Vi proporrò qui alcune di queste segnalazioni, partiamo proprio con Kaiserpanorama, Ep dei lombardi Hazan.


Il progetto Hazan nasce per volontà dei lombardi Ale Fugazzi (voce e chitarra) Mattia Oleari (chitarra) e Daniele Restelli (basso), tutti quanti ex The Capozeella (band dalle spiccate inclinazioni pop) ai quali si unisce Alessandro Gramegna, batterista con all'attivo una militanza in diverse altre band della zona.

Nel passaggio dalla precedente incarnazione (che aveva riservato ai ragazzi anche qualche bella soddisfazione) a quella nuova, gli Hazan irrobustiscono i loro suoni passando a un impianto più classicamente rockeggiante senza mai perdere di vista le loro origini ma focalizzando in maniera più professionale proprio l’aspetto melodico e pop della loro proposta (con il quale il gruppo ha maggiore confidenza e feeling), facendolo emergere a dovere in un contesto più peso e corposo. 

Le composizioni del gruppo riportano alla memoria produzioni risalenti alla fine dello scorso millennio (o poco più in là), il pezzo d’apertura, Sulla pelle, scelto anche come primo singolo, è decisamente il più spinto e rockeggiante e si allontana dalla dimensione pop che, a nostro parere, è quella che la band riesce a interpretare al meglio. 

Fin dall'incipit, s‘intravedono ottime prospettive per il futuro degli Hazan che, lavorando sulla promozione e curando a dovere i video dei loro futuri singoli, potrebbe ritagliarsi uno spazio importante nel panorama pop rock italiano. Un obiettivo che si conferma alla loro portata anche nelle restanti quattro tracce dell’album, coinvolgenti sia sotto il profilo delle liriche che delle composizioni. 

I testi delle canzoni presenti nell'Ep sono ben centrati e affrontano tematiche che possono far presa su un pubblico giovane, così come funzionano davvero bene i risvolti più catchy dei pezzi, con ritornelli indovinati e cori dall'impatto immediato. Sotto questo punto di vista, il gioco è vincente, alcuni passaggi si imprimono in testa e ti ritrovi a canticchiarli quando meno te lo aspetti. 

In definitiva, un esordio riuscito, che vale come biglietto da visita di una band a cui forse manca solo un pizzico di originalità per guadagnarsi tutte le attenzioni che merita. In quest’ottica, un paio di brani sembrano peraltro già belli e pronti per il definitivo salto di qualità: Kaiser Panorama e soprattutto Visionario, canzone dal grande appeal radiofonico. Gli Hazan hanno tutte le carte in regola per emergere dal sottobosco indie e noi li attendiamo alla prova del full lenght, sicuri che i ragazzi ci riserveranno delle soddisfazioni.




Kaiserpanorama, 2016 - Habanero Factory

Ale Fugazzi: voce e chitarra
Mattia Oleari: chitarra
Daniele Restelli: basso
Alessandro Gramegna: batteria

Tracklist:
01 Sulla pelle
02 Qui dove sto
03 Kaiser Panorama
04 Visionario
05 Un altro vizio

giovedì 26 gennaio 2017

L'UOMO CHE SCOPRÌ L'EUROPA

(di Alfredo Castelli, Cassaro e Franco Bignotti)

Nella prima parte del settimo albo dedicato a Martin Mystère si conclude la vicenda iniziata in Delitto nella preistoria di cui parlammo la scorsa volta. A seguire, la prima parte di una nuova avventura che proseguirà nell'albo successivo, La fonte della giovinezza, e andrà a concludersi solo nella prima metà del nono albo della serie: Il triangolo delle Bermuda.

Rileggendo ora, a distanza di anni, questi tre albi, devo proprio dire che quella sensazione di spezzatino nelle storie, con un inizio su un albo, il corpo centrale sul successivo e il finale in principio di un terzo numero, è qualcosa di davvero insensato e fastidioso. L'unico punto a favore di una gestione simile poteva essere la totale libertà concessa agli autori nella creazione delle loro storie (qui i riferimenti sono a Castelli) non imbrigliate in un tot di pagine predefinito. Per il lettore però ne vien fuori una fruizione disordinata che sfocia nel fastidio per il lettore occasionale che si trova in un albo pezzi di storie all'apparenza buttate a caso, il finale di una e l'inizio di un'altra senza la possibilità di leggere qualcosa di completo. Non so bene fino a che anno e a che numero sia andato avanti questo andazzo, sarà curioso scoprirlo proseguendo nella lettura.

Questa nuova storia ideata da Alfredo Castelli prende spunto più che da un misterioso enigma da una vera e propria leggenda, o più probabilmente da un miscuglio di più leggende: quella del regno del Prete Gianni e quella della Fonte della giovinezza. Come accade spesso nelle storie di Mystère, che poi è anche il bello della serie, si parte da una curiosa domanda: molti si sono chiesti chi sia stato il primo europeo a porre piede in America. Ma nessuno si è mai domandato chi fu il primo americano a porre piede in Europa. Castelli data l'avvenimento al 1140 d.c., ben prima del viaggio di Colombo in senso opposto, sarà un pellerossa della Florida ad attraversare l'Oceano per portare a Papa Onorio il resoconto delle meravigliose scoperte effettuate dal Prete Gianni, evangelizzatore ante litteram in terra d'America, lì giunto in seguito a un viaggio avventuroso.

Ai giorni nostri sarà l'attempato amico di Martin Mystère, lo studioso Vincent Von Hansen, a trovare traccia di questi strani eventi e chiederà al più giovane collega di accompagnarlo in una spedizione alla scoperta della fonte della giovinezza, descritta proprio nei documenti del famoso Prete Gianni.

Questo è solo l'incipit di una lunga storia, ancora una volta forse un po' troppo lunga, che mette molta carne al fuoco. È quasi difficile ammettere come alcune storie di Martin Mystere, personaggio da me molto amato, siano invecchiate con il tempo e risultino ora un poco verbose e farraginose nella struttura, sempre interessantissime nei contenuti, però a volte faticose nella costruzione. Rispetto ai primi albi di un Dylan Dog comparso solo quattro anni più tardi, sembra di leggere fumetti provenienti da due diverse epoche, fatto sicuramente attribuibile ai diversi approcci alla narrazione dei due creatori dei personaggi.

Riscatta l'incedere un po' lento un finale molto indovinato che apre le porte a simpatici scenari da esplorare in futuro. Pregi e difetti nelle tavole di Bignotti che in linea generale non mi fa impazzire ma al quale riconosco diversi meriti nelle vedute d'insieme e nei passaggi più onirici. Una lunga storia di passaggio in attesa di episodi più riusciti.


martedì 24 gennaio 2017

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lunedì 23 gennaio 2017

OCEANIA

(Moana di Ron Clements e John Musker, 2016)

Non so perché ma a casa nostra Tranquilla, uno dei pezzi musicali di questo Oceania e prossimo tormentone Disney, è diventato Tranzolla e scappa di cantarlo di continuo. È tutto ok lo so tranzolla, non mi serve il tuo grazie perché, ti risponderei si ok tranzolla, etc., etc.

Quando uscì Frozen mi dissi deluso dalla nuova pellicola Disney, troppo cantata a mio avviso, troppe canzoni di qualità discutibile che di certo non sarebbero rimaste con noi per molto tempo. Bene, si sente ancora adesso cantare i pezzi di Frozen ovunque, il film è stato apprezzatissimo, guardando anche al merchandising gli incassi fanno girare la testa. Previsioni sballatissime, degne del miglior pendolino di Maurizio Mosca. Premettendo che Oceania mi è piaciuto molto più di Frozen, devo dire che, a causa anche di un'aspettativa questa volta molto alta, e vai a capire perché, il mio giudizio potrebbe essere pressoché lo stesso, almeno per quanto riguarda l'impianto musicale e l'impatto che lo stesso ha sul ritmo della narrazione, a mio avviso eccessivamente spezzato dai brani. Ora, vista la figura di merda fatta con Frozen e in virtù del fatto che a casa almeno due volte al giorno cantiamo Tranzolla, il parallelismo mi sembra chiaro e azzarderei questa volta a pronosticare un grande successo per Tranzolla e per gli altri brani della colonna sonora, per il film, che a mio giudizio, ripeto, è migliore di Frozen, e ovviamente per il merchandising tutto.

Detto questo sono uscito dalla sala con un pelo di insoddisfazione. Ora lo so che a te piace tranzolla, non critico il film, ma dai (scusate, era mia figlia). La storia non è male, i personaggi sono indovinati e piacciono (e sono praticamente quasi sempre solo in due), il lavoro tecnico è per diversi versi sbalorditivo e originale è l'idea alla base della spalla comica (e mi riferisco al tatuaggio parlante di Maui, non al gallo scemo). Che poi se il tatuaggio fosse stato sulla spalla avremmo avuto il primo caso letterale di spalla comica al mondo. Eppure non so, qualcosa di indefinito mi fa storcere il naso. Si lo raddrizzo ok tranzolla, non è così storto dai, ma cosa dici, ok tranzolla (a mia figlia non piace quando storco il naso). E allora cosa c'è che non va? Non devi rispondere tu tranzolla, perché non te ne vai di là, vai a dormire un po' tranzolla (scusate). Penso che in definitiva sia un problema mio, i cartoni troppo cantati non mi fanno impazzire, alle Principesse Disney preferisco dei tipi qualsiasi come Ralph Spaccatutto o Rabbia o Mr. Incredible o Flash il bradipo per dirne tre a caso (si sono quattro, ok tranzolla), e quindi a voi il film potrebbe piacere anche tantissimo. Vaiana è una principessa tranzolla, lo dice anche Maui dai, c'ha il vestitino e il gallo tranzolla, lo dice anche Maui sai (mia figlia dice che non sembra una principessa).


In fin dei conti Vaiana è un bel personaggio, poco importa che noi non la si sia potuta chiamare Moana per ovvi motivi, non te li spiego ok tranzolla, lascia perdere su dai, vai a dormire ti ho detto tranzolla (voleva sapere perché Moana no), Maui funziona bene, la morale, pur con le dovute varianti, è risaputa ma non è che sotto questo aspetto ci si possa inventare chissà che, plauso grande all'animazione, acqua, capelli, colori, tatuaggi, uno spettacolo. Eppure...

È una rece di merda tranzolla, ok non infierire dai, l'avresti scritta più meglio tranzolla, più meglio non si dice lo sai.



PS: le parti in corsivo vanno ovviamente cantate sulle note di Tranzolla.

LOTTERIA DELLO SPAZIO

(Solar lottery di Philip K. Dick, 1955)

Philip Kindred Dick arriva al suo primo romanzo nel 1955, dopo aver pubblicato circa una settantina di racconti di fantascienza. Quello che era nelle intenzioni dello scrittore fu probabilmente spazzato via dal buon successo di questo suo primo libro, Lotteria dello spazio, conosciuto anche come Il disco di fiamma e, in lingua originale, come Solar lottery o anche World of chance. Da quel che si deduce dalle biografie scritte su Dick, nelle quali diversi accadimenti sono sottolineati da un senso di labile ipoteticità dovuta alle precarie condizioni mentali dell'autore, il reale interesse dello scrittore di Chicago sembrava essere quello di inserirsi nel filone mainstream della letteratura, considerato ai tempi più autorevole e rispettabile se paragonato agli scritti fantascientifici, bollati con poca considerazione come mere letture di consumo (da supermercato o di cassetta diremmo oggi), con lo stesso disprezzo con cui lo stesso Dick venne in passato considerato poco più che un imbrattacarte. Purtroppo per lui i vari tentativi di pubblicare romanzi che esulavano dal genere fallirono uno dopo l'altro, costringendo Dick a riversare tutto quel che aveva da dire su rapporti umani e società nei suoi romanzi di fantascienza, sui quali influirono in buona misura anche la sua crescente schizofrenia e i suoi deliri paranoidi.

Lotteria dello spazio è quanto di più lontano possa esserci dai filoni epici dell'esplorazione spaziale, dalla space opera più avventurosa o dal concetto di un'umanità avanzata e perfetta, si avvicina invece più al pessimismo delle distopie, magari presentate con una bella mano di vernice fresca a indorare la pillola, Dick ci mette di fronte alle carenze dell'uomo, alle sue ingiustizie più che a utopiche future prese di coscienza. In tutto questo, gli interessanti spunti di riflessione forniti dall'opera si rivelano anticipatori (nel 1955) e per certi versi attuali e allo stesso tempo amaramente ironici per quella che è la realtà di oggi.

Nel 2203 in una società futuristica governata da un sistema per noi a dir poco rivoluzionario, sussistono strani fenomeni e credenze superstiziose, in apertura di libro si legge: un insolito volo di cornacchie bianche sui cieli svedesi, un'inspiegabile sequenza di incendi distrusse circa metà degli edifici della corporazione Oiseau-Lyre Hill, una delle industrie più importanti di tutto il Sistema Solare. Piccole pietre sferiche caddero vicino alle installazioni del campo di lavoro su Marte. A Batavia, sede del Direttorato della Federazione dei Nove Pianeti del Sistema Solare, era nato un vitello di razza Jersey con due teste: un segno indiscutibile che qualcosa di importante stava per accadere.

Eppure è un mondo d'ordine quello in cui vive il protagonista Ted Bentley, un mondo che proprio per gli eventi sopra descritti per lui andrà gambe all'aria. È un mondo in cui l'ingiustizia è debellata e dove anche la più alta carica del Sistema Solare, quella del Quizmaster, è affidata al volere dell'Urna, una sorta di scelta casuale, di vera e propria lotteria, a cui tutti i cittadini classificati (che neanche lontanamente equivale a dire tutti i cittadini) possono partecipare sperando di salire nella scala sociale. Quello del Quizmaster è un ruolo di enorme potere, proprio per questo, una volta eletto, è possibile per gli altri pretendenti tentarne legalmente l'assassinio per mezzo di sicari atti al compito, impresa peraltro non propriamente facile in quanto il Quizmaster ha a disposizione un intero reparto di telepatici a suo servizio, ben preparati per fermare ogni aspirante sicario. Eppure a Ted Bentley questo sistema non sembra così equo, esclude tutti quei cittadini che non posseggono una tessera professionale e rendono schiavi delle corporazioni quelli che la posseggono, molti dei quali, dopo esser stati costretti a prestare giuramento a una corporazione, vivono serenamente in una beata indolenza, senza farsi alcuna domanda e senza mai preoccuparsi di ciò che accade al proprio prossimo più sfortunato.

Riflettendo sul tema dell'inclusione o su quello della schiavitù da capitale (traslato il tutto ai giorni nostri), sembra che Dick abbia voluto nascondere blandamente tra le sue pagine una critica alla nostra società odierna, proprio come se un libro pubblicato sessantadue anni fa fosse stato scritto ieri. È già avvilente vedere come uno scrittore proiettato in avanti come lo era Dick non avesse predetto grandi miglioramenti per la razza umana del 2203 (e per questo fortunatamente abbiamo ancora del tempo, magari non io ne voi che leggete), lo è ancor di più constatare come nonostante tutta l'acqua passata sotto i ponti, per alcuni e importantissimi versi, abbiamo forse fatto anche qualche passo indietro.

Inoltre, quel che può cambiare le sorti di ogni uomo (e abbiamo capito che con ogni uomo non intendiamo proprio ogni uomo) è un semplice gioco, un colpo di fortuna capace di catapultare in alto chiunque, senza che il fortunato vincitore si sia meritato alcunché e senza che nemmeno gliene sia stata data la possibilità, un terribile parallelismo alla piaga fatta di disperazione che oggi è il gioco d'azzardo, l'esponenziale moltiplicarsi di sale scommesse dentro le quali molti sfortunati ripongono le loro ultime speranze, cadendo nel vizio, spesso inconsapevoli, forti e solo di un'unica certezza, cioè che un'altra speranza loro non ce l'hanno (o nessuno è in grado di fargliela vedere). Resiste in questo mondo avanzato il legame con la religione, con la ricerca di qualcosa di più elevato; proprio il nuovo Quizmaster Leo Cartwright è il massimo esponente della fede Prestonita il cui nocciolo è la speranza teorizzata dal capostipite Preston che oltre il Sistema Solare conosciuto ci sia un pianeta, il Disco di fiamma, capace di accogliere l'umanità per iniziare una nuova vita, più semplice e libera, basata sulla cooperazione.

Se la critica di Dick era rivolta principalmente all'America degli anni '50, ormai avviata verso una spersonalizzazione dell'individuo all'inseguimento costante del benessere, del soldo e del consumo, colpisce ancor oggi quel giuramento fatto all'azienda, obbligatorio da parte del lavoratore che volesse avere una tessera professionale; e se oggi le cose sembrano all'apparenza quasi ribaltate in virtù di un precariato sempre più spinto, il gioco (o giogo) del potere è sempre lo stesso e mette il lavoratore in condizioni ancor più difficili e disumanizzanti. A conti fatti il mondo di Dick, che è un mondo democratico e libero in superficie, nasconde tutte quelle insopportabili magagne che ancora oggi nascondono le nostre democrazie che continuano a dirsi illuminate (certo non per tutti).

Pur non essendo tra i romanzi più celebri e celebrati di Dick, Lotteria della spazio, oltre a una narrazione comunque piacevole e coinvolgente, offre già tantissimi spunti di riflessione nonostante a una prima lettura sia evidente come lo stile di Dick non sia colto ne particolarmente ricercato, uno scrittore d'idea più che di forma.

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