sabato 15 marzo 2025

IL VERGINE

(Le départ di Jerzy Skolimowski, 1967)

Il vergine, datato 1967, è il primo film che il regista Jerzy Skolimowski, polacco nato a Lodz, gira al di fuori del suo Paese, avvicinandosi con questa opera agli stilemi della Nouvelle vague francese pur essendo Il vergine (Le départ in originale) un film di produzione belga girato tra le strade e i luoghi di Bruxelles. Nel corso degli anni abbiamo imparato a conoscere il cinema di Skolimowski come qualcosa di generalmente al di fuori degli approcci più comuni e scontati alla narrazione e, anche se in maniera più giocosa e allegra rispetto ad altre occasioni, anche la struttura de Il vergine non fa certo eccezione a quanto detto poc'anzi. La partitura jazz in colonna sonora a opera del compositore Krzysztof Komeda, polacco anche lui e deceduto prematuramente un paio d'anni dopo l'uscita del film, è l'accompagnamento perfetto alla immagini di un'opera che fa della libertà anarchica il suo vero punto di forza, insieme alla presenza del sempre bravo Jean-Pierre Léaud che non può non riportare la mente dello spettatore in maniera automatica ai film di Truffaut, al suo Antoine Doinel e alle atmosfere della Nouvelle vague in generale. Un film girato con grande acume ma dal tocco leggero e divertente che varrà a Skolimowski anche un forse inaspettato Orso d'oro al Festival di Berlino del 1967, premio che viene assegnato per il miglior film, una bella soddisfazione per un regista che sta affacciandosi ad altre produzioni europee e che in futuro collaborerà con Regno Unito, Germania, Francia fino ad arrivare negli Stati Uniti d'America.

Il giovane Marc (Jean-Pierre Léaud) lavora in un elegante salone di parrucchiere a Bruxelles; il ragazzo è appassionato di auto e di tanto in tanto, aiutato da un suo collega, "prende in prestito" la Porsche 911 del suo titolare (Paul Roland). Oltre a questo sistema Marc mette in piedi una serie di altri comici espedienti pur di poter usare delle belle auto sportive per andarsene in giro per la città. Iscrittosi a una gara automobilistica alla quale sarà costretto a gareggiare, per questioni di categoria, con un'auto di un certo livello, Marc pensa di poter far affidamento su uno dei soliti prestiti dell'auto del suo titolare. Mentre si avvicina il momento della gara Marc scopre che in quei giorni il suo capo non andrà a passare il solito weekend fuori città, cosa che impedirà al giovane di sgraffignare la sua auto, non resta che trovare una soluzione alternativa. In questo verrà aiutato dalla bella Michèle (Catherine Duport), una ragazza conosciuta più o meno casualmente che sarà coprotagonista di alcune delle matte avventure di Marc e alla quale il ragazzo tenterà anche di insegnare il mestiere del navigatore (l'aiuto del pilota, non quello del navigatore di mari). Ma la presenza di Michèle sarà l'occasione per questo giovane ancora così immaturo di rivedere la scala delle sue priorità.

Film vivace Le départ di Skolimowski, un'opera che non si interessa troppo di andare a creare una trama strutturata quanto di mettere in evidenza, in forma molto libera, un desiderio giovanile, una vitalità che trascende le regole (le auto si procurano con mezzi sempre arrangiati e poco leciti) e che esula dal possesso ma che si concentra sull'esperienza, sul piacere dell'atto, del desiderio anche superfluo (come capirà Marc sul finale). Dopo i problemi con la censura avuti in Polonia Skolimowski trova in Belgio una libertà rinfrancante con la quale creare un'opera vitale e soprattutto molto dinamica con le sequenze in cui Marc corre su queste auto di lusso su e giù per Bruxelles (alcuni luoghi sono molto riconoscibili) e nei suoi dintorni. Léaud, molto bravo, dona vita a un protagonista immaturo, infantile, poco concentrato sul lavoro e molto sulla sua passione, una passione che potrebbe essere vista anche come un capriccio; poi arriva Michèle e le cose un poco cambiano, non subito, anzi, la ragazza viene coinvolta nelle mattane di Marc, è lei per prima a vedere un possibile interesse per quello scavezzacollo energico e ancora da farsi, alla fine anche lui crescerà e si troverà a rivedere le sue priorità donando a Il vergine il sapore di un'iniziazione, del piccolo e divertente percorso di crescita e formazione. Nel mezzo non mancano le trovate spassose, le scelte di fronte alle quali scappa una sana risata e soprattutto le trovate di regia indovinate, realizzate in un bel bianco e nero efficace. Da riscoprire per trovare uno Skolimowski un po' più leggero del solito.

venerdì 14 marzo 2025

MIRIAM SI SVEGLIA A MEZZANOTTE

(The hunger di Tony Scott, 1983)

Un film come Miriam si sveglia a mezzanotte potrebbe essere considerato (anche) come una piccola rivoluzione, se non per la settima arte in generale, almeno per quel che riguarda l'approccio alla figura del vampiro al cinema. Eppure il film del minore dei fratelli Scott, Tony, all'epoca della sua uscita nelle sale non fu un successo né di pubblico (per alcuni versi anche comprensibile) né tantomeno di critica (cosa già più difficile da capire). Per Tony Scott Miriam si sveglia a mezzanotte, The hunger in originale, segna l'esordio dietro la macchina da presa in un lavoro per il cinema; Scott in realtà ha già diretto molti spot pubblicitari per la compagnia di suo fratello Ridley (regista di Alien, Blade Runner, I duellanti, etc...) come anche qualche film per la televisione, cosa che tornerà a fare per un discreto periodo di tempo dopo l'insuccesso di questo suo esordio, una caduta che gli chiuderà per qualche anno le porte per nuove produzioni cinematografiche alle quali Scott tornerà solo tre anni più tardi sfornando, udite udite, nientepopodimeno che Top Gun, film di culto amato ancora oggi da schiere di fan, successo di pubblico stratosferico e trampolino di lancio per un Tom Cruise che in molti ancora ricordano con piacere con il casco di Maverick in mano. A distanza di tanti anni anche Miriam si sveglia a mezzanotte è diventato un piccolo culto, molto più di nicchia ovviamente rispetto a Top Gun che è stato un vero e proprio blockbuster campione d'incassi; nell'ottica di andare a rivedere il lavoro svolto da Tony Scott e dai suoi collaboratori per quel che riguarda la messa in scena, la fotografia, i giochi di luce, il lavoro sui costumi, non si può far altro che apprezzare la riuscita di un film che sicuramente pecca su alcuni aspetti ma che dal punto di vista dell'eleganza (tranne qualche scivolone) è capace di dar punti a chiunque.

Miriam Blaylock (Catherine Deneuve) è una vampira che porta sulle spalle una storia millenaria avendo in apparenza vissuto esperienze già all'epoca dell'antico Egitto. Nella New York degli anni Ottanta Miriam è una donna bellissima e facoltosa che si accompagna con il fascinoso marito John (David Bowie), anche lui vampiro ma di un tipo diverso, una differenza tutt'altro che da poco. Infatti il vampiro originario è proprio Miriam, John è solo una delle sue creature alla quale la moglie ha regalato non proprio la vita eterna come siamo soliti intenderla per un vampiro, bensì una longevità destinata a trasformarsi all'insaputa di John, e comunque con gran dolore di Miriam, all'improvviso e con pochissimo preavviso in un'eterna vecchiaia, in un'avvizzimento senza possibilità di ritorno che dona il sapore di malattia a questa "nuova vita" che si rivelerà per John una promessa non mantenuta da parte della propria amata. Negli stessi giorni in cui si consuma il dramma di John, la dottoressa Sarah Roberts (Susan Sarandon) e la sua equipe stanno studiando delle nuove teorie sull'orologio biologico, sull'invecchiamento degli esseri viventi sperimentandole su delle piccole scimmiette. È proprio alla Roberts che John si rivolge per risolvere il suo nuovo problema, senza essere però da lei creduto. Il senso di colpa della dottoressa la porterà a inseguire l'uomo e ad incontrarne la moglie dalla quale anche la dottoressa Roberts rimarrà completamente affascinata.

C'è questo meme in giro (fastidioso ormai, perché ce lo avete proposto in tutte le salse quindi anche basta adesso) che dice "ho guardato il film per la trama"; poi poco sotto compare la scritta "la trama:" e qui immancabilmente un'immagine di una, due, tre attrici, magari poco vestite ma comunque sempre bellissime e con attributi memorabili in discreta evidenza. Ora non dico che questo meme si applichi in toto a Miriam si sveglia a mezzanotte perché il tormentone social manca di qualsiasi grazia, di ogni eleganza e tra l'altro non fa nemmeno ridere, però nel concetto di base non siamo molto lontani dal vero. Con questo non si vuol dire che l'unico interesse del film siano le due sensualissime protagoniste, bellissime entrambe e impegnate anche in sequenze attraversate da ben più di un filo di erotismo saffico. Non è così. Certo è che nel film di Scott non si trovi quasi nessun elemento di interesse nella trama pur riuscendo a rimanere questo un film più che buono. La storia di per sé non è particolarmente interessante, inanella qualche elemento ambiguo che si fa anche difficoltà a collocare (il finale ad esempio), anche nel volerci vedere qualche significato metaforico come la dipendenza o la malattia si finirebbe per forzare un po' la mano senza nemmeno trovare poi questi grandi elementi a sostegno di una narrazione che è proprio l'ultimo dei motivi di interesse per cui guardare l'esordio di Scott. In fondo è tutta una questione di immagini (o d'immagine se volete). Aiutato di sicuro dalle sue esperienze in pubblicità Scott inanella almeno venti minuti ininterrotti (i primi) di pura goduria visiva nei quali non solo non c'è un'inquadratura fuori posto ma non c'è nemmeno un'immagine che si possa considerare "banale" o "normale", le prime forse le vediamo con i taxi sotto la pioggia newyorkese. L'apertura nel club fumoso, luci al neon, illuminazione intermittente, il montaggio alternato tra il concerto dei Bauhaus che cantano Bela Lugosi's dead, i due ragazzi future vittime che ballano e le stilosissime figure predatrici di Bowie e della Deneuve, i costumi studiati nel dettaglio, i completi in pelle nera, il cappello della Deneuve, gli occhiali scuri, il trucco, i tagli dei capelli, le acconciature, le movenze degli attori, le sigarette e il fumo, gli arredi, i corpi denudati, la sensualità, il sangue e l'orrore, New York, tutto contribuisce a donare al film una cifra elegante che da sola vale la visione, poco importa poi se l'intreccio non è avvincente (non lo è in effetti) quando la messa in scena funziona così bene. Sono vampiri decadenti quelli di Miriam si sveglia a mezzanotte, afflitti da una vita eterna potenzialmente appagante per uno solo dei protagonisti mentre l'altro (gli altri, quelli di prima, quelli di poi) sono destinati al dramma esistenziale, tra le figure più interessanti del genere insieme ai più recenti e funerei vampiri di Solo gli amanti sopravvivono di Jarmusch, altro film dove il plot non fa certo scintille. Piccolo cult da recuperare se non lo si è mai visto, ecco, magari non cominciate a guardarlo proprio per la trama...

lunedì 10 marzo 2025

NO OTHER LAND

 (di Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal, 2024)

"Circa due mesi fa sono diventato padre e spero che mia figlia non debba vivere la stessa vita che sto vivendo io ora, temendo sempre la violenza dei coloni, le demolizioni delle case e gli sgombri forzati che la mia comunità, Masafer Yatta, sta vivendo e affrontando ogni giorno sotto l'invasione israeliana. No other land riflette la dura realtà che abbiamo sopportato per decenni e che ancora persiste mentre chiediamo al mondo di intraprendere azioni serie per fermare l'ingiustizia e la pulizia etnica del popolo palestinese".

Con queste parole Basel Adra, il principale artefice di questo No other land, presenta il suo film mentre viene premiato alla notte degli Oscar 2025 nella categoria "miglior documentario". Nelle parole del regista palestinese c'è tutto il dolore di quella che è a tutti gli effetti una testimonianza del sopruso, della prepotenza e dell'ingerenza israeliana che si accanisce per mezzo dei coloni e dello stesso esercito israeliano su alcuni villaggi di povera gente che non chiedono altro che poter vivere la loro vita già difficile per le condizioni precarie in cui si trovano i venti villaggi che compongono l'aggregato di Masafer Yatta in Cisgiordania. È indegno vedere come un'opera "giusta" come questa sia stata tacciata da più parti di antisemitismo, parola con la quale ormai si tende a giustificare qualsiasi orrore perpetrato dallo Stato di Israele ogni qual volta qualcuno si erga a difensore dei sacrosanti diritti del popolo palestinese vessato e dilaniato dai suoi vicini di casa. I detrattori ovviamente fanno riferimento ad Hamas e alle stragi compiute dall'organizzazione palestinese che però nulla hanno a che vedere con la povera gente che vediamo ritratta nel documentario di Adra, Abraham e sodali. Ovviamente nessuno degli "indignati" tiene conto che uno dei registi, Yuval Abraham, è israeliano, figlio di genitori sopravvissuti all'Olocausto e che, nonostante questo, denuncia con forza la prepotenza e la violenza ingiustificata del suo stesso Paese, sottolineando la diversità di trattamento che i palestinesi sono costretti a subire su base quotidiana e l'insensato accanirsi su una popolazione inerme che non chiede altro che poter avere una casa, una scuola per i propri figli, delle vite il più possibile normali. C'è inoltre da tener conto che il materiale girato da Adra è per la quasi totalità antecedente agli attacchi di Hamas che hanno dato il via all'ennesimo repulisti messo in atto da Israele nei confronti dei palestinesi, ulteriore motivo per riflettere meglio sull'atteggiamento da bulli tenuto dall'esercito israeliano (ma ormai il bullismo nelle istituzioni sembra stia diventando parte del gioco in maniera sempre più esibita, teatrale e spudorata).

No other land è girato con piccole videocamere, con cellulari, con i pochi mezzi a disposizione della povera gente di Masafer Yatta che trova nella documentazione della continua barbarie israeliana l'unica arma di resistenza possibile, nella speranza che una maggiore consapevolezza possa aprire gli occhi di un mondo disinteressato. Basel e Yuval, amici sulle due sponde della libertà, documentano le continue irruzioni dell'esercito israeliano, la distruzione sistematica delle case palestinesi, gli atti vili di sabotaggio come il taglio dei tubi dell'acqua in villaggi dove vivono anche bambini piccoli, la connivenza israeliana con gli omicidi perpetrati dai coloni, le intimidazioni e gli arresti ai danni della popolazione locale. I filmati si alternano a momenti più riflessivi dove i due ragazzi, registi e protagonisti, chiacchierano tra loro del passato delle loro famiglie (il padre di Basel è stato arrestato più volte), si interrogano sul perché i due non possano avere gli stessi diritti e sul perché uno debba subire minacce di morte e aver paura ogni giorno per la sua stessa vita e per quella dei suoi cari, sul perché non sia possibile ottenere giustizia presso le corti israeliane e sul perché non si riescano a ottenere permessi per edificare nei territori interessati dal documentario (perché ovviamente così si può demolire con la scusa dell'abusivismo). Purtroppo sembra resti poco spazio per sognare, per sperare in una risoluzione, in un futuro migliore, non resta che filmare l'osceno mentre le pallottole fischiano, con il rischio di rimanerci sotto ma senza mai abbandonare la propria terra. Opera preziosa, cruda e toccante che tutti speriamo in qualche modo si riveli anche utile, forse una mera illusione sulla quale è molto probabile che in cuor loro non contino troppo nemmeno i loro realizzatori. Sembra che per estirpare un male debba sempre esserci un interesse di fondo, della fine di questo scempio, oggi soprattutto, sembra non si veda la fine nemmeno da lontano. Resta la consapevolezza che, con la giusta volontà, un'integrazione e una comunità d'intenti è pur sempre possibile, l'esempio sono proprio questi quattro ragazzi (due palestinesi, Adra e Ballal, e due israeliani, Abraham e Szor) che hanno lavorato a questo materiale portandolo all'Oscar e davanti agli occhi del mondo intero. 

martedì 4 marzo 2025

CHALLENGERS

(di Luca Guadagnino, 2024)

Periodo prolifico questo per il nostro Luca Guadagnino; non è passato molto tempo dall'uscita del suo Bones and all (2022), ancora una volta con Timothée Chalamet dopo il successo di Chiamami col tuo nome, che il regista siciliano esce con ben due film nel corso del 2024, questo Challengers e il Queer con Daniel Craig e sembra che già nei prossimi mesi del 2025 Guadagnino possa portare nelle sale la sua nuova opera: After the hunt. Con Challengers Guadagnino si addentra nel mondo del tennis nonostante il suo film non giri tanto intorno a questo sport quanto invece su una ronde di sentimenti, desiderio, passione, ambizioni, potere, manipolazione e amicizia che indubbiamente surclassa l'aspetto "sportivo" di un film che di "sportivo" in fondo propone davvero poco, nonostante questo sia in larga parte girato sui campi da tennis. Il termine "challengers" in inglese non è soltanto la traduzione dell'italiano "sfidanti", significato che nella fattispecie sarebbe pertinente per più di un aspetto, indica anche un circuito di tornei di secondo piano utili per i giocatori con pochi punti nella classifica ATP per incrementare il loro ranking in modo da poter ambire alla partecipazione a tornei più prestigiosi. È proprio in occasione di una sfida in uno di questi tornei del circuito Challengers che si dipana la storia propostaci da Guadagnino (su sceneggiatura di Justin Kuritzkes).

Patrick Zweig (Josh O'Connor) e Art Donaldson (Mike Faist) sono due giovani tennisti che vincono il torneo juniores di doppio agli U.S. Open, titolo prestigioso per due dilettanti molto promettenti intenzionati a passare nel circuito professionistico. I due ragazzi, amici fraterni, assistono incantati all'ascesa nel torneo femminile della bellissima e determinata Tashi Duncan (Zendaya), tennista talentuosa e decisamente ambiziosa. Con un buon grado di faccia tosta Patrick (più spigliato) e Art (più dimesso) riescono a entrare nelle grazie della maliziosa Tashi che diventa in breve una sorta di pensiero fisso per entrambi i ragazzi. Su un altro piano temporale Art è diventato non solo professionista ma anche un gran bel campione, vincitore di diversi titoli del Grande Slam trai quali al campione manca solo quello degli U.S. Open per completare un palmares di tutto rispetto. Ad allenarlo e a sostenerlo c'è sua moglie Tashi, sempre ambiziosa ma ormai ritiratasi dalle scene e completamente assorbita dalla carriera del marito. Patrick invece è sempre rimasto ai margini, il suo carattere gli ha forse impedito un'ascesa più significativa all'interno del mondo del tennis, ora si arrangia come può tra tornei di seconda fascia, relazioni improvvisate e miseria economica. In un momento di forte crisi motivazionale e di risultati per Art, sua moglie Tashi deciderà di iscriverlo a un torneo minore in modo da procurare al marito vittorie facili con conseguente iniezione di fiducia e autostima; al torneo Art ritroverà Patrick in qualità di avversario, i due non sono più gli amici di una volta, in mezzo tra quel tempo e l'oggi ci sono state Tashi e una serie di situazioni capaci di incrinare ogni rapporto.

Dell'ottima riuscita di Challengers credo si possa dividere il merito in cabina di regia (guardando alla concezione ampia della definizione) tra il regista vero e proprio, Luca Guadagnino, e la coppia di sodali Trent Reznor e Atticus Ross, musicisti spaziali che, come direbbe Panatta tanto per restare in tema, ci prendono a pallate dall'inizio alla fine del film donando un ritmo calibratissimo e piacevolissimo a tutte le scelte, convenzionali o meno, prese da un Guadagnino qui all'ennesima prova indovinata. Come abbiamo detto (e come hanno già detto in molti), Challengers non è propriamente un film sul tennis, uno sport che qui può essere visto come viatico e metafora per confronti, passioni, relazioni (a tre) dentro e fuori dal campo, quasi mai nell'ottica di oggetto protagonista di un film a tema sportivo. Fin dall'uscita dei primi trailer è stato possibile circoscrivere il nucleo del film al dispiegarsi di un rapporto a tre che ci è stato presentato con aspettative fin troppo "torride", temperature poi mai raggiunte in maniera esplicita in un film che comunque trasuda passione, desiderio ma soprattutto manipolazione e voglia di successo, almeno da parte di uno dei tre vertici di questo triangolo composto da caratteri diversi e ben caratterizzato dalle prove dei tre ottimi protagonisti con una Zendaya calcolatrice e ammaliante, un O'Connor più guascone e mutevole e un Faist dimesso e sottomesso, un'alchimia che permette al regista di poter operare con in mano una squadra vincente. Oltre alla colonna sonora perfetta l'elemento che contribuisce più di tutti alla riuscita di Challengers è la scansione dei tempi e degli eventi dettata da Guadagnino che con soluzioni di regia per lo più indovinate e accattivanti dona un ritmo impeccabile all'alternarsi di piani temporali e ai tagli tra evento sportivo (la finale del challenger) e vita privata, quasi come se fossero un metaforico campo/controcampo di una narrazione bipartita lungo la quale si giocano un'amicizia decennale, un matrimonio, una, due, tre carriere, desideri incistati nel tempo, ambizioni smisurate e frustrate, prevaricazioni mascherate e altro ancora. Guadagnino guarda al tennis in maniera originale nella costruzione delle inquadrature, poco interessato a una veridicità sportiva che lascia il passo a una lettura parallela campo/vita nella quale le passioni dei protagonisti arrivano a detonare nel match, ben esplicitate dal sudore crescente di corpi via via più provati e stanchi fino a un finale in qualche modo liberatorio (orgasmico?). Prova di ottimo cinema da parte di Guadagnino; gioco, set partita!

mercoledì 26 febbraio 2025

OLOGRAMMA PER IL RE

(A hologram for the king di Dave Eggers, 2012)

Lo scrittore statunitense Dave Eggers dev'essere dotato di una personalità eclettica dall'indole molto energica; posto fin dalla giovane età di fronte a sfide di un certo peso (ha dovuto crescere da giovane il fratello più piccolo dopo la morte dei suoi, più avanti si troverà ad affrontare il suicidio della sorella Beth) la sua carriera ha spaziato su più fronti, non solo quelli della scrittura ma in generale in quelli dell'ambito culturale tout court e dove possibile anche in quello della filantropia. Inizia come redattore sul web passando poi a fondare una rivista propria (Might, alla quale collaborarono nomi come quello di David Foster Wallace) e a scrivere e illustrare la striscia a fumetti Smarter feller. L'esordio nel romanzo è del 2000 con L'opera struggente di un formidabile genio, scritto autobiografico ibridato con innesti romanzati non mutuati dalla vita di Eggers; a seguire opere di fiction, raccolte di interviste su temi scottanti (le condanne a morte di imputati innocenti), biografie, collaborazioni con riviste prestigiose, altri romanzi, sceneggiature, la fondazione della casa editrice McSweeney's, l'apertura della scuola di scrittura creativa 826Valencia e chissà cos'altro ancora. All'inizio degli anni 10 del nuovo secolo Eggers inizia a scrivere romanzi su questioni di cocente attualità, il primo dei quali è proprio questo Ologramma per il re che prendendo come spunto una vita, quella del protagonista Alan Clay, racconta la crisi finanziaria, le sue conseguenze e i comportamenti che hanno portato a quello che sembra un punto di non ritorno dal quale il mondo ancora oggi sembra non essersi ancora ripreso a distanza ormai di quasi vent'anni.

Alan Clay è un cinquantenne americano che si è formato nel mondo delle vendite quando nel ramo c'era ancora la possibilità di fare dei bei soldi. Prima il porta a porta con un grande maestro che impartì ad Alan la lezione fondamentale della vendita, ovvero la capacità di riconoscere quale dei motori primari possa far leva sul potenziale cliente, in fondo questi sono essenzialmente quattro: denaro, avventura, identificazione e autoconservazione. Poi la gestione di società sempre più strutturate come quella della Schwinn, una moderna fabbrica di biciclette. Infine la crisi dei mercati, la delocalizzazione sfrenata (ai cui albori anche lo stesso Alan contribuì colpevolmente), la concorrenza della manodopera a basso costo, gli investimenti sbagliati e il crollo finale. Ora Alan si ritrova senza un lavoro sicuro, spaesato in un mondo che forse ha contribuito a creare ma che non riconosce più e nel quale fa difficoltà a muoversi, con una figlia da mantenere al college con esorbitanti rate da pagare, una ex moglie non proprio benevola, ipoteche su una casa che non riesce a vendere, debiti da saldare nei confronti di amici e conoscenti e un futuro all'orizzonte che non si prospetta per niente roseo. Così Alan inizia a operare come consulente per la Retail, un'importante industria di tecnologia statunitense che offre all'uomo quella che ad Alan sembra avere l'odore di "ultima spiaggia": Alan dovrà recarsi in Arabia Saudita, nella King Abdullah Economic City (esiste sul serio), una di quelle città spuntate dal nulla in mezzo al deserto, per cercare di strappare un contratto per le forniture tecnologiche alla città nascente, un affare le cui provvigioni permetterebbero ad Alan di risolvere molti dei suoi problemi economici e vivere tranquillo per almeno qualche tempo. Ma il soggiorno in Arabia sarà fatto di grandi attese e strappare un incontro con Re Abdullah non sarà affatto facile, ci saranno però altri incontri a movimentare la vita di Alan lungo il corso di quei giorni tra loro tutti uguali, non ultimo quello con lo strano bubbone che inizia a protendersi dal retro del suo collo.

Con Ologramma per il re Dave Eggers attraverso la crisi di un uomo ci racconta la crisi di un'epoca e quella di un intero sistema, quello del capitale, che sembra sempre più il viatico verso la dissoluzione del sogno americano, il motore della perdita della speranza e quindi, come conseguenza, una delle cause primarie dei problemi e dell'infelicità del nostro protagonista (dell'uomo occidentale). Alan cerca un'occasione per rimettere in carreggiata un'esistenza che ormai sembra aver definitivamente deragliato da quei binari che fino a qualche anno prima sembravano più che solidi; per acuire la sensazione di limbo straniante nel quale Alan è ormai avvolto, Eggers mette il suo personaggio di fronte a un'attesa estenuante, lo immerge in giornate vuote e senza senso nelle quali la sensazione di inutilità di Alan, anche di fronte alla sua stessa squadra, si acuisce sempre più (come capita a chi perde il lavoro e magari non sa come reinventarsi). Così Alan si trova a scrivere e a cestinare mail rivolte alla figlia che non spedirà mai, a preoccuparsi per quel bubbone sospetto che sembra collegato direttamente alla sua spina dorsale, a bere alcool illegale in un Paese con restrizioni (forse) molto severe sull'argomento. Dietro tutto questo il fallimento di un uomo che si scontra anche con un padre severo che gli rimprovera tutti i suoi sbagli "liberali". Eggers immerge tutto in un ambiente sospeso, in un tempo dilatato, in uno spazio in divenire, in una situazione sfuggente come è diventata l'economia occidentale (perché le cose vere, quelle concrete, ormai si fanno in Cina). Palazzi vuoti, alberghi asettici, strade che non portano da nessuna parte, connessioni assenti, regnanti latitanti, unico punto fermo il tassista Yussef nel quale Alan trova una sorta di amico. In un Paese contraddittorio nel quale il protagonista non riesce nemmeno più a essere puntuale si srotola l'evidenza di un capitalismo che tradisce chi l'ha creato e chi in esso ha creduto. Bravissimo Eggers a creare un romanzo appassionante in un'atmosfera quasi di stasi, altra contraddizione, questa sì appagante e perfettamente riuscita.

giovedì 20 febbraio 2025

LE MANI SULLA CITTÀ

(di Francesco Rosi, 1963)

Si dice che i grandi film non risentano del passare del tempo e che in qualche modo riescano a risultare sempre attuali, considerazione questa che senza ombra di dubbio ben si sposa a un film come Le mani sulla città di Francesco Rosi, attualissimo pur essendo uscito nell'ormai remoto 1963. Opera marcatamente politica, pur presentando manovre di partito, abusi e collusioni tra cariche pubbliche e imprenditoria privata mutuate da situazioni proprie di un'epoca ormai lontana, per contenuti Le mani sulla città potrebbe benissimo essere stato girato l'altro ieri tanto le faccende di malaffare riecheggiano e somigliano alle malefatte della classe politica nostra contemporanea. Purtroppo il film di Rosi, il suo perdurare nell'essere così maledettamente contemporaneo, ci sbatte in faccia a distanza di sessant'anni un malessere e un malcostume ancora endemico del nostro Paese, un'abitudine così radicata da sembrare ormai quasi inestirpabile, come se nessun tipo di diserbante avesse le proprietà necessarie per sradicare la gramigna cattiva. Interessante vedere quanto addentro al sistema politico Rosi decida di andare per raccontare e filmare la sua storia, molto parlata, molto dibattuta, un film dove le sedute del Consiglio Comunale diventano protagoniste e le manovre politiche sottobanco il loro naturale e opportunistico controcanto, e già ce li immaginiamo (non che ci voglia chissà quale immaginazione) i nostri governanti adottare pratiche per nulla dissimili a quelle messe in campo dal fittizio Consiglio Comunale della Napoli del boom edilizio presentataci dal regista partenopeo.

Edoardo Nottola (Rod Steiger) è un consigliere del Comune di Napoli ma è anche e soprattutto un proprietario terriero imparentato con il titolare di una grossa impresa edilizia partenopea. Negli anni del boom economico e della cementificazione selvaggia Nottola cerca in ogni modo di aggirare il piano regolatore della città per orientare lo sviluppo edilizio nella zona dove sono ubicati i terreni di sua proprietà e potervi quindi edificare palazzi moderni con la scusa del benessere dei cittadini ora costretti a vivere in case vecchie e fatiscenti nel centro di Napoli. A muovere la volontà del consigliere, appartenente a uno dei partiti della destra parlamentare, non è ovviamente l'interesse comune ma il più bieco dei tornaconti personali. Intanto in centro città, in uno dei cantieri dove opera il gruppo di Nottola, crolla un palazzo uccidendo due persone e menomando a vita un ragazzino; l'episodio è la goccia che fa traboccare il vaso e le opposizioni, guidate dal consigliere della sinistra De Vita (Carlo Fermariello, vero politico e sindacalista dell'epoca), pretendono l'istituzione di una commissione d'inchiesta per indagare sulle manovre del consigliere Nottola e dei suoi. Le elezioni sono vicine e bisogna muoversi con i piedi di piombo, gli scontri in sala di consiglio si susseguono ma gli interessi politici, le alleanze dell'ultimo minuto e gli opportunismi personali avranno come sempre la meglio sul benessere e sulla vita dei cittadini.

Francesco Rosi si è distinto per una carriera che ha toccato con classe e maestria il cinema di impegno civile e di denuncia, in questo senso Le mani sulla città è solo uno degli esempi del lavoro di un regista che ha inanellato opere come Cadaveri eccellenti (1976) che richiama gli anni di piombo e i movimenti occulti all'interno di organi di Stato e partiti, Salvatore Giuliano sulla vita del celebre bandito e sulla strage di Portella della Ginestra o Il caso Mattei, film per il quale Rosi affermò di aver ricevuto anche minacce di morte. Per Le mani sulla città Rosi si avvale della presenza di reali esponenti politici, gente addentro al sistema, e ne ritrae vitalità e magagne con piglio documentato e documentaristico senza mai mettere da parte l'idea di offrire un ottimo spettacolo al suo pubblico. Ne è la dimostrazione pratica tutta la parte iniziale del film con riprese aeree introduttive di grande fascino realizzate in un'epoca dove la monotonia del drone era ancora ben lungi dal palesarsi, con la sequenza del crollo della palazzina, semplicemente magistrale, e con le coreografie delle folle e dei soccorsi in scene gestite, tra studio e improvvisazione, in maniera davvero impeccabile, firma di un gran regista. La veridicità delle situazioni, lo studio delle meccaniche, la visione dei personaggi sono tutti elementi ben esemplificati dalla frase apposta in chiusura di film: "I personaggi e i fatti sono immaginari, ma autentica è la realtà che li produce". Nel tratteggiare l'opportunismo e il trasformismo politico così tanto in voga ancora oggi Rosi centra il bersaglio senza esitazione, attraversa le decadi con la leggerezza dell'opera pienamente riuscita e sigla uno dei classici imperdibili del nostro cinema che vive in alcuni episodi (e molto bene) anche oltre il mai dimenticato neorealismo.

martedì 18 febbraio 2025

GOING UNDERGROUND

(di Lisa Bosi, 2024)

Se nel pensare a periodi e ad anni di rottura o "rivoluzionari" è il Sessantotto a venire alla mente di primo acchito, il finale degli anni Settanta non è certo stato da meno. Si pensi al fermento nato intorno ai movimenti politici e culturali del 1977 e degli anni successivi, anni che hanno visto srotolarsi davanti agli occhi degli italiani (e del mondo) scontri di piazza, proteste studentesche, la diffusione su scala ampia delle droghe pesanti, dell'eroina in particolare, ma anche il diffondersi delle condivisioni, delle piccole comuni abitative, di gruppi spontanei di fermento creativo, inizialmente anche molto abborracciati ma nati da urgenze o malesseri sinceri, da voglie d'espressione libera e di rivalsa, magari anche economica, perché no, ma soprattutto da una spinta culturale e libertaria che ha portato ondate di cambiamento, alcune delle quali favorite da influenze provenienti dall'estero. È in questo contesto che a Bologna, uno dei punti caldi del periodo in esame, si formano diverse nuove esperienze musicali tra le quali una delle più significative e trasversali è stata quella legata al gruppo dei Gaznevada. Con Going Underground la regista Lisa Bosi ci accompagna non solo attraverso le vicende e i cambi di formazione e di attitudine dei Gaznevada ma anche lungo il dipanarsi di un periodo storico e culturale molto significativo per la Storia del nostro Paese in un amalgama ben riuscito tra musica e ambiente, influenze esterne ed esperienze dirette di un gruppo di ragazzi che della musica libera voleva fare la loro vita, cadendo, riprovando, eccedendo, lasciando qualcuno sul campo e infilando anche qualche successo, imprimendo così il loro nome, oggi forse un poco dimenticato, su una pagina importante della musica italiana alternativa.

Questa storia parla di persone realmente esistite ma ogni riferimento a loro è puramente casuale. "Eravamo ragazzi con la testa piena di letture sbagliate fatte troppo in fretta [...] prigionieri di un mondo appena creato ma pieno di promesse. Noi abbiamo creduto a tutte quelle promesse.  [...] Questa è una storia di eroina e amaro in gola; aspettavamo di fare successo... facendo di tutto per non farlo. Decidemmo di chiamarci Gaznevada". È così che si apre, sulle immagini di un paesaggio alieno, questo Going underground, breve documentario, testimonianza dell'avventura Gaznevada raccontata dalle voci (con accento marcato) degli stessi componenti della band, ora cresciuti, presenze bizzarre di un ambiente allucinato, "un'interferenza trasformata in onda musicale". In realtà i Gaznevada arrivano in un momento storico in cui in Italia di interferenze di certo non ne mancano, sotto il punto di vista musicale e culturale la loro esperienza contribuì però a iniettare nuova linfa nel panorama del Paese; in un'epoca analogica, folgorati dall'ascolto dei dischi dei Ramones, alcuni giovani tra i quali il chitarrista Robert Squibb (Ciro Pagano), il bassista Johnny Tramonta (Giampietro Huber), il batterista Bat Matic (Marco Dondini), il cantante Andrew Nevada (Giorgio Lavagna), il tastierista Nico Gamma (Gianluca Galliani) e il sassofonista Sandy Banana (Alessandro Raffini) si trovano coinvolti nella nascita della Traumfabrik, inizialmente un'esperienza condivisa culturale senza pretese d'arrivare al mercato. In una casa occupata di Bologna i nostri condividono gli spazi con Filippo Scozzari, fumettista e illustratore diventato poi molto celebre, da qui i Gaznevada (ancora non si chiamavano nemmeno così) muovono i primi passi partendo dal rock demenziale (Mamma dammi la benza) subito abbandonato in favore di un approccio punk alla musica. L'incontro con la Harpo's Bazar, poi Italian Records, diede il via a un percorso musicale che portò il gruppo a una maggiore visibilità e ad attraversare negli anni i periodi del punk, della new wave, della italo disco fino ad arrivare al pop degli anni 80, alle apparizioni televisive e al palco del Festivalbar. Nel mezzo i danni causati dall'eroina, i cambi di formazione e, almeno per qualcuno, una voglia di emergere in contrasto con tutto e tutti.

In sala dal 24 febbraio per Wanted cinema, Going Underground è diretto da Lisa Bosi, regista interessata ai movimenti musicali, già autrice di Disco Ruin, documentario dedicato al mondo delle discoteche e dei club nel periodo che va dai 60 ai 90 del secolo scorso. Per Going underground la Bosi sceglie di non avvalersi solo dell'approccio classico delle "teste parlanti", andando invece a creare un documentario dal taglio vivace e moderno tra voci fuori campo sghembe e protagoniste in prima persona della vicenda narrata, scampoli di repertorio tratti da episodi di cronaca del periodo come da performance live dei primi Gaznevada fino ad arrivare ai successivi passaggi televisivi; non mancano alcune interviste d'epoca e sequenze di introduzione e collegamento visivamente accattivanti e stralunate, realizzate dalla Bosi con i Gaznevada di oggi, ancora personaggi sopra le righe capaci di padroneggiare il video. Ciò che maggiormente funziona in questo documentario è la capacità di inserire al meglio l'avventura Gaznevada nel contesto sociale dell'epoca; è interessante infatti seguire il percorso di quei giovani ragazzi ma anche quello delle loro frequentazioni, la nascita della Traumfabrik, la presenza in casa non solo di Scozzari ma anche di un certo Andrea Pazienza, il nome più parlante del fumetto indipendente dell'epoca, un ragazzo destinato a fare un pezzo di storia del fumetto e a rimanere per sempre, oltre il momento della sua prematura scomparsa; divertente scoprire come dietro alcune delle storie di Pazienza ci siano proprio le vicende dei componenti dei Gaznevada e di come Zanardi, il suo personaggio di punta, sia stato (forse?) ispirato proprio da Robert Squibb (pare che in principio portasse anche il nome di Pagano che si incazzò e portò Pazienza ad optare per un nome alternativo, Zanardi appunto). Ne esce così il vissuto di quei ragazzi immersi in un'epoca non facile e turbolenta, punk nell'animo che sono stati in grado di reinventarsi col tempo; Going underground riporta alla memoria la loro storia e quella della loro generazione portando allo spettatore un punto di vista non istituzionale ma personale e costruito sulla sincerità delle ferite vissute sulla propria pelle. Si chiude con i Datura, costola e residuo di ciò che nacque in quell'ormai all'apparenza lontano 1977, ulteriore esperienza di chi a continuato a insistere e a insistere, ancora e ancora.

martedì 11 febbraio 2025

2046

(di Wong Kar-wai, 2004)

Il tempo e le occasioni non tornano, un amore segreto può essere custodito anche per sempre
. Con queste parole chiudevamo qualche tempo fa la nostra riflessione su quel gioiello prezioso che è In the mood for love, l'opera più nota del regista originario di Hong Kong Wong Kar-wai. Dopo quattro anni di gestazione travagliata e interrotta a più riprese Wong Kar-wai esce con questo 2046, un film che riflette proprio sull'impossibilità di tornare ai tempi andati, agli amori perduti, non pienamente vissuti, a quella mancanza struggente capace di bloccare intere esistenze, farle deragliare nell'eterna ricerca di un surrogato, di una soluzione palliativa che nell'intimo, in fondo, si sa destinata a non avere futuro. Per far questo il regista sceglie di costruire un film intimamente legato alla sua opera precedente (al suo capolavoro) senza optare però per un vero e proprio sequel; 2046 è un'opera tutta da decifrare, strana per certi versi, enigmatica, indubbiamente meno facile e meno centrata rispetto a In the mood for love, opera che rientra invece nel genere del melò, nel novero di quelle storie d'amore tormentate e intramontabili di cui il cinema ha ancora così tanto bisogno (e anche noi, non solo il cinema). Il filo che lega questo film al precedente (ma alcuni elementi rimandano addirittura a Days of being wild del 1991) è scoperto e si può afferrare da subito nell'osservare come ricorrano gli stessi attori principali (e non solo loro) già protagonisti di In the mood for love, ritornano qui nei panni di personaggi che portano gli stessi nomi di quelli già conosciuti qualche anno prima, almeno uno dei quali diremmo essere proprio lo stesso Signor Chow Mo-wan interpretato dal bravissimo Tony Leung. Le identità rischiano di confondersi, il tempo sembra quasi sospeso, irreale, eppure siamo, almeno leggendo uno dei livelli del film, in quel 1966 già definito come momento di passaggio per la città di Hong Kong, proprio come lo sarà in futuro l'anno chiave 2046.

Il fascinoso Chow Mo-wan (Tony Leung) lascia Hong Kong e la donna con cui intrattiene una relazione, Lulu (Carina Lau), per trasferirsi a Singapore dove troverà impiego come giornalista iniziando anche la stesura di un romanzo dal titolo 2046. Tornato ad Hong Kong dopo un periodo passato a Singapore Chow Mo-wan trova casa in un albergo un poco fatiscente; qui richiede al proprietario di poter alloggiare nella camera 2046 (la stessa in cui si consumava l'amore de In the mood for love) la quale però, a causa di un fatto probabilmente increscioso, non è disponibile e verrà in seguito occupata dalla prostituta Bai Ling (Zhang Ziyi) mentre l'uomo si sistemerà nell'adiacente 2047. Nel frattempo Chow Mo-wan porta avanti il suo romanzo fantascientifico nel quale il 2046 (un anno? un luogo?) è una meta agognata dove poter ritrovare i propri ricordi perduti, una meta alla quale in molti approdano ma dalla quale nessuno ritorna, nessuno tranne il protagonista del libro che sembra muoversi senza raggiungere più nessun luogo e nessun tempo. In realtà potrebbe essere proprio l'autore del romanzo a rincorrere il ricordo di un amore perduto, una Su Li-Zhen (Maggie Cheung) sepolta nel passato e cercata in qualche modo in Lulu, nella prostituta Bai Ling con la quale Chow avrà una relazione di una certa importanza seppur condotta sul filo del mercimonio, in misura minore nella vicinanza con Wang Jing-wen (Faye Wong), la bella figlia dell'albergatore fidanzata con un giapponese (e per ragioni storiche il padre i giapponesi li odia) e infine Su Li-Zhen, un'altra Su Li-Zhen (sempre Maggie Cheung), giocatrice professionista. Ma il tempo e le occasioni non tornano, non rimane che custodire la memoria di un amore, anche per sempre, in fondo "nella vita il vero amore lo si può mancare se lo si incontra troppo presto, o troppo tardi".

Quanto deve essere stato difficile approcciare la realizzazione dell'opera successiva a un capolavoro riconosciuto e amato come In the mood for love? Wong Kar-wai decide così di non allontanarcisi troppo e allo stesso tempo di sperimentare, con le forme della narrazione e con il nucleo di quel film dal quale in più di un senso questo 2046 discende e matura. Tanta carne al fuoco, a volte la percezione disorientante è che sia addirittura troppa, in un'accavallarsi di protagonisti, di donne soprattutto, di realtà e finzione, presente, passato e futuro, luoghi, anni. 2046 diventa così un numero simbolico: era la camera d'albergo dove in In the mood for love si ritrovavano i due protagonisti, è il titolo del romanzo che sta scrivendo Chow Mo-wan, è l'anno o il luogo a cui tendono i protagonisti del libro, è la camera in cui avrebbe dovuto alloggiare ora l'uomo e che invece viene occupata dalla bellissima Bai Ling, è l'anno in cui il periodo complicato, di transizione per Hong Kong terminerà con il ritorno definitivo alla Cina. Questo fantomatico 2046 nel quale si andrebbe a recuperare i ricordi perduti è il legame di un uomo che nel ricordo di un amore vive, al quale si aggrappa e che gli impedisce di trovare una nuova relazione sincera, profonda, anche se i presupposti gli si presentano più volte, soprattutto grazie alla "vicina" Bai Ling. Ma la perdita di quell'amore primigenio porta Chow Mo-wan a rifiutare legami duraturi, a perdersi in gozzoviglie con amici e colleghi, nel gioco, in relazioni temporanee fatte di sesso e chiusura ai sentimenti. 2046 è ancora un film d'amore, slabbrato quanto si vuole ma denso e carico, un film che diventa un corpo d'opera con il suo predecessore e come tale va letto, d'altronde i segnali di stile, e che stile, parlano chiaro: ancora le inquadrature sui lampioni, la pioggia, i muri, i vestiti eleganti d'epoca (meravigliosi), tutte cose che ci riportano a In the mood for love insieme all'uso delle cromie, alle strettoie virate al rosso qui alternate a campiture di verde, ancora una volta negli abiti, nelle pareti delle stanze. E poi gli specchi, a riprendere e richiamare inquadrature perfette, il controcampo con le figure di spalle, gli spazi stretti, gli interni carichi. Tutto questo, ammantato da una scelta musicale di nuovo significativa, ci racconta una solitudine, un rimpianto narrato in maniera quasi letteraria da un voice over molto presente, quasi fuori misura, e alla fine ci si domanda se l'amore più forte, più persistente e duraturo non sia inevitabilmente quello che non ci appartiene.

giovedì 6 febbraio 2025

SQUID GAME - STAGIONE 2

Alcune "seconde stagioni" di serial televisivi molto amati dal pubblico nascono solamente in virtù del successo di una prima annata che in maniera inaspettata si trovi a superare ogni più rosea aspettativa di ascolti (o di ore di visualizzazione, tanto per adeguarsi ai parametri delle piattaforme); è successo con La casa di carta ed è successo anche con la sudcoreana Squid game, serie ideata e scritta da Hwang Dong-hyuk, già regista di diversi lungometraggi. Il progetto di queste seconde annate non nasce quindi da incontenibili urgenze creative ne tanto meno da improvvisi picchi di genio traducibili poi in una necessità narrativa atta a implementare e approfondire il concept iniziale. Come avviene in tanti altri settori dell'intrattenimento tutto diventa una pura e semplice questione di soldi e, in linea generale, quando questo accade, l'input venale in qualche modo va a riflettersi sul risultato finale. Questo non vuol dire che l'operazione nasca per forza di cose in maniera fallimentare, questo Squid game - stagione due ad esempio non lo è affatto, viene però a mancare quell'originalità e quella spinta sincera che magari, come in questo caso, contraddistingueva in maniera decisa una prima stagione meglio riuscita (pur non facendo gridare al miracolo) e più calibrata negli equilibri narrativi e di ritmo. Ci troviamo in ogni caso davanti a un prodotto non perfetto ma capace di regalare ancora spunti di riflessione e momenti di giusta tensione spettacolare, il finale (molto) aperto lascia lo spettatore in attesa del prosieguo che, salvo smentite o ripensamenti, dovrebbe arrivare nell'estate di questo stesso anno.

Seon Gi-hun (Lee Jung-jae) è l'unico sopravvissuto al gioco al massacro che tre anni prima si è svolto su una misteriosa isola dall'ubicazione sconosciuta, sita probabilmente da qualche parte al largo delle coste della Corea del Sud. Seon Gi-hun è tornato a casa con una marea di soldi che avrebbero potuto risollevare la sua vita e quella della sua famiglia (in questa stagione assente), invece la quantità di morte e violenza che l'uomo è stato costretto a vivere in prima persona sull'isola ne ha minato la capacità di ricominciare; ora l'unico scopo di Seon Gi-hun è quello di rintracciare l'isola e porre fine per sempre ai giochi crudeli e assassini che l'organizzazione diretta dal Front man (Lee Byung-hun) mette in atto a favore di uomini ricchi e annoiati a discapito delle vite di tanti disperati emarginati dalle dinamiche economiche della società sudcoreana. Per potersi riconnettere al mondo dei giochi Seon Gi-hun, dotato ora di disponibilità economiche importanti, mette in piedi una rete di aiutanti con il compito di rintracciare nelle stazioni della metro di Seul l'uomo (Gong Yoo) che anni prima lo reclutò con l'inganno per partecipare ai giochi, unico elemento certo che potrebbe indirizzare Seon verso l'isola. Oltre a lui a cercare la sede di questi giochi c'è anche Hwang Jun-ho (Wi Ha-joon), poliziotto e all'insaputa di tutti fratello del Front man, si alleerà con il gruppo di Seon per trovare e raggiungere l'isola. Ovviamente, volente o nolente, Seon Gi-hun si troverà a dover partecipare alla nuova edizione dello Squid Game con il vantaggio della consapevolezza e la ferma intenzione di salvare quante più vite possibili e magari sgominare l'organizzazione che tira le fila del gioco.

Per questa ripresa del suo show l'ideatore Hwang Dong-hyuk sceglie una costruzione più estesa rispetto alla stagione precedente ma divisa in due tronconi, il secondo dei quali sarà disponibile tra qualche mese. Il primo ostacolo da superare era riaprire una narrazione che avrebbe potuto considerarsi conclusa per riportare almeno il protagonista principale sull'isola a confrontarsi nuovamente con i giochi, con nuovi compagni di viaggio e sviluppare dinamiche, di gioco e relazionali, almeno in parte inedite. Per far questo, con un intreccio che per sommi capi abbiamo riassunto poco sopra, Hwang Dong-hyuk impiega le prime due puntate della stagione durante le quali si tenta di creare un nuovo contesto credibile che, almeno a tratti, affossa il ritmo agli occhi di uno spettatore che sa già dove si sta andando a parare; il fatto che si tornerà sull'isola e ai giochi dello Squid Game è cosa scontata, le dinamiche instaurate nei primi due episodi per portarci a quel punto non presentano grandi elementi di interesse, le cose iniziano a farsi realmente serie e accattivanti solo dal terzo episodio in avanti. Allo stesso modo, almeno per ora, funzionano poco le sottotrame legate al poliziotto Hwang Jun-ho e al suo gruppo d'assalto, gli esiti delle stesse li vedremo probabilmente durante la ripresa estiva. Gli elementi d'interesse, quando si entra nel vivo della stagione, però non mancano: se si affievolisce un poco il discorso sulla società sudcoreana e sulle difficoltà economiche di molti suoi cittadini che portano a miseria e disperazione (temi comunque sempre presenti e motore del reclutamento al gioco di tanti disperati), si rafforza invece la riflessione più universale sull'avidità umana, sulla sopraffazione dell'altro (anche violenta) e sulla propensione dell'uomo a mettere i propri bisogni e i propri punti di vista su un piedistallo e reputarli sempre più importanti, ragionevoli e giusti rispetto a quelli degli altri. Entra in gioco quindi la dinamica della votazione grazie alla quale, dopo aver scoperto la mortalità dei giochi, a conclusione di ogni singola gara "il popolo" potrà votare se tornare a casa con la pelle salva (ma magari non troppo ricchi) o rischiarla e tentare il colpo di fortuna che garantisce miliardi di won. Il popolo, come spesso accade nella realtà, vota male. L'ingresso di nuovi personaggi garantisce poi la possibilità di introdurre nuovi temi come il cambio di sesso in un Paese forse non ancora preparato per questo tipo di situazioni come può essere la Corea del Sud, le dinamiche che si instaurano tra genitori e figli di fronte al rischio, le conseguenze del vizio del gioco e altri spunti ancora. Meno centrata e divertente della prima annata, la seconda stagione di Squid Game offre comunque un buon intrattenimento, qualche riflessione interessante e una promessa di chiusura che speriamo venga attesa definitivamente con la prossima tranche, nella speranza che non ci sia in vista il progetto di allungare oltremodo il brodo.

domenica 2 febbraio 2025

GASOLINE RAINBOW

(dei Ross Brothers, 2023)

Bill Ross IV e Turner Ross sono nati in anni diversi a Sidney, non la Sydney australiana con doppia Y ma la Sidney dell'Ohio con una Y sola, contea di Shelby, una cittadina con ventimila anime nella quale i Ross Brothers ambientarono il loro primo lungometraggio dal titolo 45365 (il codice postale della cittadina). 45365 è una sorta di documentario che racconta una giornata nel paese natale dei due registi; siamo nel campo del cinema indipendente, il film tra l'altro venne anche premiato all'Indipendent Spirit Awards, festival prestigioso per i film non prodotti da majors che nel suo palmares conta anche pellicole illustrissime come il Fuori orario di Martin Scorsese, Sesso, bugie e videotape di Soderbergh, Pulp fiction di Tarantino, Lost in traslation della Coppola, Fargo dei Coen e in anni più recenti cose come il Nomadland della Zhao o il Birdman di Inarritu e via di questo passo. Forse si premiano cose più interessanti qui che non durante la notte degli Oscar. Quella del documentario è la strada che i Ross Brothers hanno percorso e battuto più o meno fino a oggi inanellando dal loro esordio una decina di lavori in quindici anni, Gasoline rainbow è al momento solo l'ultimo di questi. Il film è stato presentato a Venezia nel 2023 prima di essere poi distribuito dalla piattaforma Mubi dove oggi il film è visibile in diversi paesi. Pur essendo il primo effettivo film di finzione a opera dei Ross Brothers l'approccio assomiglia molto a quello del cinema del reale; pochi mezzi per seguire un breve lasso di tempo nella vita di cinque ragazzi che, finite le scuole superiori, cercano un'ultima avventura prima di inoltrarsi in una nuova fase delle loro vite.

Nathaly (Nathaly Garcia), Tony (Tony Abuerto), Makai (Makai Garza), Nicole (Nicole Dukes) e Micah (Micah Bunch) sono un gruppo di amici neodiplomati e decisi a concedersi una grande avventura tutti insieme prima di iniziare a pensare seriamente, non senza preoccupazione, al futuro delle loro vite che si staglia così incerto ad un prossimo orizzonte. L'idea dei cinque ragazzi è quella di vivere un viaggio in libertà partendo da Wiley, piccolo paese dell'Oregon che è il nulla materializzato, verso la costa del Pacifico, luogo dove i ragazzi non sono mai stati prima, destinazione la "festa alla fine del mondo", un'occasione di divertimento inedito che diventa un simbolo di una libertà ancora possibile. Così, attrezzato il furgone del papà di Nicole, i ragazzi partono verso questa nuova esperienza. Diversi incontri li porteranno a vedere nuovi panorami, vivere situazioni inaspettate e scoprire il lato migliore di persone incontrate per caso, parteciperanno a feste, tra chiacchiere e bevute finché qualcuno farà sparire tutte e quattro le ruote del loro mezzo di trasporto. Ormai lanciati in questa avventura che promette di essere oltremodo stimolante, il gruppo di amici deciderà di non arrendersi e di proseguire a piedi o con mezzi di fortuna il loro viaggio verso la costa via Portland, contando solo sui loro mezzi e sulla bontà della gente incontrata per strada, sarà per loro un percorso di conoscenza, di crescita e di preparazione al mondo e a quello che verrà.

Gasoline rainbow è un road movie che tratteggia la Generazione Z senza volerne dare un giudizio né tentando di incasellarla in definizioni troppo stringenti, operazione peraltro impossibile o che quantomeno lascerebbe adito a dubbi d'interpretazione, lo fa narrando il viaggio di questi cinque ragazzi, provenienti da ambienti e famiglie con qualche disfunzionalità, in maniera molto spontanea e libera in un film che sembra non poggiare su una sceneggiatura stringente ma più su stati d'animo, aspettative, momenti di condivisione che alternano scoperta, banalità, riflessioni, confidenze e che inquadrano questi rappresentanti della loro generazione all'interno di un discorso che si fa universale e che può toccare da vicino chiunque, non solo i giovani ma anche (e forse soprattutto) gli adulti che quella giovinezza l'hanno ormai perduta e con la quale si è chiuso anche quel ventaglio di grandi possibilità, di prospettive aperte e di profonda libertà, magari anche solo in potenza, che una vita ormai decisa, incasellata tra doveri, abitudini e rapporti consolidati ha sepolto in certezze quasi inscalfibili, soddisfacenti o meno esse possano essere. In Gasoline rainbow quel sentore di libertà e di possibilità si respira ancora forte nonostante già compaia quell'ansia, quell'incertezza nel futuro che attanaglia le giovani generazioni, un'ansia che vediamo apparire nell'ultima scena, a viaggio terminato, sul volto di Tony quando giunge la consapevolezza che ormai è ora di tornare a casa e di iniziare a pensare a dove dirigersi nel futuro imminente, una scelta che potrebbe non essere così semplice, soprattutto dovendo muovere da Wiley, Ohio. I Russ Brothers ci accompagnano e si accompagnano in questo viaggio di circa cinquecento miglia con cinque attori non professionisti, ragazzi alle prime armi con cinque volti perfetti per questa storia, una bellissima scelta di casting che contribuisce, insieme a ottime panoramiche su paesaggi desertici e periferie cittadine, al naturale corso di uno spostamento che probabilmente deve qualcosa al primo Van Sant, quello di film come Mala noche o Belli e dannati, già cantore di Portland e dintorni. Da Gasoline rainbow esce un ritratto di un'America marginale ma a suo modo molto accogliente; a parte l'episodio del furto delle gomme i nostri eroi incontrano vagabondi, altri gruppi di ragazzi in movimento come loro, il più adulto cugino di Micah che darà loro ospitalità e che sarà l'occasione per il ragazzo di avere un confronto dolce e sincero, una coppia di vecchi rocker un po' matti ma desiderosi di dare una mano a questi giovani, tutta gente ben disposta verso il prossimo, ricchezza che darà senso in positivo al viaggio dei cinque che vivono anche e soprattutto dell'amore sincero che provano l'uno per l'altro, in un'età dove le amicizie sono tutto in un mare di incomprensioni familiari e situazioni difficili (razzismo, deportazioni oltre confine con il Messico, abbandoni, genitori in rehab, etc...). I due registi adottano una messa in scena immediata, non artefatta, molto naturale dando libero spazio al sentire dei loro protagonisti che nel film portano i loro stessi nomi di battesimo, come a sottolineare e rafforzare la vicinanza con la realtà di questo viaggio che avrà una conclusione simbolica nel raggiungimento della "festa alla fine del mondo", un po' come a dire, espressione anche abusata, che è il viaggio quello che conta e non la meta, affermazione che però ben si sposa a questo passaggio nelle vite di Nathaly, Tony, Micah, Nicole e Makay, rappresentanti di una generazione che non ha più in sé i germi della ribellione contro il sistema ma che porta nel DNA, facendo un discorso generalizzato, la matrice di una maggior semplicità della condivisione. Gasoline Rainbow è un film piccolo passato troppo sotto silenzio, da recuperare senza riserve.

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