Dell’importanza di David Wark Griffith nell’economia della settima arte abbiamo già parlato nel pezzo dedicato al suo capolavoro Nascita di una nazione, quello che viene indicato, per convenzione, come primo lungometraggio narrativo della storia del cinema. Con Giglio infranto siamo davanti a un’opera un poco più tarda del regista statunitense; Nascita di una nazione uscì infatti nel 1915: qui siamo quattro anni più avanti e, soprattutto, di fronte a un’opera decisamente più semplice e meno maestosa rispetto alla precedente e ad altri lavori analoghi realizzati da Griffith, come Intolerance (1916), per citarne uno. Giglio infranto è tratto da uno dei racconti (The chink and the child) con cui lo scrittore Thomas Burke esplorò i bassifondi londinesi mettendo in luce le difficili condizioni di vita delle classi sociali più povere, costrette a vivere in quartieri fatiscenti e popolati da profittatori, violenti e personaggi poco raccomandabili. Sebbene il budget a disposizione di Griffith non fosse per l’epoca considerato esorbitante, è curioso notare come questo non differisse di molto da quello destinato alla realizzazione di Nascita di una nazione, opera che appare decisamente più magniloquente rispetto al dramma intimista Giglio infranto, film che può comunque vantare scenografie di ottima qualità, apprezzabili ancora oggi. Torna a recitare per Griffith l’attrice Lillian Gish, già vista in Nascita di una nazione. In Giglio infranto interpreta una tredicenne, pur contando all’epoca ventisei primavere.
Il cinese Cheng Huan (Richard Barthelmess) è un uomo mite che vive secondo i precetti pacifisti del buddismo. Trovatosi di fronte ai comportamenti riottosi di alcuni marinai occidentali approdati al porto di Shanghai, ne rimane sconvolto e decide di andare a predicare la parola d’amore del Buddha in quel di Londra. Arrivato nel quartiere degradato di Limehouse, Cheng Huan trova un’umanità subdola e violenta, un ambiente difficile e avvilente che ben presto fiacca il morale di quel cinese gentile, spingendolo così dal suo piccolo negozio alle fumerie d’oppio della città. Nel quartiere vive anche la giovanissima Lucy Burrows (Lillian Gish), una docile ragazzina maltrattata di continuo dal padre violento, un pugile (Donald Crisp) che, se non fosse trattenuto dal proprio manager (Arthur Howard), passerebbe il suo tempo tra donne e alcol. Dopo uno dei numerosi scontri con il padre, Lucy fugge di casa e incontra l’animo puro di Cheng Huan; il cinese si prende a cuore la situazione della giovane, ospitandola in casa sua e nascondendola al padre. Purtroppo a Limehouse non mancano occhi e orecchie, spioni pronti a riportare ogni notizia, così il vecchio pugile viene a sapere del nascondiglio della figlia; la tragedia non tarderà a venire.
Rispetto a Nascita di una nazione, questo Giglio infranto lascia meno spazio a critiche; all’epoca il film fu ben accolto, altro grande successo di pubblico, in termini negativi, se ne fece notare giusto la semplicità dell’intreccio, soprattutto se paragonato alle precedenti opere del regista, e anche la scelta di ritrarre un asiatico come personaggio positivo del film, a detta di qualcuno, fu vista come una mossa “ruffiana” del regista, volta a mettere a tacere le critiche di razzismo piovutegli addosso per Nascita di una nazione. Se l’impianto è quello del melodramma, è innegabile che Griffith doni a Giglio infranto un afflato di denuncia sociale, con la descrizione di un’umanità svilita dal degrado dei quartieri più poveri della grande città. Questo aspetto è ben sottolineato dalla costruzione delle scenografie (in studio) che rendono con un’ottima dose di credibilità i paesaggi asiatici per come li si immaginava in occidente, ma anche il degrado dei quartieri abitati dai protagonisti così come quello dei poveri interni di casa Burrows. Nella costruzione della vicenda Griffith utilizza il montaggio alternato, di cui è maestro, per presentare le vicende dei due protagonisti, sperimenta con il primo piano, grazie a campi e controcampi ravvicinatissimi a esaltare l’espressività dei volti chiamati a ovviare alla mancanza della parola (l’epoca è quella del muto), e dirige gli attori valorizzando le caretteristiche dei personaggi: le mosse della Gish a forzare un sorriso insincero con l’utilizzo delle mani, la quieta impassibilità (forse eccessiva) di Barthelmess, l’irascibilità di Crisp. Griffith, con toni realistici, non cede alla tentazione di un lieto fine a tutti i costi, a volte il destino è irreversibile, la tragedia una predestinazione.




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