sabato 24 aprile 2021

CUTE GIRL

(Jiushi liuliu de ta di Hou Hsiao-hsien, 1980)

Hou Hsiao-hsien è uno dei registi di spicco dell'ondata di cinema taiwanese che a partire dalla prima metà degli anni Ottanta diede una sferzata allo status quo culturale imposto a Taiwan dal Partito Nazionalista Cinese contribuendo ad alimentare un movimento di breve durata ma di fondamentale importanza poi denominato New Wave Taiwanese. Il rapporto tra il cinema dell'isola di Taiwan e la storia economica e politica del Paese è un argomento molto affascinante che richiederebbe un approfondimento decisamente marcato, così come sarebbe interessante inquadrare la posizione giuridica della stessa isola di fronte al non riconoscimento dei maggiori Stati dell'O.N.U. e della vicina Cina che ne rivendica l'appartenenza alla Repubblica Popolare Cinese, in questa sede ci limiteremo a fornire in linea di massima un breve resoconto della situazione del cinema di Taiwan nel momento della nascita della New Wave.

Al termine della Seconda Guerra mondiale, con la partenza dall'isola dell'esercito giapponese, a Taiwan è il Partito Nazionalista Cinese a dettare le regole, la tensione tra la Cina e l'isola di Taiwan aumenta sempre più e anche in campo cinematografico e culturale questa tensione si fa sentire. Per mantenere la situazione più calma possibile e reprimere quindi in anticipo ogni moto di dissenso e ribellione, il Partito Nazionalista instaura un sistema di censura che prevede per il cinema di Taiwan l'obbligo di occuparsi strettamente di temi d'evasione che potevano passare dalla commedia alla storia romantica, dal film d'importazione (sempre però con gli stessi contenuti) all'action o ai film di arti marziali, l'importante era che i film non accendessero riflessioni scomode sull'attualità dei fatti, sulla politica, sulle condizioni di vita dei taiwanesi, sull'indipendenza e via discorrendo. Le cose iniziano a cambiare lievemente negli anni Sessanta con qualche piccola apertura ma per vedere al cinema qualche contenuto realmente moderno e finalmente libero e "impegnato" bisogna attendere il 1982 con l'uscita di In our time, film che in quattro episodi racconta l'evoluzione storica del paese, tra i quattro registi coinvolti nel progetto ancora non compare Hou Hsiao-hsien che darà il suo contributo alla New Wave a partire dall'anno successivo e siglando alcuni dei titoli più significativi del movimento come A time to live, a time to die e Città dolente. Il successo e la risonanza del film costrinsero gli organi produttivi di Stato ad allentare la morsa sul controllo dei contenuti, Taiwan aveva finalmente il suo cinema indipendente che portò a nuovi stili di racconto ma soprattutto una buona dose di realtà e giudizio in un media che prima aveva nell'intrattenimento la sua unica obbligata finalità.

In questi giorni verrà resa disponibile su Raiplay una piccola retrospettiva sul cinema dell'isola, tra i primi film visibili c'è proprio questo Cute girl che altro non è se non l'esordio del regista Hou Hsiao-hsien. Il film in questione può essere utile e interessante da vedere per andare a valutare l'evoluzione di stile e di tematiche dell'autore che qui muove i suoi primi passi, Cute girl infatti non è ancora inscritto all'interno del movimento della New Wave di Taiwan che come detto nascerà un paio d'anni più tardi, rientra invece in quel filone di intrattenimento puro che può trovare dei paralleli anche con la commedia italiana (ma, distinguiamo, non all'italiana) di alcuni decenni precedente. Cute girl è una commedia ingenua, leggerissima, molto solare e pop che potrebbe avere alcuni elementi in comune con i nostri musicarelli dei primi anni 60 per quel che concerne l'utilizzo frequente di brani dalla facile melodia e la candida storia d'amore, per altri versi, per le situazioni più demenziali e per la qualità d'immagine tipica dei primi anni 80, il parallelo potrebbe essere quello con le commedie dei nostri Lino Banfi e soci senza però nemmeno un'ombra di sessualità, volgarità o sequenze scollacciate, la memoria può andare in quella direzione unicamente per la gag facile, la distanza tra Cute Girl e quel tipo di commedia è la stessa che può passare appunto tra un musicarello con Gianni Morandi e i film con Lino Banfi e la Fenech. All'indole giocosa contribuisce anche la presenza di molti bambini con i quali si delinea quel simpatico rapporto adulto/bambino che anche da noi è stato esplorato più volte, mi viene in mente il Commissario Rizzo di Piedone l'africano con il piccolo Bodo per dirne una, insomma... tutti elementi per costruire una commedia romantica di puro svago dove tra i temi portanti si distinguono i rapporti con la famiglia e il contrasto tra città e campagna.

Wenwen (Fong Fei-Fei) è una bella ragazza figlia di un benestante industriale che la vorrebbe maritata a Quian Ma (Anthony Chan), ragazzo in arrivo da Parigi anch'egli di discendenze più che agiate. Quando il padre combina il matrimonio la giovane ragazza se ne rattrista, decisa comunque ad assecondare le convenzioni e il volere del padre chiede a questi di poter passare alcuni giorni di tranquillità a casa della zia, in campagna, lontana da tutti, per poi tornare e assolvere ai suoi doveri. I momenti passati nel verde, immersa in un'esistenza bucolica circondata dai bambini del piccolo paese sono per Wenwen un toccasana, la pace prosegue fino all'arrivo in paese di una squadra di geometri incaricati di costruire una strada che metterà in difficoltà alcuni abitanti del borgo a causa dei passaggi obbligati dell'opera che si troverà a tagliare letteralmente in due alcune abitazioni. Della squadra fa parte anche Daigang (Kenny Bee), un giovane che Wenwen aveva frettolosamente incontrato in precedenza per le strade di Taipei. La simpatia tra i due pian piano sboccerà e si trasformerà in amore ma il ritorno in città e l'arrivo del promesso Quin Ma sono dietro l'angolo e porteranno sorprese inaspettate.

Il tono del film è sempre molto lieve e divertito, Cute girl si rivela una visione spensierata seppure in nuce vi si possano trovare al suo interno elementi di stile e tematiche del celebre regista che Hou Hsiao-hsien diverrà negli anni a seguire. La commedia rimane comunque leggerissima e si inscrive perfettamente nell'idea di cinema che imperava a Taiwan prima dell'avvento della New Wave. Quello che maggiormente si apprezza, come spesso accade in diverso cinema asiatico, sono le aperture sui paesaggi, le ampie riprese del regista sulla natura sono in grado di trasmettere un senso di pace che ben contrasta con il traffico e i ritmi frenetici della vita a Taipei, ben gestito anche il triangolo amoroso all'interno del quale i due contendenti maschili non prenderanno posizioni di aperto contrasto, anzi, e Wenwen non mancherà di apprezzare un poco entrambi i giovani, nonostante il suo cuore sia ormai occupato da Daigang. I brani musicali sono pura melodia pop zuccherata, entrambi i protagonisti sono popstar nei propri paesi d'origine (Kenny Bee è di Hong Kong), al centro del film anche le convenzioni sociali e l'importanza della famiglia nelle vite dei protagonisti. Sicuramente Cute girl non è un film memorabile, può essere però un buon punto di partenza per carpire l'evoluzione e il reale impatto che la New Wave taiwanese porterà nella cultura del Paese e un modo come un altro per avvicinarsi all'opera di Hsiao-hsien, regista che troverà i maggiori riconoscimenti solo diversi anni più tardi.

mercoledì 21 aprile 2021

PERSONA

(di Ingmar Bergman, 1966)

Durata contenuta, struttura abbastanza lineare, simbolismi di primo acchito evidenti, eppure Persona, come altri film del regista svedese Ingmar Bergman, non è una di quelle opere di cui godere solo nel momento della visione con una fruizione che rimane ferma all'immediato, è necessario ripensare alla proposta del regista a posteriori, interpretare, documentarsi, approfondire una serie di considerazioni sulle quali è già stato detto molto, gli spunti non mancano, il film assolve così a una funzione più alta di quella del mero intrattenimento divenendo così Cinema con la maiuscola, non per niente Bergman è considerato tra i maggiori e più influenti cineasti nella storia della settima arte.

Come esplicitato da più fonti, fin dal titolo e dalla primissima sequenza si mettono in chiaro - per modo di dire - alcuni elementi d'interesse che Bergman ha voluto porre all'attenzione dello spettatore con questo suo racconto. Partiamo dal titolo, Persona, che va inteso nella sua accezione derivante dal latino, ossia quella di maschera, proprio come le maschere che si usavano nel teatro antico, una delle due protagoniste è infatti un'attrice teatrale, Elisabeth Vogler, interpretata dalla splendida Liv Ullmann. Il suo personaggio, durante una rappresentazione dell'Elettra, viene colto da un'irrefrenabile voglia di riso e così ammutolisce, protraendo poi la sua condizione di mutismo a oltranza anche nella vita vera. Il grande tema, almeno uno dei temi, è proprio il dubbio su cosa sia una vita vera e quanto ogni persona, nella fattispecie Elisabeth, possa essere realmente sé stessa nella vita di tutti i giorni e quanto costretta invece a indossare una maschera a uso e consumo delle convenzioni sociali, del rapporto con gli altri, per celare le proprie mancanze, anche quelle agli occhi degli altri più imperdonabili (la mancanza di amore per un figlio). Elisabeth sceglie così di chiudersi in un mutismo assoluto, evitando ogni finzione, anche se nei rapporti con le altre persone anche l'assenza di parola non necessariamente corrisponde all'assenza di ambiguità, tutto ciò viene esplicitato dalla dottoressa (Margaretha Krook) che ha in cura l'attrice: Elisabeth vuole essere, non sembrare di essere, ma il fraintendimento può nascere anche negli occhi dell'altro. L'altro è qui rappresentato da Alma (Bibi Andersson) l'infermiera che avrà cura dell'attrice, unica coprotagonista a contendere la scena ad Elisabeth, è il rapporto (univoco) tra le due a caratterizzare la quasi totalità di Persona.

Altro elemento preso in considerazione è quello della finzione, non intesa solo come maschera ma proprio come finzione cinematografica, cosa è vero e cosa no? Nulla probabilmente, in fondo siamo pur sempre in un film e per quanto il cinema tenti di riprodurre possibili realtà rimane inevitabilmente finzione. Persona si apre con una sequenza di fotogrammi, che torneranno in un paio di altri momenti focali del film, quasi subliminali ma ancora ben percepibili dall'occhio: un pene eretto, una mano inchiodata a un asse di legno, un proiettore, la pellicola che si brucia; come leggere quindi queste immagini decontestualizzate dalla storia narrata? La mano inchiodata lascia pensare da subito al Cristo rimandando al tema della fede, tema molto sentito dal regista e sviluppato in altre sue opere (Il settimo sigillo), eppure l'ipotesi non trova una concreta conferma all'interno del film, così come enigmatica rimane la presenza del pene se non per un vago rimando a un racconto di un'esperienza sessuale vissuta dalla loquace Alma che non manca di raccontarsi apertamente all'ascoltatore perfetto, la muta Elisabeth. Probabilmente la breve e reiterata sequenza rimanda proprio al concetto di finzione nell'arte.

Sono molte le riflessioni possibili scatenate da una narrazione tutto sommato semplice: dopo la caduta nel mutismo da parte di Elisabeth, la dottoressa che l'ha in cura le affianca costantemente la giovane infermiera Alma. Per garantire alla paziente un periodo di tranquillità al fine di una migliore guarigione, la dottoressa concede alle due donne l'utilizzo della sua casa al mare. Qui Alma si legherà sempre più all'attrice e in lunghe sessioni confessionali racconterà passaggi della sua vita ad Elisabeth che continua a perseverare nel suo mutismo pur mostrando tenere aperture verso la nuova amica. Ma anche in questa dinamica che ruolo hanno la sincerità, la finzione e soprattutto... quello di Elisabeth è un trauma o una scelta di comportamento deliberata? Stilisticamente il bianco e nero di Sven Nykvist dona una luce affascinante ai protagonisti e ai luoghi, in particolar modo agli esterni dell'isola in cui è ambientato gran parte di Persona (e dove Bergman prenderà poi dimora), colpiscono i primi piani, le riprese ravvicinatissime sulle due donne, sugli occhi della Andersson, sulla bocca della Ullmann. Bergman riesce a portare sullo schermo quelli che sono prettamente moti interiori dell'animo, invisibili quindi e non semplici da tradurre in immagini. Con eleganza, mestiere e qualche accorgimento di regia il maestro svedese lascia un'altra opera importante per riflettere su aspetti dell'esistenza affatto banali, lo fa tra l'altro in un film breve, all'apparenza semplice, con un contrasto tra forma e contenuti che non si può far altro che apprezzare.

lunedì 19 aprile 2021

GOOD BOYS - QUEI CATTIVI RAGAZZI

(Good boys di Gene Stupnitsky, 2019)

Good Boys è un film prodotto da Seth Rogen e che di conseguenza si tira dietro parte del suo stile nonostante sia stato diretto da Stupnitsky e Rogen non compaia nemmeno nei crediti della sceneggiatura, basti comunque dire che il film ha per protagonisti tre ragazzini di prima media e che negli U.S.A. il film è stato vietato ai minori di diciassette anni. Questo preambolo giusto per darvi l'idea del genere di commedia a cui si va incontro guardando Good boys, film che con il sottotitolo italiano vuole richiamare alla memoria i bravi ragazzi scorsesiani con i quali i nostri protagonisti non hanno ovviamente nulla a che spartire. La commedia è parecchio divertente, ha il pregio di proporre al pubblico un terzetto di giovani amici interpretato da tre ragazzini davvero in gamba, Jacob Tremblay è ormai quasi un veterano, quattordici anni (dodici quando ha girato il film) ma già al lavoro con Xavier Dolan, protagonista di Wonder e Room, più di una decina di titoli all'attivo; meno noti i volti dei suoi due colleghi che tengono testa senza nessun problema al compagno più esperto. L'idea di inserire argomenti spinosi come droghe, sesso e alcool in un racconto sul momento di passaggio tra scuole elementari e medie può sembrare azzardata ma si rivela a tutti gli effetti vincente, prima di proporre il film a ragazzini coetanei dei protagonisti è però vivamente consigliata la previa visione da parte di un adulto.

Max (Jacob Tremblay), Lucas (Keith L. Williams) e Thor (Brady Noon) sono tre amici inseparabili che affrontano il nuovo ambiente della prima media; Max vive la prima cotta per la compagna Brixlee (Millie Davis), Thor ama cantare e vorrebbe partecipare al musical organizzato dalla scuola ma teme di venir preso in giro dal gruppo dei più "fighi" dell'istituto e quindi emarginato, Lucas è un'amante delle regole e fa una difficoltà immensa a infrangerle per seguire il suo amico Max nell'avventura che coinvolgerà i tre ragazzini nel corso di una folle giornata, inoltre deve affrontare il divorzio dei suoi genitori. Durante una prova "di coraggio" Max riesce a fare colpo su Soren (Izaac Wang), uno dei ragazzi più cool della scuola, questi così invita il trio di sfigati a una festa del bacio dove finalmente Max potrà provare a baciare Brixlee. Ovviamente i tre ragazzi non sanno nulla di baci e hanno convinzioni sul sesso del tutto sballate, per imparare qualcosa sull'argomento i tre decidono di spiare Hanna (Molly Gordon), la vicina di casa di Max, e il suo ragazzo, per farlo useranno il prezioso drone del padre di Max che ovviamente si è raccomandato migliaia di volte con il figlio di non toccare l'oggetto in quanto indispensabile al suo lavoro. Quando il drone si romperà, perché ovviamente si romperà, Max si figura la punizione in arrivo e l'impossibilità di andare alla festa, non rimane così che procurarsi un altro drone prima del ritorno di papà e portare a termine l'impresa in una scorribanda continua tra droghe, ragazze che danno la caccia ai tre preadolescenti, prove di coraggio e... sextoys!

Si ride parecchio con Good boys, le battute divertenti e le situazioni indovinate non mancano in una storia che mette al centro l'amicizia tra i tre protagonisti e che non manca di offrire momenti più commoventi, perché anche le più salde amicizie a quell'età sono destinate a mutare con la crescita dei ragazzi, con il sopraggiungere di nuovi interessi, a causa delle diverse velocità di maturazione e grazie (o per colpa, come volete) alle nuove conoscenze, è un momento di passaggio universale dal quale, scusate il gioco di parole, siamo passati tutti. Quello che rende il film diverso da altri sono i temi decisamente adulti che entrano nel mondo di questi tre preadolescenti, i genitori di Thor ad esempio hanno in casa un vasto assortimento di sextoys che i tre ragazzi scambiano per armi o per oggetti di tutt'altro tipo andando a creare gag decisamente surreali, in più Max e soci rubano involontariamente ad Hanna e alla sua amica Lilly (Midori Francis) la "droga del sesso" creandosi così due nemiche da cui guardarsi le spalle, e ancora alcool, bambole gonfiabili, bullismo, insomma un insieme di elementi scorretti che trovano però una certa grazia (oddio, grazia forse è un parolone) tale da non far sembrare il film mai troppo volgare. La regia di Stupnitsky è vivace, dona al film il giusto brio, si procede celermente senza punti morti e i tre giovani attori sono davvero bravi, finale commovente e bella sequenza sulle note di I wanna know what love is dei Foreigner. Forse non all'altezza dell'esordio della Wilde che con La rivincita delle sfigate percorreva una strada simile ma con due protagoniste più grandi, Good boys si inserisce però molto bene nella scia portando a suo favore il contrasto tra i temi e la giovane età dei protagonisti, non male per una commedia adolescenziale over 17.

venerdì 16 aprile 2021

LA RAGAZZA CHE SAPEVA TROPPO

(di Mario Bava, 1963)

Film anticipatore questo di Bava, forse più importante per il fatto di aver dato il la al filone del giallo all'italiana che non per il suo reale valore intrinseco che, a parte per la sua riuscita sul piano registico e visivo, non lascia particolari emozioni a imprimersi nella memoria dello spettatore. Non è questo l'unico film di Bava ad aver dettato la via ai suoi successori nel canonizzare questo o quell'altro genere italiano, dal gotico al giallo per passare al western più scanzonato e allo slasher, poi sappiamo che mettere punti fermi e datare l'inizio di un dato fenomeno non è sempre così semplice, Bava è considerato però proprio tra i precursori di svariati filoni del cinema di casa nostra, di questo si deve dargli atto, a questa fama ha contribuito in parte anche La ragazza che sapeva troppo, film che ha aiutato altri registi e soprattutto i critici a tracciare un'ideale scaletta per punti delle caratteristiche del genere in questione: il giallo all'italiana (punti che non stiamo ad elencare uno per uno, li si trova facilmente con una breve ricerca in rete). Pensiamo anche che si è nel 1963, sette anni prima che arrivino sugli schermi i ben più noti gialli di Dario Argento.

Il film si apre con una sequenza aerea che mostra l'arrivo in Italia, a Roma per la precisione, di un volo della TWA dal quale scende l'americana Nora Davis (Letícia Román), giovane donna giunta nel Belpaese per passare una vacanza ospite dell'anziana Ethel (Chana Coubert) la quale, malata, è accudita dal suo medico, il Dottor Marcello Bassi (John Saxon) che trova fin da subito la giovane Nora molto attraente. Il viaggio dell'americana in Italia purtroppo non inizia con i migliori auspici, già in aeroporto Nora viene coinvolta nell'arresto di un compagno di volo trafficante di droghe leggere, inoltre durante la sua prima notte a Roma la vecchia Ethel muore in seguito a un malore, durante la successiva sortita in cerca di aiuto Nora viene aggredita da un ladro che le ruba la borsa. Al termine di questa brutta esperienza in una Roma notturna e stranamente deserta (siamo comunque sulla scalinata di Trinità dei Monti), a turbare ancor più la turista arriva l'omicidio; una donna con un pugnale conficcato nella schiena si palesa davanti a Nora, inseguita dal suo assassino, al che la povera ragazza sviene non vista dal brutto ceffo. Al risveglio nemmeno l'ombra del cadavere della donna; sia la polizia che i medici che visiteranno Nora, così come lo stesso Marcello, tenteranno di convincerla che la sua esperienza è stata tutta una fantasia dettata dal trauma per la morte di Ethel e dalla successiva aggressione. Una volta tornata sul luogo del delitto Nora conoscerà Laura Torrani (Valentina Cortese), un'amica di Ethel e proprietaria di una casa prospiciente a Trinità dei Monti, la donna inviterà Nora a stare a casa sua per evitarle il soggiorno nel luogo del decesso di Ethel. Ma il delitto al quale Nora è convinta di aver assistito continuerà a tormentarla, scoprirà che lo stesso ha legami concreti che affondano nel passato...

Si apre sulle note di Furore cantata da Celentano, siamo nei 60 e Roma è una città da cartolina, il contrasto tra lo splendore della capitale e i temi foschi del film ben si amalgamano in un'alternanza luce e buio anche metaforica, le panoramiche sulla città eterna hanno valso al film diversi paragoni con il ben più celebre Vacanze Romane, allo splendore capitolino fanno da contraltare le sequenze notturne ambientate principalmente a Trinità dei Monti o nella casa dove soggiorna la protagonista. Proprio con le luci e con le ombre Bava compie il suo piccolo miracolo di estetica, ultimo film girato in bianco e nero dal regista che riesce a massimizzare i risultati di una fotografia curata da lui stesso in prima persona, esemplari le riprese sugli interni in notturna della centralissima casa della signora Torrani. L'accumulo di tensione, a dire il vero non proprio da far tenere il fiato, è costruita proprio sui giochi d'ombra e di luce e sul bel lavoro fatto sul sonoro, discreto e ben calibrato, si pecca invece in fase di sceneggiatura con alcune dinamiche facilmente intuibili e uno sviluppo non sempre esemplare. Come si diceva un film importante a suo modo per il nostro cinema, non così eccezionale rivisto oggi se non sotto gli aspetti sopra descritti, consigliato solo ai cultori del genere in questione.

martedì 13 aprile 2021

LA TIGRE BIANCA

(The white tiger di Ramin Bahrani, 2021)

Ramin Bahrani è un regista statunitense di origini iraniane finito già diverse volte nel mirino delle giurie festivaliere, con La tigre bianca arriva alla candidatura agli Oscar 2021 nella categoria miglior sceneggiatura non originale, la vicenda narrata è infatti mutuata dal libro omonimo di Aravind Adiga. Sebbene Bahrani non abbia ancora firmato nessun titolo impressosi nella memoria collettiva (e nemmeno questo lo farà) si può comunque già individuare un percorso autoriale all'interno di alcuni episodi della sua filmografia che affrontano un tema ricorrente, quello delle condizioni economiche dei protagonisti, delle differenze tra classi sociali (qui ben evidenziate dalle caste dell'India) e i danni che provocano alle persone l'indigenza economica ma anche quella voglia di riscatto e risalita che può portare ad azioni contrarie all'indole naturale degli stessi protagonisti, riflettendo su come queste dinamiche cambino le persone (in peggio); a sostegno di questa tesi basti vedere 99 homes, anche questo prodotto per Netflix, film che affrontava il tema dei mutui subprime o l'ancor precedente A qualsiasi prezzo. Con La tigre bianca Bahrani compie un passo avanti utilizzando una forma del racconto più accattivante rispetto alle precedenti opere, tratteggiando bene le contraddizioni del protagonista, riprendendolo in diversi momenti della sua vita e riuscendo a trovare la giusta misura tra la voce narrante molto presente e appartenente allo stesso protagonista e ciò che è lasciato alla recitazione di Adarsh Gourav, un volto per il quale non si può non provare empatia fino alla svolta narrativa che scatenerà il dilemma: quanto azioni esecrabili possono essere giustificate dall'esasperazione, dallo sfruttamento e da un desiderio di rivalsa che a un certo punto non può che apparire sacrosanto?

Balram (Adarsh Gourav) nasce in un villaggio dell'India da una povera famiglia comandata a bacchetta dall'anziana nonna: povertà, lavoro duro e pochi soldi che finiscono tutti nelle tasche della vecchia. Anche per il piccolo Balram, il più sveglio tra le nuove generazioni, l'istruzione sarà purtroppo parziale e per uscire dalla miseria bisognerà inventarsi qualcosa. Diventato ormai un ragazzo Balram vede per la prima volta nel suo villaggio il giovane Ashok (Rajkummar Rao), figlio di un boss che tiene in scacco l'intera zona con soprusi e corruzione, si mette in testa di diventare il suo autista e iniziare la scalata sociale mettendosi a servizio della ricca famiglia. Balram diverrà così il servitore di fiducia di Ashok e della sua giovane moglie Pinkie Madam (Priyanka Chopra), una coppia che si ritiene emancipata e moderna e che non approva l'abitudine di maltrattare i servitori adottata dalle generazioni precedenti, la loro educazione sviluppatasi negli Stati Uniti dona loro una visione più illuminata dei rapporti con le altre classi sociali, un'apertura mentale che però rimarrà viva finché non sarà comodo tornare a sfruttare in maniera abietta quel servitore tanto fedele. Dal canto suo Balram, fatto il primo passo verso una condizione migliore, non riuscirà più a uscire dalla gabbia mentale della schiavitù nei confronti del ricco, si troverà imprigionato in quella che lui stesso chiama la "stia per polli", quella condizione per la quale il pollo non si rende conto di essere pronto per essere macellato da un momento all'altro. Solo un evento traumatico potrà smuovere la situazione in via definitiva.

La più grande democrazia del mondo. Giocano molto su questa affermazione sarcastica il protagonista e lo stesso Bahrani, in un Paese dove la corruzione è affare quotidiano ed è l'unico sistema di scambio riconosciuto, dove il sopruso è talmente connaturato da essere accettato anche da chi lo subisce, la parola democrazia è una delle tante espressioni che infarciscono il film di quella vena tragicomica che insieme ad altri elementi rende questa coproduzione indiana molto, molto occidentale. Il film è costruito ad arte per ammiccare allo spettatore di tutte le latitudini, tenendo ben presente il suo mercato di riferimento, la parabola del protagonista è innervata in una visione dell'India che accompagna quella che può essere l'aspettativa dello spettatore occidentale, la voce fuori campo molto confidenziale e cool nel modo di narrare, la costruzione di alcune situazioni riportano a un cinema dei nostri tempi e delle nostre parti, si gioca bene con l'utilizzo della doppia lingua, molto indovinata la scelta di Adarsh Gourav effettivamente molto indicato per il ruolo, divertente la stoccata al The millionaire di Danny Boyle (e come dare torto a Bahrani?), film ancor più studiato di questo, tutti elementi che rendono La tigre bianca un film più furbo che sincero, comunque più che gradevole da guardare. Di onesto rimane forse proprio il focus sull'iter compiuto dal protagonista che affronta un percorso per nulla edificante o consolatorio al quale, questo sì, possiamo anche credere. Siamo ancora lontani dal film memorabile ma almeno questa volta Bahrani si è giocato bene le sue carte.

sabato 10 aprile 2021

STILL LIFE

(Sanxia haoren di Jia Zhang-ke, 2006)

Nel primo decennio del nuovo millennio la potenza cinese mette in atto cambiamenti radicali volti a traghettare il Paese verso una nuova modernità tale da rendere la Cina sempre più influente e competitiva nei confronti delle altre nazioni e in particolare dell'occidente del mondo, per farlo vengono varate una serie di opere tra le quali una delle più maestose e importanti è la costruzione della Diga delle tre gole sul Fiume Azzurro nella provincia di Hubei. I lavori vengono portati a termine proprio nel 2006, anno di uscita di questo film che varrà a Jia Zhang-ke il Leone d'oro a Venezia, Still life documenta, con un impianto di finzione, in tempo reale i cambiamenti epocali di un Paese che vede letteralmente affondare parte delle sue tradizioni a beneficio di una modernità che sembra però non portare mai reale vantaggio per gli abitanti delle zone coinvolte in queste operazioni. Uno dei villaggi in cui Still life è ambientato, Fengjie, è stato completamente sommerso dalle acque per permettere la costruzione della diga e l'accumulo d'acqua necessario a quello che diventerà uno dei bacini idrici più imponenti al mondo, per capire le proporzioni del cambiamento, che in questo caso esulano dalla narrazione di questo film, per la costruzione della diga sono state sommerse 13 città, più di mille siti archeologici, circa centoquaranta paesi e innumerevoli piccoli villaggi con un esodo che coinvolgerà nel tempo più di quattro milioni di persone. Uno sconvolgimento profondo per chi quella terra l'ha sempre vissuta e vista come la propria casa, Still life è un fermo immagine di un importante momento di passaggio che mette al centro della narrazione la vita di alcuni protagonisti, in particolare quella del minatore Han Sanming (Sanming Han) e quella di una giovane donna di nome Shen Hong (Zhao Tao).

Una splendida sequenza iniziale segue l'arrivo in traghetto di Han Sanming nella zona di Fengjie, un viaggio verso sud che il minatore intraprende alla ricerca della moglie, una donna allontanatasi da lui parecchi anni prima insieme alla loro figlia all'epoca molto piccola. Han Sanming è un uomo mite, un buon lavoratore, una volta giunto a Fengjie all'indirizzo lasciatogli dalla moglie trova il villaggio sommerso dall'acqua, i lavori per la costruzione della diga della provincia di Hubei hanno costretto gran parte della popolazione a sfollare. Così Han Sanming si stabilirà in zona e mentre lavora come demolitore di edifici continua la ricerca della moglie, rivolgendosi al fratello della stessa, un battelliere dall'indole poco collaborativa, sembra che la donna si sia spostata ancor più a sud insieme alla figlia dei due. Grazie ad altri incontri il momento del ricongiungimento si avvicinerà sempre più. In parallelo la storia di Shen Hong (Zhao Tao), più disillusa e basata su premesse opposte, lei è alla ricerca del marito impiegato nei lavori di ammodernamento del Paese.

Still life è un film che scorre, come il fluire delle acque del Fiume Azzurro, prendendosi il suo tempo, senza brusche accelerate né curve perigliose, fotografa un momento di passaggio, l'incidere del cambiamento sulle genti di una parte di paese la cui vita dura di prima sarà con tutta probabilità la vita dura di domani. Un racconto lineare, affatto torbido, mosso da almeno tre brevissime incursioni nel surreale delle quali soltanto una umanamente plausibile, simboli da interpretare, uno coinvolge l'orrendo monumento al Progresso e alla Prosperità eretto sulle colline di Fengjie, passaggi di non immediata decifrazione. Lo sguardo di Jia Zhang-ke non è apertamente critico verso le scelte operate da un Paese da sempre incurante della volontà dei suoi cittadini, in fondo il regime cinese non consente troppe libertà, che lo sguardo di un regista sia condizionato in maniera forte dalla censura e da possibili ripercussioni del potere costituito è abbastanza naturale. Il film presenta una vena malinconica molto accentuata veicolata da immagini che oscillano tra la naturale bellezza del paesaggio, inquadrato con un lavoro sulla fotografia mai artificioso e di grande impatto, e la triste concretezza degli accumuli di macerie, simbolo esplicito di una vita che non ci sarà più, non solo nelle abitudini che la modernità cambia e spesso travolge, ma in maniera più traumatica nei luoghi di un'esistenza che diverranno inevitabilmente un rimosso difficilmente colmabile. Il regista cinese scandisce la narrazione in quattro passaggi identificati con oggetti (piaceri?) del quotidiano, poche cose ancora concrete come le sigarette, il , i liquori, le caramelle, poche cose che resteranno di un mondo che va a scomparire o quantomeno mutare in maniera irrevocabile. La magia del Cinema è questa, farsi trasportare in altri luoghi, in altri anni, in maniera naturale e percepire almeno qualcosa di situazioni, luoghi e culture che non ci appartengono realmente, o forse, chissà, magari sì.

giovedì 8 aprile 2021

HELLBOY - LA STREGA TROLL E ALTRE STORIE

(Hellboy: The troll witch and others di Mike Mignola, Richard Corben e P. Craig Russell, 2004/2007)

Per il settimo volume dedicato ad Hellboy si torna un po' alle origini con una raccolta di storie brevi non legate in maniera troppo stretta alla continuity del personaggio, sono episodi che Mignola ha scritto per diverse raccolte di racconti tra il 2004 e il 2007 e qui riunite in un'antologia che ha il pregio maggiore nel presentare oltre alle matite sempre superbe del papà di Hellboy anche i lavori di due quotati artisti del fumetto: P. Craig Russell e Richard Corben. Come spesso accade per le storie del nostro demone preferito, soprattutto in quelle brevi e non facenti parte di qualche miniserie, gli spunti nascono da leggende e opere di folklore originarie dei più variegati paesi del mondo, anche i contenuti di La strega troll e altre storie non fanno eccezione a questa regola non scritta, la capacità di Mignola di prendere spunto da qualsiasi cosa sembri strana o inquietante per rielaborare l'idea di partenza e trasformarla in una storia di Hellboy o del B.P.R.D. è ormai una forma d'arte a sé stante, il plasmare l'assurdo è ormai pane quotidiano per questo autore dal talento innegabile, poi non tutte le ciambelle riescono con lo stesso buco, come anche questa antologia è qui a dimostrare.

Il volume si apre con La Penanggalan, storia di poche tavole alla quale si fatica a trovare un senso se non nelle vignette sempre cariche della giusta atmosfera di Mignola, dal folklore malese una storia di streghe (? o meglio esseri) capaci di staccarsi la testa con tutte le viscere al seguito, inquietudini completamente sfasate. Si prosegue con L'idra e il leone che unisce il mito di Ercole con le fantasie sfrenate della piccola figlia dell'autore, altra storia breve che gode del tocco ironico di Mignola e colloca gli accadimenti ai tempi in cui il Bureau era ancora ubicato a Fairfield in Connecticut. Per La strega troll, racconto che dà il titolo al volume, anche questo brevissimo, si passa ai racconti popolari norvegesi per una storia dove belle ragazze, streghe troll e vacche hanno più o meno la stessa importanza, da notare come spesso in questi episodi l'intervento di Hellboy non abbia poi questo peso specifico così fondamentale nel risolversi delle situazioni incredibili con le quali il Nostro si trova a doversi confrontare. Con Il vampiro di Praga si passa la matita a P. Craig Russell, il tratto più caricaturale del disegnatore ben si sposa con le atmosfere scanzonate della storia dove il protagonista è un vampiro giocatore d'azzardo al quale non rimane che confrontarsi con i morti e ovviamente con Hellboy, la storia non è tra le più memorabili, personalmente non sono un grande fan del tratto di Russell sebbene non possa negare che sia interessante vedere ogni tanto altre interpretazioni del personaggio, Mignola però rimane Mignola nonostante il bel ritratto che Russell ci regala di Praga e di alcuni suoi particolari. Per L'esperimento del Dottor Carp e per Il Ghoul riprende le redini saldamente in mano il creatore di Hellboy: scimmie assassine, esperimenti immorali e cadaveri col vezzo della poesia fanno da apripista per quello che a conti fatti sembra essere il piatto forte del volume, quel Makoma disegnato da Corben, maestro della nona arte che regala un'interpretazione del demone rosso effettivamente di gran levatura. Makoma è anche l'unica storia del volume di una certa lunghezza, Hellboy viene qui reinterpretato come una sorta di divinità africana e il suo errare per il continente, a contatto con dei minori, sembra avere a che fare con il creato stesso. Lo stile di Corben si discosta molto da quello di Mignola ed è perfetto per rendere al meglio le atmosfere canicolari e assolate del continente africano, i volti degli anziani, quello di Hellboy, i paesaggi torridi e la flora e la fauna del continente nero tratteggiati da Corben sono una meraviglia per gli occhi e creano un contrasto superbo con le atmosfere gotiche di Mignola.

Questione di gusti, forse. Non amo particolarmente queste raccolte di storie oltremodo brevi, o meglio, se confronto questo volume con altri che raccolgono miniserie più lunghe, strutturate e corpose, mi viene naturale etichettare La strega troll e altre storie come uno degli episodi meno interessanti della storia editoriale di Hellboy (fin qui si intende), inoltre iniziano a mancarmi i tizi del Bureau che garantiscono una vivacità alle storie decisamente maggiore, spero che con il prossimo volume, Il richiamo delle tenebre, si possa tornare in carreggiata e a una narrazione più densa di avvenimenti, augurandoci che il nostro demone "possa vivere in tempi interessanti".

martedì 6 aprile 2021

THE BOURNE LEGACY

(di Tony Gilroy, 2012)

Può avere un senso realizzare un capitolo della saga dedicata a Jason Bourne senza Jason Bourne (e di conseguenza senza Matt Damon)? Nel recente passato non ho esitato a rimarcare il mio apprezzamento per i primi tre film dedicati all'ex spia della C.I.A. definendo la trilogia formata da Identity, Supremacy e Ultimatum la migliore saga action degli anni 2000, forse l'affetto per il franchise mi porta ora a dare una risposta negativa alla domanda di cui sopra. The Bourne legacy non è un cattivo film, pur non rivelandosi all'altezza dei suoi predecessori nulla toglie che rimanga un buon action, ottimo per passare due ore adrenaliniche senza impegno, risulta pretestuosa la scelta di utilizzare il nome di Bourne nel titolo di un film che con qualche aggiustamento avrebbe potuto camminare sulle sue gambe dovendo solo, questo sì, difendersi dalle eventuali accuse di plagio o di scarsa fantasia, invece infilando un Bourne nel titolo... beh, tutto risulta più semplice e giustificato. Ciò che rende il film meno interessante dei precedenti capitoli, lasciando da parte l'avvicendarsi tra Damon e Renner, è la mancanza di interesse per il protagonista in sé, se Bourne aveva un passato rimosso da ricostruire passo a passo, i pochi misteri legati al nuovo agente Aaron Cross sono presto svelati e non contribuiscono a dare pepe a una vicenda che è pura azione, una caccia all'uomo infinita con ben pochi retroscena, costruiti in maniera non troppo accurata e presentati all'apparenza con carenza di fantasia e impegno, cosa che lascia perplessi se si pensa che il regista Tony Gilroy è stato sceneggiatore dei precedenti e ben più interessanti capitoli della saga. Non mi sento nemmeno di addossare colpe al nuovo arrivato Jeremy Renner che seppur non smuova la stessa empatia che da subito faceva scattare il personaggio di Damon, ha comunque il volto giusto e nel ruolo assegnatogli non delude, anzi, porta avanti con onore l'ingrato compito di sostituire il vero padrone di casa. Anche per il cast di contorno non si lesina, si portano in scena Oscar Isaac, Edward Norton e Rachel Weisz e, a parte quest'ultima, i primi due con ruoli che disperdono un po' i talenti dei due attori. Insomma, il film manca di costruzione e ci si affida molto (troppo) a quanto visto nei capitoli precedenti.

Jason Bourne ha contribuito con l'aiuto di Pamela Landy (Joan Allen) a portare alla luce le malefatte legate al progetto governativo occulto denominato Treadstone con tutte le conseguenze mediatiche del caso; in diverse sezioni segrete della C.I.A. iniziano a tremare le ginocchia a più d'un dirigente in quanto operazioni poco lecite potrebbero emergere dall'inchiesta Treadstone e da eventuali fughe di notizie a causa di personale d'alto rango poco cauto. Una tra tutte preoccupa in particolare Ric Byer (Edward Norton), il programma Outcome, che prevede l'addestramento e il potenziamento fisico e mentale di nove agenti speciali da utilizzare in territorio nemico, operazione clandestina non approvata e con risvolti etici e politici potenzialmente catastrofici. Nonostante i sacrifici fatti per addestrare questi uomini per Byer non resta che eliminare tutte le prove, a partire proprio dall'eliminazione fisica dei nove agenti. A questa mattanza sfugge solo l'agente numero cinque, Aaron Cross (Jeremy Renner) che dovrà mettere in campo tutte le sue abilità per sfuggire agli uomini di Byer e per procurarsi i farmaci da cui ormai è dipendente, in suo aiuto solo la dottoressa Marta Shearing (Rachel Weisz), anche lei nelle mire dei servizi deviati.

Come già detto, il film manca di costruzione e background, in maniera furba ci si affida ad alcune sequenze riprese dai film precedenti per creare un collegamento e dare il via a quella che è a tutti gli effetti una caccia all'uomo continua priva di particolari spunti d'interesse. Sul versante puramente action non si può dire che Legacy sia mal riuscito, anche qui pecca di poca fantasia in almeno un paio di sequenze, quella sui tetti di Manila che richiama palesemente quella già vista in Nord Africa con Jason Bourne protagonista, vengono anche ripresi gli inseguimenti in moto e nelle strade affollate, in questo forse Greengrass mostrava un talento superiore a quello di Gilroy che comunque non se la cava male, in altri frangenti il suo lavoro con la macchina da presa e con la gestione della tensione nelle sequenze d'azione si lascia apprezzare. L'intesa tra Renner e la Weisz funziona bene e le maggiori soddisfazioni arrivano proprio nella nostalgica scena finale tra i due nel momento in cui esplode per l'ennesima volta Extreme Ways di Moby, colonna sonora portante della saga che riporta in una frazione di secondo la mente dello spettatore ai capitoli precedenti. Probabilmente non c'era bisogno di questo episodio, anzi sicuramente non c'era bisogno di questo episodio, però nell'imbattercisi alla fine ci si diverte, non è proprio il Bourne che amiamo ma è un peccato che agli ideatori della saga possiamo anche perdonare.

L'UOMO INVISIBILE

(The invisible man di Leigh Whannell, 2020)

Nasce da un'unione di diversi elementi il successo de L'uomo invisibile, una somma delle parti che ha portato la Blumhouse Productions all'ennesimo trionfo dalle ottime proporzioni con un film costato poco più di sette milioni di dollari e che ne ha finora incassati più di centoventicinque. Il primo di questi elementi è proprio Jason Blum con la sua casa di produzione, la Blumhouse è ormai una realtà solida e interessante, non sempre garanzia di qualità ma capace di alternare, sia a livello di contenuti che di incassi, prodotti medi (o anche medio bassi) a improvvisi exploit che fanno incassare alla stessa cifre esorbitanti rispetto ai budget investiti (sotto questo aspetto Paranormal activities ha fatto scuola) e siglare prodotti di ottimo livello anche dal punto di vista della qualità come accade con questo L'uomo invisibile. Poi c'è il regista Leigh Whannell, autore di una buona prova e veicolo di tanta esperienza, se le sue regie ancora non sono molte (però ha già Upgrade tra le frecce al suo arco) è stato sceneggiatore e produttore di diversi capitoli della saga di Saw - L'enigmista e di quella di Insidious con un sodalizio duraturo con James Wan che ha portato molti frutti all'interno del genere. Infine l'adattamento libero e moderno di un classico della letteratura di fantascienza a nobilitare tutta l'operazione, il personaggio creato da H. G. Wells è anche tra i più noti esponenti di quella che viene considerata l'allegra brigata dei mostri della Universal, un character qui rinverdito (anche se di riflesso) per adattarsi alla narrazione e alle situazioni dei nostri giorni.

La vera protagonista del film è Cecilia Kass (Elizabeth Moss), una donna psicologicamente (e non solo) abusata dal compagno Adrian Griffin (Oliver Jackson-Cohen), ricchissimo genio nel campo dell'ottica, con il quale vive una relazione per lei destabilizzante e non più sostenibile. Intimorita a morte dall'uomo Cecilia studia un piano per scappare nottetempo dalla casa che condivide con il compagno e fuggire in un luogo sconosciuto con l'aiuto della sorella Emily (Harriet Dyer). La donna trova rifugio a casa di un vecchio amico, l'agente di polizia James Lanier (Aldis Hodge) che vive con la figlia adolescente Sydney (Storm Reid) alla quale Cecilia si affeziona molto. La donna vive nel terrore, ha paura di uscire di casa ed è convinta che Adrian possa rintracciarla da un momento all'altro, diventa difficile per lei reinserirsi nel mondo del lavoro o anche solo vivere attimi di serenità, lo stato psicologico di Cecilia peggiora sempre più finché un giorno la sorella Emily le porta una notizia sconvolgente: Adrian si è tolto la vita, Cecilia ora può finalmente rifiatare e godere anche della ricca e inaspettata eredità lasciatale dal defunto oppressore. Cecilia così rinasce, eppure ogni tanto torna a provare delle strane sensazioni, le sembra di essere osservata, ha l'impressione che la presenza di Adrian sia ancora palpabile, iniziano poi ad accadere episodi inquietanti e poco spiegabili che sembrano confutare, solo ai suoi occhi però, l'effettiva morte di Adrian...

L'uomo invisibile si gioca tutto sul piano della tensione, fin dalla primissima sequenza si rimane in apprensione continua per la protagonista, ora sul piano meramente fisico, ora su quello psicologico, la regia di Whannell non abusa mai di trucchetti scontati ma tramite la gestione degli spazi, dei tempi e dei movimenti di camera sugli attori riesce a creare un senso di inquietudine costante. La sceneggiatura gioca bene e dosa bene i colpi di scena anche se un paio di svolte nella trama si intuiscono con un certo anticipo, ottima anche la resa tecnica adoperata per aggiornare la figura dell'uomo invisibile ai giorni nostri. Interessante il discorso sul controllo coercitivo giocato a livello psicologico sulla protagonista, una bravissima Elizabeth Moss che ci fa vivere una condizione che sta sempre in bilico tra l'oppressione della vittima e la discesa verso la follia della stessa, la sceneggiatura viene incontro allo spettatore relativamente presto chiarendo da che parte propendere, ovviamente come in ogni horror che si rispetti è d'obbligo mantenere ogni riserva di giudizio fino alla scena finale. Ben realizzate anche le sequenze più dinamiche, il film pur puntando molto sul coinvolgimento emotivo e adrenalinico dello spettatore non manca di lasciare dei sottotesti legati all'abuso su più aspetti della figura femminile ma prima di tutto L'uomo invisibile si distingue per essere un thriller davvero ben realizzato e riuscito con il quale è facile divertirsi parecchio. Ottimo prodotto da aggiungere al già nutrito catalogo della Blumhouse, magari i più ottimisti potranno ora sperare in un adattamento in chiave moderna di qualche altro classico della letteratura horror/fantascientifica, se i risultati fossero come questo l'idea non sarebbe affatto male.

venerdì 2 aprile 2021

NICK & NORAH - TUTTO ACCADDE IN UNA NOTTE

(Nick and Norah's infinite playlist di Peter Sollett, 2008)

Il titolo originale, Nick and Norah's infinite playlist, riassume bene lo spirito di questo film dai tratti teneramente adolescenziali, facendo riferimento sia all'abitudine in voga tra i giovani di preparare playlist ad hoc per la propria amata (chi non ha mai preparato una cassettina - si, ai miei tempi c'erano le musicassette - per la ragazza dei sogni?) sia alla nutrita soundtrack che accompagna una storia dove la musica è presente dall'inizio alla fine. C'è anche da dire che la soluzione trovata per la traduzione italiana rimanda a un altro aspetto di questa commedia sentimentale, quello di essere ambientato lungo l'arco di una sola nottata, riecheggiando pellicole più celebri come Fuori orario di Scorsese o in maniera più immediata Tutto in una notte di Landis, tutto sommato la scelta sembra lecita nonostante la mia preferenza continui ad andare verso l'opzione inglese. Con questa intro abbiamo riassunto gli elementi fondativi del film: musica, unità di tempo, ragazzi in amore, cosa manca quindi? Semplice: New York!

Nick (Michael Cera) è ancora preso dalla sua ex Tris (Alexis Dziena), una tipetta sexy ma davvero poco seria e interessata, il ragazzo si strugge nella sua cameretta tappezzata di poster compilando playlist su playlist da riversare su cd e da far avere alla ragazza la quale prontamente le rovescia nel bidone dell'immondizia dell'istituto scolastico dal quale Norah (Kat Dennings) le recupera per infilarle nel suo lettore portatile. Norah si innamora un po' di quelle compilation piene zeppe di musica così affine ai suoi gusti, trova carino il modo in cui Nick, che Norah non conosce e non ha mai visto, si adoperi per confezionare al meglio la sua musica preferita per farla avere a quella stronza di Tris. Una sera Nick, ragazzo per bene, timido, educato, non fumatore, non bevitore, ha un concerto con la sua band in un locale di New York, per combinazione la stessa sera in quel locale ci sono anche Tris con la sua ultima fiamma e Norah con la sua amica svalvolata Caroline (Ari Graynor), quando i due si conosceranno la simpatia reciproca ci metterà poco a decollare, ad aspettarli ci sarà una notte in una vivissima New York alla ricerca di un fantomatico concerto che la band preferita di Nick improvviserà in un misterioso luogo in città, la ricerca di una Caroline ubriaca nel frattempo smarritasi in città e l'accettazione di amori ormai finiti con una brillante apertura verso il nuovo.

Commedia lievissima ottima per gli adolescenti ma che sa rimanere gradevole anche in chiave nostalgica per chi ha passato l'età, il film di Peter Sollett è una bellissima cartolina di New York riempita con frasi d'affetto per questa città che assume il ruolo di vera coprotagonista della vicenda, i notturni della grande mela contribuiscono in maniera forte a dare una connotazione al film, di per sé simpatico senza particolari picchi. Si apprezza la gestione molto delicata e tenera dell'incontro tra Nick e Norah, gli amori adolescenti vanno e vengono, è questo il caso dei due protagonisti, lui un ottimo ragazzo, scalcagnato, alla guida dell'unica Yugo probabilmente rimasta in città (o forse nell'intero Stato), lei figlia di un padre influente, affabile, naturale. Cera e Dennings riescono a creare una bella alchimia di sguardi, sorrisi, battute, abbastanza frizzante il contorno di personaggi, dai compagni di band di Nick alla devastata amica di Norah (sue le scene un po' più grevi, quella del cesso ad esempio), lo sviluppo è risaputo ma non lo si patisce, anzi. Ricca colonna sonora con pezzi di indie rock dolce (con qualche punta più vivace) che fanno da perfetto sottofondo alle dinamiche dei personaggi. Nick and Norah's infinite playlist, chiamiamolo così, non si farà ricordare in maniera particolare ma offre un'oretta e mezza leggera per la quale non ci si pente d'aver scommesso su questo film.

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