giovedì 19 gennaio 2023

LE FORZE DEL DESTINO

(It's all about love di Thomas Vinterberg, 2003)

C'era una volta il Dogma 95, movimento del quale proprio Thomas Vinterberg, insieme al connazionale Lars Von Trier, è stato promotore e fondatore. Lo slancio dei due autori nacque dalla volontà di andare in controtendenza rispetto a un cinema, principalmente hollywoodiano, dominato dagli effetti speciali e da artifici visivi per tornare a un approccio più naturale alla materia, un ritorno alla recitazione, alle storie, a una messa in scena più semplice e spontanea. Vinterberg e Von Trier non portarono avanti queste idee in maniera aleatoria e improvvisata, no, si diedero delle vere e proprie regole da seguire, una sorta di decalogo grazie al quale i futuri film del Dogma, una volta appurato il rispetto delle regole che andremo a breve a menzionare, riceveranno anche una sorta di certificazione di appartenenza e un numero progressivo a completare il titolo dell'opera, una sorta di catalogo del movimento il cui esordio ufficiale toccò proprio a Thomas Vinterberg con l'ottimo Festen - Festa in famiglia, menzionato anche come Dogma #1. In breve altri registi si unirono all'iniziativa impegnandosi a seguire regole abbastanza stringenti: solo camera a mano, suono naturale e niente musica aggiunta in fase di montaggio, nessun oggetto estraneo alle scenografie in cui si girava e che non dovevano essere "costruite", illuminazione naturale sia in diurna che in notturna, narrazione lontana dai generi, unità di tempo e via discorrendo. Un esperimento di grande interesse che produsse trentacinque opere e che si chiuse a un decennio dalla sua nascita avvenuta (come da nome) nel 1995. Ora dal secondo film di Vinterberg, visto anche il successo di critica ricevuto da Festen che rimane tutt'oggi un grande film, ci si sarebbe aspettata la stessa aderenza al progetto, schiena dritta e andare, invece l'autore, come per una sorta di subitanea abiura, abbandona il Dogma per gettarsi (anche se non completamente) tra le braccia di Hollywood realizzando un film con tanto di effetti speciali, seppur non rutilanti, e siglando un'opera che non è nemmeno lontanamente riuscita come l'esordio e che lascia perplessi sotto più punti di vista.

Siamo in un futuro che ormai è già passato, Le forze del destino è ambientato nel 2021, il mondo è simile a quello che già conosciamo, almeno all'apparenza, ma si vedono chiari i segnali di un'avvicinamento al disastro incontro al quale la specie umana sembra dirigersi con un alto grado di noncuranza. Abbondano le morti improvvise, i cuori si fermano, i cadaveri vengono lasciati per strada o nei luoghi dei decessi senza che nessuno se ne curi, i passanti li scavalcano senza empatia né pietà. Inoltre le temperature, in barba al nostro riscaldamento globale, continuano ad abbassarsi delineando un pianeta sempre più freddo che va incontro a una sorta di nuova glaciazione, a New York nevica in Luglio, la gente sembra godersi il momento. Nel frattempo arrivano strane storie dall'Uganda dove la popolazione pare abbia iniziato a levitare. In questo strano scenario il relatore universitario John (Joaquin Phoenix), diretto in Canada, fa scalo nella Grande Mela per incontrare sua moglie Elena (Claire Danes) e farle firmare i documenti per il divorzio. Il rapporto tra i due non sembra però così pessimo, Elena è una famosa pattinatrice su ghiaccio intorno alla quale ruota sempre un numeroso staff oltre ai componenti della sua famiglia, tutta gente alla quale John sembra in fondo piacere parecchio. Dopo il primo incontro però avvengono episodi un po' strani, delle figure non facilmente identificabili dal principio fanno la loro comparsa e intorno a Elena sembra nascere un alone di pericolo e turbamento. Starà a John fare luce sulla situazione in un mondo che sembra non avere più punti fermi.

Confrontando le prime due opere di Vinterberg si può dire che l'uscita dal Dogma non abbia fatto bene al regista danese. Le forze del destino, che si fregia di un titolo italiano tanto anonimo quanto idiota, è un film che manca di messa a fuoco (nonostante qui, perdonatemi la battuta, Vinterberg abbia potuto usare tutti i mezzi a sua disposizione), è difficile capire dove il regista voglia andare a parare, non solo dal punto di vista narrativo, ma soprattutto nella volontà di comunicare o trasmettere qualcosa, può essere che la chiave di lettura sia quella di un'umanità rassegnata e indolente che non sa da che parte andare, cosa che si riflette in un film che non è di certo inguardabile ma che risulta un po' insapore, senza una direzione, difetto difficilmente perdonabile a un'opera seconda che sulle spalle si porta un predecessore illuminato come Festen. Altro "delitto" è lo sperpero di un attore come Sean Penn, relegato a una piccola parte non chiaramente leggibile, è il fratello di John che vaneggia a telefono a bordo di un aereo, mezzo di trasporto del quale apprendiamo lo stesso pare aver avuto il terrore fino a poco prima. Il nucleo centrale del film, quello che riguarda Claire e che qui non sveleremo, sembra non trovare un vero punto di interesse, anche Phoenix non può molto affogato in uno script confuso e poco accattivante anche dal punto di vista visivo. Rimangono alcuni buoni momenti, qualche location più interessante (i corridoi dell'hotel) e poco altro, peccato perché nel complesso si percepisce come qualcosa di meglio sarebbe potuta facilmente saltar fuori da questo lavoro, così non è stato, da guardare solo se si è fan del genere "fine del mondo in avvicinamento" con la consapevolezza che anche in questo segmento c'è di meglio da recuperare.

martedì 17 gennaio 2023

THE HUMANS

(di Stephen Karam, 2021)

Dramma da camera, anche se qui la camera si trasforma in un intero (seppur angusto per molti versi) appartamento. The humans è la trasposizione su schermo dell'omonima pièce teatrale scritta dallo stesso Stephen Karam (qui sceneggiatore e regista) e che portò il drammaturgo a vincere nel 2016 il Tony Award, uno dei premi più prestigiosi per quel che riguarda il mondo del teatro. Con la "lieta" occasione di una cena per il giorno del Ringraziamento da trascorrere in famiglia, Karam mette in scena i malesseri dell'oggi tramite le vicende dei Blake attraverso le quali sarà possibile, in maniera a volte diretta a volte metaforica, gettare uno sguardo profondo sulle paure e sulle preoccupazioni della società americana, estendibili anche oltre confine, che passano dalla situazione economica alla ricerca di una realizzazione personale, dalla paura per le malattie a quelle dettate dalle minacce esterne, dal cambiamento climatico, dall'invecchiamento o anche solo da una gestione dei rapporti familiari non sempre facili. A volte le paure sono meramente quelle dettate dalle proprie azioni, dalle conseguenze delle stesse, paure che si trasformano in veri e propri incubi minacciando di sostanziarsi in forme concrete nella realtà quotidiana di tutti i giorni. Sei personaggi pressoché sempre in scena con un'alternarsi serrato di battute e, almeno nella versione cinematografica, un settimo incomodo, l'appartamento, a fare la parte del leone: onnisciente, onnipresente, minaccioso fino a divenire terrorizzante.

La famiglia Blake si riunisce per il giorno del ringraziamento nel nuovo (nel senso di novità non di moderno) appartamento newyorkese che Brigid (Beanie Feldstein) dividerà con il suo compagno Richard (Steven Yeun). In visita arrivano i genitori di lei, Erik (Richard Jenkins) e Deirdre (Jayne Houdyshell), sua sorella Aimee (Amy Schumer) e l'anziana nonna ormai invalida Momo (June Squibb) costretta su una sedia a rotelle che renderà difficile la gestione della serata negli angusti spazi del vetusto appartamento. I preparativi per la cena iniziano tra discorsi cordiali e convenevoli, qualche difficoltà data dalle misure del luogo e dal fatto che i due ragazzi vi si sono appena trasferiti mancando quindi di parecchie comodità ancora di là da venire. Ma ciò che non convince papà Erik è in parte la struttura che presenta zone con caloriferi scrostati, pareti gonfie, scantinati bui, impianti vecchi e rumorosi e almeno una vicina di casa non troppo silenziosa. In realtà l'uomo riversa sulla nuova situazione alcune delle sue paure: una figlia molto lontana (i genitori vengono da fuori città), la previsione di costi newyorkesi insostenibili, l'ubicazione in una zona molto vicina a quella del fu World Trade Center che solleva spiacevoli ricordi e il timore che questa sia soggetta ad alluvioni e altre catastrofi ancora. Erik è agitato, ultimamente non dorme bene, ha degli incubi notturni e la cosa inizierà a pesare e farsi sentire con l'avanzare della serata. Richard e Brigid si confrontano con una situazione che forse non è quella da loro sperata, soprattutto per quel che riguarda le aspirazioni e l'aspetto lavorativo delle loro vite, il perseguimento delle loro passioni, mentre Aimee si sta relazionando con il dolore di una relazione finita e una malattia in via di peggioramento. Ma a traballare più di tutti sono i due capostipiti, quelle che dovrebbero essere le colonne portanti della famiglia e che vedono le loro fondamenta sgretolarsi sotto i loro piedi. 

Stephen Karam chiude i suoi personaggi in casa e getta via la chiave. L'alloggio che ospita il nucleo familiare dei Blake si pone da subito come poco ospitale, una volta dentro l'esterno viene completamente tagliato fuori: i vetri sono oscurati e comunque le finestre affacciano su spazi angusti, i corridoi sono strettissimi soprattutto per la sedia a rotelle di Momo, i due piani collegati da una scala in metallo che diventa passaggio continuo tra i due spazi rendono scomodi i movimenti, l'unico luogo di contatto sembra essere la tavola attorno alla quale si raccoglierà la famiglia andando verso il finale. È solo grazie alla sequenza iniziale che vediamo una sprazzo di cielo, la camera di Karam guarda dal basso verso l'alto le quattro mura del cortile dell'edificio che tratteggiano quella che sembra essere una sorta di prigione, come in seguito a tratti sembrerà l'ambito familiare, in alto lo squarcio azzurro forma delle geometrie in una bella sequenza che sembra opporsi a tutte quelle scontate panoramiche girate dai droni che ammorbano il cinema contemporaneo, si intravede anche una croce, simbolo di un credo religioso che tornerà a più riprese nel film, sentimento dal quale, forte o meno che sia, Erik e Deirdre cercano di trarre coraggio. Con il passare del tempo tra i vari protagonisti salgono le tensioni, qualche piccola accusa, qualche parola fuori posto, vengono fuori segreti e confessioni e tutte le paure dei Blake, soprattutto quelle di Erik, sembrano riversarsi in quei muri, nello scantinato, nelle stanze buie fino a prendere corpo. The humans non arriva mai a essere, come detto da più parti, un horror psicologico, si ferma parecchio prima e rimane (e non è affatto poco) un'ottima rappresentazione delle dinamiche familiari più difficili e dei pesi enormi che la società esterna è in grado di gettare su quella che dovrebbe essere la comunità più protetta per l'individuo che le appartiene. Karam mantiene l'impostazione teatrale ma gioca bene con il set, con i suoni, con le luci, donando profondità a questo kammerspiel fatto più che altro di dialoghi e sensazioni. Lo scenario è a tratti claustrofobico, non è un horror The humans ma i fantasmi ci sono tutti, sono i nostri, quelli che albergano nell'animo umano, nelle nostre paure e nelle nostre reazioni, quelli che rischiano di farci fare danni e incrinare anche i rapporti con le persone a noi più care.

lunedì 16 gennaio 2023

CLÉO DALLE 5 ALLE 7

(Cléo de 5 à 7 di Agnès Varda, 1962)

Agnès Varda, scomparsa nel 2019, è stata una voce di primo piano per il cinema mondiale sotto diversi aspetti, alcuni anche rifiutati o tenuti in scarsa considerazione dalla stessa autrice ma riconosciuti invece dai suoi colleghi e dalla critica tutta. La regista belga di adozione francese viene indicata come la prima vera autrice femminile nel campo della settima arte grazie alla sua visione di cinema afferente al reale, immersa nei movimenti e nella vita della città, una Parigi meravigliosa ormai per noi d'altri tempi (almeno in questo Cléo dalle 5 alle 7); in base a questa e ad altre caratteristiche la Varda è indicata tra gli esponenti maggiori della Nouvelle Vague francese insieme a colleghi più che blasonati quali François Truffaut, Jean-Luc Godard, Éric Rohmer, Alain Resnais e diversi altri, addirittura viene a lei attribuita la nascita del movimento grazie al suo primo lungo (La pointe courte) che anticipa di ben cinque anni quello che è poi diventato un po' il film simbolo dell'intera Nouvelle Vague, quel Fino all'ultimo respiro di Jean-Luc Godard che vede protagonisti Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg e anche qui la Parigi degli anni Sessanta. Si trovano nel cinema della Varda una grande vivacità e un'innovazione formale, una cesura rispetto a quanto fatto dai suoi predecessori e una costruzione del film e della narrazione molto originali, caratteristiche che si possono ammirare in buona misura anche in questo Cléo dalle 5 alle 7, film che proprio di recente è stato votato dalla nutrita e autorevole giuria messa insieme dalla rivista Sight and Sound al quattordicesimo posto tra i film più significativi (belli/migliori, fate voi) della storia del cinema.

La giovane e bellissima Cléo (Corinne Marchand) si reca da una cartomante per avere delle rassicurazioni sul suo imminente futuro; la donna sembra tutto sommato riuscire a inquadrare per bene la vita della ragazza, quando però il discorso si sposta sulla morte e sulla malattia la cartomante (Loye Payen) non riesce a vedere giorni lieti in arrivo per Cléo la quale le chiede di provare a leggerle la mano. Dopo averla guardata, la cartomante imbarazzata e preoccupata le mente dicendole di non saperla leggere. Cléo è da pochi giorni stata in ospedale per alcuni esami, lì il medico che l'ha seguita le ha prospettato la possibilità di essere affetta da un cancro, da qui il turbamento della ragazza. Uscita dalla cartomante, insieme alla sua domestica Angela (Dominique Davray) Cléo cerca dei modi per ingannare il tempo, ha circa due ore da far passare prima di recarsi in ospedale a ritirare gli esiti degli esami, gira così per Parigi, fa qualche compera, si ferma nei bistrò, incontra i musicisti che per lei compongono le canzoni, Cléo è infatti una cantante finora un po' frivola e a volte capricciosa, spesso oggetto del desiderio degli uomini, una donna alla quale la prospettiva di una grave malattia apre ora nuovi orizzonti e la porta a riflettere in modo diverso e più profondo sulla sua vita.

Nel chiaro e comprensibile nervosismo che si accompagna a un'attesa come quella alla quale è costretta Cléo, seguiamo in tempo pressoché reale il tratto della giornata della nostra protagonista che va dalle cinque alle sette di un pomeriggio qualunque (per noi ma non per lei). La narrazione è suddivisa in brevi capitoli scanditi dall'orario, ognuno dei quali presenta l'attività in cui Cléo è impegnata in quel momento. La Varda apre con il colore, un'inquadratura ravvicinata sui tarocchi e sul futuro della giovane che fin da subito si volge in un bianco e nero nitido che ci accompagnerà fino alla conclusione. La regia è movimentata da tagli repentini di montaggio, da movimenti di macchina eleganti e da una scelta delle inquadrature studiata e che riesce a moltiplicare i punti di vista sull'immagine, si pensi al gioco di specchi all'interno del bistrò (sequenza da incorniciare) o ai riflessi sulle vetrine dei negozi parigini. Il montaggio vivace, frammentato è indice anche del turbamento e dell'agitazione della protagonista che si traduce nell'impossibilità di stare ferma. Lo stato d'animo di una Corinne Marchand semplicemente splendida (con o senza parrucca) si traduce in una corsa per le vie di Parigi, nei suoi locali, nei negozi (la difficile scelta del cappello è sintomo di irrequietezza), sui bus, nel giro in taxi, tutti passaggi che ci restituiscono non solo il momento particolare di Cléo ma anche la meraviglia della Ville Lumière. Nell'illustrarci tutto questo la Varda non manca di immergere la sua Parigi nell'attualità di quegli anni: la taxista segno del movimento femminista e dei tempi in cambiamento, gli accenni alla Piaf, alla guerra in Algeria, le proteste dei contadini francesi, un contesto rimarcato nel quotidiano, nel veritiero, anche dai frammenti di discorsi della gente comune che si sovrappongono a quelli dei protagonisti. Cléo dalle 5 alle 7 ci mostra il tempo che intercorre tra una previsione e una certezza, offerta a Cléo con la stessa leggerezza con la quale lei, fino a quel momento, aveva affrontato la vita. Da lì in avanti forse le cose cambieranno, grazie a un nuovo incontro, magari alla condivisione di un nome. Film di grande eleganza formale, due ore (meno in realtà) che corrono via veloci, di certo più velocemente per noi spettatori che non per la bella Cléo, a dimostrazione della relatività del tempo.

giovedì 12 gennaio 2023

OASIS

(Oasiseu di Lee Chang-dong, 2002)

Torniamo a stretto giro al cinema di Lee Chang-dong con un altro film bellissimo che conferma ancora una volta la caratura di un autore straordinario. Sono passati solo un paio d'anni dal precedente Peppermint candy e il regista sudcoreano torna con questo Oasis, film con il quale ottiene l'importante riconoscimento internazionale al Festival di Venezia (per la miglior regia e per la migliore attrice protagonista) e circa una quarantina di premi distribuiti tra vari festival "minori" in più continenti. Per questo Oasis Lee Chang-dong si affida nuovamente alla coppia d'attori composta da Sol Kyung-gu e Moon So-ri già protagonisti del suo film precedente e qui principali artefici della buona riuscita di un'opera graziata da due prove d'attore eccellenti, in particolare quella della bravissima Moon So-ri che per girare questo Oasis deve aver passato momenti decisamente impegnativi. Film dolenti quelli del regista, c'è ancora da soffrire, questa volta non per una bensì per due esistenze difficili, quelle di due personaggi, Hong Jong-du e Han Gong-ju, nei quali gli attori riescono a calarsi con una grazia dolente, anche molto energica per alcuni versi e davvero degna di nota, un passo avanti che permette a Lee Chang-dong di elaborare un suo stile e sviluppare la sua riflessione sulla sofferenza umana e sull'indifferenza a questa condizione della società circostante con chiaro riferimento alla sua Corea del Sud.

Hong Jong-du è appena tornato dalla sua famiglia dopo aver passato gli ultimi anni in carcere. Il giovane, guidando in stato di ebrezza, ha ucciso involontariamente un uomo. Hong è un immaturo incapace di stare in società a causa di quello che sembra un lieve ritardo, il giovane uomo è indipendente ma non ha mai lavorato in vita sua, non riesce a tenere un comportamento consono in pubblico, ha difficoltà a stare fermo, si muove in continuazione, tira su con il naso, non ha ben presente quali sono i limiti di buona creanza che la società impone. Eppure Hong non è un violento, di per sé avrebbe anche un animo delicato e altruista che però fa fatica a venir fuori a causa dei suoi comportamenti eccentrici. Dopo aver in breve tempo infastidito il fratello maggiore (Ahn Nae-sang) e gli altri parenti, Hong decide di andare a casa della vittima di quel vecchio incidente per scusarsi con la famiglia del dolore causato, qui incontra la figlia della vittima, Han Gong-ju, una ragazza affetta da paralisi spastica che vive in stato di abbandono da parte della famiglia in un fatiscente caseggiato popolare. In preda ad un raptus animale Hong tenta di usare violenza sulla donna, poi pentito si scusa con lei e fugge dopo averle lasciato un biglietto da visita. Dopo qualche tempo sarà Han a chiamare Hong chiedendogli di rivederlo, forse proprio perché quello strano ragazzo sembra averla vista come una donna e non come un'handicappata, un peso per la sua famiglia come la vedono tutti gli altri.

L'impatto che ha lo spettatore nel vedere per la prima volta i due protagonisti insieme è molto forte, la scena di questo ragazzo un po' tocco che tenta di stuprare una disabile affetta da un handicap grave è realmente disturbante, quello che Lee Chang-dong mette in scena ha tutte le caratteristiche del colpo basso, una situazione collocata per di più in una dimensione di semi degrado, di abbandono familiare, in una zona fatta di cemento e casermoni (incorniciati però da splendide montagne all'orizzonte) a rendere tutto ancor più duro, triste e spietato. Poi Oasis pian piano si apre e vede un ribaltamento totale e progressivo, l'elemento che sembrava portare distruzione (Hong Jong-du) si rivelerà invece essere quello capace di ricostruire, cambiare rotta e darsi senza chiedere nulla in cambio, un mutamento che porterà grande giovamento a Han che per la prima volta vede qualcuno interessarsi a lei in maniera sincera come neanche i suoi consanguinei hanno mai fatto, presi dalle loro vite e dalla possibilità di far fruttare la situazione a loro vantaggio. Saranno invece la società esterna, le famiglie di Hong e Hang a diventare elementi distruttivi non riuscendo a riconoscere qualcosa di puro perché distante dal pensare comune, non accettato, visto come disturbante e disdicevole, emblematica in questo senso la sequenza della cena in famiglia per il compleanno della madre di Hong. C'è alla base del film uno sguardo impietoso del regista nei confronti della società sudcoreana, come spesso accade nelle cinematografie del fareast la solitudine, il disinteresse delle istituzioni per i propri cittadini, la mancanza di solidarietà sono elementi ricorrenti del cinema recente, di contro c'è anche una gestione dei personaggi che in alcuni momenti diventa pura poesia (con tocchi onirici qua e là). Sulla sequenza del prefinale è impossibile non commuoversi, quando dall'oasi del titolo vengono eliminate tutte le paure con un ultimo grande gesto d'amore. Moon So-ri offre un'interpretazione impressionante, portare avanti un ruolo come questo dev'essere stata una vera impresa, molto credibile anche Sol Kyung-gu, insieme una coppia da ricordare. Così Lee Chang-dong mette sul piatto una storia d'amore che va fuori dai canoni, con momenti non proprio ad "alta digeribilità" ma capace di creare magia anche lì dove nessuno si cura di vederla.

lunedì 9 gennaio 2023

GLASS ONION - KNIVES OUT

(Glass Onion: A knives out mystery di Rian Johnson, 2022)

Più che un sequel del successo del 2019 Cena con delitto - Knives out questo Glass onion è semplicemente un'altra avventura che vede protagonista il (finto?) goffo investigatore Benoît Blanc, interpretato ancora una volta in maniera molto divertente da un Daniel Craig in vacanza premio dal suo ruolo di serioso James Bond. In regia troviamo sempre Rian Johnson a dare continuità al progetto insieme a tutto il suo staff di collaboratori; di nuovo per mettere in scena il mistero di turno viene raccolto un cast di tutto rispetto che oltre al già citato protagonista può contare sull'apporto di gente come Edward Norton, Janelle Monáe, Dave Bautista, Kate Hudson, Kathryn Hahn e altri nomi noti oltre che su alcuni cameo di primissimo piano (Hugh Grant tanto per citarne uno). Si reitera l'aspetto ludico nella struttura del film, anzi lo si moltiplica in una serie di costruzioni e ricostruzioni a catena, tanto che per Glass onion il modello non è più nemmeno il mystery all'inglese, la costruzione alla Agatha Christie, la parodia alla Invito a cena con delitto, il modello ora è autoriferito, un'estensione dello stesso primo Knives out, che questo poi sia un bene o un male sarà il gusto del singolo spettatore a deciderlo.

Siamo negli anni della pandemia Covid-19: in barba ai divieti i ricchi borghesi continuano ad organizzare eventi e a dare feste selvagge, come quella organizzata della stilista Birdie Jay (Kate Hudson) e dalla sua assistente Peg (Jessica Henwick). Nonostante il caos che regna al party Birdie si annoia, per fortuna a risollevare il suo umore arriva un pacco, una scatola con degli enigmi da risolvere che nasconde al suo interno un invito da parte dell'impresario e inventore Miles Bron (Edward Norton), uno degli uomini più ricchi del pianeta, a partecipare a un'esclusiva cena con delitto sulla sua isola privata, in una casa da favola e ultramoderna. A ricevere la scatola enigma anche lo scienziato Lionel Toussaint (Leslie Odom Jr.) dipendente di Bron, la governatrice del Connecticut Claire Debella (Kathryn Hahn), l'influencer Duke Cody (Dave Bautista) con la sua ragazza Whiskey (Madelyn Cline) e Cassandra Brand (Janelle Monáe), ex socia dello stesso Miles Bron e malamente estromessa dalla società multimilionaria che i due avevano creato insieme, la Alpha Industries. L'ultima scatola arriva all'investigatore Benoît Blanc (Daniel Craig), l'unico tra i vari invitati a non avere una connessione diretta con il padrone di casa, ma quest'ultimo invito si rivelerà essere una sorta di "fuori programma". Una volta giunti gli ospiti sulla splendida isola di Bron passerà poco tempo prima che la cena con delitto del padrone di casa produca un cadavere vero e proprio invece del programmato intrattenimento ludico. Starà ovviamente a Benoît Blanc venire a capo dell'intricata faccenda e scoprire il vero colpevole prima che i morti comincino ad accatastarsi uno sull'altro.

Al secondo capitolo per il franchise di Knives out il giochino (questo è) mostra già la corda; il film è un puro divertissement che non diverte nemmeno poi troppo, la confezione è lussuosa, il cast in palla con un Daniel Craig che probabilmente si diverte come un matto (lui si) nella parte del finto scemotto e un Edward Norton che purtroppo fatica a trovare quei ruoli interessanti che per lui sembravano prospettarsi a inizio carriera (Schegge di paura, Fight club, American history X, La 25a ora), Rian Johnson si concede in toto all'aspetto ludico del film, piazza Mcguffin, costruisce e ricostruisce, riparte e riavvolge e strato dopo strato toglie zavorra alla cipolla di vetro del titolo (fisica, di rimando e metatestuale) per arrivare al suo cuore, alla risoluzione dell'enigma. Giocare per giocare nel primo capitolo si poteva contare su una costruzione d'ambiente più calata nel genere e affascinante: il vecchio maniero, i suoi corridoi, l'atmosfera d'altri tempi ben si sposavano con i rimandi al giallo classico e al Cluedo, gioco apertamente citato in questo Glass onion ma che appare ormai un poco fuori contesto calato in questa assolata isola tropicale con villa avveniristica. Per fortuna c'è appunto un gran bel cast che si guarda con piacere, nonostante il genere solitamente richieda attenzione qui il cervello trova spazio a sufficienza per scollegarsi, per carità, ci si intrattiene per un paio d'ore e più ma a fine visione quell'effetto di soddisfazione che lasciano i film davvero ben realizzati latita. Siamo noi che siamo diventati troppo rompipalle ed esigenti o sono loro che ci propinano troppi prodotti di scarso interesse? A Benoît Blanc l'ardua sentenza.

sabato 7 gennaio 2023

PRAYERS FOR THE STOLEN

(Noche de fuego di Tatiana Huezo, 2021)

Tatiana Huezo è una regista nata in El Salvador con doppia nazionalità, oltre a quella del paese d'origine possiede anche quella messicana, paese nel quale la Huezo attualmente risiede e dove è cresciuta fin dalla tenera età. Tramite i suoi corti, i suoi documentari e grazie ora al suo primo lungometraggio di finzione la Huezo cerca di sensibilizzare lo spettatore su quella che è una piaga e un vero e proprio dramma in atto continuo in alcune località del Messico dove a spadroneggiare sono i cartelli del narcotraffico e dove le forze dell'ordine sono impotenti o spesso colluse con il malaffare, tutto a discapito delle popolazioni locali assoggettate alla schiavitù del lavoro nelle piantagioni e ancor peggio per le giovani donne, al probabile futuro di schiave sessuali o vittime del traffico di esseri umani. Quella della Huezo è una delle tante nuove voci femminili che grazie alla distribuzione di alcune piattaforme si stanno affacciando con maggiori possibilità a un pubblico sempre più vasto, è una voce potente che già da questa sua prima incursione in un'opera di finzione coglie nel segno e ci colpisce con una narrazione che, senza essere mai estrema, è capace di tagliarci le gambe di fronte alle brutalità che gli uomini permettono che accadano alle loro figlie. Allora è necessaria una preghiera per queste vite in fioritura che si perdono, che vedono spezzati i loro sogni, le loro speranze, la loro crescita, è necessaria affinché il dramma venga ricordato in quanto assente dalle narrazioni che ci vengono quotidianamente proposte e affinché queste bambine non vengano rimosse e totalmente ignorate dal discorso pubblico. 

Nella zona di San Miguel la popolazione, quasi totalmente femminile, è tiranneggiata dai cartelli della droga. Gli uomini spesso lavorano lontano da casa per cercare di guadagnare qualcosa o ancora peggio finiscono a far parte di quel giro di malaffare che diventa la principale minaccia per le vite delle giovani bambine e future donne di San Miguel. Così sta alle madri provvedere alla sicurezza delle loro ragazze, Rita (Mayra Batalla) è la mamma della piccola Ana (Ana Cristina Ordóñez González), fin dalla tenera età della figlia Rita cerca in tutti i modi di far capire ad Ana i pericoli insiti nel loro luogo di appartenenza, le insegna a passare inosservata, a non attirare l'attenzione, a non allontanarsi e soprattutto a scappare e nascondersi non appena si palesa il sospetto dell'arrivo dei narcotrafficanti nel villaggio. Con tutto ciò sempre ben impresso in testa Ana cerca di vivere una vita il più possibile felice con le sue amiche Maria (Blanca Itzel Pérez) e Paula (Camila Gaal), prima con i giochi, poi con le confidenze e soprattutto frequentando la piccola scuola del paese dove le ragazze hanno modo, nella persona del maestro Leonardo (Memo Villegas), di confrontarsi con una delle poche figure maschili positive presenti nella loro vita. Quando le ragazze crescono e arrivano nel fiore degli anni, per Ana (Marya Membreño) e per sua madre Rita le cose si fanno più difficili, con la maturità le giovani donne diventano prede ambite per i narcotrafficanti, evitarli diventa sempre più difficile.

Anche le cose più semplici come un taglio di capelli in Prayers for the stolen spezzano il cuore, vedere una bambina (la tenera e bellissima Ana Cristina Ordóñez González) piangere per i suoi capelli persi, a causa dei pidocchi dice la madre Rita, in realtà per nascondere una femminilità a quelle latitudini pericolosa, diventa una sequenza straziante se ci si ferma a pensare che quel racconto di fantasia è realtà, nuda e cruda e insopportabile. La regia della Huezo non ha nulla dell'esordiente: la scansione narrativa, la gestione delle immagini, la qualità delle stesse sono da professionista scafata, i dettagli sui piccoli insetti che abitano la montagna intorno al villaggio, le riprese sul verde lussureggiante, sui bianchi e sui grigi delle cave (di gesso?), insieme a una fotografia limpida, donano un nitore alle immagini di altissimo livello. All'interno di questa narrazione molto dura la Huezo non lesina su trovate visive affascinanti (i cellulari accesi in cima alla montagna, dove il segnale è più forte), al contenuto di grande impegno accompagna una forma compiuta e attraente che prova diverse soluzioni con ottimi esiti. La Huezo gestisce bene la tensione narrativa, se nel villaggio un cane abbaia è subito paura, è una paura reale per le sorti di queste bimbe a cui non è dato sognare (cosa che le piccole fanno sempre e comunque), di queste adolescenti a cui non è dato vivere sessualità e femminilità, in un ciclo di violenza che in qualche modo andrà spezzato e nei confronti del quale al momento l'unica alternativa è la fuga. Tra le piaghe messe in evidenza dal film anche il lavoro minorile e il rigenerarsi di questo ciclo di violenza che non si ferma mai e che cerca sempre nuovi adepti anche nelle famiglie per bene, anche nelle famiglie delle stesse vittime. La regista messicana trova delle bellissime interpreti, le tre bambine e poi le tre adolescenti riescono a creare tra loro una bellissima alchimia che ci fa soffrire ancor di più di fronte agli eventi messi in scena. Prayers for the stolen non è solo un film doveroso ma è anche un'opera bella che lascerà nel tempo un ricordo doloroso e, si spera, una maggiore consapevolezza.

venerdì 6 gennaio 2023

AVATAR - LA VIA DELL'ACQUA

(Avatar: The way of water di James Cameron, 2022)

Sono passati tredici anni dal primo capitolo di Avatar e tutti quanti (in realtà io non tanto) stavano aspettando in trepidante attesa il ritorno di James Cameron al mondo di Pandora. In questi anni di pausa Cameron si può dire si sia dedicato quasi completamente a questo progetto, allo studio delle nuove tecnologie e a come applicarle al meglio alla sala e alla narrazione cinematografica; tra il primo Avatar e questo secondo capitolo qualche impegno da produttore e un paio di sceneggiature (Alita e Terminator: Destino oscuro) ma il grosso delle sue energie il regista canadese pare averlo dirottato qui, su Pandora, sul (molto) prossimo capitolo e, forse, su altri sequel ancora. Non è facile valutare un film come Avatar - La via dell'acqua, uscita di certo importantissima almeno per due ragioni: la prima è legata alle possibilità tecniche messe alla prova con questo film da Cameron (con ottimi esiti) e allo sviluppo che ne potrebbe conseguire per una visione del cinema proiettata verso il futuro; la seconda, più veniale, è la boccata d'ossigeno rigenerante che un film come questo potrà portare alle sale, all'industria cinematografica in previsione di incassi che saranno senza dubbio alcuno decisamente alti. Quindi che fare, partire da qui per elaborare le proprie considerazioni, tenendo conto dell'importanza tutt'altro che marginale di ciò che abbiamo appena detto, o valutare la narrazione di questo secondo capitolo che, a dirla tutta, è di certo meno interessante dell'aspetto tecnico, della realizzazione in 3D del film e della resa visiva di un mondo acquatico che lascia a bocca aperta lo spettatore? E se avesse ragione Peter Greenaway quando diceva che "il cinema è un mezzo di espressione troppo ricco per lasciarlo ai narratori di storie"?

Jake Sully (Sam Worthington) e la sua compagna Na'vi Neytiri (Zoe Saldana) vivono ormai da tempo in pace sul pianeta Pandora, la famiglia si è allargata con i tre figli della coppia: Neteyam (Jamie Flatters), giudizioso e obbediente, Lo'ak (Britain Dalton), adolescente ribelle con una grande capacità di ficcarsi nei guai e la piccola Tuk (Trinity Jo-Li Bliss). Inoltre i due si prendono cura anche di Kiri (Sigourney Weaver), un'adolescente di razza Na'vi nata dall'avatar della dottoressa Augustine (sempre Sigourney Weaver) e di Spider (Jack Champion), ragazzino umano figlio del defunto colonnello Quaritch al tempo della cacciata degli umani da Pandora troppo piccolo per affrontare il viaggio di ritorno verso la Terra. La famiglia è unita, la connessione con la terra e con le specie viventi di Pandora sempre più forte, ma a rompere l'equilibrio tornano gli umani conquistatori, tra di loro c'è anche un avatar di nome Quaritch, una specie di clone del colonnello nel quale sono stati impiantati i ricordi del detestabile militare ma che mantiene una sua consapevolezza, l'avatar sa di essere un clone e non il colonnello. Ciò nonostante Quaritch perseguirà una vendetta personale contro la famiglia di Sully la quale sarà costretta a fuggire e a chiedere asilo presso la tribù acquatica dei Metkayina governata dal giusto Tonowari (Cliff Curtis) e dalla compagna (la vera regnante) Ronal (Kate Winslet). Qui la famiglia Sully imparerà un nuovo livello di connessione con il pianeta e con le sue specie marine, ma l'uomo purtroppo arriverà anche qui.

Partiamo col dire che, parere personale, non mi trovo troppo d'accordo con Greenaway, il cinema fatto di sola forma non mi entusiasma, d'altronde le possibilità di trovare nuove vie del narrare ci sono, innovare è possibile e i due Avatar di Cameron a conti fatti ne sono una chiara dimostrazione. Infatti, oltre a una forma esaltante, qui c'è anche una narrazione, tradizionale e lineare, magari debole, per qualcuno anche abborracciata o quantomeno superficiale, ma è indubbio che dal punto di vista narrativo il film sia più che classico, il nuovo sta tutto nel modo di narrare, una svolta (non totale, lo stacco dal primo Avatar non è così significativo) che avviene tramite la forma. Qui sta la difficoltà prima accennata nell'inquadrare questo La via dell'acqua. Abbiamo tre ore e rotte di un film d'avventura realizzato con un 3D che raggiunge il suo apice di avvolgente bellezza nelle riprese sottomarine, nell'acqua, elemento notoriamente molto difficile da gestire su schermo (crearlo in digitale credo sia una specie di incubo per gli animatori, fare riprese sottomarine di livello un compito non per tutti), tre ore che passano senza colpo ferire. L'esplorazione dei mari da parte dei giovani della famiglia Sully è qualcosa che si fa difficoltà a descrivere a parole, quelle sole sequenze meritano il prezzo del biglietto. L'impatto visivo è fantastico. Potremmo chiuderla qui, vale la pena spendere i soldi del biglietto per questo secondo capitolo di Avatar? Sicuramente si, il film è un'esperienza per gli occhi irrinunciabile. Per tutto il resto diciamo che ne vale la pena se vi è piaciuto il primo capitolo. La vicenda è gestita un po' così... un esempio: dopo il primo attacco degli umani quella di Quaritch contro Sully diventa una classica vendetta personale. Ma non la classica vendetta da film western, no, una vendetta che comporta una distruzione di mezzi talmente massiva, una perdita di vite umane (dalla parte proprio degli umani intendo) così cospicua, una devastazione ai danni delle razze autoctone così devastante che ci si chiede, ma a che pro? Ma chi la finanzia questa vendetta personale? A che scopo miliardi di dollari dei contribuenti devono finire sprecati in questa vendetta? Ma dove sta il senso di tutto ciò? Detto questo poi abbiamo i temi ecologici cari a Cameron, rapporti molto difficili tra padri e figli adolescenti, figure femminili in chiaro risalto con un ribaltamento di genere dove qui l'uomo fugge per proteggere la famiglia (fallendo) mentre la donna combatte (incitando la violenza; ma davvero vogliamo un ribaltamento delle figure di questo tipo?) e altri sottotesti sicuramente non nuovi. Ciò che conta è (solo?) lo sguardo di Cameron, il nostro sguardo sulle sue meraviglie, la sua ossessione per l'acqua e l'impegno nel travalicare i confini dell'immagine. Poi che si vogliano trovare letture più stratificate e profonde come è capitato di leggere a proposito di questo film è il gioco (a volte utile e illuminante, a volte forzato) della critica; qualche giorno fa guardavo Guida perversa al cinema, chiaro esempio dove in mezzo a teorie affascinanti e illuminanti è possibile anche scovare forzature atte a uso e consumo del proponente la teoria di turno e trovare conferme a tesi che si ha la volontà di sostenere a priori. Impossibile quindi dare un giudizio univoco, almeno per chi scrive, sarà una contraddizione magari, un po' come sostenere la causa del contatto estremo con la natura affidandosi a tecnologie avanzatissime che del naturale fanno quasi a meno (c'era Kate Winslet nel film. Ah si?), forse a sostenere il naturale al cinema c'era il Dogma più che questo Avatar. Quindi si, alla fine Avatar - La via dell'acqua è un film da vedere, per il resto been there, done that, bought the T-shirt.

mercoledì 4 gennaio 2023

IL CLUB DEI MESTIERI STRAVAGANTI

(The club of queer trades di Gilbert Keith Chesterton, 1905)

È probabile che molti lettori appassionati di giallo classico conoscano il prolifico G. K. Chesterton come creatore di padre Brown, prete cattolico che grazie alla sua vispa intelligenza si adopera per risolvere enigmi assortiti, sorta di contraltare al più scientifico e deduttivo Sherlock Holmes. Chesterton in realtà ha scritto tantissimo e dei più disparati argomenti: scrittore, giornalista ma anche pensatore e filosofo Chesterton ha lavorato per diverse testate giornalistiche, ha redatto biografie, si è occupato tramite svariati saggi di politica, filosofia, economia e tanto altro, si è dedicato alla poesia e alla religione. In virtù della sua fervente conversione al cattolicesimo, in tempi recenti si è aperta anche un'indagine per una possibile beatificazione dello scrittore inglese, procedura interrottasi a causa delle presunte simpatie antisemite di Chesterton. Un intellettuale e artista a tutto tondo che con i sei racconti contenuti in questa breve antologia che va sotto il titolo de Il club dei mestieri stravaganti si concede un divertente excursus in una serie di "gialli" senza delitto, in realtà le situazioni proposte nei vari racconti qui raccolti (Le straordinarie avventure del maggiore Brown, La penosa caduta di un'illustre reputazione, L'improbabile motivo della visita del vicario, La geniale pensata dell'agente immobiliare, Lo strano comportamento del professor Chadd e L'eccentrica reclusione dell'anziana signora) sono tanto misteriose quanto bizzarre, a dipanare le ingarbugliate matasse un personaggio sui generis, l'ex giudice Basil Grant.

"Potrei sembrare uno sciocco, e in effetti tanto centrato non sono, ma non ho mai creduto a quell'uomo... come si chiamava... ah sì, Sherlock Holmes! Ogni dettaglio indica qualcosa, certo, ma spesso indica la cosa sbagliata". Questa frase ben descrive l'approccio di Basil Grant al suo "sistema investigativo" che punta più sulla filosofia e sulla conoscenza del carattere delle persone che non sulla deduzione o sulla prova scientifica. Basil Grant è un ex giudice all'apparenza improvvisamente impazzito, i suoi strani comportamenti durante le sedute della corte e il suo successivo abbandono della professione lasciano intendere chiari segni di follia. In realtà Basil ragiona ancora benissimo, l'ex giudice si può definire più bizzarro che folle, la sua eccentricità è in netto contrasto alla metodologia asettica (ma non troppo) del fratello Rupert, detective atletico e interventista che difficilmente verrebbe a capo delle situazioni strampalate che i due, insieme all'amico che qui funge da narratore, si trovano spesso e volentieri a dover sbrogliare. Nello specifico in questi sei racconti i casi sono legati ai membri del fantomatico Club dei mestieri stravaganti, un'associazione per appartenere alla quale è necessario inventarsi un nuovo mestiere, che questo sia appunto stravagante, non praticato da nessun altro, e dallo stesso guadagnare almeno una somma tale da potersi permettere una seppur minima sussistenza, ognuno dei brevi scritti riporta nel suo titolo il nocciolo della inusuale questione alla quale i nostri tre eroi dovranno di volta in volta far fronte.

I racconti contenuti in questa breve antologia non sono di certo pane per i denti di quei lettori che amano raccogliere indizi durante la lettura per tentare, con il procedere delle pagine, di svelare il mistero di turno, le soluzioni e i protagonisti qui sono tanto bislacchi da esulare da qualsivoglia credibilità, alcuni sviluppi è facile indovinarli (abbiamo in fondo più di un secolo di libri/letture a nostro vantaggio), altri quasi impossibile. Quel che a Chesterton interessa è creare una sorta di arguta presa in giro dei meccanismi del giallo classico, del mistery all'inglese, affidando di volta in volta il disvelamento del "caso" alla conoscenza da parte del (ex) giudice Grant dell'animo umano, arricchendo i racconti con spunti filosofici e situazioni grottesche. L'effetto parodico si raggiunge in maggior misura quando si mette all'opera Rupert Grant, detective che pur di far tornare i suoi ragionamenti "scientifici" azzarda collegamenti strampalati senza nesso alcuno. Libro che si legge in pochissimi giorni (a seconda del tempo a disposizione), leggerissimo, per chi scrive nemmeno così esaltante, non troppo consigliato per gli amanti del giallo duro e puro, una buona variante per chi sull'argomento vuole farsi strappare un sorriso. Per chi fosse interessato a un altro club dedito al disvelamento di misteri spesso non delittuosi il consiglio è di orientarsi sui libri dedicati da Asimov al club dei Vedovi neri e fare la conoscenza del fine ingegno del cameriere Henry Jackson.

martedì 3 gennaio 2023

PEPPERMINT CANDY

(Bakha satang di Lee Chang-dong, 2000)

Dell'opera di Lee Chang-dong abbiamo brevemente parlato nel commento al suo splendido Burning - L'amore brucia, al momento ultima regia dell'autore sud coreano. Lee Chang-dong si è dedicato al cinema solo in età matura, il suo esordio (Green fish) risale al 1997 quando il regista contava già quarantatrè primavere, questo Peppermint candy è il suo secondo lungometraggio datato 2000, in precedenza Chang-dong è stato professore di letteratura coreana, scrittore di opere teatrali e anche di un romanzo, Chonri del 1983. Tra il 2003 e il 2004 l'eclettico regista ha ricoperto anche il ruolo di Ministro della Cultura del governo Sud Coreano dell'epoca. Già dai suoi primi lavori emerge un talento fuori dal comune, una capacità narrativa di altissimo livello, studiata e costruita per ellissi e che si va a ricomporre segmento dopo segmento con una chiusura finale, seppur molto chiara, che apre a diverse riflessioni. Nella costruzione viene in mente il lavoro fatto da Nolan in Memento, ma qui oltre allo splendido gioco di incastri (aspetto ludico nel quale Nolan è forse ancora superiore) c'è tutta la profondità che a un film come Memento manca, ci sono le tragedie con le quali l'essere umano è chiamato a convivere e per le quali giunge prima o poi il momento di pagare il conto.

Lungo il pietroso argine di un fiume una comitiva sta facendo un picnic con tanto di karaoke, si avvicina un uomo ben vestito, in stato confusionale, forse ubriaco. L'uomo sembra disperato, dice cose sconnesse, tiene comportamenti imbarazzanti, poi qualcuno della compagnia lo riconosce; l'uomo sembra essere proprio Yong-ho (Sol Kyung-gu), un membro di quella vecchia compagnia che ora si è ritrovata per quel picnic dopo vent'anni dall'ultimo incontro. Yong-ho trascorre un po' di tempo con loro, poi si allontana, va verso i binari della vicina ferrovia sopraelevata, si arrampica sui binari, Yong-ho in realtà si è recato in quel luogo con tutta l'intenzione di uccidersi e porre fine alla sua disperata esistenza. Da quel momento, con salti temporali successivi all'indietro, rivivremo vari passaggi della vita di Yong-ho: il matrimonio con Hongjia (Kim Yeo-jin) e la nascita della loro prima figlia, l'effimero ma intenso incontro con Po-Kyung (Jung Suh), il primo amore per la giovane Sunim (Moon So-ri), l'esperienza in polizia e quella come militare di leva all'epoca delle proteste studentesche. Insieme alla vita di Yong-ho vediamo a poco a poco ricostruirsi (a ritroso) la storia politica recente della Corea del Sud.

Per narrarci la storia tragica di Yong-ho, Lee Chang-dong sceglie una struttura a ritroso frazionata per segmenti concatenati che diverranno veri e propri pezzi di puzzle che, una volta messi insieme, ci permetteranno di comprendere i dolori e gli errori del protagonista e la profondità di sguardo di questo grande regista. Il regista coreano non va giù leggero né con il suo personaggio, che paga non solo condizioni avverse ma anche tutti i suoi sbagli, né con il proprio Paese, si intravede un approccio molto critico alla storia recente della Corea e tutto il film è pervaso (a posteriori) dall'elaborazione di un senso di colpa, personale e collettivo, con il quale non sempre è possibile venire a patti. Ci sono alcuni elementi ricorrenti che accompagnano lo spettatore attraverso i vari frammenti che compongono la storia di Yong-ho, il più evidente dei quali (ma non l'unico) è il treno. Ogni passaggio da un segmento all'altro è scandito dal procedere (dall'arretrare) del treno il moto del quale noi spettatori vediamo sempre in soggettiva attraverso il correre dei binari accanto ai quali figure si muovono "in rewind" certificando lo scorrere indietro del tempo. La narrazione aspra, dura, è mitigata da inserti musicali dolci e melodici, dalla presenza dell'acqua (altro elemento ricorrente), da qualche tramonto, la storia di Yong-ho si dipana, episodio dopo episodio, come composta da tante stazioni verso le quali il treno ci accompagna fino a trovare un'ideale chiusura del cerchio con la comprensione per lo spettatore e un'impossibile consapevolezza per il protagonista. Film duro rispetto al più recente Burning, forse meno avvolgente, ma Peppermint candy si rivela essere un altro tassello da considerare tra gli imperdibili del cinema coreano del nuovo millennio.

domenica 1 gennaio 2023

SUMMER SURVIVORS

(di Marija Kavtaradzė, 2018)

Prima di addentrarci nel commento al film della lituana Marija Kavtaradzė, qui esordiente nel lungometraggio dopo la realizzazione di alcuni corti, è utile far sapere che questo film potete guardarlo gratuitamente (e senza pubblicità) sulla piattaforma Arte.tv. Arte è una piattaforma libera e trasversale, dentro potete trovarci un po' di tutto; ovviamente parliamo di materiali che si allontanano dalla produzione mainstream (almeno per quel che riguarda il cinema), i nomi grossi sono altrove, ciò nondimeno, come accaduto per questo Summer survivors, è possibile trovarci cose interessanti che spaziano dalla musica al cinema, dalla divulgazione scientifica ai documentari di stampo più classico, per la musica è capitato di trovarci anche nomi di primo piano, tempo addietro c'era disponibile un concerto dei Muse ad esempio, ora nella sezione Arte Concert ci sono Jack White, i Nightwish, i Sepultura e parecchie altre cose. Insomma, questo preambolo non solo per dirvi che Summer survivors lo potete recuperare a gratis ma anche per consigliarvi di buttare un occhio sul sito, non si sa mai che qualcosina di vostro interesse ci possa essere. Summer survivors è un film del 2018 presentato al Festival di Toronto dove ha anche vinto alcuni premi dedicati alle opere emergenti, il film della Kavtaradzė tratta in maniera attenta ma lieve, spesso anche divertendo, i temi importanti della depressione e della malattia mentale mettendo in scena un road movie sulle strade della Lituania molto equilibrato e maturo per essere un'opera prima, esito che fa ben sperare per il futuro di questa nuova voce femminile.

Indre (Indrė Patkauskaitė) è una nuova assunta in una clinica per malattie mentali di Vilnius in Lituania; la ragazza è una ricercatrice che dovrebbe portare avanti degli studi sul biofeedback ma in realtà viene messa da subito dal dottor Algis (Darius Meskauskas) a lavorare con i pazienti. Indre è un po' reticente ma il dottor Algis all'apparenza sembra un tipo strafottente, poco interessato ai voleri della ricercatrice, ma molto empatico e preparato sui bisogni dei suoi pazienti, in particolare sembra avere un ottimo rapporto con Paulius (Paulius Markevicius), un paziente bipolare che si rifiuta di parlare e non spiccica nemmeno una parola. Quando per Paulius si presenta la necessità di un trasferimento in un'altra clinica per accertamenti con medici diversi nella cittadina costiera di Palanga, sarà proprio Indre la prescelta per accompagnare Paulius nel viaggio con l'auto della struttura, con loro ci saranno anche la capo infermiera Danguole (Vilija Grigaityte) e Juste (Gelmine Glemzaite), una paziente che ha tentato il suicidio e che soffre di una grave forma depressiva. Durante il viaggio, forse a causa del cambiamento di routine, Paulius inizia a parlare fino a divenire molto loquace, Juste mostrerà qualche apertura spinta anche dall'interessamento di Paulius, anche Indre, di indole riservata e chiusa, capirà che il contatto con i pazienti può essere più appagante di una ricerca sul biofeedback.

Marija Kavtaradzė ha un bellissimo approccio al tema, ci mostra come sia necessario trattare la malattia mentale in maniera più naturale e inclusiva possibile, lo fa attraverso un film che in molti frangenti riesce a divertire e a strappare più di una risata nonostante il tema in ballo sia pesante e profondo e sempre centrale nella narrazione. La struttura è quella del road movie dove solitamente, e come anche in questo caso avviene, c'è un percorso di mutamento interiore dei protagonisti, Indre ad esempio accetta questa nuova responsabilità, inizialmente in cambio di una promessa di poter finalmente tornare alle sue ricerche, poi in maniera sempre più naturale e volontaria; Paulius inizia a parlare e anche a fare il filo a Juste, lei di contro inizia a sorridere. La Kavtaradzė, senza esagerare con le riprese ravvicinate, ci fa entrare in contatto con i personaggi con qualche chiusura sui dettagli, inquadrandone le mani che si avvicinano, le braccia di Juste martoriate dai segni dei tagli autoinflitti, non mancano inoltre i momenti di contrasto, stemperati in maniera egregia da quelli divertenti (tutta la storia di Danguole o quella del meccanico). In diversi passaggi si ricorre a un accompagnamento musicale molto indovinato con le musiche degli Hiperbolé, la musica a più tratti diventa protagonista del racconto. Poi finalmente il mare e davanti a questi pazienti, uomini, donne, si apre un orizzonte che chissà a cosa potrebbe portare, un segno di speranza magari. Tutto in Summer survivors è gestito con un tocco di grazia affatto banale, si affronta la malattia con piglio positivo e naturale senza escludere i momenti difficili e traumatici, ottime prestazioni degli attori con un Paulius Markevicius incontenibile. Un film piccolo e misconosciuto da recuperare.

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