lunedì 30 aprile 2018

TEMPESTA SU WASHINGTON

(Advice & consent di Otto Preminger, 1962)

La prima metà degli anni 50 fu caratterizzata negli Stati Uniti da quella che viene abitualmente definita la "caccia alle streghe" del Senatore McCarthy, personalità molto in vista in quel periodo che riuscì a incrementare ed esasperare il clima di sospetto che serpeggiava in diversi ambiti della vita pubblica in America, a partire da quello politico e quello del mondo dello spettacolo. Chiunque fosse in odore di comunismo o anche solo sospettato di simpatizzare per i rossi veniva perseguito e spesso messo da parte, cosa che provocò la castrazione di molte promettenti carriere soprattutto artistiche. A corollario fenomeni deprecabili come quello legato ai delatori e agli espatrii forzati che alcune personalità di spicco si auto inflissero per poter continuare a portare avanti le loro attività.

È proprio in quel clima da caccia al rosso che si muove Tempesta su Washington, film girato da Otto Preminger circa un decennio dopo le scorrerie del Sen. McCarthy e basato sul libro Advice & Consent di Allen Drury. Siamo nell'ambito della politica, alla morte del Segretario di Stato il Presidente degli Stati Uniti (Franchot Tone) propone come successore Robert Leffingwell (Henry Fonda), uomo colto e di vedute moderne malvisto però da una parte del Senato statunitense proprio perché sospettato di avere simpatie e aperture verso quello che viene considerato il nemico numero uno di quegli anni: la Grande Madre Russia. Alcuni sostenitori del Presidente, con a capo il Senatore Munson (Walter Pidgeon) cercano di capire su quanti voti al Senato Leffingwell possa contare, temendo soprattutto lo spauracchio dell'influente Senatore anziano Colby (Charles Laughton) che nei confronti del candidato cova anche qualche vecchia ruggine personale. Per sondare il terreno viene costituita una sottocommissione d'inchiesta presieduta dal Senatore Anderson (Don Murray), in principio favorevole alla candidatura, tramite la quale si cercherà di accertare le voci che legano Leffingwell a simpatizzanti comunisti. Con il trascorrere dei giorni il dibattimento si caricherà di tensione, ci saranno alcune sorprese e si ricorrerà alla tanto usata in politica macchina del fango per fare leva sulle posizioni di alcuni senatori che potrebbero far cambiare verso all'ago della bilancia.


Tempesta su Washington ci mostra con grande dovizia di particolari come funziona la macchina della politica americana, tra alleanze, mosse, contromosse, rivalità e influenze, e scende nel dettaglio sulle procedure che il sistema politico segue nello specifico nel caso presentato dal film, la conferma della nomina a Segretario di Stato. L'impressione è quella di entrare nei palazzi della politica, la vicenda assume poi toni quasi da procedurale legale con i vari dibattimenti in aula, le testimonianze e in questo aiuta la presenza del veterano Charles Laughton, già protagonista dello splendido Testimone d'accusa di Billy Wilder. Interessante e ben calibrato il succedersi di rivelazioni e nuovi scenari che metteranno in discussione la probità di Leffingwell, così come spunti di riflessione nascono dalle accuse mosse al Presidente della sottocommissione Anderson per intorbidire le acque e spostare  voti, passa in scena la sporcizia di una politica senza scrupoli che non guarda in faccia a nessuno, pronta a calpestare figure politiche e uomini incurante del prezzo che alcuni di questi dovranno pagare.

Nel complesso il film risulta però più interessante che realmente appassionante, se si può contare su ottime prove d'attori e un bel contesto storico/politico, non si può negare come Tempesta su Washington risulti oggi troppo verboso, un po' troppo datato e penalizzato anche dalla durata non brevissima (140 minuti circa). Per chi ama il Cinema di qualche decennio fa non mancherà la possibilità di appassionarsi all'argomento e alla costruzione molto addentro alle dinamiche della politica U.S.A., i cali di ritmo rischiano però di inficiare non poco il giudizio complessivo che si può avere su un film del genere che comunque i suoi meriti li ha tutti, purtroppo quando si fatica un po' ad arrivare alla fine di un film questi meriti passano in secondo piano schiacciati da una tenitura mal bilanciata. Peccato.

sabato 28 aprile 2018

TWD (8) & GOT (6)

Occhio, qualche spoiler c'è!!!

Archiviate altre due stagioni di due delle serie più celebri e seguite degli ultimi anni, l'ottava e finora ultima annata di The Walking Dead e la sesta e penultima stagione di Game of Thrones. Iniziamo col dire che la mia preferenza va sicuramente allo show targato AMC, The Walking Dead, che purtroppo si lascia alle spalle quella che finora è stata la stagione più deludente del serial fin dai tempi del suo esordio. L'altissimo tasso di tensione, attesa e crudeltà che sprigionavano le stagioni precedenti, grazie soprattutto alla gestione del personaggio di Negan (Jeffrey Dean Morgan), qui scemano in larga parte andando a creare un effetto soporifero di noia mortale per tutta la prima mid season riprendendosi solo in parte con l'ultima puntata prima della pausa invernale. Quest'ultimo episodio creava grandi aspettative attese solo in parte nella seconda metà di stagione, nella quale la qualità media va crescendo, in cui si assiste alla costruzione di buone puntate e finalmente si ricomincia a lavorare bene su alcuni personaggi, la sceneggiatura sembra un po' sfasata nella gestione di altri, ma nel complesso il tutto non basta a risollevare le sorti di uno show in fase di stanca e di riflesso in continuo calo d'ascolti oltreoceano. Al momento il futuro di The Walking Dead non sembra essere in discussione, anche lo spin-off Fear the Walking Dead (che non ho mai visto) sembra voglia procedere, vedremo come si proseguirà il prossimo anno, mi sembra però chiaro come una decisa sterzata sia ormai più che necessaria. La mia modesta impressione è che si stia perdendo un po' il fuoco su alcuni personaggi chiave e amatissimi dal pubblico come l'ormai troppo doma Michonne (Danai Gurira) e come Daryl (Norman Reedus), sottoutilizzato e impegnato solo a mostrare odio e acredine verso Dwight (Austin Amelio), personaggio destinato probabilmente a crescere. Con la morte di Carl (Chandler Riggs) inoltre gli sceneggiatori privano il serial di una dinamica potenzialmente esplosiva che poteva nascere tra il ragazzo e Negan, uno degli spunti più interessanti gettati da Kirkman nel fumetto. Altri characters paiono ormai quasi sballati, come dice l'amico Urz ci si chiede se Eugene (Josh McDermitt) sia bipolare (però gran colpo il suo dell'ultima puntata) ma soprattutto cosa si debba fare di Morgan (Lennie James), un personaggio che francamente non si sopporta più, toglietecelo dai coglioni e mandatelo definitivamente a fare in culo tra le puntate di Fear the Walking Dead, biglietto di sola andata, please. Qualcosa di buono c'è, qualche spunto per il futuro con possibilità di nuove direzioni, nel complesso pollice verso.


Veniamo a Game of Thrones. Probabilmente siamo partiti col piede sbagliato io e il trono. Per due motivi essenzialmente, almeno credo. Il primo motivo è che il parere di più di un amico mi ha forse creato delle aspettative troppo alte per una serie che non è neanche lontanamente la migliore in circolazione, io personalmente non ne guardo così tante ma quelle che seguo mi sembrano quasi tutte scritte meglio di questa (TWD, Stranger Things, Black Mirror, Sherlock per citarne alcune), almeno prese nel complesso. Sicuramente Game of Thrones ha dei picchi molto alti, le ultime due puntate di questa sesta stagione sono indubbiamente due gioielli, soprattutto l'episodio La battaglia dei bastardi, eccezionale non solo dal punto di vista della scrittura ma ad altissimi livelli per regia, sonoro e montaggio, niente da dire, così come è stata un'ottima puntata di chiusura I venti dell'Inverno che vede una splendida e bastardissima Cersei Lannister (Lena Headey) protagonista assoluta. Sparsi qua e là ci sono eventi e passaggi degni di nota e coinvolgenti, affogati però in troppo piattume. Effettivamente i momenti esaltanti possono far dimenticare in fretta il resto, però se si vuole fare un discorso qualitativo obiettivo rimango dell'idea che Il trono di spade sia una serie sopravvalutata. O più semplicemente (motivo numero due), non è la mia serie, cosa che può pure essere, in questo caso Game of Thrones è una serie meravigliosa e io non capisco una minchia, cosa che, torno a dire, può pure essere. Questa sesta serie mi era stata dipinta come la migliore in assoluto, per otto puntate mi sono trovato sperso nei movimenti sulla scacchiera di questa grande soap opera storico/fantasy, alcuni di questi anche interessanti, visivamente riusciti, quello che vi pare, ma comunque sporadici. Poi due puntate capolavoro a chiudere l'annata. Basta? Non lo so, ognuno giudichi per sé, nel novero complessivo delle puntate ho forse preferito il finale della terza stagione e la quarta nel globale, probabilmente il momento più riuscito dell'intera serie. L'ultima stagione (al momento), la settima, è composta da soli sette episodi, non dovrei metterci molto a guardarli, magari ci si risente a breve.

domenica 22 aprile 2018

UNA NOTTE DA LEONI

(The hangover di Todd Phillips, 2009)

Tracy (Sasha Barrese) si sta preparando per il suo matrimonio, è quasi tutto pronto, l'ora si avvicina e la sposa mostra un filo di preoccupazione, il futuro sposo e i suoi tre compari con i quali è andato a Las Vegas per festeggiare l'addio al celibato sembrano irreperibili da parecchie ore ormai, i loro cellulari restituiscono solo le voci delle segreterie telefoniche, i quattro sembrano essere scomparsi nel nulla. I genitori della ragazza cercano di tranquillizzarla, poi squilla il telefono, è Phil (Bradley Cooper), uno dei compari...

- Pronto?
- Tracy, sono Phil...
- Phil, ma dove diavolo siete? Sto impazzendo...
- Ehm... siii... senti... aaah... abbiamo fatto un casino.
- Ma di che stai parlando?
- Dell'addio al celibato, l'altra notte, noi... abbiamo perso il controllo e... abbiamo perso Doug.
- Che?
- Non riusciamo a trovare Doug.
- Che stai dicendo Phil? Ci dobbiamo sposare tra cinque ore.
- Siii... io non ci conterei troppo

La faccia da schiaffi di Bradley Cooper, unico elemento nella scena messo a fuoco dal regista Todd Phillips, è antipasto atipico di quello che andremo a vedere: sporco, scarmigliato, il labbro spaccato, sicuramente piacente... sullo sfondo altre tre figure, una appoggiata sulla fiancata di un'auto che deve averne passate più d'una, un'altra seduta con scarsa eleganza sul cofano della stessa auto, l'ultima, di spalle, probabilmente intenta a farsi una pisciata nel bel mezzo del deserto del Nevada. Gli spazi sono immensi, brucianti, parte Thirteen di Danzig, un pezzo splendido che incornicia alla perfezione il deserto rosso, la strada solitaria, la vastità della natura, per calare poi sulla città del peccato, bel contrasto tra le liriche poco allegre del testo e quella che sarà una delle commedie più divertenti che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni.


Todd Phillips è un regista molto furbo, pur senza mettere in scena nulla di nuovo realizza un film dove tutto è al posto giusto, la canzone giusta sull'immagine adeguata, il cambio di ritmo calibrato al secondo, il ralenty ruffiano e stravisto inserito però in maniera inappuntabile e capace quindi di farti sorridere, una serie di belle panoramiche, tutti elementi che vanno a costruire una regia dinamica e molto piacevole da guardare. La sceneggiatura gioca su più livelli, quello della commedia sguaiata ma mai troppo volgare, il livello prevalente, ma si muove molto bene anche sul filo del thrilling cazzaro, in fondo Doug (Justin Bartha) è scomparso davvero e nessuno dei suoi tre compari, dopo una notte selvaggia a Las Vegas, è in grado di ricordare nulla delle ore precedenti, nessun indizio su dove possa essere finito lo sposo.

Il film si muove molto bene anche a livello temporale, saltando avanti e indietro negli eventi e usando lo stratagemma con giusta e dosata parsimonia, coccolando così molto bene sia l'aspetto più divertente (e Una notte da leoni lo è veramente tantissimo) che quello del mistero della scomparsa di Doug. Ma torniamo anche noi indietro per un attimo.


Insieme allo sposo, ragazzo ben inquadrato, partono il fratello di Tracy, Alan (Zach Galifianakis), una sorta di scemo del villaggio bisognoso d'affetto e dai comportamenti imprevedibili, il dentista Stu Price (Ed Helms), rigidino e invischiato in una relazione soffocante con la stronza castratrice Melissa (Rachael Harris) che non vede di buon occhio questo addio al celibato sul quale tra l'altro Stu mente spudoratamente, e il caro Phil, insegnante elementare, sposato con un figlio, quello che dovrebbe essere il più maturo e che invece è il più incline al cazzeggio. Per loro la prima notte a Las Vegas sarà devastante, il risveglio sarà impietoso e porterà con sé una serie di problemi da risolvere, non ultimo il dover ritrovare Doug in tempo per il matrimonio, e un numero imprecisato di incontri grotteschi ai quali far fronte.

Piccola e doverosa digressione per Heather Graham che la vedi e non ci puoi credere. Classe 1970, 48 anni suonati e una bellezza stordente. Ricordo tra le sue prime cose il Drugstore Cowboys di Van Sant, allora giovanissima e altrettanto bella, non sembra invecchiata per nulla. Tanto di cappello, qui una bellissima parte anche per lei.

Insomma, ci si ritrova a ridere veramente di gusto praticamente di continuo guardando questo film furbescamente calibrato alla perfezione. Mi dicono i due successivi non siano inferiori, mi frego le mani e pregusto.

mercoledì 18 aprile 2018

LA NOTTE DELL'AQUILA

(The eagle has landed di John Sturges, 1976)

Sul finire degli anni 70 il regista John Sturges dà l'addio alle scene proprio con questo La notte dell'aquila, dopo aver lasciato al Cinema alcuni titoli decisamente noti e apprezzabili quali L'assedio delle sette frecce, Giorno maledetto, Sfida all'O.K. Corral, I magnifici sette e La grande fuga. L'addio del regista alla Settima Arte è sancito da un'ultima prova di tutto rispetto, La notte dell'aquila è un film che si inserisce con onore nel filone bellico hollywoodiano del decennio precedente distinguendosi dai più illustri predecessori se non proprio per il livello qualitativo, almeno per quello dell'originalità. Parecchio inusuale infatti vedere in un film bellico statunitense (coprodotto con il Regno Unito) un manipolo di soldati tedeschi come protagonisti assoluti, dipinti tra l'altro come soldati fieri, fedeli alla propria Patria e al proprio esercito, in larga misura disgustati dagli eccessi di insensata crudeltà mostrati dai più illustri gerarchi nazisti. Un punto di vista poco battuto che non è l'unico elemento di discontinuità da altri film del genere. Nonostante il cast stellare manca qui la pletora di protagonisti da reclutare, tutti quei caratteri così diversi tra loro che andranno a formare la squadra perfetta utile per portare a termine la missione designata, come accadeva per esempio in Quella sporca dozzina o ne La grande fuga. Questo scarto dai film precedenti rende La notte dell'aquila più diretto, più lineare, forse anche meno ironico di altri, mantenendo però sempre un buon ritmo e riuscendo a creare nello spettatore la giusta empatia con i protagonisti, nonostante le forze dell'esercito tedesco non piacciano giustamente (quasi) a nessuno.


La sceneggiatura guarda all'omonimo libro scritto da Jack Higgins e prende le mosse dall'idea del Fuhrer di rapire Winston Churchill per ribaltare le sorti della Seconda Guerra Mondiale in favore della Germania. Un folle Himmler, interpretato da un Donald Pleasence sopra le righe, sposa subito l'idea e incarica l'Ammiraglio Canaris (Anthony Quayle) di organizzare l'impresa. Questi è personaggio storico realmente esistito, proprio uno di quei soldati tedeschi che arrivarono a disprezzare i metodi disumani del regime nazista, il Canaris della nostra realtà partecipò anche all'organizzazione di uno degli attentati a Hitler che furono spunto per altre pellicole belliche come il più recente Operazione Valchiria. Ma torniamo alla finzione. Canaris ritiene che l'idea di Hitler sia una sorta di ridicola barzelletta difficilmente realizzabile, purtroppo mettersi contro il volere del Fuhrer e di Himmler può rivelarsi cosa pericolosa assai, incarica così di dar seguito all'idea il Colonnello Radl (Robert Duvall) anch'egli poco entusiasta del folle piano. L'idea inizia a prendere forma concreta quando al Colonnello Radl giunge notizia di una futura visita di Churchill in un paesino sperduto nelle campagne del Norfolk in Inghilterra. I tedeschi hanno di stanza nel paesino una spia ben addestrata, tal Joanna Grey (Jean Marsh) e possono contare sull'aiuto di Liam Devlin (Donald Sutherland, immancabile in questi film), un irlandese che ha in odio l'avversario inglese. Il grosso della missione che prevede il rapimento e l'estradizione del premier inglese, sarà affidato al reparto di paracadutisti tedeschi del Colonnello Kurt Steiner (Michael Caine), militare pluridecorato anche lui avverso alle posizioni più estreme del partito nazista. A complicare la missione dei tedeschi ci sarà un distaccamento dell'esercito americano di stanza a Studley Constable agli ordini del Colonnello Pitts (Larry Hagman).


Come si può notare dalle poche righe riportate qui sopra il film presenta un cast pieno di grossi calibri, se l'Himmler di Pleasence ricorda il dottore mezzo matto interpretato dall'attore in Altrimenti ci arrabbiamo, sono inappuntabili le performance di Duvall e Caine, prototipi del militare tutto d'un pezzo dalle vedute non troppo ristrette, si concedono invece diversi momenti di leggerezza Donald Sutherland, che con quel suo sorriso sghembo viene facile farlo deviare dalla retta via, e soprattutto Larry Hagman, il celebre J.R. della soap opera Dallas, qui nella parte di uno di quei militari pieni di sé ma totalmente inesperti e inclini all'errore.

La trama è solida e compatta, Sturges non concede troppe divagazioni, anche la messa in scena sembra essenziale solo per esplodere poi con vigore in alcune sequenze d'azione all'interno del piccolo paesino del Norfolk, sequenze molto avvincenti e girate con ritmo e visione d'insieme invidiabili. Oltre alla bella costruzione rimane del film una visione diversa di una parte dell'esercito tedesco, composto da uomini che per forza di cose, anche nella realtà, non saranno stati tutte bestie crudeli e che anche qui, come già accadeva ne La grande fuga, non fanno parte delle SS o della Gestapo ma delle forze aeree della Luftwaffe. La notte dell'Aquila rientra in una vera e propria cifra stilistica tanto battuta nel cinema dei 60, più che in quello dei 70, ne è forse un episodio tardivo che non fa rimpiangere ciò che si era visto negli anni precedenti, un'ottima chiusura di carriera per quello che ancora oggi viene considerato uno dei più celebri mestieranti dell'industria di Hollywood.

sabato 14 aprile 2018

BABY BOSS

(The boss baby di Tom McGrath, 2017)

Dopo la noia di Trolls, sul quale non ho trovato nemmeno la forza di spendere due parole, la Dreamworks rialza la testa grazie a questo Baby Boss, film d'animazione uscito l'anno scorso sul quale non riponevo particolari aspettative e che invece è riuscito a divertirmi parecchio. Il pretesto che dà il via alla storia è il seguente: in una fantomatica e divina fabbrica di bambini i pargoletti vengono smistati in due categorie. Quella più numerosa sforna i classici bebè che andranno ad allietare la vita di famiglie e genitori felici in spasmodica attesa del nuovo arrivo. La seconda, decisamente più rara, prepara piccoli manager destinati a proseguire l'attività dell'azienda, la Baby Corp.

Accade che la Baby Corp sia però in crisi, i bambini stanno perdendo considerevoli fette di mercato misurabili in amore, a vantaggio dei cuccioli di cane che pian piano li stanno soppiantando nel cuore degli adulti. Così la Baby Corp manda sulla Terra il Baby Boss in incognito come nuovo nascituro nella famiglia del giovane Tim Templeton i cui genitori lavorano per la Puppy Co., azienda leader nel settore "cuccioli". Il piccolo Tim si troverà così dall'essere l'unico centro del mondo per i suoi genitori al dover dividere l'affetto di mamma e papà con il nuovo arrivato, il conflitto sarà aspro e Tim sarà il solo a capire che il nuovo fratellino è molto più di quel che sembra. Per Tim sarà difficile capirlo all'inizio, ma per entrambi i bambini il vero pericolo arriva dall'esterno, dal nuovo "modello" di cucciolo che la Puppy Co. sta per immettere sul mercato con conseguenze potenzialmente disastrose.


Senza essere un film eccezionale trovo che questo Baby Boss sia stato confezionato a dovere dai tipi della Dreamworks, c'è un bel contrasto tra le diverse sequenze ambientate nella fantasia di Tim, coloratissime, quasi psichedeliche, in qualche modo strutturalmente più classicheggianti, e quelle delle vicende del mondo reale, realizzate in uno stile ormai abituale per i film d'animazione e comunque sempre di ottima fattura. Bella la scena d'apertura utile per inquadrare la situazione, con spassose citazione agli argomenti pop più disparati: da Batman al Signore degli anelli fino ad arrivare ai Beatles e a elementi di infografica. Ottimi anche i movimenti virtuali di macchina, alcune trovate sono realmente spassose (la radiosveglia rompipalle ispirata a Gandalf); da applausi la citazione migliore del film dove il Baby Boss fa il verso al personaggio interpretato da Alec Baldwin (voce originale del Baby Boss) in Americani affermando che "i biscotti sono per chi chiude i contratti".

Oltre al sano divertimento anche alcuni temi importantissimi per i bambini: l'amore fraterno e la gelosia, la suddivisione delle attenzioni genitoriali tra più pargoli, la perdita di alcuni punti fermi, tutti argomenti da non dare per scontati che a chi ha fratelli o sorelle sicuramente strapperanno qualche emozione in più. Forse un poco cinico ma assolutamente da non lasciar correre via senza soffermarcisi un pelo sopra, il conflitto proposto tra le attenzioni riservate ai propri cuccioli e quelle dedicate ai propri figli, ma più in generale alle altre persone. Rispettabilissimo il punto di vista di ognuno, ma a costo di crearmi inimicizie sono fermamente convinto che una persona sia una persona e un animale un animale, con tutti i dovuti distinguo, a volte si perdono un poco le proporzioni delle cose, tema non banale devo ammettere.

Nel complesso mi sento di consigliare a chi ama i film d'animazione spensierati anche la visione di questo Baby Boss, ci sono parecchie battute ben riuscite e alla fine ci si diverte.

sabato 7 aprile 2018

ZOMBI 2

(di Lucio Fulci, 1979)

Nel 1979 Lucio Fulci aveva ormai fatto di tutto, sul suo curriculum mancava solo ciò per cui oggi, dopo una vita durante la quale non se l'è filato quasi nessuno, tutti lo ricordiamo: il suo apporto al genere horror pervaso dal gusto per il gore che negli anni successivi Fulci non abbandonerà più. Musicarelli, film d'avventura, commedie, western, parodie, giallo all'italiana, Fulci non si fa mancare davvero nulla, poi proprio con questo Zombi 2 arriva l'orrore. Non lasciamoci trarre in inganno da quel "2" che compare nel titolo del film, in realtà questo è per Fulci un vero e proprio esordio nel genere, il secondo numero cardinale viene inserito nel titolo solamente per distinguere questo film dall'omonimo Zombi di George A. Romero uscito l'anno precedente e, probabilmente, anche come astuta mossa commerciale per cavalcarne l'onda del successo. Come lo stesso Fulci dichiarava in alcune interviste sul film, sono più le differenze tra l'approccio al tema utilizzato dai due registi che non le similitudini, quello di Fulci è privo di metafore sociali, guarda più alla suspense e all'avventura, si concentra sulla storia in sé, sull'effetto visivo e sull'origine degli zombi come figura delle credenze haitiane legate alla pratica del vudù. Effettivamente guardando Zombi 2 le affermazioni di Fulci risultano veritiere, bollare il film come una mera riproposizione del lavoro di Romero potrebbe risultare fuorviante e svilente nei confronti del lavoro del regista romano. Ciò nonostante un paio di sequenze newyorkesi, volute dalla produzione, non mancano di strizzare l'occhio al celebre predecessore.

Una barca a vela solca il mare, sullo sfondo lo splendido skyline di New York con le Torri Gemelle a fare da padrone, Liberty Island, il ponte di Brooklyn, tutto avvolto nella caratteristica foschia granulosa di tanto Cinema dei 70, immagini che predispongono al meglio alla visione del film. La barca sembra avanzare senza controllo, al timone non c'è nessuno, l'approccio della guardia costiera è inevitabile e inaspettatamente truce, l'unico passeggero della barca azzanna al collo uno dei due agenti, il sangue schizza a fiotti, il rosso è intenso e corposo. Il regista, considerato per anni un artigiano del nostro Cinema, esibisce una regia più interessante di quella di tanti colleghi più stimati: si ondeggia insieme alla barca, l'impressione dello spettatore è quella di essere all'interno dell'inquadratura, il timone è lontano da noi un solo braccio, la fotografia è perfetta, la camera è dinamica il giusto, le panoramiche tutte indovinate, la scansione delle sequenze avvincente, ottima la profondità delle proporzioni tra i vari elementi, la musica accresce l'aspettativa del contatto che sappiamo inevitabile, il primo approccio con lo zombi è visivamente molto convincente. La prima sequenza si chiude con una vaga minaccia di contagio imminente.



Il corpo del film si svolge però altrove, Anne Bowles (Tisa Farrow), figlia dello scomparso proprietario della barca, e il giornalista Peter West (Ian McCulloch) si recano sull'isola di Matui nei Caraibi, ultimo domicilio conosciuto del padre della ragazza, al fine di dipanare l'enigma del battello approdato a New York con un'unica mostruosa presenza come equipaggio. Giunti nei Caraibi i due si faranno condurre all'isola di Matui, sulla quale gravano voci poco rassicuranti, dalla coppia di turisti americani composta dai giovani Brian (Al Cliver) e Susan (Auretta Gay). Sul posto il gruppo prenderà contatto con il Dottor Menard (Richard Johnson) impegnato a capire quale strano virus stia decimando la popolazione dell'isola solo per poi farla tornare in vita fortemente mutata.


I motivi d'interesse del film sono principalmente visivi, il trucco utilizzato per la resa degli zombi è riuscito e sicuramente molto interessante, si discosta dalla versione romeriana sia per cromia che per consistenza andando a proporre creature che portano alla mente lo sgradevole effetto della decomposizione, dall'incedere lento ma dall'attacco minaccioso. All'orrore si mescola l'aspetto più sensuale portato in scena dalle protagoniste femminili, soprattutto da Auretta Gay e Olga Karlatos (Paola, la moglie di Menard) che si concedono in tutta la loro grazia (e in tutte le loro grazie), attrici capaci di unire sensualità, angoscia e terrore in alcuni dei momenti più riusciti del film. Ipnotica la (s)vestizione della Gay prima dell'immersione, così come rimangono celebri almeno due sequenze: quella splendida sottomarina con la Gay che si imbatte prima in uno squalo e poi in uno zombi, creature destinate di lì a poco a scontrarsi tra di loro, e quella della penetrazione del bulbo oculare della Karlatos, ripresa a distanza ravvicinata, entrambe sequenze che, con buona pace dei detrattori, vanno ben oltre il semplice artigianato. Nella parte finale, con l'aumentare dei non morti, il comparto trucco e parrucco si scatena nella realizzazione eccellente di un look mostruoso tutto sangue, brandelli, vermi e marcescenza da applausi.

Le dinamiche di sviluppo della trama sono invece note, si va verso l'assedio, la morte di alcuni dei protagonisti, la fuga e un ritorno verso casa, verso una possibile normalità. Quando ancora il nostro cinema si occupava davvero dei generi, tendenza in ripresa, rimaniamo sempre speranzosi.

domenica 25 marzo 2018

SHAUN, VITA DA PECORA - IL FILM

(Shaun the sheep movie di Richard Starzak e Mark Burton, 2015)

La Aardman Animations è una bellissima realtà, patria incontrastata (se non da Tim Burton quando ci si mette) delle opere in stop motion con protagonisti in plastilina, qui nascono i celebri Wallace e Gromit e più di recente la serie televisiva dedicata alla pecora Shaun che nel 2015 si guadagna il suo primo lungo sbarcando così nelle sale di mezzo mondo e accumulando nominations nei festival cinematografici più prestigiosi, Academy compreso (dove verrà però giustamente battuto da quel capolavoro di Inside out).

Il film, durante il quale nessuno spende nemmeno una parola, è sì ad altezza bambino ma non mancherà di divertire anche gli adulti con la sua tenera semplicità e con qualche bella citazione sparsa qua e là (spassosa quella ai Beatles ad esempio), aiutandosi con una colonna sonora indovinata che si lascia apprezzare ben oltre il celebre tema di Shaun the sheep. Ciò che più facilmente si apprezza dei film della Aardman è la perizia tecnica messa nella minuziosa ricostruzione dei personaggi ma soprattutto degli ambienti in cui la vicenda si svolge, dalle bucoliche campagne in cui è sita la fattoria in cui Shaun e le sue compagne pecore vivono con il fattore, agli interni della casa di quest'ultimo, dalle strade della grande città (Londra?) ai negozi della stessa, una meraviglia continua per gli occhi dello spettatore. Indubbiamente dal punto di vista tecnico il film l'Oscar l'avrebbe meritato e come, la storia però, seppur piacevolmente divertente, è semplice e non presenta grosse chiavi di lettura e interpretazioni. Un po' come capita a chiunque di noi, col passare del tempo Shaun e gli altri animali della fattoria iniziano a sentire il peso della routine, Shaun desidera una vacanza dalla sua quotidianità e così allestisce un piano per mettere a dormire il fattore e concedersi il meritato riposo. Purtroppo nel pur ingegnoso piano qualcosa va storto, così il fattore si ritrova perso nella grande città privo di memoria e le povere pecore alla fattoria, senza cibo e senza nessuno che badi a loro, messe anche in difficoltà da maiali di orwelliana memoria. Starà proprio alle miti pecore, insieme al cane Bitzer, andare a recuperare il fattore, affrontare le sfide che la grande città presenta, fronteggiare il temibile acchiappanimali Trumper e riportare tutto alla normalità nell'amata fattoria: vacanza sì, ma non troppo riposante.

Un prodotto fresco, divertente e semplice semplice come ormai se ne fanno pochi, negli ultimi anni mi viene in mente ad esempio Nuove avventure nel bosco dei 100 acri con Winnie The Pooh (2011), film principalmente per bambini, target principe dell'animazione in sala, un film ben riuscito e godibile. La Aardman è da poco nuovamente nelle sale con il suo ultimo lavoro, I primitivi, a questo punto potrebbe valere la pena dare un'occhiata anche a quello.


sabato 24 marzo 2018

SI PUÒ FARE

(di Giulio Manfredonia, 2008)

Incipit frenetico ad opera di Giulio Manfredonia che in meno di un minuto ci presenta il protagonista Nello (Claudio Bisio), sindacalista aperto alle nuove esigenze dei mercati (siamo nel 1983) e quindi per lo stesso sindacato troppo moderno, uomo però troppo di sinistra per concepire che la sua donna tenti di fare profitto nel mondo della moda, troppo antico per la compagna Sara (Anita Caprioli) e quindi scaricato. Cornuto e mazziato in meno di un minuto, non male, ma si sa, il sindacato non lascia nessuno indietro (ah, che bellissima e menzognera utopia), così Nello viene riciclato come Presidente della cooperativa sociale 180 che si occupa di malati di mente transfughi dai manicomi in seguito all'approvazione della Legge Basaglia. Esaurita la velocissima introduzione, il film di Manfredonia si prende il suo ritmo, torna a una narrazione classica che bilancia al meglio i tempi, sia quelli comici che quelli del racconto, per andare a comporre una di quelle storie belle, edificanti e allo stesso tempo cariche di stimoli, capaci di far riflettere sui contenuti ma allo stesso tempo divertire lo spettatore. È una storia delicata che non manca di assestare qualche colpo duro, i protagonisti, tutti apprezzabili nell'interpretazione di questo gruppo di pazienti con disagi mentali, rendono al meglio i momenti di tenerezza come quelli di maggior tensione andando a sottolineare quella che è una crescita, del protagonista Nello, ma soprattutto comunitaria e collettiva, durante la quale tutti provano, tutti fanno, tutti decidono e lungo il percorso quasi tutti sbagliano, come poi capita realmente nella vita di ognuno di noi.

Dopo aver valutato la situazione, dopo aver fatto conoscenza con il gruppo e aver preso anche qualche bella batosta, Nello decide di portare i ragazzi della cooperativa 180 nel mondo, distogliendoli dalla loro attività assistenziale retribuita dal comune e lanciandoli nel mercato del lavoro, perché anche se non sembra tutto si può fare, perché no, anche diventare dei bravi posatori di parquet. Grazie alla propensione artistica di un paio di loro, il più agitato Luca (Giovanni Calcagno) e il remissivo Gigio (Andrea Bosca), l'attività comincia a farsi un nome e ad avere successo, in qualche misura il reinserimento di questi uomini nel mondo sembra avere delle serie possibilità di riuscita; con l'aiuto del dottor Furlan (Giuseppe Battiston) Nello decide così di diminuire il dosaggio dei farmaci che impedisce a molti di loro di vivere una vita piena e più o meno normale. Purtroppo non per tutti questi neo lavoratori sarà facile reggere le pressioni del mondo al di fuori di un ambiente ristretto e controllato come quello della comunità.


È il dilemma umano l'aspetto più interessante di Si può fare, non tanto quello sulla sorte degli ex internati, quanto quello difficile da sciogliere su fin dove ci si possa spingere per aiutare gli altri, perché si può essere armati delle migliori intenzioni ma non avere la preparazione adeguata per agire al meglio nell'interesse altrui, soprattutto nell'interesse dei più indifesi. È un po' il dilemma con il quale si confrontano quotidianamente tutti gli educatori, i medici, i terapeuti ma più banalmente anche qualsiasi genitore che giorno dopo giorno si trova a dover prendere decisioni che inevitabilmente andranno a influire sul futuro dei propri figli. Poi con tutte quelle scelte in qualche modo bisognerà convivere, non con tutte sarà facile farlo come proverà sulla propria pelle il protagonista Nello.

Tema complesso, difficile da condensare nel tempo di un film, il risultato però sorprende per onestà e freschezza, risultato in larga misura ottenuto grazie all'alchimia di un bel gruppo d'attori ben calato nel ruolo non semplice di "matti". Alla fine anche parlare con leggerezza di temi importanti si può fare.

giovedì 22 marzo 2018

GEEK LEAGUE - LA COMPILATION


Questa volta hanno tentato di farmi fuori, non so bene chi, non ho capito neanche come, ma sono riusciti solo a rallentarmi per ora. Ma bisogna stare in guardia, forse non sono così innocui come in principio mi sembravano. Ma non è facile fermare l'Outsider, continuerò a mischiarmi tra loro sotto mentite spoglie, in vesti sempre diverse. Hanno proposto una sorta di compilation questa volta, attenti, le loro potrebbero contenere messaggi subliminali. Ne approfitto comunque per compilare una lista di cose e ricordi che potrebbero smuovere qualcosa in qualcuno. Alla prossima.


Sigla cartoon: si poteva scegliere tra i ricordi della prima infanzia, addirittura pescare il primo ricordo a cartoni animati, e allora sarebbe stato Atlas Ufo Robot, o una di quelle sigla alle quali sarei sempre affezionato come quella de L'Uomo Tigre, andare sul simpatico con cose come Carletto il principe dei mostri, avrebbe potuto essere tutto, ma probabilmente non poteva essere altro che Ken.





Sigla serie tv: rischierò di essere noioso, qui non ci sono parole da spendere, c'è solo Twin Peaks!




Sigla programma tv: la domenica verso le 18.00, quando ancora il campionato si giocava tutto in un'unica giornata, quella del dì di festa, era tradizione guardare i gol, col nonno e con Paolo Valenti, una vita fa.




Colonna sonora cinema: difficile questa, un mondo di roba buona e meritoria, metto un pezzo dal film Broken Flowers, ma voi ascoltatevela tutta.




Colonna sonora videogame: sono rimasto alla preistoria, Rambo II per C64.




Qui sotto i link delle selezioni degli altri pazzi, occhio ai messaggi subliminali.

Omniverso
Il Bazar di Riky
Storie da Birreria
Cent'anni di Nerditudine
Gioco Magazzino
Gameocracy
La Cupa Voliera del Conte Gracula
Pietro Saba World
Moz O'Clock
Orso Chiacchierone
La Bara Volante
The Reign of Ema
Cornerhouse Pub
Stories, books and movies
Il Cumbrugliume

sabato 17 marzo 2018

IL TRONO DI SPADE - STAGIONE 5

Dopo due annate dai ritmi indiavolati, questa quinta stagione subisce un bel colpo d'arresto lungo il corso delle prime sette puntate, per riprendere a correre poi negli ultimi tre episodi nei quali gli eventi invece aumentano d'importanza e si succedono con un bel ritmo. Sette puntate su dieci di quella che potrebbe essere definita "fiacca" sono un po' troppe a mio avviso, indubbiamente questa situazione si viene a creare come conseguenza della moltitudine di personaggi e trame che si dipanano ne Il trono di spade, ogni tot di tempo la vicenda corale esige che i pezzi sulla scacchiera vengano ricollocati per potersi poi muovere verso altre direzioni. Facendo questo i ritmi rallentano, alcuni personaggi colgono l'occasione per crescere, altri sembrano immobili, altri ancora scompaiono per periodi più o meno lunghi, alcune cose si apprezzano, soprattutto a livello di spunti e idee dalle quali è possibile estrarre previsioni per potenziali sviluppi, a volte semplicemente fa capolino la noia, cosa che comunque per la serie più osannata nel panorama televisivo odierno, serie che basa le sue annate su sole dieci puntate, non dovrebbe mai accadere.

Per quel che concerne il comparto tecnico sembra che ci sia stato un ulteriore passo in avanti sulla ricerca della costruzione dell'immagine perfetta, un'attenzione maggiore è stata posta alle scenografie e soprattutto alla fotografia che spesso restituisce allo sguardo splendide ambientazioni e una nitidezza sicuramente apprezzabile ma che a volte sembra fare un po' perdere alla storia quell'aura da brutti, sporchi e cattivi necessaria almeno nelle sequenze più violente e truci. Ne guadagnano sicuramente i panorami e le location, e probabilmente anche le belle fanciulle che nel corso delle varie puntate non mancano mai.


Addentrandoci un poco di più nello specifico, il lavoro migliore viene fatto su alcuni dei tanti personaggi protagonisti della serie, su tutti probabilmente spicca quello della calcolatrice Cersei Lannister (Lena Headey) che per la prima volta, nonostante il gran fascino delle sue continue manipolazioni, assaggia un poco il ruolo della vittima, cosa che probabilmente scatenerà reazioni furiose in un futuro prossimo venturo. Tyrion (Peter Dinklage), il mio personaggio preferito insieme a Jon Snow (Kit Harington), vivacchia ridestandosi anche lui nelle ultime puntate ma senza destare troppi scossoni, interessante il lavoro svolto su Jorah Mormont (Ian Glen, che solo ora scopro essere figlio di quell'altro Mormont). Jon Snow, protagonista del più grande colpo di scena della stagione, ora Lord degli uomini che vestono il nero, è il vero motore del possibile cambiamento, accompagna i Guardiani della Notte e gli spettatori verso il primo grande scontro con gli estranei, sorta di non morti da oltre la barriera. Spettacolare la battaglia che ne consegue. Arya Stark (Maisie Williams) cresce ma sinceramente mi aspettavo ancora qualcosa di più da questo personaggio, un qualcosa che probabilmente arriverà nelle prossime serie, Sansa (Sophie Turner) subisce e (forse) si risveglia e Ramsay Bolton (Iwan Rheon) è sempre più bastardo puntata dopo puntata.

Fortunatamente si accelera sul finale, molti eventi precipitano, qualche protagonista ce lo giochiamo e le attese per la sesta stagione crescono. Mi dicono sesta e settima siano due annate forsennate, forse l'ultima (al momento) anche troppo. Aggiornamenti a breve.

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