mercoledì 3 marzo 2021

5 È IL NUMERO PERFETTO

(di Igort, 2019)

L'idea di trasportare la storia di Peppino Lo Cicero dalle pagine di 5 è il numero perfetto al cinema frullava nella testa di Igort già parecchio tempo fa, all'epoca della riedizione del volume in quella splendida iniziativa che fu Graphic Novel, una serie in dieci tomi che portava in edicola opere di grande spessore, dal Maus di Spiegelman a Blankets di Craig Thompson, da Palestina di Joe Sacco all'adattamento di Città di vetro di Auster da parte di Mazzuchelli e Karasik, l'autore ed editore con la sua Coconino Press accennava, siamo nel 2006, alla possibilità del passaggio dal disegno alla recitazione, con Toni Servillo già impresso in mente per il ruolo principale. Il progetto si concretizza parecchi anni più tardi divenendo un'interessante trasposizione che porta nel suo corpo alcune sensibilità appartenenti alle due diverse arti: la settima e la nona.

Si passa dalla bicromia molto espressiva del fumetto, interamente colorato con toni e sfumature d'azzurro, a una tavolozza di colori più ricca, ma il film, pur offrendo un'esperienza diversa anche se molto adesa alla trama originaria, mantiene molto viva la sua origine cartacea, per alcuni versi, fatti i doverosi ed enormi distinguo, 5 è il numero perfetto mi ha ricordato l'operazione effettuata da Miller e Rodriguez su Sin City nell'approccio di trasposizione fedele di alcune tavole, vedere ad esempio le immagini che scandiscono l'incipit dei cinque capitoli in cui sono suddivise sia la graphic novel che il film. Siamo a Napoli negli anni 60, ma quella dipinta da Igort è una Napoli poco vista, piovosa, cupa, niente sole che vedremo solo nel finale in Parador, niente mare, ma i palazzi del Rione Sanità, i tetti del quartiere, i vicoli, gli interni, e ancora pioggia, pioggia che cade come lacrime napulitane in una delle scenografie più riconoscibili del film, anche la casa dei Lo Cicero viene spostata in zona più urbana rispetto alla più decentrata location del fumetto. Peppino Lo Cicero (Toni Servillo) è un vecchio guappo ormai in pensione, un killer che ha fatto il suo tempo e che ha tramandato il mestiere a suo figlio Nino (Lorenzo Lancellotti). Durante un lavoro per il suo boss, Nino viene ucciso da Mr Ics (Vincenzo Nemolato), anche lui alle chiare dipendenze di qualcuno. Saputa la notizia Peppino inizierà a fare il diavolo a quattro nel quartiere e a sovvertire l'ordine della camorra, insieme a lui il vecchio compagno di una vita, Totò (Carlo Buccirosso), ormai dedito alla coltivazione delle begonie, e un ritorno di fiamma, la bella Rita (Valeria Golino) che ha aspettato Peppino per oltre vent'anni. Le pallottole inizieranno a fioccare, Peppino vuole il killer del figlio, Rita vuole Peppino, Totò vuole (forse) tornare alle sue begonie, le trame del gioco non sono tutte visibili. Infine il Parador.

Rispetto alla sua controparte cartacea il film perde un poco di fluidità, si intuisce un pizzico di frammentarietà data dalla ricerca dell'estetismo, del virtuosismo formale peraltro molto riuscito e accattivante, la bella fotografia, i tagli ricercati sulle ombre, le inquadrature splendide sulla Napoli notturna sembrano di tanto intanto un fermo immagine sulla vicenda che pare trattenere il respiro per un momento per poi ripartire, piccolo scotto da pagare per una resa visiva davvero riuscita da parte di Igort che si rivela al suo esordio regista molto interessante. Si guadagna invece sulla voce off, il timbro caldo e pacato di Servillo a illustrare situazioni e sensazioni si ascolta con grandissimo piacere, è avvolgente e dona quel pizzico di calore in più che forse in qualche tavola del fumetto non si percepisce, perso tra i toni freddi dell'azzurro, mancano le sequenze oniriche mentre molti dei dialoghi sono presi pari pari dal cartaceo, compresa la spiegazione sul perché il 5 sia numero perfetto. A conti fatti un film particolare, distante sia dal noir di scuola classica che dal crime postmoderno ma anche dalla narrazione del sottobosco criminale che usualmente viene associata a Napoli, e già questo potrebbe essere un buon inizio. Perfettibile, ma opere prime come queste sicuramente non si buttano via. Belli i titoli in stile Saul Bass.

sabato 27 febbraio 2021

ONE NIGHT IN MIAMI...

(di Regina King, 2020)

Non mancano in questo periodo film che affrontano la questione razziale negli Stati Uniti, qualche settimana fa si era parlato di Antebellum, un thriller con un occhio rivolto alla storia americana ai tempi della Guerra di Secessione, ora è il turno di Regina King di dare il suo contributo alla causa con un esordio che le apre la strada al Cinema e al lungometraggio, in curriculum già alcune regie per vari episodi di serie televisive (Shameless, This is us, Scandal, etc...). È un bell'esordio quello della regista dall'antroponimo regale, un film riflessivo, debitore della sua origine teatrale (dalla pièce di Kemp Powers), esula dall'unità di luogo ma la maggior parte della narrazione si svolge in una camera dell'Hampton House Motel, uno degli hotel dove all'epoca venivano accettate le persone di colore (si accenna anche al green book). One night in Miami... è un'ottima occasione per sviscerare dall'interno della comunità nera diversi punti di vista, non solo quelli disinteressati, sulla difficile situazione che gli afroamericani vivono tutti i giorni sulla loro pelle a causa del disprezzo e della pretesa di superiorità dell'uomo bianco.

Siamo nel 1964, un Cassius Clay (Eli Goree) molto giovane vince il titolo dei pesi massimi battendo il campione Sonny Liston (Aaron D. Alexander), dopo l'incontro raggiunge per  i festeggiamenti il suo amico Malcolm X (Kingsley Ben-Adir), membro della Nazione Musulmana e attivista militante per la parità di diritti tra le razze, li raggiungeranno presto il cantante Sam Cooke (Leslie Odom Jr.) all'apice del suo successo e la stella più luminosa dell'NFL, Jim Brown (Aldis Hodge). I quattro amici, esponenti di un'America nera di successo ma ancora disprezzata dai bianchi, si trovano in un momento molto particolare: Clay è appena diventato campione dei massimi e grazie all'amicizia che lo lega a Malcolm sta per convertirsi all'Islam e unirsi alla Nazione Musulmana, proprio nel momento in cui Malcolm sta pensando di lasciare l'organizzazione nei cui vertici non ha più fiducia per fondarne una tutta sua. Cooke e Brown dal canto loro, pur essendo delle star famose in tutto il Paese e anche oltre, hanno appena subito delle cocenti umiliazioni proprio a causa del colore della loro pelle. È un momento critico per la lotta alla disuguaglianza, sono i giorni che precedono l'assassinio di Malcolm X, quest'ultimo è teso per ragioni personali e per le minacce alla sua persona e alla sicurezza della sua famiglia, il suo desiderio è quello che anche i suoi amici, così noti e in qualche modo influenti, si adoperassero per la causa, le recriminazioni e i diversi modi di gestire l'appartenenza faranno salire la tensione e venire a galla i malumori e le posizioni di ognuno di loro, alcune all'apparenza meno coraggiose ma non del tutto condannabili, altre nate virtuose hanno un po' d'odore di opportunismo.

Regina King alla sua prima prova per il "cinema" (ormai dobbiamo usare le virgolette pensando alla mancata uscita in sala) offre un'ottima regia soprattutto sul versante della gestione degli attori, poco contorno, dopo le sbruffonate che saranno cifra stilistica di Cassius Clay per tutta la carriera a venire, i quattro amici si chiudono in una stanza di motel, non uno di quelli di lusso al quale è abituato il facoltoso Sam Cooke, no, un'alberghetto di poche pretese, i potenziali festeggiamenti per il titolo di Cassius si trasformano in una serata di teste pensanti, i quattro amici avranno modo di discutere, riversarsi contro le proprie opinioni e di ferirsi, di tradirsi un poco e di riappacificarsi, di stimolarsi, abbracciarsi e confrontarsi. Proprio il confronto è il motore d'interesse di questo film, se si può facilmente comprendere la posizione di lotta aperta manifestata da Malcolm X, che pretende dai suoi amici lo stesso coinvolgimento, si rivelano altrettanto interessanti i punti di vista di Cooke e Brown sul rapporto tra i soldi, l'indipendenza economica, primo passo verso una marcata libertà, e il ruolo degli artisti e degli sportivi di colore, tollerati dai bianchi per il loro divertimento ma ciò nonostante ancora disprezzati, significativa in tal senso una delle sequenze iniziali che vede coinvolti Jim Brown e il suo "amico" bianco interpretato da Beau Bridges. Le posizioni più oltranziste vengono così messe in discussione, la fama e il successo ridimensionati, emerge però su tutto un sentimento d'amicizia e di forte stima tra questi quattro uomini, il passaggio più commovente si assapora nel racconto del serioso Malcolm X di un'esperienza mai confessata prima ai suoi amici, vissuta proprio durante uno dei concerti di Cooke, il fratello con il quale la sua ideologia cozza maggiormente, e ancora molto interessante il discorso su quel ragazzo del Minnesota e sulla sua musica.

Una bella storia, inventata per la gran parte, ciò nonostante i messaggi veicolati sono chiari e le riflessioni che suscita tutto sommato interessanti, nonostante la poca spinta dinamica il film ha un bel ritmo, la King dosa bene i momenti e si va ad aggiungere alla lista crescente delle donne dietro la macchina da presa da seguire con interesse, e pensare che fino a qualche tempo fa era costretta a subire le richieste assurde del Dottor Sheldon Cooper e di quella manica di disadattati dei suoi colleghi!

giovedì 25 febbraio 2021

LOUISE-MICHEL

(di Gustave De Kervern e Benoît Delépine, 2008)

Louise e Michel sono i nomi dei due protagonisti del film (o delle due protagoniste se vogliamo), ma Louise Michel, come ci ricordano i due autori sui titoli di coda, è anche il nome di una storica anarchica francese dalla quale i registi hanno tratto ispirazione, se non nella storia sicuramente nello spirito. Perché l'approccio alla narrazione, ai suoi protagonisti, è sicuramente anarchico, atipico, un corpo libero originale nella cinematografia di quegli anni e che risulta completamente avulso da ogni corrente ancora oggi, gli spettatori più giovani potrebbero bollare alcune sequenze come cringe, i due autori sembrano saltare dal cattivo gusto al grottesco, dall'idiota al più classicamente divertente fino all'imbarazzante, trovando una cifra stilistica personale e indovinata che rende Louise-Michel un ottimo film con pochi eguali (forse nessuno).

Louise (Yolande Moreau) vive in una triste provincia francese, donna di mezza età, analfabeta, vive vicino alla soglia di povertà circondata da un bel po' di squallore, insieme a molte colleghe lavora in una fabbrica che a causa della crisi (e per furberia dei padroni) continua a chiedere sacrifici alle sue dipendenti; rinuncia dopo rinuncia le operaie si troveranno con un camice nuovo e la fabbrica chiusa e svuotata nottetempo. Con un'indennizzo statale di 2000 euro a testa una decina di loro si riuniranno per decidere sul da farsi, non riuscendo a trovare una soluzione credibile per far fruttare i pochi soldi ricevuti dallo Stato, Louise butta lì un'idea: perché non pagare con quella cifra un professionista per far ammazzare il proprietario della fabbrica? L'idea piace, i contatti giusti li ha la stessa Louise, purtroppo l'uomo prescelto, tal Luigi, ha preso a rigare dritto, non è più sul mercato. Louise allora incappa in Michel (Bouli Lanners), all'apparenza disposto a portare a termine lo scomodo lavoro, il problema è che se Louise è stramba Michel è meno in quadro di lei, l'eliminazione del capo diventerà una vera e propria avventura che porterà i due ben al di fuori dei confini della Francia.

L'approccio di De Kervern e Delépine alla narrazione è realmente originale, magari si può trovare qualche lieve rimando ad accomunare una piccola parte della loro sensibilità per la commedia al lavoro di qualche altro autore, ma sarebbe comunque una commistione di spunti che tutti insieme collimano in qualcosa di poco accostabile ad altre opere note, i due registi francesi adottano un registro che sembra non avere rispetto per nulla e per nessuno, si ride con tutto, con gli emarginati, con i malati terminali, con l'immigrazione clandestina, con le fissazioni bio, con l'omicidio, con l'identità sessuale; le situazioni oscillano dall'imbarazzante al comico senza soluzione di continuità, i due protagonisti principali sono messi in scena da due interpreti poco noti e perfetti, Louise è un orso ignorante che tenta di tenersi lontana dai vizi (non beve mai), attraversa le giornate con stolida apatia che viene smossa però dal vero orrore del film, quel sistema del capitale che nonostante venga sempre più spesso tirato a lucido non manca di produrre storture di cui qualcuno paga le conseguenze in maniera pesante, Michel è un idiota goffo e anche vigliacco (giustificato) a cui però i soldi fanno gola per uscire dalla miseria. Film piccolo ma girato in maniera molto professionale, la cadenza delle sequenze non perde un colpo, fotografia e scelta delle location aggiungono un tocco vitale ai contorni di per sé poco allegri, ne nasce un'avventura itinerante alla ricerca del capo da far fuori e che al momento dei titoli di coda sembra essere finita troppo presto, riserva qualche sorpresa (molto bella la scena finale) e ci regala un'ulteriore sequenza delirante dopo i titoli di coda. La coppia di registi ha realizzato insieme una decina di titoli, almeno il successivo Mammuth aveva goduto di maggiore visibilità grazie alla presenza di Gérard Depardieu a fianco della stessa Moreau, un dinamico duo tutto da approfondire, non è da tutti realizzare un film infischiandosene completamente di dove tira il vento (ma lo faranno poi davvero?).

martedì 23 febbraio 2021

THE WARD - IL REPARTO

(The ward di John Carpenter, 2010)

Nel 2010 John Carpenter torna al cinema dopo un silenzio durato quasi un decennio, l'ultima sua sortita nel lungometraggio risale all'insuccesso commerciale di Fantasmi da Marte, film che mischiava horror e fantascienza senza raggiungere i migliori esiti del notevole passato del Nostro. Ci si aspettava quindi, all'epoca - ormai sono passati altri dieci anni senza nuovi film del regista - un ritorno con il botto, l'opera capace di mandare in solluchero i numerosi fan di Carpenter. The ward si rivela invece solo un buon film horror (se non addirittura discreto), molto classico e prevedibile nella costruzione, tranne per un finale i cui risvolti non è detto che siano facilmente intuibili da tutti, ben realizzato in tutte le sue parti, ovviamente ben diretto (non è che Carpenter possa aver dimenticato come si gira un film), ben recitato da un bel gruppo di attrici, anche loro brave ma non eccezionali né memorabili. Ne esce il classico prodotto medio, un buon film che trova il suo motivo d'essere proprio nella mano sicura di un regista maestro del genere che torna al suo ambiente dopo una lunga assenza, come se non fosse passato nemmeno un minuto, con le stesse capacità immutate ma anche senza apportare nulla di nuovo o interessante al discorso. Ciò che si può riconoscere a Carpenter è la grande capacità di dosare la tensione per tutta la durata del film, anche se lo schema è risaputo si seguono comunque con interesse le vicende legate alle sue protagoniste.

Seconda metà degli anni Sessanta, una volante della polizia sta cercando sul limitare del bosco una ragazza disturbata e potenzialmente pericolosa, riuscirà a catturarla non prima che la stessa abbia dato fuoco a una fattoria isolata. La ragazza, Kristen (Amber Heard), viene portata nell'ospedale psichiatrico dove opera il Dottor Stringer (Jared Harris), qui incontrerà le altre ragazze rinchiuse nel "reparto" delle pazienti problematiche, un settore costantemente sorvegliato dall'infermiera Lundt (Susanna Burney): Kristen conoscerà così Emily (Mamie Gummer), la più sfasata del gruppo, Zoey (Laura-Leigh) remissiva e terrorizzata, la più matura Iris che sembra essere un tipo assennato e pronta al reinserimento nella società (Lynsdy Fonseca) e infine l'altezzosa Sarah (Danielle Panabaker). Da subito a Kristen è chiaro come qualcosa di strano aleggi nel reparto, la ragazza non riesce a ricordare i motivi per cui è stata rinchiusa e da subito avverte una presenza pericolosa che verrà poi individuata come il fantasma di una ex paziente sparita in circostanze misteriose, una ragazza di nome Alice Hudson (Mika Boorem) sulla quale né il personale medico né le sue nuove compagne sembrano dirle tutta la verità.

Il film si sviluppa su binari consolidati, una presenza capace di apparire in ogni luogo e in ogni momento, carrellate sui corridoi, nei sotterranei, personale infermieristico che ispira timore più che fiducia, una serie di belle ragazze in pericolo, qualche morte violenta, immancabile scena sotto la doccia, qualche passaggio più claustrofobico, traumi dal passato e una buona chiusura finale. Tutto corre liscio senza particolari brividi, la tensione tiene ed è abbastanza costante, vero punto di forza del film, una buona regia e una bella fotografia compensano la mancanza di una sceneggiatura interessante. Nulla di memorabile per il genere horror, un film che può sicuramente valere la visione, ma da un Carpenter assente da un decennio al cinema era lecito aspettarsi qualcosa di più soprattutto se pensiamo che per la televisione aveva nel frattempo diretto lo strepitoso Cigarette burns, per me il miglior episodio della serie Masters of horror.

domenica 21 febbraio 2021

LA PAROLA AI GIURATI

(12 angry men di Sidney Lumet, 1957)

Quello di La parola ai giurati è un progetto che nasce con la sceneggiatura di Reginal Rose per uno show televisivo che verrà effettivamente realizzato nel 1954 dalla CBS; vista la bontà del materiale di partenza nel '57 lo script passa in mano a Sidney Lumet, all'epoca esordiente, al fine di trarne un adattamento per il cinema, l'impianto della vicenda è molto "teatrale", non servono quindi grandi mezzi, si mantengono anche un paio di attori della precedente versione e si finisce di allestire il cast, il ruolo principale va ad Henri Fonda, la storia avrà poi altri due adattamenti, uno per la tv e uno al cinema (il molto riuscito 12 di Mikhalkov con riflessioni sul confronto russo-ceceno) per arrivare infine anche in teatro.

La parola ai giurati, come suggerisce anche il titolo del film, rientra nel filone processuale inserendosi però nel genere con parecchia originalità, del processo vediamo infatti giusto un paio di minuti, tutto poi si svolge nella stanza in cui i dodici giurati chiamati a giudicare l'imputato, un ragazzino sospettato di aver ucciso il proprio padre, dovranno assolvere il loro dovere di cittadini nella maniera più imparziale possibile e arrivare a un verdetto d'unanimità: innocenza e conseguente assoluzione del ragazzo o colpevolezza e imputato mandato alla sedia elettrica. Si parla d'un ragazzo giovane, il dilemma dovrebbe toccare profondamente le dodici coscienze, invece c'è chi sembra inamovibile e certissimo della colpevolezza del ragazzo, in maniera aprioristica, altri ai quali le sorti dello stesso non sembrano importare più di tanto, uno solo dei giurati sembra avere quel ragionevole dubbio sulla colpevolezza dell'imputato e tanto basta per fargli decidere di voler trattare l'argomento con rigore, senza superficialità, esaminando i fatti in tutti i loro dettagli; a una prima indicativa votazione sarà l'unico a propendere per l'innocenza, uno contro undici, da principio può bastare per non archiviare il caso in fretta e furia e continuare con le discussioni. Nessuno dei giurati viene presentato per nome, l'uomo che sostiene la non colpevolezza è Henri Fonda. A opporglisi con maggior foga un uomo d'affari pieno di livore (Lee J. Cobb) che è lì a perorare la causa della colpevolezza con spropositata energia, quasi come se la sua fosse una questione personale con l'imputato, un'altro giurato ha due biglietti per la partita della sera e non vede l'ora di togliersi di torno, quale che sia il verdetto finale (Jack Warden), il presidente della giuria è invece un tipo più ragionevole e cerca di dare ordine alla discussione (Martin Balsam), l'imputato è un immigrato che vive nei bassifondi, di certo non troverà l'appoggio di quel giurato così profondamente razzista (Ed Begley), potrà invece contare sulla possibile solidarietà dei più anziani (Joseph Sweeney). Un intervento dopo l'altro, con poche battute, si delineano caratteri e punti di vista di questi dodici uomini chiamati a decidere della vita o della morte di un loro simile.

La regia di Lumet sfrutta egregiamente l'unità di tempo e di luogo, il grosso del corpo del film, a parte un paio di minuti iniziali in aula e uno finale in uscita dal palazzo di giustizia, è ambientato in una sala afosa con un lungo tavolo attorno al quale siederanno i giurati, con un paio di deviazioni nell'attiguo bagno, la camera stringe sui primi piani o si alza su panoramiche ristrette a seconda dell'emozione e del grado di tensione che si vuole suscitare nello spettatore, il resto lo fa un ottimo cast nel quale si alternano volti più noti come quello di Fonda ma anche Jack Klugman (il mitico Quincy), il caratterista Martin Balsam, Jack Warden (due nomination all'Oscar in carriera) ad altri meno celebri ma altrettanto efficaci. Lumet si trova a suo agio in questi spazi stretti, anche se in maniera molto diversa riprenderà una struttura simile decisamente più avanti nella sua carriera con l'adattamento di Assassinio sull'Orient Express (1974), il film non perde mai il ritmo tenuto alto semplicemente da dialoghi e interpretazioni, sceneggiatura calibratissima, durata giustamente contenuta. Più che sull'omicidio, sul quale si discute basandosi su prove e testimonianze udite durante l'udienza, si riflette sull'animo dei giurati, sulle loro convinzioni, sui pregiudizi, sulla loro capacità di mettere in discussione le proprie idee. Grandissimo esordio per Lumet per uno dei film ricordati come tra i più belli del genere processuale, sicuramente non a torto.

venerdì 19 febbraio 2021

LA SANTA ROSSA

(Cup of gold: A life of Sir Henry Morgan, buccaneer, with occasional reference to history di John Steinbeck, 1929)

Esordio per John Steinbeck che sulle pagine della biografia romanzata dedicata al pirata Henry Morgan, figura storica del 1600, si fa le ossa in vista dei ben più celebri scritti successivi, costruendo un romanzo d'avventura velato di romanticismo affatto disprezzabile e che si lascia leggere con estremo piacere anche da chi come me non nutre interesse alcuno per il mondo dei bucanieri e men che meno per tutto ciò che concerne battaglie navali e imprese piratesche. Unico romanzo d'impianto storico nella carriera dello scrittore californiano, il libro è intriso di una piacevole leggerezza, sia nel personaggio di Henry Morgan, sia nella descrizione di diverse situazioni, alcune effettivamente divertenti, da inquadrare sempre nel ritmo e nel gusto di inizio secolo scorso, lontano quindi dalla sfacciataggine odierna ma non per questo privo di brillantezza e divertito brio.

Siamo nel Galles verso la metà del 1600, Henry Morgan è un quindicenne che vive in un piccolo villaggio poco lontano da Cardiff nella fattoria del padre Robert, uomo mite e di poche pretese, uno che non ha mai azzardato nella vita al contrario di suo fratello Edward divenuto finanche Governatore di Giamaica. Mamma Morgan invece è una donna molto pratica che bada al sodo, entrambi i coniugi sono affezionati in maniera sincera al loro ragazzo che da qualche tempo mostra segni di viva inquietudine. È il desiderio d'avventura a tormentare Henry, il ragazzo non vuole fare la vita del padre, in testa ha l'idea di partire per le Indie (si intende quelle occidentali, le isole del Mar dei Caraibi) e diventare un bucaniere, avere così la sua parte nella guerra contro la Spagna e la sua flotta, sogno massimo la conquista di una grande città sotto il dominio spagnolo. Dopo una visita di un ex servitore della famiglia di ritorno proprio dalle Indie, Henry prenderà la decisione di partire lasciandosi tutti alle spalle, comprese la dolce Elizabeth e la terra di Galles, a poco valgono le preghiere della madre e del padre, il destino del ragazzo è deciso, forte anche dei buoni auspici del vecchio Merlin, una sorta di eremita del villaggio. Con l'entusiasmo proprio dei ragazzi Henry affronta il suo futuro, incontra i primi inganni e il tradimento, la sua caparbia ossessione per la pirateria lo porterà col tempo a diventare il temuto e ammirato Capitano Morgan al comando del quale qualsiasi bucaniere si affiderebbe senza pensarci due volte.

Steinbeck romanza il carattere del suo protagonista inserendolo negli eventi storici che hanno visto partecipe il vero Morgan, nonostante non manchino descrizioni di avventure e battaglie, sempre narrate con tocco lieve e mai protratte oltre misura, La Santa Rossa è un libro che ci parla di desideri, aspettative, sentimenti, moti interiori che cadenzano l'esistenza del suo protagonista senza mancare di porre sempre la giusta attenzione su comprimari e contesto, il tutto con uno stile d'impianto classico ma allo stesso tempo lieve, divertente con classe, sempre piacevole. I desideri della gioventù, forti e tanto più realizzabili quando perseguiti con la giusta intensità e senza troppe riflessioni, incontreranno con l'età l'inevitabile dissolversi di fronte alla consapevolezza che le cose che davvero contano nella vita non sono quelle che si sono inseguite con tanto impegno, dedicandoci tempo e dedizione, ma quelle nelle quali in qualche modo si è fallito, a incarnare l'arrivo di questa tardiva consapevolezza proprio la Santa Rossa, una donna panamense innalzata a statura leggendaria per bellezza e inarrivabilità da montagne di racconti orali, vero e più prezioso bottino al quale ogni bucaniere in segreto mira. Dopo tante sfide militari, tanto oro e tanto sangue, è a lei che volge la mente di Henry, con una parte di cuore fermo alla giovane Elizabeth e a tutto ciò che non è stato. Ma la vita è la vita.

“Credo di capire. Sei un fanciullino. Vuoi la luna per bere in essa come in una coppa d’oro; e così è molto probabile che tu divenga un grand'uomo... se saprai restare un fanciullino. Tutti i grandi del mondo sono stati fanciullini che volevano la luna; correvano, s’arrampicavano, e talvolta riuscivano ad acchiappare una lucciola. Ma se si diventa grandi e ci si fa una mente da uomo, questa mente non può non vedere che la luna è irraggiungibile... e così non si prende neppure la lucciola.”

“Ma voi non avete mai voluto la luna?” chiese Henry con voce sommessa, come per non turbare la pace della stanza.

“L’ho voluta. Più di qualunque cosa, l’ho desiderata. Ho allungato la mano verso di essa e poi… poi sono diventato uomo e così mi sono rovinato. Ma c’è un dono nella rovina; la gente sa che un uomo è fallito, e gli si mostra dolente e gentile. Quell'uomo ha tutto il mondo dalla sua; un ponte che lo tiene in contatto con la sua gente; la veste della mediocrità. Ma colui che ripara una lucciola nel cavo della mano, una lucciola presa mentre egli tendeva il braccio verso la luna, è doppiamente solo; può rendersi conto soltanto del suo pieno fallimento, può constatare la propria meschinità, le proprie paure, le proprie evasioni.

Tu giungerai alla grandezza, e può darsi che un giorno ti senta solo nella tua grandezza, senza amici in nessun luogo, ma solo fra coloro che ti rispettano, o ti temono o ti tengono in sacro terrore. Io ti compiango, ragazzo dai limpidi occhi dritti che guardano lontano, colmi di desiderio. Ti compiango e...Madre Celeste, come t’invidio!”

Il brano riportato qui sopra dice tutto, altro non v'è da aggiungere.

mercoledì 17 febbraio 2021

A SUN

(Yángguāng pǔzhào di Chung Mong-hong, 2019)

Film enorme, in tutti i sensi. In genere cerco di non usare il termine capolavoro parlando di film appena visti, questa volta devo ammettere di essere stato molto tentato. Non lo userò nemmeno oggi rimanendo fedele alla linea, ma sappiate che ne rimango comunque molto tentato. Film enorme si diceva, per contenuti, durata (due ore e mezzo), temi, struttura. Chung Mong-hong parte da un episodio di estrema violenza per allargare il discorso a temi più ampi, profondi e universali: la famiglia, i legami, la perdita, la redenzione, il rifiuto, l'amore nascosto e quello negato e ancora la violenza, quasi a chiudere un cerchio, quello della vita, che vede convergere e convivere bene e male, atti sconsiderati e momenti di poesia, in un dualismo a volte più netto e didascalico, spesso più sfumato e dai confini incerti; Chung Mong-hong è capace di colpire e di commuovere, di scrivere protagonisti bellissimi anche in tutti i loro più grandi momenti di debolezza, ti sorprende con i detour della trama che sono quelli dell'esistenza portandoti per mano verso un finale struggente nella sua perfezione. Sul piano emotivo si affastellano momenti e situazioni in maniera quasi stordente eppure controllata in modo sapiente da regia e sceneggiatura, non si arriva mai al troppo ma ci si sente spesso vicini al colmo, in senso positivo, quasi doloroso, appagante vedere come nonostante gli errori, alcuni irreparabili, la tragedia e il dolore, la speranza riesca sempre a farsi un po' di posto, grazie alla strenua tenacia, a nuova vita, alla rinascita di amore dato ormai per morto o definitivamente disperso; a raccoglierlo e riportarlo in vita ci pensano i morti,  i legami di sangue, a volte i vuoti motti come "cogli l'attimo, segui la tua strada" che campeggia per l'intera durata di A Sun, un sole, la cosa migliore che ci sia, perché il Sole è democratico, capace di illuminare tutto indistintamente e in egual misura.

In seguito a un atto criminale il giovane Chen Jian-ho (Wu Chien-ho) detto A-ho viene arrestato insieme al suo compare Radish (Liu Kuan-ting) e mandato in riformatorio dove sconterà una pena di un anno e mezzo. Questo episodio provocherà un trauma in Wen (Chen Yi-wen), il padre del ragazzo, che disconoscerà il figlio ignorandone l'esistenza, dovendo inoltre tenere a bada i famigliari di Radish che chiederanno con insistenza aiuti economici per risarcire la famiglia della vittima dell'atto criminoso. A tentare di tenere in piedi la famiglia lo stoicismo della madre Qin (Samantha Ko) che potrà contare sull'aiuto dell'altro suo figlio, il mite e avveduto Hao (Greg Hsu). Ma le disgrazie non vengono mai sole, mentre si prepara un altro brutto colpo per la famiglia, alla porta di casa Chen si presenta la giovane Xiao-Yu (Apple Wu), accompagnata dalla zia, che asserisce di essere incinta di A-ho. Tra le vicende in riformatorio che vedono protagonista A-ho e quelle fuori legate ai membri della sua famiglia i sentieri della vita si sviluppano seguendo destini non semplici, dolorosi e in costante mutamento.

La ridda di emozioni di A sun è veicolata da una regia vivace, varia, ferma nell'alternare ampie vedute sulla città di Taiwan e i suoi dintorni a scorci più intimi e raccolti, cieli mobili a tratti urbani, sostenuta da una fotografia meravigliosa che dalle luci al neon ai vicoli di periferia riesce a illuminare il film con una mano dotata di vera grazia, Chung Mong-hong dosa immagine e ritmo riuscendo a far filare le due ore e mezzo di durata in un attimo, tale è il coinvolgimento creato nello spettatore, i momenti intensi sono diversi, i passaggi in cui il regista riesce a spiazzarci più d'uno, la delicatezza dell'amore emerge in misura minore ma quando arriva si fa sentire. È un film pieno A sun, uno di quelli che ti lasciano realmente qualcosa e che vanno a prendersi un posto speciale in quel magazzino di emozioni che il cinema è capace di trasmettere, a poca distanza da Parasite c'è un altro film asiatico a ricordarci che ci sono tante strade alla narrazione, quella del far east è ora forse una delle più vive.

domenica 14 febbraio 2021

TWO LOVERS

(di James Gray, 2008)

Per il suo quarto film James Gray torna ancora una volta nella sua Little Odessa, il quartiere a maggioranza russo-ebraica di Brooklyn che affaccia sulla spiaggia di Brighton Beach, abbandona invece le trame criminose concentrandosi sui legami familiari e affettivi, come già accadeva nei film precedenti, costruendo quello che a tutti gli effetti è un melò dai risvolti problematici e amari, nel farlo si affida per la terza volta a Joaquin Phoenix per il ruolo principale affiancato da una Gwyneth Paltrow inedita alle prese con una prova più interessante rispetto alla media dei ruoli interpretati in passato dall'attrice.

Leonard Kraditor (Joaquin Phoenix), uscito da una relazione finita male e per la quale ha molto sofferto, tenta il suicidio per la seconda volta buttandosi nelle acque dell'Hudson; salvatosi dalla tragica fine omette di raccontare l'episodio in famiglia, alla madre Ruth (Isabella Rossellini) e al padre Reuben (Moni Moshonov). I Kraditor gestiscono una lavanderia nel quartiere di Brighton Beach nella quale anche Leonard lavora, hanno in ballo una fusione con l'attività di Michael Coen (Bob Ari) la cui figlia Sandra (Vinessa Shaw) sembra provare una forte simpatia per Leonard, il legame tra i due ragazzi è ben visto dalla famiglia Kraditor, i due genitori sono sinceramente affezionati a questo figlio sofferente, sperano che la compagnia di Sandra possa portare un po' di serenità nella vita del loro unico figlio. Leonard però, proprio nello stesso periodo, fa la conoscenza di Michelle (Gwineth Paltrow), una vicina di casa attraente ma anch'essa invischiata in una relazione molto problematica con un ricco uomo sposato (Elias Koteas), Michelle sarà per Leonard una folgorazione che andrà a creare un triangolo (quadrangolo?) di relazioni che non potrà che complicare l'esistenza già di per sé poco serena di Leonard.

Lo sguardo di Gray è ancora una volta un saggio sul cinema classico proveniente dai 70, il cammino del regista evidenzia, almeno fino a questo momento, una coerenza programmatica da encomio, il legame con i luoghi e con le sue origini ci porta film dopo film in un territorio ormai noto, il passaggio a una narrazione estranea al mondo criminale non snatura per niente lo stile di Gray, anzi, lo riconsegna a un ambito prezioso, capace di unire storie universali e adulte a un modo di fare cinema che rischia di scomparire. I luoghi sono fondamentali, alla spiaggia di Brighton Beach, alla sopraelevata di Brighton Beach Avenue, al cortile del caseggiato popolare dalle cui finestre Leonard e Michelle alimentano la loro peculiare relazione, si alternano panoramiche del centro di New York, dei suoi ristoranti, ancora una volta dei suoi locali (come già in I padroni della notte), un contorno che serve a rendere più viva e credibile una storia di relazioni molto lontana da quelle proposte nelle rom-com di tanto cinema statunitense: protagonisti problematici, delineati, prigionieri di relazioni dolorose, insoddisfacenti per molti versi che non potranno che portare a epiloghi amari dei quali poco è dato sapere allo spettatore che, pur pago di un ottimo film, rimane con il tarlo del dubbio sul più classico degli "e poi?", cosa sarà di quei personaggi, di quegli amori tra cinque anni? Joaquin Phoenix ancora una volta superbo alle prese con un carattere del tutto particolare, a tratti infantile, ferito, ancora relazioni familiari che in qualche modo legano (non solo quelle di Leonard), probabilmente salvifiche per altri versi, certamente complesse. Passaggio non banale per Gray che qui si conferma come uno dei registi da seguire con attenzione e forse, perché no, anche con un pizzico di devozione.

sabato 13 febbraio 2021

CANNONBALL

(di Paul Bartel, 1976)

Tutto ha origine dalla Cannonball Run, nome per esteso Cannonball Baker Sea To Shining Sea Memorial Trophy Dash, una competizione automobilistica semi-illegale, sicuramente non avallata dalle autorità U.S.A., nata negli Stati Uniti all'alba degli anni 70 come protesta verso le nuove leggi che imponevano sulle highway interstatali un limite di velocità di 55 miglia orarie, limite non amato da molti automobilisti come ci ricorda anche il rocker Sammy Hagar con la sua I can't drive 55, brano che sarebbe stato perfetto in colonna sonora ma ahimè composto purtroppo qualche anno più tardi rispetto all'uscita del film. La gara fu ideata dall'ex pilota Brock Yates che provò insieme a suo figlio per la prima volta il percorso a bordo di un furgone della Dodge, percorso che avrebbe portato i futuri concorrenti da New York a Los Angeles con punti di partenza e arrivo prefissati (nel film il percorso è inverso). Per il resto nessuna regola, ogni partecipante avrebbe potuto scegliere il veicolo e la strada da seguire che preferiva: una partenza, un arrivo, massima velocità e minor tempo di percorrenza possibile, il tutto sponsorizzato dalla rivista di settore Car and driver. Quattro edizioni oltre la prima prova in solitaria di Yates, record stabilito nell'ultima con un tempo di 32 ore e 51 minuti da un paio di piloti a bordo di una Jaguar XJS.

Questo lo spunto del film di Bartel che nel 1976 si trova in buona compagnia, esce infatti nelle sale americane anche il coevo La corsa più pazza del mondo che porta sugli schermi lo stesso argomento, ci si ritorna sopra anche negli anni 80 con i due sequel di Cannonball in Italia forse un po' più noti grazie al cast di maggior richiamo (Burt Reynolds, Roger Moore, Farrah Fawcett, Jackie Chan, Dean Martin, Sammy Davis Jr., Peter Fonda): i due film sono La corsa più pazza d'America e La corsa più pazza d'America 2. Ma torniamo a noi. Rispetto ai due successori Cannonball punta meno sui toni della commedia, il film pur rimanendo leggero si muove più sul versante action con gli stilemi di moda nei seventies, protagonista principale proprio Coy "Cannonball" Buckman (David Carradine, qui il nome appartiene al personaggio e non alla gara), ex pilota in libertà vigilata e concorrente più quotato per la vittoria finale. La posta in palio fa gola a diverse persone, 100.000 dollari nei 70 non sono bazzecole, oltre a Cannonball e alla sua custode per la libertà vigilata di lui innamorata (Veronica Hamel) sono diversi i contendenti che partecipano alla gara (in realtà nel film non ne vediamo più di una decina): l'amico fraterno di Coy, Zippo (Archie Hahn) intenzionato ad agevolare il compito al suo socio, entrambi guidano una Pontiac Trans Am, l'eterno rivale di Coy, il pilota Cade Redman (Bill McKinney) deciso a far fuori Coy con ogni mezzo a bordo della sua Dodge Charger, e ancora una coppia di fidanzatini su una Chevrolet Corvette (lui è Robert Carradine), un (dis)onesto padre di famiglia a bordo di un Chevrolet Blazer che non potrebbe vincere nemmeno la corsa verso il supermercato, un pilota tedesco convinto della superiorità della meccanica europea su una De Tomaso Pantera, un Van con a bordo tre belle e allegre figliole, un autista afroamericano che partecipa con la Lincoln Continental dei suoi datori di lavoro a loro insaputa e via di questo passo, sullo sfondo interessi loschi, scommesse, secondi fini, etc...

Punti di interesse del film: nessuno se non amate l'estetica del cinema di serie b americano dei 70, che potrebbe per alcuni versi essere la stessa del successivo Hazzard per rimanere in tema motori ma anche quella di Duel, oppure le auto americane di quel periodo (magnifiche) o le panoramiche sugli spazi del nuovo continente, gli scorci newyorkesi o losangelini. Cannonball non è un film che si guarda per la trama, elementare, rimane giusto la curiosità di sapere chi timbrerà per primo il cartellino all'arrivo, per il resto auto, polvere, alcune buone sequenze d'inseguimento, quella definizione d'immagine che tanto amano gli estimatori dei film di quegli anni (chi scrive è sicuramente tra questi), un'ottima sequenza con incidenti, esagerata ma che non lesina sugli effetti speciali, Martin Scorsese e Sylvester Stallone decontestualizzati, e infine un David Carradine che tira calci post Kung-Fu. Pura serie b, donna e uomo avvisati mezzi salvati, però, alla fine, a me non è che sia proprio dispiaciuto...

giovedì 11 febbraio 2021

SMETTO QUANDO VOGLIO - MASTERCLASS

(di Sydney Sibilia, 2017)

Dopo aver visto L'isola delle rose di Sydney Sibilia mi è venuta la voglia di recuperare gli episodi due e tre della saga di Smetto quando voglio, film con il quale il regista esordiva al cinema nel 2014. Quello che di Masterclass colpisce più ancora del film, comunque riuscito e più che piacevole, è il coraggio produttivo dell'accoppiata ancora oggi in sella formata dallo stesso Sibilia, che oltre a essere regista è anche tra gli sceneggiatori, e da Matteo Rovere, una squadra che sembra avere lo sguardo lungo e i mezzi per uscire da quelle dinamiche della commedia nostrana che tendono a renderla spesso "troppo italiana", per dirla con una celebre frase del Sermonti di borisiana memoria che anche qui dà bella prova di sé.

Valutato l'ottimo esito dell'esordio, si decide di mettere in piedi non un sequel ma addirittura ulteriori due capitoli di quella che diverrà una trilogia, due film da girare in parallelo e da mandare nei cinema a poca distanza uno dall'altro (usciranno entrambi nel 2017) seguendo un'idea produttiva propria del cinema hollywoodiano e non certo di quello nostrano poco aduso a progetti di così ampio respiro. Già l'idea dà modo di apprezzare un coraggio e una visione che, insieme ad altre realtà ed eccellenze italiane, contribuiscono a costruire una cinematografia "dello stivale" degna di rispetto e capace di competere con prodotti più blasonati di provenienza estera, oltre a questo, aspetto fondamentale, c'è un film che non delude sotto nessun punto di vista.

Si riparte da Pietro Zinni (Edoardo Leo), ideatore nel primo capitolo della realizzazione di una nuova smart drug creata partendo da molecole legali, unico della banda di laureati ultraspecializzati ad essere finito in galera e ora alle prese con una paternità imminente e una compagna (Valeria Solarino) che sta per perdere la pazienza di fronte alle continue bugie di Pietro. La possibilità di riscatto arriva grazie all'ispettrice Paola Coletti (Greta Scarano) che ha l'idea di riunire la banda adoperando il talento dei suoi componenti per ripulire Roma dalla piaga delle altre smart drugs sulla piazza, in cambio la libertà per Pietro e la fedina ripulita per tutti gli altri. Per portare a termine il pericoloso compito Pietro chiede di poter reclutare oltre ai suoi vecchi compagni anche alcuni cervelli in fuga costretti all'estero dalla disoccupazione: il dottor Bolle (Marco Bonini), esperto anatomista attualmente impegnato in incontri clandestini in Thailandia, l'ingegner Lucio Napoli (Giampaolo Morelli), trafficante d'armi a Lagos e l'avvocato vaticanista Vittorio (Rosario Lisma).

Lo spunto sociale del primo film legato alla situazione stabilmente precarizzata di molti laureati italiani è qui ancora presente ma meno ingombrante, la narrazione sembra da principio ripetersi per sfociare poi in una commedia action ottimamente realizzata, sia sul versante dei tempi comici, delle battute e soprattutto sulla costruzione dei personaggi messi in scena da una squadra d'attori rodata e brillantissima (Morelli, Fresi, Sermonti, Aprea, Calabresi, Di Rienzo, tutti grandi comici), sia sul piano puramente action con alcune sequenze (penso a quella dello scambio sul treno tra il segnalatore gps e il latinista, già detta così fa ridere) girate in maniera mirabile anche dal punto di vista tecnico oltre che da quello narrativo. Dopo tante risate e parecchia azione il film finisce sul più bello, con la comparsa di Luigi Lo Cascio e uno sviluppo inatteso tutto da esplorare. E ora? E ora devi guardarti Smetto quando voglio ad honorem, per forza, altra trovata che porta acqua al mulino della produzione.

Niente da dire, lavoro intelligente, pianificato e ben realizzato dal quale emerge soprattutto una specie di factory che sarà capace di regalare sorprese, la prima delle quali è stata proprio L'incredibile storia de l'Isola delle rose, prodotto che effettivamente non ha deluso le aspettative.

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