mercoledì 30 marzo 2011

MUSIC BOX 6

Per questo nuovo appuntamento con Music Box volevo abbandonare i toni esasperati che caratterizzavano l'ultimo brano proposto, quello dei Limp Bizkit, per passare a qualcosa di più pacato, malinconico e se vogliamo anche triste.

E' un pezzo che mi è piaciuto da subito, uno di quei pezzi che suscita sensazioni senza bisogno di conoscerne il testo, d'istinto, solo per come sono messe le note una dietro l'altra.

Stranamente è un brano di un gruppo che conosco davvero poco, giusto un paio di album su una discografia che ne conta più di dieci.

Il perchè è presto detto: gli Anathema, è di loro che parliamo, iniziarono la loro carriera suonando musica molto vicina al death-metal, genere che ha suscitato in me sempre poco interesse.

Pian piano il loro stile si è avvicinato al Doom e via via, dopo vari cambi di formazione, ha abbracciato influenze gotiche fino a raggiungere l'attuale connotazione riflessiva e malinconica che viene spesso accostata a una sorta di progressive moderno, decisamente distante da quello anni '70 o al new prog degli '80.

Il risultato di questa evoluzione sono album davvero ottimi come A fine day to exit (bellissimo titolo) e A natural disaster.

Vi propongo un video live del brano di cui vi parlavo. Il pezzo è Are you there? e loro sono gli Anathema.

PS: andate a cercare su YouTube la versione da studio perchè secondo me rende ancora di più. Qui trovate la versione live in quanto nessun video della registrazione in studio mi lasciava soddisfatto.



Are you there?
Is it wonderful to know
All the ghosts...
All the ghosts...
Freak my selfish out
mind is happy
Need to learn to let it go
to know you'd do no harm to me

Since you've been gone I've been lost inside
Tried and failed as we walked by the riverside
Oh I wish you could see the love in her eyes
The best friend that eluded you lost in time
Burned alive in the heat of a grieving mind

But what can I say now?
And It couldn't be more wrong
Cos there's no one there
Unmistakably lost and without a care
Did we lose all the love that we could share
And its wearing me down
And its turning me round
And I can't find a way
Now to find that it out
Where are you when I need you...

Are you there ? Are you there ? Are you there ? Are you there ?

martedì 29 marzo 2011

VISIONI 16

Curiosando tra le varie pagine del sito di Scott Listfield, presentato in Visioni 15, mi sono imbattuto nei lavori di un altro eccezionale artista.

Le sue immagini mi hanno colpito molto, ottima la realizzazione, trasmettono inquietudini apocalittiche. Il connubio città e animale trasmette uno stato di resa e abbandono da parte dell'uomo.

Almeno questo è l'effetto che ha fatto su di me il lavoro di Josh Keyes. Oltre alle immagini riportate sotto sul suo sito personale se ne trovano molte altre tutte (o quasi) ottime.

La prima è tra le mie preferite. La possenza di uno splendido animale che al suo passaggio genera vita dall'arido asfalto. Potente!

Cliccate sulle immagini per ingrandirle, è tutta un'altra cosa.

Sowing


Burst I


Scorch II


Self portrait as an old man


Totem II - Raven steals the light


Sleepwalk II


Watcher III

lunedì 28 marzo 2011

DOCTOR WHO: THE RUNAWAY BRIDE

Lo speciale natalizio che traghetta il buon Dottore dalla seconda alla terza serie ha un piglio decisamente divertente, se non proprio comico, che rende l’episodio davvero riuscito.

E’ ancora Natale e Rose non c’è più. Il Dottore è in viaggio con il Tardis e d’improvviso all’interno della cabina telefonica spaziale si materializza una sposa. Una donna terrestre in abito da sposa. Una donna terrestre in abito da sposa che fino a pochi secondi prima stava per celebrare il suo matrimonio. Alla vigilia di Natale. Invece che in Marocco in viaggio di nozze si ritrova sul Tardis, nello spazio. Con il Dottore.

Di fronte a una donna che vede saltare il suo matrimonio non c'è Dottore che tenga, non c'è alieno che tenga, non c'è Signore del Tempo che tenga. No way, si torna a Londra.

Il rientro sulla Terra e il ritorno della sposa verso il giorno più importante di tutta la sua vita è una sequenza di puro spasso. David Tennant è un bravissimo attore e in questo caso la sposa, sempre all'altezza, gli ruba più volte la scena.

E' un Natale diverso dal precedente, nessuna invasione aliena, non ci sono astronavi nel cielo, niente rischi di suicidi di massa, insomma niente di niente. Solo un matrimonio. Un matrimonio e un mistero.
Perchè una sposa dovrebbe scomparire sotto gli occhi di tutti dalla navata centrale di una chiesa per finire ad anni luce di distanza a bordo del Tardis?

Ovviamente non può andare tutto liscio e in poco tempo la situazione cambia, il Dottore si troverà ancora una volta a dover affrontare la minaccia di fastidiosi Babbi Natale robot, alberi di Natale assassini e una nuova e pericolosa minaccia: i Racnoss.

Il fatto di affrontare la situazione con Donna, la futura sposa (Catherine Tate), rende tutto più piacevole per il Dottore, perchè all'alieno manca la sua Rose e la compagnia della scorbutica Donna forse fa bene al morale del nostro alieno preferito.

Un Dottore che deve prendere decisioni difficili, viaggi agli albori dell'Universo, una sposa che riesce a essere un'ottima spalla e soprattutto tanto divertimento.

Come forse ho già detto quello che davvero mi piace del Doctor Who è la sapiente miscela di azione, dramma, sentimento, meraviglia, humor ed epicità che gli autori riescono ad infondere in questa serie.

L'acquolina per la terza stagione è in aumento.

domenica 27 marzo 2011

BACK TO THE PAST: 1970 PT. 2

Dopo essere entrati nel decennio con Atom Heart Mother dei Pink Floyd mantenere alto il livello non è così facile.

Rimaniamo in territori influenzati dal prog, da suoni difficilmente etichettabili tra progressive, fusion, jazz rock, dark prog, etc., etc...

Esordio nel 1970 per gli Atomic Rooster, band formata da componenti provenienti dal gruppo di Arthur Brown. Il leader Vincent Crane, dal carattere non facile, contribuirà alla girandola di musicisti che renderanno il gruppo poco stabile. In questo primo album suona anche Carl Palmer, in seguito con Emerson, Lake & Palmer.

Il video è successivo alla dipartita di Palmer. Il pezzo è Friday the 13th.



Guidati dal leader Steve Winwood i Traffic abbandonano sonorità più facili del loro passato e lasciano un ottimo contributo al genere.
Glad esce nel 1970 nell'album John Barleycorn must die. Il video è di un paio d'anni più in là.



L'album Third è l'ultimo della band Soft Machine prima dell'abbandono del leader Robert Wyatt. L'album era un doppio composto da 4 brani, uno per ogni facciata dei due dischi.
Questa è l'inevitabilmente lunga Moon in June.



Anche l'Italia in qualche modo lascia il suo contributo al genere. Le band peccano spesso sul versante canoro ma gli esperimenti scaturiti sono indubbiamente interessanti. Il brano Un posto è ancora di stampo prevalentemente rock ma i Balletto di bronzo, combo napoletano, lascerà tracce nei primi movimenti di Italian-Prog.

sabato 26 marzo 2011

VISIONI 15

Scott Listfield è autore di una serie di dipinti (il suo sito ne conta circa ottanta) nei quali uno sperduto astronauta vaga in esplorazione della nostra realtà.

Durante il suo girovagare si imbatte in pezzi della nostra cultura pop, in brand comuni alla vita dei nostri giorni e in una serie di bizzarre situazioni.

Qui sotto alcune delle tele che mi sono piaciute di più, le altre le trovate su astronautdinosaur.com dove trova posto anche una serie di scatti che hanno come protagonista un dinosauro giocattolo in giro per il mondo.


The parking ticket


Do not enter


The coke machine


Boom

WALLACE & GROMIT: LA MALEDIZIONE DEL CONIGLIO MANNARO

(Wallace & Gromit: The curse of the Were-Rabbit, di Nick Park e Steve Box, 2005)

Nel paesino della campagna inglese nel quale abitano Wallace e Gromit si sta preparando la tradizionale fiera della verdura. Tutti i cittadini coltivano con amore nei loro orticelli almeno un esemplare che concorrerà alla vittoria finale nella prestigiosa fiera. Zucche giganti, zucchine perfette, pomodori rossi che più rossi non si può e tutto il meglio che la natura ha da offrire.
Ognuno di questi esemplari è gelosamente custodito e protetto da sistemi di sicurezza messi a punto proprio dall’inventore Wallace.
Ma in paese c’è una piaga che minaccia la buona riuscita della fiera. Numerosi voraci conigli pronti a divorare ogni tipo di coltura. Starà al dinamico duo tenere sotto controllo la situazione.
Ma questa degenera in maniera repentina, l’inventore e il suo fido cane elaborano un meccanismo per rendere meno voraci i simpatici coniglietti.
Ma al momento dell’esperimento qualcosa va storto. Molto storto.
Una minaccia decisamente più pericolosa dei coniglietti incombe sul villaggio e sulla buona riuscita della fiera.

La maledizione del coniglio mannaro ha vinto l’oscar 2006 come miglior film d’animazione, battendo anche La sposa cadavere di Tim Burton, film decisamente più quotato.
Anche questo in stop-motion, risulta essere un film divertente adatto a tutte le fasce d’età.
La realizzazione in plastilina è eccezionale, la riproduzione d’ambiente stile british è subito riconoscibile, ottimi gli interni così come i vari marchingegni creati da Wallace sparsi in tutta la sua abitazione.
Anche qui non manca il gioco alla citazione ormai presente in tutti i film d’animazione e in generale rivolti ai più piccoli. Gioco che i più piccoli non coglieranno ma che farà divertire gli adulti.

La trama scorre liscia e prevedibile ma non mancano i momenti divertenti, consigliato per una serata in relax o, come è capitato a me, a chi vuole far passare poco più di un’oretta in allegria alla propria bimba febbricitante.

giovedì 24 marzo 2011

IL MISTERO DEL CADAVERE SCOMPARSO

(Dead men don’t wear plaid, di Carl Reiner, 1982)

Con questo Il mistero del cadavere scomparso Carl Reiner mette in scena un divertito omaggio al cinema degli anni 40 e alle pellicole e alla narrativa di stampo Hard Boiled. Una commedia demenziale, dove la trama non ha un’importanza fondamentale, dove l’indagine del detective privato Rigby Reardon prosegue sul filo di intuizioni del tutto inverosimili e grottesche, dove anche la scoperta finale naviga volutamente nell’assurdo.

Un noto scienziato appassionato di formaggi scompare a seguito di un sospetto incidente d’auto. Alla porta dell’occhio privato interpretato dal simpatico Steve Martin bussa la figlia dello scienziato che, seguendo le regole del miglior Hard Boiled dettate da gente come Chandler o Spillane, risulta essere un’avvenente ed elegante fanciulla, Juliet Forrest, interpretata da Rachel Ward, vista anni fa in Uccelli di rovo.

La ragazza è convinta che dietro l’incidente d’auto ci sia del dolo, tesi avvalorata dallo strano comportamento tenuto dal padre nel periodo precedente la scomparsa. Da qui parte l’indagine di Rigby che inanella una serie di stereotipi da scuola dei duri, sforna le classiche battute da uomo fatto e finito che sono divertenti già in bocca ai protagonisti del noir classico, figuriamoci in questa parodia. Lungo il dipanarsi decisamente sconnesso della matassa, Rigby farà parecchi incontri e proprio qui sta la trovata del film. I vari personaggi che il detective incontra sono stelle del cinema passato, scene di film celebri e meno celebri sono state inglobate dal regista nella trama in maniera coerente (per quanto possa considerarsi coerente tutta questa storia). Assisteremo quindi a camei di Humprey Bogart, che lavora per Rigby, ma anche a comparsate di Cary Grant, Lana Turner, Burt Lancaster, Bette Davis, James Cagney, Veronica Lake e molti altri in scene tratte da pellicole quali Notorius, Il postino suona sempre due volte, etc, etc.

Il bello del film è principalmente questo, la citazione. E’ divertente cercare di riconoscere i film dai quali sono tratti gli spezzoni, i vari attori e la parodia del detective alla Marlowe è decisamente riuscita. Steve Martin poi è sempre in palla.

Non mancano alcuni difetti: il plot è solo un pretesto, la trama non è avvincente, non c’è un vero caso da seguire. Ci si diverte con moderazione e il finale è parecchio strampalato. E’ un divertissement che ha dalla sua anche l’esigua durata, in meno di un’ora e trenta minuti non è così facile annoiarsi anche se, in questo caso, non impossibile.


martedì 22 marzo 2011

THINGS HAPPEN WHEN YOU WEAR ELEGANZA

Tempo fa, preso da una delle mie periodiche fisse, mi misi a cercare in rete immagini riguardanti la cultura nera degli anni settanta, locandine della Blaxploitation, immagini ispirate dalla musica dell'epoca e ovviamente mi imbattei anche in rappresentazioni di moda e design di quegli anni e di quella cultura.

Più di tutte una mi colpì e più che altro mi divertì. Qualche catalogo dell'epoca, simile al nostro Postalmarket, proponeva acquisti di abiti per corrispondenza.

Tra le varie cose brillava la linea Eleganza!

Per pubblicizzarla uno slogan che diceva tutto: Things happen when you wear Eleganza!

Le cose accadono quando indossi Eleganza! E chissà quali cose, una linea di moda per uomini veri: andiamo a dare un'occhiata.


Loro sono fichissimi, non si discute. Pacchiani in maniera esagerata, forse un tantino ridicoli ma fichissimi. Oh, le cose succedevano davvero, la gente scappava...

C'erano anche dei vantaggi però, quello al centro era già pronto per carnevale vestito da supereroe, il primo a sx non aveva bisogno di fazzoletti, bastava solo che alzasse il bavero della giacca e il gioco era fatto. Ripeto: fichissimi.


Il catalogo



Qualcosa di più estivo. Ammirate le calzature, le donne non possono che cadere ai loro piedi. In fondo Things happen when you wear Eleganza!






Irresistibili, non c'è che dire.



Per quest'ultima immagine non garantisco l'appartenenza alla linea Eleganza! pur se presentata anch'essa su catalogo.

Certo è che il simil Freddie Mercury con la piuma sul cappello e il look del baffo sono impareggiabili. Come sempre, ottime le calzature.

Che Eleganza!

lunedì 21 marzo 2011

E POI SIAMO ARRIVATI ALLA FINE

(Then we came to the end, di Joshua Ferris, 2006)

E poi siamo arrivati alla fine è il libro giusto al momento giusto. Almeno lo è stato per me. E’ un libro che parla di lavoro ma non solo, racconta un periodo di crisi economica, di congiunture negative, di esuberi e di tante altre cose (purtroppo) così attuali di questi tempi e così vicini anche al mio personale universo lavorativo (di nuovo purtroppo).

Deprimente direte voi. No, affatto. Divertente piuttosto, decisamente amaro in alcuni passaggi, triste in altri ma prevalentemente divertente.

Il libro si apre con una frase di Ralph Waldo Emerson, filosofo statunitense, che riassume bene alcuni contenuti del racconto stesso. Ed eccola qui:

Non è la disgrazia peggiore del mondo, non essere un elemento a sé – non vedersi riconosciuta la propria individualità – non produrre quel particolare frutto che ogni uomo è destinato a creare, ma essere considerato nell'insieme, nei cento o nei mille del gruppo, della categoria alla quale apparteniamo...

Chicago. In una zona elegante della città, vicino al lago, trova posto una grande agenzia pubblicitaria. Vi lavora un gruppo eterogeneo di persone, uomini e donne con le loro vite, le loro disgrazie, le loro passioni e il loro diverso approccio al lavoro ma soprattutto alla vita sul posto di lavoro. Sono principalmente colleghi, pochi di loro sono veramente amici ma condividono gli stessi spazi, gli stessi obiettivi e di recente la stessa mancanza di sicurezza. Passano insieme molte delle loro ore da svariati anni. Sono creativi di mestiere se non per indole, alcuni sono originali per carattere, alcuni più capaci altri meno.

Tutte queste persone, Lynn Mason, Tom Mota, Joe Pope, Carl Garbedian, Jim Jackers, Genevieve Latko-Devine, Karen Woo, Hank Neary, Benny Shassburger, Marcia Dwyer, Frank Brizzolera, Janine Gorjanc, Amber Ludwig e tutti gli altri, sono lo specchio di un comune gruppo di lavoro, non necessariamente di pubblicitari.

Le dinamiche di gruppo, i rapporti tra le persone, i piccoli gesti quotidiani sono facilmente rapportabili alla realtà di ognuno di noi (in molti casi ho ritrovato situazioni familiari anche alla cricca sgangherata con la quale lavoro). Le giornate interminabili, l’attesa per la pausa pranzo, gli incontri presso la postazione del collega che ha da raccontare l’ultima storia, l’ultimo pettegolezzo, l’improvvisa solidarietà di fronte alla difficoltà di chi prima d’ora aveva suscitato per lo più antipatia. Tutti elementi che per come sono narrati e rapportati alla nostra realtà, spesso strappano un sorriso.

Joshua Ferris ci narra le vicende dei protagonisti dal punto di vista di uno di loro, usa la prima persona plurale senza mai associare la voce narrante al nome di uno dei protagonisti. Chi è che ci racconta questa storia? Forse c’è un piccolo indizio nell'ultima pagina, forse no. Io non l’ho capito, ma anche questo elemento rende la narrazione ancor più intrigante.

Alcuni personaggi impareremo a conoscerli solo dopo il loro licenziamento, altri li seguiremo nelle loro giornate lavorative, assisteremo al lavoro di questi creativi creativi che creano creatività (analizzate la frase e desumetene il processo mentale che ne sta alla base) e all’affaire della sedia di Tom Mota, seguiremo le scommesse su chi sarà il prossimo vip a morire, affronteremo i timori di possibili rancorosi ritorni, vivremo la storia del Totem e quella del McDonald, tanta quotidianità e tanta carne al fuoco. Qualcuno verrà esuberato, qualcuno rimarrà.

Oltre alle riflessioni sulla attuale situazione economica e sul difficile momento che attraversano i lavoratori, un sapore amaro proviene anche da altri pensieri. Quanto conta in fondo ognuno di noi? Cosa ci definisce? Il lavoro? E ancora, se io venissi licenziato domani, quante delle circa trecento persone con cui lavoro si ricorderanno di me dopo un lasso di tempo di, diciamo, cinque anni? Molte? Poche? E’ importante?

Ho idea che questo post risulti un po’ sconnesso, non so se sono riuscito a trasmettere le giuste sensazioni. Leggetelo questo libro di Ferris, ne vale la pena. Dedico questo post ai miei ormai ex colleghi che sono stati esuberati dal recente cambio di proprietà e a Fulvia che mi ha regalato questo libro e che ora è in distacco presso un’altra azienda (speriamo temporaneamente).

PS: Il termine esuberato non penso esista nel dizionario italiano, la mia cricca però lo usa e quasi con orgoglio qui lo riporto.

domenica 20 marzo 2011

INDOVINA CHI? 17

Per la diciasettesima manche qualche volto obiettivamente difficile da indovinare c'è.
Il diciassette si sa porta sfiga e quindi zitti e mosca!

Vediamo la situazione di partenza:

SITUAZIONE AGGIORNATA DOPO LA 16a MANCHE
MICHY 54
URZ 52
LA CITATA 41
MORGANA 27
ZIO ROBBO 15
GABRY 9
LA 4
LUIGI 3
VIKTOR 3

Le regole son le solite (per il regolamento vedi colonna a dx tra i più cliccati), sotto a chi tocca.

1)

2)

3)

4)

5)

6)

7)

8)

9)

10)

venerdì 18 marzo 2011

VISIONI 14

Forse non tutti sanno che ci sono due Nick Cave (forse anche di più).

Uno è quello dei Bad Seeds, cantante, attore, scrittore, etc...

Uno è questo Nick Cave qui.

Scultore, creatore di costumi sonori e di performance artistiche.

Mi sono imbattuto per caso nei suoi costumi sonori, sculture indossabili fatte con ramoscelli, perline, paiettes, piume, oggetti vari tra i quali anche capelli umani.

Piuttosto bizzarre non c'è che dire.











mercoledì 16 marzo 2011

BATMAN DI GRANT MORRISON

Questo articolo è stato scritto per il sito fumettidicarta (e relativo blog)

Grant Morrison è uno scrittore visionario dalle idee originali e spesso poco lineari.

Ha rivoluzionato il mondo degli X-Men con storie i cui strascichi sono ancora ben visibili nelle gesta attuali del gruppo, ha donato popolarità a personaggi come Animal Man e al gruppo della Doom Patrol, ha creato serie originali come The Invisibles e molte altre, alcuni suoi scritti sono al limite del comprensibile (The filth) altri, meno riusciti, più canonici e convenzionali (Sebastian-O).

Negli ultimi anni si è dedicato a Batman creando un grande progetto il cui sviluppo si è dipanato mese dopo mese sulle pagine di Batman, su quelle della miniserie Final Crisis e su quelle della nuova serie Batman and Robin. Il tutto passando per lo splendido story-arc Batman R.I.P.

Leggere Grant Morrison non è sempre facile. Spesso chi non ha la passione per il fumetto crede che dedicarsi alla lettura di uno di questi non richieda nessun impegno o concentrazione.

Prendi l’ultimo numero di Batman, venti minuti lo leggi e vaffanculo. Non è così. Non sempre, chiaro che spesso si tratta di semplice intrattenimento, puro divertimento.

Con Morrison raramente lo è. C’è l’intrattenimento, c’è il divertimento ma c’è anche molto altro.

Nel caso specifico c’è un progetto a lungo termine per realizzare il quale Morrison ha disseminato le sue storie di misteri e di indizi per risolverli, ha sovvertito alcuni punti fermi del personaggio ribaltandoli anche solo temporaneamente, ha inserito la sua storia nella Storia molto più ampia di un character che è in circolazione dal 1939, un personaggio che, come afferma lo stesso Morrison “è più reale di me in quanto è al mondo da prima che io nascessi e ci sarà ancora dopo che sarò morto”.

Ha mischiato le carte, ha creato nuovi personaggi e ha lasciato un segno che di certo entrerà nella storia di una delle maggiori icone del mondo del fumetto. Ha creato l’evento e l’ha smontato in maniera quantomeno coerente.

Soprattutto ha scritto delle storie dannatamente coinvolgenti con il merito (suo o non suo questo di preciso non si sa) di essersi avvalso della collaborazione di ottimi disegnatori. Una bella storia lascia sempre il segno ma nel mondo dei comics anche l’occhio vuole la sua parte.

Morrison ha iniziato questa cavalcata in maniera soft, lanciando qualche accenno qua e là e dedicando del tempo anche alla figura del Joker rinnovandola con un racconto in prosa illustrato in maniera eccelsa da John Van Fleet. Alcuni elementi che svilupperà in seguito nella sua run sul cavaliere oscuro risalgono addirittura alla maxiserie 52.

Gli elementi più significativi sui quali lo scrittore si concentra inizialmente sono i tre Batman demoniaci, il Club degli eroi e l’avvento del Guanto nero.

In una lunga successione di eventi che porteranno ad avere un Bruce Wayne turbato come poche volte prima d’ora, Bats deve affrontare una distorta versione di se stesso che richiama il supercriminale Bane. Elementi demoniaci e demonologici cominciano ad affiorare nella serie e con il passare dei numeri assumeranno importanza sempre maggiore. Ne è chiaro e simbolico esempio il numero 666 di Detective Comics ambientato in un futuro pessimistico.

Splendida la sequenza con il Club degli eroi illustrata in maniera magnifica da J. H. Williams III. Sembra un mistero della stanza chiusa, un gruppo di eterogenei eroi provenienti da tutto il mondo bloccati insieme su un’isola. Bloccati insieme alla morte.

Questa non è solo una splendida sequenza ma la perfetta introduzione per l’associazione chiamata Guanto nero che caratterizzerà anche i numeri a venire scritti dallo scozzese.

Inquetante la figura del Dottor Hurt coinvolto con un vecchio esperimento al quale Batman si sottopose anni addietro. Tutto questo cosa ha a che fare con Il Guanto nero e con i tre Batman demoniaci? Tutti questi avvenimenti cominciano a minare la sanità mentale di Bruce, il quale coinvolge nelle sue paranoie anche la sua ultima fiamma Jezebel Jet.

Grande anche il lavoro effettuato su Damian Wayne, figlio di Bruce e Talia Al Guhl. Il ragazzo, ribelle e indisciplinato, comincia ad apprezzare sempre più la figura del padre e la sua missione.

Questo scatena anche qualche gelosia da parte di Tim Drake, l’attuale Robin. Intanto intorno al Guanto Nero cominciano a ruotare pessimi elementi. L’associazione mette in atto alcune mosse che coinvolgono il Joker, Bruce Wayne e la sua nuova fiamma.

L’attacco del Guanto al cavaliere oscuro è imminente, l’identità segreta di Batman in pericolo come la sua vita. La resa dei conti porterà a un drammatico finale nel quale saranno coinvolti anche Robin e Nightwing.

Nel frattempo il prolifico Grant si occupa anche del maxievento che coinvolge tutti i personaggi del DC Universe: Final Crisis. Una miniserie non completamente riuscita, a tratti molto confusa e poco chiara. Eppure anche lì Morrison lavora sul suo Batman, togliendolo dalle scene per mano di Darkseid.

Morrison si prende una pausa e altri autori si occupano delle conseguenze della morte di Batman, e della successiva “Battaglia per il mantello”. Chi può sostituire il pipistrello nel compito di difendere Gotham. La risposta è la più semplice: Dick Grayson, il primo Robin.

Sarà lo scrittore Judd Winick a far muovere i primi passi al nuovo Batman, un Batman diverso, meno cupo, più solare e più incline ad assecondare le necessità dei tutori della legge. Un Cavaliere oscuro meno oscuro e più amichevole. Le differenze non passeranno inosservate.

Morrison ritorna e porta con se una serie nuova di zecca: Batman and Robin. Anche i protagonisti non sono i soliti: Batman non è Bruce Wayne ma Dick Grayson, dietro la maschera di Robin invece troviamo il ribelle Damian Wayne.

Nata come serie limitata nella quale ogni story-arc doveva essere composto da tre numeri e realizzato da un diverso disegnatore, negli U.S.A. la serie è stata prolungata grazie al buon successo ottenuto.


Le tematiche affrontate sono molte. Il peso del ruolo sulle spalle di Dick, le difficoltà di gestione di un personaggio di certo non facile come il nuovo Robin, la fiducia da conquistare sulle persone che vedono in questo Batman una persona che non conoscono. Centrale come sempre il personaggio di Alfred, consigliere, medico, maggiordomo e coscienza.

Un Batman più positivo viene egregiamente illustrato nel primo trittico di albi dal bravissimo Frank Quitely che ne dà una visione decisamente colorata, da alcuni definita camp, in netta contrapposizione al Batman dark al quale eravamo abituati. Ottima la sua prova che rinnova i personaggi, Gotham City, la Batmobile e in generale l’immaginario della serie.

Lo scrittore inserisce nella serie nuovi villains, alcuni dei quali torneranno più volte, e comincia nuovamente a creare nuove simbologie e a disseminare indizi.

Mr. Toad, il Professor Pyg, i Bamboltroni, il ritorno di Cappuccio Rosso e gli omicidi contraddistinti dalle tessere del domino lasciate sui cadaveri.

Misteriosi e bizzarri personaggi come Oberon Sexton, scrittore inglese, irrompono sulla scena, una scena che si complica ulteriormente quando la saga del pipistrello si interseca con quella della Notte più profonda. Un saga durante la quale gli eroi morti prendono vita. Eroi morti? Bruce Wayne?

Tra cadaveri, nuovi incontri e vecchie alleanze, pozzi di Lazzaro e cloni, resurrezioni sacrileghe l’interrogativo che comincia a serpeggiare è il seguente: il ritorno di Bruce Wayne è possibile?

Morrison introduce una schiera di antagonisti organizzati in quella che sembra una gerarchia legata alla demonologia. Chi sono i 99 demoni? Si vocifera dell’avvento di un terrificante avversario. Il demone supremo? Che legame c’è tra i demoni e le tessere del domino?

Il dinamico duo, quello nuovo, torna a incrociare la strada del Guanto nero, ossessionante e misteriosa presenza che continua a tornare nelle storie di Batman. Oberon Sexton continua a essere coinvolto nelle vicende dei due eroi e anche lui nasconde i suoi segreti, segreti non da poco.

Il raggio Omega di Darkseid ha davvero ucciso Batman o, come sembra sempre più probabile, l’ha spedito a spasso nel tempo?

Per scoprirlo non resta che indagare nel passato di Villa Wayne, in quello della dinastia di Bruce. Se il più grande detective del mondo fosse stato catapultato nel passato non avrebbe lasciato degli indizi per favorire il suo salvataggio.

Il demone pipistrello incombe, i nuovi sviluppi porteranno la serie a collegarsi direttamente a ciò che è accaduto in Final Crisis. Se Bruce Wayne è intrappolato nel tempo cosa gli è successo mentre i nuovi difensori di Gotham affrontavano la situazione?

Le risposte arriveranno nella nuova miniserie in corso di pubblicazione sul mensile del cavaliere oscuro: Batman: Il ritorno di Bruce Wayne.

Una sequenza di episodi pensata da Morrison fin nei minimi dettagli. Ogni pezzo che va al suo posto concorre a far apprezzare al lettore sempre più questa saga stratificata nei riferimenti e sempre coinvolgente.

Alle matite artisti di spessore quali i già citati Quitely e Williams III ma anche Kubert, Irving, Stewart e Tan tutti all’altezza della situazione. Una menzione particolare per Tony Daniel che si è occupato della parte grafica di una delle sequenze migliori dell’intera gestione: Batman R.I.P.

Il talento di Grant Morrison è noto ai fan dei comics, questa ne è la definitiva conferma.

CAPRICORN ONE

(di Peter Hyams, 1978)

Per mia ignoranza mi sono avvicinato a questo film con una convinzione totalmente errata. Mi sono seduto sul divano con l’idea di assistere a un film di fantascienza. Tra il titolo del film e l’apertura con un lancio spaziale avevo fatto due più due. Peccato che questa volta il risultato non sia stato un bel quattro.

Questo Capricorn One è un film che deve molto alle atmosfere presenti in tanto altro cinema degli anni ’70. Una storia che ci mette ancora una volta davanti a macchinazioni e cospirazioni messe in atto dal governo degli Stati Uniti d’America. Di fantascienza non v’è neanche l’ombra.

Si parte appunto con il lancio della navicella Capricorn 1 che, come da programma spaziale costato molti sforzi e altrettanti soldi, dovrà portare l’uomo su Marte.

Tutto è pronto per il lancio, gli interessi in gioco, soprattutto economici, sono molti.

I tre astronauti Charles Brubaker, Peter Willis e John Walker stanno per coronare il sogno della loro vita, le famiglie li guardano ammirate.

Pochi minuti prima del lancio però l’equipaggio viene fatto allontanare dalla navicella in totale segretezza. La Capricorn One decollerà totalmente vuota.

Cocente delusione per i tre piloti ai quali verrà spiegato il motivo della decisione presa dal responsabile del progetto. Agli stessi verrà chiesto di reggere lo sporco gioco messo in atto per preservare i soliti poteri forti.

La situazione è oscura, anche il personale di Houston ignora l’accaduto ma con il passare del tempo qualcuno si accorge che i conti non tornano. Non tutto quadra alla perfezione.

Un tecnico a Houston, un giornalista, la moglie di uno dei piloti, ognuno di loro con un pezzo in mano per risolvere il puzzle.

Siamo nel registro del thriller, della cospirazione non di certo in lande fantascientifiche. Il cast è composto da ottimi caratteristi, spicca Elliot Gould nel ruolo del giornalista che cercherà di venire a capo della faccenda. I tre astronauti sono volti noti del cinema di quegli anni: James Brolin, papà di Josh (Brubaker), Sam Waterstone (Willis) e un O. J. Simpson (Walker) ancora lontano dalle pagine di cronaca nera.

La vicenda, chiaramente ispirata alle ipotesi che negano la visita dell’uomo alla Luna, scorre bene per tutta la prima parte del film, soffre di qualche lungaggine nella seconda e offre una scena finale che risulta un po’ troppo “caricata”. Si esagera tra la musica, il rallenty e a me, personalmente, sarebbe piaciuto vedere qualche minuto in più. Avrei voluto vedere cosa stava succedendo mentre passavano i titoli di coda. Non so se mi spiego.

A me piace molto il cinema degli anni ’70. Anche solo per il tipo di immagine, le ambientazioni, le auto, gli scorci delle città. Anche questo C1 non mi è quindi dispiaciuto. E' certo però che in giro c’è sicuramente di meglio.

lunedì 14 marzo 2011

TRICOLORE

Il 17 Marzo si avvicina, la ricorrenza per i 150 anni dell'Unità d'Italia è alle porte.
Dopo tanto parlare di festa si/festa no, non sia mai che il profitto possa cedere il passo per una volta, il momento è giunto.

Cosa può fare chi giustamente e con trasporto vuole manifestare il suo affetto per la Patria, intendendo proprio la nostra terra, non la ridicola classe dirigente che ci governa o lo stato attuale del paese, non confondiamo.

Cosa allora? E' ovvio, esporre il tricolore. Nobile gesto che per una volta non coincide solo con l'avvicinarsi dei Mondiali di calcio ma con una ricorrenza per una volta un po' più alta diciamo.

Una sola cosa volevo dire agli italiani: questa bandiera, appendiamola dritta per favore!

Il Tricolore è Verde, Bianco, Rosso. Non è opzionale. Non è Rosso, Bianco, Verde.

Oggi per strada con mia moglie abbiamo visto un po' di tutto.

Il caso più frequente è la bandiera al contrario, alzi gli occhi e guardi in alto: Rosso/Bianco/Verde. Sui balconi, i vicini di casa con la bandiera in posizione corretta, ma loro no. Dico io, hai dei dubbi? E' grave ma guardati intorno almeno.

Uno ha esposto la bandiera della Francia. Da lontano ho pensato: "sarà sbiadita, un verde strano". Mi sono avvicinato, era proprio Blu.

Qualcuno esponeva bandiere d'altro tipo: magari la Fiom, le comunità montane.

Uno è riuscito ad attaccare la bandiera in verticale. Aveva l'asta ok, mi seguite? Dal lato dell'asta non c'era il Verde. Ma non c'era neanche il Rosso. C'erano tutti e tre i colori, in verticale, ma dico io.

Ragazzi, Verde, Bianco, Rosso. In quest'ordine. Verde è il colore dell'erba, non potete sbagliare. Bianco è il latte, non quello al cacao. Rosso è il sangue.

Dovremmo starci dentro. Un piccolo sforzo, fate le cose per bene.

domenica 13 marzo 2011

BACK TO THE PAST: 1970 PT. 1

Dopo una giusta pausa torna Back to the past con un trionfale ingresso nel nuovo decennio.

Per l'occasione volevo iniziare con qualcosa di particolare, diversificare un po' l'offerta, proporre qualcosa di davvero speciale.

Un unico pezzo per inaugurare i favolosi Seventies. Proprio nel 1970 i Pink Floyd diedero vita, non senza difficoltà, a quella che fino ad allora risultava essere la loro opera più ambiziosa: Atom Heart Mother.

E pensare che mio padre aveva il vinile dell'album e l'ha regalato. Aaargh!

Per maggiori informazioni sulla nascita di questa splendida suite cliccare qui.





sabato 12 marzo 2011

PER LA FESTA DEL PAPA'

Per la festa del papà alla scuola materna ci hanno dato un compito. Con Laura dovevamo fare un lavoretto da presentare il giorno della festa. Tema libero.

Abbiamo ripescato un'idea di molto tempo fa messa in atto da mio suocero.

La creazione di due pappagallini in legno, dipinti a mano, appoggiati su due trespoli con la possibilità di dondolare.

La sagoma è opera del nonno, dotato di cantina e attrezzi vari. Noi ci siamo occupati della preparazione degli altri pezzi: le misure, qualche buco, qualche taglio, qualche aggiustamento sulle sagome, etc...

Laura poi li ha colorati con colori acrilici. Abbiamo preparato delle mascherine con nastro adesivo di carta in modo che Lauretta non sbavasse. Insomma non che lei sbavasse ma che non facesse sbavare il colore. La fase dello sbavo è fortunatamente terminata da tempo.
E' stata brava, qualche aggiustamento con i pennarelli e qualche piccola imperfezione e voilà.

Dopodiché con la colla vinilica abbiamo montato il trespolo sulla base e il bastoncino trasversale nel pappagallo, in modo che possa dondolare.

Ecco il risultato (scusate le foto):



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