mercoledì 31 gennaio 2024

KILLERS OF THE FLOWER MOON

(di Martin Scorsese, 2023)

Il cinema ci ha mostrato in più occasioni come le fondamenta degli Stati Uniti d'America e del loro glorioso sistema del capitale siano imbevute di violenza e sangue; lo stesso Scorsese ce ne ha lasciato testimonianza con alcune opere che tornano alla gioventù della nazione (Gangs of New York) e con altre che ne esplorano le derive violente e criminose più moderne (Casinò, Quei bravi ragazzi, Mean streets); Scorsese non è stato di certo l'unico ad affrontare l'argomento, opere monumentali hanno detto la loro a questo riguardo, prendiamone una per tutte come esempio approfittandone per citare ancora una volta il fluviale I cancelli del cielo di Michael Cimino, film incompreso che distrusse la reputazione di un grande regista solo in seguito rivalutata insieme a quella del film. Con Killers of the flower moon Scorsese torna a battere su quel chiodo dando giustizia a un fatto sottaciuto della storia americana e rendendo onore e giusta considerazione alla popolazione Osage dell'Oklahoma che subì da parte dei bianchi una sottile, viscida e premeditata decimazione volta a sottrarre loro il controllo delle loro terre e relative ricchezze aumentate a dismisura dopo la scoperta nel territorio Osage di grandi quantità di petrolio, allora come oggi fonte di sconfinata prosperità. La base di partenza è il saggio dello scrittore David Grann dal titolo Gli assassini della terra rossa, adattato poi dalla sceneggiatura dello stesso regista e di Eric Roth, immancabile l'apporto musicale di Robbie Robertson, collaboratore ormai storico di Scorsese e scomparso purtroppo proprio lo scorso anno.

A Fairfax in Oklahoma il reduce Ernest Burkhart (Leonardo Di Caprio) torna a casa dopo aver combattuto durante la Prima Guerra Mondiale; il giovane trova ospitalità presso lo zio William Hale (Robert De Niro), uomo molto influente nella zona e, almeno di facciata, amico del popolo Osage. Questi indiani d'America sono i proprietari di molte terre nella zona di Fairfax, terre nelle quali in tempi recenti sono stati scoperti numerosi giacimenti di petrolio che hanno portato gli Osage ad arricchirsi e a provocare le invidie e le mire di molti uomini bianchi. Burkhart inizia a lavorare come autista, le automobili vanno diffondendosi e non sono più così rare nella contea di Osage; grazie al suo lavoro l'uomo conosce Mollie Kyle (Lily Gladstone), una donna Osage appartenente a una famiglia ora molto ricca. Lo zio Hale caldeggia un'unione tra il nipote e Mollie, l'idea che il patrimonio indiano inizi a fluire verso le casse della sua famiglia solletica l'avidità dell'anziano profittatore; dal canto suo Burkhart è un vizioso al quale i soldi non fanno certo schifo, inoltre prova in effetti un'attrazione in qualche modo reale per la donna indiana, così i presupposti per una relazione duratura ci sono tutti. Nel frattempo diversi appartenenti al popolo Osage trovano la morte: strani casi di "consunzione", incidenti, morti violente. La supremazia bianca, qui puramente economica, cerca la sua strada a discapito di un popolo fin troppo ingenuo che dovrà subire l'asservimento al dio denaro dell'avido e subdolo uomo bianco.

Se The irishman poteva essere considerato una sorta di tramonto su quell'epica criminale che a più riprese Scorsese aveva portato al cinema (regalandoci tra l'altro dei veri capolavori), Killers of the flower moon potrebbe esserne l'alba o almeno manifestarsi come uno dei tasselli fondativi di un modo di fare e pensare criminale e violento che troverà terreno fertile nella costruzione dei moderni States. La sopraffazione, la violenza, l'avidità, il vizio (del gioco) sono elementi già ben presenti in questo Killers of the flower moon (ambientato prima di molte altre pellicole del Nostro), tutte caratteristiche che porteranno poi l'America e il cinema di Scorsese a essere ciò che oggi ben conosciamo; se i temi sono gli stessi trattati in più opere dal regista newyorkese, quest'ultimo film è però asciugato da quell'epica criminale che ammantava alcuni degli esiti più celebri e riusciti di Scorsese. Il film è denso, antispettacolare, corposo, costruito in maniera studiata e forte scena dopo scena, non ci sono aperture e deviazioni dalla tragedia del possesso a tutti i costi, del "tutto questo deve essere mio, deve essere nostro", la visione per una parte di pubblico potrebbe finanche risultare un poco faticosa (e la durata non aiuta). Ne esce un film di certo più potente che agile, più significativo che brillante, in questo caso il cinema di Scorsese sembra essere pensato "a tema", ci illustra un pezzo di storia poco noto e tramite quello, ancora una volta, ci porta a notare le macchie di sangue che bagnano la sua terra (intesa come Paese), ci ricorda il sacrificio degli innocenti sull'altare del dio denaro e la forza dei prepotenti. Il personaggio interpretato da De Niro è una delle più detestabili incarnazioni di quel "manifest destiny" del quale agli americani è da sempre piaciuto riempirsi la bocca, un concetto traviato e asservito alle logiche del capitale e dell'avidità, Di Caprio rappresenta un tipo di male diverso, vizioso e manipolabile, debole e altrettanto nocivo. Si salvano gli oppressi che trovano in Lily Gladstone un'ottima rappresentante probabilmente lanciata verso l'Oscar. Scorsese mette da parte lo spettacolo, non è più tempo di "divertirsi", forse è ora di cominciare a riflettere.

domenica 28 gennaio 2024

SICK OF MYSELF

(Syk pike di Kristoffer Borgli, 2022)

Del regista norvegese Kristoffer Borgli si è parlato ultimamente a proposito della sua ultima opera, quel Dream Scenario - Hai mai sognato quest'uomo? che vede protagonista l'inossidabile Nicolas Cage, l'uomo del titolo che in maniera inspiegabile inizia a comparire nei sogni di diverse persone. Il nome di Borgli però, nonostante non sia ancora conosciuto alle masse, aveva iniziato già a circolare l'anno precedente proprio grazie a questa sua opera seconda, Sick of myself, presentata nel 2022 sia all'interno della sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes sia nella programmazione del Torino Horror Festival dello stesso anno. In realtà Sick of myself non si può considerare un vero e proprio film dell'orrore nonostante presenti alcuni passaggi accostabili al body horror, per il resto la struttura narrativa del film è distante dal genere e assume i contorni di un dramma grottesco con punte anche divertenti (sebbene non ci sia nulla da ridere nel film di Borgli). Sembra essere viva la scena del cinema norvegese che oltre alle opere di Borgli vanta altri nomi di sicuro interesse come Joachim Trier (Oslo, 31. August, Thelma, La persona peggiore del mondo) del quale abbiamo già parlato in un paio di occasioni.

Thomas (Eirik Sæther) e Signe (Kristine Kujath Thorp) sono una giovane coppia di Oslo, lui artista e creatore d'installazioni moderne ricavate da oggetti che ruba in giro, lei cameriera in un bar del centro. Entrambi i giovani sono narcisisti patologici sempre alla ricerca di attenzioni e desiderosi di porsi al centro della scena in qualsiasi situazione, anche in quelle più assurde come in occasione dei vari furtarelli organizzati da Thomas. Signe si sente già un poco messa da parte da Thomas quando questi si dedica alla sua arte o ne parla con altre persone, la situazione si esaspera quando lui inizia a ricevere attenzioni dalla critica e dalla stampa e ottiene di conseguenza, in una certa misura, riconoscimento, lodi e fama mediatica. Signe non riesce ad accettare questo squilibrio e il fatto di scivolare così in secondo piano durante gli eventi ufficiali legati al lavoro di Thomas o anche solo nelle serate fra amici la fa impazzire; la ragazza inizia così a inventarsi storie di sana pianta o a ingigantire eventi in modo da tornare quantomeno a un livello di attenzione paritario se non addirittura surclassare quella che Thomas ora catalizza con la sua arte. Per ottenere risultati e porsi finalmente sotto i riflettori e al centro della scena Signe non esiterà ad adottare comportamenti pericolosi fino a mettere in gioco in maniera seria la propria salute fisica e mentale (quest'ultima non troppo equilibrata fin da principio), fino ad arrivare ad assumere farmaci pericolosi che le sfigureranno volto e fisico.

Borgli mette in scena uno dei mali patologici che affliggono la società odierna e soprattutto le nuove generazioni, quello legato alla ricerca costante di visibilità e attenzione, ci racconta inoltre una dinamica di relazione dove nessuno dei due componenti la coppia ricerca davvero la felicità dell'altro, entrambi così presi dal loro ego da non vedere altro che la propria "realizzazione" agli occhi del mondo. Se per Thomas, in modo egocentrico e vanesio, questa affermazione la si cerca tramite la propria arte, per Signe, che non possiede nessuna base solida per mettersi in mostra, si opta in prima battuta per l'esagerazione delle proprie imprese (il "salvataggio" della donna morsicata da un cane), in seguito sull'esasperazione di difficoltà inesistenti, unica strada percorribile per Signe che la porterà a rovinarsi con le sue stesse mani, incapace di porre limiti e buon senso di fronte a un desiderio di attenzione irrazionale e assurdo. Borgli gestisce tutto con grande intelligenza non disdegnando di lanciare frecciate a quell'industria mediatica sempre pronta a sfruttare notizie e fenomeni basati sul nulla, sull'assoluto vuoto riempito solo dalla voglia di farsi notare, qui ce n'è sia per i media e i giornali sia per il mondo dell'arte e della moda. Ottimi i due interpreti principali, in particolar modo la Kristine Kujat Thorp che cesella con naturalezza un personaggio odioso e respingente capace allo stesso tempo di attrarci nella vicenda narrata senza mai prestare il fianco a momenti di stanca. La storia di Thomas e (soprattutto) Signe ci viene narrata da Borgli attraverso piccoli salti temporali che ne delineano i momenti salienti, si arriva spesso al grottesco nel comportamento narciso di due persone che rispecchiano una categoria di cui è pieno il mondo. Purtroppo loro sono così sembra dirci Borgli, la società in qualche modo li asseconda, ma noi, a conti fatti, stiamo anche lì a guardarli e ad ascoltarli.

venerdì 26 gennaio 2024

IL PRIGIONIERO DI AMSTERDAM

(Foreign correspondent di Alfred Hitchcock, 1940)

In maniera un po' colpevole si è forse parlato troppo poco del cinema del maestro Alfred Hitchcock da queste parti; le opere del regista inglese sono ovviamente arcinote, sono state proposte nel corso degli anni numerose volte anche dalla tv generalista alla quale, in questo caso, si può sollevare una sola obiezione: quella di aver messo in programma più o meno sempre gli stessi titoli (per carità, tutti capisaldi di gran valore). Nella divulgazione delle opere di Hitchcock al grande pubblico viene in genere trascurato completamente (o quasi) il suo periodo inglese che va dagli esordi nei primi anni 20 fino alla fine del decennio successivo, è infatti nel 1940 con la direzione di Rebecca - La prima moglie che si apre il periodo hollywoodiano del re del mistero. Di tutto ciò che Hitchcock girò in precedenza sono pochi i titoli che si possono trovare negli archivi dei vecchi passaggi televisivi (forse La signora scompare o Il club dei 39). Discorso diverso per i film realizzati dal regista negli U.S.A., i titoli si moltiplicano ma anche qui sono più o meno sempre gli stessi, rinfranca almeno una certa abbondanza: dal Rebecca - La prima moglie già citato il discorso si amplia a Io ti salverò, a Notorius, Il caso Paradine, Nodo alla gola, Io confesso, Il delitto perfetto, La finestra sul cortile, Caccia al ladro, L'uomo che sapeva troppo, La donna che visse due volte, Intrigo internazionale, Psycho, Gli uccelli, Marnie, Il sipario strappato, Frenzy, forse un po' meno visibilità hanno avuto Paura in palcoscenico, La congiura degli innocenti, Complotto di famiglia e Topaz. Nell'elenco si evince come siano più d'una le pietre miliari della storia del cinema firmate da Sir Hitchcock, oggi grazie alle piattaforme è possibile recuperare anche qualcosa che negli anni passati era stato un poco trascurato come questo Il prigioniero di Amsterdam, film comunque appartenente al periodo americano.

Il direttore del New York Morning Globe sta cercando un reporter capace di raccontare i primi venti di guerra provenienti dall'Europa (siamo nel 1939) in maniera più libera e meno ingessata di come stanno facendo al momento i suoi corrispondenti. La soluzione sembra essere l'indisciplinato ma dinamico Johnny Jones (Joel McCrea) pronto a partire per Londra su due piedi. Giunto sul posto Jones prende contatto con un'associazione pacifista nelle persone del presidente Fisher (Herbert Marshall) e di sua figlia Carol (Laraine Day), questi hanno organizzato un incontro in onore di un diplomatico olandese, l'anziano Van Meer (Albert Bassermann) che Jones tenta di intervistare senza molto successo. Trasferitosi ad Amsterdam a caccia dell'intervista di cui sopra Jones assiste all'omicidio del diplomatico, ucciso in pubblico in pieno giorno. Sul luogo ci sono anche i Fisher, insieme a Carol e al collega giornalista Scott Ffolliot (George Sanders) Jones si lancia all'inseguimento dell'assassino venendo trascinato in un'avventura dai risvolti imprevisti e decisamente movimentati.

Il prigioniero di Amsterdam rientra in quel novero di film di Hitchcock considerati "minori". Pur presentando la pellicola parecchi punti di interesse, questa catalogazione che potrebbe in parte sminuirne il valore può essere in effetti ricondotta ad almeno due caratteristiche dell'opera stessa: la prima è quella di presentare un cast in ottima forma ma privo di quei nomi di richiamo che spessissimo abbiamo potuto ammirare nel cinema di Hitchcock: se ci limitiamo a pensare ad altre pellicole legate al filone dello spionaggio (o simili, al quale anche questo film appartiene) la presenza di un Paul Newman (Il sipario strappato), di un Cary Grant (Intrigo internazionale) o di uno James Stewart (L'uomo che sapeva troppo) avrebbero di certo innalzato le quotazioni de Il prigioniero di Amsterdam. La seconda caratteristica che potrebbe essere percepita come un difetto è la gestione della tensione che si concentra in alcune riuscitissime sequenze ma che nell'economia complessiva del film si disperde un poco, fermo restando una valore complessivo dell'opera sempre più che sufficiente. Se lo sviluppo degli eventi non è tra i più elettrizzanti tra quelli proposti dal maestro inglese la realizzazione di alcune sequenze è semplicemente magistrale. Pensiamo a esempio alla sequenza all'interno del mulino costruita da Hitchcock giocando sulla verticalità delle inquadrature (sua caratteristica ricorrente), sul dislivello che si viene a creare tra i vari protagonisti e sul rapporto tra suspense e spazi angusti. Tornano altezza e vertigine ("vertigo" in inglese, vorrà pure dire qualcosa) sulla torre della cattedrale, qui la tensione sale e scende proprio come fa l'ascensore che porta i turisti in cima al campanile, la sensazione di pericolo è tangibile, piccolo gioiello la sequenza dell'incidente aereo con un uso dei mezzi tecnici che per il 1940 era cosa d'alta scuola. Propaganda bellica a favore dell'interventismo neanche troppo nascosta a chiudere il tutto. Magari non tra i migliori dieci di Hitchcock, a ogni modo Il prigioniero di Amsterdam non merita l'oblio. Recuperatelo!

Ovviamente c'è anche Hitch!

martedì 23 gennaio 2024

IT FELT LIKE LOVE

(di Eliza Hittman, 2013)

It felt like love è il film del 2013 con il quale la regista di Brooklyn Eliza Hittman inizia a farsi conoscere nei giri che contano, primo suo lungometraggio arrivato dopo una serie di corti con i quali la Hittman aveva raccolto già qualche riconoscimento; con It felt like love l'autrice torna al Sundance Film Festival, manifestazione destinata a portarle fortuna, è infatti qui che vince il premio per la regia con il successivo lungometraggio (Beach rats), poi un po' di serialità in televisione e infine il film che ha fatto conoscere la Hittman anche qui da noi e che le è valso sia l'Orso d'argento che il gran premio della giuria al Festival di Berlino: Mai raramente a volte sempre. Il cinema della Hittman è molto vicino agli adolescenti, al loro mondo e alle loro scoperte, It felt like love fin dal titolo coglie i movimenti interiori e gli slanci verso l'esterno di una giovanissima ragazzina alla ricerca della sua sessualità e di una sua identità in un'età di passaggio già di suo spesso molto complicata e qui resa ancor più difficile dalla mancanza di una delle due figure genitoriali di riferimento. Sono temi sui quali la regista tornerà a più riprese e sui quali la Hittman getta una luce e uno sguardo decisamente interessanti, già ben identificabili in questa riuscita opera prima.

Lila (Gina Piersanti) ha quattordici anni e vive a Brooklyn con suo padre (Kevin Anthony Ryan), la ragazzina è legata alla sua amica Chiara (Giovanna Salimeni), più grande di lei e con la quale frequenta un corso di danza. Lina vede Chiara e i suoi comportamenti come un modello da emulare, l'amica non solo è più grande di lei ma vanta anche un rapporto molto più aperto con la sua sessualità, ha già avuto rapporti con dei ragazzi e frequenta ora il giovane Patrick (Jesse Cordasco), con i due Lina esce spesso trovandosi terzo incomodo nei momenti in cui Chiara e Patrick si lasciano andare a effusioni amorose. Lina così, un po' per desiderio, un po' per sentirsi e farsi vedere più grande e più matura di quel che è in realtà, mente, racconta storie su sue presunte esperienze, cerca di mostrarsi più emancipata di quel che la sua giovane età richiede e consente, un comportamento che potrebbe portare anche a qualche rischio e a un approccio sbagliato con l'altro sesso. Quando sulla spiaggia Lila conosce Sammy (Ronen Rubinstein), anch'egli più grande di lei, tenta di attirare le sue attenzioni andandolo spesso a trovare nella sala giochi dove lavora e frequentando feste e serate con gli amici del ragazzo. I desideri e l'approccio all'altro sesso tra maschi e femmine (non si può ancora parlare di uomini e donne) sono però parecchio differenti.

Eliza Hittman trova in Gina Piersanti una bellissima protagonista, un volto intenso e profondo che non può far altro che raccontare innocenza, anche quando le sue labbra narrano qualcosa di diverso. È un cinema interiore quello della Hittman che affronta di petto la sessualità femminile andando un poco a ribaltare gli stereotipi a cui siamo da tempo abituati ma confermando anche alcuni aspetti che, c'è poco da star lì a discutere, vivono pari pari nella nostra realtà quotidiana. Il desiderio di conoscenza di Lisa, la voglia di bruciare le tappe nei rapporti con i ragazzi, è forse dato dalla perdita di un legame fondamentale come quello con la madre, la percezione che l'approccio all'altro sesso da parte di Lisa sia un poco forzato quanto prematuro aleggia per tutto il film, la Hittman lascia aperti all'interpretazione diversi passaggi, sottolinea molto bene i momenti nei quali la protagonista sembra forzare sé stessa e alcune situazioni (i discorsi con il piccolo Nate) e presenta un universo femminile in caccia ma che in fin dei conti rischia ancora una volta di incarnare il ruolo di preda di fronte a un universo maschile poco sensibile e rispettoso. La camera della regista stringe tantissimo sui corpi, si avvicina alla pelle scoperta, ai volti giovani, soprattutto quello della protagonista, non si cela dietro a falsi pudori e imbarazzi pur senza mai scadere nella volgarità. Ci sono già molto stile, scelte consapevoli e un'andamento da film indipendente non necessariamente accostabile a tanto indie già visto. Essenziale nella forma ma molto ben studiato, non definitivo nella costruzione dei protagonisti (come conviene alla loro età), It felt like love è la voce, magari ancora in divenire, di un discorso che promette di potersi fare parecchio interessante.

venerdì 19 gennaio 2024

MALARAZZA

(di Samuel Marolla, 2009)

Recupero d'annata di un ottimo episodio all'interno di una collana da edicola che è durata poco più d'un momento; il Malarazza di Samuel Marolla, scrittore nostrano non dedito solo alla letteratura e sconosciuto ai più, si è rivelata una lettura sorprendente, sinceramente non mi aspettavo che nel panorama del racconto breve a tema horror italiano potesse esserci qualcosa capace di rivelarsi così stuzzicante pur senza essere rivoluzionario né troppo innovativo. La collana a cui si fa riferimento poco sopra è la linea Epix pubblicata da Mondadori, un'iniziativa che si andava ad affacciare nel panorama delle edicole alla fine del primo decennio del nuovo millennio affiancando pubblicazioni arcinote come i classicissimi Urania o Il giallo Mondadori. Poco più di una dozzina di titoli all'attivo con la missione di andare a pubblicare scritti vicini all'horror e alle varie declinazioni del fantastico tralasciando ovviamente la fantascienza già appannaggio della collana madre Urania. L'ottava uscita del lotto propone proprio il Malarazza di Marolla, autore che vanta esperienze anche nel mondo del fumetto con in curriculum alcune sceneggiature per le collane Dampyr e Zagor di casa Bonelli e varie sortite nel campo dei giochi di ruolo; oggi purtroppo Marolla risulta un poco sparito dagli scaffali di edicole e librerie.

Malarazza è una raccolta di tredici racconti di ambientazione italiana, le influenze sono le più disparate e Marolla è bravo nel tenere, tra alti e bassi, comunque sempre desta l'attenzione del lettore il quale viene catturato fin dal primo racconto che porta il titolo di "La Carne", succoso antipasto (è proprio il caso di dirlo) che predispone al meglio chi si appresta ad affrontare la lettura dell'intera antologia. Con "La pista ciclabile" arriva la prima vera chicca del libro con la quale Marolla esibisce un'ottima capacità di creare atmosfere e soprattutto immagini inquiete, lo stile di scrittura, che a tratti mi ha ricordato in qualche modo quello di Ammaniti, è evocativo, immaginifico il giusto, divertente quando serve ma capace anche di metterti addosso la giusta strizza nei passaggi salienti, il riferimento è soprattutto al racconto "Sono tornate", magari non sempre originalissimo ma orchestrato alla perfezione e dotato di quella sana tendenza a istigare disagio, pieno di quella verve in grado di non lasciare il lettore mai del tutto rilassato, un racconto con due protagoniste, due agghiaccianti gemelline, che torneranno a tormentarvi anche a libro chiuso, a  parer di chi scrive la carta migliore del mazzo. È innegabile come alcuni episodi essendo brevissimi lascino magari meno il segno di altri, la qualità media è però davvero alta, cosa che di per sé per un'antologia non è così scontata e che quindi diventa pregio non da poco. Il racconto "Tè nero", che mostra una vena visionaria non banale, è stato pubblicato in diverse raccolte a tema horror e ha fruttato a Marolla diverse menzioni, è qui tra le ultime cartucce sparate nel libro (penultimo racconto), nel mezzo altri episodi interessanti che non mancano di intrattenere a dovere. Malarazza uscì in un'edizione molto economica e, a differenza di altri titoli della stessa collana, esibiva anche una copertina riuscita che era un bel sunto dei contenuti che si potevano trovare nel libro, un'iniziativa che con i tempi che corrono oggi forse non sarebbe più possibile tentare.

mercoledì 17 gennaio 2024

NON CONOSCO IL TUO NOME

(The unnamed di Joshua Ferris, 2010)

Opera seconda questo Non conosco il tuo nome per Joshua Ferris, autore che si era affacciato nel circuito delle librerie quattro anni prima con l'ottimo E poi siamo arrivati alla fine, esordio folgorante che in un mix di commedia e momenti più tesi e introspettivi inquadrava un gruppo di persone, tutti colleghi di lavoro, alle prese con le conseguenze della crisi e con la chiusura dello studio nel quale tutti loro sono impiegati e dal quale dipendono economicamente. Non conosco il tuo nome mantiene le aspettative (alte) che si erano create in attesa del nuovo lavoro di questo autore relativamente giovane (36 anni all'epoca dell'uscita del libro), si perdono i toni della commedia, Ferris ci accompagna in un viaggio segnato dalla malattia, una malattia inclassificabile e che non segna precedenti, un viaggio lungo il quale avremo modo di vivere insieme al protagonista Tim le conseguenze che la malattia riversa sul fisico e sulla mente di questo giovane uomo ma anche, e forse soprattutto, quanto questo accanirsi del destino sull'uomo provochi danni nelle relazioni che questi ha con la moglie Jane e con la figlia Becky, rapporto quest'ultimo già difficile di suo vista l'età di passaggio della ragazza. È una sorpresa questo Non conosco il tuo nome e allo stesso tempo la conferma del talento di uno scrittore fresco da tenere d'occhio con il dovuto interesse, combinazione che quando si presenta non può far altro che far piacere.

Tim è un giovane avvocato di successo e di bell'aspetto, socio di un prestigioso studio legale di Manhattan e molto apprezzato dai veterani dello studio stesso. Tim è sposato con la bella Jane, un'agente immobiliare che vende case in quartieri in voga di New York, sua figlia Becky sta attraversando l'età dell'adolescenza in bilico tra un'attrazione di troppo per il cibo e una passione per la musica estrema e per la chitarra. Condurrebbe una bella vita Tim se non fosse per quella malattia sconosciuta e inspiegabile che porta il giovane avvocato a camminare e camminare senza sosta; incapace di controllare le sue gambe Tim deve andare, deve mettere un passo dopo l'altro verso nessuna meta, verso un luogo che di volta in volta né lui né le sue gambe possono prevedere, con ogni condizione climatica, a qualsiasi ora del giorno, qualsiasi cosa Tim stia facendo, quando parte l'impulso Tim va e deve andare fino al momento di stramazzare al suolo per la stanchezza, fino a quando quelle maledette gambe non reggono più e finalmente, solo allora, Tim si potrà addormentare. Si potrà addormentare ovunque si trovi: al freddo con il rischio di assideramento, tra i barboni, in quartieri degradati facile preda di malintenzionati, nei boschi, starà a Jane andarlo a recuperare appena passate quelle crisi che hanno una forza incontrollabile, non arginabile e imprevedibile. Alla lunga questa strana condizione di cui i medici non sanno capacitarsi minerà i rapporti dell'uomo con la sua famiglia, con i colleghi, con la sua vita.

Qual è la fonte di questa malattia? È psicologica? È fisica? Ferris si destreggia bene tra le due ipotesi che angosciano il protagonista che in cuor suo, è facile intuirlo, prega di non esser diventato del tutto matto. Non c'è risposta, non c'è causa apparente, rimane allora solo l'ipotesi della metafora, può essere che questa malattia impossibile da veder arrivare possa essere un significante tradotto in parole di un concetto che è semplicemente ogni singolo (e rilevante) imprevisto che la vita ci può presentare? un imprevisto di portata tale da mettere in dubbio un'esistenza per come fino a quel momento era stata concepita. Le cose succedono, magari ci sconvolgono, così, senza nessun motivo, eppure tocca continuare a vivere, "shit happens but life goes on" per dirla con Forrest Gump. È facile ipotizzare come il titolo Non conosco il tuo nome possa far riferimento a questa incomprensibile smania di camminare, una cosa che col tempo si può arrivare ad accettare, l'estensione al "non ne conosco le cause" un po' meno, in questo Ferris è bravo a ritagliarsi tutto il tempo necessario per cercare di farci capire cosa passi nella testa del protagonista nei momenti di crisi, descrive in maniera perfetta il pericolo di sprofondare nella follia che a un certo punto Tim si trova ad affrontare, ci regala alcuni dialoghi e momenti molto sentiti e toccanti ma soprattutto lavora molto bene sui due personaggi comprimari che diventano forse più interessanti dello stesso protagonista: Jane di fronte a una prova d'amore quasi insostenibile all'interno di un rapporto che, involontariamente, le sta comunque rovinando la vita, Becky alle prese con un processo di maturazione che nel corso del romanzo le farà cambiare la prospettiva sulla luce che la malattia ha gettato sul padre. Non è facile cambiare registro tra un primo romanzo di successo e il suo successore andando a segno entrambe le volte, a parer mio Joshua Ferris ce l'ha fatta.

lunedì 15 gennaio 2024

THE TERRORIZERS

(di Edward Yang, 1986)

Siamo nel 1986 quando Edward Yang, regista scomparso a causa di una malattia nel 2007, dirige questo The terrorizers, a due anni di distanza dall'ottimo Taipei story. Siamo ormai in piena New Wave del cinema taiwanese, una corrente che proprio Edward Yang, insieme ad altri registi, contribuì a inaugurare nel 1982 con il film collettivo In our time e della quale il regista divenne uno dei due esponenti di punta insieme al più noto Hou Hsiao-hsien. The terrorizers è l'emblema perfetto di come un cinema fino a pochi anni prima controllato da una sorta di censura di regime sia riuscito non solo a ottenere maggiori libertà nella proposta di stili e contenuti ma finanche a diventare modernissimo (o addirittura post-moderno) nel tempo di un battito di ciglia. Del cinema di Taiwan abbiamo già parlato in maniera più ampia in occasione dei pezzi su Cute girl, The green, green grass of home e I ragazzi di Feng Kuei, tutti di Hou Hsiao-hsien, e in quello su Taipei story dello stesso Yang, non staremo quindi a riassumere di nuovo le vicende che portarono alla nascita della New Wave, limitandoci qui a sottolineare come questo nuovo cinema poté finalmente affrontare temi non solo maturi ma anche scomodi per una società in forte cambiamento (fenomeno comune a molti paesi asiatici) a causa di un'apertura a modelli occidentali basati sul capitale e sul libero commercio capaci di creare nuove possibilità di sviluppo ma anche di destrutturare certezze e causare spaesamento e confusione nelle generazioni più giovani incapaci (o in forte difficoltà) nel trovare una loro via in una società sempre più mobile e confusa, uno spaesamento che traspare in maniera perfetta dalla visione di questo film con il quale Edward Yang riesce a far traballare ogni certezza anche nell'esperienza di visione dello spettatore.

In una Taipei moderna e mutata dall'avvento del boom economico un giovanissimo fotografo (Jiaquing Huang) cattura l'immagine di una delinquente in erba (An Wang) fuggita dal luogo di un crimine, la giovane diverrà per il ragazzo una sorta di ossessione che scatenerà il risentimento della sua attuale compagna, Huang Chia-ching, una studentessa amante dei libri e della cultura. Zhou Yufeng (Cora Miao) e Li Lizhong (Lee Li-chun) sono sposati e rinchiusi all'interno di un matrimonio che sta pian piano appassendo: l'uomo, obnubilato dalle nuove possibilità di carriera e guadagno, cercherà con mezzi poco leciti di ottenere una promozione immeritata all'interno dell'ospedale in cui lavora, la donna è una scrittrice frustrata in piena crisi che non riesce a terminare il suo nuovo romanzo e che sta pensando di cambiare lavoro andando a impiegarsi alle dipendenze di un suo ex amante (Chin Shih-chieh). Li è inoltre amico di Gu (Ku Pao-ming), un poliziotto che sta indagando sul caso in cui è coinvolta la ragazza delle foto. In qualche modo le esistenze di questi personaggi si lambiranno in una Taipei che sembra non offrire né conforto né calore.

Quello di The terrorizers, più ancora che in Taipei story, è un cinema della confusione e dell'inafferrabile. In un periodo di mutamenti, di perdita di direzione e di valori da parte non solo dei più giovani, le storie messe in scena da Edward Yang rispecchiano il sentire del Paese, nelle mere vicende narrate ma anche nella struttura che il regista concepisce per le stesse. Non è presente infatti nessun legame forte tra le varie linee narrative di questo film, alcuni contatti tra le stesse sembrano non avere un nesso di causalità (pensiamo alla telefonata della ragazza in fuga a Zhou) bensì di casualità, anche l'incontro tra il giovane fotografo e la ragazza che lui poco a poco idealizza e che ritrae con una serie di fotografie bellissime è poco più di un'illusione, magari concreta, in carne e ossa, comunque evanescente. Lo stesso mosaico di fotografie che nella sua stanza ricrea il volto della giovane donna sembra sgretolarsi in seguito a un semplice alito di vento, è forse la metafora di un disgregamento della realtà per come finora la si era riconosciuta, come se il presente non reggesse e i protagonisti non vedessero più il loro futuro con lucidità, proprio come se avessero del fumo negli occhi (e in sottofondo passa Smoke gets in your eyes dei Platters). The terrorizers è così, un film da godere sequenza dopo sequenza, immerso in una realtà urbana a tratti respingente ma anche molto affascinante; a differenza di quanto mostrato nei primi film di Hou Hsiao-hsien che nutriva una nostalgia per la campagna in contrapposizione alle difficoltà della vita cittadina, per Yang c'è solo la metropoli, Taipei, scenario perfetto dove inscenare lo smarrimento dei nuovi sistemi. Ottimo il dipinto della città e dell'urbanizzazione da parte di Yang che tra suoni e immagini ci descrive un mondo di cemento dal quale sembra difficile trovare una via d'uscita e nel quale sembra impossibile anche solo trovare una via.

giovedì 11 gennaio 2024

CRIMEN PERFECTO - FINCHÉ MORTE NON LI SEPARI

(Crimen ferpecto di Álex de la Iglesia, 2004)

Non è la prima volta che il regista spagnolo Álex de la Iglesia, classe 1965, si dedica con il suo cinema a una commedia grottesca dai toni a tratti allucinati volta a mettere in ridicolo (forse più che a criticare) la società moderna in cui ci troviamo a vivere e i suoi prodotti, non tanto intesi come prodotti materiali quanto piuttosto come derive umane viziate e deragliate a causa dei deliri consumistici, di immagine e di possesso/successo imposti da una capitalismo sempre più invadente e idiota. Già in passato de la Iglesia aveva tratteggiato diversi tipi umani in preda alle voglie suscitate dalla fame di denaro e ricchezza in commedie come La comunidad - Intrigo all'ultimo piano per esempio, in qualche modo Crimen perfecto (che in originale in realtà è ferpecto per un gioco di parole che si coglierà solo guardando il film) ne è una sorta di prosecuzione del discorso, film caratterizzati da una vicinanza di temi e dalla stessa voglia di colpire il pubblico con del sano divertimento, esagerato, a tratti demente, provocatorio e quasi surreale. Per mettere in scena questa deriva dei costumi molto occidentale il regista di Bilbao sceglie di affidarsi ad attori non di primissimo piano come fatto in passato (ne La comunidad protagonista era Carmen Maura) ma non di meno indovina un cast capace di calcare la mano quando serve con il giusto trasporto per donare al film un'andatura ritmata e parecchio divertente.

Rafael (Guillermo Toledo) è un uomo ancora giovane con delle mire in mente ben precise: donne, vestiti eleganti, una bella automobile, soldi, un posto di prestigio nel suo micromondo lavorativo, una casa lussuosa e via di questo passo. Per ottenere questi risultati Rafael si dà da fare nel grande magazzino di Madrid in cui lavora, Yoyo, un qualcosa di simile alla nostra Rinascente, e sgomita per ottenere il posto di "responsabile del piano", posizione che si dovrà contendere con l'esperto don Antonio (Luis Varela), una vera istituzione del mestiere, un signore in odore di omosessualità e dallo stampo un poco antico. Rafael intrattiene o ha intrattenuto relazioni con tutte le commesse più belle del suo reparto, si cimenta in reiterati amplessi nei camerini con la disinibita Roxanne (Kira Miró) e scatena le invidie e i malumori della bruttina Lourdes (Mónica Cervera) che Rafael, uomo di gusto, non ha mai tenuto in nessuna considerazione. Quando arriva il momento della resa dei conti e la direzione preferirà don Antonio a Rafael questi inizia a rosicare e penare, maltrattato dallo stesso don Antonio che ora è il suo nuovo capo, durante un alterco Rafael accidentalmente uccide l'uomo. Da qui nascerà l'esigenza di far sparire il cadavere e l'unico aiuto per Rafael arriverà proprio da quella Lourdes che lui ha finora sempre ignorato. Ma, come la società del capitale insegna, nulla è senza prezzo e il costo di un aiuto simile potrà rivelarsi molto alto da pagare.

Commedia nera che sottolinea in maniera divertente vizi e malcostumi odierni esasperati dalla società dell'immagine e del benessere materiale, de la Iglesia gestisce il tutto con una buona dose di cattiveria e altrettanto umorismo compiendo un'ottimo lavoro sulla direzione degli attori sempre vibranti e capaci di mantenere il ritmo serrato per l'intera durata della pellicola (103 minuti). Il film è vivace tra voci fuori campo, attori che parlano in macchina, trovate surreali (il ritornante don Antonio) e quant'altro, i personaggi sono dei veri stronzi, Rafael manipola le clienti per raggiungere i suoi scopi, Lourdes mostra una dose di cattiveria da competizione, don Antonio non si fa scrupolo nel vessare il suo collega rivale non appena ne ha la possibilità e così via, alcune sequenze sono spassose senza riserve come quella della cena con la famiglia di Lourdes (che ha una sorellina più insopportabile di lei), si gioca con le citazioni a partire dal titolo "hitchcockiano" (ma anche Bunuel e altro) mettendo in scena la "rivincita delle brutte", l'annebbiamento da capitale, le idiosincrasie per la coppia chiusa e tutta una serie di brutture non così lontane da alcune reali dinamiche del mondo del lavoro. Magari Crimen perfecto (o meglio ferpecto) non sarà la commedia del secolo però diverte, ha gusto e cattiveria sufficienti a spingere lo spettatore alla ricerca di altre opere del regista spagnolo.

lunedì 8 gennaio 2024

LE CONSEGUENZE DELL'AMORE

(di Paolo Sorrentino, 2004)

All'epoca dell'uscita nelle sale de Le conseguenze dell'amore Paolo Sorrentino non era ancora il regista affermato che oggi tutto il mondo conosce, era un giovane alla sua opera seconda, il vero exploit di fama e riconoscimento arriverà infatti in maniera definitiva solo quattro anni più tardi con l'uscita de Il divo, siamo nel 2008 e quell'anno si distinse anche Matteo Garrone con Gomorra, i film dei due registi vennero salutati come un risveglio dello stato di salute del cinema italiano: se la profezia (ottimistica) non siamo certi si sia pienamente avverata c'è da dire che almeno Garrone e Sorrentino, insieme a qualche altro nome, hanno comunque mantenuto le aspettative e continuano a regalarci ancora oggi opere di grande interesse e spessore. Tornando a noi, all'epoca di questo film Sorrentino non era ancora il regista portatore di quegli sprazzi visionari, di quelle accortezze quasi barocche, di quella ricchezza nella messa in scena che tutti gli riconoscono e che in molti amano, era però già un regista, un autore, con una visione ben precisa di cinema, con un'idea da perseguire non solo nella narrazione ma anche nella realizzazione tecnica del film, comparto nel quale fin da subito Sorrentino si dimostra dotato di grande talento. È un Sorrentino più glaciale quello de Le conseguenze dell'amore, all'apparenza più essenziale, minimale, ma in realtà già ricco anche se meno esplosivo, più trattenuto, una scelta di stile che si rivede nei tratti e nelle espressioni dell'enorme (in senso figurato) Toni Servillo.

Titta Di Girolamo (Toni Servillo) è un uomo di mezza età molto serio che da numerosi anni vive in una piccola camera di un'albergo in Svizzera in prossimità del lago di Lugano. È un abitudinario Titta, per sua stessa ammissione un uomo privo di fantasia il cui unico sprazzo d'originalità appartiene a quel nome peculiare che si porta appresso; le sue giornate sono oziose: sedute interminabili a uno dei tavolini del bar dell'albergo a guardare oltre le vetrate la vita che scorre (quella degli altri, comunque scarsa), partite a carte all'infantile Asso piglia tutto con la coppia di ricchi decaduti e ormai in miseria composta da Carlo (Raffaele Pisu), che si è giocato tutta la sua fortuna perdendola, e Isabella (Angela Goodwin); una volta alla settimana un'uscita verso una banca per effettuare un deposito di somme sempre ingenti. Abiti eleganti, una bella macchina, la vita di un morto, un ex famiglia, moglie e figli che di lui non ne vogliono sapere, un fratello (Adriano Giannini) che in fondo gli vuole bene ma che lui ignora così come ignora la bella barista Sofia (Olivia Magnani) che invece a Titta sembra interessarsi parecchio. In questa routine che si ripete immutabile da anni alcuni accadimenti scombussolano il tran tran dell'uomo che andrà incontro a un precipitarsi di eventi ai quali dover far fronte.

Sorrentino apre il suo film con una figura maschile immobile in avanzamento su un nastro trasportatore, una scena lunga che potrebbe riportare alla mente il Dustin Hoffman de Il Laureato, emblema della confusione giovanile di fine anni 60 (ma anche per questo incipit probabilmente Sorrentino ha in mente la Pam Grier di Jackie Brown); ne Le conseguenze dell'amore l'apertura vede in campo un semplice figurante, il Nostro protagonista invece è uomo di mezza età, la giovinezza è ormai alle spalle e la confusione barattata con il vuoto, con un'imposta impossibilità di vivere, necessaria per mantenere un pericolosissimo status quo in potenza incrinabile solamente dalle conseguenze dell'amore. Titta Di Girolamo è appena un riflesso di un uomo, non per nulla sono molte le superfici riflettenti, i vetri, gli specchi attraverso i quali Sorrentino ce lo mostra, un uomo la cui fissità espressiva e di abitudini è il riflesso della morte stessa, è il riflesso di un'anima alla quale è stata succhiata la vita, condizione espressa in maniera magnifica dalla (mancanza di) espressività di un Toni Servillo impareggiabile. È un abitudinario Titta, lo abbiamo già detto, il versamento in banca, l'eroina una volta la settimana, quegli appunti per un futuro che non verrà mai nei quali si auto ammonisce intimandosi di porre attenzione a queste conseguenze dell'amore, saranno proprio loro, veicolate da Sofia (interpretata dalla nipote della Magnani), a dare la svolta a (non) vita e film. Il protagonista parla poco e bene, i vuoti sono spesso riempiti dalle eleganti scelte di Sorrentino in campo musicale (il regista mastica e parecchio), alcuni passaggi, senza troppo svelare, potrebbero sembrare fuori posto o come di routine, il film gode però di una costruzione pazzesca e millimetrica da parte di un regista non ancora esploso come lo conosciamo oggi (e non parliamo di fama ma anche di mestiere) ma già in grado di calibrare in maniera perfetta ogni movimento di macchina. Non a caso una delle nostre voci più note e apprezzate.

sabato 6 gennaio 2024

WONKA

(di Paul King, 2023)

Il Wonka di Paul King si colloca come prequel del film La fabbrica di cioccolato, quello interpretato da Gene Wilder nel 1971, a questo si riallaccia apertamente riprendendone alcuni temi musicali e alcune caratteristiche visive, ignora invece la versione burtoniana del romanzo di Roald Dahl cosi come ne aggira in larga parte la vena più cattivella e cinica che sempre ha caratterizzato le opere dello scrittore gallese. Il Wonka di King, regista dei due lungometraggi dedicati all'orsetto britannico Paddington, è il film perfetto da proporre durante le feste natalizie, un prodotto ben confezionato e calibrato su misura per la visione inclusiva, un'esperienza che facilmente potrà mettere d'accordo i vari componenti delle famiglie, grandi e piccini, lo fa magari tradendo un poco l'attitudine di Dahl e quella che il personaggio di Willy Wonka dovrebbe portarsi dietro, però lo fa anche con stile all'interno di una produzione di buona qualità che riesce facilmente a centrare il bersaglio e l'obiettivo che ci si era prefissati (famiglie, ragazzi, feste appunto...). Se si approccia questa nuova avventura al cioccolato senza pregiudizi né riserve non sarà difficile apprezzare il lavoro svolto da King che punta su una favola musicale buonista con un protagonista lineare e positivo che trova in Timothée Chalamet un ottimo Willy Wonka da giovane; il ragazzo, oltre a essere bravo, mette in campo un'attitudine naturale per il ruolo che lo rende, almeno nell'aspetto e nelle movenze (magari meno nella scrittura, ma questa non è colpa sua), una perfetta e credibile controparte giovanile del Wonka che già tutti conosciamo.

Il giovane Willy Wonka (Timothée Chalamet), una sorta di illusionista gioviale e analfabeta, nutre il sogno di aprire un negozio di cioccolata nella più lussuosa galleria commerciale della città, la Gallerie Gourmet. Il suo arrivo in città, da subito stupefacente, non è visto di buon occhio dalla triade del cioccolato formata da Slughworth (Paterson Joseph), Protnose (Matt Lucas) e Fickelgruber (Mathew Baynton) che farà di tutto per non lasciar spazio a questo potenziale concorrente capace di creare delle vere delizie al cioccolato. I tre cioccolatai non saranno però gli unici a creare problemi per Wonka: essendosi appena trasferito al giovane occorre un posto dove passare la notte; non solo analfabeta ma anche ingenuo e amichevole Wonka si lascia ingannare dall'accoppiata di "albergatori" la cui mente, la signora Scrubbit (Olivia Colman), con un contratto truffaldino costringerà il ragazzo alle sue dipendenze per gli anni a venire. Nella lavanderia della pensione Scrubbit, il giovane Willy avrà modo di conoscere altre persone come lui incastrate dalla padrona di casa tra le quali ci sono la piccola orfana Noodle (Calah Lane) e l'operoso e maturo Abacus Crunch (Jim Carter). Nonostante la reclusione Wonka non si dà per vinto e con l'aiuto di Noodle cercherà in ogni modo di realizzare il suo dolce sogno al quale è legato il ricordo della madre defunta (Sally Hawkins).

Il Wonka di Paul King più che l'incarnazione giovanile del Wonka di Wilder sembra piuttosto una giovane Mary Poppins al maschile: il cappello di Chalamet richiama la celebre borsa di Julie Andrews così come alcune movenze e in generale le atmosfere e lo spirito dell'intero film ricordano la brillante governante inglese. A proposito di inglese... King mette in campo un parterre britannico di attori che riporta a tantissima fiction inglese degli ultimi anni: Olivia Colman (The Crown), Sally Hawkins (i due Paddington), Matt Lucas (Doctor Who), Rowan Atkinson (Mr. Bean), Jim Carter (l'indimenticabile Carson di Downton Abbey) per finire con Hugh Grant che (suo malgrado, pare) interpreta il ruolo del fin qui unico Umpa Lumpa, esserino dalla faccia arancione come nel film del '71. Il protagonista Chalamet, lui non britannico, è un giovane Wonka perfetto, a suo completo agio con le movenze teatrali del personaggio, col canto (?) e con il ballo (numeri non troppo complessi, per carità), l'impressione è che la visione in lingua originale qui sia d'obbligo per apprezzare al meglio il lavoro degli attori. Paul King dirige con mano abile, regia vivace e mai noiosa, la camera ferma al meglio ciò che la scenografia, a tratti fantasiosa, a tratti dickensiana propone, confezionando uno spettacolo per famiglie con un ottimo equilibrio tra impatto visivo (non troppo estremo), narrazione e inserti musicali. Guardato in concomitanza con il Natale Wonka ci chiede di non cedere al malaffare, di coltivare i sogni e la solidarietà, di voler bene alle altre persone e che alla fine di tutto non è nemmeno tanto importante il cioccolato in sé, lo è invece con chi lo si condivide. Lacrimuccia, titoli di coda.

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