lunedì 30 maggio 2011

GLI INCREDIBILI X-MEN 7

Questo articolo è stato scritto per il decennale del sito fumettidicarta (e relativo blog)

Nel maggio del 2001 Fumetti di Carta diventava completamente “operativa”. Nel maggio di quest’anno quindi Fdc festeggia il suo decimo anniversario.

All’epoca della sua nascita io non ero presente: proprio ora, a maggio, è passato un anno esatto dal momento in cui presi contatto per la prima volta con Fumetti di Carta e iniziai con grande onore questa collaborazione che spero continui ancora a lungo.

Per ovvi motivi lascerò quindi ad Orlando la parte storica e nostalgica sulla nascita di questa webzine e vi parlerò della mia passione per il fumetto. In realtà non è proprio così, vi parlerò di un fumetto in particolare, datato maggio 2001, e del perchè la mia scelta è caduta proprio su quell’albo.

Tutti noi amiamo i comics per qualche motivo particolare, grazie a qualche albo, qualche autore, qualche personaggio che ha lasciato un segno indelebile nella nostra fantasia i quali strascichi permanenti ci fanno appassionare ancora oggi a innumerevoli storie offerte da quella che Will Eisner ha definito arte sequenziale.

Scavando nella mia memoria le cause scatenanti di questa passione possono essere individuate in tre momenti, solo uno dei quali è riconducibile alla carta stampata.

Innanzitutto Supergulp. Ero piccino e in TV c’erano Goldrake, Heidi, Remì e Supergulp con Nick Carter e L’Uomo Ragno tra gli altri. Guardavo volentieri ognuno di quei cartoni animati ma L’Uomo Ragno e le sue fantastiche avventure mi colpirono più degli altri. Grande attrazione suscitarono in me anche i cartoni animati dei Superamici, una versione animata della Justice League of America con Superman, Batman, Robin, Wonder Woman, Aquaman e altri eroi della DC Comics. Il mito del supereroe cominciava a porre le sue basi nella mia fantasia.

Qualche anno dopo, nel 1986, la Labor Comics antesignana dell’ancora da venire Star Comics, lanciò una testata dal nome emblematico: Marvel. Durò solo due numeri e proprio il secondo di questi mi capitò tra le mani. Presentava la saga di Proteus tratta dalla serie Uncanny X-Men scritta da Chris Claremont e disegnata da John Byrne. Colpo di fulmine.

Ancora oggi, tra le varie letture mensili, quella che aspetto maggiormente e che suscita in me ancora e sempre una certa emozione è l’albo degli X-Men. E so benissimo che non sono nel loro periodo migliore, quando erano sempre in cima alle classifiche dei comics più venduti oltreoceano. E so benissimo che non son il miglior fumetto che si possa trovare oggi nel nostro paese. E so benissimo che non sono neanche vicini al meglio che produce oggi la Marvel. Però rimarranno sempre i miei X-Men, quelli di Claremont, Byrne e non dimentichiamolo di Cockrum e sì, anche di Len Wein.

Per questo ho scelto Gli incredibili X-Men 7 del maggio 2001, sugli scaffali delle edicole proprio quando sul web nasceva Fumetti di Carta.

Claremont che aveva portato al successo i nostri mutanti e li aveva tenuti sul tetto del mondo per circa diciassette anni se n’era andato ed era ritornato. Era stato lontano da mamma Marvel per circa dieci anni causa alcuni contrasti tra lui e la dirigenza sul futuro da far intraprendere agli X-Men.

Perso il loro papà i ragazzi X si allontanarono gradualmente dalla cima delle classifiche, dal centro dell’universo Marvel e da quello stile freschissimo che mischiava supereroi e soap opera, azione e introspezione con misteri e trame a lunga gittata che solo il grande Chris sapeva gestire con tanta maestria. Si allontanarono anche dal cuore di molti fan, io stesso li abbandonai per un lungo periodo (e ancora me ne pento) per ritornare solo con l’inizio della nuova serie.

Marvel Italia rilanciava gli X-Men con un nuovo numero 1 grazie alla concomitanza di due importantissimi eventi: usciva in Italia il primo film degli X-Men diretto da Brian Singer e dopo dieci anni d’assenza tornava ai testi proprio l’X-Chris al quale i mutanti dovevano la loro fama. Anche in Italia, grazie al film, gli X-Men arrivavano al grande pubblico.

Nel maggio del 2001 nasceva Fumetti di carta (ma forse questo l’ho già detto?), usciva il settimo numero di questa nuova serie e Chris Claremont aveva scritto una manciata di nuovi episodi del suo gruppo d’elezione.

L’attesa dei fan era alle stelle, rubando ad un mio amico una definizione che ha usato un paio di volte, diciamo che Chris Claremont invece era “bollito”. L’impressione è che non avesse più quel tocco, il suo. Con l’espediente narrativo del salto in avanti di sei mesi, Claremont si riappropria degli X-Men e inizia a intessere nuove trame e inserire nuovi personaggi. Praticamente nessuno di questi spunti ha lasciato segni memorabili. Vediamo cosa succedeva nell’albo in questione.

Dopo aver sconfitto i Pirati Cremisi e l’Orda (chi li ricorda?), i mutanti, nella fattispecie Arcangelo e Psylocke, subiscono l’attacco delle Twisted Sister (dimenticatevi Dee Snider) un improbabile combo con nomi inascoltabili e art-design inguardabili. Dopo un primo momento di difficoltà i due mutanti si salveranno grazie all’intervento degli X-Men nei quali milita anche il nuovo Thunderbird, alter ego di Neal Sharra novellino del gruppo. Motivi di interesse si trovano nelle pagine di interludio e nei rapporti tra i singoli. All’epoca Arcangelo, ali bianche e pelle blu, flirtava con Psylocke, il senatore Kelly si candidava alla presidenza e nell’ombra Mystica tramava per assassinarlo con l’aiuto della sua confraternita. Alle matite un giovane Lenil Yu che all’epoca mi sembrava molto cool. In realtà il tratto di questo disegnatore adesso all’opera sulla serie dei Vendicatori non mi fa impazzire, le tavole di allora riguardate oggi hanno perso quasi tutto il loro fascino. Gli spunti lasciati da Claremont persi nel dimenticatoio.

Nel secondo episodio assistiamo allo scontro con i Neo, quella che secondo Claremont doveva essere la razza che avrebbe rappresentato il nuovo scalino evolutivo. I Neo subirono una sorta di precursore del “Basta mutanti” di Scarlettiana memoria ad opera dell’Alto Evoluzionario e decisero di vendicarsi sulla razza umana. Sulla loro strada gli X-Men. Anche qui scontri e personaggi che andranno presto dimenticati. Sul versante grafico a Yu si affiancano Thomas Derenick e Anthony Williams e il loro apporto nulla aggiunge alla qualità della serie, anzi.

Insomma le aspettative dei fan furono disattese, Claremont si rese “colpevole” di uno stile prolisso e verboso non accompagnato da trame intriganti e avvincenti. Fece un pochino meglio su X-Treme X-Men ma i tempi d’oro erano irrimediabilmente andati.

Il ritorno dell’X-Chris nazionale si dimostrò un passo falso, non così fu per Fumetti di Carta che dopo dieci anni è ancora qui con noi in forma smagliante ;)

domenica 29 maggio 2011

VISIONI 20

Forse primo appuntamento in assoluto di Visioni con qualcosa che esula dall'immagine e sconfina nell'installazione artistica, argomento di cui conosco veramente poco.

Mi sono imbattuto casualmente nelle imponenti opere realizzate da Dustin Shuler, artista originario di Pittsburgh e le ho trovate per lo meno curiose.

Sul suo sito potete trovare alcuni retroscena sulla realizzazione delle successive esposizioni e di altre ancora.

Death of an era - 1980


Dance - 1985


The spindler - 1989


The sea bee - 1990


Dance - 2008

giovedì 26 maggio 2011

FESTEN

(Dogme #1 Festen, di Thomas Vinterberg, 1998)

Festen è il primo risultato scaturito dal progetto Dogma 95, porta infatti nel nome originale la dicitura Dogma #1, numero progressivo che scandirà tutte le pellicole inserite in questo filone cinematografico.
Ma cos’è Dogma 95? E’ un decalogo studiato a tavolino dai registi danesi Thomas Vinterberg e Lars von Trier che nelle loro intenzioni volevano tornare a una forma di cinema incontaminata da artifici ed effetti speciali che sempre più prepotentemente stavano prendendo piede nella produzione mondiale.
Non un movimento spontaneo ma una scelta stilistica pianificata alla quale aderirono in seguito anche altri autori i quali si impegnano a non usare effetti speciali né luci artificiali, a non modificare l’illuminazione naturale e a non introdurre scenografie o oggetti di scena che non fossero già presenti nella location dove il film veniva girato.
Nessuna aggiunta in fase di montaggio e niente musica se non presente al momento delle riprese.
Insomma una scelta non semplicissima da seguire per i registi con conseguenti difficoltà in riprese notturne o in scene poco illuminate. Ah, dimenticavo! Solo camera a mano.

Proprio per questo in Festen non troverete ovviamente immagini patinate e neanche immagini limpide o sempre a fuoco, spesso i colori risultano poco nitidi e la camera non sempre ferma.
Non ci sono nella pellicola scene molto movimentate quindi l’effetto della camera a mano non diventa mai particolarmente fastidioso.

Esperimento riuscito o no? Direi proprio di si, tanto che questo film si porta a casa il premio della giuria al Festival di Cannes edizione 1998.

Ma a rendere Festen una pellicola davvero valida non è tanto la scelta stilistica che pure la caratterizza fortissimamente. La parte migliore è la storia che si narra e la sua costruzione. Una storia dura, fonte di tanto dolore represso.

In una villa della campagna danese sono in arrivo i componenti della famiglia Klingenfeldt per festeggiare i sessant’anni del capofamiglia, industriale di successo.
Il solitario Christian, sua sorella, suo fratello Michael dal carattere riottoso e poco incline alla gentilezza con moglie e figli. Inoltre una serie di amici e parenti di altro grado.
Sui festeggiamenti aleggia la recente disgrazia della morte di Linda, gemella di Michael.

Quella che dovrebbe essere una serata di festa sarà l’occasione per svelare scottanti verità che andranno a incrinarne l’atmosfera. Mentre ci si aspetta la piazzata da parte di Michael sarà invece il mite Christian a far calare il gelo tra i commensali.

Temi scottanti che porteranno alle ottime sequenze finali prima delle quali l’interesse è calamitato dalle reazioni di questa borghesia intenta a riempirsi la pancia di fronte a cotante rivelazioni.

Un’ottima pellicola sicuramente non adatta a una serata di puro relax. Una di quelle che si definiscono “spesse”.

mercoledì 25 maggio 2011

N.O.X. - SQUADRA SPECIALE EUROPA

Questo articolo è stato scritto per il sito fumettidicarta (e relativo blog)

Questa primavera la Star Comics ha sventagliato una mitragliata di miniserie sulle edicole nostrane andando a colpire vari generi e gusti.
Con questo N.O.X. si cerca di attirare l’attenzione del pubblico amante delle spy-stories, degli intrecci geo-politici e delle macchinazioni dei cosiddetti poteri occulti o forti che dir si voglia.
Che cos’è quindi questo N.O.X.? Semplicemente una squadra speciale di militari addestrati al servizio dell’Unione Europea. Negli affari poco chiari descritti in tante storie di spionaggio la parte da leone l’hanno sempre fatta le grandi potenze: americani, russi, mediorientali. Potenze che anche qui fanno sentire il proprio peso ma stavolta la vecchia Europa vuole dire la sua mettendo in campo una squadra che protegga i suoi interessi composta da un italiano, un portoghese, un’irlandese, una estone, un greco e un rumeno.

Le prime due pagine, che sinceramente avrei evitato, ci fanno sapere che i N.O.X. “sono i migliori, i bastardi, quelli che si sporcano le mani” etc... e non si inizia nel migliore dei modi.

Subito dopo però c’è un’immersione nello scenario politico reale inusuale per una serie da edicola che funziona e incuriosisce. A sentir rievocare fatti riguardanti la questione cecena, l’attentato al Teatro Dubrovka di Mosca e quello alla scuola di Beslan riaffiorano alla mente le angoscianti immagini viste in tanti notiziari all’epoca di questi infami atti di terrorismo.

L’autore, Alessandro Bottero, si prende il giusto spazio per presentarci i personaggi e imbastire la trama che come in ogni spy-story che si rispetti non può essere troppo semplice o lineare. In questa fase a mio avviso si cade in alcuni clichè. Il comandante in campo, il nostro connazionale Claudio Striani, ha la fisionomia del solito belloccio, l’esperta in esplosivi Mealla Doherty è ovviamente irlandese con trascorsi con l’IRA (ma perché?), il personaggio che risulta da subito più antipatico è anche quello meno pulito dal quale arriverà il tradimento, c’è la relazione interna al gruppo, ci sono insomma una serie di elementi dal quale sarebbe bene se non addirittura indispensabile cominciare ad affrancarsi per proporre qualcosa che il lettore davvero non si aspetti. Stessa cosa vale per tutta la fase di allenamento dei componenti la squadra.

Non mancano comunque i lati positivi di questa nuova avventura targata Star. Intanto la varietà di scenari: come in pellicole quali la trilogia dedicata all’agente Jason Bourne, anche qui l’azione e le informazioni arrivano da tutte le parti. Roma, Bruxelles, l’Uzbekistan fino alla valle di Fergana sono gli scenari dove agiranno i protagonisti di questa storia. Una storia che, una volta entrata nel vivo, ingrana la marcia e scorre molto bene fino alla conclusione. Inoltre il genere è davvero poco battuto dalla nostrana editoria a fumetti e per almeno parte dell’albo ben sviluppato.

I testi e i dialoghi sono corposi aumentando anche il tempo medio di lettura che solitamente richiede un albo del genere e anche questo elemento, non essendo gestito a sproposito, non è affatto un male.

Apprezzabili i disegni di Matteo Giurlanda ben realizzati e senza cadute di tono, se non offrono tavole eccelse non presentano neanche particolari sbavature.

Solitamente (anche se non sempre) delle opere italiane mi piace visionare per lo meno il primo numero. In questo albo ho trovato un po’ di più di quel che mi aspettavo, ora il mio giudizio non varrà molto (come si dice il mio voto conta 1) ma quel che chiederei agli autori di fare (non questi autori ma agli autori in generale) è di buttare nel cesso quei clichè di cui si parlava sopra per vedere se è possibile tirare fuori storie sempre più interessanti, anche voi non potete negare la veridicità di alcune mie affermazioni.

In conclusione ho trovato in N.O.X. un po’ il contrario di quel che ho trovato in Dr. Morgue. Una storia che potrebbe rivelarsi molto interessante che si dipana su strade poco battute con personaggi più ordinari ancora da sviluppare. Confido ce ne sarà il tempo.

PS: due parole sulla presentazione grafica. Una copertina accattivante potrebbe avere il giusto peso almeno nei confronti di alcuni lettori. Dovrebbe attirare l’attenzione e colpire. Trovandoci di fronte a un numero uno il discorso dovrebbe essere valido a maggior ragione. La Star aveva proposto illustrazioni ottime per le cover di Valter Buio (forse la migliore tra le ultime mini della casa editrice). La strada giusta mi sembra quella, ovvio che ogni progetto si debba differenziare dall’altro, ma qui mi pare che non si centri il bersaglio. L’immagine centrale è davvero poco accattivante e il logo ha molto il sapore di fiction televisiva (quella nostrana purtroppo). Buona anche se poco visibile, l’idea di porre tutto su una cartina politica che potrebbe dare un’idea delle atmosfere presenti all’interno dell’albo.

Una cura maggiore avrebbe forse dato migliore visibilità all’albo.


N.O.X. - Squadra speciale Europa, Star Comics, 96 pp., euro 2,70.

martedì 24 maggio 2011

BACK TO THE PAST: 1970 PT. 6

Terminiamo questa lunga escursione nella musica del 1970. Proprio in quest'anno, l'8 maggio del 1970, termina anche (discograficamente parlando) una delle più grandi avventure della storia della musica. Esce Let it be, ultimo album da studio dei Beatles.
Tra i vari pezzi contenuti nell'album anche questa The long and winding road.



Grande successo commerciale ebbe nel 1970 il rifacimento di un brano scritto dall'accoppiata Bacharach/David già nel 1963. La cover dei The Carpenters lo riporta in vetta alle classifiche per più di un mese. Il pezzo è (They long to be) Close to you.



Ad avvicendarsi con Close to you in cima alle classifiche, oltre a Let it be dei Beatles, troviamo anche Bridge over troubled water del duo Simon and Garfunkel.

sabato 21 maggio 2011

NOSTALGIA 6: WWF

Dove per WWF non si intende il World Wide Fund For Nature ma la World Wrestling Federation.

Purtroppo l'idea per questo post nasce da un evento luttuoso. Proprio oggi apprendo della scomparsa causata da un incidente d'auto in seguito a un malore di Randy Savage "Macho Man", più volte campione mondiale della suddetta federazione.

Era l'epoca della mia (nostra) adolescenza e la WWF era uno dei "carrozzoni da circo" più divertenti per il pubblico dell'epoca.

Era tutto finto (o quasi) lo so. Evitiamo subito le solite polemiche sull'influenza negativa del Wrestling sugli adolescenti o quelle sulla poca veridicità di questo sport o spettacolo, lo si chiami come vi pare.
Allora eravamo, chi più chi meno, consapevoli che la WWF offrisse prima di tutto intrattenimento. I colpi che non andavano a segno li vedevamo tutti, ciò non toglie che sul ring salissero atleti preparati in grado di offrire show spettacolari.

C'era tutto il contorno che rendeva i match più importanti attesi e coinvolgenti, tutto era studiato a tavolino per il gradimento degli spettatori.

Per gli atleti più dotati veniva costruito ad arte un personaggio da interpretare, i Wrestler dovevano essere attori sul ring e fuori.
Questi erano divisi agli occhi del pubblico in buoni (o simpatici se vogliamo) e cattivi (antipatici e scorretti).
Grandi costumi di scena, canzoni tamarre che accompagnavano l'ingresso sul ring degli atleti, storie e rivalità create ad arte per coinvolgere il pubblico e che venivano sviluppate fino ad arrivare al giusto climax che poi magari si risolveva con l'incontro per il titolo mondiale.
E ancora manager, nomi pittoreschi, mosse personalizzate per ogni atleta, compagne, animali, tradimenti e chi più ne ha più ne metta ma soprattutto grandi doti fisiche e atletiche e tanto intrattenimento.

Poi c'erano gli incontri particolari: oltre ai match del personaggio di punta contro gli sparring partners, c'era WrestleMania con gli eventi più importanti, la Battaglia Reale con venti lottatori insieme sul ring, gli incontri nella gabbia, i Tag Team (i doppi), etc...

Poi, pian piano, il declino. Il Wrestling c'è ancora, per carità, ma ha perso molto di quel fascino teatrale che aveva all'epoca. Non c'è più Dan Peterson a commentarlo e le grandi star sono meno pittoresche. Forse è solo che per il Wrestling ormai sono troppo vecchio.

Alcune star della WWF:

Hulk Hogan


André the Giant


Tito Santana


Ricky "The Dragon" Steamboat


Brutus "The Barber" Beefcake


Jake "The Snake" Roberts


The Ultimate Warrior


The Undertaker


Legion of Doom


The Hart foundation


Demolitions

venerdì 20 maggio 2011

DOCTOR WHO – STAGIONE 3

Alla terza stagione dedicata al buon Dottore (David Tennant) manca qualcosa. Durante la prima parte della serie avevo questa sensazione e non riuscivo a capire da cosa questa scaturisse.
La risposta è lampante, ci vuole qualche episodio per realizzare, ma lei è lì sotto gli occhi di tutti. Ciò che manca a questa terza serie è Rose. Proprio così, Rose Tyler (Billie Piper).
L’importanza che Rose aveva acquisto durante le prime due stagioni ne aveva fatto un personaggio difficile da dimenticare. Per lo spettatore così come per il Dottore. Da qui la sensazione di un buco da colmare.
Ovviamente l’alieno non viaggerà solo, ci sarà una nuova compagna che, puntata dopo puntata, riuscirà a farsi largo nel cuore degli appassionati del serial molto più che in quello del Dottore.
Martha Jones (Freema Agyeman), la nuova compagna di viaggio del nostro sta per diventare dottore anch’essa, un semplice dottore in medicina.
L’incontro con quell’altro Dottore manderà la sua vita gambe all’aria ampliandone però enormemente gli orizzonti.
Viaggi sulla Luna, balzi in avanti fino alla fine dell’universo e incontri nel passato con personalità del calibro di William Shakespeare.
Ci vuole poco a Martha per rimanere affascinata e incantata dal Dottore e dalla vita che questi offre.
Nonostante le pazze avventure vissute insieme il Dottore però le nasconde qualcosa, nei suoi occhi e sul suo cuore è sempre presente un’ombra. L’ombra di una compagna perduta. La sensazione di essere un rimpiazzo cresce a poco a poco in Martha ma il Dottore, si sa, è imprevedibile.
Durante il corso della serie il personaggio di Martha cresce e diverrà forse anche meglio tratteggiato della precedente “spalla” del Dottore, inoltre avrà una parte decisamente attiva in tutte le strampalate avventure nelle quali la coppia si troverà coinvolta togliendo il buon Dottore dai pasticci più di una volta.
Come accade spesso per i serial TV la stagione decolla nella seconda parte pur offrendo cose interessanti anche tra le prime puntate. Ottimo ad esempio l’incontro tra il Dottore e Martha con William Shakespeare. Deludente invece rispetto a quelli passati il dittico dedicato all’immancabile scontro con i Dalek.
Coinvolgente invece tutta la parte finale di questa terza annata, in modo particolare la trilogia finale dedicata all’ultimo dei Timelord. Ma sarà proprio l’ultimo? E Martha Jones riuscirà a far breccia nel cuore del Dottore e fargli dimenticare la sua Rose?
Pochi i riferimenti agli spin-off durante tutta la serie ma nella trilogia finale sarà co-protagonista anche il simpatico Capitano Jack Harkness (John Barrowman), comandante di Torchwood.
Occhio al finale, una grande rivelazione che lo riguarda lascerà i fan a bocca aperta.
Come sempre l’alternarsi di dramma e azione rendono Doctor Who sempre godibile.

giovedì 19 maggio 2011

BACK TO THE PAST: 1970 PT. 5

Muoviamoci verso lidi più pesanti e allora non possiamo parlare che di Heavy Metal. Considerati una delle pietre angolari del genere, proprio nel 1970 i Black Sabbath escono con due album memorabili, il primo omonimo e il secondo intitolato Paranoid.
Ozzy Osbourne, Tony Iommi, Geezer Butler e Bill Ward diedero fondamentali contributi alla crescita (e alla nascita se vogliamo) dell'Heavy Metal contribuendo in gran parte alla creazione e all'ispirazioni di sottogeneri come il Doom Metal.
Ascoltiamoci proprio Paranoid



Altra band per la quale si spende il termine Heavy Metal per la prima volta (almeno tra le prime band ad essere così definita) è quella dei Sir Lord Baltimore che pubblicano l'album Kingdom come dal quale è tratto il pezzo Ain't got hung on you.
Tra le prime band ad avere un batterista cantante.



Nel 1970 esce anche la versione originale di American woman resa poi celebre molti anni dopo dalla cover di Lenny Kravitz. In realtà il pezzo era celebre già di per sè nella versione dei Guess Who, gruppo canadese che con questo brano arriva alla vetta delle classifiche statunitensi. Abbandoniamo quindi l'Heavy per andare su sonorità più classicamente rockeggianti.



Lou Reed, ancora con i Velvet Underground scrive uno dei classici rock celebre ancora oggi. Il pezzo Sweet Jane che il cantante compositore ha continuato a proporre live anche durante la sua carriera solista. Pochi purtroppo i video a disposizione.



Altro classico proveniente dal 1970 è Mississippi Queen dei Mountain del quale vi propongo un bel video live.

lunedì 16 maggio 2011

VISIONI 19

Qualche giorno fa un post del blog Nussypedia mi ha portato sul sito di Jason Freeny, artista del quale avevo ammirato le opere già tempo addietro.

Tra le varie cose presenti nelle gallery dell'artista mi hanno divertito moltissimo le sue sezioni anatomiche, sia in forma d'illustrazione che ricreate in vere e proprie sculture.

Opere dal taglio decisamente pop, originali e ben realizzate. Navigando tra le pagine del sito di Freeny avrete anche la possibilità di vederne alcune in movimento.

Micro Schematic


Gingerbread Man Dissected


Anatomical Hello Kitty


Anatomical Stay Puft Marshmallow Man


Anatomical Mickey Mouse


Anatomical Mario

domenica 15 maggio 2011

ITALIA DE PROFUNDIS

(di Giuseppe Genna, 2008)

A volte, come accennato un paio di post or sono, penso di essere un tantino stupido, ignorante o fermo alla superficie delle cose. un po’ fuori dal mondo, a modo mio. Ammetto di aver avuto non poche difficoltà ad entrare in questo libro, almeno in alcune parti di questo libro che comunque si è rivelato denso e stimolante, a tratti divertente, a tratti irritante. Un libro che a tratti mette il lettore, almeno questo lettore, davanti all’evidenza di non sapere nulla, davanti al dubbio di essere non sufficientemente difforme dalla massa caratterizzante di questo tempo, per dirla con parole dell'autore, devastato e vile.

Lo fa forse, e il dubbio è d’obbligo in quanto potrei non averne compreso neanche la centesima parte, semplicemente raccontando l’estate improduttiva e faticosa, scomposta e cadaverica, estenuata e neurotica del 2007. Ma non solo, forse era questa l’idea alla base di questo libro che prendendo spunto (forse o forse no) dall’esperienza descritta da Foster Wallace in Una cosa divertente che non farò mai più, voleva raccontare l’esperienza dello scrittore in un villaggio vacanze in quel di Cefalù nell’estate cristica e anoressica del 2007. E l’ha fatto. Questo e molto altro. Un De Profundis per un paese che l’autore, probabilmente in buona compagnia, ha disimparato ad amare, sempre per usare le sue parole. La scrittura di Genna cattura e irrita, irrita perché mette il lettore (questo almeno) di fronte alla sua ignoranza. Una messa in scena di paroloni adagiati sulla pagina a creare scompiglio nel lettore medio che, dovendo mettere mano al vocabolario decisamente spesso, un minimo di nervosismo lo prova. Ciò nonostante la scrittura di Genna coinvolge nella descrizione di episodi di vita privata anche molto intimi come la morte del padre, le estreme esperienze in quel di Calvairate o le squassanti pene d’amor perduto.

Questi e altri episodi come quello all’apparenza squisitamente mondano in qualità di giurato al Festival del Cinema di Venezia, sono il punto di partenza per qualcosa d’altro. Un qualcosa che non ho la capacità di spiegarvi, una ricerca o una presa di coscienza di quel che la persona è (forse o forse no), qualcosa che viene fuori (forse o forse no) con naturalezza in episodi quali quello dell’incontro con il regista David Lynch, regista che ho sempre apprezzato e probabilmente mai capito.
Con tutta probabilità di questo libro non ho detto nulla e nulla è forse possibile dire se non dall’autore stesso data l’essenza decisamente personale dell’opera. Probabilmente per capirci qualcosa (o forse no) dovrete leggervelo.

mercoledì 11 maggio 2011

GIU’ LA TESTA

(di Sergio Leone, 1971)

La rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia, la rivoluzione è un atto di violenza.

Così si presenta al pubblico la pellicola di Sergio Leone nella quale la rivoluzione sarà sfondo della storia dei due protagonisti. Una storia dove non si fanno sconti, non si eccede in eleganza, dove la revolucion è mostrata senza indulgere tanto sugli ideali ma nella sua crudeltà e nella sua viscerale violenza. A mettere subito le cose in chiaro la scena iniziale, ripresa d’un terreno bisogno primario. Non una scena d’effetto patinata ma una semplice e comune pisciata.

Juan Miranda (uno strepitoso Rod Steiger) è un peone messicano, bandito e padre d’una nutrita famigliola dedita alle rapine, unico loro mezzo di sostentamento nella difficile realtà del Messico del 1916 attraversato dai moti rivoluzionari capeggiati da gente come Zapata e Pancho Villa contro la dittatura e la miseria alla quale erano condannate le classi sociali più povere.
La sua vita subirà una svolta dopo l’incontro/scontro con Sean “John” Mallory (un glaciale James Coburn), ex attivista dell’IRA fuggito in Messico, verso una nuova rivoluzione.
Un personaggio enigmatico del quale impareremo qualcosa grazie ad alcuni flashback disseminati lungo il film, grande esperto di esplosioni ed esplosivi.
Proprio in questa sua abilità Juan vede la luce della speranza. Il suo sogno di rapinare la banca di Mesa Verde, “Non una banca! La banca! La più grande, stramaledetta, bella, fantastica, formidabile, magnifica banca di tutto il mondo”, sembra potersi realizzare.
Ma Mallory è interessato alla rivoluzione, per nulla intimorito dal bandito gli offre subito una dimostrazione delle sue abilità e non manca di apostrofare il suo futuro compare prima del botto con un: ”giù la testa, coglione”. Proprio quest’ultima frase doveva essere il titolo del film ma Leone dovette tagliare l’ultima parola causa pressioni della censura.
I due uomini però sono segnati da un destino comune e proprio a Mesa Verde le loro strade, dopo essersi separate, si incontreranno nuovamente.

Il film gode di una fama minore rispetto alla così detta Trilogia del dollaro di Leone (Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto e il cattivo) e pure questo scarto non è meritato. Assenti attori della fama di Eastwood, Van Cleef, Wallach e Volontè, il duo Steiger/Coburn offre una prova straordinaria. L’esuberanza genuina del primo in contrasto con gli sguardi di ghiaccio del secondo creano una miscela esplosiva come quella che Mallory porta sempre con se. Un’amicizia virile che cresce poco a poco in virtù delle terribili esperienze condivise e una disillusione sempre maggiore che pervade l’animo di questi due atipici eroi.
Inspiegabili anche le critiche di prolissità e lungaggine rivolte da qualcuno alla pellicola, due ore e mezza che passano senza nessuna traccia di noi tra grandiose inquadrature e amare riflessioni.

« Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: Qui ci vuole un cambiamento! e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono dietro un tavolo e parlano, parlano e mangiano, parlano e mangiano; e intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore, non parlarmi più di rivoluzioni! »

martedì 10 maggio 2011

INDOVINA CHI? 20

Ventesima manche e cinque al termine. Manche non difficilissima a dire il vero, con un po' di fantasia i nomi individuabili sono parecchi.

Ecco la situazione aggiornata:

CLASSIFICA DOPO LA 19A MANCHE
MICHY 57
URZ 55
LA CITATA 52
MORGANA 36
ZIO ROBBO 17
LUIGI 13
GABRY 9
LA 4
VIKTOR 3

1)

2)

3)

4)

5)

6)

7)

8)

9)

10)

lunedì 9 maggio 2011

PILLOLE

In realtà stavo cercando un'idea per quando non ho idee, il che mi capita sempre più spesso.

In realtà stavo cercando un'idea per quando non ho tempo o quando il tempo che ho lo utilizzo male, il che mi capita sempre più spesso.

Pillole di che? Mah ancora non lo so, non ne ho idea. Intanto diciamo che va tutto bene che funziona sempre.

domenica 8 maggio 2011

UNA VISITA A: PAV. PARCO ARTE VIVENTE

A volte, e in questi giorni mi è successo spesso, penso di essere un tantino stupido, ignorante o fermo alla superficie delle cose. un po’ fuori dal mondo, a modo mio.
Per i motivi più svariati, per il confronto con opere e persone, punti di vista differenti.
Mi sta capitando con una certa frequenza leggendo Italia De Profundis di Giuseppe Genna, libro di cui cercherò di parlarvi a breve, mi capita sempre (o quasi) di fronte alla per me quasi totalmente incomprensibile arte moderna se non addirittura d’avanguardia.

E oggi ancora non ho capito. Di nuovo. Se questo PAV è un luogo di grande interesse che a me, in quanto essere un tantino stupido, ignorante o fermo alla superficie delle cose, ha detto veramente poco. O forse è solo che è rivolto a un pubblico altro da me, più in sintonia con l’argomento.

Oggi sono uscito da lavoro (eh anche di domenica, come cantava Silvestri mi pare). Avevamo ancora delle ore di luce e con Laura siamo andati al PAV, convinto di farle fare una cosa carina.
Era da tempo che non passavo in Via Giordano Bruno dove c’è questo Parco d’Arte Vivente.
Il tratto di strada è cambiato parecchio, nell’assoluta mancanza di vita umana (tutti a vedere gli Alpini?) lo scorcio era spettrale nonostante il sole.

Si entra gratis (ricordate la tessera musei?). Chi paga comunque sborsa solo 3 euro e questo già mi fa sentire meno stupido. Capirete da soli il perché a meno che non siate esseri un tantino stupidi, ignoranti o fermi alla superficie delle cose.

Evito la visita guidata poiché Laura patisce, preferisce le cazzate del suo papà alle spiegazioni delle guide, visite sotto forma di gioco a quelle educative.
Che poi mi piacerebbe sapere la guida che caspita vi racconta.

Parte al chiuso: sei piccole sale con altrettanti esperimenti legati alla natura. In realtà cinque, una era fuori uso. Un po’ inquietanti. Salette piccole e tonde collegate una all’altra da drappi blu immerse nel buio. Vegetali rivisitati tramite computer, diffusori di essenze odorose naturali (che in quanto stupido non sono riuscito a far funzionare completamente), materiali organici al microscopio, suoni e vibrazioni in ambienti che per una bambina di cinque anni sono l’equivalente del teatro Lynchiano di Mulholland Drive (No hay banda).

All’esterno l’Arte Vivente. Ma io sono troppo ignorante. Vi metto un paio di foto che magari voi capite. Foto aeree che rendono al meglio. Viste ad altezza uomo, insomma...


venerdì 6 maggio 2011

NOSTALGIA 5: MARVEL SUPERHEROES

Da grande appassionato di comics americani e in particolar modo dell'universo Marvel non posso che ricordarne con grande nostalgia le prime comparsate nelle italiche reti televisive.

La Rai con Supergulp proponeva le avventure di Spider-Man che molti miei coetanei ancora ricordano mentre altre reti (e non ricordo assolutamente quali) proponevano cartoni d'animazione pressoché statica con protagonisti Hulk, Capitan America, Thor, Iron Man e il principe Namor. Disegni presi pari pari dalle pagine dei comics dell'epoca o per lo meno fortemente debitrici delle stesse, movimenti ridotti al minimo e onomatopee in bella vista a dare ancor più il gusto della carta stampata. Reperti ormai oltre il vintage.

Sul versante DC Comics era possibile imbattersi nelle avventure collettive dei Superamici o nel mitico telefilm di Batman dal sapore deliziosamente camp.

Ah, che ricordi. Ecco qualche sigla.















giovedì 5 maggio 2011

WINNIE THE POOH - NUOVE AVVENTURE NEL BOSCO DEI 100 ACRI

(Winnie the Pooh, di Stephen Anderson e Don Hall, 2011)

Il cinema per me è ormai sinonimo di cartone animato. Causa continui tagli alle spese, le uniche occasioni che colgo per tornare al grande schermo sono le matinèe d’animazione con Laura e qualche rara sortita in campo supereroico. 3D, Avatar a parte, neanche a parlarne e poi è un fenomeno che mi ha già stufato.

Ho lasciato la scelta del film a Lauretta che tra Rio e il film dell’orsetto Pooh ha optato per quest’ultimo. Anche la mia intenzione originaria era quella di orientarmi sul lungometraggio (se così possiamo definire un film di un’ora e cinque minuti) ambientato nel Bosco dei 100 acri.
Sono più che convinto che Rio sia un prodotto più spettacolare e divertente, almeno per noi adulti.
Sembra però che questa sia l’ultima occasione che la Disney darà all’animazione tradizionale, se il film non andrà bene si passerà in toto al digitale.
Spero che questa affermazione non sia veritiera, intanto noi abbiamo sostenuto la causa.

Quindi animazione tradizionale, disegno a mano e storia (finalmente) ad altezza di bambino.
Tra i realizzatori coinvolti nel progetto c’è gente che ha lavorato sui maggiori successi Disney e parliamo di Classici come La Sirenetta, Il re leone, Alladin, La bella e la bestia.
Non siamo di fronte quindi a una produzione poco curata ma semplicemente a una realizzazione lontana dall’imperante gusto delle grandi masse per l’animazione digitale.

La trama è semplice e ingenua, non annega nel mare di citazioni che ormai sembrano d’obbligo per rendere accattivanti i film d’animazione, non ci sono scene a velocità supersonica né situazioni create ad arte per il successivo “gonfiaggio” in 3D.
Ad altezza di bambino come si diceva. Gli adulti troppo, troppo cresciuti potrebbero annoiarsi.
Che tristezza però vedere alcuni bambini guardare il film seduti vicino a padri intenti a giocare con il proprio ultratecnologico cellulare.

Insomma, Pooh è il solito orsetto sempliciotto con una cosa sola in testa (il miele, state tranquilli).
Ih-Oh è il solito asinello di pezza depresso, pessimista e per giunta ha anche perso la coda. Christopher Robin organizza la ricerca di una nuova coda per l’asinello con in premio per il vincitore un vasetto colmo di miele.

La storia prosegue, in seguito a un fraintendimento a opera del Gufo Uffa, gli abitanti del bosco dei 100 acri dovranno con non poca paura andare a caccia di un mostro che ha catturato Christopher Robin: L’Appresto.

Tutto qui, intrattenimento per i più piccoli ottimamente realizzato. Il film è preceduto da un simpatico corto con protagonista Nessie, il mostro di Lochness ed è corredato da una scena finale a sorpresa al termine dei titoli di coda. Non perdetevela.