sabato 8 gennaio 2022

LO SPECCHIO DELLA VITA

(Imitation of life di Douglas Sirk, 1959)

Bellissimo drammone della Hollywood classica che segna la fine dell'esperienza statunitense del regista tedesco Douglas Sirk (Hans Detlef Sierck il vero nome) che proprio dopo il successo de Lo specchio della vita tornerà nella sua patria natia dove si dedicherà al teatro, suo amore di gioventù, e alla televisione. Nel filone dei film sentimentali, quelli che si definiscono mélo, Lo specchio della vita occupa un posto d'onore grazie alla capacità di Sirk nel dosare il lato sentimentale della vicenda con quello sociale, di impatto emotivo decisamente maggiore per il pubblico, affrontando con serietà temi ancora spinosi senza mai travalicare i confini della buona scrittura, aiutato in questo dalla sceneggiatura di Griffin e Scott; il film è un remake di un'altra pellicola omonima del 1934 che incorse in diversi problemi visti gli argomenti trattati in relazione all'anno di uscita, opera che arrivava in un'America che era ancora profondamente razzista (lo è anche oggi, certo) in maniera aperta e consuetudinaria. Al successo della pellicola contribuiscono anche le solide scelte di cast: Lana Turner è una diva già più che affermata, John Gavin ha ancora pochi film alle spalle ma è a un passo dal suo ruolo in Psycho di Alfred Hitchcock, Sandra Dee seppur giovanissima vantava già un Golden Globe e arrivava dal chiacchierato successo di Scandalo al sole di Delmer Daves, anche le altre due protagoniste femminili si difenderanno molto bene, tanto che sia Susan Kohner sia Juanita Moore arriveranno alla candidatura all'Oscar come non protagoniste.

Durante una giornata al mare Lora Meredith (Lana Turner) e sua figlia Susie fanno la conoscenza di Annie Johnson (Juanita Moore) e della figlia Sarah Jane, più o meno coetanea di Susie. Dopo una piccola disavventura le due madri fanno conoscenza: Annie è una donna di colore, il suo ex marito era di carnagione chiara e così è la sua bambina che nessuno indicherebbe mai come una bambina "di colore" o meglio "negra" come si usava a quei tempi. Il paese è ancora molto razzista e la bambina, quando è insieme alla madre, ancora subisce discriminazioni a causa dei pregiudizi di razza, tanto che fin da piccola è portata a nascondere quando può le sue vere origini. Visto il momento di difficoltà economica che sta attraversando Annie, Lora accetta di ospitare lei e Sarah Jane a casa sua, Annie si occuperà delle due bambine e della casa mentre Lora tenterà di far decollare la sua carriera da attrice, motivo per cui si è trasferita con la figlia a New York. Durante quella giornata in spiaggia Lora e le bambine conoscono anche un simpatico e affascinante fotografo, Steve Archer (John Gavid), che rimarrà da subito folgorato dalla grazia di Lora. L'interesse tra i due scocca e si protrarrà inespresso per anni a causa delle difficoltà di Lora di conciliare la vita sentimentale a quella professionale, il successo arriverà, il mondo dello spettacolo non sempre si rivelerà corretto, nel frattempo le due bambine crescono e diventano delle ragazze, Susie (Sandra Dee) patirà le assenze della madre mentre Sarah Jane diventerà una ribelle e non riuscirà mai ad accettare le sue origini e il colore della pelle di quella madre di cui si vergogna e che le ha sempre offerto un'amore sconfinato e sacrifici continui.

Un grande melodramma, elegante, recitato in maniera perfetta da tutto il cast, una storia che ha i suoi momenti migliori legati al mancato riconoscimento da parte di Sarah Jane di tutti i sacrifici fatti per lei dalla madre, una donna dal cuore gigante, solo troppo tardi la ragazza si accorgerà quanto male la mancata accettazione delle sue origini avrà fatto a sua madre. Centrale la questione razziale nel rapporto tra madre e figlia e in quello di quest'ultima con la società alla quale nasconderà sistematicamente di essere figlia di una nera, vergognandosene fino a scappare di casa e dalla sua famiglia. L'altro tema è quello del successo nel mondo dello spettacolo che Lora, pur amando molto la figlia, ha per anni come primo e unico obiettivo incrinando nel profondo il rapporto con Susie che esternerà il suo malessere solo in età quasi adulta; si trascina per anni l'amore platonico tra Lora e Steve, anche questo ostacolato dalla carriera di lei. Douglas Sirk costruisce con maestria un crescendo emotivo che conflagrerà nella scena finale, sul cantato di Mahalia Jackson a calare il sipario sul dolore e sugli errori di una vita con un'interpretazione sentita di Trouble of the world. Giustamente considerato uno dei capolavori del mélo hollywoodiano Lo specchio della vita colpisce ancora oggi offrendo una narrazione fluida e coinvolgente nonostante l'età della pellicola e i centoventicinque minuti di durata e lasciando ad aleggiare nello spettatore non solo il puro dramma ma anche tutti i danni che conseguono da un approccio alla vita fatto di intolleranza e razzismo, purtroppo un tema sempre attuale.

mercoledì 5 gennaio 2022

GEN DI HIROSHIMA

(Hadashi no Gen di Mori Masaki, 1983)

Racconto terribile sulle sofferenze patite dalla popolazione di Hiroshima a causa della guerra prima e dell'esplosione della bomba atomica poi, Gen di Hiroshima nasce come opera a fumetti di Keiji Nakazawa, manga autobiografico (caratteristica che aumenta l'angoscia nel recepirne i contenuti) di un Nakazawa allora bambino, l'autore all'epoca della tragedia di Hiroshima aveva appena sei anni, la stessa età del protagonista Gen. Dalla versione cartacea il regista Mori Masaki, mangaka anche lui per diverso tempo, realizza una trasposizione che prende in esame il periodo precedente al nefasto 6 agosto del 1945, gli attimi dell'immane tragedia e il periodo immediatamente successivo; nel 1986 poi, a tre anni da questo primo lungometraggio, il regista Toshio Hirata riprenderà in mano la vicenda del giovane Gen spostando la narrazione alcuni anni dopo la caduta della bomba, solo nel primo episodio è però coinvolto lo stesso Nakazawa alla stesura della sceneggiatura.

Il Giappone e i giapponesi continuano a fare i conti con la tragedia della bomba, lo hanno fatto in passato e ogni forma di espressione culturale ne mostra gli strascichi. Si è dovuto fare i conti con il dolore, con la perdita degli affetti, con la distruzione, con l'insensatezza, con la cieca e spietata cocciutaggine del proprio stesso governo, con la scienza che si fa morte anziché strumento di vita, con la malattia, con la paura e anche con il senso di sconfitta, di resa totale che si aggiungono ai danni incalcolabili in termini di perdite di vite umane, protrattesi per anni, per decenni a causa dei danni da radiazione, per non parlare della distruzione su larga scala di un intero Paese. Pensiamo al filone cinematografico dei Kaiju Eiga, i film di mostri giapponesi ai quali appartiene il celebre Godzilla (ma anche Gamera, Rodan, Mothra, etc...), nato nel dopoguerra vede protagonisti creature mostruose trasformate proprio dall'energia atomica così come molte sono le città completamente distrutte che abbiamo visto guardando gli anime del Sol Levante, il genere apocalittico la fa da padrone nei fumetti, insomma... le conseguenze dell'evento toccano tutti gli ambiti come è naturale che sia dopo un trauma di proporzioni probabilmente per noi inconcepibili e difficile da capire fino in fondo. Gen di Hiroshima è una trasposizione fedele, per quanto possa esserlo il ricordo di un uomo che all'epoca aveva sei anni, di quei giorni e, senza tanti giri di parole, anche nella trasposizione animata, è un'opera che strappa il cuore, capace di assestare il classico pugno allo stomaco, ma sul serio, con la potenza della consapevolezza dello spettatore di star guardando (e riflettendo su) una cronaca, non su un racconto di finzione. Gen di Hiroshima (titolo desunto dal manga in quanto una versione in italiano dell'anime non è disponibile) è semplicemente terribile, un film di certo da non proporre a bambini troppo piccoli che va ben oltre il dolore già vivido descritto in opere (splendide) come Una tomba per le lucciole di Isao Takahata giusto per citarne una.

Il momento dell'esplosione della bomba taglia il fiato, c'è un prima, c'è un dopo, ma quelle immagini, quei disegni, rimangono lì a tormentarti per giorni: i corpi che bruciano, gli occhi che colano dalle orbite, la resa di un calore immane che investe uomini e bestie, la città che esplode, i vetri in frantumi, i palazzi crollati, i corpi sciolti, gli animali impazziti, i cavalli in fiamme, è l'inferno che noi uomini siamo riusciti a portare sulla terra. È un monito a noi stessi. Hadashi no Gen è un film d'animazione del 1983, lo stile non è moderno ma sempre fluido e impreziosito dall'appartenenza a un tratto che a molti ricorderà i cartoni animati dell'infanzia; il protagonista è un ragazzo positivo che riesce ad affrontare col sorriso tutte le privazioni dovute allo stato di guerra, le corse nei rifugi antiatomici e la costante carenza di cibo, almeno finché la sua famiglia è ancora unita. Anche i momenti precedenti l'atomica sono ben descritti, Gen raccoglie i consigli e i dettami di un padre pacifista in aperta opposizione alle decisioni del governo, fa fronte alle sofferenze che esploderanno quel 6 agosto, giorno in cui Keiji Nakazawa perderà gran parte della sua famiglia. Nella struttura qualche imperfezione c'è, Gen mostra forse fin troppa forza di volontà (forse è la forza dei bambini come meccanismo di autodifesa), anche in alcuni momenti dove l'annichilimento sarebbe stato più che comprensibile, le esperienze alle quali andrà incontro anche dopo la bomba sono indicibili e tutte mostrate nel cartone animato (il parto della mamma, i soldati che defecano sangue, l'acqua avvelenata, i corpi martoriati), il minutaggio ridotto toglie forse un po' di respiro alla vicenda che avrebbe meritato un po' più di spazio. Sono questi piccoli difetti che non inficiano la riuscita di un'opera meritoria e che meriterebbe anche il recupero su carta, al momento disponibile più che altro sul mercato dell'usato in quanto non tutti i volumi del manga sono sempre facilmente reperibili.

martedì 4 gennaio 2022

E JONES CREÒ IL MONDO

(The world Jones made di Philip K. Dick, 1956)

E Jones creò il mondo è uno dei primissimi romanzi di Philip K. Dick, pubblicato nel 1956 il libro dà l'impressione di essere meno centrato del predecessore Lotteria dello spazio, esordio dello scrittore di Chicago nella forma romanzo. Sono davvero molti gli spunti e gli elementi narrativi che Dick infila in questo romanzo, lo sviluppo della trama risulta nel complesso un poco confuso, dispersivo e poco legato nonostante molte delle idee inserite dallo scrittore nella narrazione siano di per sé anche interessanti. L'impressione che ha il lettore, cosa che non accadeva leggendo il romanzo precedente, è quella di trovarsi di fronte a un libro in qualche modo sperimentale in maniera involontaria, un po' come se l'autore non avesse un'idea chiarissima di dove andare e in che direzione dirigersi sotto il punto di vista letterario. Questa impressione che si coglie in maniera forte e chiara durante la lettura viene in effetti avallata anche dagli esperti di Dick che giustificano la cosa essenzialmente con due motivazioni: la prima sta nell'inesperienza dell'autore con la narrazione lunga, osservazione condivisibile, in fondo parliamo di un Dick che muoveva i primi passi all'interno di una produzione che sarà poi molto ricca anche di romanzi e non solo di racconti, la seconda è ascrivibile al desiderio che Dick nutriva di affrancarsi dalla letteratura di genere per andare verso una forma romanzo lontana dalla fantascienza, dove altri sarebbero stati gli elementi fondanti della narrazione e ben altra la considerazione che all'epoca avrebbe lo scrittore ottenuto essendo allora la fantascienza considerata come materia per scribacchini e imbrattacarte o poco più, per ogni approfondimento si consiglia la bella biografia Io sono vivo voi siete morti a firma di Emmanuel Carrère. Con questo non si vuole dire che il romanzo rimanga in bilico tra più mondi, siamo saldamente all'interno del genere fantascientifico, ma il corpo del romanzo non sembra mai completamente a fuoco, come se l'autore non ne avesse la completa padronanza.

Nel 2002 gli Stati Uniti si sono lasciati alle spalle una devastante Terza Guerra Mondiale, l'attuale forma di governo è basata su un sistema denominato "Relativismo di Hoff", è un sistema tutto sommato permissivo, dove ognuno può credere in quel che gli pare senza subire pressione alcuna da parte del Govfed, l'istituzione di governo, a patto che nessuno si metta a far propaganda o predichi in pubblico su cose non oggettivamente dimostrabili. Tutto ciò crea individualismo e insoddisfazione in una parte di popolazione, altri sembrano invece vivere incuranti di tutto ciò e all'apparenza disinteressati a un sistema che tutto sommato, se si conduce una vita tranquilla, non sembra così oppressivo. Il protagonista, Doug Cussick, è un agente del Govfed incaricato di controllare che non si verifichino infrazioni pericolose per il sistema di governo. Proprio in una delle sue prime uscite di servizio Cussick si imbatte in Jones, una sorta di mutante con poteri predittivi che gli consentono di vedere nel futuro fino a un anno di distanza, sarà lui a preconizzare una futura invasione aliena della Terra. Passato del tempo Cussick si trova a dover gestire insieme al dottor Lafferty una piccola crisi scatenatasi in una bolla protetta dove vivono degli esseri creati geneticamente e allevati per vivere in un ambiente ostile con caratteristiche diverse da quelle terrestri, una specie di miniuomini, Cussick dovrà gestire proprio i seguaci di Jones il quale nel corso degli anni ha fondato un vero e proprio movimento con seguaci pronti a sovvertire l'ordine precostituito. Anche Nina, la giovane moglie di Cussick simpatizza con Jones, intanto gli alieni arrivano sulla Terra...

Tra i vari elementi creati da Dick per questo romanzo il più convincente è la figura di Jones, uomo imperfetto anche nelle sue doti particolari, incapace di vedere più in là di un anno, parte con un grosso vantaggio sul resto dell'umanità ma è incapace di prevedere il finale e le conseguenze a lungo termine delle sue previsioni/scelte, non c'è nemmeno da dirlo, farà danni. Inoltre Jones è imbrigliato in una vita fatta d'angoscia, costretto a riviverla sempre due volte, proiettato un anno avanti nella sua testa, rivissuta un anno dopo nei fatti, impossibilitato a cambiare alcunché, perché ciò che vede si realizzerà, che lui lo voglia o meno. Mentre Jones lancia una campagna d'odio contro l'alieno invasore di prossimo arrivo, che poi si rivelerà meno ostile e pericoloso di quanto si potesse pensare, ottima riflessione sulle campagne d'odio e discriminatorie, il protagonista Cussick si rivela anche lui impotente nel far svoltare gli eventi, ciò che più interessa del suo personaggio a conti fatti è la relazione con la moglie traditrice Nina nei passaggi più estranei alla fantascienza. I sistemi di governo non funzionano in Dick, le alternative sono a volte fin peggiori e allora si tollera una democrazia di facciata affatto accomodante (sempre attuale Dick) destinata, sembra, a cadere. Poi ci sono i mutanti, i geneticamente mutati, la corsa allo spazio, tante derive tra le quali lo scrittore un po' si perde lasciando che il romanzo manchi della giusta coesione. Lettura veloce, piacevole nonostante i diversi difetti presenti anche nello stile che in Dick tutto sommato proprio sopraffino non sarà mai.

HAWKEYE

Con Hawkeye la Marvel sigla la sua prima serie natalizia oltre che uno dei prodotti più divertenti finora realizzati per il piccolo schermo; proprio come fa il suo protagonista, Occhio di Falco, anche la Casa delle idee centra il bersaglio (battutaccia facile, lo so). La miniserie in sei puntate dedicata a (ai due?) Occhio di Falco è un prodotto perfetto da guardare durante le feste, c'è il classico plot del protagonista che deve ricongiungersi alla famiglia per celebrare il Natale tutti insieme e incappa in situazioni e accidenti continui, in questo caso sempre più pericolosi, che sembrano mettere in serio pericolo la buona riuscita del pranzo di Natale; con Hawkeye si riprende un po' la tradizione dell'action natalizio di cui ci sono stati diversi esempi (e grandi successi) in passato, uno su tutti l'indimenticato Trappola di cristallo con il mitico agente (poi tenente) McClane interpretato da Bruce Willis. La leggerezza della serie, divertente e ben calibrata seppure non perfetta, gode di diversi meriti che a mio parere la rende al momento il miglior prodotto seriale interno al Marvel Cinematic Universe insieme a WandaVision. Lungo le sei puntate dello show assistiamo al passaggio simbolico di Occhio di Falco (Jeremy Renner) da elemento di secondo piano nel gruppo degli Avengers, più una spia che un vero eroe, a status simbolico di supereroe fatto e finito, grazie soprattutto al lavoro di branding fortemente voluto dalla giovane Kate Bishop (Hailee Steinfeld), nuovo e spassoso personaggio introdotto nel MCU e co-protagonista della serie. Hawkeye, come già faceva Black Widow al cinema, permette di dare spazio e approfondire uno dei personaggi finora rimasti un poco ai margini, oscurato dai grandi calibri, lo fa affiancandogli quello che in gergo fumettistico potrebbe essere visto come il classico sideckick (il giovane aiutante, figura più diffusa in casa DC Comics a dire il vero), una Kate Bishop che proprio in Occhio di Falco vede da sempre, fin dall'epoca dell'assalto dei Chitauri a New York nel primo Avengers di Whedon, un modello da seguire e un antidoto alle sue paure; l'eroismo e il coraggio di quest'uomo, che armato solo di arco e frecce affronta minacce indicibili, sono stati per la giovane ragazza un'ispirazione e un punto fermo che l'hanno portata a diventare a sua volta un'arciere di grandissimo talento. Per Kate la vicenda narrata nella miniserie sarà il percorso di formazione di un'adolescente che trova il modello da seguire proprio nel momento in cui si trova forzatamente a dover diventare adulta causa una serie di rivelazioni familiari dure da digerire, nel processo Kate non imparerà solo da Clint ma saprà ricambiare tutto ciò che il suo partner è disposto a insegnare con iniezioni di fiducia e ottimismo tanto da diventare a tutti gli effetti un nuovo membro della famiglia Barton. Ovviamente gli autori non si fanno scappare l'occasione per mettere in scena dinamiche da "strana coppia", lui un eroe fatto e finito, uomo di poche parole, buon cuore e preoccupato dal fatto che Kate possa farsi male, lei con l'entusiasmo della gioventù, loquace fino a essere fastidiosa, piena di idee e con un tocco di incoscienza, tra i due si crea poco a poco un'alchimia irresistibile che senza mai strafare rende le puntate della serie scorrevoli e brillanti nella giusta misura.

Dal punto di vista narrativo si riallacciano diversi momenti ormai storici visti nei film passati del MCU, dall'attacco dei Chitauri a New York al periodo in cui Occhio di Falco sfogava il suo dolore nei panni di Ronin in seguito alle azioni messe in atto da Thanos. In questo contesto vengono inseriti nuovi personaggi dei quali l'unico scritto a dovere è proprio la co-protagonista Kate Bishop, altri sono invece solo abbozzati e per il modo in cui sono stati gestiti è al momento difficile ipotizzarne un utilizzo serio all'interno dei prossimi progetti Marvel (penso allo Spadaccino), solo il tempo potrà darne conferma, altri ancora danno l'idea di essere stati imbastiti in vista di un utilizzo futuro, è il caso di Maya Lopez (Alaqua Cox), bellissimo personaggio nato sulle pagine di Daredevil e qui tutto ancora da costruire in vista della miniserie a lei dedicata il cui titolo sarà, salvo modifiche, Echo. Un paio di altri personaggi faranno la loro comparsa verso il finale di serie a ingarbugliare un poco le cose e per offrire qualche momento più introspettivo e di confronto, sia per Clint che per Kate, ma per chi non avesse ancora visto la serie non anticipiamo troppo a riguardo, diciamo solo che inizia a diventare realmente papabile la possibilità che i protagonisti dei Marvel Show targati Netflix entrino a far parte del MCU. Lo spunto di partenza è preso dalle pagine della serie di comics dedicata a solo a Occhio di Falco scritta da Matt Fraction e disegnata dal bravissimo David Aja, esilaranti gli avversari, il gruppo di mafiosi in tutta che scandiscono la loro parlata a suon di bro, la serie a fumetti aveva anche la particolarità di riportare per ogni episodio una colonna sonora consigliata per accompagnarne la lettura, peccato non si sia attinto un po' di più anche a quei bei suggerimenti musicali.

Una serie frizzante quindi, leggera, divertente dove non mancano, come da migliore tradizione natalizia, i momenti dedicati ai legami familiari e ai buoni sentimenti, le riconciliazioni sentite, i passaggi commoventi, la distruzione dell'albero di Natale, e cos'altro? Ah, sì, sempre Fraction e Aja, c'è pure Pizza Dog, cosa volete chiedere di più?

sabato 1 gennaio 2022

JASON BOURNE

(di Paul Greengrass, 2016)

Matt Damon torna nei panni di Jason Bourne per il quinto capitolo della saga dedicata al personaggio creato da Robert Ludlum tra le pagine dei suoi romanzi. Archiviata la parentesi Legacy diretta da Gilroy e interpretata da Jeremy Renner nei panni di Aaron Cross, si torna alle origini riallacciando le fila tra passato recente e quello remoto di Bourne; Paul Greengrass riprende in mano un progetto che in verità non ha più molto da raccontare e che a conti fatti segue più le coordinate imposte da Gilroy con Legacy che non la narrazione davvero riuscita dei primi tre bellissimi episodi. Come lo stesso Damon aveva dichiarato anni prima di tornare sui suoi stessi passi, con la prima trilogia si erano probabilmente esaurite le potenzialità di un personaggio sul quale, dipanati i dubbi sul suo passato e sulla sua vera natura, non c'era forse modo di raccontare altro di interessante. Infatti questo Jason Bourne è un puro action capace di farsi guardare sempre con piacere ma dove la tensione e l'empatia che si provavano per il protagonista nei primi capitoli è ormai assente, resta presente la grande abilità di Greengrass di dosare ritmi e girare splendide sequenze d'azione con menzione particolare a un montaggio sempre dinamico capace di dare quel valore in più al prodotto che gli evita di precipitare nel calderone della medietà.

Torna per questo episodio il personaggio di Nicky Parsons (Julia Styles) presente nella trilogia iniziale, è proprio lei a mettere in moto una nuova caccia all'uomo hackerando da una postazione nascosta nella lontana Islanda i nuovi sporchi progetti della C.I.A., condensati nell'operazione Ironhand, insieme ad alcuni file relativi al coinvolgimento del padre di Jason Bourne (Matt Damon) nella vecchia operazione Treadstone alla quale proprio l'intervento di Bourne aveva posto fine; lo scopo di Nicky è quello di girare a Bourne le informazioni in modo che l'ex agente possa finalmente far pace con i demoni del suo passato. L'intrusione della Parsons viene però intercettata dall'analista informatico Heather Lee (Alicia Vikander) che mette al corrente della violazione alla sicurezza il direttore della C.I.A. Robert Dewey (Tommy Lee Jones) il quale manda ad Atene, luogo in cui si trova Bourne, un asset (killer della C.I.A. interpretato da Vincent Cassel) per eliminare la coppia e preservare la segretezza dell'operazione Ironhand che prevede l'invasione assoluta della privacy di tutti i cittadini collegati al motore di ricerca Excoon ideato dal programmatore Aaron Kallor (Riz Ahmed). Ovviamente uccidere Bourne si rivelerà tutt'altro che semplice, inoltre la Lee, dotata di forte personalità e ambizione, è convinta che sia più utile tentare di riportare Bourne in forza alla C.I.A. piuttosto che eliminarlo.

Almeno due ottime sequenze action scandiscono la narrazione: l'apertura ambientata durante i tumulti che coinvolsero la Grecia in occasione della crisi economica ad Atene e quella del pre-finale in auto durante la quale Bourne insegue l'asset tra le strade di Las Vegas, tutta la maestria da regista dinamico di Greengrass viene fuori in questi frangenti, aiutata e valorizzata dal montaggio ineccepibile di Christopher Rouse, è il ritmo a tenere in piedi un film che sui personaggi non ha più molto da dire, anche i nuovi ingressi sono caratteri monodimensionali fatta salva la Heather Lee di Alicia Vikander che lascia campo a più di una ambiguità, finale che lascia aperta la porta a un eventuale ritorno che a questo punto nessuno credo reputi necessario. Jason Bourne non compromette la validità complessiva della saga, così come non lo faceva nemmeno Legacy, due film in tono minore che garantiscono comunque un buon intrattenimento, solo accennato il discorso attuale e interessante su web e privacy che non basta a innalzare il livello e ad aprire a riflessioni di sorta, ridda di location come di consueto e un Matt Damon quasi ritirato in sé stesso, invecchiato, ma sempre pronto a tornare in azione quando necessità chiama. Parte Extreme ways e si chiude un ciclo che ha regalato nel tempo parecchie soddisfazioni.

venerdì 31 dicembre 2021

FIRMA AWARDS 2021 - FILM

Si va a chiudere, anche per quest'anno, la tornata delle classifiche riassuntive di ciò che di meglio si è visto e letto nel corso di quest'anno, lo facciamo con la categoria più nutrita di tutte, quella dedicata ai FILM, prese in esame tra una rosa di più di cento titoli solamente pellicole uscite negli ultimi vent'anni e che ovviamente ho avuto modo di vedere solamente ora (i film più datati invece li trovate qui). Ovviamente la scelta delle posizioni è dettata molto dal gusto personale, per quest'anno ho deciso di allargare a trenta le posizioni segnalate, va da sé che ognuno di questi film mi sento di consigliarvelo, sono tutte visioni meritevoli e che potrebbero avere impatto differente a seconda di chi approccia la visione, la mia classifica è quindi meramente indicativa, ha valore per me, nondimeno i consigli qui sotto riportati potrebbero portare a qualche piacevole visione chiunque di noi. Detto questo andrei a incominciare, anche perché il post lo sto costruendo nel momento in cui scrivo, devo ancora decidere alcune posizioni, come distribuire i trenta titoli, trovare tutte le immagini, mettere tutti i link e buttare giù trenta brevissime sinossi, insomma... devo farmi ancora un discreto culo, quindi tagliamo corto...


Trentesimo classificato:
Allen, rimanendo nel suo mondo, riesce a trovare per il suo "protagonista tipo" un interprete, Timothée Chalamet, in grado di portare una personale cifra stilistica alla narrazione alleniana, operazione che gli riesce anche in Basta che funzioni con Larry David, un'accoppiata di film che meritano la menzione.



Ventinovesimo classificato:
I morti non muoiono di Jim Jarmusch (2019)
Divertissement che il regista mette in piedi con la sua cricca di amici, un film di puro cazzeggio (o forse no?) con il titolo più bello di tutti, quello originale, da pronunciare tassativamente ad alta voce.



Ventottesimo classificato:
The founder di John Lee Hancock (2016)
Film di stampo classico, la storia di come è stata fondata la catena dei Mcdonald e narrazione su tutto lo splendore che sta dietro al sogno capitalistico americano (e non solo). Un grande Keaton.



Ventisettesimo classificato:
Mistress America di Noah Baumbach (2015)
Primo incontro per me con Noah Baumbach e posso dire che l'esperienza è stata molto piacevole, vite in costruzione tra le strade di New York, un Allen di nuova generazione aggiornato ai patemi di protagonisti più giovani, parecchio divertente.



Ventiseiesimo classificato:
Mandibules - Due uomini e una mosca di Quentin Dupieux (2020)
Mr. Oizo con i suoi film continua a portarci in realtà diverse, surreali, dove l'anormalità è di casa e il mondo sembra girare su una frequenza differente. C'è del genio...



Venticinquesimo classificato:
Soul di Pete Docter (2020)
Continua lo splendido lavoro fatto in Pixar da Docter nello scandagliare animo e sentimenti dell'uomo, questa volta si guarda all'al di là e si definisce una morale finalmente non abusata nell'animazione rivolta anche ai più piccoli.



Ventiquattresimo classificato:
Il labirinto del fauno di Guillermo Del Toro (2006)
Favola nera ambientata all'epoca del franchismo negli anni della guerra, sarebbe anche un bel film per i ragazzi ma Del Toro non risparmia un paio di sequenze parecchio violente, affatto edulcorato.



Ventitreesimo classificato:
Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti (2015)
Mainetti indovina più o meno tutto e ha l'intelligenza di portare i super nel contesto nostrano senza strafare costruendo intorno ai personaggi vicende interessanti che raramente si vedono nei film dei supereroi americani. Ottimo esordio nel lungo.



Ventiduesimo classificato:
Richard Jewell di Clint Eastwood (2019)
Clint non tradisce (quasi) mai e anche con questo film, graziato da diverse interpretazioni di gran livello, non si smentisce e porta avanti il suo discorso sull'eroe americano e sull'uomo comune. Come fai a non volergli bene?



Ventunesimo classificato:
Louise-Michel di Gustave De Kervern e Benoit Délepine (2008)
Film con personaggi grotteschi e umanissimi, approccio alla narrazione da parte dei due registi completamente anarchico e divertentissimo. Si ride di tutto!



Ventesimo classificato:
Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino (2017)
Film misurato con un gran lavoro sulle atmosfere, sui sospesi, grande sensibilità per i luoghi e per i personaggi, forma e sostanza con le giuste emozioni.



Diciannovesimo classificato:
Captain Fantastic di Matt Ross (2016)
L'utopia della famiglia Cash lontano dalla civiltà, purtroppo non è così semplice averla vinta sullo stile di vita imperante. Film migliore di ciò che mi sarei aspettato, Mortensen sempre più apprezzabile.



Diciottesimo classificato:
Suspiria di Luca Guadagnino (2018)
Non proprio un remake, ottimo dal punto di vista formale anche se non innovativo e visionario come quello di Argento, decisamente più riuscito nella sceneggiatura, personalmente lo preferisco all'originale.



Diciassettesimo classificato:
Two lovers di James Gray (2008)
Gray si conferma regista molto interessante, cantore della sua Little Odessa a New York, con Two lovers abbandona le storie criminali per dedicarsi a un problematico melò con un Phoenix sugli scudi.



Sedicesimo classificato:
Colpisce al cuore la storia di Irina, una nonna disposta a tutto pur di aiutare il nipotino infermo e in attesa di un'operazione fondamentale e molto costosa. Per contesto siamo dalle parti di Loach, la protagonista è uno dei migliori personaggi visti quest'anno.



Quindicesimo classificato:
Old man & the gun di David Lowery (2018)
Addio al cinema per Robert Redford con un bellissimo film crepuscolare che rende giustizia al finale di carriera di un grande attore.



Quattordicesimo classificato:
Shutter Island di Martin Scorsese (2010)
Ingiustamente criticato, Scorsese sigla un ottimo thriller tratto da un libro di Lehane, atmosfere malsane e tensione a mille.



Tredicesimo classificato:
Blue Jay di Alex Lehmann (2016)
Piccolo e delizioso film romantico ascrivibile alla corrente del mumblecore di cui l'attore e sceneggiatore Mark Duplass è alfiere. Una splendida Sarah Paulson.



Dodicesimo classificato:
Reality di Matteo Garrone (2012)
Commedia amarognola figlia dei tempi che fotografa la malattia dell'apparire e della celebrità inseguita senza fondamento e talento alcuno, Garrone trova in Aniello Arena un interprete grandissimo.



Undicesimo classificato:
Us and them di Rene Liu (2018)
Film sentimentale ambientato tra Pechino e la provincia cinese, racconto profondo e sentito e ottimo esordio dietro la macchina da presa per l'attrice e cantante Rene Liu. Struggente.



Decimo classificato:
Pieces of a woman di Kornel Mundruczo (2020)
Una prima mezz'ora di grandissimo cinema, teso, angosciante che si stempera pian piano nel dramma di una donna poco compresa dal mondo circostante, una Vanessa Kirby eccezionale per un racconto molto dolente.



Nono classificato:
Mank di David Fincher (2020)
David Fincher riporta in vita la grande Hollywood degli anni 30 e 40 con uno splendido bianco e nero e dice la sua sulla diatriba Mankiewicz/Welles per l'attribuzione della sceneggiatura di Quarto potere. Gran film, coraggioso.



Ottavo classificato:
Al di là delle montagne di Jia Zhang-ke (2015)
Più che il film si premia un pezzo di corpo d'opera del regista che insieme a Still Life del 2006 e I figli del fiume giallo del 2018 racconta in maniera precisa e avvolgente, attraverso storie private, il cambiamento di un intero paese, la Cina. Tutti film da recuperare assolutamente.



Settimo classificato:
Birdman o (l'imprevedibile virtù dell'ignoranza) di Alejandro Gonzalez Inarritu (2014)
Film tecnicamente superlativo, un'unico (finto) pianosequenza che trasmette grande immersione nella vita di un attore in cerca di riscatto, di nuovo un grande Keaton ma plausi soprattutto a una splendida regia. 



Sesto classificato:
Nomadland di Chloé Zhao (2020)
Film che cresce dentro man mano che si procede con la visione, magari non perfetto ma che unisce la bella regia della Zhao a un sentire il cinema in maniera diversa, un film del cuore, dell'anima più che della testa o della sceneggiatura.



Quinto classificato:
Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh (2017)
Ancora Frances McDormand questa volta con un film dalla sceneggiatura calibratissima a dimostrare l'ecletticità dell'attrice. Gran cast e grandissimo film, peccato non vedere all'opera McDonagh un po' più spesso.



Quarto classificato:
Lei di Spike Jonze (2013)
Una bellissima storia romantica traslata in un futuro prossimo dove le tecnologie hanno fatto ancora un passo avanti alienando l'umano ancora un po' più di quel che è già oggi. Un Phoenix superbo, una realtà altra ma per Jonze è tutta questione di sentimenti.



Terzo classificato:
A sun di Chung Mong-hong (2019)
Film densissimo dove dietro un'episodio di violenza si costruiscono riflessioni sui legami familiari, sulla perdita, sulla redenzione, sul rifiuto, sull'amore, sulla vita. Film totale capace di sedimentare un poco alla volta.



Secondo classificato:
Burning - L'amore brucia di Lee Chang-dong (2018)
Film dal quale si viene inesorabilmente assorbiti, altra grande soddisfazione dall'estremo oriente, in Burning c'è il conflitto sociale, c'è l'amore, ma c'è anche qualcosa di inspiegabile, qualcosa dal quale lasciarsi conquistare, guidare, trasportare per un'esperienza totalmente appagante.



Primo classificato:
Film di una disperazione estrema, senza speranza, prima e tragicamente ultima regia di Hu Bo suicidatosi a fine riprese, l'esistenza senza prospettive di alcuni giovani in una Cina disinteressata alle vite dei suoi stessi figli. Un pugno allo stomaco di una bellezza disarmante e stordente.

martedì 28 dicembre 2021

FIRMA AWARDS 2021 - FILM CLASSICI

Pronti per la seconda classifica dei Firma Awards 2021? Come dite? Non ve ne importa più di tanto? Vi capisco, andiamo comunque a guardare quelli che sono stati i film un po' più vecchiotti apprezzati in misura maggiore da queste parti lungo l'arco del 2021. Per quest'anno (e forse da quest'anno in avanti, sempre che il blog e il sottoscritto continuino a vivere) ho deciso di allargare la classifica dei FILM CLASSICI a dieci titoli che in realtà poi formeranno un elenco di nove titoli, scelti tra una trentina circa, più una menzione speciale fuori gara stante le visioni molteplici nel corso degli anni del titolo in questione. Cambia un po' anche il regolamento - che meraviglia, il regolamento me lo faccio io per una cosa che gestisco io ed è un regolamento di cui non importa a nessuno (e nemmeno tanto a me), ma non è splendido tutto ciò? - per comodità e per la necessità di dare una cesura certa ho scelto di inserire qui tutti i film visionati più vecchi di un ventennio e che quindi, calcolatrice alla mano, sono usciti prima del 2002, tutti gli altri, quelli usciti dal 2002 a oggi, finiranno nella classifica dei Film che proporrò nei prossimi giorni. Direi che non c'è altro da dire se non consigliare di prendere la classifica con le pinze, le posizioni sono state assegnate mediando tra gusto personale, importanza storica dei film tirati in ballo tenendo conto anche dell'anno di uscita, si è un po' mediato tra gli elementi tirando fuori posizioni finali che ovviamente ogni appassionato di cinema potrà scombinare e vedere a modo suo. Ciò che invece importa è il consiglio per chi non avesse visto qualcuno di questi titoli di appuntarseli e col tempo porre rimedio e godere di queste opere peraltro molto varie e che quindi possono incontrare i gusti più disparati. Andiamo a incominciare...


Menzione speciale, laurea ad honorem, cittadinanza di Firmalandia:
The Blues Brothers di John Landis (1980)
Ero... rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C'era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C'è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è stata colpa mia! Lo giuro su Dio!



Nono classificato:
I ragazzi di Feng Kwei di Hou Hsiao-hsien (1983)
L'ingresso vero e proprio nel movimento della New Wave di Taiwan da parte di quello che ne diverrà uno dei registi simbolo con un film che abbandona i temi spensierati imposti dal regime per guardare finalmente in faccia la realtà.



Ottavo classificato:
Il posto di Ermanno Olmi (1961)
Olmi anticipa il calvario che sarà per molti il posto fisso impiegatizio ritraendo una Milano e le vicine cittadine dell'hinterland in repentino cambiamento edilizio e di costumi.



Settimo classificato:
L'Atalante di Jean Vigo (1934)
Classico della storia del cinema apprezzabile e molto godibile ancora oggi, immagine rese iconiche anche grazie alla sigla di Fuori Orario che ce le propone ogni notte ormai da anni e anni. Recupero obbligato per chi oltre che guardare e godere vuole anche conoscere e studiare.



Sesto classificato:
L'invasione degli ultracorpi di Don Siegel (1956)
Denuncia contro il Maccartismo! No, denuncia contro il Comunismo! No, denuncia contro il pensiero unico! Si è detto tutto e il contrario di tutto per un film di fantascienza capace di far discutere e di creare un'ottima tensione con quattro soldi. Cult!



Quinto classificato:
Qualcosa di travolgente di Jonathan Demme (1986)
Regista che ci ha lasciato troppo presto, doveroso riscoprire e riproporre alcune delle sue opere; con Qualcosa di travolgente Demme si destreggia in maniera magnifica tra commedia divertente e thriller, tratteggiando personaggi convincenti graziati da ottime interpretazioni. Da ripescare.



Quarto classificato:
Persona di Ingmar Bergman (1966)
Sicuramente qualcuno vorrebbe Bergman più in alto, sul podio, ma tant'è, non è che qui si vince davvero qualcosa! Altro gran bel film con il quale riflettere e sul quale soffermarsi ben oltre la sua visione.



Terzo classificato:
Il ferroviere di Pietro Germi (1956)
Germi arriva in coda al filone del neorealismo con questo capolavoro nostrano a siglarne uno degli ultimi e più importanti esiti, misto di spaccato sociale e melò familiare in perfetto equilibrio tra le due parti.



Secondo classificato:
Lo squalo di Steven Spielberg (1975)
Film epocale che decreta la nascita del blockbuster moderno e cambia il cinema, ottimo film d'avventura, classico e moderno allo stesso tempo. Tan Tan Tan Tan Tan Tan!



Primo classificato:
La parola ai giurati di Sidney Lumet (1957)
Dramma processuale tutto di parola e recitazione, unità di luogo e di tempo senza un secondo di noia, ottimi attori per un'opera di scrittura misurata col calibro. Da vedere e rivedere.



E anche per la categoria Film Classici è tutto, qui trovate i vincitori delle categorie Libri e Serie Tv.
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